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Femminicidio

Spendo due parole per un argomento di cui, vivaddio, in questi giorni si parla più del solito: il femminicidio, per quanto il termine, per qualche ragione che mi sfugge, mi dia un po’ fastidio. Ma inquadra in modo preciso il problema: omicidi di donne, perpetrati in quanto la vittima è donna. Tipicamente, si parla di compagni o ex-compagni che uccidono donne, a volte allargando la loro violenza anche a chi del mondo della (ex)compagna fa parte: nuovi amori, figli, parenti. Possiamo star qui a dire che si tratta di isolati casi di follia, ma, anche a voler accettare che questi casi siano frutto di patologia – e tutto sommato è una tesi che non sposo, o almeno non del tutto – ci sono malattie del singolo che sono espressione di malattie della società. E la patologia, in questo caso, è il modo in cui la donna viene percepita e rappresentata in questo periodo storico e in questo paese. Basta pensare al modo in cui in genere questi crimini vengono raccontati. L’uomo viene presentato come un folle che è stato in qualche modo “spinto” a fare quel che ha fatto. Si sprecano parole come raptus, follia, gelosia. Alla base, c’è sempre un fallo della donna: l’aver pronunciato il nome dell’ex, l’aver lasciato l’uomo, essersi rifatta una vita con qualcun’altro. Il messaggio sotteso è di vaga empatia per l’assassino: insomma, può capitare a tutti, un momento di follia in cui strangoli tua moglie che ha una relazione con un altro. Vi porto una serie di esempi, ben analizzar, che valgono più di mille parole. L’omicidio, in questo senso, afferma un possesso su una cosa, la moglie, la compagna, la figlia, che non è una persona, ma, appunto, un bene. E qui, ovviamente, l’argomento si allarga, perché la mercificazione delle persone, indipendentemente dal loro sesso, è un segno distintivo dei nostri tempi. Ma con le donne funziona meglio, perché per secoli sono sempre state viste come mere appendici, del padre prima, del marito poi, del figlio infine. E adesso la situazione non è poi così cambiata; basti pensare a tutta la retorica pervasiva sulla maternità che ci avvelena in questi anni, e di cui ho avuto modo di parlare qualche tempo fa.
Ora, se è vero che il femminicidio è espressione di una malattia sociale, allora è sulla società che occorre agire, e la prima cosa da fare è dare un nome al problema e farlo conoscere. Spiegare cos’è il femminicidio, cosa a nostro parere lo innesca, cosa sottintende a livello di immaginario condiviso. Perché qui il problema è anche la generica indifferenza con la quale passano questi episodi di cronaca. Un trafiletto in duecentesima pagina, nessuna notizia dei processi, e un generale senso di rassegnazione da parte dell’opinione pubblica: succede, è sempre successo, sempre succederà. No. Non succede, e men che mai deve succedere perché l’uomo è così. Siamo anche noi, con questo atteggiamento, che lasciamo sole le vittime, che coltiviamo il brodo in cui queste cose si consumano.
Per il resto, un primo passo potrebbe essere un cambiamento di prospettiva dei media, che la piantino con questa retorica stantia e dannosa del povero uomo che esce di testa. Probabilmente fa vendere copie, ma occulta la realtà, quella di un mondo intero in cui le donne sono cose, di gente che si sente persino giustificato nei proprio comportamenti violenti, perché, si sa, la gelosia è amore. Ecco, anche no.

P.S.
Mi vedo costretta ad annullare, e mi scuso per lo scarsissimo anticipo, l’incontro di domani a Roma. O meglio, ad annullarlo è stata la scuola che avrebbe dovuto venire ad incontrarmi, e che ha detto che non verrà. Per cui, nulla, mi spiace molto, sarà per la prossima volta.

