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Tempo

Con questa storia della Smemo, ieri sera sono andata a ripescare quella del 1996 dalla mia libreria. È la mia preferita, non so spiegare esattamente perché. Forse perché quegli anni lì sono irripetibili, la vita di spalanca davanti all’improvviso e tutto ti sembra nuovo e fantastico, inebriante e grandissimo. Davanti a te hai un mare di possibilità, tutto può essere, e sei convinto che il futuro ti riservi qualcosa di straordinario. Tu non sarai come gli altri, tu lascerai un segno, tu cambierai qualcosa.
Ho riletto alcuni dei racconti che preferivo – lo accennavo ieri, il tema era il Mediterraneo – le vignette che ancora oggi, a distanza di sedici anni, ricordo a memoria, e tutto quello che ci avevo scritto dentro io: il resoconto dei miei tentativi di abbordare il ragazzo che mi piaceva, i commenti deliranti lasciati dai miei amici, le canzoni, le poesie, le citazioni. Mi sono ritrovata quasi subito. Un puzzle disconnesso di ciò che sarei diventata poi: la mescolanza di cultura alta e bassa, l’ossessione per la musica, il desiderio di essere diversi (“siamo E.A.M – Estranei Alla Massa” era la grossa scritta colorata sulla prima pagina), il teatro, i libri. Lettura davvero adolescenziali, devo dire: I Dolori del Giovane Werther, Per Chi Suona la Campana. Era tutto un fiorire di citazioni che si avvolgevano intorno a due temi principali: amore e ribellione, l’altro sesso e cambiare il mondo.
Ma se a leggere i brandelli di me che avevo infilato là dentro ho l’impressione di un passato remoto, di un’epoca dalla quale mi separano eoni di esperienze di vita, i testi della Smemoranda mi hanno trasmesso una sensazione del tutto diversa.
A parte i riferimenti alla guerra nella ex-Jugoslavia, che era ancora vicina – “quando eri ragazzina tu la Jugoslavia era ancora unita? Davvero?” mi ha chiesto la studentessa di laurea che sto seguendo, facendomi sentire vecchia, ma vecchia… – già si parlava con una certa insistenza di fondamentalismo islamico, e negli stessi toni con cui lo si fa oggi. Molti testi ne parlavano, e anche parecchie vignette ci giravano attorno. E si parlava, come ti sbagli, di Berlusconi. Se uno cancellasse quel 1996 dalla copertina, sembrerebbe un diario dei nostri tempi. C’ho riflettuto, e, cavoli, cinque anni dopo ci sarebbe stato l’11 settembre. Che nella nostra mente è l’inizio di tutto, lo spartiacque tra due mondi inconciliabili: il prima, che a quelli della mia età appare come un luogo sicuro, un posto avviato verso una quieta pace da magnifiche sorti e progressive, e il dopo, fatto d’incertezze e di odio, di guerra e sangue. E invece, nel ’96 c’era già tutto: il mondo era già così, un posto insicuro combattuto tra opposte tensioni, proiettato verso il futuro ma legato a retaggi ancestrali.
Se ripenso alla me di quegli anni, non ho alcuna coscienza di tutto ciò. Ero un tipo che si interessava parecchio di come andava il mondo, occupavo, manifestavo, leggevo i giornali e iniziavo a cercarmi anche fonti d’informazione alternative. Eppure non ricordo quella stessa paura del fondamentalismo che avremmo avuto dopo, quel senso di impotenza e frustrazione per come vanno le cose in Italia e nel mondo che mi avrebbe caratterizzata negli anni a venire.
È che l’11 settembre avvenne che avevo vent’anni, l’età in cui cominci a capire che le cose stanno per farsi serie. Certo, sei ancora un ragazzino, ma l’età adulta incombe, o almeno a me sembrava così. E allora quell’evento segnò per me la fine del dorato mondo dell’infanzia: non c’erano più mamma e papà a proteggermi, il mondo era un posto brutto e cattivo e io dovevo farci i conti.
Toccare con mano che in vent’anni niente è poi davvero cambiato mi ha fatto uno strano effetto. Quando ero adolescente, un anno mi sembrava durasse una vita. La Licia di settembre era sempre sensibilmente diversa da quella del giugno successivo, quando la scuola chiudeva, e in mezzo c’era una vita intera, succedevano un sacco di cose, e tutto cambiava. E invece vent’anni sono passati, e noi siamo ancora là, dov’eravamo nel ’96. Sono un astrofisico, e le cose che studiano si evolvono su tempi scala dell’ordine di miliardi di anni, dei milioni se il processo è particolarmente rapido, e per questo dovrei avere ben presente quanto il lasso di tempo che passa tra la nascita e la tomba sia nulla a fronte del Tempo. Ma dovevo prendere in mano una Smemo mangiata dagli anni per rendermi conto che mentre io crescevo, diventavo la persona che sono, pubblicavo libri, mi sposavo e facevo figli il mondo restava fermo dov’era.
Prima non ci pensavo mai. Al tempo e ai suoi scherzi, intendo. E adesso…adesso probabilmente sto solo invecchiando :P .

