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Le cose che non posso fare

Non posso vestirmi come voglio quando sono da sola. Se ho la gonna sul treno penso con preoccupazione a quanta coscia si vede. Se ho i tacchi penso a quanto siano provocanti.
Non posso bere quanto voglio a una festa in cui non sono accompagnata da un uomo che conosco bene.
Non posso andare da sola a un appuntamento di lavoro con un uomo che non conosca più che bene.
Non posso dare confidenza a uomini appena conosciuti.
Non posso andare in giro da sola dopo una certa ora.
Non posso accettare passaggi in macchina da uomini, neppure se sono carabinieri cui ho chiesto aiuto.
Non posso denunciare uno stupro, se non sono forte abbastanza da sopportare che tutta la difesa si baserà sul fatto che sono una puttana e sotto sotto mi piaceva.

Il compagno di classe che a tredici anni, mentre siete in fila per uscire, ti infila la mano a tradimento sotto la gonna e ti tocca con un dito là sotto.
I vecchi che fanno commenti sulle tue tette anche se sei ancora poco più che una bambina, e vai in giro con tua madre.
Il collega che a un congresso ti dice “dimmi che adesso ti spogli così tiriamo su l’atmosfera”.
Non sono cose normali. Non sono “che vuoi che sia”. Non sono “e fattela una risata”.
Sono segnali che mi indicano chiaramente che non sono padrona del mio corpo. Sono avvertimenti: sta’ al tuo posto, perché sei una donna, e una donna non può fare tante cose. E se al tuo posto non ci stai, ti ci metto io, riducendoti a nulla: sei solo un seno, solo una vagina.

Non siamo libere. Ci hanno detto che lo eravamo, ce lo continuano a ripetere, ma non è vero. Possiamo essere quello che vogliamo, ma solo se stiamo nei limiti che loro ci dettano: se sei una brava ragazza, se la gonna è lunga, se non mostri che ti piace il sesso, se non fai quello che davvero vuoi, assecondando le tue passioni e i tuoi desideri. Questa non è libertà, è una sua brutta imitazione. E francamente, è da un pezzo che non ci basta più.

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Aridaje

Saprete che in questo periodo c’è una lodevole iniziativa in atto: il Maggio dei Libri. Si tratta di un’iniziativa di promozione della lettura. Qui trovate il sito con tutte le informazioni sulla varie iniziative. Ripeto, è una cosa bella, lodevole, e soprattutto necessaria, considerando quanta poca gente legge in Italia. E francamente mi spiace doverle muovere una critica, perché la situazione è così disastrosa che spararsi addosso tra di noi che di lettura viviamo non è esattamente la cosa migliore, ma tant’è.
Oggi ero in macchina, e alla radio ho sentito lo spot che pubblicizza l’evento. L’ho cercato per farvelo sentire, ma ho trovato solo la versione maschile, mentre quella in cui mi sono imbattuta io è quella femminile. Comunque, ve lo racconto: ci sono due ragazze che parlano. La prima si lamenta di aver avuto una brutta giornata, e per motivare la cosa cita una serie di incovenienti futili, tra cui la rottura di un tacco. L’altra racconta invece di aver vissuto straordinarie avventure, perché ha letto un libro. Frase finale: leggere fa crescere.
Qual è il problema? È duplice. Innanzitutto, tutti gli spot che ho sentito finora vertevano tutti su un’unico concetto: leggere, appunto, fa crescere. Ricordate lo spot del bambino che va in libreria e inizia a giocare con un libro come fosse un pallone da basket? Fa parte della stessa campagna, e si conclude più o meno allo stesso modo: leggi che cresci. Oppure, leggi che ti informi, leggi che ti arricchisci. Manca l’unica cosa che secondo me potrebbe attirare la gente che non legge: leggi che ti diverti. L’aspetto ludico della lettura non viene quasi mai messo in luce, né in queste campagne né, a parte lodevoli eccezioni, a scuola. Leggere è sempre una roba importante, senza la quale sei meno completo, meno uomo, verrebbe da dire, come se leggere fosse una pillola amara che devi mandar giù per essere in salute. Ma leggere è soprattutto bello, divertente, appassionante. Non si legge mica solo per imparare e per arricchirsi. Io leggo prima di tutto per divertirmi, per appassionarmi, commuovermi, spaventarmi con una storia. Invece no: a noi piace il cilicio e la gogna, se ti diverti non è cultura, è – ovvove! – intrattenimento.
Ora, lo spot radiofonico di sguincio coglie l’aspetto ludico: la tipa che legge dice di aver vissuto straordinarie avventure. Però poi la voce off ti spiega che non è quello l’importante: l’importante è che poi cresci, con buona pace di Peter Pan. L’altro poblema è la consueta contrapposizione oca donna colta. Di che può parlare quella che non legge? Ma di trucchi e scarpe, ovvio, gli argomenti frivoli per eccellenza. E io, che amo le scarpe col tacco e leggo in media 45 libri l’anno? Dove mi colloco? Oca o donna colta? Il tacco 12 mi rende meno colta? Devo abbandonarlo?
Ora, io lo so che essere sintetici, come uno spot richiede, e non cadere nello stereotipo è difficile, ma io sono un po’ stanca di tutte queste categorizzazioni, per cui se vesti in un certo modo sei scema e puttana, in un altro colta e impegnata, ma di contro sciatta e “inchiavabile”, come direbbero i nostri politici. Perché ci viene sempre chiesto di essere in un modo e non in un altro, invece che accettarci per quel che siamo, con tutte le contraddizioni che la natura umana implica? Mi piace truccarmi ma mi farei volentieri una partita di gioco di ruolo dal vivo con la spade di lattice: è un problema? Quando posso salgo anche sul tacco 14, ma ho un dottorato in astronomia: c’è qualcosa di sbagliato?
Vabbeh, magari sono io che mi attacco alle piccolezze. Spero quanto meno che questo papiellone un po’ acido vi abbia incuriosito verso l’iniziativa che, al di là della promozione che a me non è piaciuta, merita parecchio. Aprofittatene, comprate un libro, andate ad ascoltare un autore, divertitevi, soprattutto, coi tacchi o rasoterra, truccate o acqua e sapone, che il divertimento non ha etichette.

