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Il potere delle storie. Ancora.

È tutto il fine settimana che mi arrovello intorno a questi due post. (No, ok, ho anche avuto una vita sociale, oltre a stirare il sabato sera, ma ho un cervello multitasking, che riesce ad arrovellarsi mentre sorseggia latte e menta in compagnia degli amici. A volte in effetti è un po’ fastidioso…).
La storia, purtroppo, la conoscete tutti: in un sobborgo di Denver un ragazzo entra in una sala cinematografica dove si proietta la prima di Batman e spara sulla folla. Un copione purtroppo già visto. Solo che stavolta c’è di mezzo un film di supereroi e un tizio che indossa una maschera antigas. La notizia è ovviamente succosissima, e i nostri giornalisti ci si buttano a pesce: automaticamente, l’attentatore diventa uno vestito da Bane che spara sulla folla per emulare il cattivo del film.
Ora, evidentemente qui ci sono due ordini di problemi. Il primo riguarda il giornalismo: in giro se ne leggono di ogni. Che Holmes aveva i capelli tinti di rosso come il Joker (?), che si è presentato come tale alla polizia, che Neil Gaiman è il papà di Batman. L’approssimazione con cui viene trattato un medium che ha uno straordinario impatto sulla cultura pop è evidente. Il fumetto, e tutto quanto sia popolare, continua ad essere trattato come il figlio della serva. Poi c’è la sociologia spicciola, quella che fa vendere copie, perché a tutti fa piacere sentirsi dire che le nuove generazioni sono composte da decerebrati plagiati dai videogiochi e dai fumetti. Molto semplice, molto rassicurante. L’importante, del resto, è affibbiare etichette, che lo sappiamo che il mondo funziona così.
A me però tutto questo interessa poco. Sono storie vecchie, di cui abbiamo parlato un’infinità di volte, ci siamo incazzati, abbiamo discusso, ma è evidente che la controparte non ha alcuna intenzione di stare a sentire. Fumetti = plagio delle menti deboli fa vendere copie, quindi nessuno è interessato a modificare la propria opinione al riguardo. Persino le veridicità dell’equazione è una cosa del tutto di secondo piano; basta che la cosa abbia presa sul pubblico, e la verità non sempre ha questa caratteristica.
Mi interessa molto di più il discorso del Rrobe, che per altro mi riguarda da vicino, visto che io racconto storie. E la mia reazione di pancia alla lettura del suo primo post è: “cavoli, è vero”. La cosa che mi fa più piacere, quando qualcuno mi parla delle mie storie, è che mi venga detto che i miei libri hanno cambiato qualcosa nella vita di chi li ha letti. Vuoi che siano stati la scintilla per iniziare ad amare la lettura, vuoi che abbiano aiutato qualcuno in un momento difficile, è tutto sommato quel che mi spinge a continuare così. Non si scriverebbe, se la scrittura non lasciasse in qualche modo il segno. Ma chi ci dice che le nostre storie cambino sempre in meglio la vita delle persone? E quando lo fanno in peggio, cosa dobbiamo pensare, noi autori? Non è un problema di poco conto, né dalla facile soluzione. Le parole sono sempre importanti, sia che spingano la gente a migliorarsi, sia che lo portino invece a fare cose tremende. E dirsi che non è vero, che non è così che funziona, è ipocrita.
E quindi?
E quindi non lo so. Non credo che la soluzione però passi per lo stupro della poetica dell’autore. Credo che quando un autore inizia a porsi dei limiti, dei paletti, e modifichi la propria visione per evitare che poi qualcuno fraintenda, beh, quella è la morte dell’arte. E non stai neppure facendo un buon servizio ai tuoi lettori, che percepiscono subito se un messaggio è artefatto, finto. Bisogna sempre dire la verità, la propria personale verità. Anche a rischio di essere fraintesi. E fraintesi lo si è comunque e sempre, anche quando non si finisce con esiti così tragici come quelli di Denver.
Il Tiranno è ambiguo perché per me il Male lo è; per me tutti noi viviamo sul confine, e basta poco per fare di noi dei criminali. E, quando ho scritto le Cronache, pensavo fosse importante presentare un Male suadente e logico, perché è così che il Male ci si presenta, vestito da Bene. Non mi spavento quando qualcuno mi dice “ma a volte mi dico che il Tiranno ha ragione”, perché è così che lo volevo, perché ogni certezza deve passare per il dubbio, o non vale niente.
Ogni autore ha una sua etica del lavoro, e deve rispondere solo a quella. Anche perché, diciamocelo, tutto influenza tutto. Nel caso specifico di Denver, per altro, penso che i fumetti non c’entrino assolutamente nulla, e che, prima di arrivare a Batman, ci sono decine di altre cose che hanno spinto la mano di Holmes ben più di quanto possa fare un fumetto. Ma se hai un disagio così profondo, basta un insulto in mezzo alla strada a spingerti lungo la china. E allora che facciamo? Ci chiudiamo in casa e ci diamo alla religione del politically correct, in cui i cattivi sono tutti cattivissimi e i buoni tutti buonissimi?
Il mondo è un posto complesso. Ci interroghiamo su di esso da millenni, e tutte le tonnellate di letteratura e arte che abbiamo prodotto ancora non ci hanno dato anche una sola risposta. Se il Male è suadente, è giusto mostrarlo anche così. Pensate a Dexter, che rappresenta il Male al massimo dell’edulcorazione – un bel ragazzo che ammazza solo i cattivi… – eppure porta avanti, o almeno lo faceva nella prima stagione, una critica assolutamente spietata del nostro mondo.
Ognuno di noi ha una sua visione del mondo, e, nelle sue produzioni artistiche, deve essere fedele solo a quella. Se poi è aberrante, altre parole ce lo mostreranno. L’importante è la pluralità dei punti di vista, perché il mondo è multiforme, ingannevole, complesso. E le storie, se non ci piacciono, si combattono a colpi di altre storie.

