Archivi tag: deliri

Buche di potenziale – appuntamenti

Ieri sera ho postato su Twitter uno stato che ritenevo tutto sommato abbastanza neutro, ossia questo

“Oggi sono preda di un inarrestabile crollo nella mia autostima di scrittrice. Così, per completare la consueta sinusoide.”

Non mi sembrava nulla di particolarmente originale, anche perché, eoni fa, spiegai come funziona la mia testa, e introdussi la mitica sinusoide, che regola la mia esistenza da quando ne ho memoria. La sinusoide si applica a molteplici aspetti della mia vita. In alcuni campi, con una fatica infinita, sono riuscita a debellarla, ma in altri resta lei la padrona. Il mio lavoro è uno di questi ambiti. Per me è una cosa tutto sommato normale, persino positiva, direi: sentirsi arrivati e soddisfatti significa essere arrivati alla fine del percorso. Se uno ha scritto esattamente quel che voleva, esattamente come lo voleva, è tempo di fare un altro lavoro. L’insoddisfazione è la molla che ci spinge al miglioramento, ad una continua progressione verso qualcosa di più alto, tipicamente irragiungibile. Per chi ha come modello ideale Il Nome della Rosa è ovvio che la ricerca non potrà finire mai, visto che io non ho né le capacità né il talento per produrre qualcosa di simile. Comunque.
La cosa non è stata percepita allo stesso modo dagli altri Twitteri e dai Facebookari, che sono accorsi in massa a consolarmi e a dirmi che no, ma non mi devo abbattare, qualcuno era anche un po’ irritato, secondo me.
E invece io ho sempre pensato che i minimi della sinusoide siano il prezzo da pagare per fare questo lavoro. Tiè, ero persino convinta che fosse una cosa che capita a tutti gli scrittori. Il fatto è che l’arte è tutta animata da un unico paradosso: il tentativo disperato di tirar fuori dalla testa quello che c’è dentro, e cercare di trasporlo su tela, carta o quel che sia nel modo più fedele possibile. Il problema è che le emozioni sono emozioni, e le parole sono parole, e lo scarto tra le due non può essere colmato. E questo senza neppure contare altre variabili assai importanti: il talento e le capacità, di cui ciascuno di noi è fornito in modo del tutto arbitario, e che modulano ovviamente il risultato dei nostri sforzi. Va da sé che quindi per l’autore l’opera perfetta non esiste, o per lo meno non esiste per me.
Il fatto è che per me scrivere è spesso una questione di esaltazione: mentre lo faccio – e quando mi dice bene, ovviamente, non sempre è così – mi sembra di essere preda di un incantesimo. Ho l’illusoria sensazione che ci sia un filo diretto che dalla mia testa finisce sulla pagina, e trasporta le mie ossessione dall’una all’altra nel modo più efficace. È il momento di godimento massimo, quello per il quale scrivo io, paragonabile a quel che si prova quando si legge un libro che ci piace molto. Solo che “post coitum omne animal triste”; l’illusione di pienezza e simbiosi col creato svanisce, tu vai avanti con la tua vita, il tempo di cattura di nuovo, e quelle ossessioni che ti hanno spinto a scrivere, proprio perché le hai scritte, se ne vanno. Un giorno ti trovi a rileggere quelle pagine, e d’un tratto non capisci più perché ti erano piaciute tanto. È così.
L’ultima volta mi è capitato con la fine di Nashira 3. Gli ultimi capitoli li ho scritti in trance. Era una cosa che mi stavo scrivendo e riscrivendo in testa da circa un anno, e non vedevo l’ora di metterla giù. Un giorno ho scritto 45000 battute, sembravo posseduta, non riuscivo a fermarmi. A un certo punto avrei voluto rificcarmi in testa tutte quelle parole, solo per poterle riscrivere ancora, e ancora, e ancora. Per un giorno ho creduto di avercela finalmente fatta: di aver scritto quel che volevo, e come lo volevo.
Solo che poi il libro è finito, e io sono affondata “nella disperazione dello scrittore che non scrive”, come diceva la Yourcenar – leggi, sono tre settimane che non racconto niente -, l’ossessione del momento, con una certa difficoltà, devo ammetterlo, si è spenta, e intanto è successa una di quelle piccole cose che preludono al disastro. Si tratta sempre di eventi assolutamente insignificanti: un commento buttato lì con noncalance, una riflessione sul futuro, persino l’offerta di un nuovo lavoro. Ma basta. Nasce il dubbio, che piano si alimenta, e più ci pensi e più si ingradisce, fino a quando tutto viene giù. Di botto. È come quelle persone che allineano le tessere di un domino, a formare complesse geometrie, e quando hanno finito, quando hanno posizionato l’ultimo pezzo, ne buttano giù una. A cascata, crolla tutto. E non è tanto che pensi che tutto quel che hai fatto faccia schifo, no: hai il dubbio che faccia schifo, che è anche peggio. Hai il dubbio di essere peggiorata negli anni, hai il dubbio di non essere riuscita a far la differenza mai, neppure con una singola persona, hai il dubbio di aver avuto la tua opportunità di far qualcosa di grande, ma l’hai sprecata e adesso niente, game over.
Ho riletto quelle pagine di Nashira 3 che mi piacevano tanto. E, intendiamoci, non è che adesso non mi piacciano più. Sono ancora convinta di quel che ho fatto, ma ugualmente le riscriverei tutte. Forse lo farò in editing, chissà. Ma so che questo non le migliorerà. Passato un mese, ne sarò di nuovo insoddisfatta come ora.
Il fatto è che io credo che questi periodi di nero mi servano. È tutto un drammatico equilibrio sull’abisso, perché lo scoramento ti può bloccare – e quante volte l’ha fatto, nella mia vita – ma è anche un pungolo. Io ho bisogno di tutto questo, come il tossico che ha bisogno della sua dose, anche se sa che lo avvicina di un passo di più alla tomba. Sono queste le ossessioni che nutrono la mia continua ricerca, questi i sentimenti che mi spingono ancora e ancora a scrivere, e sì, forse è sempre la stessa storia, ma è così perché io con quela storia non ci ho ancora fatto i conti. Non è come la vorrei, non è come la sento qua, sotto lo sterno. Non sarà mai come la voglio, lo so, ma devo continuare a provare, non posso fare altro, è la mia natura.
In fin dei conti, è uno dei molti prezzi che la vita esige. Tutto costa qualcosa. Quest’avventura mi costa questo, e considerando quanto mi diverta, mi serva scrivere, e le soddisfazioni che mi dà, è un prezzo che pago volentieri. Per cui, non vi preoccupate quando scrivo stati del genere: non cerco attenzione, né sto meditando il ritiro dalle scene. Vi sto solo spiegando come funziona la mia testa. E ora, veniamo alle cose serie :) .
Questo fine settimana sarò a Pietrasanta per Anteprime, il festival nel quale gli scrittori parlano della loro prossima opera. Per me, si tratta di Nashira 3. Nashira 3, l’avrete capito, è un libro cui sono molto legata; lo sento, più degli altri, non so neppure dirvi il perché. Dovrò fare lo slalom tra gli spoiler per parlarvene, perché, come vi ripeto da due anni, Nashira è molto più di quel che si è visto finora, e quel molto viene in parte spiegato da questo libro. Inoltre, succede una cosa importante, forse anche un po’ controversa, via, ma spero vi piacerà. L’appuntamento è il 9 giugno, ore 18.30, al Campo della Rocca.
Il 14 giugno, invece, ore 18.30 presento Francesco Falconi e il suo Muses 2 – La Decima Musa a Roma, alla Libreria Mondadori di Via Tuscolana.
Il 18 giugno, ore 18.00, l’appuntamento è alla Feltrinelli di Largo di Torre Argentina, sempre a Roma, dove presenterò Francesco Gungui e il suo Inferno.
Infine, il 22 e il 23 giugno parteciperò al Cavacon, a Cava dei Tirreni. Tre appuntamenti: il 22, ore 12.30, presso lo Space 1, presenterò la prima Trilogia de La Ragazza Drago, mentre alle 16.00, presso lo stand Mondadori, ci sarà una firma copie. Il 23, invece, ore 11.00, assieme a Barbara Baraldi terrò un workshop sulla scrittura allo Space 1/Sala Teatro.
Come vedete, giugno intenso e tante occasioni di vederci. A presto!