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8 Marzo 2012

Oggi, piuttosto che ammorbarvi con la solita giaculatoria sulla festa che non è festa etcetera, vi propongo qualche riflessione.
La prima riguarda questo sacrosanto articolo di Michele Serra che ho trovato linkato su Facebook (poi dico che FB è ozioso e noioso… :P ). Non si tratta di questione di lana caprina; fino al 1981 la legge italiana riconosceva le attenuanti per il cosiddetto “delitto d’onore”, quello in cui il marito offeso – ad esempio tradito – uccideva la moglie e/o l’amante per salvaguardare il proprio onore. Siccome le cose le butti fuori dalla porta e rientrano dalla finestra, associare alla passione quello che è nulla più che l’espressione di una mentalità retrograda che non vede la donna se non come un’appendice, un proprio esclusivo possesso, è sputare in faccia alle vittime. E di donne uccise per “motivi passionali”, che d’ora in avanti chiameremo col loro nome, femminicidio – perché è il loro essere donne che le ha portate alla morte – ce ne sono tante, tantissime ogni anno. Segno che il problema è profondo, radicato. Io stesso ho conosciuto giovani donne completamente soggiogate al marito, che decideva se e quando uscivano e cosa dovevano indossare.
La seconda è questo trafiletto, segnalato anche su Femminismo a Sud. La storia spero sia nota, anche se, visto che coinvolge italianissimi militari, nessun media ne ha parlato diffusamente. L’indignazione parte solo quando lo straniero si permette di toccare le nostre donne, mica quando un italiano, per di più militare, stupra una ragazza fuori da una discoteca. Comunque, un militare, forse assieme a due complici e una ragazza – sì, una ragazza – hanno stuprato una giovane nell’aquilano. L’hanno ridotta in fin di vita. Per il sito, si è trattato di “una pratica sessuale estrema, praticata da un gruppo di più uomini e che ha visto la ragazza coinvolta non consenziente”. L’eufemismo del secolo. Le pratiche sessuali non consenzienti, estreme o meno, si chiamano stupro. Punto. Ma usare venti parole invece dell’unica che conta, stupro, ripeto, ha il senso di riportare in auge la più vecchia delle scuse degli stupratori: la donna se l’è cercata, mi ha provocato, e tutto sommato era consenziente. Chi non vorrebbe essere stuprato con un bastone, picchiato e abbandonato sanguinante nel parcheggio di una discoteca. Ora, che cazzate del genere le spari l’avvocato difensore – cui però non dovrebbe essere permesso di andare in giro per televisioni a sputare sul corpo martoriato di una vittima cianciando di normali atti sessuali finiti male, come sta facendo in questi giorni – si può anche capire, ma che la tesi venga sposata dalla stampa è significativo. Siamo rimasti inchiodati lì, allo stereotipo dell’uomo cacciatore, che non può che saltarti al collo non appena gli mostri un centimetro di carne, e alla donna vittima/consenziente, che nel migliore dei casi se l’è andata a cercare, nel peggiore ha accusato ingiustamente un povero ragazzo che stava solo seguendo i propri sacrosanti istinti. Non è così, non funziona così il mondo. E dovrebbero sentirsi offesi anche gli uomini, mostrati come mere appendici di un organo sessuale. Ma anche qui, storia vecchia. Qualche anno fa una mia collega di dottorato mi raccontava sconvolta degli striscioni che alcuni ragazzi avevano appiccato al portone della sua casa in difesa di uno stupratore che abitava lì. Nei casi di stupro la solidarietà per la vittima non esiste, e la presunzione di innocenza – che rimane comunque il caposaldo di un sistema giudiziario che voglia definirsi civile – diventa una clava da usare contro la donna. Il processo non è mai al violentatore, è alla vittima, che deve dimostrare di non essere stata consenziente, di non aver goduto, di aver strillato e di essersi ribellata a sufficienza. Che schifo.
Tutto qua. La strada è ancora molto lunga, e da festeggiare, purtroppo, c’è davvero poco.

P.S.
Sul pezzo come al solito (ehm…), mi accorgo solo ora che hanno pubblicato una mia intervista sul mio essere astrofisica su Media INAF. Enjoy.

Intervista per Media INAF

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Essere e rappresentarsi

In linea di massima, ho fiducia nella scienza. È uno dei pochi ambiti dell’esistenza nei quali i criteri di verità siano chiari ed è possibile arrivare ad una verità più o meno condivisa. Solo che ogni tanto leggo di alcuni studi, e questa mia fede razionalista vacilla. Sì, quella roba lì tipo lo studio sugli effetti H1N1 sulle donne incinte, studio statistico condotto su un campione di 34, e ripeto, 34 donne. Oppure questo sulle 15 differenze tra uomini e donne.
Mi rendo conto di compiere un errore metodologico di fondo: andrebbe letto l’articolo originale per capire bene come sia stato condotto lo studio. Ma c’è una frase indicativa:

“I maschi – spiega Del Giudice – si descrivono come più stabili emotivamente, più dominanti, più legati alle regole e meno fiduciosi, mentre le femmine si vedono come più calde emotivamente, meno sicure di sé e più sensibili”.