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La Profezia dell’Armadillo

Ho conosciuto Zerocalcare grazie ad uno stato FB di Rrobe (ormai gli devo un sacco di piacevoli scoperte). La prima storia che lessi fu quella della neve a Roma. Ci misi ben poco a recuperarmi tutte le precedenti, e a diventare un’assidua lettrice. Se date un occhio alle strisce, capite subito perché mi sono appassionata. Le storie di Zerocalcare sono zeppe di riferimenti ai capisaldi della mia generazione: i manga e gli anime, Star Wars, le Tartarughe Ninja…tutte quelle cose che hanno cresciuto noi pischelli degli anni ’90. È un nerd, uno immerso nell’”adolescenza lunga”, dalla quale, diciamocelo, non schiodo neppure io, a dispetto di un marito e una figlia. E poi è geniale. Voglio dire, veramente poche cose mi fanno ridere come le sue vignette. Il tratto è fantastico, lo sguardo ironico e disincantato, le storie particolari e al tempo stesso universali.
E insomma, alla fine ho fatto il grande passo e ho preso La Profezia dell’Armadillo, il suo libro. Probabilmente mi aspettavo solo un altro po’ di storie da leggere, con le quali consolarmi del fatto che Zerocalcare, da un po’, ha deciso di postare senza più regolarità, mentre prima usciva una storia ogni lunedì. E invece. E invece La Profezia dell’Armadillo è sicuramente un po’ di nuove vignette, ma è anche molto di più.
Intendiamoci, è zeppo di battute memorabili, passaggi esilaranti e trovate geniali. Dietro però c’è una storia unica, un racconto semplice e tremendo, di quelle esperienze di vita che sono capitate a tanti di noi nella vita. Ed è proprio nel dipanarsi di questa storia che viene fuori come Zerocalcare non sia solo uno che fa vignette divertentissime su cui noi nerd quasi – o già, come me – trentenni ci diamo di gomito. È uno che racconta storie vere, dice cose, e lo fa benissimo, dannazione, troppo bene.
È una cosa che penso da un po’ di tempo: ho problemi con la narrativa non di genere. È che il mainstream racconta storie di tutti i giorni, storie che, tutto sommato, sono comuni, non hanno nulla di straordinario, storie che, sulla carta, non c’è ragione di raccontare. Per questo, proprio per l’ordinarietà dei racconti – non di tutti, eh? ma di molti sì – lo scrittore deve essere bravo. Deve rendermi in qualche modo universale la piccola storia di vita vissuta che mi sta raccontando. Altrimenti non c’è ragione di tirare fuori l’ennesima storia di un trentenne confuso, di un cinquantenne alle prese con la crisi di mezz’età o l’immancabile epopea familiare.
Ecco, Zerocalcare prende una storia purtroppo comune, un lutto che, sotto varie forme, molti di noi hanno vissuto. E lo rende universale, l’emblema del nostro brancolare nel buio di un’esistenza che fatichiamo a decifrare. Gli anni che passano e cambiano le cose, la fragilità, il tempo sprecato a farsi domande inutili invece che a vivere, l’adolescenza, l’amore, la morte. E quella domanda che mi sono posta anch’io così tante volte, anche qui: cos’è la bestia che ognuno di noi si cresce in seno, quel demone strano che ci sussurra che non saremo mai davvero felici, e che quando lo siamo, sarà solo per poco, e che è meglio correre ai ripari, e farsi del male da soli prima che la vita colpisca. Per alcuni di noi alla fine diventa un compagno di strada, ci facciamo i conti, ed ha la faccia di un armadillo un po’ cinico. Ma perché per altri invece cresce, e cresce, fino a divorare tutto, fino a farci morire? Perché alcuni di noi ce la fanno, riescono a sopravvivere alla giovinezza, e altri invece restano indietro, e soccombono ai loro demoni? Abbiamo tutti gli stessi problemi, in fondo, le stesse paranoie, ma alcuni di noi, semplicemente, non ce la fanno. E non c’è un perché. Solo un immenso vuoto di senso.
C’è tutto questo, nella Profezia, o almeno io ce l’ho visto. Ci sono tavole di una tale bellezza, di una tale intensità…che colpiscono come pugni. Perché sono vere, intollerabilmente e terribilmente vere.
Raramente mi commuovo, quando leggo qualcosa. Non so perché, sono fatta così. Eppure, oggi pomeriggio, mentre commentavo la lettura con Giuliano, mi sono venuti gli occhi lucidi. E ho capito di aver letto qualcosa di davvero bello e prezioso.
Attualmente, la quarta edizione del libro è esaurita, ma sta per arrivare la quinta. Credo si riesca a trovare comunque qualcosa in alcune librerie, ma non so darvi indicazioni più precise. Vi consiglio solo di prendere il libro, quando uscirà. Ne vale terribilmente la pena. È una storia semplice e intensa, vi farà ridere da matti, ma vi lascerà anche con quel magone, quel magone bello e tremendo che solo le cose che scavano in profondità sanno lasciare.

P.S.
Vi ricordo en passant che oggi potrete seguire la prima delle puntate di Nautilus di cui sono ospite: argomento, letteratura. Potrete vedermi alle 11.30, e in replica alle 15.30, 19.30 e 23.30 su Rai Scuola, canale 146 del digitale terrestre o 806 di Sky.