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È tutto così

L’altro giorno Giuliano mi ha raccontato di una discussione sulla rappresentazione del femminile sui media che ha avuto a lavoro. Non si stava parlando di un episodio particolarmente eclatante, di uno di quegli episodi cui ormai siamo abituati: che so, l’uomo di potere e la donna che fa la graziosa assistente, roba del genere. La cosa interessante era la polarizzazione della discussione: di qua le donne, che hanno fatto notare la natura sostanzialmente sessista della rappresentazione, di là gli uomini che minimizzavano. E allora mi è venuta in mente una riflessione: per un uomo capire tutti questi discorsi sulla rappresentazione dei generi dev’essere davvero complicato. In fin dei conti, un uomo vive fin da piccolo in un mondo in cui gli viene spiegato e mostrato con abbondanza di esempi che da grande potrà essere tutto quel che vuole. Gioca con camion, razzi, costruzioni, tutto ciò che desidera. Quando gli chiedono cosa farà da grande ha a sua disposizione un ampio ventaglio di risposte, nessuno gli dice cosa deve fare e l’unico limite è astenersi da tutto quanto sia troppo “femminile”: no alle bambole, no a cose come “voglio fare il ballerino”, no ai vestiti da femminuccia. Si tratta comunque di poche regole, di pochi ambiti preclusi. Il resto, è tutto a disposizione. Per lui è assolutamente naturale vedersi rappresentato in posizione di potere, protagonista di avventure e situazioni divertenti, perché i cartoni animati pullulano di personaggi maschili che fanno qualsiasi cosa.
E una donna? La bambina si guarda in giro e tutti i personaggi dei cartoni animati che fanno cose fighe e avventurose sono maschi. I personaggi femminili sono quasi tutti leziosi e fanno cose da femmina: il massimo della sperimentazione (e, beninteso, sono lietissima che ci sia almeno questo) è la dottoressa che cura i giocattoli. I giocattoli “da femmine” contemplano sempre il colore rosa e coinvolgono sempre cose che hanno a che fare con la bellezza (la bambola da acconciare e vestire, ad esempio) o la cura (il bambolotto per far la mamma). Razzi, macchinine e cose del genere vengono tipicamente associate ai maschi. Gli viene sottilmente inculcata l’idea che per una femmina è importante essere bella e ammirata, e tutti inteneriscono se, alla domanda “cosa vuoi essere da grande?”, risponde “la ballerina” o “la principessa”.
Del resto, anche quando sarà più grande cosa vedrà in giro, nelle pubblicità, ad esempio, o in televisione? Donne che fanno gli accessori estetici. Nelle pubblicità delle macchine, ad esempio, tutte fallocentriche, concentrate nel mostrare le doti prettamente “maschili” del prodotto, tipo quella pubblicità orrenda del tizio che andava a prendere la morosa davanti all’asilo, con tutti gli altri padri con la prode in collo che lo guardavano invidiosi. E, del resto, alle fiere automobilistiche non manca mai la modella con la coscia al vento accanto al prodotto. Ma per vendere qualsiasi cosa è necessaria la gnocca, fateci caso. Vendi il prosciutto, e metti un culo di donna. Vendi un giornale, altra chiappa in bella vista. Tutto così, affinché il messaggio sia chiaro.
Quindi, il problema non è l’esempio di sessismo mild; non ci sarebbe alcun problema a mostrare un uomo in una situazione di potere e una donna che fa da contorno (entro certi limiti, ovviamente, e mi par di capire che il caso in discussione che ci stesse dentro assai ampiamente). È che quello è l’unico modello. Dove ti giri e ti volti è tutto così. Il problema è la pervasività della cosa, penetrata così a fondo nella nostra mentalità che ci sembra ormai normale.
Stamattina, ad esempio, leggevo questo. E mi sono resa conto che, per il solo fatto che a parlare fosse un uomo, la frase “ero vestito in un certo modo e allora me la sono cercata” assumeva ai miei occhi un aspetto grottesco che in bocca ad una donna non mi avrebbe fatto. E io sono stata cresciuta in un ambiente il più possibile attento alla parità di genere.
Io capisco che è difficile andar contro tutto quello che ci viene insegnato fin da quando siamo in fasce. Ma occorre fare uno sforzo, e andare oltre il “vabbeh, stai esagerando”, perché dietro c’è un quadro assai più ampio.

