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Annihilation, un ameno pic-nic nell’orrore

Ahò, giuro, l’ho visto ieri, il giorno dell’uscita, e per di più di mattina. Ma niente, già ne hanno parlato tutti, e quindi arrivo in ritardo anche stavolta. Sto parlando di Annihilation, il film tratto dall’omonimo libro di Jeff VanderMeer uscito qui in Italia solo su Netflix. Perché ve ne parlo? Perché io quel libro là l’ho presentato, a Gavoi, per la precisione, se non erro tre anni fa. Ero io a far le domande all’autore in una frizzante serata estiva, davanti a una platea di svariate centinaia di persone, per cui in qualche modo fa parte della mia storia. Poi perché è il primo film che vedo su Netflix, e poi perché mi ha colpita. Mi sembrano tutte ragioni di cui frega cavoli a nessuno, ma ciò non mi ha mai fermata dal dare la mia opinione, sia mai :P .
Iniziamo col botto, permettendo a tutti i cinefili presenti di fare harakiri: io, devo dire la verità, questa fruizione particolare dei film nuovi a mezzo Netflix non la disdegno affatto. Contesto: Annihilation è uscito nelle sale tipo di USA, Canada e credo Cina; nel resto del mondo, la casa di produzione ha fatto un accordo con Netflix per una distribuzione esclusivamente digitale. Il motivo è che Annihilation non è esattamente un blockbuster da cassetta, e la casa di produzione non se l’è sentita di rischiare una costosa distribuzione e poi non rientrare delle spese. Il punto però è che io col tempo ho iniziato a non amare più tanto l’esperienza cinema. In parte la cosa ha a che fare col fatto che, quando hai dei figli, andarci diventa sempre più complicato: se non siamo in ambito film per l’infanzia, tocca trovare la quadra tra gli orari del cinema, la tua capacità di tenere la palpebra alzata fino alla fine nonostante le sveglie mattiniere, e qualcuno che ti tenga a casa la prole mentre te ti godi il film. E non è per niente facile, tanto è vero che dall’invidiabile media due film al mese di quando eravamo pischelli, io e Giuliano siamo passati a tipo tre film l’anno. Inoltre, a cinema a volte succedono cose che, come dire, non migliorano l’esperienza complessiva: film che partono venti minuti dopo l’ingresso in sala, perché prima ci stanno quelle ottanta pubblicità varie da fare vedere alla gente, all’interno delle quali c’è spazio per uno, massimo due trailer, schiacciati tra promo di macchine, patatine e il pizzettaro all’angolo; spacchi tra primo e secondo tempo inseriti completamente mentula canis, a volte spezzando a metà una battuta; la gente che parla, la gente che si controlla il cellulare, la gente che ride a caso, la gente.
Ora, è vero che certe pellicole – e questa è una di quelle – beneficiano del passaggio su grande schermo. Penso a tutti quei film in cui l’aspetto immaginifico e gli effetti speciali giocano un ruolo importante, e dunque sul televisore di casa perdono un po’. Che ne so, Pacific Rim, in effetti, visto a cinema era un’altra cosa. Però a casa ho almeno due gran vantaggi: non devo attraversare mezza Roma alla ricerca del cinemino d’essai per vedermelo in lingua originale, e posso rivedermelo quante volte voglio dopo la prima visione. Quindi, boh, io sarei per una sinergia Netflix-cinema di qualche genere. Non è facile farla senza danneggiare le sale, mi rendo conto, ma è pur vero che qua la comodità è tanta.
Ok, ci siamo disfatti con eleganza dei cinefili :P . Possiamo passare a commentare il film.
