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Finzioni

Sono diventata una spettatrice di Realtime. Non so se debba vergognarmene o meno. La tv mi serve sostanzialmente per mettere a riposo il cervello quando sono troppo stanca per fare qualsiasi altra cosa, e guardare torte monumentali e vestiti da sposa in genere è in grado di sortire l’effetto desiderato. Comunque, il punto non è questo.
Qualche settimana fa girava il promo di una nuova trasmissione. Prima ti facevano vedere uno studio televisivo, poi interrompevano la trasmissione e dicevano qualcosa: “basta con gli studi televisivi, va in onda la verità”. Il programma pubblicizzato era un qualche reality estremo americano, in cui la gente andava a raccontare segreti di famiglia e ci faceva i conti.
Come mio solito, la cosa ha indotto la mia testa a fare voli pindarici.
La tendenza si sta un po’ invertendo, ma per molti anni la tv è stata invasa dai reality di vario genere. Ha iniziato il Grande Fratello, poi se ne sono aggiunti tonnellate e tonnellate di altri, sugli argomenti più impensabili. Adesso va più il docu-reality, ma siamo sempre lì: la gente vuole la “verità”. E come si arrabbia se viene fuori, che so, che quelli di Forum sono tutti attori, e quel caso umano così commovente in realtà non è mai esistito!
Io tutta questa fissazione per la “verità” non l’ho mai capita. Diciamocelo, vivere la vita in prima persona è interessante, ma guardare dall’esterno le vite degli altri è mediamente palloso. Lo capivano quelli che avevano Mediaset Premium e si guardavano Il Grande Fratello 24/7: per lo più era noia pura, perché la vita è anche noia, poco da fare. Non credo trovereste granché interessante guardarmi adesso, mentre passo la mattinata a scrivere. Poteste stare nella mia testa, ci sarebbe da divertirsi, ma guardarmi da fuori non ha alcun interesse.
Personalmente, preferisco d gran lunga la finzione. Il che è abbastanza ovvio, considerato il lavoro che faccio. Non so, non trovo nulla di realmente interessante in un privato esibito così, senza filtri e senza alcun tipo di stimolo alla riflessione, sbattuto in tv in varie forme e con pretese di realtà che sono semplicemente ridicole. C’è sempre una telecamera, da qualche parte, e le persone in scena lo sanno; per questo non saranno mai realmente e davvero se stesse, anche se non ci fosse dietro comunque un team di autori e una sceneggiatura. La letteratura, invece, è tutto un discorso intorno alla finzione. Le storie non sono “vere”, almeno nella maggior parte dei casi, sono frutto dell’invenzione dell’autore. Spesso, anche quando il sostrato è reale, c’è di mezzo la sensibilità dell’autore che filtra, dà un’impronta piuttosto che un’altra ai fatti. Eppure, io trovo molta più verità in un libro qualsiasi che nell’ennesimo reality in cui c’è qualcuno che confessa i suoi terribili segreti.
Lo dicevo anche l’altro giorno a Pordenone. Ciò che più mi attira del fantasy – e dell’inventare storie in generale – è la possibilità di piegare il reale ai tuoi scopi. Nel fantasy questo avviene all’ennesima potenza: non sei solo padrone dei tuoi personaggi, ma anche del mondo nel quale si muovono. Sei tu che fai le regole e decidi cosa esaltare e cose invece mettere in ombra.
La realtà è multiforme, cangiante, immensa. Quando ti ci imbatti, quando la guardi senza filtri, è difficile comprenderla, perché è irriducibile in unità. Grandi tragedie sono venute fuori da interpretazioni semplicistiche della realtà. La letteratura invece è sempre un discorso sulla realtà: l’autore ne prende un pezzo, lo illumina col faro personale della propria sensibilità, della propria poetica, e te lo porge. Senza pretese di assoluto. È il suo punto di vista. Ma è comunque una riflessione. È un po’ come se i libri prendessero il meglio dalla vita, via le parti noiose, e ne distillassero solo quel che può interessare nell’ottica di una certa riflessione. È la ragione per cui un libro arricchisce la nostra esperienza di vita – se è un buon libro, certo – e un reality lascia un po’ il tempo che trova.
Ogni tanto, comunque, ficcanasare nelle vita degli altri produce un certo grado di soddisfazione. Il pettegolezzo nasce per questo. Ma è cosa meschina e di breve durata. Per questo, negli ultimi tempi, sto segando sempre più tempo a internet e a quel po’ di televisione che guardo: meglio un buon libro e una buona storia.

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Forze (e presentazioni)

Innanzitutto, visto che domani la presentazione è sul presto, ve la ricordo oggi: per chi vuole/è in loco, ci vediamo domani 18 settembre, ore 10.30, al Palaprovincia di Largo San Giorgio per una discussione sul fantasy assieme a Francesco Gungui e Sandrone Dazieri, il tutto nella cornice di Pordenonelegge. Vi si aspetta!

