Le due guerriere – Prologo

L’ultimo invitato se ne andò a sera tarda. Era ubriaco, e dovette essere accompagnato fuori da un servo. Sulana vide entrambi barcollare nel buio del giardino. L’uomo bofonchiava qualcosa che non riusciva a capire, forse una canzone lasciva.
Era stanca, stremata. Lo sforzo di mostrarsi seria, compita, e sorridere quando le veniva richiesto l’aveva distrutta. Non così Dohor, suo marito da quella mattina. Sembrava nato per quel tipo di cose. Aveva preso la sua mano con grazia davanti al sacerdote ed era stato la sua guida per tutto il giorno. Mai una parola fuori posto, mai un segno di cedimento. Sulana si era meravigliata. Come faceva a sapere sempre cosa dire a ciascuno? Era un’arte che lei non aveva mai imparato. Non fosse stato così, forse non si sarebbe mai sposata.

Erano stati i consiglieri.
«Avete l’età giusta».
«La gente mormora sul vostro conto».
«Un re ci vuole».
Aveva resistito per sette anni. Era riuscita a guidare il proprio paese, la Terra del Sole, attraverso la guerra e la pace, era riuscita ad imporre il proprio volere e a prevalere su cortigiani e ministri. Ma infine aveva capito di non farcela più. Sebbene avesse poco più di venti anni, si sentiva vecchia, e derubata dell’infanzia. Non poteva andare avanti così. Il coraggio e la forza erano finiti, e allora aveva acconsentito. Si sarebbe sposata.
Non si interessò poi molto a chi dovesse essere il suo futuro marito. Voleva solo riposo, e se quel riposo doveva passare attraverso l’abbraccio di un uomo che non conosceva, che così fosse.
La vinse quel ragazzo appena più giovane di lei, coi capelli di un biondo quasi bianco, e gli occhi chiarissimi.
«Sì» aveva mormorato Sulana quando lui aveva chiesto la sua mano. Aveva provato disgusto per la propria debolezza per un istante solo.
Non si può essere forti in eterno, si era detta mordendosi le labbra. L’ombra di un sorriso trionfante era apparso sul volto del suo promesso sposo.
Poi era stato un turbinio di eventi. La preparazione del banchetto, della cerimonia, le innumerevoli prove per l’abito nuziale, le scelte infinite cui veniva sottoposta. Sulana si osservava vivere. Non le sembrava neppure sua la voce che, stanca, dava indicazioni e ordini.
«Sì, i giaggioli al centro della grande tavolata. Certo, ringrazierò quanto prima il ministro per il suo grazioso regalo».
E Dohor assente, lontano. Da quando l’aveva chiesta in sposa non si erano quasi rivolti la parola.
Come sarà con me? Sarà gentile? Saprò amarlo?
Era un matrimonio di convenienza, nulla più. Lui sarebbe stato re, lei avrebbe avuto la pace che desiderava. Ma da bambina aveva sempre sognato di poter vivere con qualcuno che amava. Per questo guardava speranzosa il suo futuro marito che assisteva ai preparativi. Lo spiava nell’immenso giardino del palazzo, nascosta vicino al pozzo. Le sembrava sicuro e deciso, e anche bello, col suo fisico asciutto. C’era però in lui anche qualcosa di inquietante. Forse il suo sorriso, o il suo modo di fare. E quel qualcosa la spaventava, ma al tempo stesso la attirava. Era il mistero che emanava da lui. Era il fatto che fossero estranei l’uno all’altra.
Cominciò a credere di amarlo. E se lei lo amava, chissà…forse Dohor avrebbe anche potuto ricambiarla.