La prima cosa che balza all’occhio è la contemporanea fedeltà e infedeltà al libro – che mi era piaciuto, visto che l’avevo presentato. La fedeltà sta nelle atmosfere complessive, che sono, vi giuro, identiche a quelle del libro. Mentre tutto il resto è completamente diverso: diversi quasi tutti i personaggi, diversa l’Area X, soprattutto diversa la conclusione della storia, e il suo senso. Ma lo spirito è indubitabilmente quello, ed è probabilmente l’unica cosa che conta. Annientamento è un libro che vive praticamente solo dell’ambientazione. È un viaggio allucinato e allucinante in un mondo incomprensibile, grottesco, estremo. Il resto, storia, personaggi, trama, stanno al traino, e tutto sommato non sono neppure importanti. È importante l’Area X, quella natura virulenta, violenta e inconoscibile che rappresenta quel patto che abbiamo violato millenni fa, quando con la rivoluzione agricola l’uomo smise di essere un animale come tanti e iniziò a modificare pesantemente l’ambiente intorno a lui. Solo che la natura una strada la trova sempre…
Per il film vale la stessa cosa. I personaggi sono praticamente tre, e uno solo ha quella reale profondità che ti permette di empatizzare. La storia è talmente semplice che il regista te la spoilera in apertura, cosicché, a differenza del libro, la tensione narrativa non è tenuta su dal cercare di capire l’Area X e i suoi misteri. Il film si fa vedere solo ed esclusivamente per l’atmosfera di follia che è in grado di generare. La tensione che spinge ad andare avanti nella visione sta tutta là. E non è poco, visto che, appunto, la trama in pratica non c’è. O meglio, c’è, ma non è la cosa importante.
Da un punto di vista prettamente visivo e di capacità di disturbare, e, in parecchi casi, suscitare orrore, Annihilation si becca dieci. L’Area X è qualcosa di indescrivibile, occorre entrarci dentro per capire, e almeno un paio di scene hanno una potenza davvero devastante. Per altro, ci sono due o tre picchi di gore abbastanza spinto. Io pensavo di non avere granché stomaco per queste cose, e invece ho tenuto abbastanza botta. Ma può comunque far impressione ai più delicati.
Quindi tutto bene? Ecco, per me no. Il film riesce perfettamente nella costruzione della tensione, Natalie Portman ci mette del suo con un’interpretazione perfetta, però i nodi vengono al pettine quando occorre tirare le fila. VanderMeer se la cavava riducendo il disbrigo di trama: Annientamento è solo il primo libro di una trilogia, in cui ti vengono date sì delle risposte, ma tutte abbastanza omertose. Il film, che evidentemente non avrà seguiti, invece non può o non vuole esimersi, e dopo la passeggiata di salute in mezzo ai mostri sente di dover dare un volto all’orrore. E lì casca l’asino.
Non lo so, probabilmente è un problema mio, del resto avevo già non mi era granché piaciuta l’incarnazione di IT nel libro, ma quando pompi così tanto sul pedale del grottesco, della follia e dell’orrore, quando al tutto dai un volto rischi di deludere. E gli ultimi venti minuti di Annihilation, per quanto mi riguarda, hanno buttato giù tutta la gran bella sospensione di incredulità che il regista si era guadagnato da me fin là. Ho trovato la scena nel cuore del faro piuttosto ridicola, e quella immediatamente successiva lunga e incomprensibile. Inoltre, tutto finisce un po’ a tarallucci e vino (e qui sarei curiosa di conoscere l’opinione di VanderMeer a proposito di questo clamoroso cambiamento rispetto ai suoi libri), e non basta la scenetta finale, vagamente aperta, a salvare la baracca. No, purtroppo per quel che mi riguarda qua non ci siamo.
Vabbé, ma allora nel complesso? Nel complesso è un bel film che vale la visione. Ok, il finale è un po’ così, ma, non essendo la trama il vero cuore del tutto, ci si può passare sopra. Intendiamoci, il film non è niente di sconvolgente, niente di incredibilmente originale, ma è un’opera solida, e soprattutto c’è l’Area X e la sua natura soverchiante. In molti hanno cercato di trovare il senso del film nel rapporto tra Lena e il marito, hanno parlato di fantascienza filosofica e del cambiamento come chiave di lettura del tutto. Sarà che io ho letto il libro, ma alla fine secondo me Annihilation vuole solo mostrarci quanto niente, veramente niente siamo di fronte alla natura. E, come in tutte le jungle del mondo, alla fine sopravvive chi è forte a sufficienza: perché ha qualcosa cui tornare, perché è determinato a vivere. Ma il mondo sta qua a cercare di ucciderci in tutti i modi possibili e immaginabili, perché non c’è etica, non c’è senso nella potenza virulenta della vita. Ecco, questo Annihilation lo mostra con grande efficacia e potenza, così tanto che alcune scene resteranno con voi. Nei vostri incubi, principalmente, ed è bene, no? Le storie sono qui a destabilizzarci, a spostarci dal nostro punto di equilibrio per costringerci a mettere in dubbio le nostre certezze. E cosa c’è di meglio che una bella passeggiata in un’area disabitata e popolata da creature splendide e mostruose, al sicuro dietro lo schermo di un televisore?

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