Ieri confesso di aver seguito a spizzichi e mozzichi la diretta delle operazioni di recupero della Costa Concordia. Non mi sembrava di fare un gran peccato, ma la rete non era molto d’accordo: le battute ironiche o scandalizzate si sono sprecate un po’ per tutto il giorno.
Sgombriamo il campo dagli equivoci: la spettacolarizzazione di tutto ciò che è ruotato e ruota ancora intorno all’incidente della Concordia non si può che deprecare. Sono morte delle persone, l’inseguimento ai parenti delle vittime e ai sopravvissuti per far loro domande dal profondo significato giornalistico del tipo “come si sente?” sono l’ennesima mancanza di rispetto nei confronti dell’altro che è un segno caratteristico di questi tempi. Ma.
Ma sembra che molti non abbiano compreso appieno il senso dell’operazione che, vivaddio, si è conclusa con successo ieri. Ho sentito parlare di operazione banale e cose del genere.
Lo ammetto, la fisica ti combina qualcosa al cervello, non lo so, e buona parte del mio interesse per la faccenda riguardava gli aspetti meramente tecnici e ingegneristici. Non era affatto un’operazione banale, perché le incognite erano moltissime (una nave non è fatta per star sdraiata su un fianco per 20 mesi, l’acqua di mare corrode il metallo, e le forze cui è stato soggetto lo scafo durante tutta la manovra di sicuro non erano quelle per le quali era stata progettata per resistere) e si è trattato dunque di un successo senza precedenti. Nessuno aveva mai fatto prima una cosa del genere (non con una nave di quelle dimensioni, se avete mai fatto una crociera o avete visto una di quelle navi in porto capite cosa intendo), e ci siamo riusciti.
Ed ecco il senso che dicevo, il significato simbolico di queste venti ore che, mi par di capire, agli italiani siano passate indifferenti.
Dopo il disastro della Concordia, con tutto quello che ha significato anche in termini di danno d’immagine all’estero – oltre alla tragedia umana, che viene prima, ovviamente – si trattava di riparare, di far qualcosa di grande e farlo assieme. Si trattava di restituire il Giglio ai suoi abitanti e all’Italia tutta, si trattava di mostrare che è possibile aggiustare le cose, che sappiamo farlo anche noi. Dopo tonnellate di cose abbandonate a se stesse negli anni – i terremotati di ogni luogo, e soprattutto L’Aquila, ad esempio, completamente lasciata al suo destino – finalmente ci prendevamo le nostre responsabilità agivamo e lo facevamo con successo. E non è poco. Pensate alla retorica stratificata negli anni, presso gli italiani stessi, prima ancora che presso chi ci guarda all’estero: l’italiano disorganizzato e furbo, pasticcione, il “queste cose noi non le sappiamo fare”, il “può succedere solo in Italia”. E invece abbiamo realizzato un’opera d’ingegneria assolutamente inedita, abbiamo girato il colosso, non ci sono stati ulteriori danni ambientali. E siamo i primi a farlo. Siamo orgogliosi? No. Ce ne frega pressoché nulla. Preferiamo andare avanti con le polemiche: “solo in Italia possono fare una diretta di venti ore su come girare un pezzo di ferro”, ignorando che i giornalisti accreditati al Giglio vengono da tutto il mondo.
Io non ho mai creduto al patriottismo, al senso di appartenenza alla terra e alla nazione, mi sembrano cose buone solo per tracciare un confine tra noi e loro e farci guerra. Ma credo al senso di appartenenza ad una comunità civile, che assieme lavora per un comune progresso, che abbia ricadute su tutti. E questo senso di comunità ci manca completamente. Sarà la nostra storia, saranno i campanilismi, o sarà solo l’abitudine a considerarci peggio di chiunque altro, a vedere tutto buio. Ma ieri, pur nella tragedia, nell’errore, nella morte, è successa una cosa bella. Senza isterismi, senza spettacolarizzazioni, ci sarebbe da rallegrarsi. Si può fare, insomma. Si possono fare tante cose se ognuno fa onestamente la sua parte e s’impegna.
Forse il busillis è qua. Nessuno la vuola fare, la sua parte. Fa fatica. E anche sperare è un salto nel buio: e se poi va male? E se mi sono solo illuso?
Non so, tutto questo mi fa un po’ di tristezza. Come l’immagine venuta alla luce stamattina all’alba, di quelle cabine distrutte dalla forza della pressione, in cui un tempo la gente s’è divertita, ha passato momenti di gioia, e in cui qualcuno, 20 mesi, è morto. Ma non tutte le forze sono ineluttabili, ogni tanto ce lo dovremmo ricordare.

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La stagione migliore

Credo di averlo già detto parecchie volte, ma la scuola m’ha cambiata per sempre. Qundo ero studentessa (non unversitaria, l’università poi scombina tutto), per me l’anno finiva e ricominciava a settembre. I tre mesi di vacanza estiva erano una cesura netta, avevo quell’esaltante impressione che durante quel periodo succedesse di tutto, e che tutto avvenisse in una specie di sospensione del tempo. L’estate era fuori dal flusso normale delle cose, e quel che vi accadeva faceva parte di una timeline parallela. Lasciamo perdere che il massimo che succedeva era poi di andare al mare in Campania invece che in Calabria, o che m’innamorassi di uno che si chiamava Giovanni e faceva il militare piuttosto che Peppino, di professione animatore. Tutto era particolare, nella mia fantasia.
Poi, appunto, è arrivata l’università, e la mia prima estate da aspirante fisico la passai a preparare Analisi I nell’Hortus Conclusus di Benevento. L’11 settembre il mondo cambiò, e realizzai che un’epoca della mia vita era finita. L’unica cosa che non cambiava era che per me a settembre iniziava l’anno nuovo.
Sarà perché amo il freddo, sarà perché adoro l’autunno, ma settembre rimane per me il mese del ritorno alla vita. Mi piace sentire il traffico che riparte nella città, dopo gli scenari post-apocalittici dell’agosto romano. Che ha i suoi vantaggi, per carità – piacerebbe a tutti metterci 40 minuti per andare da un capo all’altro della città – ma ha un che di morte, di abbandono, che non mi piace mai davvero. Mi piace il primo acquazzone di metà agosto, mi piace quando, non appena sorge l’arcobaleno, senti chiaramente che non fa più caldo come prima della pioggia, e capisci che sei al giro di boa. Mi piace quella mattina di settembre in cui cogli per la prima volta una nota di freddo nell’aria. Nonostante la città che ricomincia a girare, c’è una nota intima e raccolta, in quel brivido mattutino. In genere lo coglievo al paese di mia madre, dove per altro arrivava prima. Sentivo quel brivido, e capivo che presto l’aria avrebbe iniziato a profumare di legna.
Il mio corpo vive meglio col freddo, la mia mente lavora più alacre, mi sembra di essere un meccanismo arruginito che riprende lentamente ad andare. È, appunto, la vita che ricomincia.
Da questo punto di vista, ieri è stata la giornata perfetta d’inizio autunno.
Mi sveglio, e stare a poltrire qualche minuto a letto, prima di andare a preparare la colazione, ha tutto un altro gusto se oltre alle lenzuola c’è la prima leggera coperta. Apro le finestre, ed entra un bel vento fresco, che mi costringe a tirare fuori dall’armadio qualcosa per coprirmi. E tra le mani mi è capitato il coprispalle che indossavo in ospedale quasi quattro anni fa, quando nacque Irene. Il cielo bigio, la pioggia fine, l’alternarsi di schiarite e scrosci. Mancavano solo le castagne. A sera, poi, i tuoni e l’acquazzone, e l’”Ooohhh” ammirato di Irene mentre le facevo vedere la pioggia sotto il lampione, mentre il cielo s’illuminava di lampi.
Non starò a cercare di difendere la pioggia, che a tanta gente non piace per molte ragioni comprensibilissime. Non cercherò di convincere nessuno della bellezza dei colori dell’autunno e del rigore dell’inverno. Per me sono le stagioni migliori. E sono contenta che, lentamente, stiano arrivando.

E, come dicevo settimana scorsa, autunno, è tempo di presentare. Quest’anno parteciperò a Pordenonelegge, in quel di, appunto, Pordenone. L’appuntamento è mercoledì 18 settembre alle 10.30, al Palaprovincia di Largo San Giorgio: saremo io, Francesco Gungui e Sandrone Dazieri a discettare di fantasy. Se passate da quelle parti, fateci un salto.

