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Perché sono una scrittrice sadica e resterò tale

Un po’ di contesto. Come tutti gli anni, in occasione dell’anniversario della Battaglia di Howgwarts la Rowling ha chiesto scusa su Twitter per la morte di uno dei suoi personaggi, Piton, per la cronaca. Io ho colto la palla al balzo per il tweet che incollo qua sotto

Il tweet, che ha avuto un discreto successo, ha aperto una lunga discussione su Facebook, che, se volete, trovate qua.
Visto che questa storia dei personaggi ammazzati sembra interessare i lettori, ho pensato di farci un post per chiarire meglio la mia posizione. Ci saranno spoiler sui miei libri più vecchi.
Partiamo dal fatto che uno, prima di raccontare storie, le fruisce. Io di storie ho praticamente sempre vissuto; me ne hanno raccontate prestissimo, e prestissimo ho iniziato a raccontarne io. E ho capito abbastanza rapidamente una cosa: che io da una storia voglio il coinvolgimento totale. Io voglio entrare nel mondo che mi viene raccontato, e lì dentro viverci per il tempo della lettura, o della visione. Voglio provare quel che provano i personaggi, appassionarmi a loro, vivere le loro vite. E voglio piangere, se la storia lo richiede, o ridere, a seconda dei casi. Ma provare emozioni forti. Voglio una storia che, per il tempo della lettura o della visione, si sostituisca al mio mondo. Credo che una buona storia questo debba fare. Tra l’altro, un po’ di tempo fa lessi che una ricerca di neurologia ha scoperto che leggere una certa cosa attiva i medesimi circuiti neuronali che viverla in prima persona; insomma, le storie fungono da simulazioni per il nostro cervello, che attraverso i personaggi vive, stando al sicuro al di qua della pagina, cose che nella realtà non potrebbe, o non desidererebbe, vivere davvero. È sostanzialmente la spiegazione di una cosa che avevano capito già gli antichi greci, ossia la catarsi. Io vivo su carta o sullo schermo passioni intense, ed esco modificato da quest’esperienza, senza però averne patito davvero le conseguenze: così posso vedere Edipo che uccide il padre e sposa la madre, sentirmi coinvolto dalle sue emozioni, vivere letteralmente con lui questa esperienza, senza però ammazzare nessuno e senza compiere incesto.
Le storie che mi sono rimaste più nel cuore sono spesso quelle più intense, in cui ho provato forti emozioni: ho pianto tutte le mie lacrime guardando Una Tomba per le Lucciole, e, nonostante questi pianti, è il film d’animazione più bello che abbia mai visto. Stessa storia per Il Labirinto del Fauno, sul cui finale in genere mi sciolgo. Ma è meraviglioso proprio per questo, proprio per il suo finale straziante. O, che ne so, l’addio tra Watson e Sherlock alla fine della seconda stagione di Sherlock, o l’ultimo incontro tra Ettore e Andromaca nell’Iliade (che è stato il primo libro che mi ha fatta piangere), o, per restare a cose recenti, il finale senza speranza di Bruciare Tutto, che però è l’unico possibile, e illumina di una luce tetra tutto il resto.
Tutte le mie scelte come scrittrice sono figlie di questi sentimenti che mi hanno segnata da ragazzina e continuano a segnarmi ora. Io voglio questo per il mio lettore: che le mie storie lo colpiscano duro e a fondo, e restino con lui a lungo. Non mi interessa divertirlo per un’ora, e poi via, a fare altro, dimenticando tutto quello che ha letto. No, io voglio fare parte di lui, voglio ossessionarlo mentre legge, e lasciargli qualcosa che non dimenticherà. Che poi io ci riesca, è un altro paio di maniche. Ma è il mio intento.
Per ottenere questa cosa, ovviamente mi abbandono ai trucchi più beceri, che vanno bene fino a quando sono coerenti con le premesse delle mie storie e finché funzionano. Le morti sono picchi emotivi forti, che avvincono il lettore, a patto che siano preparate, e abbiano un senso. Per cui, io non mi faccio scrupoli a uccidere un personaggio, se la storia lo vuole. Succederanno cose che non vi piaceranno, per dire, in Pandora3, ma vi giuro che la storia le esigeva, e non poteva andare altrimenti. “Siamo il prodotto delle nostre storie dei nostri errori”, cantano gli Otto Ohm in Cupo: è vero per le persone, è vero per i personaggi.
In tanti, su Facebook mi hanno detto della morte di Laio. Lo so, è una cosa straziante. Voleva essere straziante. È stata scritta per esserlo. E io mi sentivo come voi quando l’avete letta, quando l’ho scritta; e quando la vedo sul corto di Erica ed Elia la sento con forza, come allora: il dramma, il dolore, l’inevitabilità. E ne sono soddisfatta. Era una cosa che doveva succedere, era giusto che succedesse: a quel punto della storia il viaggio di Nihal e Sennar era un cammino che si avviava verso gli abissi della disperazione. Nihal doveva arrivare alla fine stremata, nuda e sola; e per questo Laio doveva morire. Perché era una rete di protezione, perché era un puro che non poteva sopravvivere nel mondo del Tiranno. E credo di avergli anche dato una morte degna di lui e di ciò che ha significato per la storia, giunta alla fine di un percorso narrativo chiuso. Ha fatto quel che doveva, ha compiuto la sua evoluzione, è uscito di scena al meglio.
Sulla parete del mio studio, alle mie spalle, c’è una carta da parati con scritta la morte di Ido. È una delle poche cose che ho scritto che rileggo sentendomene soddisfatta. Mi piace e mi commuove anche dopo tanti anni, perché è venuta esattamente come volevo. È la giusta conclusione per un personaggio che è stato con me tantissimo, sei libri.
Ora, anche per me scrivere certe cose non è facile. La Saga del Dominio inizia con una scena piuttosto forte, tra le più crude della mia produzione, non tanto per la quantità di sangue, ma per l’impietosità con cui mi sono imposta di scriverla, senza sconti, perché il mondo di Myra è un mondo di gelo e sangue e il lettore ci deve finire catapultato dentro, esattamente come ci finisce catapultata lei. E mi sono sentita anche un po’ a disagio, mentre la scrivevo, ed era giusto così. Scrivere