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Ci ho messo un po’, ma adesso ce l’ho anch’io

E voi che aspettate? :)

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In difesa della mia città

Se mi avessero detto che un giorno avrei scritto un post del genere, probabilmente non ci avrei creduto. Che poi è anche quello che ho detto sabato mattina, quando sono uscita di casa e la mia via era uniformemente coperta da 15 cm di neve. Se me lo avessero detto, non ci avrei mai creduto. Ecco, la neve qui è una specie di miracolo – o una maledizione – e ha conseguenze eccezionali. È che ho letto in giro accuse varie, osservazioni fuori dalla grazia di dio e cose in generale cui vale la pena rispondere. Per cui lo faccio. Sapete che non provo un grande attaccamento per questa città in cui non solo sono nata, ma in cui ho anche sempre vissuto, e non ho alcuna stima per la giunta che la governa ora. Però è pur vero che per una volta tanto mi sembra che ci siano state mosse accuse un po’ ingiuste.

10 cm di neve non sono un’emergenza, io a Vattelappesca sono sotto due metri di neve ma nessuno si spreca in articoli su di me
Beh, nel complesso sarei anche d’accordo, ma le emergenze vanno commisurate sulla normalità. Mi sembra ovvio che 10 cm di neve a Milano non sono niente. Io ho vissuto tre mesi a Monaco di Baviera, e ha nevicato praticamente sempre, e non c’è stata una volta che la città si sia bloccata o i cittadini abbiano risentito delle avverse condizioni meteo. Ma a Roma l’inverno in genere non esiste: abbiamo sei mesi di straziante autunno, con qualche giorno a cavallo di gennaio e febbraio in cui la temperatura si degna di scendere intorno allo 0. Sì, quasi tutti gli anni finge di nevicare, ma non attacca praticamente mai. La neve è un fenomeno estremamente raro a Roma. È quindi ovvio che 10 cm di neve, che per di più rimangono nelle strade per due, tre giorni – mentre parlo qui fuori la situazione è praticamente identica a sabato mattina – siano un evento eccezionale che mette alla prova i meccanismi della città. È anche più o meno comprensibile che la città risponda in modo farraginoso all’emergenza: non credo esistano spazzaneve, e le catene per il romano medio sono quell’oggetto lì che usi per andare a sciare a Ovindoli.

Ma quindi ha ragione Alemanno?
Calma. No, non ha ragione Alemanno. Per due ordini di motivi: innanzitutto, per sapere cosa stava per succedere bastava farsi un giro sui siti meteo. Non servivano i bollettini della Protezione Civile, non servivano quelli dell’Aeronautica, lo sapevamo tutti che avrebbe nevicato, e molto. Che poi non ci credessimo davvero, è un altro paio di maniche: tu, in quanto sindaco, sei pagato per credere all’incredibile, o almeno prepararti ad affrontarlo.
Secondo poi, posso accettare che nelle prime ore dell’emergenza le cose vadano a catafascio. Sono trent’anni che non vedi la neve, posso capire che ci voglia un po’ per carburare. Non posso invece accettare che dopo 48 ore dalla nevicata l’unico sale che abbia visto l’abbiano gettato quelli del centro commerciale qui sotto per permettere l’accesso ai clienti. Degli spazzaneve manco l’ombra, idem per le squadre per spalare la neve. Oggi le vie del quartiere sono percorribili dalle macchine, ma solo perché la natura ha fatto il suo corso: sabato pomeriggio un po’ di neve s’è sciolta, ieri è stato molto secco, le macchine hanno continuato a passare e voilà, le vie ora sono non dico sgombre, ma quanto meno praticabili.

Ok, ma se il comune non fa niente, allora datevi da fare voi
A parte che nessuno ha sotto mano una pala, perché in ventisei anni non ce n’è mai servita una, anche andare ai punti di raccolta per prenderne una non è banale: come ci arrivo, se il municipio dista 10 km da casa mia, e quei 10 km sono strade a scorrimento veloce che non sono state battute? Ma mettiamo anche che abbia la mia pala: di sicuro posso spalare il marciapiede sotto casa mia, con tanta buona volontà forse anche i 300 m della mia via, ma poi? Fino a ieri l’autostrada che mi porta alla civiltà – per la cronaca l’A24, che è l’arteria che più efficacemente, traffico permettendo, ci connette a Roma – era chiusa. E per lunghe ore sono state chiuse una decina di uscite del Raccordo. Lì come ci vado a spalare? E senza sale, se anche ho spalato, quando scende la notte e gela come faccio a non rendere vana la mia fatica?
Roma ha un territorio sterminato, tanto è vero che da me venerdì nevicava, al lavoro da mio padre, 30 km più a sud, no. È resa percorribile da numerose vie che sono praticamente autostrade, vedi il Raccordo, la Tangenziale, alcuni tratti delle Consolari. Sono queste le vene che permettono la mobilità. Se sono intasate quelle, non c’è niente che il singolo possa fare.