La frase mi induce a credere che l’analisi sia stata svolta somministrando dei questionari a della gente e chiedendo loro “ti senti più vivace o riflessivo? Ti descrivi più dominante e più sottomesso?”. Anche perché vorrei sapere come vengono valutate la vivacità, la tendenza a dominare o essere sottomessi. C’è una scala dell’emotività?
Se è come credo, e gli intervista hanno risposto a domande, scusate, ma mi sembra che non si stia valutando la psiche maschile e quella femminile, ma la rappresentazione di sé degli individui. Che, mi pare ovvio, è parente lontana di quel che davvero un individuo è. Senza scomodare Pirandello, l’immagine che abbiamo di noi stessi non è quella che gli altri hanno di noi. Io mi descrivo piuttosto fragile, ma spesso chi mi sta intorno mi vede in tutt’altro modo. Chi ha ragione? Sono un buon giudice di me stesso? Per dire, io ho un’autostima piuttosto bassa, ma sono certa che la gente, dando una scorsa al mio curriculum, in linea di massima mi descriverebbe come una persona realizzata. E quindi? E quindi niente, questo studio non dimostra affatto che uomini e donne sono diversi psicologicamente, il che magari è anche vero, per carità di dio, anche se io ci andrei cauta a fare certe generalizzazioni (ho conosciuto uomini sensibilissimi e donne con la delicatezza di scaricatori di porto). Dimostra invece che quando ci dobbiamo descrivere, aderiamo al modello dominante: secondo la vulgata le donne sono sensibili, portate alla cura, emotivamente labili? Ecco che, guarda un po’, se me lo chiedono anch’io sono tanto sensibile, portata per la cura e tanto, tanto emotiva. La sensibilità, che se si parla di donne viene considerata un pregio, ecco che manca nella descrizione degli uomini, perché nella nostra società l’uomo sensibile viene visto come scarsamente virile e debole. E, guarda, gli uomini si descrivono come stabili emotivamente e portati all’azione.
Ripeto, non voglio affermare che non ci siano differenze tra la psiche maschile e quella femminile. Ce ne saranno, ma innanzitutto non è possibile tagliare con l’accetta, e poi quante di queste differenze dipendono dal contesto sociale in cui viviamo e quante invece da intrinseche differenze biologiche? È che io guardo Irene, che ancora non è evidentemente influenzata dal contesto sociale, e non vedo in lei comportamenti che inducano a pensare “è proprio femmina”. È una bambina, e fa le cose che fanno tutti i bambini, maschi o femmine che siano.
Mi rendo conto che mi sto muovendo sulle uova, perché non sono né sociologa né psicologa, però il metodo scientifico un po’ lo pratico, e, non lo so, forse semplicemente la scienza per come la conosco io non si applica a queste discipline. Ma allora perché fare studi di questo genere?
Tra l’altro, prima di sparare ad alzo zero che le donne sono portate per la cura, l’argomento principe di chi poi attacca la pippa delle donne che devono essere madri e fare le casalinghe perché “è questa la loro natura”, io penserei bene alla validità dello studio che sto facendo, alle variabili che posso aver trascurato. Ma forse sono io che la faccio semplice.

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Più libri per tutte

Qualche tempo fa mi indignai per un articolo di Feltri su Utoya, in cui sostanzialmente diceva che era colpa delle vittime “egotiche”. Mi fu fatto notare da un amico che prendermela con Feltri era un po’ come sparare sulla Croce Rossa, che certa gente certe cose le scrive proprio per suscitare reazioni indignate, o per aderire ai valori di base dei suoi lettori.
Io ho appreso così bene la lezione che quando ho letto un articolo di Libero in cui si afferma che per far fare più figli alle donne bisogna farle smettere di leggere mi ci sono fatta sopra grasse risate. È squallido? Ovvio che sì. È una tesi improponibile e indifendibile? Assolutamente. Ma, perdonatemi, non riesco veramente a prenderla sul serio. Innanzitutto perché nemmeno chi l’ha scritta ci crede, ed è palese dal tono vagamente ironico del pezzo. È uno che sta facendo il suo lavoro, e il suo lavoro – purtroppo, certo – è scrivere quella roba lì, perché ci sarà sempre quello che “un tempo qui era tutta campagna” che annuirà convinto su una simile accozzaglia di banalità, castronerie e misoginia. Poi, perché a roba del genere si può rispondere solo con una sana, bella e crasse risata.
Più passa il tempo, più penso che Jorge de Il Nome della Rosa – lo so che torno sempre lì, ma si avvicina quel periodo dell’anno in cui in genere lo rileggo – aveva ragione a temere il riso. È l’arma più potente. Destruttura, desacralizza, invalida. Insegna a dubitare di tutto, sconfigge la morte e la paura, e chi non teme è davvero invincibile. E allora io mi faccio una bella risata su questo bel pezzo umoristico, sul quale non vale neppure la pena soffermarsi più di tanto. Non lo si può prendere sul serio. Piuttosto, ci metto una nota a margine.
Io non vedo il problema della bassa natalità italiana. Non vedo proprio l’orrore nella mescolanza di usi e costumi, di “razze” e etnie. Noi non facciamo figli? Per me va benissimo che siano gli “stranieri” a rimpinguare le schiere dei bambini e dei giovani. Anche perché la “razza italiana” non esiste. L’Italia è sempre stata un porto di mare, aperto a tutto e a tutti, e infatti ci sono italiani biondi e nordici come mio padre, e italiani scuri di pelle e capelli, vagamente arabeggianti come mio marito. È un problema? Francamente no. Inutile star lì a menarsela, siamo quel che siamo perché siamo sempre stati crogiolo di culture. La nostra cucina è nata dall’incrocio di mille altre, la nostra arte ha subito l’influenza di tutti quelli che ci hanno dominati, o sono stati da noi dominati. E così sarà anche in futuro. Cambieremo, perché è giusto che sia così, miglioreremo, magari, che non sarebbe male. Io non ho il culto per la nazione, le abolirei le nazioni, se potessi, e sono ben lieta di cucinare il cous cous accanto alle melanzane alla parmigiana. Conosco le mie radici e le rispetto, ma non mi sento minacciata dalle radici altrui.
D’altronde, se ci pensate bene, il punto più fastidioso di quell’articolo è all’inizio, in quella frasetta buttata lì, “io sono xenofobo”, detto come io direi “mi piacciono le castagne” (Giuliano cit.). Ecco. Quello è peggio di tutto il resto. Quella frase è la radice di tutto il discorso che segue.
Per il resto, sul tema delle ragioni profonde della bassa natalità dei paesi occidentali vi invito piuttosto a leggere Mamme Cattivissime, della Badinter, che dà un punto di vista molto più serio e articolato.