16 Tags: , , ,

Manifesto

Ieri sera guardavo una serie tv, di cui peraltro a breve vi parlerò. E niente, è che a volte, nella mia vita, mi sento veramente a casa, come un pesce nella sua boccia preferita. Mi capita ad esempio a Lucca, in tantissime fiere del fumetto, ieri al Vigamus (a proposito, grazie a tutti quelli che sono venuti!). O quando guardo certe serie tv, come dicevo. E capisco che posso stare a mimetizzarmi tra la gente seria finché voglio, il bicchiere di vino in una mano e il sorriso pronto. Posso lamentarmi di essere presa poco sul serio, o del ghetto nel quale la letteratura fantasy è confinata da un bel po’, e almeno in Italia, resterà confinata a lungo. La verità è che non sono così. La verità è che io vengo da quel mondo eccessivo e outré che ogni anno sfila per la strade di Lucca tra lo sconcerto della gente seria. La verità è che tutto quel che voglio dire non può che passare per storie piene di roba dozzinale come spade, elfi e magia. Che quel che faccio e voglio continuare a fare nella vita è divertire e divertirmi, perché forse non so fare altro, ma forse perché, dannazione, ne abbiamo anche bisogno, persino per essere migliori, figuratevi.
Nessuno si sentirà mai migliore di quel che è, leggendo una mia storia, ma ho passato la fase in cui i libri che leggevo erano uno status symbol, e, vivaddio, è stata una fase breve. Non se ne può parlare ad una cena bene e far bella figura, non li si può portare in giro per darsi un tono. E, lo sapete? Ne sono più che orgogliosa. È quello che voglio, al di là di tutto.
E non è che noi che apprezziamo questa roba siamo dei superificialoni che non capiscono niente o ci facciamo meno domande di chi si nutre di “letteratura alta”, qualsiasi cosa essa sia. Solo ce le facciamo in modo diverso. Un modo che, per inciso, funziona dalla notte dei tempi, e ci ha accompagnati dall’infanzia alla cosiddetta età della ragione.
Non so spiegarvelo per bene neppure io, ma in qualche modo so che mi capite, perché condividiamo lo stesso immaginario, o non mi leggereste. Veniamo tutti da quel posto viscerale e oscuro in cui nascono le favole e le fiabe, che continuano a parlarci dopo secoli proprio perché sono così maledettamente seminali e tremende. Ci serve l’eccesso, il colpo di scena, il cliffhanger, il sangue grandguignolesco e i sentimenti potenti come nei feuilleton da cui discendiamo per linea diretta.
Siamo questo. Mi rendo conto che alla maggior parte della gente, che divide la letteratura in alta e bassa, come se non fosse tutto un unico discorso sull’umanità – in cui per altro il pop non nega né disprezza lo sperimentalismo e viceversa, ma mi rendo conto che in un’epoca di semplificazioni estreme questa è un’idea eretica – facciamo impressione. Ma non ha molta importanza. In fin dei conti, chi non ci capisce si perde qualcosa, non noi, che tutto sommato gli altri li capiamo bene, e sappiamo goderci le loro, di storie, quando serve.
E lo rivendico con un certo orgoglio proprio perché ho capito ieri che sono esattamente dove dovrei essere, a fare proprio quel che voglio, in quel posto irripetibile dove una foto come questa vale più di qualsiasi parola, o di qualsiasi altra soddisfazione l’accademia possa darti. Ma ci vuole del tempo, per capirlo ed accettarlo. Io ci ho messo dieci anni, da quel pomeriggio in cui mi dissero che le mie storie erano rubricate alla voce “tutto ciò che non è letteratura”, e io lì per lì non capii e ci rimasi anche male. Ecco, adesso capisco. E non mi sento da meno di nessuno, per ciò che sono, che siamo.
Chiamatelo l’orgoglio del pop, non lo so. È uno sporco lavoro, e qualcuno deve pur farlo. E io, devo dire, dentro ci sguazzo di un gran bene.

