Tiranno

Aster il Tiranno

Questo racconto è stato pubblicato il 15 Dicembre 2007 su La Repubblica, ed è un estratto da un libro dedicato alla storia del Tiranno

Era un locale ampio e fumoso, un grosso stanzone dal soffitto basso. Le pipe riempivano l’aria di un odore acre che prendeva alla gola e impregnava le pareti di legno vecchio e scuro. C’erano parecchi tavoli, e clienti di ogni razza.
C’era persino qualche fammin, seduto in disparte, gli occhi impauriti a percorrere tutta la sala, le mani strette sul legno del tavolo e i nervi tesi, pronti a scattare al minimo segno di pericolo.
Eppure avevano detto che tutto sarebbe cambiato, pensò l’uomo entrando. Avevano detto che non ci sarebbe stato posto per l’odio nel nuovo mondo, che tutti sarebbero stati uguali. Ma l’unica uguaglianza era ancora e sempre quella della morte; i cadaveri sulle strade erano tutti identici. Le vittime della vendetta cadevano nei vicoli a frotte.
Ma forse le cose sarebbero cambiate, un giorno. C’era aria di rinnovamento, e il vociare confuso di quel locale ne era un segno. La gente usciva, viaggiava, e a cinque anni di distanza dalla fine del Tiranno si percepiva ancora una specie di euforia, di ansia di consumare tutta e subito la libertà ritrovata.
L’uomo diede una scorsa ai volti che lo circondavano. Viaggiatori, giovani locandiere che scherzavano coi clienti, qualche soldato della nuova guardia. Forse le sue storie avrebbero potuto interessare qualcuno. In fin dei conti, alla gente del Mondo Emerso piaceva ancora sentirsi raccontare dei giorni epici della vittoria, di come una sola donna aveva sconfitto il Tiranno e il suo impero con la forza della sua spada. Il Mondo Emerso pullulava di cantastorie che non si stancavano di raccontare la storia di Nihal la Rediviva e di Sennar il Consigliere.
Ma vorranno davvero ascoltare? Vorranno davvero conoscere il volto oscuro della leggenda?
A ogni locale, sempre la stessa domanda. Su ogni soglia l’uomo si fermava e si domandava la ragione di quel vagabondaggio senza fine. Aveva consumato i calzari su vie polverose e non ancora sicure, e la voce a raccontare storie di morti. Perché?
Domande inutili. Un menestrello canta, e basta.
Si sentì toccare su una spalla. Una ragazzina dagli occhi maliziosi.
«Desiderate qualcosa? Una birra? Del sidro? Non sembra, ma ci sono tavoli liberi.»
L’uomo sorrise. C’era anche voglia d’amore in quelle terre.
«Non vengo qui a prendere ma a dare» rispose. «Sono un menestrello».
La ragazza batté le mani, felice.
«Oh, splendido! Accomodatevi, dunque. Ci narrerete di Nihal? O andrete più indietro nel tempo, e ci parlerete del regno di Nammen?»
L’uomo si limitò a sorridere, mentre i suoi occhi cercavano un luogo adatto. Fu la cameriera stessa a indicargliene uno. Aggrappata al suo braccio, lo condusse a un tavolo libero e un po’ sopraelevato rispetto al resto della sala.
«Che dite, qui andrà bene? Io mi metto davanti a voi, e berrò ogni vostra singola parola.»
«Qui mi sembra perfetto.»
L’uomo si sedette. Estrasse il liuto da sotto il mantello e iniziò lentamente ad accordarlo con l’orecchio premuto sulla cassa: il fracasso era infernale.
Visto da là, il locale sembrava un grosso formicaio brulicante. Il cantastorie lo esaminò con occhio esperto.
Un fammin che ha combattuto per il Tiranno, un Errato. Sta lì a dirsi che era tutto più facile quando bastava obbedire, quando uccidere era l’unica scelta. Ora, senza più un padrone, cosa resta di lui?
Un vecchio mercenario. Il gusto del sangue l’ha reso schiavo, e ora che c’è la pace non sa darsi per vinto. La sua spada è assetata, ha ancora bisogno di uccidere. E allora andrà verso la Grande Terra, entrerà nella Guardia Nuova, e un giorno quelli come lui precipiteranno il mondo nel sangue.
Una ragazza piena di voglia di vivere. Si vende in questa locanda, in attesa che l’amore passi di qui e la porti via con sé. Non sa che invecchierà tra queste mura, e che la vita le porterà via i sogni a uno a uno. Quando la prima ruga le solcherà la fronte s’accorgerà di essere troppo vecchia per attendere ancora.