“Si domanda perché: perché è successo tutto questo, perché a lei? Lei e Fadi non hanno mai fatto del male a nessuno, e quella terra era loro, secondo gli uomini e secondo Ajel, il dio dei Biaswadi. Forse l’unica risposta è proprio questa: aveva tutto, e non doveva. È stata punita perché aveva l’affetto di suo padre e la sicurezza di una casa. Ha peccato perché è stata felice, e la felicità è un lusso pericoloso. Non era per quello che i Primi erano stati spazzati via dalla faccia del mondo?”

non è stato facile, perché è una roba così connessa a ciò che sono, alla mia vita, alle mie paure, che è come farsi una foto nuda e metterla giù sui social. Però ci voleva, e l’ho fatto. Per dirvi che capisco come vi sentite, ma le storie devono essere così, altrimenti tanto vale fare altro, invece che leggere.
Comunque, sto divagando. Una morte ha senso se è preparata, dicevo: ammazzare una guardia che passa un minuto nella storia non è lo stesso che ammazzare un personaggio che ha un arco narrativo di sei libri. È ovvio che se vuoi colpire il lettore, devi dargli ragioni di interessarsi al personaggio che morirà. Inoltre, la morte deve avere un senso narrativo. La storia lo vuole.
Qualche anno fa venne chiesto a me e Sandrone Dazieri di scrivere il trattamento (la storia, sostanzialmente) di una serie televisiva. Ci mettemmo al lavoro, buttammo giù il tutto, ma qualcosa non tornava. Mancava un pezzo, la storia non scorreva come avrebbe dovuto. E poi ho capito: un personaggio, che arrivava fino alla fine, doveva morire. Era scritto nel suo DNA, nel modo in cui l’avevamo costruito, nelle cose che faceva. Doveva morire. E infatti, una volta che l’abbiamo ucciso, la storia ha iniziato a filare come un treno.
E veniamo al casus belli. Nihal. Io non chiedo scusa per la morte di nessun personaggio. Tutte quelle morti sono servite a darvi storie migliori: sono avvenute là dove dovevano, e come dovevano svolgersi, anche quelle che vi hanno fatti incazzare di più. Il fatto stesso che vi abbiano fatti incazzare per me significa che ho fatto un buon lavoro. Nihal no. Nihal non muore perché ci sia una ragione narrativa; la storia, semmai, voleva che morisse alla fine delle Cronache, ma io all’epoca ero una giovane Padawan, e mi faceva tristezza lasciare Sennar da solo, così il libro finisce come voi tutti sapete. Sopravvissuta alle Cronache, per morire avrebbe avuto bisogno di un’altra storia. Invece è successa una cosa; mentre scrivevo le Guerre, un po’ tutti volevano che continuassi a parlare di Nihal. Ma io non potevo. Nella mia testa Nihal aveva detto tutto quello che doveva, e avevo voglia di raccontare altri personaggi. Nella mia scrittura i mondi sopravvivono, mentre i personaggi raramente superano le saghe, e se lo fanno è in ruoli tutto sommato minori, non da protagonisti. Ma tutti mi chiedevano di Nihal. Ho iniziato a sentirla come una presenza così ingombrante che ho deciso di farla morire. Fuori scena, senza troppe spiegazioni. Io avevo bisogno di andare avanti, e lei me lo impediva.
Ecco. Non c’era alcuna ragione narrativa per cui Nihal dovesse morire. Non c’era una storia che esigeva la sua morte, e se ci fosse stata, non era comunque quella che stavo raccontando. È stata una cosa gratuita, che non è servita a niente. Vedi alla voce del vocabolario morte inutile.
Di quanto questa cosa fosse malnata me ne sono accorta quando ho scritto Le Storie Perdute; erano passati degli anni e mi sentivo pronta a riprenderla in mano senza patemi d’animo, svincolata ormai dal suo dominio su di me. E ho dovuto raccontare di nuovo la sua morte. Una tragedia. Avendola sempre fatta raccontare da altri, era come quelle cose lì che mi scrivo in scaletta quando progetto un libro, e poi quando inizio davvero a scriverle mi accorgo che non tornano: i personaggi non possono essere in quel luogo in quel momento, sì, ma quello non può fare questo perché la motivazione non è abbastanza forte…robe così. Non mi tornava. Mi ha fatta incazzare così tanto che adesso neppure ricordo quale fosse il problema (i problemi li dimentico sempre, una volta risolti, così, la volta successiva, devo sempre ricominciare da capo…), ma c’erano delle cose che non tornavano sulla sua scelta di morire per Sennar e Tarik. Dovetti fare i salti mortali per rendere plausibile un sacrificio del genere, e farlo sembrare una cosa naturale. È l’unica morte di cui mi pento, perché non vi ho fatto un buon servizio, facendola avvenire così. A volte nelle interviste mi chiedono se, come scrittrice per ragazzi, sento la responsabilità di scrivere per un pubblico giovane: l’unica responsabilità che sento è scrivere cose che voglio e devo scrivere, e farlo bene, in modo da darvi una buona storia. Il resto è superfluo.
Ecco, tutto qua. Spero di avervi un po’ chiarito come funziona la mia testa. Specifico che è il mio modo di vedere le storie; come scrittrice sono un tipo piuttosto solitario, e confesso che non ho mai parlato di queste cose coi colleghi, i pochi che conosco. Sono sicura che altri la penseranno in un modo diverso. Ma io faccio scrittura pop, ambisco a fare scrittura pop, e questo è il mio modo di intendere un buon racconto.