Fu una cerimonia lunga. Cortigiani, reali, principi, guerrieri, ministri, semplici parassiti. Uno dopo l’altro si inginocchiavano innanzi alla coppia reale. Sulana sorrideva, la mano lievemente appoggiata a quella di suo marito. Ma nessuno sembrava guardarla davvero. Gli sguardi la trapassavano, e lei si sentiva invisibile, persino per Dohor, compreso nel ruolo di re.
Solo Ido sembrò vederla veramente. Giunse al suo cospetto tenendo per il braccio Soana, la donna che amava e con cui viveva. Esperta di magia, Soana era l’antico Consigliere della Terra del Vento, reintegrata al suo posto dopo la partenza di Sennar. Ido porse alla sposa un fiore e un sorriso pieno di comprensione. Sulana ricambiò con sincerità, ed era la prima volta da quando quell’interminabile giornata era iniziata.
Di tutt’altro tono fu invece lo sguardo che lo gnomo indirizzò a suo marito. Non apertamente ostile, ma di sicuro gelido. Dohor dapprima parve non accorgersene.
«Il nostro amato Supremo Generale!» fece con voce squillante. «Alzatevi, alzatevi».
«Grazie, Vostra Maestà» biascicò Ido con poca simpatia.
«È davvero strano che siate voi, ora, a dovervi inchinare innanzi a me. Fino a ieri era il contrario».
Sulana trovò inopportune quelle parole, ma le attribuì al vino e all’eccitazione dell’evento.
«Già, così gira la ruota della sorte, no?».
Soana si irrigidì, Sulana lo notò immediatamente.
«I migliori auguri a voi e alla vostra consorte per un regno lungo e pacifico» disse la maga con un sorriso.
«Grazie, grazie» tagliò corto Dohor, vagamente piccato. Poi si rivolse di nuovo ad Ido: «In ogni caso, io non dimentico di essere prima di tutto un Cavaliere di Drago, e non verrò mai meno ai miei doveri militari. È una gran fortuna per un regno avere un re esperto di guerra, non credete?».
«Se fossimo in tempi di guerra sarebbe una gran fortuna, indubbiamente».
«Già, ma nessuno può mai prevedere quando la guerra arrivi…».
«Vi ringrazio ancora per averci onorato con questo invito, lunga vita ai regnanti» si affrettò a dire di nuovo Soana con un inchino. Ido, confuso, fece altrettanto.
Andarono via, e Sulana sentì un lieve tremito nella mano del marito. Si volse a guardarlo, ma lui non ricambiò. Freddo e composto, aveva già pronto un nuovo sorriso per l’ospite successivo.

Sulana si cambiò in fretta, e quasi fece spazientire l’ancella che l’aiutava.
«Rovinerete il vestito!».
Non le interessava. In ogni caso, non l’avrebbe indossato mai più. La sua prima notte di nozze l’attendeva, e non sapeva se essere impaurita o felice.
Pallida, entrò nella camera. C’era una sola candela a rischiararla, e la luce piena di una splendida luna estiva. Era vuota.
Sulana restò sulla porta. Si volse verso il corridoio, ma non c’era nessuno. Richiamò l’ancella. «Dov’è il re?»
«Non lo so, mia regina, non l’ho visto uscire».
Dov’era Dohor? Cosa poteva essere più importante della sua sposa?
Rigida, Sulana si sedette sulla sponda del letto. Aveva una stupida paura di sgualcire le lenzuola. Rimase in attesa.

Era notte fonda. Di Dohor ancora nessuna traccia. Cos’era successo? Sulana non era più riuscita ad aspettare. Ora camminava nel giardino buio, scalza. Le piaceva il solletichio dell’erba sotto i piedi.
Con un sospiro pensò ai suoi sogni, a come nulla le fosse rimasto delle illusioni della giovinezza.
Sentì un bisbiglio. Si volse. Lo seguì.
Cercò di far piano. A quell’ora nel giardino non avrebbe dovuto esserci nessun altro. Per un attimo si illuse che potesse essere Dohor. Forse la attendeva lì, forse era una specie di sorpresa. Un pensiero molto sciocco, ma anche molto dolce.
Quando vide un’ombra tra le siepi di bosso, sotto il salice, il suo cuore ebbe un tuffo. Un mormorio. La sua voce? No, due voci. E due figure, anche.
Si nascose dietro l’albero.
«E perché non siete venuto durante la cerimonia?».
«Quelli come me entrano nei palazzi solo in certe occasioni, e non sono liete come i matrimoni. Dove passiamo noi, entra la morte».
Era una voce fredda e misurata, colorata da una nota appena percettibile di divertimento. L’altra invece era inconfondibile. Dohor. Sulana riconobbe la sua risata.
«Capisco. Ebbene, c’è altro che dovete dirmi?».
«Nient’altro, per ora. Se non complimentarmi: ho trovato in voi un giovane acuto e assai perspicace».
«Non sarei qui, se non lo fossi».
«Ma è solo l’inizio, giusto?».
«Certamente».
Di nuovo quella risata sottile, che fino ad un giorno prima le apriva il cuore, e che ora glielo gelava.
«Di sicuro in futuro vorrò avvalermi dei servigi vostri e della vostra setta».
«A vostra disposizione. Ovviamente, ricordate il nostro prezzo…».
«Non sarà un problema fare qualche indagine nella Grande Terra».
L’altro uomo si inchinò con eleganza. «Mi spiace non avere del vino per brindare al nostro patto».
«Lo faremo poi, quando la nostra collaborazione porterà i primi frutti».

