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L’Aquila

Nel 1999, l’anno della maturità, i miei decisero di realizzare un desiderio che avevano da tantissimo tempo: andarsene in vacanza in montagna. Fino a quel momento non l’avevano ancora fatto perché pensavano fossi troppo piccola e non avrei apprezzato. Io presi bene la novità, e la scelta cadde sulle montagne dell’Abruzzo. Nello specifico, andammo a Lucoli, nella piana di Campo Felice, provincia di L’Aquila. Di questa città avevo sentito parlare fin da bambina. Mio padre c’era andato in missione per lavoro un paio di volte, la prima ricordo mi portò una di quelle macchine fotografiche finte che pigi il pulsante e scorrono le immagini dei luoghi d’interesse storico e artistico. Ricordo che all’epoca mi colpì soprattutto il nome della città; per altro, era la prima volta che capivo che a parte Roma e Benevento esistevano altri posti intorno a me, posti esotici ai miei occhi come l’Africa, e per altro con nomi così evocativi. Comunque. Quella vacanza fu il mio primo contatto con la montagna. Ne rimanemmo affascinati, tornammo svariate volte in Abruzzo, sempre nella provincia di L’Aquila. Ovviamente, visitammo anche la città; io ne rimasi colpitissima. Era un posto bello, pieno d’arte e vivissimo. Per altro, mi dicevano essere la città più fredda d’Italia, per cui non potevo che amarla. Ricordo che scalò rapidamente la mia top ten delle città preferite d’Italia, e pensai che mi sarebbe piaciuto vivere in un posto così. Ricordo il fantastico mercato di Piazza Duomo, pieno di colori, dove mia madre comprò l’attrezzo per fare gli spaghetti alla chitarra, e soprattutto la Perdonanza Celestiniana. Ricordo il corteo infinito, la città brulicante di gente e attività in ogni dove, la scalinata di San Bernardino con gli antichi mestieri. Ricordo un sacco di gente, ricordo un posto bellissimo e vivissimo.
Non ricordo esattamente da quanto mancassi dal centro cittadino. Non a sufficienza per farmi dimenticare com’era, non abbastanza per non avere un colpo al cuore appena ci sono entrata, tre giorni fa, per raggiungere l’albergo in cui avrei soggiornato, per via della presentazione del 13 dicembre. Il mio cervello non faceva altro che comparare quel che vedevo con quel che ricordavo; guardavo la realtà in trasparenza, e dietro il silenzio, le impalcature e le macerie, vedevo tutto quel che ricordavo. E non potevo, non volevo credere che tutto quel che avevo amato di L’Aquila fosse tutto sommato ancora lì, ma terribilmente lontano, irragiungibile.
A quasi cinque anni dal 6 aprile 2009, il centro della città è ancora in buona parte inagibile. Ovunque ci si giri, si vedono due cose: le montagne, belle e impassibili, e le reti della zona rossa, a sottrarre pudicamente allo sguardo di chi passa le macerie, le impalcature, i lavori in corso. Il Corso è aperto, così come Piazza Duomo, e, mentre il primo mostra evidentissimi segni di quel che è successo cinque anni fa, la seconda tutto sommato non è cambiata in modo radicale. Sabato mattina c’era un sole stupendo, l’aria gelida e la piazza era bella come sempre. Solo che non c’era quasi nessuno.
È come se qualcuno avesse deciso che la città debba restare congelata in quell’istante, le 3.32 del 6 Aprile, come Pompei è rimasta congelata dall’esplosione del 79 d.C.; solo che Pompei è una città morta, L’Aquila non lo è. La gente ci vive, la gente passeggia per il corso, sparuta e mesta, ma lo fa, le attività commerciali provano a riaprire fuori dal centro, e venerdì sera, alla mia presentazione, c’erano una cinquantina di persone.
L’Aquila è stato un furto. Alla gente che ci viveva sono stati tolti la casa, gli amici e la città. Ma se ci pensate bene, tutti noi abbiamo perso qualcosa; chi di voi c’era stato quanto L’Aquila era al massimo del suo splendore, sa quanta arte, quanta bellezza e meraviglia contenga. E le vestigia di quella bellezza sono ancora evidenti sotto le travi di ferro e legno, nella facciate disastrate e nei palazzi lesionati. C’è ancora. Solo che non ne possiamo più godere. Non di solo pane vive l’uomo, ma anche di tutta la bellezza che il creato e gli uomini sono stati in grado di costruire nei secoli. E quando questa bellezza ci viene sottratta, tutti siamo più poveri e più tristi. “Una zona rossa, dovunque si trovi, è un problema nazionale” recita uno splendido striscione a Piazza Duomo, ed è vero: L’Aquila è una ferita aperta per ognuno di noi, ci riguarda come comunità, abbiamo tutti perso qualcosa.
Io facili soluzioni non ne ho. Scrivo, e questo è il mio mestiere, e scrivere è testimoniare, niente di più. Ci sono una tredicina di cantieri aperti, nel centro cittadino, e questo è un buon segno. Ma sono passati cinque anni, bastano tredici cantieri in cinque anni? Sono state probabilmente fatte delle scelte sbagliate a monte, fin da subito è stato chiaro che l’idea era spostare la gente da lì, costruire una nuova città, ma forse non era la soluzione giusta, forse non era quel che la gente voleva. Altrimenti non si capisce la voglia di tornare a colonizzare il centro cittadino dei giovani, che la sera vanno nei pochi locali aperti: una città è molto più che un gruppo di palazzi, è spesso parte della nostra identità, è rete sociale, crocevia di rapporti. Senza una città, molte di queste cose vengono a mancare.
Ho fatto qualche foto, che trovate qua. Le ho fatte con molta vergogna, le ho fatte solo perché il mio mestiere è la scrittura, ma a volte un’immagine vale più di mille parole.
Intanto però grazie agli organizzatori della mia presentazione, alla Libreria Mondadori, ai ragazzi de La Nuova Acropoli. Grazie per l’ospitalità, la simpatia, la gentilezza. E grazie anche a tutte le persone che sono venute: sono stata davvero bene, è stato un splendido pomeriggio.
E grazie ovviamente a tutte le persone che ho incontrato nel resto del mio giro Marco-Abruzzese, a San Benedetto del Tronto e Pescara: grazie mille alla Libreria La Bibliofila di San Benedetto e la Feltrinelli di Pescara, grazie ai relatori, al pubblico, grazie davvero. Ho incontrato gente fantastica, con cui ho potuto condividere riflessioni e divertimento. Spero di rivedervi ancora, del resto siamo piuttosto vicini :) . E grazie ovviamente a Nancy e all’ufficio stampa Mondadori che s’è fatto in quattro per la buona riuscita del tutto.