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Un anno

Per molto tempo ho pensato che il luogo in cui si vive conti poco. Che quel che sei te lo tiri dietro ovunque tu vada, e quindi qui o là non fa grande differenza. Per tanto tempo ho pensato contasse solo quel che avevo dentro, e che tutto dovesse essere letto alla luce della mia interiorità. Il mondo esterno era solo un riverbero di quello interno.
E poi sono venuta a vivere qua.
Ci ho messo due anni a trovare questo angolino, e all’inizio neppure mi convinceva del tutto, dopo mille case viste e mille buchi nell’acqua. E le aspettative, quando ho traslocato, erano altissime, così alte che ero assolutamente convinta che sarebbero state tradite.
Avevo paura di cambiare radicalmente, di vivere in un posto così diverso dalla mia città natale, persino paura del vulcano e dei terremoti, a un certo punto, e di mille altre cose.
E poi, niente, è iniziata la nostra vita quassù, e più il tempo passa e più penso che decidere di lasciare Roma e venire qua sia stata la decisione migliore che potessimo prendere.
Non è vero che non conta dove vivi. Perché è importante anche avere un po’ di bellezza intorno, e avere un bosco a cinque minuti da casa, dove raccogliere le castagne, o gli asparagi, o andare semplicemente a fare una passeggiata in solitudine. È importante scoprire l’alternarsi delle stagioni ogni mattina, aprendo la finestra e guardando verso Monte Cavo. È importante vivere in un posto cui hai voglia di tornare, sempre, indipendente da dove tu sia andato, una tana da poter chiamare casa davvero.
Qui ai Castelli Romani ho ritrovato il mio tempo, ho scoperto un posto pieno di storia e di bellezza, che non mi sottrae qualcosa, come faceva Roma su base quotidiana, ma aggiunge sempre qualcosa alla mia giornata, fosse solo il cambiamento del bosco, quando torno su dalla città valicando il Tuscolo, o il modo in cui il cuore mi si apre, quando, superata la vetta, vedo la caldera, con Monte Cavo e Rocca di Papa che mi guardano da un lato, e il mare, distante, dall’altro.
Non sento ancora di appartenere a questi luoghi; non sono una da appartenenza, mi sono sempre sentita straniera ovunque, per natura, per storia, probabilmente. Ma questi luoghi di certo appartengono a me, e ogni giorno li amo di più. Per le estati fresche, per il giardino pieno d’insetti strani e nuovi, per le piogge scroscianti e le giornate di sole, per i tramonti e i cieli notturni, per gli animali che di notte incrociano la mia strada, per gli odori che riempiono l’aria. Per questa casa fresca, in cui ho scavato la mia tana, il mio studio che amo tanto, per quel po’ di tranquillità che anche il mio spirito perennemente inquieto qui riesce a trovare.
È stata una lunga strada, quella che ha portato me e i Castelli Romani a trovarci, infine, ma ne ha valsa la pena.
A tanti, tantissimi di altri anni come questo.

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Il mio posto

Da ragazzina andai ad Amalfi. Mi piacque moltissimo, ma la prima cosa che notai era che tutto là sembrava ridursi alla scogliera e al mare. Non c’era altro che potessi vedere, se non l’orizzonte sul Tirreno e la montagna dietro di te. Il resto del mondo avrebbe potuto benissimo non esistere. Pensai che fosse bellissimo, ma mi diede anche un certo senso di claustrofobia. Mancava un punto di fuga, e pensai che non avrei mai potuto vivere in un posto così. Quasi venti anni dopo, in un posto quasi così ci vivo eccome.
Dalla mia nuova casa non si vede Roma. La vista della Capitale è una delle cose più ambite ai Castelli, ma a me non manca particolarmente. C’è un punto particolare, quando si sale da Roma ai Castelli, indipendentemente dalla strada che si prende, in cui valichi il cerchio di monti che delimita i crateri di questo antico vulcano, e d’improvviso sai che sei dentro. Tutto quello che esula dal grande cerchio formatosi 360 000 anni fa smette di esistere. La prospettiva si riduce all’anello di monti, alla valle ivi racchiusa, al Tuscolo e a Monte Cavo.
La mattina apro la finestra, e sono scorci di questo cerchio che vedo. L’aria spesso è frizzante, e per una volta il fatto che ci sia il sole non mi dà fastidio. Quando vado al mercato, Monte Cavo si staglia piano davanti a me: il monte di Giove Laziale, sacro ai romani e a chissà quanti altri prima di loro, uno degli ultimi crateri del Vulcano Laziale a essere stati attivi. E tutto sembra ridursi a questo cono sventrato, e poi ricostruito, e ancora sventrato, nella complessa storia geologica di questo luogo.
Qualche giorno fa ci siamo svegliati con un forte temporale. I tuoni riempivano la valle, la pioggia batteva violenta sul tetto. Nel dormiveglia, ho avuto la netta sensazione che fuori dalle mura di casa non ci fosse nulla. E non avevo paura. Piuttosto, ero contenta. Nessun senso di claustrofobia, nessun desiderio di fuga: ero in utero morbido, un uovo che mi proteggeva e scaldava mentre fuori la natura si scatenava.
Forse è perché d’improvviso mi sembra di trovarmi esattamente dove dovrei essere. È una sensazione che non provavo da dieci anni, dai tre mesi incredibili a Monaco di Baviera, la mia patria spirituale. Non credevo avrei mai trovato un posto in cui potessi sentirmi a casa come lì. E ora, quasi dieci anni esatti dopo, a una decina di chilometri dalla città nella quale sono rimasta bloccata per trentanquattro anni, scopro un luogo cui sento di poter appartenere, in cui mi sento a posto. Sono sempre stata convinta che a se stessi non si sfugge, e che il luogo in cui si vive conta alla fine poco. Scopro che non è vero, che guardare dalla finestra uno scorcio di colline e boschi, di piccoli borghi e laghi vulcanici la differenza la fa. E ho paura. Perché la soddisfazione non ha mai fatto granché parte della mia vita. Sono tipo da emozioni improvvise, nel bene e nel male, e adesso scopro la quiete calma di vivere in un luogo che si ama. Non ci sono abituata. Sono stata così tanti anni senza bellezza fuori dalle mura di casa mia da essermi assuefatta a vivere in posti che in fin dei conti non amo. Sì, mi manca la mia vecchia casa, per quel che ci ho vissuto dentro, così come mi mancano tutte le tane della mia vita. Ma qui è diverso. Qui è il mio posto.
Mi chiedo se sia solo un’innamoramento passeggero, se mi stancherò delle colazioni in giardino, delle nuvole che scendono sui crinali di Monte Cavo, delle mucche che pascolano la sera o delle notti al telescopio in giardino. Ma d’improvviso non ha più molta importanza. Conta che io sia qui e ora, là dove avrei dovuto essere molto, molto tempo fa.

