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Per chi suona la campana

Ci sono fatti di cronaca che, alla resa dei conti, non riscuotono presso l’opinione pubblica l’interesse che dovrebbero. Mentre ci si appassiona per anni sui “delitti dell’estate” o su altri fatti criminosi, ci sono cose che dovrebbero farci riflettere tutti, e che invece vengono spesso liquidate con un’alzata di spalle. Quel che è successo a Genova al G8, per dire, che se ne parli in giro è ancora pieno di gente che o non capisce la gravità del fatto o ti risponde che se uno va a manifestare se la va a cercare. Oppure la storia di Aldrovandi.
Tra tutte le pseudo-vittorie del web che vengono citate, la storia di Aldrovandi non viene mai portata ad esempio. Eppure se sua madre non avesse aperto un blog, nel 2006, probabilmente nessuno di noi ne saprebbe niente. Io ne venni a conoscenza così, perché qualcuno mi aveva indicato il blog.
La storia voglio sperare la conosciate tutti, ma una rinfrescata alla memoria fa sempre bene. La cosa è tornata recentemente agli onori della cronaca per un fatto assolutamente vergognoso: il sindacato di polizia COISP ha manifestato solidarietà agli assassini di Federico sotto l’ufficio di sua madre. E quando lei è scesa a mostrare la foto del figlio ammazzato di botte e steso in un lago di sangue, si sono, semplicemente, girati dall’altra parte. Come moltissimi tra noi.
Federico era un tossico. Federico qualcosa avrà fatto per scatenare la rabbia della polizia. Federico se la meritava. Questo pensa una fetta probabilmente maggioritaria degli italiani, per i quali quella di Aldrovandi è una storia lontana, che non lo tocca. Suo figlio non si droga, suo figlio è un bravo ragazzo. Peccato che Federico non era un tossico, che aveva passato una notte brava come il 90% di noi avrà fatto nella sua vita e che quel che è capitato a lui può accadere a chiunque di noi. Perché la storia di Federico, conclusasi, vi ricordo, con una condanna per omicidio colposo – per intenderci, la stessa pena che ti danno se per esempio investi un passante e lo uccidi – che si può anche scontare ai domiciliari, stabilisce un triste precedente: quando finisci in mano alle forze dell’ordine, queste sono tutto sommato giustificate a far di te e del tuo corpo quel che vogliono. Ce lo insegna anche l’infinta storia di Cucchi, per dire, oltre che tutto quanto successo a Genova nel 2001. Può capitare a chiunque di noi, per qualsiasi ragione.
La democrazia e gli stati di diritto sono tentativi di vincolare il più possibile il potere e la violenza del singolo: lo fanno distribuendo il potere nel modo più ampio possibile e stabilendo regola chiare e precise cui mezzi e i modi con cui far rispettare le leggi. Uno stato in cui gli eccessi della polizia non vengono adeguatamente puniti non è uno stato libero. È un posto in cui io non mi sento tutelato dalle forze dell’ordine, ma minacciato. E questo va a detrimento anche delle tonnellate di uomini e donne che stanno nelle forze di polizia a fare il loro dovere, agendo secondo coscienza e nel rispetto delle leggi.
Vi ricordo infine che nessuno dei quattro agenti condannati è stato radiato dal corpo. Lo stato ammette tra i tutori della legge gente che ammazza a manganellate un ragazzo di diciotto anni. Io questa cosa continuo a non riuscire a dimenticarla, ogni volta che vado ad una manifestazione o mi ferma la stradale. Voi?

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Uomini e no

Qualche tempo fa scrissi questo brevissimo racconto. Non era del tutto una storia di finzione. Era ispirato alle ragazze che incrociavo durante il mio tragitto a lavoro, lungo le strade che circondano questo quartiere. Ragazze giovanissime, poco più che bambine, vestite come qualsiasi loro coetanea. Dopo un breve periodo di assenza, sono tornate. Ogni volta che le vedo, mi sale la rabbia. Mi domando perché loro sono sulla strada, e le loro coetanee italiane a scuola. Mi chiedo perché non si possa fare niente per aiutarle, perché il loro dramma debba consumarsi nell’indifferenza generalizzata. Tutto ciò cui hanno diritto è al massimo lo sdegno dei benpensanti, che si lamentano per il decoro delle strade. Mi viene allora da pensare che a questo mondo, nel mondo che ci siamo costruiti, ci sono le persone, e poi ci sono gli altri, poco più che oggetti, che non hanno diritto a niente, neppure alla nostra pietà. La stessa cosa che ho pensato leggendo questo.
Saidou Gadiaga è morto un anno fa. Sono successe molte cose quest’anno, certo, e ieri stava per cadere il governo per la milionesima volta, e l’alluvione, e tutte le altre notizie che hanno distratto l’opinione pubblica. Eppure non riesco a capacitarmi dell’indifferenza generalizzata che ha accolto il video della morte di Sadiou. Quando finiamo in carcere, lo stato diventa responsabile dell’integrità dei nostri corpi. In Italia non esiste né la pena di morte né la tortura, dunque lo stato deve curare l’integrità psichica e fisica dei detenuti, indipendentemente dal reato per il quale sono stati condannati, o semplicemente fermati, come Saidou. E invece non lo fa. Non l’ha fatto con Cucchi, non l’ha fatto con Aldrovandi, non l’ha fatto con Saidou. E la gente sembra avere difficoltà a empatizzare con queste vittime. Perché, diciamocelo, per noi esistono gli uomini, e poi tutti gli altri. Quando finisci in carcere varchi un confine, invisibile ma ben più solido delle sbarre che ti separano dal mondo. Per la gente smetti di essere una persona, e ingrossi le fila di quelli che possono anche morire, possono anche essere torturati. I detenuti, le prostitute, tutti quelli che per una ragione o per l’altra sono fuori dal sistema sono scorie, e come tali vanno trattati. Il corpo sociale deve espellerli per affermare se stesso, per marcare la distanza tra noi e loro. Senza capire che basta un niente per superare il confine, e diventare come loro.
Uno stato che permette quel che è successo a Saidou non può definirsi né libero né democratico. Uno stato che archivia e non fa luce su una morte del genere, insensata, inumana, assurda, dimostra per l’ennesima volta che i porci sono più uguali degli altri animali, è che l’unica sia pregare di non finire mai dall’altra parte dello steccato, tra i perdenti.
Io voglio un’Italia in cui cose del genere non si debbano più vedere, un’Italia in cui abusi del genere non siano mai tollerati, un’Italia a cui freghi qualcosa di Sadiou, di Federico, di Stefano, e di tutte quelle ragazze senza nome il cui sguardo incrocio un attimo soltanto, mentre sono presa dai miei affari di donna nata dal lato giusto del confine.

P.S.
Vi segnalo questa mia intervista. Mi spiace mescolare così sacro e profano, ma sentivo di dover scrivere quello che ho scritto sopra, e di doverlo fare oggi. Del resto, il titolo originario di questo blog era “Fra Cielo e Terra”.

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