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Linguaggi

Ormai l’esegesi di Vieni Via Con Me è una specie di appuntamento fisso di questo blog. Dovrei farci su una rubrica. Per altro, oggi parlo di politica. Non che non l’abbia mai fatto, ma in questi termini credo mai.
Tra tutte le cose viste ieri sera, infatti, vorrei soffermarmi su quella più attesa: i famosi due monologhi di Bersani e Fini. È che li ho trovati davvero significativi. Significativi di un certo tipo di politica che ormai s’è proprio staccata dal paese.
Fini e Bersani avevano un’occasione: una platea grande e prestigiosa, composta per lo più dai delusi della politica. Una platea cui parlare in un linguaggio nuovo. Del resto, quello usato da Fazio e Saviano per le due puntate che abbiamo visto fin qui è proprio questo: un linguaggio nuovo, che tratta con leggerezza temi pesanti, che rende avvincenti cose che in linea di massima la gente considera lontane e pallose.
La scelta è stata invece quella di fare due comizi vecchio stile. Imbalsamati entrambi, sembravano star lì a fare tribuna elettorale. Fini soprattutto, che s’è giocato furbescamente i due pezzi da novanta – i militari in Afganistan e Falcone e Borsellino -. Non che non siano state dette cose belle e condivisibili. Non che Bersani non abbia incontrato il mio modo di vedere la sinistra, o Fini non abbia espresso ciò che tutto sommato vedo nella destra (ove per destra non intendo quella che è adesso al governo, ma quella di una Merkel o giù di lì, che comunque non condivido, ma con la quale, quanto meno, posso discutere). Ma non sono rimaste. Il tono era appunto quello da vecchia tribuna politica, il linguaggio quello stantio del partito. Non ho visto passione. Ho visto un elenco di cose dette un po’ perché si deve, cercando di imbonirsi un elettorato che non esiste più.
Non do colpe. Se uno parla così, non può inventarsi comunicatore da un giorno all’altro. Ma se a distanza di dieci giorni ancora ricordo i tre elenchi letti da Vendola, e la sua battuta finale in risposta a Berlusconi, già stamattina non ricordo una parola che sia una dei due monologhi. Forse giusto la battuta sulla dimensione pubblica del privato di Bersani. Un po’ poco.
Forse è questa la vera ragione per cui c’è tutto questo disinteresse per la politica. Il mondo è cambiato, i nostri bisogni anche, e invece la politica è rimasta al palo. Immagina un’Italia che non esiste più, che parla un linguaggio superato. Ripeto, non è stata questione di temi trattati. È stata proprio questione di linguaggio, di parole che non vibravano di passione. E invece in questo periodo di disaffezione per la cosa pubblica, soprattutto nei giovani, questo dovrebbe passare: che la politica è passione, è ideale, è credere in qualcosa di più grande.
Certo, a Fini e Bersani non ha fatto gioco il confronto con Saviano, uno le cui parole sono sempre traboccanti di una passione contagiosa, uno che non ti racconta le cose, le vive e te le fa vivere. Mi si dirà, è uno scrittore, è il suo mestiere. Beh, allora i politici dovrebbero imparare un po’ di quel linguaggio lì.

P.S.
Scusate la stratosferica dabbenaggine, ma mi sono dimenticata di avvisarvi che è online su Fantasy On Air la registrazione dell’incontro di Torino. Lo trovate qua

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