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Chiedo lumi

Mi rendo conto che di recente questo blog si è concesso un po’ troppi spazi da comizio, con me che dicevo la mia urlando le mie ragioni e voi che stavate a sentire. Per cui, stavolta, vi chiamo a raccolta. Sì, vi chiedo proprio un parere.
Fin qui, ho sempre cercato di tenere Irene fuori da certi stereotipi: pochi vestitini frufru rosa, le Winx ad almeno 200 metri di distanza da casa mia, giochi possibilmente senza connotazione di genere. È che le pressioni sociali ad essere una “brava bimba” mi sembrano così forti che voglio cercare di riequilibrarle mostrando a Irene che può essere quello che vuole, indipendentemente dal sesso. Va pure detto che ad un anno e mezzo la cosa è abbastanza facile, i problemi verranno quando capirà che lei è una bambina e il mondo si divide tra maschi e femmine…Comunque. Tutto questo cappellotto per dire che a me i giocattoli “da femmine” e quelli “da maschi” hanno sempre dato fastidio. Voglio dire, se a me va di giocare ai Lego, perché mi devono regalare le Barbie? Tanto per dire, io non ho mai giocato a far la mamma coi bambolotti. Non mi interessava, semplicemente. Preferivo fingere di essere una giornalista, fare il guerriero medievale o dio solo sa che altro. Solo che Irene ci guarda, e dopo averci guardati, ci imita. E adesso ha questa fissazione del pulire. Prende la scopa e dice “puisci”, e comincia a ramazzare casa. Ha visto me e mia madre farlo, e vuole provarci anche lei. Così, tra i suoi giochi hanno iniziato a spuntare ferri da stiro, scopette, un finto aspirapolvere (quello che uso io la fa impazzire fin da quando era piccolissima). Solo che ogni volta che ce la vedo giocare, mi domando se è cosa buona e giusta. Le starò mica tirando su una piccola casalinga? Sarà mica che il ferro da stiro giocattolo è l’ariete col quale il sessimo farà il suo ingresso a casa mia?
Solo che lei si diverte. Suppongo le piaccia perché la fa sentire grande.
Il dramma si presenta per il compleanno. Da brava madre che scarica sulla figlia i propri desideri frustrati – sob… – vorrei regalarle una casetta di quelle di plastica. Era il mio sogno da bambina. Ho sempre voluto la casetta. La volevo così disperatamente che me ne inventavo una sotto la scrivania della mia camera, coprendola con un lenzuolino che era il mio più fedele compagno di giochi (mi ci sdraiavo sotto per riposarmi, ci disegnavo su la facciata di una casa, me lo drappeggiavo addosso per fingere che fosse un vestito…ce lo avessi ancora probabilmente me lo tirerei dietro anche adesso). E insomma, siccome in vacanza ci ha giocato, e le piaceva, gliela vorremmo regalare. Solo che Giuliano, l’altra sera, è venuto da me col catalogo di Imaginarium in mano.
«Non costasse così tanto, io per il compleanno le regalerei questa» mi ha detto.
Butto l’occhio. Ovvove e vaccapviccio. Una cucina. Una cucina giocattolo di legno coi pensili, il piano cottura, il frigo, il forno. Fulmino Giuliano con lo sguardo.
«Ma…ma…è sessista…».
«Sì, ma pensaci. Lei in cucina si diverte sempre ad aprire i cassetti, a frugare nel frigo, a ficcarsi nella lavastoviglie…sai come si divertirebbe con questa».
E lì ho capito che a Irene sarebbe piaciuta un sacco. Ma veramente.
Per cui, dopo tutte queste righe di delirio, la domanda: voi mamme, e voi figlie, come vi regolate coi giocattoli dotati di connotazione di genere? Da piccole vi hanno regalato la Barbie e adesso sognate di fare le veline? Alle vostre figlie solo meccano e pupazzi dei Gormiti?
Esprimetevi, gente, esprimetevi.