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L’unico Noi possibile

Avete mai fatto caso che, quando pensiamo a noi stessi in relazione a quel che ci accade, siamo sempre gli eroi della nostra personale storia? Siamo sempre i buoni: noi ad essere traditi, e mai a tradire, noi ad aver ragione, e mai torto, noi a essere nel giusto.
Probabilmente uno psicologo o un antropologo saprebbero dare una spiegazione chiara di questo fatto, ci saranno dietro ragioni evolutive, e del resto già il buon senso ci dice che per sopravvivere nel mondo ci vuole quel minimo di sicurezza in se stessi che ci permetta di andare avanti e reagire prontamente agli stimoli che ciò che abbiamo intorno ci invia. Tutto sommato, non c’è niente di male a pensarci così.
Solo che spesso questo pensiero si trasforma in granitica certezza che ci impedisce di metterci nella testa degli altri, e, fatalmente, la nostra verità entra in rotta di collisione con quella altrui.
Mi ci ha fatto riflettere la prima volta Il Desiderio di Essere Come Tutti di Piccolo, premio Strega di quest’anno. L’intero discorso pubblico italiano è dominato dalla contrapposizione “noi buoni” vs “loro cattivi”. Noi che siamo la parte sana del paese, noi che non abbiamo mai votato Berlusconi, noi onesti, saggi, progressisti e di sinistra. Contrapposti ovviamente ai bifolchi che non capiscono, che si fanno solo gli affari loro, e via così. Da quando ho letto quel libro, vedo riproporsi questa dinamica a tutti i livelli, dalla famiglia, al gruppo di amici, al mondo. Va molto, da dieci anni a questa parte, la contrapposizione noi buoni e democratici contro loro cattivi e fondamentalisti. E infatti, dopo gli avvenimenti degli ultimi giorni, era tutto un chiedere ai musulmani moderati di esplicitare la loro appartenenza al gruppo dei buoni. E ieri c’erano due milioni di buoni in piazza, ed eravamo tutti contenti e compiaciuti della nostra democraticità, della sobrietà della nostra risposta davanti al terrorismo. Tutto bello, tutto buono, poi stamane ho visto quest’articolo con un’infografica che mi ha ricordato una cosa che dovremmo aver tutti presente, ogni giorno e in ogni momento: che il mondo è un posto complicato, che la società e persino il singolo uomo lo sono, e non è possibile fare semplificazioni che non si perdano dietro pezzi di verità.
Si parla molto in questi giorni di libertà, di rispetto, di quanto e come le religioni, o l’atto stesso di credere, siano intrinsecamente cattive o meno. Io, per una di quelle coincidenze miracolose che la sorte ci regala spesso, sto facendo la mia rilettura annuale de Il Nome della Rosa, che al proposito cade proprio a fagiolo. E verso la fine c’è una frase che amo molto, che credo sia la chiave della convivenza su questo pianeta così piccolo per contenere sette miliardi di verità. La pronuncia Guglielmo, riflettendo sui terribili fatti dell’abbazia.

Forse il compito di chi ama gli uomini è di far ridere della verità, far ridere la verità, perché l’unica verità è imparare a liberarci dalla passione insana per la verità.