10 Tags: ,

Fuori

Questa settimana siamo stati tutti male. Io, Giuliano e Irene. Sbattuti a letto per tutto il tempo, ciondolanti tra le coperte, il divano, e il tavolo della cucina.
Col cervello a mezzo servizio, senza contare la prole in mood fastidioso in giro per casa, scrivere mi era impossibile. L’unica cosa che potessi fare era guardare la tv o votarmi a santo Internet. Dato che in camera da letto non ho Sky, ho passato quattro giorni a vagare online come un’anima in pena. E di cosa si parla in questi giorni? Soltanto di elezioni, ovvio. Tizio voterà la fiducia a Caio? E se non lo fa? Sì, ma se Sempronio si alza durante le votazioni…
Tutta la giornata così, a non far altro che leggere questa roba qui, attaccando briga con chiunque, mossa da una specie di coazione a dire la propria, sempre e comunque.
È stato abbastanza allucinante. Una specie di discesa agli inferi dell’inutilità: tanto, possiamo stare a discutere da qui all’eternità, la chiacchiere stanno sempre a zero, la verità non esiste se non quella che stabilirà il parlamento tra qualche giorno. Fine.
Con questo non voglio dire che la discussione politica sia inutile. Ma dodici ore al giorno di rete impazzita è più di quanto una persona normale possa tollerare. La rete è tutto e il contrario di tutto, e il posto ove eminentemente si capisce che parlare, parlare, parlare non porta da nessuna parte. Sebbene serva, ad un certo punto. Ma non così tanto. E non senza un po’ d’azione.
Così, stamattina ho preso le quattro forze che mi sono rimasta e sono andata al mercato che fanno da un paio di settimane davanti all’asilo di Irene. Pane, uova bianche, borraggine, mele annurche, formaggi di ogni genere e tipo. Un bel cielo bianco compatto, un po’ di gente in giro, freddo e un’atmosfera rilassata. Un bagno di realtà. Oltre che un po’ di aria fresca per i miei polmoni, che ogni tanto ci vuole.
Ora vedo tutto sotto un’altra prospettiva. Tornata a casa, c’era anche il mio yukata che mi aspettava. Tutto bene, insomma.
È che a volte occorre farsi una vita fuori.

4 Tags: , , ,

Noi e gli altri

Scrivo mentre guardo un film già visto. La sinistra che ha perso pur avendo tecnicamente (??) vinto. Le ultime sezioni scrutinate che non fanno altro che aumentare inesorabilmente le percentuali del centro destra, e il risicato vantaggio che si assottiglia sempre più, fino a trasformarsi in un pareggio così preciso che manco il fine tuning dell’universo. Dove ho già visto tutto questo? Nel 2006. Prodi II. Sarà per questo che osservo col triste distacco di chi c’è già stato, ha già visto tutto e…e che vuoi fare? L’Italia è così. Da sempre.
Comunque. Non è questo quel che mi interessava dire. Noto che il sentimento dominante, sulla rete e tra conoscenti e amici, è lo sconcerto. Non se l’aspettava proprio nessuno. Eravamo tutti convinti che Berlusconi fosse un problema morto e sopolto, tanto che in molti ci eravamo dedicati a nuovi fenomeni rampanti. Più o meno tutti si aspettavano un forte M5S, ma, diciamocelo, dai, nessuno si aspettava Berlusconi al 30%. Ed è questo il dato che mi interessa. Nessuno, di noi, se lo aspettava.
Se chiedete ad un qualsiasi elettore di sinistra di indicarvi un suo conoscente che ammette di votare PDL dirà che non ne conosce. So che questo fenomeno succedeva anche con la DC: la votavano tutti, ma a quanto pare nessuno lo ammetteva. E allora, vabbeh, diciamo che c’è della gente che lo vota e non lo dice. Sia pure. Ma qui stiamo parlando di un italiano su 4 (ricordiamo che un altro su quattro proprio non vota). Mica bruscolini.
Mi è dunque venuto un dubbio. Che questo paese è ormai attraversato da un’insanabile frattura: ci sono due anime che proprio non si parlano, non si guardano, non frequentano più neppure gli stessi posti. Tutta quell’Italia che Berlusconi lo voterebbe anche da salma (e siamo più o meno lì, perché politicamente un morto già lo è, e anche fisicamente non è che abbia la faccia di uno in gran forma) è completamente ignota a chi vota altro. Non sappiamo dire perché continuano a votarlo, non sappiamo manco dire chi esattamente sono. È gente cui non solo la voce della sinistra, pure di quella più fiaccamente moderata, non giunge manco per sbaglio, ma con cui ho l’impressione che quella sinistra non ci voglia neppure parlare.
Ora, le mie sono considerazioni terra terra. Certo che ci sono altre ragioni per questa sconfitta di una coalizione che in teoria doveva vincere con percentuali bulgare (e per teoria intendo il contesto, il periodo storico e le condizioni nelle quali il centro destra s’era ritirato un anno e passa fa), e pure capire perché Grillo pigli tutti questi voti non mi sembra per niente difficile. Ma io il problema del perché nessuno s’era immaginato questo ritorno en masse al nuovo che avanza me lo porrei.
Facile dire che son tutti scemi, come sto leggendo ovunque, che ve lo meritate, morite ammazzati, blablabla. Però con quel 25% di italiani occorre fare i conti, se si vuole “cambiare qualcosa” (termine anche questo che nel dibattito politico mi sembra aver perduto ogni significato). È quelli lì che tocca convincere per governare. È quelli lì che occorre capire, per modificare le cose. Oppure ti continueranno a votare quelli che ti hanno votato sempre, e sempre lo faranno, sempre più stanchi e sempre di meno, comunque.
Altro appunto a chi lancia strali contro i malvagi che ci hanno riconsegnato mani e piedi all’Unto del Signore: per esercitare il diritto di voto ci vuole quel minimo di coscienza civica e di conoscenza del mondo che molti non hanno. Massacrare la scuola pubblica, come è stato fatto da tutti per decenni, lasciare che la televisione, sulla quale ancora la maggior parte degli italiani forma la propria visione del mondo, si trasformasse nello scempio di oggi, altra cosa cui destra e sinistra si sono applicate con la medesima foga negli anni, produce gente che non ha materialmente gli strumenti per fare una scelta consapevole. Io prima di inveire, che non serve a un beneamato, se permettete, due domande su cosa si possa fare, e dove siano le colpe di chi non è stato capace di convincere gli altri della bontà della propria proposta, me le farei.
Buonanotte. O cattiva, a seconda di come volete vederla.