Va bene, ma vi siete comunque lamentati per due fiocchi di neve!
Avrei voluto foste con me al parco del quartiere, sabato mattina. Sembrava di vivere in una dimensione parallela. Tutto il quartiere era lì, l’unico suono che si sentiva era quello delle risate dei bambini, e degli adulti, gente che non avevo mai visto mi sorrideva e mi salutava. Per un romano la neve è questo. E considerate anche che un romano è uno che in condizioni normali ci mette anche tre ore per andare e tornare dal lavoro, ogni giorno, che aspetta i mezzi pubblici per tempi biblici, la nostra sopportazione è piuttosto alta. E infatti la gente che si è lamentata aveva le sue buone ragioni: si tratta di chi ci ha messo 8 ore per fare 8 km. Chi ha dovuto farsela a piedi quando i mezzi, dichiarata l’emergenza, hanno fatto scendere tutti e se ne sono tornati al deposito. Chi è rimasto intrappolato sul Raccordo per ore, e per disperazione se l’è fatta a piedi, e parliamo di un’autostrada a tre corsie per senso di marcia più corsia d’emergenza. Questa è la gente che si è lamentata, e a ragione. Viviamo in una comunità, paghiamo le tasse, ci aspetteremmo dei servizi. Che non ci sono. Tutti gli altri, erano fuori sabato mattina a godersi la giornata. Poi, il resto, è tutto vero: c’è gente che è morta, paesi isolati, situazioni ben più drammatiche di quella di Roma. Ma i media ne parlano perché fa notizia la città eterna imbiancata, perché le polemiche sono il pane quotidiano dei giornali, e comunque io ho letto anche tantissimo su i posti in emergenza vera.
Per il resto, qui siamo contenti: dell’inverno vero, della città imbiancata, di essere tornati tutti un po’ bambini. E, lo devo confessare, se fossi sicura che non ci sarebbero altri casini, vorrei continuasse a nevicare così fino a primavera.

P.S.
Vi segnalo una cosa che avevo colpevolmente dimenticato: un po’ di materiale sulla nuova serie a fumetti ambientata nel mondo delle Cronache, completa di intervista a me e agli autori.
Seconda serie fumetti

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Lucca 2011, un bilancio

Figata. E qui potrei chiudere direttamente il post.
No, vabbeh da dire ce n’è ovviamente. E sia mai che io mi tiri indietro di fronte alla prospettiva di scrivere qualcosa :P
Dunque, per qualche ragione, è stata la più bella Lucca di sempre per molta gente. Me compresa. Probabilmente un ruolo l’ha giocato il fatto che per una volta ho avuto addirittura tre ore o giù di lì per girare la fiera. Ho visto e comprato delle cose, e in sette anni di Lucca è la seconda volta che mi capita, e la prima da quando la fiera si tiene nelle mura cittadine. Comincio quindi col dirvi gli acquisti. Sul fronte fumettistico, mi confermo una Lady Oscarista persa, visto che mi sono comprata i due volumi di Berubara Kid: trattasi di versione comica superdeformed di Lady Oscar. Ho iniziato a leggerlo ieri, e mi sembra davvero pregevole, anche grazie ai testi che collegano le strisce al fumetto e agli episodi storici. Poi, allo straordinario prezzo di 5 euro, ho preso l’art book di Rurouni Kenshin, un fumetto che adoro (almeno fino alla prima serie, dopo, ahimè, scade). Bellissimo. Colgo l’occasione per consigliarvi Meiji Kenkaku Romantan – Tsuioku Hen, in italiano Kenshin Samurai Vagabondo – Memorie dal Passato, una miniserie di quattro puntate molto, molto bella. Poi, ho preso l’immancabile Eriadan, tutto quel che non avevo, e una minierei a fumetti, Kagemusha, che Giuliano dice essere molto bella.
Sul fronte video, ho preso il film di Escaflowne e la versione italiana, che per altro non ho mai visto, di Una Tomba per le Lucciole. È un film che vi consiglio caldamente, il miglior film di animazione di sempre, ma guardatelo quando siete molto su di morale, o l’effetto depressione è garantito, è un film estremamente intenso.
Comunque, l’acquisto più ragguardevole è stato quello di un set pugnale, mantello e corsetto di cuoio, che ho poi sfoggiato alla presentazione di Paolo di domenica. Ebbene sì, per mezza giornata sono tornata al cosplay. È stato straordinariamente piacevole. Io non so spiegare chiaramente questo desiderio di travestimento che mi porto dietro da sempre: da bambina adoravo il carnevale, e ancora oggi, se posso, a carnevale e ad Halloween cerco almeno di truccarmi in modo buffo. Forse ci vorrebbe uno psicanalista, non so, ma andare in giro col mantello che sventolava dietro di me mi ha trasmesso una sensazione strana, piacevole. Ogni tanto ho bisogno di mettermi in contatto così col mio immaginario, di tornare ad essere fruitrice di storie, di confondermi con la folla cui appartengo da sempre.
Per il resto, le presentazioni mi sembra siano andate bene nonostante il mio evidente malessere. Tra l’altro, passato il mal di pancia, ora ho il mal di gola, ma tant’è. È sempre bello vedervi, sentire le vostre voci, vedere i cosplay. E poi ho l’impressione che la partecipazione generale all’evento Lucca Comics & Games, quindi non solo alle presentazioni cui ho partecipato, è stata superiore al solito. Vedere una città vissuta così intensamente, quasi trasfigurata da questa folla di gente strana, tra la quale, ça va sans dire, io mi trovo incredibilmente a mio agio, è qualcosa di straordinario, che però, purtroppo, solo noi nerd possiamo assaporare appieno. È la fantasia, la creatività, l’originalità che si prendono la loro rivincita, e per cinque giorni il mondo cambia in qualcosa di colorato e chiassoso. E in questo, Lucca è unica. Senza contare che la città è meravigliosa, se non ci siete mai stati, andateci.
Tutto qua. Si riparte con la valigia piena, e si è già pronti al nuovo conto alla rovescia. Arrivederci, Lucca.