Ognuno di noi compie atti di fede ogni giorno. Lo fa perché la complessità del reale è tale che muoversi solo in base ai dati di fatto accertati risulta impossibile. Ognuno di noi costruisce nella sua testa una mappa del mondo, che è, e resta, null’altro che una rappresentazione approssimata. L’importante è esserne consapevoli: sapere che quel che crediamo non è La Verità, ma ciò che crediamo qui e ora, in questo momento specifico della nostra vita, e che la sua validità tale è: dura un attimo, e solo per noi. Domani, già potrebbe essere altrimenti. Se si è consapevoli di ciò, di questo salto nel buio che compiamo su base quotidiana, automaticamente capiremo che il mondo è vasto a sufficienza per contenere le verità di tutti. Quel che credo io potrebbe non essere vero, potrebbe esserlo quel che crede il mio vicino di casa, chissà. Devo accettare il rischio, vivere è questo.
Ecco, io credo che questa sia la base della tolleranza. Accettare la multiforme varietà del mondo e delle menti che lo abitano, avere l’umilità di non credersi sempre nella ragione, ma riuscire a concepire che non esiste Il Vero, e non innamorarsi mai di ciò in cui si crede, non farne un feticcio intorno al quale costruire l’impalcatura del nostro essere. Per essere più chiara: non sto dicendo che non dobbiamo credere in qualcosa, non sto dicendo che non esistano idee aberranti, alle quali non vogliamo sottometterci a nessun costo, né che le comunità, nel loro complesso, non debbano darsi regole e un’etica condivisa. Solo, dobbiamo renderci conto che l’assoluto è solo un’idea, che ci serve da molla per andare avanti, e che la verità probabilmente esiste solo nelle nostre teste, migliaia di verità l’una diversa dall’altra. Io non mi sento sminuita da ciò in cui crede chi mi sta accanto. Ci vedo sempre un riflesso di quel che credo io, perché, in fin dei conti, siamo pur sempre tutti esseri umani. Ecco, forse questo è l’unico noi che vale.

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La Cultura ci dovrebbe ringraziare

Ho detto spesso che, secondo me, la divisione tra Cultura e cultura, con conseguente spregio della prima nei confronti della seconda, ha fatto molti danni in questo paese. Non sto dicendo che non esista una cultura pop e un’altra che si ponga obiettivi differenti dall’intrattenere un pubblico (o che fornisca un intrattenimento di tipo differente): ovvio che ci sia. Trovo però molto più artificioso e dannoso considerare monnezza a prescindere tutto ciò che è pop, bollando chi usufruisce di questo tipo di cultura come un rozzo ignorante.
La mia riflessione parte da due fatti. Il primo è che Lucca Comics & Games, che è la celebrazione del pop in tutte le sue forme, in termini di presenze fa numeri più alti del Festivaletteratura di Mantova. Attenzione, non sto dando un giudizio di merito sulle due manifestazioni, che per altro fanno mestieri diversi (almeno fino ad un certo punto; per dire, io sono stata invitata ad entrambe). Dico solo che una fiera del fumetto, nel disinteresse più o meno generalizzato dei media generalisti, che se ne parlano è solo per far commenti banali sui cospalyer fuori di testa, è il più grande evento culturale di questo paese, probabilmente d’Europa.
La seconda è che, discutendo con due mie fan straniere, mi hanno detto che il giorno seguente sarebbero andare a Firenze per vedere la città. Tra le altre cose, avevano maturato un interesse per i suoi monumenti anche grazie ad Assassin Creed. Non è la prima volta che sento qualcuno interessarsi alla Cultura con la C grande dopo aver avuto contatti con la cultura, quella “de noantri”. Gira molto su FB un meme in cui si dice proprio che Assassin Creed ha fatto avvicinare alla storia più gente di quanta non ne abbia fatto la scuola. Io stessa ho approfondito la figura storica di Maria Antonietta dopo aver letto e visto Lady Oscar, e mi sento sempre stimolata da opere di fantasia con ambientazione storica (anche quelle più fantasiose, tipo Da Vinci’s Demons).
Ecco. La cultura popolare, come dice la parola, esprime lo spirito di un popolo. Coglie lo spirito dei tempi, ci dice cose sulla reale natura di una civiltà, su cosa ama, su cosa odia, su cosa lo ossessiona. Non è meglio o peggio della Letteratura, del Grande Cinema, della Musica. Fa un lavoro diverso, e, spesso, è l’unica forma espressiva di tante persone. Sputarci sopra, rubricandola a roba vile da incolti, significa sputare sopra al sentire di un’ampia fetta di popolazione che in quei consumi culturali ritrova se stessa. Pensateci, tra parentesi, ogni volta che condividete l’ennesimo articolo “o tempora, o mores!” sulle vendite incredibili di Fabio Volo o sulle ragazzine urlanti per gli One Direction.
Inoltre, Cultura e cultura non vivono in compartimenti stagni; c’è un continuo flusso dall’una all’altra, e anzi spesso la cultura funziona come testa di ponte verso la Cultura. Recentemente, per esempio, giravano quelle liste dei dieci libri della vita su FB. In tante, come è ovvio che sia visto chi sono i miei amici, c’erano i miei libri, tranquillamente preceduti o seguiti da Grandi Classici o libri con patente di letterarietà. D’altronde, anche l’intellettuale più duro e puro si sarà visto una volta un film di Fantozzi, per dire…
Credo che bollare il pop come robaccia significhi non solo perdersi un quantitativo di belle storie che levati, ma anche creare un’insormontabile barriera che impedisce alla gente di accedere più agevolmente alla Cultura. È sempre più spesso un noi e loro, noi che ci vediamo i film polacchi coi sottotitoli in curdo, e loro che si bevono l’ennesimo colossal senza cervello, noi che leggiamo Licia Troisi, e loro che solo libri di editori minori e con massimo dieci lettori. Ecco, no. Se la cultura sta messa come sta messa nel nostro paese è anche perché i Letterati, i Cineasti e i Musicisti si sono chiusi (o spesso ci sono stati infilati dalla critica) nella torre d’avorio, e cantarsela e suonarsela tra loro, quando le loro opere meriterebbero ben altra diffusione. Io ci credo che il basso conduca all’alto, e che dall’alto si possa scendere in basso senza sporcarsi ma anzi arricchendosi. Io ci credo che ogni espressione culturale abbia una sua dignità e un suo valore. In sintesi, credo nel rispetto dell’immaginario altrui, e sulle conseguenze che questo rispetto ha sulla società tutta. Pensateci.