Sulana vide Dohor prendere la strada del palazzo. Aveva le gambe paralizzate, ma doveva muoversi, correre nella loro stanza. Lo fece. Del resto conosceva la reggia meglio del suo sposo.
Arrivò alla porta poco prima di lui, si infilò dentro, e si mise a letto, seduta, le mani in grembo. E ora?
Dohor aprì la porta con cautela. Quando la vide sveglia, rimase sull’uscio interdetto. «Non dormi?».
Lei non seppe che dire. «Ti aspettavo…».
Lui si chiuse la porta dietro. «Mi spiace. Avrei dovuto avvisarti che avevo da fare. Davvero, non c’era ragione che mi aspettassi».
Cortese. Ma freddo. Si mise dietro il paravento per cambiarsi. Sulana lo sentì armeggiare con l’acqua della brocca, sentì il rumore della sua spada mentre la riponeva. Non una parola. Lei invece aveva molte domande che le premevano sulle labbra.
Dohor uscì dal paravento con una casacca e un paio di brache militari. Prese la candela a fianco del letto e fece per spegnerla.
«Dove sei stato?».
La domande esplose quasi senza che lei lo volesse.
Dohor si bloccò. Non si girò. «Te l’ho detto, avevo da fare».
«Non vuoi dirmi cosa?».
«Non è affar tuo».
Le sue dita si avvicinarono allo stoppino. Sulana si sentì improvvisamente irritata.
«Ti ho visto parlare con un uomo nel giardino».
Dohor si voltò verso di lei di scatto. «Mi hai spiato?».
I suoi occhi chiari si erano improvvisamente riempiti di un misto di rabbia e timore.
«Ero lì per caso…».
Le afferrò i polsi. «E ti sei messa a spiarci? Come hai osato?».
Sulana fu improvvisamente presa da terrore. Era sola in stanza con uno sconosciuto, uno sconosciuto che improvvisamente la aggrediva. Sentì le lacrime in gola.
«Sono arrivata e non c’eri…non sapevo se preoccuparmi o cosa…e ti ho aspettato…ma era tardi…ero delusa…e allora…è la nostra prima notte di nozze…» concluse guardandolo e cercando comprensione. Non ne trovò neppure un briciolo.
«Quel che faccio non ti riguarda. Ora sono il re, gli affari di stato sono passati in mano mia»
In cuor suo Sulana aveva già capito, tuttavia non poté impedirsi di provare ancora. «Ma ora siamo marito e moglie…e quell’uomo…quell’uomo mi ha messo paura…».
Dohor fece un sorriso sghembo. «Marito e moglie? Re e regina, piuttosto. Tu eri stanca, e io volevo il trono, tutto qua. Quell’uomo mi porterà in alto, molto in alto, e sarà un bene anche per te ».
La mollò con malagrazia, spense la candela e si sdraiò dandole la schiena.
Sulana rimase seduta al buio, gli occhi spalancati. Lo sentì girarsi di nuovo.
«E non osare mettermi i bastoni tra le ruote, chiaro? Abbiamo un accordo, e tu non lo violerai».
Lo disse con calma glaciale; poi tirò a sé le coperte.
Sulana restò a lungo immobile, le lacrime che scendevano lente lungo le gote, senza neppure un singhiozzo.
Aveva fatto un errore. Solo col tempo avrebbe capito quanto grande.

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