Raggio di Luna

Quella notte non so perché uscii. Le mie mani. Forse fu colpa loro.
Le guardai, e mi parvero fiori appassiti. Avevo vent’anni, ma sembravano quelle di un vecchio. D’improvviso il mio monolocale mi si strinse addosso come una tomba, e mi mancò l’aria. Infilai la giacca e uscii.
Quando accostai l’auto , lei mi si fece incontro con un sorriso.
C’erano altre ragazze sul marciapiede, mezze svestite, che cercavano sguaiatamente di attirare l’attenzione dei guidatori notturni come me. Lei non assomigliava a nessuna di loro. Capelli biondi ricci, volto ovale quasi da bambina, una giacchetta stazzonata, di jeans, sulle spalle minute. Mi sorrise quando abbassai il finestrino per guardarla meglio. Era pallidissima, ma la cosa non le dava affatto un aspetto malato. Semmai conferiva alla sua pelle la consistenza setosa della porcellana. Immaginai la morbidezza della sua carne sotto le mie dita. Capii immediatamente che c’era qualcosa di strano. Le puttane, sapevo dai racconti dei miei amici, mettevano subito in chiaro prezzo e prestazioni. Lei si limitava a sorridere. Incapace di rompere il ghiaccio, e vergognandomi un po’ di me, stavo per ripartire, quando lei aprì la portiera e semplicemente, salì a bordo. «Su, metti in moto» disse.
Era la prima volta che andavo con una puttana, e immaginavo che ci fosse un hotel dove quelle come lei portavano i clienti. Ma non osavo chiederlo in modo diretto.
«Hai… un posto dove andare?» dissi alla fine.
Mi guardò come avessi detto una sciocchezza e mi sentii ancora più in imbarazzo. Poi alzò un dito e indicò la strada davanti a noi. «Di là».
Continuò a guidarmi con brevi parole e cenni tra le vie di quella periferia labirintica, persa tra casermoni, villette abusive e larghi prati incolti. Io le guardavo il movimento delle labbra rosso sangue, sentendo che il cuore mi batteva forte. Non ero mai stato uno da batticuore. La vita m’era sempre scivolata addosso, anche quando ero ancora nel mio paese di montagna, non solo in quella città senz’anima.
«È qui» disse poi. «Fermati».
Era un posto desolato. L’incrocio tra due vie quasi sterrate. Dietro di noi, gli ultimi palazzi abusivi. Davanti, un prato immenso, con un casolare in rovina da un lato. C’era immondizia ovunque. Mi fece cenno di scendere. C’era silenzio, solo il ronzio distante delle macchine, sull’autostrada vicina. La luna piena sembrava immensa e stranamente nitida. Lei si appoggiò al cofano, lo sguardo al cielo. Per rompere il silenzio, le dissi che faceva bene a guardare in su. Quel posto faceva davvero schifo.
Lei mi indicò le targhe stradali. «Leggi».
Endimione. Selene. Non li avevo mai sentiti. Avevo smesso la scuola a tredici anni, e non mi era rimasto molto. Studiare era una perdita di tempo, era stato il primo insegnamento di mio padre.
Lei sorrise canzonatoria.
«Tu che ami tanto i miti, dovresti conoscerli».
Il cuore perse un battito. Da ragazzino mi avevano regalato un libro. Scoprii più in là che erano miti greci. Per me erano solo favole splendide e tristissime. Era l’unico libro che avessi mai letto, e ce l’avevo ancora con me. Delle poche cose che m’ero tirato dietro dal paese, quella era l’unica che contasse davvero. Ormai era un libro liso e vecchio, le pagine consumate dal sudore, ma lo tenevo ancora vicino al letto, e spesso lo sfogliavo. Lei come faceva a saperlo?