24 Tags: ,

Absolution

Diciamo che un concetto che è si è inciso piuttosto profondamente in me è il valore del denaro. Vivaddio, sono una persona estremamente oculata nelle spese, magari pure un po’ troppo, ma prima di tirar fuori dei soldi per qualcosa mi faccio due miliardi di domande. Soprattutto quando si tratta di qualcosa di non strettamente utile per la sopravvivenza, categoria merceologica a me nota come “sfizi”. Sfizio è un lettore di MP3 – anche se è quello subacqueo che cercavo da una vita -, sfizio sono un paio di scarpe col tacco, sfizio è un vestito che mi piace. La cosa, ovviamente, prescinde completamente dal fatto che i soldi per lo sfizio, ovviamente ci siano. È a prescindere. E veniamo al punto.
Qualche tempo fa, per ragioni che al momento non riesco a ricostruire, mi son messa a cercare immagini di abbigliamento giapponese. Il fato ha voluto che lo facessi sul raccoglitore mondiale di sfizi: Etsy. Etsy non è un sito di ecommerce qualsiasi, Etsy c’ha roba intrinsecamente, ontologicamente sfiziosa. C’ho comprato degli inutilissimi, ma assolutamente meravigliosi, baciamano ricamati. E un paio di guantini di pizzo. E le tazze di Star Wars con le silouettes di Leia e scritto dietro “I love you” e di Han con la scritta “I know” – che sono irrinunciabili, ne converrete. E…vabbeh, avete capito. E quindi niente, ho trovato questi kimono vintage meravigliosi. Roba che non potevo dire di no. Ora, qualsiasi sfizio superi i venti euro richiede un elaborato rituale per concludere l’acquisto.
Si comincia con l’innamoramento dell’oggetto. Nello specifico, un haori. Poi si passa alla contemplazione: beh, è proprio figo.
Sì, ma costa più di venti euro.
Ok, ma non tanto.
Però non ne hai bisogno.
Vabbeh, che vuol dire…è bello.
Sì, ma dove te lo metti?
Ovunque.
Davvero ne hai il coraggio?
Ma davvero me lo stai chiedendo?
Ok, questa è scema, hai ragione. Ma comunque son più di venti euro.
Dannazione…
Seguono lunghi giorni di contemplazione estatica del prodotto. Se l’ossessione è particolarmente intensa, inizio anche a sognarmelo. Sicché, si giunge all’ultimo atto. L’assoluzione.
Non posso, non posso! comprare una cosa per – signore aiutami a dirlo… – il mio puro piacere senza aver ricevuto una preventiva assoluzione per il mio peccato. Assoluzione che consiste nell’assenso delle due figure di riferimento della mia vita: il marito, e la mamma. Irene si aggiungerò di sicuro appena avrà raggiunto l’età della ragione.
Ora, capitemi. Mio marito traffica in retrocomputing; gli ho messo un freno sul budget, altrimenti avrebbe dato via le mutande per un Apple II. Per sua ammissione, s’è sempre tenuto lontano da Magic perché aveva paura di vendersi la mamma per una carta rara. Tipo gli ex-alcolizzati che non bevono per non cadere in tentazione. Quale può essere il suo commento al mio dramma esistenziale “lo prendo/non lo prendo”?.
«Ma sì, che te frega».
E una è andata.
Poi si passa al consiglio della mamma. Che deve ovviamente approvare anche foggia e caratteristiche del prodotto, sennò non vale. Mia madre, che assieme al babbo mi ha inculcato quest’etica del danaro, ovviamente non mi liquida con frasi lapidarie. In genere però capitola abbastanza rapidamente. Anche perché non salgo mai sopra i cento euro. Ma proprio mai. In genere la reazione finale è un bonario “ma prenditelo e non rompere!”.
Com’è andata a finire con l’haori, lo potete vedere qua sotto.