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Le Rose di Versailles

Sull’onda del revival tardo-adolescenziale, mi sono fatta comprare da Giuliano tutto il fumetto di Lady Oscar. Il primo numero l’avevo comprato a Lucca a novembre, mi era piaciuto molto e così ho voluto il resto, che arrivato tipo una settimana fa.
Ora, in verità da bambina Lady Oscar lo vedevo, ma non è che fosse proprio il mio cartone animato preferito. A dirla tutta, mi metteva l’ansia. Troppo cupo, troppo drammatico, mi angosciava tutta quella gente che non faceva altro che intrigare, ammazzare e soffrire. Quando ero adolescente, le mie amiche se lo vedevano e lo adoravano. Io all’epoca ero persa dietro Sailor Moon, per cui passai. Ma quel cartone animato cupissimo, con una protagonista femminile così atipica e forte mi aveva colpita, anche se non ne ero consapevole.
Mi stupisco sempre di come, tra tutte i rimandi e le fonti che la gente intravede nei miei libri, nessuno becchi mai Lady Oscar. Sebbene Nihal non abbia più o meno niente di Oscar e Sennar si guardi bene di assomigliare ad André, il loro rapporto è molto simile a quello dei due protagonisti di Versailles No Bara. Questa cosa l’ha colta solo Giuliano. Gli altri non la vedono. Strano, perché a me sembra lampante.
Comunque. Mentre scrivevo La Setta degli Assassini ed ero felice esule in Germania – un posto al quale di recente non riesco a pensare senza il magone, dannazione… – mi rividi tutta la serie tv con Giuliano. E me ne innamorai. C’era veramente tutto: amore, morte, grandi ideali. Era grande narrazione popolare, che per altro mi aiutava a indagare un periodo storico di cui ricordavo davvero pochissimo (lo confesso, sono una tragedia in storia…). Il passo dall’anime al fumetto è stato piuttosto lungo, ma è arrivato.
Ok, tutto sommato alcune scelte sugli snodi principali di trama, e anche sulla sceneggiatura, diciamocelo – quell’”Una rosa è una rosa anche se essa sia bianca o rossa. Una rosa non sarà mai un lillà” ha fatto sospirare più o meno tutta la mia generazione, me compresa, anche se avevo la bellezza di 24 anni – rendono nel complesso l’anime superiore al fumetto. Però, ragazzi, il fumetto resta un’opera davvero “massiccia”. È un monoblocco tematico, di una compattezza paurosa, un controllo di trama saldissimo e personaggi enormi. Tra l’altro, pubblicato negli anni ’70, doveva essere una rivoluzione non da poco: uno shojo con la protagonista che era un guerriero e si vestiva da uomo, in cui la gente si picchiava e che aveva al centro un episodio storico raccontata in dettaglio quasi filologico. Considerato il contesto e tutto, io lo trovo semplicemente un capolavoro. In questi quattro giorni di lettura è stato una droga. Nonostante il disegno ormai datato e le concessioni alla svenevolezza. È potente, c’è poco da fare, di una potenza che molti dei fumetti che vanno per la maggiore oggi si sognano. Eh sì che ormai siamo più scafati. Eppure quella donna che passa una vita intera a cercarsi, che agisce sempre spinta da motivazioni interiori forti, da una ricerca per nulla banale di se stessa, del proprio posto nel mondo, della verità, è qualcosa che colpisce con la forza di un pugno. Ed è terribilmente attuale. Perché nonostante il femminismo dovrebbe essere tutto sommato ormai acquisito, il modello imperante non è quello di Oscar; al massimo è Maria Antonietta, che l’unica libertà che può concedersi è di sognare su un amore impossibile, e per il resto annullarsi nel suo ruolo di madre.
Non so, sarà il periodo in cui l’ho letto, sarà il riverbero di tutte le riflessioni che ho fatto quest’anno, e forse anche di quello che ho scritto negli ultimi mesi, ma mi ha colpita profondamente. E non solo per il triangolo o la straziante storia d’amore, ma anche per la molteplicità di temi collaterali. Ad esempio, ne viene fuori un ritratto tremendo dell’uomo di fronte alla Storia. Perché alla fine tutti gli attori messi in scena sono semplici uomini, dalla regina ad André, persone che per varie ragioni non sono libere. La ragion di stato, la società, la Storia, impongono loro dei ruoli ai quali sentono di non poter aderire. E caso vuole che proprio questo sia uno dei temi di cui ho scritto in questi mesi. E le loro vicende finiscono spazzate via dalla potenza della Storia: la forza della fumetto sta anche in questo, che dalla prima riga sai che andrà a finire male, perché il mondo dorato di Versailles sta per essere spazzato via, perché fai il contro alla rovescia fino a quel 13 luglio 1789 che ha cambiato i destini del mondo, e non solo della Francia. Il fato dei protagonisti è segnato, perché si trovano a vivere intorno ad uno snodo della storia, e non a caso la sensazione che più travolge i personaggi è l’impotenza. L’impotenza del singolo di fronte alla massa, davanti al meccanismo inarrestabile che porta gli ultimi a diventare i primi e viceversa, in una ruota crudele che dall’inizio della storia dell’umanità non ha mai smesso di girare. Il piccolo mondo di Versailles che viene messo in scena nel primo numero ci commuove e ci fa tremare le vene dei polsi, perché sappiamo già che è destinato a sparire da lì a pochi anni. Le individualità dei personaggi si sciolgo nell’insensatezza della folla, che non ha pietà, che non ha testa, dominata com’è dagli istinti più bassi, più basilari. In questo senso, è magistrale la chiusa del fumetto, su Fersen linciato dalla folla. È la fine di ciascuno dei personaggi di questa vicenda: ognuno di loro è finito fagocitato dagli eventi, i suoi piccoli sentimenti si sono sciolti nella grandezza di un dramma collettivo. Per questo il fumetto e l’anime sono così intensamente tragici, così terribilmente grandiosi.
Insomma, è stata proprio una bella lettura. Una lettura istruttiva, direi, come succede un po’ con tutti i libri, o i fumetti, in questo caso, che colpiscono molto, nel bene o nel male. E m’ha lasciato addosso una gran voglia di rivedermi il fumetto, che attaccherò non appena avrò finito I Cavalieri dello Zodiaco.