La ragazza si avvicinò, mi cinse il collo con le mani, e affondò la testa sul mio petto. La sentii aspirare lentamente il mio odore. I suoi capelli sapevano di notte e frescura.
«Selene era una dea, la dea della Luna piena». Alzò un dito al cielo. La luna sembrava come pulsare, viva, in quel corpo di tenebra.
«Ma anche le dee, per quanto candide e distanti, si fanno invischiare dalle cose della terra». Si mise a sbottonarmi la camicia, un bottone alla volta. Sentivo il tocco lieve delle sue unghie.
«E Selene un giorno vide un giovane bellissimo, addormentato in una grotta».
Mi appose un unico, lieve bacio sul petto, e io sentii qualcosa sciogliersi, là dove viveva e si nutriva il vuoto che mi abitava fin da quando ero nato.
«Era un principe, la pelle candida» disse, e mi tolse la camicia «le braccia forti» e mi passò le mani sulle spalle, «il petto ampio». Due baci, uno per capezzolo. Il rumore della città si dissolse, tutto sprofondò in una quiete ovattata, innaturale. Come voci umane, si alzò un canto che stentai a riconoscere. Erano grilli, a migliaia, spuntati dal nulla.
Le tolsi la giacca, guardai i suoi capelli caderle sulle spalle in una cascata brillante. Ero completamente ammaliato. «Si chiamava Endimione» continuò staccandosi un istante. Si tolse la maglietta, scoprendo i seni minuti. Li presi tra le mani, con delicatezza, e mi riempirono i palmi di un tepore che mi diede i brividi.
«Selene se ne innamorò perdutamente, ed Endimione fece lo stesso con lei. Ogni notte si incontravano, e il loro amore fu fecondo».
Intorno a noi, ogni cosa parve trasfigurarsi. La strada finì inghiottita dall’erba, i ruderi, le brutte case dietro di noi, ogni cosa scomparve, e mi trovai a poggiare i miei piedi nudi sull’erba rorida di rugiada. Ci baciammo a lungo, con passione, e ci ritrovammo a terra, non so dire come, le sue dita strette nei miei capelli, le mie a stringerle le natiche.
«Ma lei era una dea» disse «ed era immortale. Lui era un vivente, e la tomba lo attendeva alla fine della sua vita».
Le si formò una ruga di dolore sulla fronte, tra gli occhi. L’accarezzai con un dito, sentendo il suo dolore. Le dissi piano di non piangere, e lei mi baciò ancora.
La luna gigantesca che ci aveva accolti scomparve per lasciare il posto a una volta di pietra. Odore di muschio e roccia, odore di grotta.
«Allora Endimione, spaventato dalla propria mortalità, scelse di addormentarsi di un sonno senza fine, nel quale sognare Selene, e lasciare così che il loro amore vivesse in eterno» disse.
Era bellissima. Il suo volto, il suo corpo, tutto in lei parlava di una perfezione che non poteva essere umana.
«Ma Selene non seppe rassegnarsi. Ogni notte abbandonava il cielo e si recava nella grotta in cui Endimione giaceva assopito. Ogni notte copriva il suo corpo di baci, ogni notte riviveva l’ombra pallida del loro amore» disse infine, e mi baciò con passione, stringendomi a sé, le sue unghie che affondavano nella mia schiena.
Ci amammo. E la sentii così mia, e mi sentii così suo, che quel vuoto famelico che mi aveva spinto ad uscire, neppure un’ora prima, parve riempirsi tutto d’un tratto. Traboccavo di emozioni contrastanti, e mi sentivo come non potessi reggerne il peso, come se la loro forza potesse distruggermi. Ma ero felice, felice!, come mai prima di allora.