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Merlin, o dell’importanza di finire bene

– ATTENZIONE! CONTIENE SPOILER SU MERLIN, LE GUERRE DEL MONDO EMERSO E LE LEGGENDE DEL MONDO EMERSO!! –

Il mio primo contatto con Merlin l’ho avuto durante un viaggio a Edimburgo: non c’era autobus che non avesse su la pubblicità del lancio di questa nuova serie fantasy della BBC. Poi, per lunghissimo tempo non ne ho più saputo niente, finché, non ricordo neppure perché e come, decisi di iniziare a seguirla. In breve, è diventata per me un piacevole appuntamento serotino: una serie divertente, con un buon ritmo, e con alcune vette insospettabili in un prodotto onesto e senza ambizioni spericolate. Ne parlai qui.
Ora, a quasi un anno (credo) dalla messa in onda, anch’io ho visto la quinta e ultima stagione.
Devo dire che avevo un oscuro presentimento, peggio di quello di Merlin nei confronti di Mordred. Non avevo gran voglia di iniziare la stagione, nonostante la 3 e la 4 mi fossero piaciute molte. Ma vabbeh, ho iniziato. E fin da subito il feeling è stato basso.
Merlin era bella perché era divertente. Proprio perché era permeata da un’atmosfera spensierata, ti colpiva più a fondo quando si cimentava con qualhe tematica più forte o drammatica. Ecco, l’aria spensierata è scomparsa, sostinuita da una pesantezza senza pari, in cui tutti, da Artù a Ginevra a Merlino sono sempre pensosi, seri, preoccupati. È la dannata “svolta dark” che ormai non manca in nessuna serie di successo, che si tratti di telefilm o libri. A volte è una cosa carina, più spesso è un cliché mal declinato che induce rapidamente al collasso uro-genitale, per citare uno dei miei insegnanti e amici di quando facevo la tesi all’osservatorio.
Poi c’è la ripetitività. Di tredici puntate, dieci seguono sempre lo stesso schema: Morgana si accoppia al tiranno di turno, usa la magia A per cercare di uccidere Artù/Merlino/Ginevra, Artù/Merlino la mazzolano (letteralmente, finisce quasi sempre stordita da una botta in testa) e ammazzano il tiranno. Finale di puntata con Morgana incazzata come una biscia che cerca un altro uomo forte, e via così ad libitum. Ma che palle…
Ci sono problemi strutturali che la serie si tira dietro da molto tempo: il prinicipale è Morgana. Il suo passaggio al lato oscuro – lo ammetto, non riesco a focalizzare il perché – non è mai risultato davvero convincente. In più, l’attrice che l’interpreta, che comunque mi pare una buona interprete, la cattiva non la sa proprio fare, o forse percepisce che il personaggia manca di un solido sviluppo psicologico e non riesce a sentirlo più di tanto. Invece di cercare di metterci una pezza, in questa stagione aggiungono passi falsi. Tipo la ricomparsa di Mordred, personaggio di grande interesse, che ritorna, salva Artù, ne diventa amico fidato, viene tradito e lo ammazza nel giro di sei episodi. La sua sottotrama poteva tranquillamente essere sviluppata nel corso di un paio di stagioni, in modo da sviscerarla per bene, da sfruttare tutti i punti di forza del personaggio e della storia…No. Tutto di fretta, che dobbiamo chiudere. Sorvoliamo infine su un Merlino sempre accigliato e insolitamente crudele, che ormai è pronto alla qualunque per salvare Camelot, tipo vendere gl altri maghi, ammazzare gente che ancora non ha fatto niente di male e via così. Ok la profezia, ok quello che ti pare, ma anche no.
Comunque. Se si trattasse solo di questo non ci sarebbe stato bisogno di scriverne. Praticamente tutte le serie televisive hanno un calo di qualità superato il tot numero di stagioni. Persino Scrubs, che al momento è probabilmente l’unica serie che ho visto fino in fondo e ha un finale degno (escluso Medical School, che è una roba a parte).
Il problema è il doppio episodio finale. Perché il finale è una cosa importante. Adesso parto per la tangente, ve lo dico. Parliamo di finali. Ho sempre pensato che ogni storia abbia il suo finale, un finale dettato da tutto quel che è accaduto prima. L’atmosfera generale, le caratteristiche dei personaggi, gli eventi occorsi inducono per forza di cose ad un certo finale. Il bravo scrittore è quello che capisce dove la storia stia andando a parare e capisce qual è il finale inevitabile. E questo è valido anche per l’assenza di finale. In genere cito sempre Il Pasticciaccio di Gadda. Che non finisce. Per chi non l’ha mai letto (leggetelo, non è esattamente letteratura di intrattenimento, ma vale la pena di fare un po’ di fatica), il libro si interrompe sulla battuta di un personaggio, battuta evidentemente interlocutoria, cui dovrebbe seguire una risposta. Che non c’è. Fine libro. Ma in realtà questo è un finale, l’unico possibile. Tutto il libro allude infatti all’esistenza come caos inestricabile, in cui la ricerca di una logica di fondo è impossibile, il famoso “iommero”. E dunque, un giallo, in una concezione del genere dell’esistenza (il libro è in effetti un giallo) non può che non avere alcuna soluzione. E quindi il discorso portato avanti dal libro è perfettamente conchiuso in se stesso con quel finale. In qualche modo, il senso c’è, ed è l’assenza di senso.
Noi passiamo un sacco di tempo a cercare un senso. Sono stati versati litri di sangue, si sono combattute guerre e perpetrati massacri per questa nostra devastante ricerca di senso. Il problema è che la vita spesso un senso non ce l’ha. Non si muore quando il nostro cammino, la nostra storia si è compiuta (non sempre, quanto meno), le storie spesso rimangono desolatamente aperte, a volte neppure iniziano. La letteratura pop (e fino ad un certo punto anche molta letteratura “alta”), o comunque lo storytelling, recupera questo senso raccontando storie che seguono la fabula classica. Io racconto fabulae classiche. E non sto parlando di finali consolatori o comunque lieti. Ido muore quando il suo cammino esistenziale si è compiuto, e al culmine di un’evoluzione che serve anche al lettore ad accettare in parte l’inevitabilità di quella morte. Adhara e Amhal muoiono alla fine del loro sviluppo come personaggi, dopo aver preso coscienza di determinate cose e aver raggiunto quello che per loro era la condizione finale del loro essere, da soli e in coppia. Nihal è l’unico caso di finale che non coincide con una risoluzione del suo conflitto, ma lì è stata una mia precisa scelta che non rispondeva esattamente a esigenze narrative. Gran parte della letteratura, anche se racconta storie in cui non c’è alcuna speranza (esempio classico: 1984) racconta sempre storie che hanno un senso (la storia di Winston è evidentemente conclusa, e in modo assolutamente tremendo, quando il libro si chiude, e il suo è chiaramente un cammino con un inizio e una fine, con un senso, appunto) ed è questo che il lettore cerca. C’è tutta una branca della letteratura che assomiglia alla scienza: cerca di portare ordine nel caos. Che è poi, e torniamo al punto di partenza, quel che facciamo dalla notte dei tempi.
