Archivi tag: G8 Genova 2001

Quis costodiet ipsos custodes?

In questi giorni sono uscite due sentenze che cercano di mettere un punto alle vicende del G8 di Genova. Sarà stato un caso, o forse, se vogliamo fare dietrologia, un bell’esempio di cerchiobottismo, ma quasi in contemporanea abbiamo una sentenza definitiva sui fatti della scuola Diaz e sulle devastazioni alla città da parte dei manifestanti. Non mi dilungo separatamente sulle due sentenze; quel che mi interessa qui è considerarle insieme, giustapporle, se volete.
Per quel che riguarda la scuola Diaz, ci sono cinque condannati in via definitiva e nove prescrizioni. Siccome l’italiano è una bella lingua, in cui le parole hanno un significato chiaro che vale ricordare, prescrizione non significa assoluzione, significa semplicemente che dal compimento del fatto all’emissione della condanna definitiva è trascorso troppo tempo, e dunque la legge stabilisce che non sei più perseguibile.
Le pene variano da un massimo di quattro anni ad un minimo di tre anni e sei mesi. Per tutti gli imputati vale anche l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni, una misura a quanto pare estremamente necessaria, visto che più o meno tutti gli imputati nel frattempo hanno fatto carriera, così tanta da far esclamare al ministro Cancellieri che “perdiamo i nostri uomini migliori“. Beh, certo, picchiare più o meno a morte dei ragazzi in una scuola è solo un incidente di percorso, probabilmente un passo necessario per potersi definire bravi poliziotti. E a quel paese le pastoie dello stato di diritto. Scema io che credevo che le forze dell’ordine dovessero essere al servizio della gente, e non viceversa. A quanto pare, come ai tempi di Giovenale, nessuno controlla i controllori. En passant vi ricordo che dalla Diaz uscirono 61 feriti, di cui tre in prognosi riservata e uno in coma.
Comunque, voltiamo pagina e occupiamoci dell’altro lato della barricata, letteralmente: i manifestanti violenti, accusati di devastazione e saccheggio, che, a casa mia, sempre se l’italiano non è un’opinione, sono reati contro la proprietà, e non contro la persona. I condannati sono dieci, le pene vanno da un massimo di quattordici anni ad un minimo di sei anni e sei mesi. Più o meno il triplo di quei poliziotti che non hanno devastato bancomat, ma facce di ragazzi e ragazze. Compare anche la “compartecipazione psichica”, spiegata in termini legalmente nebulosi qua, ma che, se ho ben capito, significa che se uno davanti a te sfonda un bancomat e tu non cerchi di fermarlo e addirittura, dio non voglia, ti parte un “bravo!” sei colpevole quanto lui. Invece tutti i poliziotti della Diaz che stavano a guardare i colleghi che sfondavano nasi a calci non “compartecipavano psichicamente”. Buono a sapersi.
Dove voglio andare a parare credo sia chiaro. Non sto qui a giustificare chi sfonda i Bancomat, ma se proprio devo scegliere preferisco vedere scassata una vetrina che la schiena di un ragazzo. Se dovessi pesare i due reati su una bilancia, a occhio e croce penserei fosse più grave far del male a una persona, mandarla in coma, piuttosto che prendere a sassate una macchina. E, ripeto, capisco che vadano puniti entrambi, per carità di dio. Ma, davvero, non capisco perché uno che scassa un Bancomat si fa quattordici anni e quello che manda in coma una persona se ne fa tre. La conseguenza logica di questo fatto è una sola, e se ci pensate ovvia, e ci viene gridata ogni giorno dai cartelli pubblicitari, dalla tv, dal nostro stesso stile di vita: la proprietà vale più della persona. È l’unico vero fondamento del nostro stile di vita. Siamo appendici dei nostri oggetti. Va da sé, dunque, che se li scassi fai un danno molto superiore a sfondarmi il naso a calci. Da questo punto di vista, la sentenza interpreta il sentire comune, si adegua ai tempi.
Ricordiamoci solo che se decidiamo che una persona in divisa, per il solo fatto di indossarla, è autorizzato a fare qualsiasi cosa, non dobbiamo lamentarci se sotto quel manganello un giorno ci finiremo noi. E ci finiremo, perché questa strada porta da una sola parte, dritta e senza curve. Ci sono tanti piccoli segnali. Questo, il caso Aldrovandi, quello Cucchi. Un bel momento il nostro corpo finisce nelle mani dello stato, e improvvisamente non siamo più tutelati. È questo il mondo in cui volete vivere?

12 Tags: , ,

C’eravamo tutti

anche se voi vi credete assolti
siete lo stesso coinvolti.


Io non c’ero. Ma non è una scusa valida. C’eravamo tutti, perché quel luglio del 2001 ha tracciato nuovi confini, ha riportato indietro le lancette dell’orologio, e ci ha mostrato che l’impensabile può accadere, quando in molti, troppi, si girano dall’altra parte.
Dieci anni fa mia nonna materna era ancora viva, e quel luglio ero a casa sua. Seguivo la manifestazione alla tv, perché lì internet non c’era. E se all’inizio ero lieta, fiduciosa, solidale, lentamente mi incupii, mi rattristai, e infine capii che qualcosa stava cambiando per sempre, quando seppi che Carlo Giuliani era morto.
Erano giorni di dieci anni fa, e adesso, a distanza di tutto questo tempo, io non lo so se abbiamo capito la lezione, se davvero siamo più consapevoli di allora, se abbiamo capito davvero il senso di ciò che è successo in piazza, e poi soprattutto alla Diaz.
La democrazia è cosa fragile, e basta poco, basta girare lo sguardo dall’altra parte, e si precipita nella sospensione di ogni diritto, nel semplice e vigliacco abuso del più forte del più debole. Perché un poliziotto che manganella un ragazzo straniero che dorme in una scuola è un vigliacco, non lo so si può definire altrimenti.
Che quei giorni di luglio siano ben altro che acqua passata lo si evince dal fatto che molti degli imputati per i fatti della Diaz sono stati promossi, e che su tutti gli imputati, pur condannati in secondo grado, pende il rischio di prescrizione. In Italia, ricordiamolo, non esiste il reato di tortura, come se qui non fosse possibile, come se qui non fosse successo già.
Qualcosa per non dimenticare.
Alcune testimonianza sui fatti della Diaz e di Bolzaneto
Quella Notte alla Diaz, di Christian Mirra
Piazza Alimonda, di Francesco Guccini
Genova Brucia, di Simone Cristicchi

30 Tags: , , , ,