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Succede solo a Lucca

C’è qualcosa che rende la fiera di Lucca unica nel suo genere. Sì, certo, la roba che puoi trovarci, sì, certo, le dimensioni spropositate, sì, ok, il cosplay ai massimi livelli. Ma non basta.
Lucca per anni è stato per me un mito. “Una volta dovremmo andare a Lucca”, ci dicevamo con Giuliano quando facevamo cosplay. Ma sapevamo che forse non ci saremmo andati mai.
Poi, esce il mio libro, e il secondo lo presento lì. Da allora mi sono innamorata, e Lucca è stata sempre imprescindibile. Praticamente ogni anno mi autoinvito. Devo andarci, o l’annata in qualche modo non è completa. Giusto lo stato di prostrazione pre-parto + diabete mi ha potuta fermare lo scorso anno. Stavolta invece non sono mancata, e la cosa è stata fruttuosa. Procedo per capitoli, probabilmente sarà un post fiume, per cui ve ne agevolo la lettura.

Sabato: il preludio
Sapevamo che il tempo avrebbe fatto schifo. Però, non so, eravamo animati da una sana incoscienza, probabilmente. E sabato non faceva così schifo. Cielo grigio, ad incorniciare però i colori di un autunno lucchese assolutamente spettacolare: ho provato a fare un paio di foto, ma ero di fretta dalla macchina, per cui non rende proprio per niente.
In valigia avevo una mezza specie di cosplay: il vestito che avevo comprato in viaggio di nozze + il cappuccio preso nel meraviglioso mercatino di Wittelsbach Platz, a Monaco, nel natale del 2005. Ma non ho avuto il coraggio. Avrei dovuto girare per la hall dell’albergo in maschera, e mi vergognavo. Poi, tra il serio e il faceto, mi avevano appena detto “ma sei una madre, queste cose non le puoi più fare”, per cui sono uscita con la mia consueta mantella, e Irene imbacuccatissima al seguito.
Nel complesso, però, fumata nera: impossibile girare la fiera con Irene, che s’è stufata abbastanza presto, ossia dopo che mi sono imbucata allo stand Panini dove mi sono fermata a parlare un po’ con vecchie conoscenze e a fare il pieno di Rat-Man (prendete Avarat, vale). Per cui, il sabato alla fine ha avuto un unico evento degno di nota: una bella cena conviviale con gli amici Mondadoregni, finita con me brilla, e la promessa di grandi cose l’indomani.

Domenica mattina: mio Dio, giro la fiera
Io ho girato una sola fiera di Lucca: la mia prima, quella del 2004. Da lì in poi, mai avuto tempo neppure per respirare. Tutto era sempre una girandola di eventi, molti dei quali partoriti lì al momento, del tipo che incontri caio che ti vuole intervistare, tizio che ti vuole conoscere, sempronio che vuole parlare di lavoro.
Quest’anno ho avuto due ore due tutte per la fiera: un evento clamoroso.
Ci svegliamo con un sottile rumore di pioggia. Ecchessaràmmai, siamo adulti e vaccinati. Lasciamo la pargola coi miei genitori, io trovo il coraggio: mi vesto. Ebbene sì, giro la fiera in cosplay. Avevo un’intervista a mezzogiorno, per cui sotto avevo un vestito normale, ma ho girato la fiera, come avrete modo di vedere più sotto, vestita da Monaca di Monza Rossa Medievale. Una roba che manco vi dico.
Che dire della fiera. Un delirio. Ormai sono vecchia, non so più sgomitare, tanto è vero che chiedevo scusa a tutti, e dopo un’ora e mezza in piedi già barcollo, nonostante la scarpe comodissime (e affatto adatte all’abito, sgrunt…). Però me la sono goduta. Ho preso quel che volevo, ho spulciato, guardato, apprezzato. Solo la parte Comics, ahimè, ma è più di quanto sia riuscita a fare in sei anni di frequentazione della fiera. Gli acquisti, già sciorinati a Fantasy On Air, sono stati: i già citati Avarat e Rat-Man, il primo numero di Lady Oscar (tutta la serie costava uno sproposito, se mi acchiappa magari poi faccio il grande passo), prima e seconda serie di Rayearth, tutti i DVD i Là Sui Monti con Hannette, un mito della mia infanzia, la serie completa di I”s, Deficient & Dragons, anche questo il volume con tutta la saga, l’ultimo libro di Eriadan, l’ottavo, il secondo libro della saga Avelion, di Alessia Mainardi. Che ve ne pare? Ah, e l’immancabile calendario dei Muse. Ho lasciato sul campo tutti i DVD dello Sherlock Holmes di Miyazaki, ma conto di prenderlo in futuro, e un meraviglioso pelouche del Gattobus di Totoro, che però costava un occhio della testa. Poi ci sono gli acquisti del marito, ma sono cose che non leggo, per cui…