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Cose che non dovrei dire

Per il suo compleanno, i miei hanno regalato a Giuliano un buono da 100 euro da spendere in un negozio di elettronica. Lui li ha dilapidati tutti in una nostra vecchia passione: I Cavalieri dello Zodiaco.
Da bambina li vidi a spizzichi e a mozzichi, tipicamente insieme a mio cugino, che era un grande appassionato. Da sola non riuscivo mai a beccare i canali su cui li davano (io ero una di quelle che non andava oltre Rai e Mediaset). Nonostante questo, li adoravo. Parlavano che sembravano usciti dai miei libri di epica, gli scontri in cui erano coinvolti non erano mai semplicemente botte da orbi, ma sempre un confronto tra personalità, e anche l’ultimo degli scarsini con cui si picchiavano aveva la sua storia drammatica alle spalle e le sue motivazioni.
Sono passati venti anni da allora, e I Cavalieri li ho rivisti tutti un paio di volte. E mi piacciono come allora.
Ok, l’edizione italiana ha dei buchi di trama che sono voragini (Pegasus che non sa delle dodici case, o del Grande Tempio?) ma tutto passa in secondo piano di fronte ai grandi temi attorno ai quali il cartone di svolge: il senso della vita e della lotta, l’amicizia, la guerra, la pace. È che ci sono dei gran personaggi, e dei gran scontri tra questi personaggi, e allora tutto il resto, persino le cose ridicole – che non mancano, intendiamoci – passano in secondo piano. È la vittoria dell’affabulazione sulla realtà, della capacità di narrare sulla mera costruzione della trama.
Ieri guardavo lo scontro con Eris, il primo dei cavalieri d’argento, e pensavo che non c’è veramente niente da fare, io vengo da lì. È quello il mondo cui appartengo. Certo, le tonnellate di libri che ho letto hanno fatto di me la scrittrice che sono, ma le mie storie vengono da lì. Da lì e dai miti che leggevo da piccola.
L’altro giorno parlavo con una libraia, e si è finito a parlare di libri (ovviamente). Io ho citato Buzzati, dicendo che tutto sommato è fantastico, anche se l’elemento di fantasia serve più che altro a mostrare l’ignoto che d’improvviso perturba la realtà. La tipa mi ha detto: “Ah, ma allora anche tu hai letto Freud, se parli di elemento perturbante”, e sembrava contenta, come a dire che tutto sommato anch’io avevo letto i mostri sacri. Ho dovuto spiegarle che no, Freud mi manca. E che se parliamo di ascendenti dei miei libri, di fonti di ispirazione, mi spiace, ma si finisce sempre a cartoni animati e fumetti. Che non sono neppure la parte preponderante di quel che fruisco in termini di intrattenimento – i libri, ovviamente, la fanno da padroni – ma hanno qualcosa, dannazione, che non riesco a togliermi di dosso.
È il feuilleton. I cartoni animati, i fumetti, sono il feuilleton moderno. Pieno di intrighi inverosimili, sentimenti soverchianti, morti, rinascite, vendette e chi più ne ha più ne metta. E appassionano per quello. Per il loro essere outré, perché sono evidentemente esagerati. In fin dei conti, è sempre catarsi. Solo che quando si parla di tragedia, citare Aristotele sembra pertinente, quando si passa alla cultura popolare si crollano le spalle, come a dire che si sta vedendo la cultura dove la cultura non c’è.
Io sono pop dentro. Quel mondo esagerato, colorato, in cui i grandi sentimenti, i temi eterni vengono sporcati con la realtà di tutti giorni, vengono portati ad un livello tale che tutti possano capirli, mi appartiene nel midollo. È questo quello che voglio fare, che cerco di fare da sempre, anche quando scrivevo stupidi racconti cerebrali e mi rifiutavo di leggere di genere perché io ero “colta”, e non mi sporcavo le mani con roba del genere. Avvincere con una maledetta storia in cui c’è tutto il campionario, sangue, amore, morte, in cui la potenza del racconto è il veicolo della sospensione di incredulità, dalla quale non riesci a staccarti, perché vuoi sapere come continua, e come va a finire. E una volta che l’hai letta tutta, e solo allora, ti fermerai a pensare, e ti renderai conto che ti ho detto delle cose, delle cose che potrai condividere o meno, che potrai magari trovare banali, ma te le ho dette. Ecco. Questo è quello che voglio fare. È uno sporco lavoro, ma lo faccio volentieri. Non ti regala decisamente gli allori, né la gloria dei libri di storia. Però è divertente, e quando, raramente, ti riesce, ti regala la gratitudine di chi si è divertito con le tue storie, e magari ci ha visto un riflesso della propria vita.
Purtroppo, se cercate alibi colti per leggere le mie storie, non ce ne sono. Ok, posso affermare in tutta sincerità che la mitologia classica e la tragedia fanno profondamente parte di me, e dunque di quel che scrivo. Ma basta così. Se mi volete leggere, dovete avere il coraggio di sentirvi di nuovo bambini, dovete avere il coraggio di sembrare ridicoli agli altri. I miei sono libri che non si credono meglio di quel che sono. Ma che cercano di fare al meglio il loro lavoro, ecco. Il mio meglio, che non è abbastanza, certo, ma è qualcosa. E io rivendico con un certo orgoglio questa loro natura, perché c’è bisogno anche di questo, o no? Di storie, come quelle che ci raccontavamo intorno al fuoco tanto tempo fa, quando tutto è cominciato. Quel gesto seminale col quale l’uomo si fa dio, quel gesto che ogni sera rinnovo, quando scrivo, e quando racconto la favola della buona notte a Irene.
Sono un menestrello, e spero di esserlo ancora a lungo.

