Un nuovo regno – Estratto dal Capitolo 7

Due Assassini

L’uomo lo guarda immobile, tremante. È un vecchio, e ha gli occhi colmi
di paura. Implorerebbe pietà se potesse,ma il terrore l’ha reso muto. Learco
sente scivolare la presa sull’elsa della spada.
La sua mano è coperta da un sudore gelido.Forra è dietro di lui e lo
sta fissando.
«Avanti» dice.
È la seconda volta che gli impone di agire, e la sua voce è sempre
più irritata. Sono due mesi che è il suo maestro, e lui ha solo
tredici anni. Fino ad allora era convinto che non ci fosse nessuno più
inflessibile e tremendo di suo padre.Aveva passato anni a cercare di
corrispondere ai suoi desideri, addestrandosi con la spada fino
allo sfinimento, cercando di rafforzare il suo corpo esile per modellarlo
secondo l’arte della guerra. Ma lui non gli aveva mai sorriso, mai
fatto un cenno di approvazione.
«Sei un debole» gli ripeteva sempre con voce tagliente. Parole fredde
come una scure. Sua madre non esiste, la vede soltanto quando partecipa alle
cerimonie ufficiali più importanti. Per il resto trascorre un’esistenza
da reclusa nella sua stanza, in cui si è confinata volontariamente anni prima.
Non è mai riuscito a parlarle, né a toccarla. Una donna schiva,
quasi un’estranea. A quell’epoca Forra, suo zio, è un mito
lontano, un uomo immenso e fortissimo a cui non si è mai avvicinato..
Poi, un giorno,la decisione paterna..
«Andrai a combattere sul fronte della Terra del Vento con tuo zio. È
ora che tu apprenda le vie del combattimento, e che ti addestri alla guerra per davvero.»
A quelle parole il suo attendente, Volco, aveva protestato.
«Mio signore, è ancora un bambino…»
«Quando io sono entrato in Accademia, ero un anno più giovane di lui.»
«Ma la guerra…»
«Io sono il re e io decido cosa sia meglio per mio figlio!»
Così Forra è diventato il suo maestro, e Learco ha iniziato a seguirlo
su tutti i campi di battaglia. Sempre con un’armatura troppo pesante, sempre
brandendo una spada che non ha mai sentito sua. Da allora solo sangue,arti
mozzati, e il fetore dei campi dilaniati dal combattimento. E lui sempre nel
mezzo, sempre dietro a quello ziopronto a spronarlo in ogni istante alla
vendetta. Non hanno paura che possa ferirsi, che possa morire. Lo spediscono
nella mischia come si fa con un semplice fante. A salvarlo, finora, sono
stati alcuni suoi commilitoni. Gli restano alfianco in battaglia, ammazzano
al posto suo. Due mesi, e può ancora dire di non aver ucciso nessuno.
Learco sa che così non fa contento suo padre. Sa che lui lo vuole
spietato come un assassino. Ha tredici anni, ma è consapevole che
i regni hanno fondamenta fatte di cadaveri e vene in cui scorre il sangue
di migliaia di uomini. Ma non ci riesce. Non vuole. Forra lo punisce per ogni
inadempienza. Cinquanta scudisciate, che ogni volta aprono strisce
di sangue sulla sua schiena.
«Devi essere sempre il primo in battaglia, hai capito?»
È una cantilena infinita, che gli penetra la mente con la stessa violenza con cui
la frusta gli incide la carne. E infine quel giorno.
«Oggi uccidiamo dei ribelli. Voglio che tu assista.»
Learco ha chinato il capo. Non è la prima volta che assiste a un’esecuzione.
Ce ne sono state altre tre in cinque mesi, ma non ci si è ancora abituato. Lui
chiude sempre gli occhi quando la spada cala, e a quel punto il boato della
folla gli infligge l’ultimo, doloroso supplizio. Ma non ha scelta.
Segue Forra senza dire
nulla verso il luogo stabilito. La spada si abbassa inesorabile su cinque malcapitati.
Rimane l’ultimo, il vecchio.
«Questo lo uccidi tu.»
Le parole di suo zio risuonano terribili.
«Ma io…»
«Non potrai mai essere un uomo, né un soldato, finché non avrai
ucciso davvero.» Come in un sogno, Learco si lascia trascinare sul palco di legno.
Gli hanno messo in mano la spada che il boia è solito usare per le esecuzioni,
quella dove sono incisi pochi, importanti versi: ’Accogliete, o dei, l’anima
dell’uomo che sto per uccidere.’ Non guarda quella lama. Guarda gli occhi
terrorizzati del vecchio e prova pietà.
«Non voglio» mormora allora rivolto a Forra. Sa che non è un uomo
pietoso, ma è convinto che il suo sguardo, in quel momento, potrebbe
sciogliere persino il cuore di suo padre.
«Fallo e basta.»
«Vi prego…»
«Avanti!»
Learco sente lo sguardo della folla, l’attesa dei soldati attorno a lui. Il boia
spinge il vecchio in ginocchio, facendogli appoggiare la testa sul ceppo.
Lui inizia a strillare come un vitello, e le sue grida paralizzano di nuovo
la mano del principe. Quell’uomo non gli ha fatto nulla, e ora è
là, inerme, ad attendere una sorte che non merita.
«No, non posso, mi dispiace» riesce a dire infine. Un calcio al centro della
schiena lo getta a terra. Il freddo della lama sotto la sua guancia
stride con il caldo del sangue che esce dal graffio che si è
procurato.
«Fallo!»
Quella di Forra è un’imposizione definitiva, cui è impossibile
sottrarsi. Learco piange in silenzio. Prende la spada, si tira su. L’uomo implora
pietà, urla ancora. Lui non trova il coraggio di agire. Allora Forra lo tira a
sù,gli afferra le mani e gliele stringe sull’elsa, facendogli quasi male.
È assieme che sferrano il colpo, maè da solo che Learco cala la spada sul
collo della vittima. Non può fermarsi, l’arma gli pesa troppo trale mani.
Stringe gli occhi per non vedere, urla anche lui, ma nel preciso istante
in cui sente la carne tagliarsi, sa che dopo quel giorno non sarà più
lo stesso. Quell’esecuzione è la fine della sua infanzia.
Frusta.
Un colpo, cinque, dieci.
Learco li accoglie con piacere. Cerca di non lasciarsi scappare nemmeno
un gemito, pensando di meritarseli. Ha deciso: non vuoleuccidere mai più.
Forse solo per Forra farebbe un’eccezione. Lo vuole vedere morto,
senza testa, e brama di ucciderlo con una spada maledetta che infetti
la sua anima per l’eternità.
«Non azzardarti mai più ad essere pavido come una verginella, è chiaro?»
Forra gli urla nelle orecchie, mentre Learco si deterge il sangue dalla bocca.
Si è morso le labbra fino a farle sanguinare, pur di non dargli la
soddisfazione di gridare. Poi lo guarda di sbieco, con ribellione, e suo zio
ride di gusto.
«Ecco finalmente uno sguardo da re! Così mi devi guardare, così!
Nulla ti deve impedire di esercitare il tuo potere! E ora aiutami a indossare
l’armatura.»
Learco si tira su, non sa dire di no. Piano piano prende i vari pezzi, e mentre
stringe i lacci, le sue orecchie sentono ancora le grida strazianti del vecchio sul patibolo.

 

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