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Semplicemente mamma

Ho cominciato a capire cosa significa oggi per la società essere madre quando ho smesso di allattare. L’allattamento mi piaceva, e avrei voluto continuare fino al sesto mese di Irene, ma purtroppo lei non cresceva e io di latte ne avevo poco. Così sono passata al latte artificiale. Nonostante nessuno intorno a me, pediatra compreso, abbia mai fatto un commento sul mio smettere di allattare, mi sono sentita in colpa. Perché, mentre all’epoca di mia madre si preferiva di gran lunga il latte in polvere, oggi sembra che il latte artificiale sia il male. Iniziai a pensare che avrei esposto Irene alle malattie, che da grande sarebbe diventata obesa, e chissà quali altre tragedie. Perché essere madre (mai essere padre, e la cosa è significativa) al giorno d’oggi non ti viene presentato come una scelta di vita valida quanto un’altra, ma come una missione: la missione di allevare figli sani e perfetti, che un giorno salveranno il mondo.

È sempre colpa della madre. Se partorisci con l’epidurale, non ti attaccherai al bambino, perché il dolore serve a formare questo legame. Se non allatti a richiesta tuo figlio avrà problemi affettivi da grande. Se non lo mandi subito al nido ti starà attaccato alle gonne fino a diciotto anni. Anzi no, se la mandi la nido ti verrà su bisognoso di affetto.
Qualsiasi cosa la madre faccia, avrà ripercussioni drammatiche sul futuro del figlio: l’errore non viene più percepito come qualcosa di inevitabile, connesso al processo che forma l’immagine che una donna ha di sé come madre. No, è una tragedia. E per avvalorare la cosa, si sventolano studi di vario genere, ignorando che la maggior parte di essi si contraddicono l’un l’altro, o sono basati su campioni statisticamente insignificanti.
Ecco, alla fine è successo che ho smesso di stare a sentire le sirene dei libri, dei siti dedicati, delle riviste specializzate. Perché credo che un figlio possa avere qualche chance di venir su equilibrato solo se le persone che si occupano di lui stanno bene prima di tutto con se stesse. E una madre terrorizzata dall’idea di sbagliare non sta bene con se stessa.
Mi piacerebbe che questa storia della maternità venisse desacralizzata. Basta. Far la madre non è una missione, non è un lavoro che annulla qualsiasi cosa la donna sia stata prima del parto. Far la madre è prima di tutto uno dei mestieri più praticati al mondo. E siccome in giro non vedo torme di psicopatici, ma al più gente maleducata, direi che è un mestiere accessibile a tutti, e che gli errori, inevitabili, forse fanno più bene che male.
Dare la vita ad Irene è stata probabilmente la cosa migliore che abbia mai fatto in vita mia. Non pensavo sarebbe stato così bello. Ma Irene ha aggiunto molto alla mia vita, non ha annullato tutto quello che ero prima. Io sono ancora la moglie, la scrittrice, l’appassionata di fumetti, libri, telefilm e cinema, l’astrofisica, spesso anche la ragazzina. E ciascuna di queste figure è uscita modificata dall’incontro con Irene, ma continua ad esistere in me. E io non mi sento, non mi voglio sentire in missione per conto di dio. Io sto facendo quel che mia madre, che mia nonna, che migliaia di donne prime di me hanno fatto, con alterni successi, magari, ma quasi sempre riuscendo ad educare adulti pronti alla vita. E non sono sola. C’è mio marito, che pesa nella vita di mia figlia esattamente quanto peso io, che fa proprio quel che faccio io, la lava, le dà da mangiare, le cambia i pannolini, la ama. Non perché sono donna e l’ho portata in grembo nove mesi, penso di avere su di lei maggiori diritti di Giuliano, o credo che il nostro rapporto sia diverso o più profondo. Le differenze che c’erano tra me madre e lui padre sono finite quando ho dato l’ultima spinta, quel giorno freddissimo di quasi due anni fa.
Mi piacerebbe un mondo in cui la madre è sostenuta nelle sue scelte dalla società: un posto dove quella che partorisce appesa ad una corda cantando in sanscrito sia considerata madre esattamente quanto la donna che partorisce in ospedale con l’epidurale. Un mondo in cui si aiuti la donna a trovare la sua dimensione come madre, senza che le si imponga dall’esterno un modello preconfezionato cui sia tassativo adeguarsi. Sogno un mondo in cui una madre è esattamente identica ad una donna che non ha mai avuto figli. Ma mi rendo conto che la tolleranza non aiuta a vendere libri, e terrorizzare la gente è molto più utile al sistema che renderla libera.
Io, comunque, nel mio piccolo combatto la mia battaglia quotidiana, affidandomi ai consigli delle persone cui voglio bene e imparando insieme ad Irene questo nuovo mestiere.