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Avatar

Era parecchio tempo che non entravo all’università dall’ingresso principale. È che vivo nel mio piccolo ufficio, che si trova attaccato ad uno degli innumerevoli accessi secondari. Quando ancora ero una studentessa di laurea, invece, lo facevo sempre.
Giuliano se lo ricorda bene, e spesso me lo racconta ridendo. Arrivavo quasi sempre curva sotto il peso della borsa, di corsa, tipicamente incazzata nera. Credo di aver iniziato ad essere ansiosa proprio all’università: ero certa di non essere all’altezza, di non farcela, ero terrorizzata dal risultato. E per questo forse ero sempre più o meno incazzata, la mattina.
Ricordo la mia immagine riflessa nel vetro della porta. Un’immagine che non mi corrispondeva. Nella mia testa ero minuta, più simile ad un ragazzino che a una ventenne alle prese con l’università. Nel vetro vedevo riflessa una ragazza tarchiata, col seno grosso, mascolina sì, ma con una fisicità che mi imponeva al mondo in un modo sfacciato che non ritenevo rappresentarmi.
Giovedì invece sono entrata di nuovo dall’ingresso principale. Il vetro mi ha rimandato la mia immagine, mentre mi avvicinavo ad ampie falcate, proprio come in quei giorni di dieci anni fa. E per un istante, uno appena, la mia immagine si è magicamente sovrapposta a quella che avevo in testa. Ero come mi immaginavo. Il mio avatar finalmente rispecchiava il modo in cui mi sentivo, forse appena più vecchio di quanto non mi piaccia credermi. E in quei pochi secondi che mi separavano dall’ingresso, ho capito che è per questo che cinque anni fa andai dalla dietologa, che è per questo che mi metto il cappello, mi vesto come vesto, e, quando me la sento, mi metto in tiro. Vesto la mia pelle perché somigli a quel che sono, perché il mio aspetto dica subito a chi mi guarda con chi ha a che fare. Cerco di far coincidere anima e corpo, perché non debba sentirmi un’estranea nei miei panni, e dunque un’estranea nel mondo.
Tanti anni, e sono ancora prigioniera del mio aspetto, della mia apparenza. Non riesco a farne a meno. Non so se sia una cosa positiva o una negativa. Lo amo, il mio corpo che ha dato la vita, che si muove preciso mentre sudo durante la lezione di total body, che offro a chi amo. Ma per tanto tempo me ne sono sentita prigioniera: mai abbastanza magro, mai abbastanza tonico.
Non voglio essere bella, non è questo. Non lo sono e non lo sarò mai. Voglio solo che questa carne mostri quel che sono davvero, il tramite che ho scelto di mostrare al mondo per dire: eccomi, sono io, e in qualche modo sono unica.
Sono stati pochi secondi, il tempo di consumare lo spazio tra il marciapiedi e il corridoio della Facoltà. Ma è durato un’eternità. E mi è piaciuto.