Per lui ogni uomo era una storia. Da giovane aveva preso l’abitudine di guardare la gente e cercare di indovinare le loro vite dai gesti e dai tratti. Un gioco assai utile per chi vive di racconti. Poi era giunta La Grande Storia, e vi si era dedicato, fino a ricostruirla tutta, brano a brano.
Intonò il suo strumento e lo pizzicò delicatamente. Alle prime note malinconiche più di un avventore si riscosse e si voltò verso di lui.
Fu allora che il menestrello notò la figura esile appoggiata al bancone, nascosta da un mantello e da un cappuccio. Una birra stretta in una mano, pallida e intessuta di rughe, la schiena curva. Non seppe perché, ma in quella confusione era quella figura ad attrarlo.
È una donna, lo sento. Ha viaggiato a lungo, manca da molto da queste terre. Ha lasciato qualcosa d’importante, ha vissuto tutta la sua vita fuggendo, ma quando si è accorta che da se stessi non si fugge, è tornata. Non c’è più nessuno come lei, è un relitto di un’epoca perduta, sta qui a bere, in attesa della fine. Andarsene non è servito a niente, se non ad accelerare i tempi.
Il menestrello sorrise, le dita trovarono rapide la via degli accordi, e una musica triste e antica colmò il locale, arrampicandosi per le pareti e le travature del soffitto, disputando col fumo lo spazio di quello stanzone.
A una a una le chiacchiere e le risate si spensero. La figura ammantata strinse con più vigore la mano attorno al boccale, voltando il cappuccio nero verso di lui. Sotto di esso, il menestrello intuì uno sguardo d’infinita tristezza.
La musica salì lenta e pura.
«Quella che ascolterete» recitò il menestrello «è una storia già scritta, un racconto già narrato. La sua conclusione è stata vergata in caratteri di sangue, e il suo protagonista ha già pagato i suoi peccati e i suoi errori. Non una delle mie parole potrà cambiare il suo destino. Niente potrà cancellare i suoi misfatti e le sue colpe.
Racconterò della sua speranza e della sua disperazione, della gioia cui aspirava e del dolore che ebbe. Non so se egli fu assassino o vittima, se fu il fato o il suo volere ad assegnargli un destino di morte. Se si ribellòagli dei o ne ascoltò le voci. Se sia stato un santo o un demonio, se il suo sogno si realizzò o si infranse.
Posso solo tessere il mio canto sul suo animo perduto. Perché nel vostro cuore cessi l’ira, perché si stemperi l’odio.
Fate silenzio e ascoltate la storia di Aster della Terra della Notte.

