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Il Testamento

Lo sentivo in macchina coi miei, con quella specie di stereo buffo che avevamo nella nostra uno. Era nulla di più di un paio di casse attaccate con un jack al mio walkman rosso. Ed era su cassetta che lo sentivo. Mi sembrava diverso da qualsiasi altra cosa, mi sembrava parlare di regni lontani, di mondi incantati, di re e regine. E non aveva la voce dolce e facile di tanti altri cantanti che sentivo in giro: aveva una voce profonda e cupa, e neppure potente. Ma quando lo sentivo mi affascinava. Forse le sue non erano proprio canzoni per una bambina di dieci anni, ma io le adoravo, e le adoro ancora.
Quando ero bambina, appena partiva l’attacco della Canzone di Marinella, mi veniva subito in mente mio padre, perché lui l’ha sempre amato molto. Adesso mi viene in mente tutto ciò che amo nella mia vita: i miei, certo, ma anche mio marito, col quale l’ho sentito spesso – e mi ricordo ancora la lunga discussione sul Testamento di Tito -, mia figlia, cui vorrei lasciarlo in eredità, come è stato fatto con me.
Il tempo è tiranno, e solo adesso, quasi fuori tempo massimo, trovo il tempo per queste quattro righe: un gennaio di tredici anni fa esatti, moriva Fabrizio De André. Per me, è vivo ancora oggi.

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