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Femminicidio

Spendo due parole per un argomento di cui, vivaddio, in questi giorni si parla più del solito: il femminicidio, per quanto il termine, per qualche ragione che mi sfugge, mi dia un po’ fastidio. Ma inquadra in modo preciso il problema: omicidi di donne, perpetrati in quanto la vittima è donna. Tipicamente, si parla di compagni o ex-compagni che uccidono donne, a volte allargando la loro violenza anche a chi del mondo della (ex)compagna fa parte: nuovi amori, figli, parenti. Possiamo star qui a dire che si tratta di isolati casi di follia, ma, anche a voler accettare che questi casi siano frutto di patologia – e tutto sommato è una tesi che non sposo, o almeno non del tutto – ci sono malattie del singolo che sono espressione di malattie della società. E la patologia, in questo caso, è il modo in cui la donna viene percepita e rappresentata in questo periodo storico e in questo paese. Basta pensare al modo in cui in genere questi crimini vengono raccontati. L’uomo viene presentato come un folle che è stato in qualche modo “spinto” a fare quel che ha fatto. Si sprecano parole come raptus, follia, gelosia. Alla base, c’è sempre un fallo della donna: l’aver pronunciato il nome dell’ex, l’aver lasciato l’uomo, essersi rifatta una vita con qualcun’altro. Il messaggio sotteso è di vaga empatia per l’assassino: insomma, può capitare a tutti, un momento di follia in cui strangoli tua moglie che ha una relazione con un altro. Vi porto una serie di esempi, ben analizzar, che valgono più di mille parole. L’omicidio, in questo senso, afferma un possesso su una cosa, la moglie, la compagna, la figlia, che non è una persona, ma, appunto, un bene. E qui, ovviamente, l’argomento si allarga, perché la mercificazione delle persone, indipendentemente dal loro sesso, è un segno distintivo dei nostri tempi. Ma con le donne funziona meglio, perché per secoli sono sempre state viste come mere appendici, del padre prima, del marito poi, del figlio infine. E adesso la situazione non è poi così cambiata; basti pensare a tutta la retorica pervasiva sulla maternità che ci avvelena in questi anni, e di cui ho avuto modo di parlare qualche tempo fa.
Ora, se è vero che il femminicidio è espressione di una malattia sociale, allora è sulla società che occorre agire, e la prima cosa da fare è dare un nome al problema e farlo conoscere. Spiegare cos’è il femminicidio, cosa a nostro parere lo innesca, cosa sottintende a livello di immaginario condiviso. Perché qui il problema è anche la generica indifferenza con la quale passano questi episodi di cronaca. Un trafiletto in duecentesima pagina, nessuna notizia dei processi, e un generale senso di rassegnazione da parte dell’opinione pubblica: succede, è sempre successo, sempre succederà. No. Non succede, e men che mai deve succedere perché l’uomo è così. Siamo anche noi, con questo atteggiamento, che lasciamo sole le vittime, che coltiviamo il brodo in cui queste cose si consumano.
Per il resto, un primo passo potrebbe essere un cambiamento di prospettiva dei media, che la piantino con questa retorica stantia e dannosa del povero uomo che esce di testa. Probabilmente fa vendere copie, ma occulta la realtà, quella di un mondo intero in cui le donne sono cose, di gente che si sente persino giustificato nei proprio comportamenti violenti, perché, si sa, la gelosia è amore. Ecco, anche no.

P.S.
Mi vedo costretta ad annullare, e mi scuso per lo scarsissimo anticipo, l’incontro di domani a Roma. O meglio, ad annullarlo è stata la scuola che avrebbe dovuto venire ad incontrarmi, e che ha detto che non verrà. Per cui, nulla, mi spiace molto, sarà per la prossima volta.

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