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Il senso delle parole

Non ricordo chi l’abbia detto per primo, ma più passa il tempo più mi convinco che chi ha fatto presente che le parole non hanno più senso aveva ragione da vendere. Le parole stanno perdendo il loro significato, ed è pieno, là fuori, di gente che parla a vanvera, come se le parole non avessero peso, non fossero in grado di ferire e scavare solchi. Come se tutto fosse uguale a tutto, e quindi una parola vale l’altra.
La riflessione m’è venuta da una serie di casi personali (con me la gente parla sempre come se fossi impermeabile a quel che dicono; ma a me le parole spesso fanno male, e se le sbagli come nulla mi rovini una giornata, o una settimana, o un mese), ma è culminata nella lettura di questo post ieri sera. Sono totalmente e completamente d’accordo. Si continua a parlare di stupro a sproposito, evitando, non so quanto volontariamente, il vero elefante nella stanza: la sopraffazione e il mancato rispetto dell’altro. Sì, è anche un problema di parole.
A me lascia francamente basita che qualcuno possa con tanta leggerezza parlare di una ragazzina che ha subito uno stupro paventando che il problema è che lei non s’è tirata indietro. Tra le tante ferite che una violenza infligge c’è questa, tremenda: che credi sia colpa tua. Che pensi di essertelo in qualche modo meritato, che hai fatto qualcosa che non dovevi, e allora ti sta bene. Ok, qui il problema sembra essere la società che crede sia giusto, ma spostare leggermente il fuoco non cambia la sostanza del concetto: in ogni caso è la vittima che ha deciso di aderire a quei modelli sociali, se n’è fatta influenzare, e quindi, per forza di cose, non poteva che finire male.
Le parole sono importanti, diceva Moretti, le parole sono portatrici di verità e realtà, incidono la carne. Le parole tante volte hanno cambiato la mia vita, sono state al centro di periodi bui e periodi felici, le parole sono il legame tra noi e gli altri, tra noi e il mondo. Ma le parole stanno perdendo di significato. Vengono usate con leggerezza estrema, come se non le leggesse gente che poi ne resta segnato, marchiato a vita. Le diagnosi mediche sparate da chi medico non è, che si rivelano cazzate alla prova dei fatti, ma solo dopo giorni di angoscia e preoccupazione, certe parole così abusate da aver perso qualsiasi significato (“siamo in una dittatura”, “è come il Cile di Pinochet”, “la casta”), lo stupro che non è più stupro, ma “eros privato di mistero”, “rito per diventare grandi”.
In 1984 il regime del Grande Fratello impiegava una parte consistente delle proprio energie a cercare di modificare la lingua perché non esistessero neppure le parole per esprimere la ribellione. Se non ci sono le parole per dirlo, non c’è modo di comunicarlo, spesso neppure di pensarlo: così si annulla la realtà.
Non voglio fare la catastrofista, ma la perdita di senso del linguaggio, l’uso allegro e vuoto delle parole è un segno che qualcosa di profondo si è rotto nella società. Occorre consapevolezza, occorre riflettere sul senso del linguaggio, e riacquisire la responsabilità: chi parla ad una platea vasta non può farlo come se stesse discettando di calcio al bar Sport. E mi ci metto anch’io, nel novero: perché nonostante cerchi il più possibile di essere sicura di quel che metto nero su bianco, soprattutto qui sul blog, a volte manco il segno. Le parole pesano, le parole feriscono, e, quando ben usate, curano. Sta a noi. Soprattutto, sta a noi non perderne l’inestimabile valore.