Il dramma è che adesso aspetto l’arrivo di uno yukata dal Giappone. E un obi. Sennò con cosa lo chiudo lo yukata. Ma lo posso riutilizzare anche sull’haori, eh? I colori ci stanno. Lo userò un sacco, giuro! Mi assolvete anche voi?

15 Tags: , , , ,

Odissea postal-tabacchinica

Come ben sapete – avendovi io fatto una testa così al riguardo – un tre settimane fa ho fatto un incidente. Poiché la colpa, ehm…come dire…non era del tutto dell’altra macchina…dovevo pagare una multa. Ho rimandato la cosa il più possibile, perché non sono esattamente ansiosa di girare per uffici pubblici, ma alla fine non ho potuto evitare di andare a pagare. Reduce da una mattinata per metà in palestra e piscina, e per metà in giro a far la spesa, ecco che mia madre mi deposita davanti all’ufficio postale, portando via la macchina perché le serviva il pomeriggio. Ma non è un problema, l’ufficio postale è a un 500 metri da casa mia, e io conto anche di metterci poco, visto che sono le 14.00.
Arrivo, non c’è molta gente, prendo il numerello. Attendo, poco, perché la fila scorre, e arrivo davanti all’impiegata. E mi accorgo di aver fatto un errore fatale: non ho compilato il bollettino. Mi scuso, l’impiegata non fa una piega.
«Compilalo e poi torna qua» mi dice.
«Prendo un altro numero?» chiedo.
«No, non serve. Appena hai fatto vieni».
Vado a compilare. Ci sono quattro bollettini. Confesso che non sono praticissima di bollettini: pago quasi tutto online, e anche le bollette ce le ho domiciliate. So tutto di come pagare con Paypal, ma ho difficoltà persino a girare un assegno. Comunque, compilo tutto. Inserisco la cifra dovuta, leggendo a stento il verbale, metto l’intestatario, mi avvicino.
Solo che una signora mi dribbla e passa avanti. Perché, scopro, questa storia di “avvicinati che ti faccio passare” è consueta all’ufficio postale. A quanto pare non sono la sola che si dimentica di compilare e roba del genere. Vabbeh, non è un problema, la signora potrebbe essere mia nonna, è pure giusto che vada avanti. Tra l’altro è anche particolarmente cortese. Solo che nel giro di dieci minuti la fila dei “passo avanti” è diventata ciclopica. L’impiegata alza lo sguardo.
«Ma siete tutti per me? Vabbeh, però mo andate anche al primo che si libera, eh?» dice.
Io capisco l’antifona, per cui mi siedo e prendo un nuovo numero. D’altrone mi sento sempre un po’ in imbarazzo a passare avanti, tanto più che l’errore è stato mio.
Stavolta, però, la fila non scorre manco per il cavolo. C’è un blocco totale dei numeri sulle operazioni finanziarie. Tutti fermi. E io comincio ad innervosirmi. Anche perché ho da fare una cosa a casa. Giro il bollettino delle poste e scopro che – meraviglia! – si può pagare pure in ricevitoria. Fantastico, ci sono i tabacchini nel quartiere! Esco, che tanto in venti minuti i numeri non sono avanzati manco di mezzo decimale, e – botta di fortuna – il tabacchino è attaccato alle Poste.
«Posso pagare una multa?» chiedo.
«No, mi spiace, ancora non siamo attrezzati».
Sob. Rientro alle Poste con le pive nel sacco. E pure un po’ incazzata. Voglio dire, Stato, ti devo dei soldi. Suppongo tu sia ansioso di prenderteli, e immaginerai che io, invece, con lo spavento, la macchina ancora dal carrozziere a tempo indeterminato e il conto del suddetto che sfiora le quattro cifre, non è che sia proprio ansiosa di darteli, questi soldi. Non potresti semplificarmi le cose? Tipo permettermi di farti un bonifico online?
No, donna: partorirai con dolore, e pagherai le multe alle Poste, possibilmente quando c’è una fila non inferiore ai quaranta minuti.
Vabbeh. Eva, hai un conto aperto con me.
Intanto, un signore dà in escandescenze non so esattamente perché, poi, inspiegabilmente, i numeri ripartono. Arriva il mio turno.
Arrivo, saluto, deposito il malloppo dei bollettini.
«Devo pagare una multa».
«Così non va bene».
Faccio la faccia perplessa: «Ossia?».
«Questi vanno staccati».
Guardo i bollettini. Cioè, l’impiegata mi sta chiedendo di separare lungo la linea tratteggiata i quattro bollettini. Che, per carità, con ogni probabilità è una cosa che dovrei fare io, ma non capisco il tono scocciato né il motivo per cui non può farlo lei. E, siccome sono già vagamente irritata, l’incazzatura sale. Comunque, piglio e stacco tutto.
«Perché sono quattro?» chiede, sempre scocciata.
«…non lo so…».
«Nemmeno io. Non lo so che deve pagare».
«Ma a me li hanno dati così…».
«Legga il verbale».
Il verbale è la copia con carta carbone, quindi già pressoché illegibile, e la calligrafia non è esattamente chiarissima. A stento sono riuscita a ricostruire la cifra che devo pagare.
«Sul verbale non ci si capisce niente», e stavolta quella scocciata sono io.
«E allora deve telefonare alla Municipale. Chiami il numero e si faccia spiegare».
Eccerto. Alla Municipale di Roma gli dico “salve, sono Licia Troisi, ho fatto un incidente il 9 gennaio, mi dice come devo pagare?” e siccome Roma non è frequentata ogni giorno da 5 milioni di persone, di cui una percentuale non trascurabile si scatafascia in vario modo su altre macchine, pali e marciapiedi, loro sapranno subito dirmi cosa devo fare. O forse mi manderanno a cagare, che è più probabile.
«Vabbeh, grazie e arrivederci» bofonchio, evidentemente incazzata. Esco, e mi girano ad elica. Sono rassegnata a dover fare la fila alla posta, ma per niente, francamente, no. Tanto più quando non sono lì a mandare o ritirare pacchi, ma a cacciare dei soldi per una multa. Capisco che avere a che fare tutti i giorni con la “gggggente” non sia piacevole, ma, cara impiegata, sapessi quanto è piacevole per me fare quaranta minuti di fila – due volte – per pagare una multa e non riuscirci perché nessuno sa dirti come si fa. Ma, con ogni probabilità, la cretina sono io. La prossima volta faccio un corso accelerato in compilazione di bollettini.
Comunque. Sono in ballo, e voglio chiudere la pratica. Mi serve un altro tabacchino. Che non so dove sia. Ricorro alla mamma, che magari si ricorda. Sì, c’è un altro tabacchi. Dall’altro lato del quartiere. E io sono a piedi. E, confessiamolo, ho pure un bel po’ di acido lattico per via della piscina.
Parto.
Impreco più o meno per tutto il viaggio attraverso il quartiere. Che non serve a niente, ma tant’è.
Arrivo al tabacchino. Chiuso. E adesso potrei veramente tirare giù tutti i santi dal paradiso. Ma ho detto che devo chiudere la pratica, dannazione. A che ora apre? 15.30. Che ore sono? 15:15. Resto. Resto e aspetto. Visto l’andazzo, mi diranno che non si può fare, anche se c’è scritto Lotto ovunque, e le multe si paganp sfruttando il circuito del Lotto. Resto e basta.
Mi siedo sugli scalini lì davanti. La gente mi guarda pure. Cos’è, non avete mai visto un’onesta cittadina che cerca di emendare i suoi errori con lo Stato?
L’unico raggio di luce è Zerocalcare che ha messo tra i preferiti un mio tweet al riguardo degli uffici Postali. Cioè, voglio dire, uno dei miei autori di fumetti preferiti! Tipo quella volta che Leo Ortolani ha risposto ad un mio commento sul suo blog, facendomi sperare che, forse, nonostante l’ora di ritardo che gli diedi quando lo conobbi a Lucca, ha messo via la mia foto col tiro a segno per le freccette.
(Io sono sempre convinta che molte delle persone che ammiro, e che per qualche ragione ho incrociato nella mia vita, mi odino per qualche mio comportamento inopportuno. Del resto ho fatto figure di tolla un po’ con tutti…).
Comunque. Arrivano le 15.30. E arriva anche il proprietario del tabacchino. Titubante, e pure francamente stanca, mi avvicino.
«Le posso fare una domanda?».
«Mi dica».
«La posso pagare una multa, qui?».
«Certo!».