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Noi che scriviamo fantasy – Un’elegia

Di noi forse non si ricorderanno i libri di letteratura. In ogni caso, non aspiriamo a tanto.
Di certo, non si ricordano spesso di noi i premi letterari. A dire il vero, non si ricorda di noi la letteratura in toto.
Non ci prendono sul serio quasi mai, e volte ci evitano sugli scaffali per partito preso.
Abbiamo parenti e amici che attendono da sempre il “grande salto”, quando ci metteremo a scrivere roba seria, e la smetteremo di essere eterni bambini.
Guardiamo al cielo, oh se ci guardiamo, ma non come ci guardano gli altri, per sognare di vette, di aspirazioni raggiunte. Per noi il cielo resta sempre pura e semplice meraviglia, il foglio bianco da riempire delle fantasie più sfrenate.
E guardiamo alla terra, anche se non sembra. Non ci dimentichiamo mai da dove veniamo, e proprio per parlare di quel posto continuiamo a scrivere.
Facciamo il nostro lavoro come artigiani un po’ ostinati, in un mondo in cui la mano del calzolaio, il martello del fabbro, non contano più molto.
Portiamo avanti un lavoro antico, con l’ostinazione di quelli che fanno un mestiere sporco che più nessuno vuole fare.
Ci vuole perizia anche in quel che facciamo, gli vogliamo bene, al nostro lavoro, eccome. Ma siamo e restiamo artigiani.
Siamo poveri dentro, anche quando diventiamo famosi, con quell’eterno complesso d’inferiorità verso gli altri scaffali, quell’umiltà che ci portiamo dentro da i tempi in cui stavamo sui ripiani polverosi, in ombra.
Ma in fin dei conti vogliamo quel che vogliono tutti. Qualcuno che ci ascolti, qualcuno che raccolga questa staffetta, tesa verso il nulla, passata così, perché in fin dei conti in questo sta il senso del nostro peregrinare.
E, per fortuna, qualcuno che ci ascolti c’è sempre. E ci facciamo bastare chi si riconosce nelle nostre storie, chi ci dice che si è divertito per un’ora, chi che è cresciuto con noi, chi che ha imparato a leggere sui nostri racconti.
Anche perché a cos’altro si deve aspirare, quando si sanno solo raccontare storie?