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Razzismo e sessismo

Quando la Boldrini è diventata presidente della camera e la Kyenge ministro, sono stata contenta. Conoscevo la Boldrini da quando lavorava per UNHCR e leggevo i suoi articoli su Repubblica, e per quel che riguarda la Kyenge mi piaceva l’idea che il governo prendesse atto dei mutamenti della nostra società dando voce anche agli italiani con origini estere. Quello che non mi aspettavo e che la cosa sarebbe diventata una cartina di tornasole che ci avrebbe rivelati a noi stessi. Infatti il razzismo e il sessismo latente di questo paese non è mai venuto a galla così prepotentemente da quando ci sono queste due figure ai vertici dello stato.
La Boldrini viene criticata sulla qualunque. Qualsiasi cosa dica, la gente c’ha da ridire: è figlia di papà, è una stronza terzomondista, è una femminista acida, e via così. Il punto, ovviamente, è che è una donna che non la manda a dire, che ha una sua politica e delle sue idee ben chiare. E, soprattutto, non tace sulla condizione della donna in Italia. L’ultima è la famigerata storia della donna nelle pubblicità, storia che ha condotto alla gaffe di Barilla, che ha poi offuscato completamente tutto il dibattito circa media e rappresentazione del femminile. Quasi tutti, davanti all’ovvia constatazione della Boldrini che la maggior parte delle pubblicità offrono un modello univoco della donna e spesso ne usano il corpo pretestuosamente, c’è stata l’alzata di scudi: esagerata, femminista castrante, e comunque i problemi sono ben altri. Ecco, se c’è una cosa che veramente non sopporto più è il benaltrismo. Non è mai l’ora di occuparsi di diritti: c’è sempre qualche altro problema più importante prima. Non è mai il momento di parlare di matrimonio omosessuale, di adozione, o di diritti delle donne. Ma mai mai. Viene tutto prima.
Ecco, no. Il tempo è qui e ora. Anche perché ha ragione chi dice che leggi più severe non fermano il femminicidio, mentre lo fa una cultura diffusa del rispetto. E da dove parte questa cultura diffusa? Dalla rappresentazione che della donna si fa. E la pubblicità conta, eccome. È da quando hanno pochi mesi che alle bambine si fa una capoccia così con le principesse, il rosa, i giocattoli da signorine e l’aspetto. Persino Irene, che gioca in egual misura con gru, camion dei pompieri e bambole, l’altro giorno mi ha indicato un cartone animato e mi ha detto: “Quello è il principe che mi vuole sposare”. Che non c’è niente di male, non fosse che modelli altri rispetto alla principessa o glieli proponiamo noi di famiglia o ci attacchiamo.
E la Kyenge? La Kyenge è donna e nera, quindi il male assoluto. Anche lei, qualsiasi cosa dica, sbaglia. L’ultima, nel suo caso, è la storia del genitore 1 e genitore 2 (scusate per l’articolo evidentemente di parte, non mi riesce di trovare un punto di vista equilibrato su questa storia, il che è molto significativo…), una polemica così pretestuosa e idiota che ci sarebbe da ridere, se non fosse che è sintomatica dello sfacelo socio-culturale di questo paese. La Kyenge, a domanda risponde che sarebbe favorevole alla sostituzione della dicitura “padre e madre” con “genitore 1 e genitore 2″ nei moduli di iscrizione all’asilo. La ragione è ovvia: non tutti i bambini hanno un padre e una madre. C’è chi ce ne ha uno solo dei due, chi ha due mamme o due papà. La proposta è stata immediatamente virata in “queste vengono in Italia a toglierci il diritto di farci chiamare mamma e papà”. Che è palesemente falso, ma sai, è una menzogna che fa titolo di richiamo sul giornale, per cui è stata ripetuta così tante volte da diventare verità. Una cosa è come vuoi farti chiamare a casa tua, un’altra è come i tutori legali di un minore vengano definiti su un modulo, un modulo, dannazione. Comunque, anche qui, il problema non è la proposta o la politica della Kyenge: è che la Kyenge viene dal Congo ed è nera. Punto. Infatti, sui social network la protesta scantona sempre nell’insulto razzista, così come in quello sessista per la Boldrini.
Siamo indietro, è questa la verità; siamo molto più razzisti di quanto vogliamo ammettere, molto più sessisti di quanto ci piaccia credere. Così tanto che basta pochissimo per tirare via quella patina di civiltà di cui ci siamo ammantati e rivelarci per quel che siamo: gente piccola piccola attaccata alla propria roba, strenuamento chiusa in una difesa ossessiva del proprio orticello e del suo piccolo mondo antico. Solo che il mondo intorno cambia, e noi rischiamo di non avere neppure gli strumenti per capirlo. Ci sono tante ragione per cui siamo finiti così, ma adesso ci ritroviamo affondati in un pantano che è prima di tutto morale e culturale. Le cose non cambiano perché non cambiamo noi, i nostri vertici sono il riflesso fedele di quel che siamo, di quel che sentiamo e pensiamo.
Poi, certe volte penso che forse da tutto questo può venire fuori del bene. La ferita infetta va aperta ed esposta, perché possa guarire. Forse ci farà bene guardarci in faccia senza ipocrisie, scoprire quanto ancora siamo legati ad idee vecchie e, si sperava, sepolte. Bisogna riconoscere il problema, per risolverlo. Io un po’ ci spero, anche perché non si può fare altrimenti, se si vuole andare avanti.