Che c’entra col finale di Merlin?
L’episodio finale parte benissimo: Merlino trova i suoi poteri al minuto 2, al 6 Mordred ha già ferito Artù e quest’ultimo l’ha già ucciso, al minuto 10 la grande battaglia coi sassoni è finita. Ci si può concentrare su quello che è sempre stato il fulcro della serie: il rapporto tra Artù e Merlino. Le scene di loro due insieme sono intensissime, il racconto di come Artù fa i conti con la rivelazione che Merlino è un mago è magistrale…tutto molto bene. Tra l’altro va benissimo anche tutto il sottotesto omoerotico, che è un’altra cosa topica di questo tipo di racconti. Poi, il finale vero e proprio. Come d’altronde in tutte le leggende che parlano di Artù, quest’ultimo alla fine muore per davvero. Merlino gli fa l’immancabile funerale vichingo, la moglie diventa regina, il drago butta là un “Artù è il re che è stato e il re che sarà”, stacco e vediamo Merlino, ai giorni nostri, combinato come un barbone, che sta ancora ad Avalon ad aspettare che Artù ritorni, come ha detto il drago (che per altro poche cavolate gli ammanninto in cinque stagioni, ma vabbeh). The end.
E qui casca l’asino. E il brutto è che un finale sbagliato depriva la storia del suo senso, e dunque getta una luce funebre su tutta la serie. Il famoso “no, vabbeh, se finisce così do fuoco a tutta la collezione dei DVD”. Intendiamoci, non è che si possa fare una storia senza senso, eh? Ma sarebbe meglio facesse un gioco scoperto (tipo Gadda, appunto), non che mi cominci con un prodotto di consumo e poi mi sterzi verso lo sperimentalismo (e qui non cito Evangelion che già sono stata crocifissa abbastanza, al riguardo :P ).
Ma perché questo finale non ha senso? Perché, ok, sì, sono incazzata perché quello che è forse il mio personaggio preferito muore (ma questo non vuol dire; la morte a volte è la maggior glorificazione possibile di un personaggio, che te lo fa amare ancora di più) ma qua manca proprio la coerenza, e la vita sarà pure un caos inestricabile, sarà pure implacabile e cieca nella fortuna come nella sfiga, ma è coerente.
Per quattro stagioni ci hanno fatto una testa così che Artù era destinato a grandissime cose, e che Merlino doveva aiutarlo a sopravvivere, anzi, era suo destino proteggerlo. La tagline della serie è proprio “In a land of myth, at the time of magic, the destiny of a great kingdom rests on the shoulders of a young boy/man. His name: Merlin”. Ce lo ripetono all’inizio di ogni puntata. Great kingdom, sottolineo. In questi – quanti? Venti…trenta? – anni Artù che ha combinato? Camelot non l’ha creata lui. Nessuna enfasi particolare è stata posta sulla tavola rotonda, che resta l’unica cosa che ha introdotto. Il regno è quello che era ai tempi di Uther, sì, ha stretto un paio di alleanze poco convinte. Per il resto, l’unica cosa che ci rimarcano è che Artù è molto amato dalla gente, è magnanimo. E grazie. Rispetto al padre che sterminava i ragazzini una persona vagamente normale sembra un santo. Quindi quale great kingdom? Artù non muore da eroe, non muore neppure facendo qualcosa di grande. Muore perché Merlino non ha capito un cazzo delle profezie che gli erano state riferite, in un posto sperduto, lontano dalla moglie, dal regno e da qualsiasi speranza per il futuro. Del resto, lo dice anche Merlino, che Camelot è Artù. E il drago ha poco da dire che la loro storia verrà raccontata ai posteri, uno perché nessuno, a parte Artù, ha saputo il mazzo che s’è fatto Merlino per proteggere il regno, due perché, ripeto, Artù nella sua breve vita non ha fatto niente di significativo. Quindi di cosa stavano parlando le profezie? Perché Merlino si è dovuto fare il mazzo? Vai a sape’.
Bruttissimo anche il fatto che finalmente Merlino raggiunge la pienezza dei propri poteri proprio quando decide sostanzialmente di non usarli più. Il finale è un po’ criptico, ma il fatto che mille e passa anni dopo Merlino sta ancora in area Avalon – e l’assenza, se non erro, all’incoronazione di Ginevra – mi induce a credere che dopo la morte di Artù sia rimasto là ad aspettare che la promessa del drago si avveri. Mentre il drago è morto di risate parecchi secoli prima al pensiero del “mago più potente di tutti i tempi” che contempla per l’eternità il lago con l’occhio languido.
Insomma, il problema è il solito, quello di Lost, per intenderci: si chiude solo una sottotrama, ignorando le altre. Almeno Lost aveva due miliardi di sottotrame da chiudere, in Merlin ce ne stavano tre. E va bene anche che la leggenda classica dice che Artù viene ucciso da Mordred, ma hanno cambiato tante di quelle cose rispetto a quella versione…Bastava che Artù venisse salvato in extremis, cominciasse a regnare con Merlino al suo fianco nelle vesti di consigliere, finalmente, e l’ultima scena ci mostrasse un Mordred scamazzato malamente (scusate, le origini campane…), che è sopravvissuto ed è ovviamente incazzato come una biscia. Sipario. E si salvano capre e cavoli.
Mi rendo conto che questo post è chilometrico, ma è perché davvero mi piange il cuore, perché questa serie, così, semplicemente non funziona. Questo finale non fa onore a nessuno e dunque non permette di chiudere con questi personaggi: non con Merlino, che ha semplicemente fallito, e che ha indubbiamente agevolato, se non direttamente causato, la morte di Artù; non con Artù, che, a differenza di quel dicono le leggende, per altro, non ha fatto niente di significativo nella sua vita, tranne essere una brava persona. E vi ricordo anche che non si fa menzione di eventuali figli di Artù: la sua stirpe si estingue con lui, e dunque a maggior ragione non lascia traccia sulla terra. Certo, se poi l’intento era di mostraci che la vita è stronza, che la magia sono un cumulo di cazzate e l’unica cosa che resta è l’affetto del tuo amico più caro, missione compiuta. Peccato che le quattro stagioni precedenti, a parte l’amicizia, dicessero tutt’altro.

