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RIP

Avevo intenzione di fare un post meramente informativo, oggi. Ho due miliardi di cose per la testa, tante cose da fare, e un po’ di stanchezza. Poi ho aperto Repubblica, e ho letto questa notizia.
Tra le tante cose che i libri mi hanno permesso ci sono incontri che non credo avrei mai fatto altrimenti. Dino De Laurentiis non l’ho mai incontrato di persona, ma per un certo periodo, per motivi lunghi e tortuosi da spiegare, ci siamo sentiti spesso per telefono.
Era una persona gentilissima, e un vulcano di idee. Aveva in ballo mille progetti, mi era sembrato un entusiasta. Soprattutto, era uno vivo. Aveva novant’anni, ma la cosa sembrava per lui un mero accidente, una tappa obbligata del percorso che non aveva cambiato una virgola il suo modo di fare.
Mi colpì una volta, quando mi disse che il cinema doveva essere meraviglia, un modo di vedere che, da scrittrice del genere, sposo, almeno in parte, ma che mi parve strano per un italiano. In fin dei conti, siamo ancora schiavi di certe rozze categorizzazioni, soprattutto al cinema. Ho scoperto che lo disse anche lui, anni fa, quando gli conferirono il Leone d’Oro alla carriera: “Il problema dei registi italiani è che vogliono fare i film con un occhio alla critica. Noi però siamo show-man e dobbiamo fare film solo per il pubblico. Ora voglio dimostrare al cinema italiano che ci sono grandi storie da raccontare. Ho voglia di tornare in Italia a lavorare per fare dei film che riescano ad uscire dall’Italia”.
Non posso dire che lo conoscessi. Il nostro è stato un incrocio fugace, ma che in qualche modo ha lasciato un segno. Abbiamo perso qualcosa, oggi: un pezzo straordinario di storia del cinema, italiano e internazionale, sicuramente, ma forse anche qualcos’altro. E, inaspettatamente, questo qualcosa ha lasciato un piccolo vuoto in me.

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