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Il corpo privato

Ieri ho letto due articoli che possono sembrare difformi, ma che mi hanno stimolato le stesse riflessioni.
Uno è questo, sull’allattamento al seno, e l’altro è la tristissima polemica sui pantaloncini delle ragazzine. Circa il secondo, come tutte le polemiche cretine sul web, s’è diffuso peggio di un virus, con controarticoli e riflessioni di vario genere. Che sono giusti, per carità, tant’è vero che anch’io son qua a parlarne, ma mi fa una tristezza immensa pensare che siamo ancora qua a parlare dei centimetri di carne esposti come se fossero quelli a fare la differenza in uno stupro.
Comunque. Accomuno i due articoli perché entrambi parlano del corpo delle donne e dei limiti della sua libertà.
Un uomo, tutto sommato, può fare quel che vuole del suo corpo. Non ha codici di abbigliamento specifici da rispettare per uniformarsi alla morale – a parte l’andare in giro nudi, ovviamente – e nessuno gli dirà mai che l’hanno picchiato perché aveva i pantaloncini corti piuttosto che i jeans. Le donne no. Il loro corpo è da sempre campo di battaglia, per via di questa cosa benedetta e maledetta insieme che è la maternità. Poiché la maternità – non completamente a torto, certo – viene intesa anche in senso sociale (è il modo con cui la specie si propaga e si mantiene), tutti si sentono in diritto di mettere bocca sull’uso che una donna fa del suo corpo. Un corpo femminile non appartiene solo alla sua proprietaria: viene percepito come un “corpo sociale”, sul quale la colletività si sente autorizzata a legiferare. Mi spiace, non funziona così.
Io sono stanca di sentirmi di continuo dire cosa devo fare col mio corpo. Sono stufa del paternalismo di certe organizzazioni per la promozione dell’allattamento del seno, che ti trattano come una cretina che non sa usare le proprie tette se non è guidata da un esperto, tipicamente un’altra donna, segno che i maschi son stati bravissimi a inculcarci in testa le loro idee su come le donne debbano comportarsi. Se non allatti al seno sei una degenerata che non ama a sufficienza suo figlio, se ti va via il latte è perché “non eri abbastanza motivata”, o non ti ha motivato a sufficienza il tuo medico, o tua madre, o chiunque la società ritenga autorizzato a insegnarti come si cresce la prole. E a me allattare piaceva. Solo che ogni piacere perde attrattiva quando non è qualcosa di liberamente scelto, ma imposto. E sono anche stanca di non poter essere libera di vestirmi come mi pare, e avere come unico limite le leggi sugli atti osceni in luogo pubblico e il mio personale senso del pudore. Ogni volta che esco da sola, o con un’amica, devo star lì a scegliere oculatamente l’abbigliamento, perchè ho paura: ho paura che la gonna troppo corta venga interpretata come un segnale di disponibilità sessuale, ho paura che il tacco urli “disponibile!”, che il jeans stretto attiri i commenti volgari della gente per strada. No, non mi piace l’apprezzamento fatto dallo sconosciuto che mi passa accanto, no, non mi lusinga il fischio. E la cosa che mi fa incazzare di più è che a fermarmi è la paura, cioè, in fin dei conti, me stessa. Ci hanno infilato così a fondo in testa l’idea che l’uomo è predatore, e che se vede due centimetri di coscia non capisce più niente, che non c’è neppure bisogno di divieti specifici: ci censuriamo da sole. E questo è orrendo.
Vi dico una cosa: la minigonna non la metto perché voglio rimorchiare, il tacco non lo uso per dare segnali di disponibilità sessuale. Ho trent’anni, sono consapevole di me e del mio corpo, questa è probabilmente l’unica età nella mia vita in cui percepirò così chiara l’unità tra il mio spirito e il mio fisico, fisico per altro che ho modellato, costruito sui miei desideri, affinché fosse il più simile possibile alla mia anima, con anni di sacrifici. Per questo lo espongo. Perché parla di me. Esprime il mio percorso, è una mia personale vittoria, racconta la mia storia. E non c’è niente di sessuale in questo, e nessuno dovrebbe sentirsi autorizzato a leggerci altro che questo: una libera espressione dell’io.
Ma purtroppo non viviamo in un mondo fatto così. Viviamo in un posto dove non si insegna il rispetto agli uomini, ma la paura alle donne. Non è libertà questa, non è piena libertà se io non posso esprimere me stessa nei modi e nelle forme che voglio, modi e forme leciti e tollerati invece per gli uomini.
Rifletteteci. Non siete voi che “non dovete farvi stuprare”; sono loro che vi devono rispettare. E questo rispetto passa anche attraverso la consapevolezza che il corpo è mio, e solo io posso disporne. Solo io decido come e quando offrirlo ad un uomo, o quando letteralmente affittarlo ad un altro essere che crescerà dentro di me, solo io decido se e quando usarlo per sfamare mio figlio. Queste sono tutte cose estremamente intime, che pertengono lo spirito, che nessuno può imporre per legge. Certo, è giusto che ci sia una corretta informazione sui pro e i contro dell’allattamento al seno e artificiale, ma la scelta alla fine deve essere delle donne, che non devono essere colpevolizzate per quel che decidono di fare. Mia madre mi ha allattata pochissimo, a tre mesi ho iniziato a bere il latte vaccino, perché all’epoca si faceva così – mentre adesso ti tolgono la patria potestà, se ti azzardi – e non mi sembra di essere venuta su così male, né fisicamente né psicologicamente. Ok, sono ansiosa, ma con gli anni, guardandomi intorno, mi sono accorta di non essere la sola, e neppure quella col caso più grave.
Io sogno un mondo in cui le donne siano libere davvero, in tutto, e non schiave della paura, perché è così che ci stanno ingabbiando tutte. E la cosa che mi fa incazzare è che questo mondo, secondo me, è a portata di mano, e nessuno lo vuole realizzare. Le donne in primis. Purtroppo stamattina non uscirò in shorts, perché non posso farcela a tollerare gli sguardi e ad affrontare la paura. Ma non dovrebbe essere così, dannazione, non dovrebbe.
Vi lascio con due segnalazioni. La prima è questo racconto tremendo di uno stupro: in uno stato di diritto una persona è innocente fino a prova contraria, giustissimo, ma questo sacrosanto diritto non può e non deve trasformarsi in un’umiliazione continua delle vittime, colpevolizzate solo perché non si adeguano al modello di donna dominante. L’altro è questa splendida immagine, che dice moltissimo su quanto il nostro corpo sia un campo di battaglia.