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È stato già detto tutto

Spesso sento Radio2, e c’è questa rubrica, all’interno del programma SuperMax, che si intitola proprio così, È stato già detto tutto. Il titolo mi è venuto in mente stamattina, quando ho aperto i social network sulla notizia che immagino sia giunta già a tutti voi: la morte di Robin Williams.
È universalmente noto che “quando muore uno famoso” (Zerocalcare cit.) il web dà più o meno il peggio di sé. A me la dinamica classica è arrivata addosso stile tsunami, investendomi in dieci minuti netti con tutte le reazioni possibili della rete quando si commenta una notizia del genere.
Il cordoglio, lo stupore, quindi la frase sdolcinata (“insegna agli angeli a…”). Poi la reazioni: il cinismo, la battuta fuori luogo, e l’immancabile “Ogni giorno muoiono un sacco di cani/gatti/bambini/inserireminoranzaepiacere e non gliene frega niente a nessuno”. In sequenza, lo sdegno per il cinismo, lo sdegno per il commento sdolcinato, quindi il flame.
E lì ho capito che, appunto, era stato detto tutto. Chiunque si inserisse nella discussione a quel punto non poteva che finire catalogato in una di quelle dinamiche che ho su esposto, senza possibilità di produrre una voce altra, di esprimere una forma di cordoglio diversa. L’unica alternativa, tacere. Che è poi quello che ho fatto fin più o meno a metà mattina (eh sì che ero dispiaciuta, c’ero rimasta male…), quando poi mi sono distratta e ho postato sull’argomento.
E quindi niente. Ho capito d’improvviso che internet non c’ha dato libertà di parola, tutt’altro. Ha aumentato a dismisura il rumore di fondo, mostrando a noi stessi la banalità montante del 99% dei commenti che facciamo riguardo all’argomento X. Ha infilato la nostra frase smart e commovente in un mare di altre frasi smart e commoventi identiche, togliendole qualsiasi significato. È che tutti parlano, e quindi è come se non parlasse nessuno. Ogni parola perde di senso quando affonda nel rumore bianco. Alla fine non conta neppure più per cosa quella parola è stata spesa, perché ogni sentimento, ogni discussione, in rete poi finisce per scatenare un flame di qualche genere, per polarizzare il pubblico: di qua con quelli degli angeli, di là con quelli che “ma era un tossico”.
So che la riflessione apparirà vagamente fascista. Non è che stia invocando la censura, o lamentando l’ampia libertà di parola che vige sulla rete. È solo che forse ogni tanto occorrerebbe riflettere su quel che si dice, prima di dirlo. Altrimenti il senso si perde. Se vogliamo che questo mare di informazioni abbia un significato, che ne esca, come un distillato di un succo pregiato, qualcosa che valga la pena conservare, o anche solo leggere, occorrerebbe ripensare la nostra presenza online, e smetterla di seguire il riflesso pavloviano del commento in libertà. Che anch’io pratico, eh? Non è che voglia tirarmi fuori dal mucchio. Infatti non mi sono sottratta al social-epitaffio. Però tutta questa quantità mi spaventa. È che non riesco neppure più a capire come si colga la qualità. Ma forse sono io ad essere inutilmente idiosincratica con la rete, e la guardo sempre da un punto di vista preconcetto.

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Monaco: una dichiarazione d’amore

Dieci giorni fa, il mio viaggio verso Breslavia mi ha condotta per un’ora a Monaco. Già solo l’idea mi smuoveva qualcosa dentro. Ma quando ho visto la città dal cielo, nella lenta discesa verso l’aeroporto, ho improvvisamente capito quanto mi mancasse, quanto ancora faccia parte di me.
All’aeroporto ho avuto solo il tempo di prendermi un bretzel, mentre, seduta davanti al gate del mio volo per la Polonia, consideravo che i capelli blu te li guardano anche in Germania, nella mia esperienza un po’ più aperta all’eccentricità dell’Italia, ma in quell’ora ho maturato la convizione che era ora di tornare, di immergermi di nuovo nell’atmosfera della città che più amo al mondo.
Forse non tutti voi lo sanno, ma Monaco è l’unica città nella quale abbia vissuto oltre a Roma. I lettori di vecchia data forse lo ricorderanno, perché tenni un blog (ormai temo perduto con Splinder) su quell’esperienza, ma ho vissuto per lavoro a Monaco nell’inverno del 2005, ormai quasi dieci anni fa. Fu un’esperienza straordinaria, sia perché era la prima volta che vivevo lontana dai miei, sia perché lì con me, per la nostra prima convivenza, c’era Giuliano. Forse furono le condizioni particolari in cui ci vissi, o forse no, ma di Monaco sono innamorata. Rappresenta tutto ciò che amo in una città, la sento come la mia patria d’elezione, il posto in cui mi piacerebbe essere nata.
Monaco è un posto che non mi riesce di comprendere del tutto. Pur essendo una bellissima città, ce ne sono indubbiamente di più belle, compresa ovviamente la mia città natale. Ma ha qualcosa di particolare che la rende unica, che la fa amare. Mi piace arrivare a Marienplatz, ogni volta che vado, e studiarne il profilo gotico. Mi piace andarmi a bere una birra in uno dei locali della città, e mangiarmi quelle salsicce così diverse dalle nostre. Mi piace aspirarne il profumo, un profumo caratteristico che non saprei descrivere, che a volte colgo nei posti più distanti dalla Baviera, e mi fa subito pensare a lei. Mi piace passeggiare per l’Englischer Garten, o anche solo prendere la metro. Mi piace guardarla dalla stanza d’albergo, sempre la stessa da un po’ di anni, perché ci ricorda il piccolo appartamento in cui vivevamo, o immergermi tra le strade, straniera tra stranieri.
Non capita solo a me. Chiunque conosca che ci ha vissuto ne ha un ricordo dolce. Lascia qualcosa dentro, che poi non va più via. Una mia amica, qualche giorno fa, ha detto di volerci ritornare perché le manca. E ricordo altre persone che ci hanno vissuto parlare come di un posto fantastico, in cui la gente, per strada, sorride. Ed è vero. La gente sorride. Per un romano, costretto a una vita che è uno slalom continuo tra complicazioni di affari semplici, è qualcosa di straordinario.
Io non so quale sia il segreto di Monaco. Non so cos’abbia nell’aria che la rende quella città speciale che è. So che il mio tempo sta scadendo, che presto sentirò la sua mancanza nella carne, come un bisogno fisico, e allora di nuovo prenderò l’aereo, o salirò in macchina, e arriverò fin lassù, nel cuore della Baviera. Perché è bello avere una patria d’elezione, un luogo in cui forse non si vivrà mai, ma che c’è, esiste, a qualche centinaia di chilometri da casa tua, e nel quale, quando vuoi a puoi, rifugiarsi.