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De stupro

Confesso di non essermi interessata più di tanto alla storia di Strauss-Kahn. Non mi stupisce che un potente si senta in diritto di abusare di una donna; è nella natura stessa del potere prevaricare, stuprare, figurativamente, certo, ma spesso anche fisicamente, concretamente.
Poi però oggi ho letto due cose. Questa e questa. Sulla lunga scia dei commenti, ho visto anche questo.
Ora, io non sono a prescindere contro il garantismo, anzi. Quel che non capisco è perché il garantismo venga fuori solo quando si parla di potenti o peggio quando si parla di stupro. Voglio dire, i due rumeni accusati – si seppe poi ingiustamente – di aver aggredito una coppia di giovanissimi al Parco della Caffarella non vennero trattati da presunti innocenti. Le loro foto vennero sbattute in prima pagina, e nessuno stava lì a tessere trenodie sulle loro rughe, sull’impermeabile “borderline” – ma che cazzo significa “impermeabile borderline”, ma le parole hanno ancora un senso o le spariamo a casaccio? – o sulla “spietatezza dell’uguaglianza della legge”. Erano due rumeni, e questo li condannava da sé.
Ben diverso Strauss-Kahn, un uomo potente e rispettato. L’idea che possa effettivamente essere un porco, uno che ritenga di poter disporre della vita altrui come più gli aggrada, non ci sfiora. Ci identifichiamo in lui – o almeno lo fanno gli uomini, visto che i tre commenti che ho indicato sono di tre maschi – e allora via con la tristezza per le manette, via con i “ma magari e innocente”, per terminare con l’immancabile “e comunque lei se l’è cercata”. Già. Lei. Chi è lei? Una cameriera, come sembra compiacersi a dire Travaglio. E, anche qui, il nome con cui la si indica dice tutto. Una il cui lavoro è servire, e dunque la subordinazione, il piegarsi e tacere, fa parte della sua essenza. Per tutti è solo questo. La cameriera. Di colore, per giunta. Un essere agito. Un particolare sullo sfondo nel quadro che vede al centro il potente. Strauss-Kahn in manette, Strauss-Kahn che sorride alla famiglia. Lei è un accidente.
L’ho già detto altre volte, lo stupro mette sempre a nudo le viscere dell’opinione pubblica. Sebbene da qualche anno sia finalmente reato verso la persona, e non verso la morale, sembra che per molti sia rimasto un insulto alla pubblica decenza. Torniamo al caso della Caffarella, o a quello della signora Reggiani. Anche lì ebbi l’impressione che la gente non fosse indignata perché una persona era stata violata nella sua intimità, in quanto di più sacro ciascuno di noi abbia, e poi uccisa; mi sembrava che la gente si arrabbiasse perché qualcuno non appartenente alla nostra comunità – un rumeno, appunto, un altro – aveva osato mettere le mani su qualcosa che appartiene a noi. Vengono qui a violentare le nostre donne, e il pronome dice tutto. Così lo stupro non è più una violenza verso una persona: è un insulto a chi possiede una donna. Va quindi da sé che quando a stuprare è uno dei nostri, per di più potente, le cose cambiano. Lei se l’è cercata, le donne sono tutte puttane, lui ha fatto quel che ha fatto perché lei l’ha provato, perché ha perso la testa, perché è stato incastrato da un complotto.
Illuminante in questo senso è questo pezzo su uno stupro perpetrato da un ragazzo italiano ai danni di una ragazza italiana a capodanno del 2009, qui a Roma. Lui è un “bravo ragazzo”, la famiglia “per bene”, lui è dilaniato dal rimorso e ha fatto quel che ha fatto per un “mix di alcol e stupefacenti”. Lei? Chissenefrega di lei, vuoi mettere col dramma di lui.
Mi direte, ok, ma che c’entra Travaglio? C’entra. Prendere un fatto di cronaca doloroso, che è costato moltissimo ad una donna, per tesserci su un pindarico paragone con le vicende di Berlusconi – che con tutta il disprezzo per il personaggio e le innumerevoli colpe politiche che gli attribuisco, fino a prova contraria praticava sesso consenziente, e non ha mai stuprato nessuno – è pretestuoso e anche poco efficace. Far ridere la gente con le cameriere appoggiate ai piselli dei potenti mi dà fastidio, sì, tanto più se lo sberleffo scavalca a piè pari la carne della vittima, che viene ridotta alla figura comica della “cameriera”, appunto, come in un film scollacciato anni ’70. Anche perché poi il succo del discorso sembra essere “vedete, persino uno stupratore ha la nobiltà d’animo di farsi processare, invece il nostro presidente no”, e questo mi ricorda moltissimo il florilegio di articoli agiografici su san Totò Cuffaro che invece di fare il latitante va in galera.
Sembrano tutte questioni di lana caprina, ma non lo sono. Dicono tantissimo di quali sono i valori della nostra società, di qual è il posto che la donna vi occupa. A voi tirar le somme.

