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La difficoltà di farsi un idromassaggio a Roma

Off topici: siccome, nonostante quel che dico a Irene tutte le sere quando le racconto Pinocchio, certe bugie hanno le gambe lunghissime, specifico a chiare lettere che questo è un Pesce d’Aprile. Non sono tradotta in inglese, indi per cui la Le Guin credo non abbia la più pallida idea di chi io sia, e, anche se lo sapesse, dubito fortemente che potrebbe mai essere interessata a scrivere qualcosa a due mani con me. Ne approfitto però per consigliarvi Le Tombe di Atuan, un libro meraviglioso, tra i migliori fantasy – e libri tout court – che abbia mai letto. Confesso per altro che il monastero in cui viene rinchiusa Talitha è un po’ ispirato a quello di Tenar.
La seconda cosa, è che questo aprile sarà abbastanza denso in mie presentazione. A breve le troverete segnalate in homepage; anyway, mi vedrete a Roma e a Gubbio.

Il Post del Giorno: quest’anno io e Giuliano festeggiamo il quinto anniversario di nozze. Dopo aver vagliato varie opzioni, tipo sabato c’è venuto in mente di fare una mezza pazzia: regalarci una notte in un albergo figo di Roma. Può sembrare una cosa strana, ma viviamo nella città più bella del mondo, della quale godiamo il 99% delle cose peggiori e intorno all’1% delle cose belle, per una sera vorremmo invertire il rapporto.
Stabilito il budget, abbiamo tirato giù una lista dei caveat, riassumibili in un’unica richiesta: la vasca idromassaggio per due in stanza. È che l’abbiamo provata in viaggio di nozze – in verità era l’idromassaggio sul ponte della nave, ma era una giornata di vento, non c’era nessuno, e quindi ce la siamo goduta solo noi – e vorremmo ripetere l’esperienza. Non ci sembrava una richiesta particolarmente esosa o eccessiva. Nella nostra ingenuità pensavamo ne avremmo trovati a pacchi, di hotel così. Magari non ci saremmo stati nel budget, piuttosto.
Cominciamo la nostra ricerca. E praticamente da subito iniziamo a familiarizzare col sito medio di albergo fighetto. Che è fatto di orrende presentazioni in Flash e foto che trovi nel vocabolario alla voce “immagini esplicativa di nulla”. Tipo che nella sezione Gallery, invece delle foto dell’hotel, c’è un pregevole servizio fotografico sui monumenti della città. Voglio dire, il Colosseo lo so com’è fatto, del resto ho scelto di venire a Roma, no? Magari mi interessa di più sapere come sono le tue stanze, altrimenti, se il punto è solo stare a Roma, me ne vado ad una qualsiasi pensione di dubbia reputazione che sta alla Stazione Termini.
Ma, per fortuna, qualcuno pubblicizza la mercanzia.
“Abbiamo una splendida stanza arredata da Guru del Design”. Beh, vediamola. C’è una sola foto. Della testiera di un letto illuminata da un neon viola. Fine. Giuro.
“Rilassatevi nella splendida vasca da bagno in stile pompeiano”.
Vado a vedere la foto, perché francamente non riesco a immaginarmi lo “stile pompeiano”. La foto mostra un’inquadratura storta di un asciugamano bianco e due flaconi di bagnoschiuma. Ah beh.
Ma fossero solo le foto…Le descrizioni delle camere a volte prendono tre righe. “Pregiata camera da 20 mt con tutti i comfort”. Sopra, foto di Piazza S. Pietro. L’unica cosa che non manca mai nella descrizione dei bagni è la nota che ti specifica la presenza di “morbidi accappatoi e due paia di ciabatte”. Roba che magari poi il bagno è un cubicolo pressofuso in plastica – esiste, ho le prove – ma dentro ci entrerai con un morbido accappatoio e le ciabatte, vuoi mettere lo stile?
Ma non si tratta solo di questo. È anche che proprio l’idromassaggio per due sembra una rarità a prescindere. Abbondano invece le piscine sul terrazzo privato. Siamo a Roma, no? La città del sole nel paese del sole. E io ho quest’immagine: io che esco dalla piscina sul tetto alle 23.00 del 14 Aprile. Fuori, 10° Celsius. Chissà se nel prezzo della camera è compreso il cameriere che ti scongela con l’asciugacapelli.
Comunque. Dopo un intero pomeriggio di ricerche, siamo riusciti a identificare tre alberghi che combinano un prezzo coerente col budget iniziale e la sospirata vasca idromassaggio. Riusciranno i nostri eroi a prenotare? Lo scopriremo solo vivendo.