Tempo dieci minuti, ho finalmente pagato la multa. Con un sovrapprezzo di un paio di euro. Vabbeh, ‘sti cavoli.
Grazie, Stato, grazie di avermi permesso di avere questo grande onore di pagare per le mie colpe! Grazie del favore, eh?
Mi avvio verso casa. Altri 600 metri. Ma è un bel pomeriggio. Freddo, ma c’è il sole. Alle 16.00 raggiungo casa. C’ho messo due ore per far tutto. Poteva sicuramente dirmi peggio. Ma, diciamocelo, anche meglio.
E non posso neppure arrabiarmi più di tanto. In fin dei conti, sono pure nel torto…

12 Tags: ,

Un gioco duro

In linea di massima, la scrittura viene percepita come un lavoro solitario, in cui tutto sommato l’autore resta nascosto dietro le sue righe. Sì, ok, partecipa alle presentazioni, magari va in televisione. Ma resta il fatto che il 90% dei suoi lettori lo conosce solo attraverso quel scrive, a volte non sa neppure che faccia abbia.
Questo fatto induce spesso a credere che la scrittura sia una forma di comunicazione a senso unico: tu parli, e la gente ti ascolta. E invece, col tempo ho imparato che quando si scrive ci si espone più di quanto si possa credere, e non solo perché si esprime molto di sé, quando si racconta una storia, ma perché se tu dici una cosa, partecipi al dibattito pubblico – e raccontare una storia signfica far questo – la gente non può che risponderti.
Molto spesso ho detto che la scrittura mi ha donato molte cose, e tra queste una delle più belle è la possibilità di toccare persone, luoghi e realtà con cui altrimenti non sarei mai venuta in contatto. Perché la scrittura è una finestra aperta, che fa uscire l’aria che c’è dentro, ma fa anche entrare un sacco di cose, e se sei stato sincero, se davvero credevi in quel che hai detto, non puoi chiudere le imposte quando qualcuno vuole parlarti.
Mi chiedono spesso se sento una responsabilità nella mia scrittura, in generale in relazione al fatto che i miei vengono venduti come libri per ragazzi. E io in genere rispondo che l’unica responsabilità che sento è quella di far bene il mio lavoro e dare ai lettori qualcosa che li diverta e al tempo stesso li arricchisca, stimoli in loro qualche tipo di riflessione. Beh, in verità non è l’unica responsabilità, non è vero. L’altra è la condivisione, appunto. Altrimenti non avrebbe avuto senso parlare di vita e di morte, di non arrendersi, di battaglie e di dolore.
Nel corso degli anni, ho cercato di tenere aperte le imposte. Perché se hai appassionato davvero qualcuno, gli devi qualcosa, quanto meno la possibilità di non deluderlo. E da quella finestra a volte sono entrate cose meravigliose, incontri inaspettati, esperienze nuove. Ma a volte sono entrare anche cose terribili, con le quali non avrei voluto mai fare i conti, ma cui sentivo di non poter dire di no, di non volerlo fare. Avevo fatto una scelta, quando avevo deciso di scrivere, e quella scelta implica anche accettare e condividere il dolore altrui, quando arriva.
Non voglio dire che mi sono pentita di aver lasciato aperta quella finestra. Affatto. In fin dei conti, dà sulla vita, e la vita è così, ha il dolce e l’amaro, spesso mescolati assieme. E o prendi il pacchetto completo, oppure giri le spalle e te ne vai. E si paga un prezzo, sempre, certo. Quel che voglio dire è che non bisogna mai considerare l’atto di scrivere qualcosa di neutro, qualcosa che non produce valange di conseguenze, molte delle quali sono impossibili da prevedere. Le parole sono importanti, non mi stanco mai di dirlo, gettano ponti, stringono legami. E ti mostrano la vita in tutta la sua spaventosa grandezza, nella sua intollerabile vertigine, in cui ogni cosa conduce il suo contrario, dall’abisso all’iperuranio. E quando scrivi la prima parola, devi essere consapevole che un giorno arriverà anche l’amaro, e dovrai saperlo sopportare, o non avrebbe avuto senso scrivere quel che hai scritto.
È un gioco duro, la vita come la scrittura. Ma la verità è che ne vale sempre la pena.