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La grande bellezza

Ho deciso di provare a prendere il brevetto da sub. Ho individuato una scuola che mi è comoda, e a settembre andrò a prendere contatto per rendere la cosa concreta.
L’idea mi è venuta in barca, mentre con Giuliano e Irene ci facevamo un giro intorno a Capo Palinuro. Era pieno di gente che si immergeva, e io, da un paio di giorni, avevo iniziato a trascorrere la mattinata a fare snorkeling.
Non che non ci avessi pensato anche prima di quel momento. Ho un sogno ricorrente: andare sott’acqua e poi aver paura di quello che vedrò. Credo che uno psichiatra ci scriverebbe un trattato su, ma la verità è che il mare m’ha sempre un po’ chiamata. Essendo un tipo ansioso e parecchio prudente, mi era sempre sembrata un’attività troppo pericolosa per i miei standard. Poi ho preso un palo con la macchina e mi son resa conto che ogni giorno ne faccio decisamente di peggiori, e allora perché no.
La verità però è che più passano gli anni più l’universo mi stupisce. L’ammirazione che provo nei confronti della bellezza del mondo invece di diminuire, in me, aumenta, come se stessi tornando bambina. Mi commuove nel profondo tutto ciò che è bello, mi affascina questo mondo nel quale molto spesso l’umanità mi appare un mero ospite. Le scoscese sogliere di capo Palinuro, la bellezza perfetta e immutabile dei fiordi della Norvegia, l’imponenza silenziosa delle Dolomiti. Sono tutte cose che esistono prima di noi e nonostante noi, e ci saranno ancora per molti millenni. E quale luogo è più ostile e in qualche modo proibito all’uomo dell’acqua? Sott’acqua noi non possiamo vivere, è il mondo alieno per eccellenza. E, al contempo, è intriso di una bellezza struggente e altra, un intero universo nel quale ci muoviamo come ospiti quasi sgraditi.
Ho sempre pensato – e non sono certo la prima a dirlo – che se s’è una ragione per la quale siamo qui, è godere di tutta questa bellezza e capirla. Qualcuno ha detto che l’intelletto umano è il modo col quale l’universo indaga se stesso, e io sono completamente d’accordo. Credo che abbiamo il dovere di apprezzare, capire e tutelare questo patrimonio di bellezza; la scienza questo fa. E, al tempo stesso – e anche questa non è inedita – credo che la bellezza ci salverà. Che se vogliamo ricostruire quel che abbiamo perso, dobbiamo partire da tutto quanto di bello c’è intorno a noi. La bellezza ci serve, ci aiuta, ci indica la strada. Nella mia vita di cittadina ai margini dell’impero spesso mi è mancata, e per questo quando posso vado dove posso ricaricare che le pile, che sia la montagna o il mare. Ovunque, intorno a noi, spesso misconosciuta, a volte bistrattata, c’è una bellezza indicibile. E io, semplicemente, non voglio perdermela.
Là sotto c’è un mondo intero di bellezza che mi aspetta. Perché, per paura, pigrizia o chissà che altro, dovrei impedirmi di goderne?
È un piccolo tuffo, ma per me è un passo significativo. Speriamo di mantenere questa convizione per un’altra settimana :) .

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Buche di potenziale – appuntamenti

Ieri sera ho postato su Twitter uno stato che ritenevo tutto sommato abbastanza neutro, ossia questo

“Oggi sono preda di un inarrestabile crollo nella mia autostima di scrittrice. Così, per completare la consueta sinusoide.”