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Velinismo e bullismo

Arrivo probabilmente ultima nel popolo della rete – ma ancora non ci sono arrivati i giornali, ma preconizzo che a breve ci si butteranno su a pesce – ma ho scoperto anch’io questa storia dei pre-diciottesimi. Per chiunque non ne sapesse niente, da quanto ne ho capito si tratta di video girati da fotografi professionisti che hanno per protagoniste ragazze sulla soglia dei diciotto, che si fanno riprendere in pose ammiccanti. Mi sfugge il senso della cosa, ma credo sia semplicemente un modo per festeggiare il passaggio alla maggiore età. Non conosco le reali dimensioni del fenomeno, se si tratti di una cosa locale o nazionale, ma su Youtube di video così se ne trovano a pacchi, e non sono una questione esclusivamente femminile: ci sono anche svariati video che hanno per protagonisti ragazzi.
Non è mia intenzione fare un post del tipo “o tempora, o mores”, che quelli già fioccano. Faccio invece due riflessioni collaterali che secondo me sono più interessanti.
La prima è che il fenomeno mi sembra la rappresentazione più lampante che anni e anni di velinismo non sono passati senza lasciare i loro frutti: a quelli che dicono che l’immagine della donna che la tv propone da quarant’anni e passa tutto sommato non fa danno, che un po’ di carne esibita all’ora di cena non fa male a nessuno, e che il problema sono i cartoni animati giapponesi ammiccanti e violenti, farei vedere questi video. Quel modello lì di femminilità è pervasivo, ci è entrato talmente in testa che abbiamo ragazze che non riescono a vedere altro nel proprio futuro. Guardate queste ragazzine che semplicemente scimmiottano quel che hanno visto in televisione, che fanno le maliziose con la faccia da bambine – perché bambine sono – e rendetevi conto che possiamo stare a menarcela fino allo sfinimento con la rete e tutto il resto, ma è ancora la tv che forma le menti della gente, soprattutto quando la scuola e la famiglia non sono in grado di proporre valide alternative. E sia ben chiaro che io non sto facendo una colpa a queste ragazze di aver girato video del genere – già per quel che riguarda le famiglie che lo permettono mi sento meno indulgente, ma, anche lì, occorre valutare il contesto, la situazione socioculturale in cui queste cose nascono e prosperano -: tutto sommato sono le vittime della situazione. Piuttosto vi invito a riflettere su chi ha inculcato alle ragazzine l’idea che l’unico modo per essere donna è rotolarsi nell’acqua in striminziti bikini. Domandiamoci perché uno possa ritenere bello, divertente, festeggiare in questo modo un passaggio come quello del conseguimento della maggiore età.
La seconda riflessione riguarda i commenti che questa vicenda sta stimolando sulla rete. Alcuni, ad esempio, li potete leggere qui. Mi si conferma una cosa che penso da tempo: il modello della comunicazione online è il bullismo. Pare che la massima soddisfazione del navigante medio sia scegliersi un bersaglio alla portata e sparare. E quanto più il bersaglio è debole, tanto maggiore è la soddisfazione. Perché mettersi lì a sfottere una ragazza in sovrappeso che gira un video del genere è una cosa da bambini delle elementari. Non che gli altri commenti che si possono trovare su Youtube siano meno deprimenti: improperi di vario genere che trasudano compiacimento. E certo, ci piace molto sentirci superiori a qualcuno, anche se si tratta di una ragazzina di diciotto anni. Internet è uno strumento ricco di potenzialità, che come tanti strumenti ricchi di potenzialità viene usato per lo più a sproposito e per dar sfogo agli istinti più bassi. Fateci caso: quasi ovunque è un fiorire di gruppi e gruppetti di vario genere che si ritengono superiori a qualcun altro. Su Facebook vanno per la maggiore i meme autocompiacenti che ti dicono quanto sei migliore degli altri (“non tutte le donne vogliono riempire una scarpiera” e via foto della libreria: e io dove mi collocolo, che riempio librerie e scarpiere? È un problema?). Sarà l’anonimato, sarà il brivido di poter sfottere un vip a caso, al quale nella vita reale non avresti il coraggio manco di chiedere l’ora, ma esiste tutto un sottobosco, per altro assai poco nascosto, che prospera semplicemente sul dileggio delle altrui passioni, degli altrui modi d’essere. Come se, al solito, ci potessimo definire solo in confronto al “nemico”.
Che dire. A me, francamente, cala di una tacca la fiducia nell’umanità ogni volta che passo più di mezz’ora su Facebook. In compenso, la gente che incontro durante le presentazioni mi sembra sempre fantastica. Forse è il segno che tocca vivere di più e navigare di meno.