6 Tags: ,

Il silenzio delle cose definitive

Pensavo oggi di parlarvi dell’incidente che ho fatto sabato mattina. Per togliermelo dalla testa, perché in genere funziona così: per rendere ormai storia qualcosa che mi è capitato, per poterlo considerare passato, mi serve scriverne. A volte solo per me, più spesso perché anche gli altri leggano, ma devo scriverne.
Solo che adesso, alla prova dei fatti, non so se ne sono capace. Da sabato mattina mi è toccato ripetere la dinamica dei fatti almeno dieci volte, in tutte le salse, e ogni volta diventava una specie di droga, per cui continuavo a parlarne, come se le parole fossero un gorgo, e io ogni volta ci finissi dentro. E ogni volta che ne parlavo, ricordavo cose che, con una certa fatica, ero riuscita a dimenticare.
Intendiamoci: nessuno si è fatto male. Né noi, né conducente e passeggera dell’altra macchina coinvolta. Ma per interminabili frazioni di secondo, durante e dopo l’urto, sono stata invasa da quella sensazione di ineluttabilità, quella netta percezione che stesse accadendo qualcosa di enorme, e contro il quale non potevo far nulla. Il muro, l’urto, l’odore dell’esplosivo dell’airbag, e poi quel silenzio definitivo che scende solo dopo gli eventi spiacevoli, il silenzio del “stavolta l’hai pagata”. E conta poco che invece, questa mattina, la vita non ti è venuta a presentare il conto. Resta la sensazione che avrebbe potuto, e non c’è davvero ragione, se non una smaccata fortuna, se non un sommarsi di stupide coindenza, per cui non l’ha fatto.
Ogni giorno facciamo una decina di sciocchezze. Le facciamo consapevolmente o meno, e non ci fermiamo mai a riflettere sulle implicazioni; per qualche ragione, crediamo ci andrà sempre liscia. E invece, un giorno, fai una sciocchezza che hai ripetuto due miliardi di volte in passato, e la paghi. Perché la vita funziona così, e non puoi farci niente. È questo, probabilmente, più dell’urto, della paura, dello shock, che mi fa rivedere quel palo e quel muro a ripetizione, da sabato mattina.
Non è successo niente. Le macchine si aggiustano, o si ricomprano, anche se, per qualche ragione, mi si stringe il cuore a dover dar via l’auto che mi ha letteralmente salvato la vita. Questo è quello che, a ragione, probabilmente, mi dicono tutti. E invece qualcosa è successo, ma non capisco bene cosa. Qualcosa di spiacevole. Forse deve solo passare un po’ di tempo.
E alla fine sono stata anche capace di scriverne, anche se non come avrei immaginato. Meglio, va’, almeno ho qualche speranza che questa storia della scrittura terapeutica funzioni ancora :P .