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Un nuovo modello

Sebbene porti i capelli rasati, e durante la settimana giri in sneakers e magliette oversize, resto vanitosa. In libera uscita, ormai metto sempre i tacchi, dai 7 cm in su, mi trucco e a volte mostro anche un po’ di stacco di coscia. E mi piace comprare vestiti, ovviamente. In genere economici: ne posso prendere di più e togliermi lo sfizio della maglietta strana, della gonna troppo corta, del jeans skinny. Per me l’abbigliamento resta un capriccio, e per questo, a parte rare occasioni, cerco di spenderci poco. Ma ci spendo.
Ieri le donne di casa – io, la mia mamma e Irene – sono uscite per gli acquisti primaverili: calzini, magliette, roba per tutti i giorni o per le occasioni. Ovviamente, siamo andate al centro commerciale sotto casa. È vicino, è pratico, e mi piace la roba che ha.
Girovagando, per tenere impegnata Irene, che al momento è del tutto indifferente ai problemi della scelta di una maglietta che coniughi bellezza, comodità, prezzo e non ti faccia sembrare una balena, ho preso il volantino con la collezione di una marca di vestiti. Gliel’ho dato in mano, e per un po’ me ne sono dimenticata. Lei l’ha pastrugliato, ci ha giocato, e dopo una mezz’oretta si è stufata e l’ha buttato per terra. È stato allora che l’ho raccolto e ci ho dato un’occhiata.
Sapete che da quando sono dimagrita sono un po’ ossessionata dal peso. Nulla di patologico, io viaggio sempre sul borderline, ma peso ancora la roba, compenso quando mangio troppo, mi sento in colpa se sgarro e mi peso tre volte a settimana – sarebbe meglio dire che mi costringo a pesarmi tre volte a settimana, perché fosse per me controllerei ogni giorno, ma vabbeh -. Mi sento quasi sempre grassa, ho il terrore di riprendere peso e tutto il campionario che purtroppo molte ragazze conoscono. E insomma, fare un giro per negozi non aiuta: le taglie sono tutte micro, i manichini anoressici. Alla fine ti riduci ad andare in quei negozi con le taglie europee, che sono due misure più piccole delle nostre, per cui una 42 diventa facilmente una 38.
Per questo, quando ho aperto il volantino sono rimasta stupita. Niente modelle al limite della denutrizione, niente ragazze ammiccanti in pose al limite del porno. Piuttosto fanciulle bellissime, certo, ma con la carne al posto giusto. Seni prosperosi, visi floridi, gambe e fianchi torniti. Corpi sani, insomma, modelli di una bellezza accessibile, in cui per essere considerate non si deve mortificare il proprio fisico, assottigliandolo fino a farlo diventare trasparente.
Ok, non dico che sia una rivoluzione. Ma è già qualcosa. E sfogliare quelle pagine mi ha piacevolmente stupita. Poi, certo, chissà, magari le taglie dei vestiti sono comunque striminzite, tipo quel marchio lì che ha per testimonial la giunonica Arcuri, e poi anche se sei peso forma di entra giusto la 46 e un po’ a fatica. Ma, ripeto, è un piccolo messaggio nel mare sconfinato di scheletri che camminano, di donne che devono rinunciare alla propria fisicità per essere apprezzate.
Proprio ieri mattina, pesandomi, il risultato non mi era piaciuto. E niente, quel volantino lì mi ha messo un po’ di buonumore. Ho pensato che forse dovrei dare più retta a quel che mi diceva la mia dietologa all’epoca: che è importante mangiar bene per essere sani, più che per essere fighi, e che alla fine, quando vado in palestra, sentire che il mio corpo risponde, che fa quel che voglio, è altrettanto soddisfacente che riuscire ad entrare in una minigonna.

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Non fiori, ma opere di bene

E arriva anche quest’anno il famigerato 8 marzo. Vi risparmio il consueto post polemico; ho già detto tutto quel che può essere detto sull’argomento gli anni passati. Mi limito a rimarcare che quest’anno la ricorrenza mi sembra ancora più significativa: perché c’è stato il 13 febbraio, perché mi sembra di veder nascere una nuova consapevolezza, un’ondata generale di riflessione sul femminile e il suo ruolo in Italia e nel mondo. Che questa giornata serva allora a fare il punto sulla situazione, dove siamo e dove stiamo andando. Ognuno faccia fiorire questa giornata come meglio crede: lavorando o manifestando, ritagliandosi un attimo per se stessa, facendo un post o continuando con la vita di sempre, perché è attraverso la lotta quotidiana che esprime se stessa, la propria femminilità e la propria irriducibile unicità di persona. Qui trovate un elenco di iniziative.
Auguri a tutte: che quest’anno ci porti più consapevolezza e più libertà. Sono molteplici le gabbie che ci stringono, molte subdole e invisibili, ma la possibilità di evadere e realizzarci esistono sempre.