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Confesso

Tutti abbiamo passioni che in qualche modo risultino un po’ stridenti con l’immagine che di noi ha la gente. Roba di cui, tutto sommato, magari ci vergogniamo anche un po’.
Per dire, sono stata una grande appassionata di Dawson’s Creek, e non a quindici anni, ma a diciannove suonati. Due estati fa l’ho rivisto tutto, dalla prima alla sesta stagione, senza risparmiarmi neppure le puntate più oscene, e purtroppo dopo la terza stagione ce ne sono, ah se ce ne sono.
Oggi faccio un’altra confessione. Chi mi segue su twitter in verità già lo sa. A me piace Lady Gaga. Sì, proprio lei. Quella che fa la musica unz unz unz che in genere rifuggo tipo la peste. Per dire, un paio di annetti fa, dopo aver fatto alcune lezioni di total body al ritmo della sua musica, mi presi Hard Candy di Madonna. Neppure lo finii di sentire. La noia dilagava.
E invece Lady Gaga, che indubbiamente alla signora Ciccone si ispira, mi piace molto. Trovo la sua musica divertente e trascinante: è perfetta per svagarsi durante una riduzione dati o l’elaborazione di una routine SM (che non è SadoMaso, ma SuperMongo, il programma di analisi dati che uso a lavoro) particolarmente ardua. Ti induce a battere il piedino, ti mette la carica.
E poi mi piace proprio lei. Sì, lei come tipo. E considerate che io per natura diffido della gente che provoca per provocare. E invece Lady Gaga mi fa simpatia. Innanzitutto non è bella. È una ragazza normale. Anche quando balla e canta in slip e reggiseno – praticamente sempre, per altro – non fa l’impressione di una qualsiasi altra starlette musicale. Non è una strafiga stratosferica: ha il sedere basso, è un po’ troppo magra, è bassa come me e come me ha il nasone. Ma non sembra gliene freghi molto, è questo il bello. Si mette addosso quel che vuole, mostra il suo corpo di normale ventiquattrenne senza avere la pretesa che la gente le fischi dietro, ma con una naturalezza che scaccia via la volgarità di certi atteggiamenti.
E poi, appunto, provoca. Ma lo fa con un certo candore di fondo. Con quell’aria lì che sembra dire: Ehi, io sono così, se ti sta bene ok, altrimenti cambia disco. È che a me lei sembra proprio una strana. Che gode ad esserlo, e che si maschera perché tutto in lei fa parte della sua musica. Fateci caso, non la si vede mai nature. La sua essenza di persona è nascosta sotto chilate di travestimenti in lattice, sotto vagonate di trucco. Perché la sua arte è questa: musica, certo, ma anche tutto il resto. Il che spiega i suoi video lunghi il doppio della canzone: perché non conta solo la musica, ma contano anche le immagini che raccontano una storia, mandano messaggi.
Lo so. Io ero quella per la musica e basta. Quella che citava Matt quando diceva “The only way I want to touch people is through my music. Anything else is superficial and I want no part of it”. E invece Lady Gaga è il prototipo della musica fagocitata dallo showbiz. Eppure, non lo so, mi piace quel che fa e come lo fa. Nei suoi cappelli assurdi, nelle sue mise allucinanti, trovo qualcosa che risuona coi miei di cappelli, col mio modo strambo di mettere assieme la roba del mio armadio.
E poi mi piace quel che dice. Mi sembra una persona intelligente, o che quanto meno cerca di spendersi per cose intelligenti. Come il Don’t Ask, Don’T Tell, contro il quale si è espressa pubblicamente.
L’ultimo suo singolo non mi dice molto. È anche vero che l’ho ascoltato una volta sola, ma mi sembra meno potente dei suoi vecchi pezzi. Però c’è una frase bellissima, che certa gente si dovrebbe tatuare a fuoco sulla pelle.
I’m beautiful in my way,
‘Cause God makes no mistakes
I’m on the right track, baby
I was born this way

E insomma, niente, probabilmente a maggio mi prenderò il suo disco, e spero di godermelo come mi sono goduta The Fame Monster. Senza neppure troppi sensi di colpa, lo ammetto :P

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Cose che “se solo me l’avessero detto prima…”

1.
Amica1, guardando una foto di Irene: “Wow, ma ha delle ciglia lunghissime!”
Io: “Le ha prese da mio marito, vedessi…”
Amica1, guardandomi stupita: “Cioè, tuo marito ce le ha più lunghe delle tue?”
Io, perplessa: “Beh…sì…”
Amica1: “No, perché io le tue ciglia lunghe te le invidio tantissimo! A scuola lo dicevo sempre: Ma guarda te che belle ciglia che c’ha Licia”.
Resto decisamente sconcertata.

2.
Io, spiegando perché porto i capelli rasati ad un amico: “E quindi niente, prima li ho tagliati corti, poi ho visto questa ragazza sotto Castel Sant’Angelo che era rasata, mi è piaciuta e ho fatto il grande salto”
Amica2, sempre rivolta a lui: “Che poi vedessi che bei capelli che aveva…”
Mi giro.
Amica2 continua: “Sì sì, tanti, lucidi, lisci lisci, coi riflessi…”
Resto nuovamente sconcertata.

3.
Truccatrice televisiva, mettendomi il gloss: “Certo che hai delle labbra secchissime…”
Io: “Ok, devo ammetterlo, non sono una tipa che si curi molto”
Truccatrice: “Ed è un peccato, perché hai un bel viso”.
E qui la perplessità raggiunge vette mai raggiunte.