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Insieme

Già troppi anni fa ero incinta, e questo posto si riempì di riflessioni di vario genere sulla gravidanza e il diventare madre. Una delle prime osservazioni che feci fu che diventare genitori significava soprattutto non essere mai più soli. È molto vero per una donna incinta, perché per nove mesi fisicamente non si è mai soli, ma ha scoperto che vale anche dopo.
Raramente mi capita di fare viaggi di lavoro da sola. In quel caso sono sempre agitata da opposti sentimenti: da una parte l’esaltazione per la solitudine e l’idea di doversela cavare da soli, magari in un paese straniero, dall’altra il timore di non riuscirci e la nostalgia per la famiglia. Ma, soprattutto, c’è la sensazione dell’essere soli con se stessi, del dover rispondere solo a sé quando e se le cose vanno male.
La sensazione in qualche modo dovrebbe acuirsi quando vado in giro da sola con Irene. In fin dei conti, se il problema è cavarsela da soli – non ho mai avuto gran fiducia nella mia capacità di essere autonoma – con Irene il problema dovrebbe essere doppio, visto che non rispondo solo di me ma anche di lei. E invece ho scoperto che non è così. La presenza di Irene in qualche modo mi rassicura. Non mi sento mai sola o sperduta quando c’è lei. Siamo insieme e per questo solo fatto mi sembra che tutto non possa che andare bene.
Quando torno a casa la sera in macchina sono sempre un po’ agitata. Non mi piace guidare col buio, non mi fido del mio senso dell’orientamento, e non vedo l’ora di arrivare. Non così ieri sera. Irene dormiva placida sul sedile posteriore, avevamo trascorso una bellissima giornata al mare, e io ero tranquilla. E anche per tutto il pomeriggio, mentre sguazzavmo in acqua, sentivo una sensazione di sicurezza crescermi dentro. Le donne di famiglia stavano facendo una cosa assieme e si stavano divertendo.
È una cosa difficile da spiegare, questa, probabilmente anche illogica. Ma l’essere genitori risveglia risorse che neppure si credeva di possedere, e ci lascia migliori di come ci ha trovati, anche solo di un po’.

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No, l’estate no

Ogni volta che faccio presente che a me l’estate non piace e che preferisco l’inverno, in genere devo sorbirmi sguardi sconcertati e vagamente venati di riprovazione, e osservazioni sull’essere funebre e depressa. Il fatto invece è semplicissimo: io credo esistano persone che vivono bene col freddo, e persone che vivono bene col caldo. Il mio corpo, sopra i 25 gradi, tenta semplicemente l’autodistruzione.
Innanzitutto, l’ora legale. Che io odio. Odio a livello fisico. Mi scombussola, mi mette addosso una specie di ansia. Da bambina mi dava sempre un sacco di fastidio. Poi, niente, uno cresce e impara un po’ a farci i conti, ma continuo a trovare innaturale che ci debba essere luce fino alle 21.00. Ma perché? Tra l’altro, ho scoperto che c’è anche una specie di causa fisica precisa per questa cosa, connessa al cortisolo e ai ritmi circadiani.
Secondo, il caldo mi uccide. Sto fisicamente male col caldo. Mi mancano le energie, mi manca la voglia di fare qualsiasi cosa. Per altro, il caldo di Roma è una cosa devastante e infinita, che attacca a inizio giugno (a volte anche a maggio) e stacca a fine ottobre. Cinque mesi interminabili in cui devo fare i conti con questa mancanza totale di energie.
Ma, dice l’amante del caldo, il sole, il mare, il bel tempo…bisogna avere le energie per godersi questa roba, e io non ce le ho. Né la mia testa né il mio corpo funzionano bene col caldo. E per altro, trovo francamente noioso tutto questo sole. Ricordo con quale piacere mi godevo le giornate belle a Monaco, quando c’era il sole un giorno su dieci, e allora sì che era una festa. A Roma c’è il sole nove giorni su dieci: dov’è la novità o il piacere?
Quand’ero bambina potevo sopportare tutta questa roba perché, ehi, d’estate c’erano le vacanze estive, niente scuola e un sacco di avventure. Ogni anno succedeva qualcosa di nuovo, io ero cambiata e quindi anche il mondo mi sembrava diverso, e sentivo un certo senso di libertà che sperimentavo solo in quel periodo. Ma adesso quest’attrattiva è scomparsa, ed è rimasta solo la fiacca, il corpo che non funziona e la testa che ingrana sempre più difficilmente. Ormai l’unica cosa che mi fa tirare avanti sono le vacanze al mare, e i vestiti leggeri. E basta. Il resto, sofferenza.
Io vi capisco, voi che col freddo state male. Vi capisco e non vi biasimo. Allora capite anche voi me, se vorrei essere ibernata a maggio e scongelata a ottobre.