Giacemmo per qualche tempo a terra. Mi sentivo intontito, stupito, ed esausto. Era come essere appena nati. La grandezza e la bellezza del mondo mi sconvolgevano e mi trasmettevano un doloroso senso di gioia.
La roccia sotto la quale avevamo fatto l’amore era scomparsa di nuovo, e il cielo su di me mi sembrava immenso e terribile. Credetti che tutta quella bellezza potesse uccidermi.
Sto sognando…pensai mentre sentivo il petto della ragazza contro il mio alzarsi ed abbassarsi dolcemente. O forse avevo dormito fino a quel momento, e improvvisamente mi ero svegliato. Sì, doveva essere così. Quello sarebbe stato il primo giorno della mia nuova vita.
Le cinsi con più forza le spalle con un braccio. Le chiesi di restare per sempre con me, mentre i contorni delle cose si facevano sempre più indistinti.
Il suo volto sembrò quello di un’icona mentre rispose: «Non ancora».
Prima di sprofondare nel buio dell’incoscienza, le chiesi come si chiamasse.
«Luna» mi sussurrò in un orecchio, e fu l’ultima cosa che sentii.

Quando mi svegliai, lei non c’era più. Giacevo supino sotto un cielo anonimo. Poche stelle, e la luna era scomparsa, tramontata dietro l’ombra del casolare che avevo visto appena arrivato.
Tirai su la testa. Ero vestito, portavo persino la giacca. L’erba secca mi pungeva il dorso delle mani.
Mi misi a sedere di scatto.
«Luna?».
Mi rispose solo il ronzio dell’autostrada. Luna era scomparsa, e con lei lo splendore. Vidi i mucchietti di immondizia, il prato spelato, la silouhette delle case del quartiere.
Dov’era quella bellezza che mi aveva fatto tremare il cuore appena pochi istanti prima?
Mi misi in macchina e tornai dove l’avevo incontrata. Chiesi alle poche ragazze rimaste. Nessuno si ricordava di lei. Neppure di me, a dire il vero. Provai un’ angoscia insopportabile. L’esperienza più intensa e vera della mia vita era stata solo frutto della mia immaginazione?

Tornai. La notte seguente, e quella dopo ancora, e così per un mese. Andai dove l’avevo incontrata, l’attesi, battei quella strada palmo a palmo. Ma lei non si fece mai vedere.
Smisi di dormire. Perché lei viveva nella notte, lo sentivo, non poteva esistere se non sotto una luna enorme, e nel buio delle sere estive. E trascorrevo le ore prima dell’ alba al volante, cercandola, consumandomi. Rischiai di morire per questo. Portavo un secchio di calcinacci su un ponteggio e mi si chiusero gli occhi. Mi addormentai in bilico su un asse, mi aggrappai all’impalcatura solo per riflesso. E allora decisi. Potevo consumarmi in quel sogno, inseguirlo per una vita intera, oppure rassegnarmi. Nella vita di quelli come me non esistono ragazze così. Nessuna Luna ti viene a salvare da un presente di squallore. L’unica realtà è la malta e il sudore, i soldi che ti bevi nel fine settimana. Chiusi il ricordo di quella notte in un cassetto, assieme al mio vecchio libro di miti che non aveva mai contenuto la storia di Endimione e Selene. Forse avevo sognato anche quella.

Mia moglie la incontrai al supermercato dove andavo tutti i sabati mattina. Aveva le mie stesse mani spaccate dal lavoro, e uno sguardo da bestia ferita in cui mi ritrovavo. Non era una bellezza nemmeno allora che era giovane, e non faceva niente per rendersi più attraente. Ma aveva il mio stesso odore. Odore di casa popolare, di moka e detersivo a buon mercato.
Quando la portai al paese, i miei l’adorarono fin da subito. Ci sposammo sei mesi dopo aver fatto l’amore per la prima volta.
Non so dire se fossi infelice. La vita semplicemente scorreva senza intoppi. Ogni cosa mi scivolava addosso, andavo con la corrente.
Lei rimase incinta un anno dopo. Nessuna particolare emozione quando me lo disse. Solo un nodo in gola. Ma c’erano già passati gli altri, no? Tutti si sposano, hanno dei figli, invecchiano e muoiono. Fu quando lo vidi che il mondo cambiò. Piccolo inerme e bruttissimo. Ma era un miracolo che non sapevo spiegarmi. Lo amai da subito, di un amore incondizionato e assoluto, dello stesso amore di quella sera lontana, che avevo voluto cancellare dalla mia memoria.