Domenica a pranzo: l’evento
Avevo un appuntamento a pranzo, un appuntamento sulla cui natura al momento non mi dilungo. Voglio lasciare un po’ di suspence. E insomma, avevo un impegno prima, ossia un’intervista da usare nel materiale della App delle Creature per iPad, iPhone e smartphone vari.
Riassunto delle precedenti puntate: in un futuro prossimo verrà commercializzata un’App ispirata alle Creature del Mondo Emerso. Ci troverete le illustrazioni del libro, ovviamente, ma anche molto altro: schede dei personaggi, ad esempio, illustrazioni ulteriori e inedite, footage vario e interviste, appunto.
Arriviamo nella casa in cui faremo il tutto e scatta la tragedia. Perché io ho contato tipo tre quarti d’ora per il tutto, che mi lascia un certo margine per riuscire a raggiungere Voinonsapetechi a pranzo, e invece la cosa si prende un’ora e mezza secca. E io entro nel panico. Perché odio essere in ritardo. Mi pregio di essere una persona precisa in determinati aspetti della mia vita (in altri nettamente no, ma questo non è uno di quelli): consegno il lavoro entro le dead lines, arrivo sempre puntuale agli appuntamenti, e se non arrivo puntuale è perché sono andata a sbattere da qualche parte con la macchina o mi sono persa miseramente per knock out del navigatore. Per cui, guardo Giuliano terrorizzata, lo prego di mandare sms di scuse preventive, mi macero dentro.
L’appuntamento è alle 13.15, e io finisco il tutto alle 13.15 o giù di lì. Vi tranquillizzo: all’esterno non s’è visto niente. L’intervista è venuta su bene, mi sono anche divertita, mentre una parte di me ovviamente mi urlava che ero in ritardo spa-ven-to-so.
Ma vabbeh, usciamo. Finché siamo al coperto, il cielo è grigio, ma le gocce poche. Facciamo appena in tempo a scendere dalla macchina che si scatena l’apocalisse. E io devo fare mezza Lucca a piedi.
Immaginate la scena.
Le buste degli acquisti mattutini nelle mani. La borsa che pende. Il marito che arranca dietro con l’ombrello urlando: “Ma è inutile che corri, li abbiamo avvisati, e poi ti bagni!”. Io che sego le file, taglio per campi, corro e intanto la pioggia trasforma le vie di Lucca in simpatici torrenti montani. Intanto a telefono continuo a scusarmi, dico che se è tardi no problem, annulliamo, non senza che poi io mi fustighi con un gatto a nove code sulla pubblica piazza.
Una scena pietosa. Comunque. Alle 13.45, o forse più le 14.00, finalmente arrivo. Con un’ora di ritardo. Da Voinonsapetechi.

Domenica primo dopo pranzo: voinonsapetechi

Ok, adesso lo sapete. L’appuntamento era con Leo Ortolani. Del quale, dovreste saperlo, non è che sono fan, ddeppiù. Lui c’è più o meno sempre a Lucca, sempre al di là della mia portata. In genere ci sono frotte e frotte di persone che vogliono incontrarlo, una volta Giuliano ha provato, e c’era una coda stratosferica, e credo occorresse anche munirsi di numerello, per cui ha rinunciato. Francamente non speravo sarei riuscita non dico a conoscerlo, ma manco a intravederlo da lungi. E invece…
Va detto che nell’occasione ho mostrato tutta la mia possanza.
Entro fradicia e senza fiato. Sugli occhiali ho un misto di condensa, pioggia e non so cosa, per cui sono virtualmente cieca. Non distinguo gli uomini dalle donne, non saprei esattamente manco dire quanta gente c’è nella stanza. E per un minuto resto così, come una babbea, balbettando patetiche scuse sul ritardo.
Il resto dell’incontro è purtroppo esattamente come me lo sono immaginato: io che non riesco a dirgli un miliardesimo di quello che vorrei. Tipo che trovo sia un genio. Tipo che non esiste fumetto al mondo che mi faccia fare un minuto secco di risate a scena aperta come quella che mi sono fatta il giorno prima leggendo Avarat. Che 299 è probabilmente la più bella parodia a fumetti che abbia mai letto, e non solo perché è piena di trovate geniali, ma perché trovo che il senso che ha saputo dare alla storia sia strepitoso. Che io davvero non ho abbandonato l’idea folle di fare un giorno io il cosplay di Rat-Man, per il quale ho innegabilmente il physique du rôle – fatta eccezione per le tette – e Giuliano quello di Cinzia. Sì, ok, Giualiano non è molto d’accordo, ma prima o poi lo convinco. E non è che sia mancata occasione per dire queste cose. No. È che non sono stata capace di dirle, perché sono fatta così: perché certe cose posso solo scriverle, mai dirle a voce. Forse piuttosto che conoscere i miei miti dovrei limitarmi a scriver loro delle belle mail chilometriche. E quindi sono stata lì, a guardarlo un po’ come si fa con le apparizioni della Madonna, a versarmi addosso l’aperitivo (sì, è successo, non sto scherzando) e a fare complessivamente la figura della scema. Ma è stato bello. È stato bello star lì a parlare di cinema e fumetti, e di leva militare, roba che mentre lui parlava mi si aprivano in testa tutte le vignette de L’Ultima Burba.

Domenica pomeriggio: l’apocalisse

Verso le 15.00 parto per riattraversare tutta Lucca e andare all’intervista per Fantasy On Air. Usciamo, il cielo promette male, ma non piove. Il tempo di fermarci a prendere un panino (no, non avevo pranzato) e si scatena l’inferno. Viene giù il mondo. Io e Giuliano abbiamo solo il mio ombrellino da borsetta, che a stento basta per me. Il risultato è che tutta la parte sinistra del mio corpo si bagna. Ma il verbo bagnare non rende. Voi immaginate gli abiti appena usciti dalla lavatrice, ma senza centrifuga. Immaginate quattro strati di vestiti – la cappa, l’abito medievale, una maglietta e una canottiera – zuppi che li si può strizzare. E immaginate un paio di sneakers che si fanno mezza Lucca sotto il diluvio universale. Fin più o meno a metà resistono stoicamente, poi, d’improvviso, come il proverbiale quadro di Novecento di Baricco, decidono che non vale più la pena. E si inzuppano senza preavviso. Roba che sentivo proprio l’acqua traboccare, e andare avanti e indietro nella scarpa in simpatiche onde.
In queste condizioni arrivo a Fantasy On Air, e confesso che per un minuto buono non mi riesce di sorridere. Sto maledicendo la pioggia, l’autunno, la scarpe, la cappa, Lucca e l’universo. Poi torno in me. E faccio quel che devo, mentre l’adrenalina monta.