Non mi sembrava nulla di particolarmente originale, anche perché, eoni fa, spiegai come funziona la mia testa, e introdussi la mitica sinusoide, che regola la mia esistenza da quando ne ho memoria. La sinusoide si applica a molteplici aspetti della mia vita. In alcuni campi, con una fatica infinita, sono riuscita a debellarla, ma in altri resta lei la padrona. Il mio lavoro è uno di questi ambiti. Per me è una cosa tutto sommato normale, persino positiva, direi: sentirsi arrivati e soddisfatti significa essere arrivati alla fine del percorso. Se uno ha scritto esattamente quel che voleva, esattamente come lo voleva, è tempo di fare un altro lavoro. L’insoddisfazione è la molla che ci spinge al miglioramento, ad una continua progressione verso qualcosa di più alto, tipicamente irragiungibile. Per chi ha come modello ideale Il Nome della Rosa è ovvio che la ricerca non potrà finire mai, visto che io non ho né le capacità né il talento per produrre qualcosa di simile. Comunque.
La cosa non è stata percepita allo stesso modo dagli altri Twitteri e dai Facebookari, che sono accorsi in massa a consolarmi e a dirmi che no, ma non mi devo abbattare, qualcuno era anche un po’ irritato, secondo me.
E invece io ho sempre pensato che i minimi della sinusoide siano il prezzo da pagare per fare questo lavoro. Tiè, ero persino convinta che fosse una cosa che capita a tutti gli scrittori. Il fatto è che l’arte è tutta animata da un unico paradosso: il tentativo disperato di tirar fuori dalla testa quello che c’è dentro, e cercare di trasporlo su tela, carta o quel che sia nel modo più fedele possibile. Il problema è che le emozioni sono emozioni, e le parole sono parole, e lo scarto tra le due non può essere colmato. E questo senza neppure contare altre variabili assai importanti: il talento e le capacità, di cui ciascuno di noi è fornito in modo del tutto arbitario, e che modulano ovviamente il risultato dei nostri sforzi. Va da sé che quindi per l’autore l’opera perfetta non esiste, o per lo meno non esiste per me.
Il fatto è che per me scrivere è spesso una questione di esaltazione: mentre lo faccio – e quando mi dice bene, ovviamente, non sempre è così – mi sembra di essere preda di un incantesimo. Ho l’illusoria sensazione che ci sia un filo diretto che dalla mia testa finisce sulla pagina, e trasporta le mie ossessione dall’una all’altra nel modo più efficace. È il momento di godimento massimo, quello per il quale scrivo io, paragonabile a quel che si prova quando si legge un libro che ci piace molto. Solo che “post coitum omne animal triste”; l’illusione di pienezza e simbiosi col creato svanisce, tu vai avanti con la tua vita, il tempo di cattura di nuovo, e quelle ossessioni che ti hanno spinto a scrivere, proprio perché le hai scritte, se ne vanno. Un giorno ti trovi a rileggere quelle pagine, e d’un tratto non capisci più perché ti erano piaciute tanto. È così.
L’ultima volta mi è capitato con la fine di Nashira 3. Gli ultimi capitoli li ho scritti in trance. Era una cosa che mi stavo scrivendo e riscrivendo in testa da circa un anno, e non vedevo l’ora di metterla giù. Un giorno ho scritto 45000 battute, sembravo posseduta, non riuscivo a fermarmi. A un certo punto avrei voluto rificcarmi in testa tutte quelle parole, solo per poterle riscrivere ancora, e ancora, e ancora. Per un giorno ho creduto di avercela finalmente fatta: di aver scritto quel che volevo, e come lo volevo.
Solo che poi il libro è finito, e io sono affondata “nella disperazione dello scrittore che non scrive”, come diceva la Yourcenar – leggi, sono tre settimane che non racconto niente -, l’ossessione del momento, con una certa difficoltà, devo ammetterlo, si è spenta, e intanto è successa una di quelle piccole cose che preludono al disastro. Si tratta sempre di eventi assolutamente insignificanti: un commento buttato lì con noncalance, una riflessione sul futuro, persino l’offerta di un nuovo lavoro. Ma basta. Nasce il dubbio, che piano si alimenta, e più ci pensi e più si ingradisce, fino a quando tutto viene giù. Di botto. È come quelle persone che allineano le tessere di un domino, a formare complesse geometrie, e quando hanno finito, quando hanno posizionato l’ultimo pezzo, ne buttano giù una. A cascata, crolla tutto. E non è tanto che pensi che tutto quel che hai fatto faccia schifo, no: hai il dubbio che faccia schifo, che è anche peggio. Hai il dubbio di essere peggiorata negli anni, hai il dubbio di non essere riuscita a far la differenza mai, neppure con una singola persona, hai il dubbio di aver avuto la tua opportunità di far qualcosa di grande, ma l’hai sprecata e adesso niente, game over.
Ho riletto quelle pagine di Nashira 3 che mi piacevano tanto. E, intendiamoci, non è che adesso non mi piacciano più. Sono ancora convinta di quel che ho fatto, ma ugualmente le riscriverei tutte. Forse lo farò in editing, chissà. Ma so che questo non le migliorerà. Passato un mese, ne sarò di nuovo insoddisfatta come ora.
Il fatto è che io credo che questi periodi di nero mi servano. È tutto un drammatico equilibrio sull’abisso, perché lo scoramento ti può bloccare – e quante volte l’ha fatto, nella mia vita – ma è anche un pungolo. Io ho bisogno di tutto questo, come il tossico che ha bisogno della sua dose, anche se sa che lo avvicina di un passo di più alla tomba. Sono queste le ossessioni che nutrono la mia continua ricerca, questi i sentimenti che mi spingono ancora e ancora a scrivere, e sì, forse è sempre la stessa storia, ma è così perché io con quela storia non ci ho ancora fatto i conti. Non è come la vorrei, non è come la sento qua, sotto lo sterno. Non sarà mai come la voglio, lo so, ma devo continuare a provare, non posso fare altro, è la mia natura.
In fin dei conti, è uno dei molti prezzi che la vita esige. Tutto costa qualcosa. Quest’avventura mi costa questo, e considerando quanto mi diverta, mi serva scrivere, e le soddisfazioni che mi dà, è un prezzo che pago volentieri. Per cui, non vi preoccupate quando scrivo stati del genere: non cerco attenzione, né sto meditando il ritiro dalle scene. Vi sto solo spiegando come funziona la mia testa. E ora, veniamo alle cose serie :) .
Questo fine settimana sarò a Pietrasanta per Anteprime, il festival nel quale gli scrittori parlano della loro prossima opera. Per me, si tratta di Nashira 3. Nashira 3, l’avrete capito, è un libro cui sono molto legata; lo sento, più degli altri, non so neppure dirvi il perché. Dovrò fare lo slalom tra gli spoiler per parlarvene, perché, come vi ripeto da due anni, Nashira è molto più di quel che si è visto finora, e quel molto viene in parte spiegato da questo libro. Inoltre, succede una cosa importante, forse anche un po’ controversa, via, ma spero vi piacerà. L’appuntamento è il 9 giugno, ore 18.30, al Campo della Rocca.
Il 14 giugno, invece, ore 18.30 presento Francesco Falconi e il suo Muses 2 – La Decima Musa a Roma, alla Libreria Mondadori di Via Tuscolana.
Il 18 giugno, ore 18.00, l’appuntamento è alla Feltrinelli di Largo di Torre Argentina, sempre a Roma, dove presenterò Francesco Gungui e il suo Inferno.
Infine, il 22 e il 23 giugno parteciperò al Cavacon, a Cava dei Tirreni. Tre appuntamenti: il 22, ore 12.30, presso lo Space 1, presenterò la prima Trilogia de La Ragazza Drago, mentre alle 16.00, presso lo stand Mondadori, ci sarà una firma copie. Il 23, invece, ore 11.00, assieme a Barbara Baraldi terrò un workshop sulla scrittura allo Space 1/Sala Teatro.
Come vedete, giugno intenso e tante occasioni di vederci. A presto!