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Hair

Ieri sono andata dal parrucchiere. Capisco che, considerata la mia pettinatura, può sembrare una cosa superflua, ma in realtà io vado a farmi rasare dalla parrucchiera, più che altro per via della minifrangetta, che da sola non riesco a farmi. Comunque. C’è stato da aspettare un po’, per cui nell’attesa mi sono sollazzata con Vanity Fair. Mi sono letta in particolare un’intervista a Emma Watson, che per altro, devo dire, mi è sempre stata simpatica a pelle.
Intervista interessante, per carità, ma per una buona fetta stava lì a cercare di dimostrare che la Watson tutto sommato vive male la fama, ed è una tipa malinconica per questo. Punto di forze della tesi era il fatto che la Watson s’è tagliata i capelli. Lo sapete, no, si è fatta un taglio molto corto. Ora, a quanto pare la donna coi capelli corti lascia sempre un po’ interdetti. Intorno al taglio della Watson il gossip s’è scatenato non poco. In genere la domanda tipica è: ma dove hai trovato il coraggio? Ti sei pentita? E perché l’hai fatto?
I capelli di una donna in qualche modo hanno un alto valore simbolico nella nostra società. Tagliarseli sembra debba avere sempre profonde motivazioni psicologiche, tanto più quando si passa dal lungo ad un taglio maschile. Nessuno chiede ad una donna quali profonde motivazioni l’abbiamo spinta a farsi bionda, o a passare dal liscio al riccio, o da un taglio lungo al carré. Ma se taglia i capelli corti, subito è caccia al colpevole.
Ricordo che un po’ di tempo fa lessi un’intervista a Natalie Portman; diceva che quando stava girando V for Vendetta, e per esigenze di copione era rasata a zero, la gente la guardava con sospetto, e notò di essere fermata in aeroporto per controlli più spesso che quando aveva i capelli lunghi.
Ecco, io questa cosa dei capelli corti che sconvolgono non l’ho mai capita del tutto. È capitato che lo chiedessero anche a me, e che restassero stupiti quando rispondevo che semplicemente mi piacevano così.
Ok, la prima volta che li ho tagliati, passando semplicemente dal lungo ad un taglio un po’ più corto, fu in coincidenza con la rottura col mio ragazzo di allora. Era stata una storia piuttosto travagliata – da parte mia, che ero dura di comprendonio e non aveva o capito i messaggi piuttosto chiari che lui mi mandava – e volevo darci un taglio in tutti i sensi, voltare pagina e ricominciare da capo. A lui piacevano i miei capelli, così li tagliai. Ma fu un paio di anni dopo che optai per il taglio che ho adesso, e non ci fu alcuna ragione specifica. Volevo star fresca e comoda, e dissi alla parrucchiera di rasare a 6 mm. Non fu uno shock, non mi pentii, anzi fui ben contenta di averli tagliati. Così contenta che sono dieci anni che ho i capelli così.
Di sicuro è un taglio che ho scelto perché si vede poco in giro. Lo sapete che ho una predilezione per le cose vagamente eccentriche. Ma non l’ho fatto per mandare un messaggio politico, non l’ho fatto per sembrare strana, non l’ho fatto perché ho problemi irrisolti con me stessa. Ok, i problemi irrisolti ce li ho, come tutti, ma i capelli non c’entrano niente. L’ho fatto, e continuo a farlo più o meno una volta ogni due mesi, perché questi capelli esprimono quel che sono. Ho sempre avuto i capelli corti, anche quando li avevo lunghi, e infatti li legavo sempre con una coda. Mi piacciono, dicono tanto di me, esprimono il mio modo di vedermi e vedere la femminilità, persino quel che penso sul mondo. Sono una forma d’espressione, esattamente come i miei racconti, le mie foto. Ma questo non credo valga solo per me, vale per tutti.
Mi diverte essere guardata come una bestia strana solo perché sulla testa ho un vellutino alto 6 mm, ma più spesso mi piacerebbe andarmene in giro inosservata, senza che la gente mi guardi. Mi piacerebbe che al mondo ci fosse più spazio per chi ama qualcosa lontano dal gusto comune, anche se si tratta di una cosa stupida come i capelli. E non mi può non venire in mente una canzone che ho amato dalla prima volta che l’ho sentita, una canzone che tutto sommato esprime quel che penso: vale per me, ma vale per tutti quanti. E spiega perché io, perché tutte noi, un giorno mettiamo mano ai nostri capelli, e la cosa non deve sconvolgere più di tanto. Perché “I’m my hair“.

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Sono prigioniera della Matrice (o, in alternativa, il mondo è tutto un mio trip mentale)

Sì, mi sono data ai titoli Wertmülleriani. Comunque. Questa va raccontata perché merita.
Avete appena finito il vostro pranzo innanzi allo schermo. Caprese e insalata verde. Stanchi, vi trascinate verso il bar per la spremuta d’arancia che conclude degnamente il lauto pasto. Avete freddo, nonostante il poncho di lana, sonno, perché a dire il vero stamattina avreste dormito almeno almeno un’altra ora, e al quarto scalino della scala implorate già per l’ascensore, perché ieri in palestra vi hanno – come si dice a Roma – sdrumato, ossia non c’è una fibra muscolare che non gridi vendetta contro il cielo. Intendiamoci, è cosa buona e giusta, vado in palestra apposta, ma comunque la fibra tutto questo non lo sa, e grida comunque vendetta.
A mezzo delle scale, un pensiero vi fulmina.
Dovrebbero mettere una macchinetta delle aranciate, tipo quella del caffé, sai che fig….
Vi bloccate in cima alle scale. Testa ruotata di 45° a destra, piede destro sul gradino di sopra, quello sinistro su quello di sotto. Fulminati.
Alla vostra destra c’è lei. Sì, lei. Dietro la macchinetta delle merendine. La macchinetta che fa le aranciate. Quella cui stavate pensando. Il vostro desiderio proibito. Quella che neppure sapevate esistesse.
E invece c’è. Nella vostra università. Circa 5 metri sopra e un paio avanti al vostro ufficio.
Ho messo l’euro e cinquanta, ho sorbito il succo, non prima di aver ammirato come sempre il meccanismo che fa cascare l’arancia, la spacca a metà, la spreme e butta le bucce.
Lieta, col mio bicchiere freddo in mano, ho dovuto, DOVUTO condividere la mia gioia con un collega.

P.S.
Capito il titolo?

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