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8 marzo di sangue

Nel 2012, il mio post per l’8 marzo era in parte dedicato al femminicidio. Quello di quest’anno, uguale.
Nel 2012 ci sono stati 126 femminicidi; ricordo che il femminicidio ha la specificità di essere un omicidio nel quale la vittima viene uccisa per il proprio sesso. È il suo essere donna a condannarla. Ricordo anche che molto spesso muoiono anche altre persone: figli, nuovi compagni, fratelli, sorelle. I dati degli ultimi anni potete ad esempio trovarli qua. Dall’inizio del 2013, almeno dieci donne sono state uccise.
C’è un problema enorme culturale, di rappresentazione, di perdita di tutta una serie di conquiste che erano state date per assodate, e non lo erano per niente. Femminismo è da parecchio tempi diventato un termine deteriore, la gente non capisce la portata del problema, e tutto annega di fronte alla crisi, senza capire che c’è la crisi anche per questo.
Per favore, non facciamoci abbagliare dalla trasformazione che questa Festa della Donna ha subito: non è il giorno della retorica della donna migliore dell’uomo, della mimosa e dell’aperitivo con le amiche. O meglio, volete fare tutte queste cose? Fatele. Ma ricordate che l’8 marzo è soprattutto ricordare quanto manca all’uguaglianza sostanziale delle persone, perché di questo stiamo parlando, di assenza di discriminazioni su base sessuale. La giustizia sociale, e anche una maggiore stabilità economica, devono passare per il rispetto dei diritti delle persone in quanto tali. Pensiamo già solo a tutte le donne che perdono o abbandonano il lavoro quando diventano madri: sono talenti dispersi, competenze che questo paese getta al vento.
Chiudo con un piccolo passo avanti che mi pare di aver notato di recente: nell’ultimo paio di casi che ho avuto modo di leggere sul quotidiano online che seguo maggiormente, noto che i femminicidi non vengono più narrati in termini di “delitto passionale”, “dramma della gelosia”, “raptus omicida”. Sembra cosa da poco, e non lo è, perché le parole sono importanti, così come lo sono le narrazioni. La retorica del “delitto passionale” automaticamente sposta le responsabilità dall’omicida alla vittima, che, implicitamente, se l’è cercata, ha “spinto alla follia” chi l’ha uccisa. Ecco, parlare di omicidi, ove possibile di femminicidi, riequilibra i pesi, narra in modo più oggettivo i fatti. E sposta di nuovo il focus sulle reali responsabilità. Siccome secondo me il problema della rappresentazione della donna è tutt’altro che secondario nella questione (anni di svilimento della figura femminile contano eccome nella percezione che hanno certi uomini delle loro donne, come esclusiva proprietà), mi pare che sia un passo avanti significativo.
Buona riflessione (che brutta parola, di questi tempi, eh?) a tutti.

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Sono donna, e non voglio capire