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Manifesto

Ieri sera guardavo una serie tv, di cui peraltro a breve vi parlerò. E niente, è che a volte, nella mia vita, mi sento veramente a casa, come un pesce nella sua boccia preferita. Mi capita ad esempio a Lucca, in tantissime fiere del fumetto, ieri al Vigamus (a proposito, grazie a tutti quelli che sono venuti!). O quando guardo certe serie tv, come dicevo. E capisco che posso stare a mimetizzarmi tra la gente seria finché voglio, il bicchiere di vino in una mano e il sorriso pronto. Posso lamentarmi di essere presa poco sul serio, o del ghetto nel quale la letteratura fantasy è confinata da un bel po’, e almeno in Italia, resterà confinata a lungo. La verità è che non sono così. La verità è che io vengo da quel mondo eccessivo e outré che ogni anno sfila per la strade di Lucca tra lo sconcerto della gente seria. La verità è che tutto quel che voglio dire non può che passare per storie piene di roba dozzinale come spade, elfi e magia. Che quel che faccio e voglio continuare a fare nella vita è divertire e divertirmi, perché forse non so fare altro, ma forse perché, dannazione, ne abbiamo anche bisogno, persino per essere migliori, figuratevi.
Nessuno si sentirà mai migliore di quel che è, leggendo una mia storia, ma ho passato la fase in cui i libri che leggevo erano uno status symbol, e, vivaddio, è stata una fase breve. Non se ne può parlare ad una cena bene e far bella figura, non li si può portare in giro per darsi un tono. E, lo sapete? Ne sono più che orgogliosa. È quello che voglio, al di là di tutto.
E non è che noi che apprezziamo questa roba siamo dei superificialoni che non capiscono niente o ci facciamo meno domande di chi si nutre di “letteratura alta”, qualsiasi cosa essa sia. Solo ce le facciamo in modo diverso. Un modo che, per inciso, funziona dalla notte dei tempi, e ci ha accompagnati dall’infanzia alla cosiddetta età della ragione.
Non so spiegarvelo per bene neppure io, ma in qualche modo so che mi capite, perché condividiamo lo stesso immaginario, o non mi leggereste. Veniamo tutti da quel posto viscerale e oscuro in cui nascono le favole e le fiabe, che continuano a parlarci dopo secoli proprio perché sono così maledettamente seminali e tremende. Ci serve l’eccesso, il colpo di scena, il cliffhanger, il sangue grandguignolesco e i sentimenti potenti come nei feuilleton da cui discendiamo per linea diretta.
Siamo questo. Mi rendo conto che alla maggior parte della gente, che divide la letteratura in alta e bassa, come se non fosse tutto un unico discorso sull’umanità – in cui per altro il pop non nega né disprezza lo sperimentalismo e viceversa, ma mi rendo conto che in un’epoca di semplificazioni estreme questa è un’idea eretica – facciamo impressione. Ma non ha molta importanza. In fin dei conti, chi non ci capisce si perde qualcosa, non noi, che tutto sommato gli altri li capiamo bene, e sappiamo goderci le loro, di storie, quando serve.
E lo rivendico con un certo orgoglio proprio perché ho capito ieri che sono esattamente dove dovrei essere, a fare proprio quel che voglio, in quel posto irripetibile dove una foto come questa vale più di qualsiasi parola, o di qualsiasi altra soddisfazione l’accademia possa darti. Ma ci vuole del tempo, per capirlo ed accettarlo. Io ci ho messo dieci anni, da quel pomeriggio in cui mi dissero che le mie storie erano rubricate alla voce “tutto ciò che non è letteratura”, e io lì per lì non capii e ci rimasi anche male. Ecco, adesso capisco. E non mi sento da meno di nessuno, per ciò che sono, che siamo.
Chiamatelo l’orgoglio del pop, non lo so. È uno sporco lavoro, e qualcuno deve pur farlo. E io, devo dire, dentro ci sguazzo di un gran bene.

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Fuori

Questa settimana siamo stati tutti male. Io, Giuliano e Irene. Sbattuti a letto per tutto il tempo, ciondolanti tra le coperte, il divano, e il tavolo della cucina.
Col cervello a mezzo servizio, senza contare la prole in mood fastidioso in giro per casa, scrivere mi era impossibile. L’unica cosa che potessi fare era guardare la tv o votarmi a santo Internet. Dato che in camera da letto non ho Sky, ho passato quattro giorni a vagare online come un’anima in pena. E di cosa si parla in questi giorni? Soltanto di elezioni, ovvio. Tizio voterà la fiducia a Caio? E se non lo fa? Sì, ma se Sempronio si alza durante le votazioni…
Tutta la giornata così, a non far altro che leggere questa roba qui, attaccando briga con chiunque, mossa da una specie di coazione a dire la propria, sempre e comunque.
È stato abbastanza allucinante. Una specie di discesa agli inferi dell’inutilità: tanto, possiamo stare a discutere da qui all’eternità, la chiacchiere stanno sempre a zero, la verità non esiste se non quella che stabilirà il parlamento tra qualche giorno. Fine.
Con questo non voglio dire che la discussione politica sia inutile. Ma dodici ore al giorno di rete impazzita è più di quanto una persona normale possa tollerare. La rete è tutto e il contrario di tutto, e il posto ove eminentemente si capisce che parlare, parlare, parlare non porta da nessuna parte. Sebbene serva, ad un certo punto. Ma non così tanto. E non senza un po’ d’azione.
Così, stamattina ho preso le quattro forze che mi sono rimasta e sono andata al mercato che fanno da un paio di settimane davanti all’asilo di Irene. Pane, uova bianche, borraggine, mele annurche, formaggi di ogni genere e tipo. Un bel cielo bianco compatto, un po’ di gente in giro, freddo e un’atmosfera rilassata. Un bagno di realtà. Oltre che un po’ di aria fresca per i miei polmoni, che ogni tanto ci vuole.
Ora vedo tutto sotto un’altra prospettiva. Tornata a casa, c’era anche il mio yukata che mi aspettava. Tutto bene, insomma.
È che a volte occorre farsi una vita fuori.