I primi tempi è facile. Da te non vogliono molto. Che li sfami, che li pulisci, e ricambiano in modo incondizionato il tuo affetto. I figli ti amano davvero solo quando sono piccoli. Poi crescono, e si aprono crepe nella fede cieca che hanno in te. E se non corri ai ripari, quelle crepe diventano voragini, e inghiottono tutto quanto c’è stato prima. E io non sono stato capace di coltivare quell’amore. E l’incidente ci separò per sempre. Mi hanno detto che è stata colpa del conducente dell’altra macchina. Mi hanno detto che non avrei potuto far nulla neppure se avessi voluto. Ma io so che quando la macchina prese fuoco, slacciai la cintura e scappai senza fermarmi. E lei rimase dentro. Mio figlio non mi perdonò di essere sopravvissuto. Dopo l’università non tornò a casa. Me lo ricordo impeccabile nel suo completo grigio, mentre parlava davanti alla commissione. È l’ultima immagine che ho di lui. Non so nemmeno dove abita, che cosa faccia. Ha cambiato il numero di telefono dopo un paio di volte che ho provato a chiamarlo.
Ci penso spesso. A cosa avrei potuto fare, e cosa sarebbe cambiato nella mia vita se l’avessi salvata. E non so rispondermi. Col tempo, il senso di colpa è cristallizzato in qualcosa con cui convivo notte e giorno. Fa parte di me, è il mio modo di essere. È il prezzo che pago ogni ora per quel che sarebbe potuto essere, e non è mai stato.
Gli anni dopo li ricordo a stento. Sono avvolti dalla nebbia. La solitudine, di nuovo, come quando avevo vent’anni. Di nuovo un monolocale, l’unico che potevo permettermi con la mia pensione. È come se il tempo si fosse accartocciato su se stesso, cancellando tutto quello che era stato, il buono e il cattivo. Come fosse stata inutile questa strada percorsa, questo affannarsi a vivere una vita già scritta.
E poi questa sera ho aperto il baule. Non lo facevo da anni. Il libro. Il vecchio libro di miti. Nascosto dalle carte, impolverato e più stinto ancora di come lo ricordassi.
L’ho sfogliato. Mi sembrava di aprire le pagine di un manoscritto antichissimo, mi sembrava di violare la pace di una tomba perduta. Achille, Ulisse, gli dei. Le storie della mia infanzia.
Poi, un capello d’oro purissimo tra due pagine. L’ho preso sollevandolo in aria come una reliquia preziosissima. Un raggio di Luna.
Ho guardato le pagine tra cui era racchiuso. La storia di Endimione e Selene. Eppure ero certo che non ci fosse, che il libro non la raccontasse. Le parole erano le stesse che aveva usato lei quella sera. Ho sentito nelle orecchie la sua voce, ho sentito sulla pelle il tocco delle sue labbra, sulla schiena le sue unghie.
Ho richiuso il libro. Le mie mani. Come quella sera. Avvizzite per davvero, ora, secche. Ma vive. Più vive che mai.
Sono uscito.
Non ho avuto problemi a trovare l’incrocio. Credevo di averlo dimenticato, credevo di essere riuscito a seppellire il ricordo di quella notte sotto il cumulo di fallimenti che è stata la mia vita. E invece era l’immagine più vivida della mia memoria, l’unica cosa vera in anni di sonno.
Via Endimione. Via Selene. E un mondo che non conoscevo intorno.
Il prato era scomparso, inghiottito da una colata di cemento. Palazzine popolari alte dieci piani strette l’una all’altra, cercando di rubarsi una fetta d’aria. L’autostrada era diventata più grande, il rombo dei motori copriva ogni altro suono.
Il posto dove avevo fatto l’amore con Luna non esisteva più. Nulla di ciò che avevo amato era rimasto. Persino i ricordi erano diventati cenere e cemento.
Poi all’improvviso ogni suono si è spento. Una nebbia sottile è calata sui muri coperti dai graffiti, sull’asfalto sconnesso. Il mio cuore ha perso un battito. Perché l’ho sentita. Il passo lieve delle sue scarpe da tennis. E quell’odore, inconfondibile, amato, desiderato per una vita intera. Odore di muschio e frescura, odore di notte. Alle mie spalle.
Non riuscivo a girarmi. Se mi giro, pensavo, troverò solo la mia macchina, e altre case, altro squallore. Se mi giro mi resterà soltanto la morte, e il nulla.
Ma lei mi ha preso una mano. Ho sentito la morbidezza della sua pelle sotto il mio palmo calloso. Mi ha costretto a voltarmi, dolcemente.
E ora la guardo.
L’oro dei suoi capelli. Il pallore della sua pelle. Il rossetto rosso, sulle sue labbra.
E’ lei com’era quella sera.
Il quartiere è scomparso. Le case si sbriciolano sotto i miei occhi, l’asfalto finisce inghiottito dall’erba. La luna, ora, occupa quasi tutto il cielo.
Lei indossa una veste candida, un peplo che le avvolge i fianchi. Ma è la stessa di allora, come non fosse passato un giorno solo. Lei che ho cercato ogni singolo istante della mia vita. Lei che ha riempito d’aria i miei polmoni, è lei che m’ha guidata in ogni passo. È lei la fine e l’inizio.
Glielo dico. Che l’ho attesa una vita intera. Lei sorride.
«Io anche di più».
Le dico che è troppo tardi. Che è finita. Che io non sono più quello di allora.
«È per questo che puoi venire infine da me» dice lei. «Hai ancora paura?» mi chiede.
No, scuoto la testa, non più. C’è una volta di roccia sopra le nostre teste, come quella sera. E io non dormo più. Ho sognato una vita intera, fuggendo l’unica cosa reale, scappando dal peso di questa vita mortale. Ma la fine non mi fa più paura, se c’è lei con me.
«È tempo di svegliarsi, allora» mi dice.
Il mio cuore batte sempre più lento, e il mio corpo è un peso dal quale lentamente mi allontano. Un bacio, a cogliere l’ultimo mio respiro.
Le chiedo se posso andare con lei.
Mi sorride.
«Adesso sì».

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