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Acqua fredda

Sono stata nominata all’Ice Bucket Challange, solo che domani mattina parto, e dove vado non avrò abbondanza di secchi di acqua fredda da tirarmi in testa. Posso al massimo garantirvi una doccia gelata, che farò in privato :P . Intanto, ho fatto una donazione all’AISLA, e vi invito a fare altrettanto. Bastano cinque minuti, i metodi sono tanti, sarà pure una goccia nell’oceano, ma l’oceano è pur fatto di gocce.
Poiché io non sono disponibile, ho chiamato una vecchia amica a tirarsi la secchia d’acqua gelata in mia vece. Spero vi piaccia.

Nihal si svegliò che l’alba non era ancora sorta. Sennar non era altro che un fagotto di coperte, dall’altro lato del letto. Tarik, dopo una notte piuttosto travagliata, si era addormentato qualche ora prima. Lo sentiva respirare pesantemente, nell’altra stanza, ancora profondamente assopito.
Si alzò piano, coi movimenti felpati che la guerra le aveva insegnato. Pensò che fosse bello che qualcosa che aveva appreso nel sangue, le fosse utile ora in tempi di pace. Poggiò i piedi nudi sul legno del pavimento, quindi si avviò verso l’uscio.
Aprì la porta lentamente. Fuori era tutto bianco. Il bosco, appena al di là del piccolo orto davanti a casa sua, era immerso in un silenzio irreale. La neve, durante la notte, aveva coperto ogni cosa.
Non ebbe paura a mettere i piedi sul manto gelato, e non mise sulle spalle il mantello. Uscì avvolta nella canotta di tela grezza nella quale dormiva, e il freddo la punse immediatamente la pelle. Lo accolse come un amico, e se ne sentì quasi corroborata. Tutto, in lei, funzionava meglio, d’inverno.
Andò al pozzo, e tirò su la carrucola con gesti lenti. Il secchio salì scricchiolando, con un suono, che in tutto quel silenzio, sembrava quasi sacrilego. Lo issò sul bordo, ci si specchiò dentro. Colse il riflesso di un volto ancora gonfio di sonno, i capelli blu spettinati, e le orecchie a punta che facevano capolino dalla zazzerra. Quel che non smetteva mai di stupirla era l’espressione tranquilla che aveva dipinto in volto. Era stata confusa, smarrita, per così tanto tempo, che non le sembrava possibile di aver finalmente trovato il suo posto nel mondo.
Prese il secchio, andò sul retro. I piedi erano arrossati, non sentiva più il contatto tra le piante e il suolo. Rimase immobile, col secchio in mano. Quel che stava per fare poteva sembrare un gesto senza senso, ma altrove, lo sentiva, avrebbe significato qualcosa. In fin dei conti, ogni cosa è vacua, volatile, fino a quando ognuno di noi non vi attribuisce un significato ulteriore. Era questo che aveva appreso durante il suo viaggio.
Alzò piano il secchio sopra la testa, pensò a quanto a lungo si fosse sentita un’anima imprigionata in un corpo fin troppo libero. Eppure, c’era al mondo chi viveva una condizione diametralmente opposta: una mente senza confini, intrappolata in un corpo che non rispondeva più. Per lei, che così a lungo aveva contato soprattutto sul suo corpo, che in battaglia annullava ogni pensiero e rendeva la sua mente una tabula rasa in cui il dolore non aveva più cittadinanza, era qualcosa di difficile persino da immaginare. Per questo, vuotò piano il secchio sulla testa, lasciò che l’acqua scivolasse sulla spalle e la schiena, e giù, lungo le gambe e fino ai piedi, e gelasse piano al contatto con l’aria fredda. Per lunghi istanti il corpo si spense, ogni percezione si dissolse nel freddo glaciale, nel torpore di muscoli e ossa che per alcuni, oltre il cielo del Mondo Emerso, era condizione permanente. Ma quando aprì gli occhi, tremante, si accorse di non essersi mai sentita così viva.

Non nomino nessuno in particolare. Chiunque se la senta, si faccia la doccia gelata, o semplicemente condivida questo racconto, o i filmati dei partecipanti. A tutti, però, chiedo di fare un salto sul sito dell’AISLA. Grazie.

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