P.S.
Qualche informazione sulla mia partecipazione a Autori Sotto la Torre: sarò a Forlì il 10 luglio, ore 21.45, in Corso della Repubblica 146. Ci vediamo!

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Quindici anni

1998, credo. Roma, estate.
Sono in giro con due mie amiche al centro. Ho una gonna di lino beige lunga al polpaccio e l’adorata canottiera nera coi brillantini che ho ancora (sì, ho dei vestiti feticcio). Non sono ancora rasata, ho i capelli più o meno a caschetto. Non so quanto peso, ho già smesso di usare la bilancia da un po’.
Sono ragionevolmente rilassata e contenta, è estate e sono in giro con le amiche, va tutto bene.
Ad un certo punto, un tizio poco più grande di me, in macchina, accosta, tira giù il finestrino, e mi fa: “Ahò, lo zoo e da quella parte”. Ride e sgomma via.

2014. Roma, estate.
Sono di ritorno da una presentazione, e sono in compagnia di amici. Ho i capelli rasati blu, un camicetta nera a dire il vero un po’ invereconda sulla scollatura e una minigonna nera. Ho i tacchi nonostante i sanpietrini, e le ghette di pizzo nero al polpaccio che ho preso dall’Inghilterra (siccome le adoro, pubblicità: le trovate qua). Siamo in una gelateria. Dopo una serie di scherzi col gelataio, in cui io prometto che la prossima volta comprerò il gelato lì (stavolta non l’ho preso per le solite pippe sul peso) e gli dico che mi riconoscerà dal capello, lui butta là che mi riconoscerà per altro che non sia il blu sulla testa, anche se è sposato e padre di famiglia. Esco dalla gelateria e morta là.

Non so esattamente perché vi racconti questa cosa. Un po’ è di sicuro la rivincita delle cozze: non sono mai stata bella, non credo di esserlo neppure ora, ma a quanto pare a diciotto anni ero un cesso e a trentatré mi fanno i complimenti. Ma soprattutto è che in questi quindici anni che separano i due eventi ho capito una cosa, una cosa che credo mi sarebbe stata utile capire quando ero ancora una ragazzina: che bello, brutto sono parole un po’ senza senso. Si può passare dall’una all’altra in un battito di ciglia. A parte il peso, che è l’unica reale differenza tra le me stessa del 1998 (ma ancora non pesavo 68 kg, comunque, non credo avessi addosso più di un sei chili più di ora), non sono cambiata da allora. È cambiato tutto il contorno. È cambiato che ad un certo punto della mia vita ho deciso di assomigliare più all’immagine mentale che avevo di me stessa. È cambiato che volevo star bene nella mia carne, che non avevo più intenzione di vergognarmi a mettermi una maglietta attillata, che volevo essere come mi percepivo nella mia testa. E questo è bastato a far di me, agli occhi degli altri, una persona diversa. L’ho già detto, ho trentatré anni e finalmente ho un avatar di cui non mi vergogno, e in cui mi ritrovo perfettamente. E questo credo si percepisca. Non ho più problemi a truccarmi, anzi, ne ho fatto un’ulteriore espressione di creatività (non avete idea di quanta roba cerchi di sperimentare con ombretti et similia), non ho problemi a mettermi una gonna corta, o ad andare in giro coi capelli blu, o con le ghette. Sono io, e non ne ho vergogna. Ed è questa sicurezza che mi rende forse più interessante.
Per il resto, intendiamoci, l’aspetto fisico non mi ha mai né ostacolata né aiutata. Ho conosciuto mio marito che ero piuttosto pienotta, camminavo curva e vestivo solo con jeans e magliette, e lui s’è innamorato di me per questo. Le tette mi hanno persino ostacolata in un esame, con una professoressa che era gentile coi ragazzi e un po’ più acidella con le ragazze (ma mi mise comunque 30). Ho sempre puntato su altro, ed è con altro che ho guadagnato quel che ho: la faccia tosta, la fantasia, una certa capacità (acquisita, perché da piccola ero un disastro) nei rapporti sociali. Perché allora ad un certo punto ho voluto cambiare il mio aspetto? Per star bene con me stessa, e basta. Per non sentirmi sempre il brutto anatroccolo in mezzo alle mie amiche, che mi scelgo sempre bellissime :P . Per sentirmi bene, ancora, nella mia pelle.
Il senso di questo sproloquio? Se non vi piace qualcosa in voi, cambiatelo. Si può fare. Non vi risolverà la vita, non la cambierà dall’oggi al domani, ma se vi fa sentire a disagio, forse vale la pena di cambiare. Ma fatelo soprattutto per voi. Tanto, se non state bene con voi, conterà poco essere “belli”, qualsiasi cosa significhi. Ci dobbiamo assomigliare, dobbiamo essere come vogliamo, che desideriamo essere grassi, magri, muscolosi o mingherlini, strani o uguali a tutti gli altri. Basta che sia quel che vogliamo. La verità è che la sicurezza in noi stessi è tutto.

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