Ho scoperto da un po’ di tempo l’acqua calda: ognuno di noi, su certe faccende, ha il suo limite di sopportazione. C’è chi si indigna per cose che a me passano indifferenti, e su altre invece mi sento come Caparezza in “Cose che Non Capisco”: ci sono cose che non capisco e cui nessuno dà la minima importanza, e quando faccio una domanda mi rispondono con frasi di circostanza, tipo “tu ti fai troppi problemi, Michele, tu ti fai troppi problemi, non te ne fare più”.
Ma anche sullo stesso argomento, i miei limiti di sopportazione variano in modo del tutto arbitrario. Parliamo di rappresentazione della donna nella società (e quando mai…lo so che sono monotona, ma, sarà che ho una figlia, sarà che sono donna, sarà che la situazione è oggettivamente brutta, ma ci ritorno su spesso). Qualche tempo fa – parecchio, in effetti – difesi una canzone di Arisa che esaltava la vita semplice, ora non ricordo neppure di quale canzone si parlasse, ma veniva tacciata di un certo conservatorismo e sessismo. Poi, un paio di giorni fa, accendo la radio e becco la pubblicità di una ditta che fa divani. Sì, quella con la Ferilli. Vi rinfresco la memoria sui retroscena: per un certo periodo di tempo la Ferilli è stata in rotta con l’azienda, e aveva smesso di fare da testimonial. Adesso è tornata, per motivi che non so e che comunque mi interessano meno di zero. La pubblicità parte con la Ferilli al telefono, che dice qualcosa del tipo: “Sì, sono tornata. Dove sono stata? Beh, sa, il parrucchiere, i nipoti, la sauna, la palestra…lei è donna, mi capisce, no?”.
Allora. Tutto all’apparenza molto innocuo, tutto molto, come dire, consueto, comune. E per questo a me insopportabile. Dà per scontato che una donna non possa che riempirsi le giornate di cose frivole, come se tutte fossero interessate solo alla manicure e all’acconciatura. Per altro, la Ferilli è una donna che lavora, fino a prova contraria è un’attrice. Costava molto farle dire che era via, che so, in tournée teatrale? Che aveva girato un film? La cosa peggiore in assoluto è quel “lei è donna, mi capisce, no?” finale. Come se per essere donna dovessi necessariamente interessarti a questa roba, passare il tempo tra sauna e parrucchiera.
Un tempo, forse, tutto questo non mi avrebbe dato fastidio. Sarà che queste problematiche mi interessavano di meno, sarà che ero una ragazzina e ancora non avevo capito che tipo di donna volessi essere. Adesso mi urta. Non capisco perché ci si debba chiudere in triti stereotipi. Sembrano cose assolutamente innocue, ma sono pervasive. Non è solo la Ferilli; è l’accumulo di pubblicità, di messaggi del genere provenienti da ogni direzione, è la pluralità di voci che dappertutto dicono sempre la stessa cosa: sei donna solo se curi il tuo aspetto e lo fai un certo modo, esistono cose da donne e cose da uomini, non puoi essere altro che una bella bambolina. Come quell’altra stronzata delle penne Bic per donne, con le farfalline e i cuoricini, come se a me non potesse piacere, che ne so, la penna con Batman su. Per altro, c’è anche la pseudo-spiegazione scientifica: le mani delle donne sono più piccole. Ma manco per idea. Le mie mani sono identiche a quelle di Giuliano, per via delle mie dita lunghissime. E quindi?
E quindi niente. Quindi mi tengo la mia rabbia e continuo a scrivere di donne che fanno un po’ quel che vogliono, che in un uomo cercano un compagno di viaggio e non un tizio che dica loro cosa fare e dia uno scopo alla loro esistenza, che se vogliono menare menano, se vogliono fare la calza la fanno. Perché sono io che voglio essere così. Non è che ci sia qualcosa di sbagliato nelle “attività femminili”, cosiddette. Anch’io mi diverto a fare torte e a ricamare lenzuola; ma mi diverto anche a vedere l’ultimo film di supereroi, e guardarmi lo sport in tv e a guidare la mia Alfa in autostrada. Che problema c’è?
Servirà a qualcosa proporre modelli alternativi? Boh. Io scrivo, non conduco un programma in televisione, non faccio film, e il pubblico cui arrivo è un millesimo, o anche meno, di quello raggiunto dalla Ferilli che va dal parrucchiere. Ma il mare è fatto di gocce, no? Sarà uno stratosferico successo se già riuscirò a spiegare a mia figlia che potrà essere e fare quel che vuole, da grande. Ma già cominciamo bene, visto che oggi, davanti all’aspirapolvere, ha chiesto: “Come funziona?”.

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Il problema è evidentemente endemico

Science it’s a Girl Thing

Quello che avete appena visto non è il trailer di un film soft core, non è la pubblicità di una marca di trucchi né il promo di una serie epigona di Desperate Housewives. No, è un video della Commissione Europea che cerca di invogliare le ragazze a intraprendere carriere scientifiche. Che, in sé, è una cosa bellissima. Voglio dire, c’è un calo generalizzato delle vocazioni scientifiche, e in un momento storico in cui vanno per la maggiore solo i due modelli femminili più abusati della storia, la madonna e la puttana, indicare che ci sono altre vie è lodevole. Solo che uno vede quel video lì e:
a) non capisce di cosa stiamo parlando. Cosa fanno ‘ste modelle? Che vogliono? E tutti ‘sti phard e rossetti?
b) velatamente passa il messaggio che se a una ragazza vuoi farle piacere la scienza gliela devi dare come allegato a un rossetto o a un ombretto, sennò ciccia.
Ora, non c’è niente di male a indossare tacco 12 e a impazzire per l’ultimo ombretto in circolazione. Ma non capisco perché se ad alcune di noi queste cose piacciono poi devono piacere a tutte. Né si capisce perché il femminile debba essere solo declinato in trucco e parrucco. Sono meno donna se vado in giro con le sneakers? Ma soprattutto, ma chi cavolo ve l’ha detto che l’orizzonte femminile inizia e finisce con la moda?
Uno spot fatto così direi che attira più che altro i maschi, erroneamente convinti che i laboratori pullulino di figaccione in minigonna. Che ce ne sono, per carità, ma poi trovi anche quella col maglione, quella coi jeans, quella coi figli a casa, quella lesbica. Le donne, insomma, quelle vere, quelle che l’immaginario pubblicitario ormai ha deciso di ignorare sempre più pervicacemente.
Fa arrabbiare che un messaggio così importante debba essere appiattito su uno spot così avvilente, che dobbiamo ancora una volta star qui a combattere con l’ennesimo stereotipo che offusca una realtà fatta di un sacco di donne ricercatrici, donne normalissime per le quali la scienza è interessante a prescindere se serva o meno a fare un rossetto.
Fino a qualche minuto prima di vedere questa roba ero convinta – speravo – che il problema della rappresentazione del femminile fosse solo italiano, che, ahimè, le donne stanno vivendo un brutto quarto d’ora solo nella penisola. Invece no. Invece il problema è ampio, diffuso, e radicato.
Ragazze, la scienza è divertente e appassionante, non vi chiede di essere truccate e perfette come modelle come fa la tv, ma potete praticarla in scarpe da ginnastica o in stiletto 12, non gliene frega niente a nessuno. E se volete sapere come funziona davvero, ecco un po’ di belle testimonianze.

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