Epilogo
Sento che se me l’avessero dette prima, queste cose, forse la mia adolescenza sarebbe stata più movimentata…

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Palestra

I.
Madri snaturate

Sono nello spogliatoio, e mi sto cambiando. Il mio turno coincide con quello delle bambine di danza, per cui incrocio sempre mamme con prole. Stavolta si tratta di due bambine, di cui una, bionda e ricciolina, che avrà un paio di anni.
Le sorrido, e – sorpresa – lei mi ricambia con un sorriso amplissimo.
Lei: “Come ti chiami?”
Io, piacevolmente stupita dalla sua intraprendenza: “Licia. E tu?”
Lei: “Francy”
Io: “Francesca? Che bel nome! Il mio papà si chiama così. E quanti anni hai?”
Lei: “Due”
Io: “Sai che io ho una bimba che ne ha uno? È più piccolina di te”
Lei: “È un maschio?”.
La mamma borbotta qualcosa su Francy che non si fa mai i fatti suoi, ma tutto sommato è divertita dalla scena.
Io: “È una femminuccia, si chiama Irene”
Lei: “E adesso dove sta?”
Io: “Con la nonna”.
lei: “E il papà?”
Io: “A lavoro”
A questo punto interviene la mamma.
“È che lei non è abituata all’idea dei bimbi che stanno coi nonni. Lei i nonni ce li ha lontani”.
È un commento semplice, tanto per fare quattro chiacchiere, non ha implicazioni di sorta. Ma nella mia testa si apre una finestra tipo Windows, ed è la fine.
Ecco. Il papà sta a lavoro, e vabbeh, è giustificato. Ma la mamma sta qua a fare palestra. È questo che starà pensando quest’altra mamma: che io lascio la figlia alla nonna per venire in palestra. Sono una madre snaturata… e via così di autoflagellazione in autoflagellazione.
Avoja a fare le donne emancipate e di mente aperta. Certi stereotipi te li ficcano in testa con tanta forza e per così tanto tempo che non adeguarsi è pressoché impossibile.

II.
Potenza del TG1
La bimba è uscita. Io prendo le ultime cose dalla borsa: asciugamano, acqua, chiave dell’armadietto. Davanti a me una ragazza più o meno mia coetanea.
Lei: “Scusa…presentazione…libro?”
C’è la musica, per cui colgo solo queste parole. Cerco di metterle insieme in qualcosa di compiuto e giungo alla conclusione che mi sta chiedendo se possa avermi visto a qualche presentazione. Sorrido un po’ timida.
Io: “Sì può essere”
Lei: “Sì, domenica scorsa”.
Resto perplessa. Non faccio presentazioni da due mesi, e domenica scorsa sono rimasta a giacere sul divano fino a compenetrarmici, per cui non vedo come possa avermi visto da qualche parte.
Io: “Ti ricordi dove?” continuo fingendo di aver capito.
Lei: “Eh, non mi ricordo…era una trasmissione sui libri…”
E finalmente ci arrivo. Domenica scorsa hanno mandato in onda la mia breve intervista per il TG1.
Io: “Ah, sì, è stato al tg1. L’hanno vista tutti tranne me” e via di breve conversazione sulla cosa, con complimenti e chiacchiere varie.
Non pensavo che quel minuto e mezzo sarebbe stato visto da tutta ‘sta gente. No, perché è tipo la decima persona che si complimenta. Mi hanno vista in osservatorio, mi hanno vista i parenti, mi avete vista voi…È un po’ come quando feci un’intervista per Tu. D’improvviso tutti l’avevano letta. Potenza del TG1…