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Don’ t call me scema

I miliardi di modi in cui la pubblicità è in grado di prendere concetti importanti e svilirli mi lascia sempre basita. E sì che dovrei esserci abituata. Vivo immersa nel mondo del consumismo da quando sono nata. Però, niente da fare, ogni volta mi ritrovo lì con la mascella a penzoloni davanti all’ennesima campagna che riesce a mercificare quel che non dovrebbe essere in vendita.
Stavolta si parla della Sisley. I pubblicitari di questa casa, da bravi trend-setter, devono aver percepito che le donne in questo periodo sono incazzate, che c’è una ridiscussione del femminismo, che molte di noi si battono contro l’immagine degradante che del femminile è dato dai media. E si devono essere detti: “Ci dev’essere un modo per far soldi da questa cosa”. Detto fatto.
Nasce la campagna Don’t Call me Doll. Che così viene spiegata da un sito che ha dato la notizia:

“Oggi mentre la tv, ma anche la politica mettono la plastica e l’apparenza in prima fila, Sisley decide di mobilizzarsi privilegiando le donne vere, dinamiche, autonome e indipendenti, donne che veste da sempre.”

Apperò. Interessante. Certo, che un marchio che si pubblicizza con foto del genere parli di donne vere, autonome e indipendenti…mah. Ma ci può sempre stare la conversione sulla via di Damasco.
Poi si scopre che la maglietta è questa qua, che uno dice, ma che c’azzecca San Valentino? Ma lo scopo definitivo della campagna appare evidente quando si va a indagare su cosa sia l’evento del 12 febbraio a Milano. Un flash mob in cui un centinaio di ragazzine, tutte vestite uguali, ossia con la suddetta maglietta, ballano ammiccando a Piazza San Babila sulle note di La Bambola di Patty Pravo. Non ci credete? C’è la testimonianza video.
Allora. La canzone con l’emancipazione femminile c’entra un piffero. È la storia di una che si lamenta di come è trattata dall’amante, che si intuisce più giovane e avventato di lei. Poi qualcuno mi spieghi come duecento persone, abbigliate allo stesso modo, che ripetono gli stessi passi, affermano l’unicità e l’indipendenza delle donne. Semmai esprimono chiaramente l’omologazione, e perpetuano il modello velina, che è quello che va per la maggiore in questo momento storico. Ed è esattamente a questo punto del discorso che mi incazzo. Perché fin qui poteva trattarsi solo di una stupida campagna pubblicitaria. Invece è qualcosa di più, e di molto più dannoso.
La Sisley prende le legittime rivendicazioni delle donne, e l’appeal che evidentemente hanno sulle giovani – o non saremmo state un milione in piazza, il 13 febbraio – e le svuotano di significato, le stravolgono per renderle innocue e prone allo scopo principale: inculcarci il desiderio di comprare magliette e omologarci ad un modello unico di bellezza. L’idea di fondo della campagna è: ti attira il femminismo? Beh, non c’è bisogno che tu ti informi e ti crei una consapevolezza critica sull’immagine della donna. Prenditi questa maglietta, balla con noi e sarà un po’ come andare a manifestare in piazza per la dignità delle donne. Di più: le vere donne emancipate non sono quelle sciattone in piazza, coi cappotti lisi, i pugni alzati e lo slogan urlato, ma quelle giovani, carine, con indosso la roba giusta, che usano il loro corpo perfetto per farsi strada. Se vuoi essere davvero emancipata e forte devi essere come loro, ballare uno stacchetto da cretine è l’unico modo in cui ti è permesso affermarti. Tutto il resto è superfluo, e soprattutto non cool.
A me questo fa arrabbiare. Che si cerchi di addomesticare la carica eversiva di un milione di donne in piazza riducendole al modello unico imperante. Che si lucri sulla nostra rabbia, che la si mercifichi, che la si riduca ad una maglietta fashion.
È questo che fa il consumismo, da sempre. Ci svuota. Prende qualcosa, ne toglie il senso, e lo riempie di cose. Ci costringe a incasellarci, anche quando siamo arrabbiati, anche quando cerchiamo di scrollarci di dosso le etichette.


And they make me
Make me dream your dreams
And they make me
Make me scream your screams


dice la canzone, e ha ragione, è così. Il consumismo ci dice cosa dobbiamo desiderare, e anche come ci dobbiamo arrabbiare. Ci toglie la libertà, ci trasforma in target, perché è più facile soddisfare i bisogni di un pubblico facilmente incasellato in una serie di tipologie tipiche: la ribelle, la casalinga, la “donna emancipata”.
E la cosa triste è che l’evento è piaciuto. Tanto è vero che lo rifanno. Significativa in questo senso è questa testimonianza.
Vi prego, non facciamoci fregare. Esistono tanti modi per ingabbiarci, per renderci schiavi, e questo è tra i più subdoli e più devastanti. Continuiamo a ragionare, a farci domande, a informarci. E non rinunciamo a tutta la straordinaria varietà e ricchezza della nostra unicità.

P.S.
Grazie a Fab per la segnalazione

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