13 Tags: ,

Altro che cancelli di Mordor

Ogni anno disfare albero e presepe è sempre un momento un po’ delicato: in genere lo faccio fare a mia madre quando sono a lavoro, perché mi dispiace sempre che le feste finiscano. Io, però, ora lavoro da casa, indi per cui quest’anno mi sono rimboccata le maniche e l’ho tolti di mezzo io. Visto che c’eravamo, ho deciso anche di fare fuori anche i cancelletti anti-bimbo. Per chi non conoscesse l’oggetto, trattasi di cancelletti che servono a rendere inaccessibili ai bimbi zone di casa che possano essere pericolose. Noi lo usavamo per tenere lontana Irene dalla mia scrivania, che è piena di fili e roba pericolosa in genere. Adesso però Irene è grandicella, capisce perfettamente quando le si dice di non fare una cosa, e quindi i cancelletti erano ormai solo una cosa antiestetica, e anche vagamente pericolosa, visto che la sera prima Irene scardinandone uno si era sfracellata al suolo.
Ce li avevamo da due anni, da quando Irene ha iniziato a camminare. Casa aveva un aspetto strano, con quella roba. Entravi, e sapevi al volo che c’era un bambino, da quelle parti. Era una casa che parlava di Irene.
Adesso ho un salotto bellissimo, più luminoso, e sembra anche più ampio. È come l’aveva pensato il mio amico quando l’ha progettato. Ma è un salotto che dice una cosa sola: non hai più una bimba piccola, Irene è cresciuta.
Fin qui, ogni volta che Irene ha superato una tappa della crescita, sono stata contenta: ero contenta quando ho messo via lo sterilizzatore per i biberon, ero contenta quando abbiamo tolto dalla sua stanza il fasciatoio, ero contenta quando abbiamo fatto fuori il vasino. Il compito di un genitore non è questo? Non è traghettare il meglio possibile la prole verso l’età adulta?
Erano rimasti solo i cancelletti. E forse è per questo che toglierli mi ha messo addosso una specie di nostalgia. È che è vero, i genitori vorrebbero sempre i figli piccoli, bisognosi del loro affetto. E invece i figli devono crescere, diventare indipendenti, andarsene e alla fine tradirti. È ineluttabile e giusto così, è il prezzo da pagare per sperimentare quel tipo di amore assoluto che probabilmente non ha eguali nell’esperienza di vita di una persona: l’amore a prescindere, l’amore che non dipende da quel che fai o da quel che sei, ma che ha il suo fondamento nel tuo semplice esistere. Ami un figlio perché c’è, e basta.
Bon, in ogni caso, i cancelletti sono andati, Irene parla, ha tolto il pannolino e cresce, com’è giusto che sia, e non c’è cancelletto che tenga contro queste cose. E io, sotto la lacrimuccia di nostalgia per quando le dovevo far tutto, sono contenta di tutte le splendide cosette che fa, dice e capisce.

14 Tags: ,

There and back again

Alla fine, contro ogni previsione, siamo andati a Monaco. Irene è guarita in zona cesarini, e abbiamo deciso di fare comunque questo viaggio.
Come ebbi modo di dirvi qualche tempo fa, nella mia testa me lo prefiguravo come un viaggio nella memoria: tornavo là dove avevo passato tre mesi irripetibili della mia vita, a cercare di riacchiappare per i capelli il passato. Solo che la gente cambia, cambiano anche i luoghi, e le cose non si ripetono mai uguali. Così, come per tutti i viaggi veri e belli, non ho per niente trovato quel che cercavo, ma tutt’altro.
Più passa il tempo, più penso che l’amore, almeno per me, è soprattutto condivisione. Si tratta di lasciare eredità, e questo è ancora più vero quando si ha un figlio. Per me non ha senso vivere una bella esperienza se in qualche modo poi non posso passarla a chi amo. Ho bisogno che loro siano con me, ho bisogno di trasmettere loro quel groviglio di emozioni che mi domina, altrimenti non ha senso. Il mio viaggio a Monaco è stato questo.
Da una parte, c’era molto di quel che avevo amato sette anni fa: i profumi intensi e speziati dei Christkindlmarkt, la neve, il freddo polare, e quel qualcosa di inesplicabile che rende per me Monaco unica. Dall’altra, era tutto diverso. Perché c’era Irene.
Alla fine, eravamo andati lì per questo: Irene a Monaco c’era già stata, due anni fa, ma era molto piccola, e poi era estate, e d’estate, non lo so, è tutto diverso, è un posto che non ci appartiene. Adesso volevamo farle vedere com’è la Monaco dove forse tutto è cominciato: se non avessimo vissuto lì tre mesi, se non avessimo fatto quel primo esperimento di convivenza, e non ci fossimo trovati così bene, chissà come sarebbero andate le cose. La nostra storia è passata di lì, per questo Irene doveva vederla.
È stato fantastico vederla impazzire per la neve, esattamente come noi la prima volta che ci siamo stati: tutti a guardarla, perché, per ovvie ragioni, non ci sono molti bambini tedeschi che si facciano tutti i cumuli di neve ai lati della strada per giocare. È stato bellissimo portarla a Nymphenburg e vederla divertirsi con gli uccelli che vivono lì, splendido vederla scorrazzare sotto la casetta di legno che dove giocavano i principi di Baviera, e in cui ho ambientato un pezzo della Ragazza Drago 3. Ed è stato anche bello fare un’esperienza nuova assieme: nonostante ci vivessimo ad un tiro di schioppo, non eravamo mai stati a Hellabrunn, lo zoo di Monaco. Non ho grande attrazione per gli animali in cattività, ma, un po’ la neve, un po’ Irene, siamo andati. E devo dire che è un bel posto: certo, gli animali non sono liberi, ma l’impressione è che, nei limiti della cattività, stiano bene. E poi il posto è meraviglioso, una specie di riserva naturale. Tra l’altro, non avevo mai visto i primati dal vivo, ed è impressionante quanto ci somiglino: guardare negli occhi un orango è come guardare negli occhi un altro essere umano.
Comunque, sono stati quattro giorni fantastici. In qualche modo mi sembra di aver fatto pace con Monaco, di averle trovato un posto nella mia vita: fin qui, ogni volta che ci pensavo, ogni volta che vedevo qualche foto, mi prendeva una sconfinata nostalgia, un desiderio tremendo di andarci a vivere. Adesso mi appartiene in un modo diverso, è diventata davvero quel luogo dell’anima di cui parlavo nel post linkato all’inizio. In qualche modo è la mia città, anche se non ci vivo, anche se ci vado meno di una volta l’anno. Ma tutto quello che ci ho vissuto, tutto quello che mi ha dato, e purtroppo a volte tolto, me la rendono cara.
Con le parole riesco decisamente meglio che con le immagini, ma, se volete, qui c’è un’ampia galleria di foto che ho fatto da quelle parti, comprese quelle di Hellabrunn.
Se si cita Hellabrunn, è impossibile non citare anche Caparezza, per cui, voilà, chiudiamo con un po’ di giocosa riflessione :) .

4 Tags: , , , ,