Domenica pomeriggio: adrenalina

Mentre cerco di capire come fare a non prendere una polmonite, ho il secondo incontro di giornata, stavolta con Voinonpotetecapirechi. Ok, chi conosce il signore con me nella foto di Thomas Baudone di Mondo Nerd (grazie!) capisce perfettamente. Per tutti gli altri, vi dico che all’improvviso scopro che nella stanza con me c’è Terry Brooks. Sì, quello di Shannara. Sì, uno dei miti mondiali del fantasy. E così, senza dire né ai né bai, mentre io sono nella saletta dietro la sala in cui terrò la presentazione, un ragazzo dell’organizzazione mi fa “Vieni che ti presento Terry Brooks”.
La cosa è così improvvisa che non ho tempo di avere paura. Poi ho l’adrenalina che va ovunque, non so bene perché. Per cui gli stringo la mano e parto – giuro – con la conversazione in inglese più fluida che abbia mai avuto in vita mia. Roba che non esito, vado sparata, sorrido, capisco, rispondo. Una parte di me mi guarda da fuori e fa “Ma te da dove sei uscita?”. Aiuta tantissimo il fatto di avere davanti una persona squisita: avremo parlato tre minuti, ma lui è stato di una gentilezza spettacolare, mi ha messo a mio agio con due parole, è stato veramente un incontro piacevolissimo.

Domenica pomeriggio: presentescion

(grazie ancora a Thomas Baudone per la foto!). Io sono da strizzare. E inizio ad avere freddo. E qui giunge in aiuto Paolo Barbieri, che mi presta un maglioncino che gli avanza. Purtroppo mi cambio come avrete intuito: marito e Paolo tirano su i cappotti e mi coprono, e io praticamente mi spoglio in mezzo e dieci persone. Però, capitemi, a parte i piedi immersi in due dita d’acqua, ero zuppa, ma proprio zuppa.
La presentazione mi sembra sia andata bene. Mi spiace enormemente per chi non è riuscito ad entrare, purtroppo per ragioni di sicurezza non si poteva fare altrimenti. E grazie infinite a chi c’era, a tutti i cosplayer, le cui foto cercherò di pubblicare il prima possibile, a chi mi ha fatto domande, a chi mi è stato sentire, e chi c’era e chi avrebbe voluto e non ce l’ha fatta. Mi sono divertita, è stato un bel modo di stare insieme.

Domenica sera: firma copie

Non c’è molto da dire al riguardo, se non che, ancora, mi spiace che ci siano persone che non siano riuscite ad avere l’autografo: anche qui, problemi di sicurezza e di tempistica degli organizzatori hanno impedito di soddisfare tutti. Dai, speriamo ci sia un’altra occasione.
La cosa che mi ha divertita di più è stato il posto in cui abbiamo fatto la firma copie: sì, è quel che credete. Un gigantesco rotolo di carta igienica. È che eravamo nello stand della Tempo, per cui…

Quel che resta

Un sacco di cose, e tanti ringraziamenti da fare. Innanzitutto a Thomas di liciatroisi.eu, che ha trasmesso la diretta e mi ha fatto anche un bellissimo regalo che a breve vi farò vedere. Mi ha anche passato una domanda di uno degli spettatori, nello specifico Andrea da Napoli, che voleva sapere quale fosse il mio cattivo preferito: è una bella gara tra Aster e Kryss. Aster è il primo amore, diciamo, ho sempre provato una grossa empatia per lui. È vero, ha delle idee aberranti, ma in fin dei conti c’è una logica in quel che dice, e soprattutto fa quel che fa perché è disperato. Kryss invece è cattivo fino all’osso, ma credo sia un cattivo con un fascino perverso, qualcuno per il quale si possono fare cose tremende. Si scopriranno meglio i suoi fini ne Gli Ultimi Eroi.
Venendo al regalo di Thomas, eccolo qua

La maglietta è bellissima, e il disegno, fantastico, è di Giacomo aka tuttobianco, cui faccio i complimenti e che ringrazio infinitamente.
Infine, sono partita disarmata e sono tornata con una spada, e che spada. Purtroppo non ricordo il suo nome (se ci sei, batti un colpo e palesati nei commenti o per mail :) ), è un ragazzo che ha realizzato un bellissimo cosplay di San. È stato emozionante vederlo, San è un personaggio cui sono molto affezionata. E aveva con sé una meravigliosa spada di Nihal in gommapiuma, che mi ha regalato alla firma copie. È stato un regalo meraviglioso: confesso che avrei sempre voluto una riproduzione della spada di Nihal, una volta chiesi anche ad alcuni ragazzi che fanno GdR dal vivo se fosse una cosa fattibile, e ho scoperto che non è per nulla banale realizzare una cosa del genere. Ecco a voi la spada (perdonate la faccia da scema, ero stanchissima)

E insomma, grazie ancora una volta a tutti quanti. Sono stati due quasi giorni fantastici e indimenticabili. Non potevo sperare di chiudere meglio – almeno per ora – il ciclo del Mondo Emerso.

P.S.
Metterò presto online altre foto. Chiunque non gradisca che pubblichi la sua foto, me lo faccia sapere. Se ho già pubblicato, provvederò a rimuovere appena me lo direte.
Thomas sta lavorando per mettere online un video della presentazione; quando ce l’avremo, ve lo farò sapere. Intanto potete godervi la mia intervista per Mondo Nerd. Sì, ero molto schizzata.

Intervista Mondo Nerd

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