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Noi e gli altri

Scrivo mentre guardo un film già visto. La sinistra che ha perso pur avendo tecnicamente (??) vinto. Le ultime sezioni scrutinate che non fanno altro che aumentare inesorabilmente le percentuali del centro destra, e il risicato vantaggio che si assottiglia sempre più, fino a trasformarsi in un pareggio così preciso che manco il fine tuning dell’universo. Dove ho già visto tutto questo? Nel 2006. Prodi II. Sarà per questo che osservo col triste distacco di chi c’è già stato, ha già visto tutto e…e che vuoi fare? L’Italia è così. Da sempre.
Comunque. Non è questo quel che mi interessava dire. Noto che il sentimento dominante, sulla rete e tra conoscenti e amici, è lo sconcerto. Non se l’aspettava proprio nessuno. Eravamo tutti convinti che Berlusconi fosse un problema morto e sopolto, tanto che in molti ci eravamo dedicati a nuovi fenomeni rampanti. Più o meno tutti si aspettavano un forte M5S, ma, diciamocelo, dai, nessuno si aspettava Berlusconi al 30%. Ed è questo il dato che mi interessa. Nessuno, di noi, se lo aspettava.
Se chiedete ad un qualsiasi elettore di sinistra di indicarvi un suo conoscente che ammette di votare PDL dirà che non ne conosce. So che questo fenomeno succedeva anche con la DC: la votavano tutti, ma a quanto pare nessuno lo ammetteva. E allora, vabbeh, diciamo che c’è della gente che lo vota e non lo dice. Sia pure. Ma qui stiamo parlando di un italiano su 4 (ricordiamo che un altro su quattro proprio non vota). Mica bruscolini.
Mi è dunque venuto un dubbio. Che questo paese è ormai attraversato da un’insanabile frattura: ci sono due anime che proprio non si parlano, non si guardano, non frequentano più neppure gli stessi posti. Tutta quell’Italia che Berlusconi lo voterebbe anche da salma (e siamo più o meno lì, perché politicamente un morto già lo è, e anche fisicamente non è che abbia la faccia di uno in gran forma) è completamente ignota a chi vota altro. Non sappiamo dire perché continuano a votarlo, non sappiamo manco dire chi esattamente sono. È gente cui non solo la voce della sinistra, pure di quella più fiaccamente moderata, non giunge manco per sbaglio, ma con cui ho l’impressione che quella sinistra non ci voglia neppure parlare.
Ora, le mie sono considerazioni terra terra. Certo che ci sono altre ragioni per questa sconfitta di una coalizione che in teoria doveva vincere con percentuali bulgare (e per teoria intendo il contesto, il periodo storico e le condizioni nelle quali il centro destra s’era ritirato un anno e passa fa), e pure capire perché Grillo pigli tutti questi voti non mi sembra per niente difficile. Ma io il problema del perché nessuno s’era immaginato questo ritorno en masse al nuovo che avanza me lo porrei.
Facile dire che son tutti scemi, come sto leggendo ovunque, che ve lo meritate, morite ammazzati, blablabla. Però con quel 25% di italiani occorre fare i conti, se si vuole “cambiare qualcosa” (termine anche questo che nel dibattito politico mi sembra aver perduto ogni significato). È quelli lì che tocca convincere per governare. È quelli lì che occorre capire, per modificare le cose. Oppure ti continueranno a votare quelli che ti hanno votato sempre, e sempre lo faranno, sempre più stanchi e sempre di meno, comunque.
Altro appunto a chi lancia strali contro i malvagi che ci hanno riconsegnato mani e piedi all’Unto del Signore: per esercitare il diritto di voto ci vuole quel minimo di coscienza civica e di conoscenza del mondo che molti non hanno. Massacrare la scuola pubblica, come è stato fatto da tutti per decenni, lasciare che la televisione, sulla quale ancora la maggior parte degli italiani forma la propria visione del mondo, si trasformasse nello scempio di oggi, altra cosa cui destra e sinistra si sono applicate con la medesima foga negli anni, produce gente che non ha materialmente gli strumenti per fare una scelta consapevole. Io prima di inveire, che non serve a un beneamato, se permettete, due domande su cosa si possa fare, e dove siano le colpe di chi non è stato capace di convincere gli altri della bontà della propria proposta, me le farei.
Buonanotte. O cattiva, a seconda di come volete vederla.

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Absolution

Diciamo che un concetto che è si è inciso piuttosto profondamente in me è il valore del denaro. Vivaddio, sono una persona estremamente oculata nelle spese, magari pure un po’ troppo, ma prima di tirar fuori dei soldi per qualcosa mi faccio due miliardi di domande. Soprattutto quando si tratta di qualcosa di non strettamente utile per la sopravvivenza, categoria merceologica a me nota come “sfizi”. Sfizio è un lettore di MP3 – anche se è quello subacqueo che cercavo da una vita -, sfizio sono un paio di scarpe col tacco, sfizio è un vestito che mi piace. La cosa, ovviamente, prescinde completamente dal fatto che i soldi per lo sfizio, ovviamente ci siano. È a prescindere. E veniamo al punto.
Qualche tempo fa, per ragioni che al momento non riesco a ricostruire, mi son messa a cercare immagini di abbigliamento giapponese. Il fato ha voluto che lo facessi sul raccoglitore mondiale di sfizi: Etsy. Etsy non è un sito di ecommerce qualsiasi, Etsy c’ha roba intrinsecamente, ontologicamente sfiziosa. C’ho comprato degli inutilissimi, ma assolutamente meravigliosi, baciamano ricamati. E un paio di guantini di pizzo. E le tazze di Star Wars con le silouettes di Leia e scritto dietro “I love you” e di Han con la scritta “I know” – che sono irrinunciabili, ne converrete. E…vabbeh, avete capito. E quindi niente, ho trovato questi kimono vintage meravigliosi. Roba che non potevo dire di no. Ora, qualsiasi sfizio superi i venti euro richiede un elaborato rituale per concludere l’acquisto.
Si comincia con l’innamoramento dell’oggetto. Nello specifico, un haori. Poi si passa alla contemplazione: beh, è proprio figo.
Sì, ma costa più di venti euro.
Ok, ma non tanto.
Però non ne hai bisogno.
Vabbeh, che vuol dire…è bello.
Sì, ma dove te lo metti?
Ovunque.
Davvero ne hai il coraggio?
Ma davvero me lo stai chiedendo?
Ok, questa è scema, hai ragione. Ma comunque son più di venti euro.
Dannazione…
Seguono lunghi giorni di contemplazione estatica del prodotto. Se l’ossessione è particolarmente intensa, inizio anche a sognarmelo. Sicché, si giunge all’ultimo atto. L’assoluzione.
Non posso, non posso! comprare una cosa per – signore aiutami a dirlo… – il mio puro piacere senza aver ricevuto una preventiva assoluzione per il mio peccato. Assoluzione che consiste nell’assenso delle due figure di riferimento della mia vita: il marito, e la mamma. Irene si aggiungerò di sicuro appena avrà raggiunto l’età della ragione.
Ora, capitemi. Mio marito traffica in retrocomputing; gli ho messo un freno sul budget, altrimenti avrebbe dato via le mutande per un Apple II. Per sua ammissione, s’è sempre tenuto lontano da Magic perché aveva paura di vendersi la mamma per una carta rara. Tipo gli ex-alcolizzati che non bevono per non cadere in tentazione. Quale può essere il suo commento al mio dramma esistenziale “lo prendo/non lo prendo”?.
«Ma sì, che te frega».
E una è andata.
Poi si passa al consiglio della mamma. Che deve ovviamente approvare anche foggia e caratteristiche del prodotto, sennò non vale. Mia madre, che assieme al babbo mi ha inculcato quest’etica del danaro, ovviamente non mi liquida con frasi lapidarie. In genere però capitola abbastanza rapidamente. Anche perché non salgo mai sopra i cento euro. Ma proprio mai. In genere la reazione finale è un bonario “ma prenditelo e non rompere!”.
Com’è andata a finire con l’haori, lo potete vedere qua sotto.

Il dramma è che adesso aspetto l’arrivo di uno yukata dal Giappone. E un obi. Sennò con cosa lo chiudo lo yukata. Ma lo posso riutilizzare anche sull’haori, eh? I colori ci stanno. Lo userò un sacco, giuro! Mi assolvete anche voi?

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