*****

« Re Darlon è giunto.»
Due guardie del re vennero verso Aster. I loro volti non gli erano familiari, ma dalla sicurezza con cui si muovevano al buio senza torce intuì che erano abitanti della Terra della Notte.
Gli misero le mani addosso e lo perquisirono in silenzio; Aster sentiva che lo disprezzavano, ma non gli importava.
«Tutto a posto, il ragazzino può entrare nella tenda del Re» disse una delle due guardie.
«Costui è un Consigliere» iniziò a dire l’uomo della scorta di Aster, ma la guardia lo zittì con un cenno e fece segno ad Aster di proseguire.
Aster e Darlon si erano inseguiti per lungo tempo, ma sempre a distanza.
È la fine di una guerra non dichiarata, si disse Aster entrando.
Darlon era seduto davanti all’entrata, illuminato da un braciere che ardeva lento al centro della tenda. Nulla in lui colpiva lo sguardo. Era un vecchio, ma ancora vigoroso, e se non fosse stato per l’armatura che indossava, macchiata di sangue, poteva sembrare un uomo comune.
Un uomo comune che faceva impiccare i bambini e decapitare i soldati, pensò Aster.
«Eccoci, dunque» disse il re. «Mi chiedo il motivo per cui il Consiglio abbia mandato te. Un ragazzino ignorante di diplomazia e di politica, per di più mio nemico giurato.»
«Io qui rappresento il Consiglio. Non vi sono nemico» rispose Aster con calma.
Darlon sembrò non averlo sentito. Scrutò il ragazzo con occhio penetrante.
«Ma non ci siamo mai incontrati, vero? Ricordo il volto di tutti, e non mi sbaglio mai sulle intenzioni di un uomo. Però di te non ho memoria.»
«La mia persona non ha importanza in questo momento » disse Aster, rispettosamente.
«Nessuno fa a un uomo quel che tu hai fatto a me senza un motivo. Vuoi il potere? Vuoi impossessarti del mio regno? »
«Io non voglio niente.»
«E questo non mi è difficile crederlo» osservò Darlon. «Un uomo saggio, e tu non mi sembri stupido, avrebbe iniziato dal Consiglio. Invece tu hai cominciato da me, e questo è contro ogni logica. E se non è il potere, allora deve essere l’odio.» continuò il re. «Questi sono i due grandi motori del mondo: odio e potere, vendetta e conquista. »
Aster sentì che le mani gli tremavano.
«Non credete che un uomo possa agire anche per altri motivi? Per amore, o per ottenere il bene di chi ama, o di coloro che gli hanno concesso fiducia?»
Darlon alzò le spalle, facendo cigolare l’armatura.
«Non ho mai incontrato nessuno che ricoprisse cariche come la mia o la tua e avesse tali scopi. Chi ne aveva è morto molto prima di realizzarli.»
«Voglio solo la pace» disse Aster, «perché troppo a lungo la mia gente ha sofferto, per causa vostra.»
«Le tue parole parlano di pace, ma i tuoi occhi mandano lampi» disse Darlon.
Aster non riuscì più a trattenersi.
«Io c’ero, ho visto tutto ciò che hai fatto, i morti che hai seminato per le strade!» gridò.
Darlon ghignò: «È questo il modo di parlare a un re?»
«Tu non sei un re, sei una belva!» disse Aster, e la sua voce si levò tanto alta che le ombre delle guardie fuori della tenda si mossero.
«Tu fai massacrare i bambini, tu ami il sangue, ti piace vederlo sgorgare dalla gola degli innocenti».
Darlon rise più forte. «La colomba si svela. Ecco l’amante della pace, il mediatore. In questo momento mi uccideresti, se potessi.»
«Non sono qui per ucciderti» disse Aster, ma sentiva che se avesse avuto un’arma in mano l’avrebbe usata, senza esitazioni.
«E allora, cosa ti ho fatto per meritare tanto odio?» disse Darlon.
«C’era un villaggio, poco lontano da qui, e nel villaggio una donna e il suo bambino, un bastardo mezzosangue temuto e odiato. Un giorno tu prendesti il potere, e noi ti salutammo come un salvatore, credemmo che ci avresti dato pace e cibo; non ci interessava nulla di chi fosse il re, a malapena conoscevamo il tuo nome. Noi stavamo dalla parte di chi avrebbe placato la nostra fame. E tu mandasti i tuoi generali e i tuoi soldati. Si avventarono su di noi, ci costrinsero a nasconderci nel bosco, e là, tra gli alberi, ci portarono la tua pace: uccisero tutti, uomini, donne e bambini, inondarono di sangue la radura, ammucchiarono le loro teste mozzate sull’erba, e tra loro la testa di quella donna. Suo figlio era scappato, se l’era cavata con una freccia conficcata nella spalla, ma aveva visto tutto.»
Aster scostò la tunica e mostrò la sua cicatrice.
«Devo dirti chi era questo ragazzo?»
«Io e te non siamo poi tanto diversi» osservò Darlon senza scomporsi. «Tu vuoi la mia morte»
«Sì, la voglio» mormorò Aster. «La voglio come niente al mondo».
«Troppo tardi» disse Darlon.
Una lama scintillò improvvisa tra le mani del re. Aster sentì una puntura sul braccio, mentre la carne si lacerava, ma riuscì a pronunciare un incantesimo difensivo. Il pugnale scivolò nelle mani di Aster e Darlon si ritrovò inchiodato al suo posto, bloccato.
Aster cercò la calma perduta, rallentò il respiro. Pensò alla belva sepolta nel cuore degli uomini: anche lui ne ospitava una e l’aveva nutrita di odio per anni. Quando tornò a parlare, lo fece con voce calma.
«Il Consiglio vi offre il perdono in cambio della vostra resa. Vi permetterà di vivere in una Terra a vostra scelta, confinato in un palazzo che starà a voi scegliere. L’esilio vi sarà risparmiato».
«Riferisci al Consiglio che un re è un re, non lo si può comprare. Io non umilierò me stesso barattando la pace, io combatterò fino alla morte, e se dovrò morire, morirò da re. Non mi interessa la vittoria, non mi interessa neppure la mia vita: mi interessa che il mio onore resti integro, e lo resterà. E ora, liberami» disse.
Aster strinse con forza il pugnale tra le mani. Voleva ucciderlo. Non poteva, non doveva farlo. Sciolse l’incantesimo.
Darlon si alzò lentamente, sovrastandolo con la sua mole.
«Stavolta te la sei cavata» disse Darlon. «Ma sappi che il mio odio è ben più possente del tuo, e che ti raggiungerò ovunque».
Poi uscì dalla tenda, a passo lento, come se niente fosse accaduto.
Aster, rimasto solo, scoppiò a piangere.

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