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Pranzi solitari

Credo di avervelo già detto, all’università mangio da sola. Non è proprio una scelta. È che per motivi dietetici vado a mangiare al centro commerciale, l’unico posto dove posso sperare di mangiare un po’ più sano, ma siccome costa, i miei colleghi preferiscono o portarsi il cibo da casa o comprare qualcosa al bar.
E insomma, mentre mangio da sola, in genere navigo in rete con l’iPhone.
Ecco, io da un mese a questa parte all’ora di pranzo leggo una sola cosa: il gossip sul Presidente del Consiglio. Lo trovi un po’ ovunque. Su Gossipblog, perché, ahò, è uno scandalo, dove vuoi leggerne. Sui giornali online, mi sembra sacrosanto, ci sono ipotesi di reato, è giusto che i quotidiani se ne occupino. Su Tvblog, perché il pers. del cons. ha fatto l’ennesima telefonata isterica a Santoro/Lerner/Floris.
Mi diverto? Tutto sommato sì. Tra intercettazioni di donnine allegre e commenti dei naviganti, per lo più indignati, ma in piccola parte attaccati unghie e denti ad una difesa sempre più grottesca dell’indifendibile, è una lettura agile e divertente per riempire la pausa pranzo. È ovviamente una cosa molto triste. Intendo che l’Italia tutta venga trascinata in una squallida storia di prostitute e utilizzatori finali, ma se riesci a sorvolare su questo punto, è come leggere delle corna dell’attore tot ai danni dell’attrice tot: una lettura adeguata a svuotare la mente.
La mia domanda ora è: ma se veramente questa è la volta buona, se davvero Berlusconi è politicamente finito, io poi cosa leggo mentre mangio?

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The birds

Da ragazzina vidi Gli Uccelli di Hitchcock. Mi piacque molto, a tutt’oggi è uno dei miei film preferiti, ma ovviamente mi lasciò anche abbastanza turbata. Voglio dire, è un film che inquieta, l’idea che creature ritenute sostanzialmente innocue come gli uccelli d’improvviso impazziscano e si mettano ad attaccare gli uomini tocca corde profonde. Comunque, quel film ha modificato il mio immaginario. Roba che quando vedo gli uccelli appollaiati sui fili dell’alta tensione, resto sempre un po’ in allerta.
Ora, a Roma c’è il problema degli storni. Credo sia una cosa che riguarda un po’ tutte le grandi città. Gli storni si muovono in grossi stormi, e mi pare siano anche abitudinari, perché la sera hanno l’abitudine di riunirsi sempre nello stesso posto. Quando ero ragazzina erano di stanza a Termini. Per me casino di tanti uccelli riuniti e guano come se piovesse significava che ero in centro, visto per altro che in centro ci andavo abbastanza raramente. Poi si sono spostati. C’è stato il periodo Trastevere, se non erro, e un altro paio di zone che ora non ricordo. Da dicembre è arrivato il turno della facoltà di scienze di Tor Vergata.
Quando esco, la sera, rimango assordata. Sono tutti lì, appollaiati sui platani davanti al parcheggio. È uno spettacolo impressionante. Centinaia di uccelli che strillano a tutto spiano appollaiati a grappoli sulle cime degli alberi. Sembrano complottare qualcosa, con quelle loro vocine stridule. E la cosa più impressionante è che ogni tanto si zittiscono. Di botto. Come seguendo un ordine. Tutti zitti per qualche secondo. Poi riprendono.
Li ho sempre trovati bestie inquietanti. Innanzitutto il fatto che si muovano in stormi così grossi. Contano centinaia di uccelli. Quando si spostano formano quelle nuvole cangianti che si vedono in cielo. Anche lì, hanno un comportamento irrazionale. Vanno dritti, poi, bon, girano tutti insieme, poi si fermano e tornano indietro, poi procedono, come se qualcuno gli impartisse degli ordini.
Io lo so che probabilmente funziona che uno o due uccelli d’improvviso stanno zitti, e gli altri lo imitano, e così lo stormo si zittisce tutto. Lo so. Ma non riesco a non guardarli con sospetto. Fermi sui rami, sembrano guardarti. Ormai quello è il loro territorio, non il tuo. Di giorno l’università è il regno degli uomini, ma di notte, quando tutte le luci si spengono, sono loro i padroni.
Così, la sera, quando esco dall’università, li guardo con sospetto, e loro ricambiano. Domattina ci sarà solo il loro guano, e loro saranno andati via, ma so che la sera li troverò di nuovo, pronti a reclamare ciò che gli spetta.

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Le Chiavi del Regno 3 – La Fine (?)

Io non lo so chi l’ha attaccato alla porta del bagno delle Chiavi del Regno, qualche giorno fa. So solo che è un genio.
Chapeau

(questa serie di post mi sta dndo grandi soddisfazioni)

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