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Berserk in tutto il suo splendore

Era il 2000 o il 2001, è passato così tanto tempo che non lo ricordo. Finalmente, dopo il consiglio di mio cugino e quello di un amico, mi decidevo finalmente a iniziare a leggere Berserk. L’occasione fu la prima uscita dell’edizione Collection, quella che leggo a tutt’oggi. Mi folgorò da subito. Con Giuliano ci volle un po’ di più, un paio di numeri, perché oggettivamente è un fumetto piuttosto estremo, che non concede molto alla piacevolezza di lettura, soprattutto nei primi, durissimi numeri. Ma poi s’innamorò anche lui.
È cognito urbi et orbi (credo) che Bersek sia una delle più importanti fonti d’ispirazione in quel che scrivo, che l’ho adorato e che tutta la storia fino all’episodio di Lucine continuo a trovarla un capolavoro un po’ sotto tutti i punti di vista, e che periodicamente me lo rileggo, almeno fin lì, perché dopo, a mio parere, scade di parecchio. Comunque. Quando uscì l’anime, ovviamente, ero tutta contenta. Un po’ meno quando lo vidi: animazioni al risparmio, storia stiracchiata, un prodotto tutto sommato fatto veramente con poca cura e con la cronica incapacità di rendere la potenza del fumetto.
Poi, un paio di anni fa, scopro che sono in produzione dei film per il cinema che ignorano l’esistenza dell’anime e raccontano tutto da capo. I trailer sembravano molto buoni, per cui, con una sana dose di scetticismo, mi sono vista il primo, e poi, ieri sera, il secondo.
Ora, per descrivere questi due primi film esiste una parola sola e quella parola è capolavoro. Ora, la ricchezza e la profondità del fumetto sono ineguagliabili, e per forza di cose, anche a causa di alcuni tagli (tutto sommato oculati e forse anche un po’ necessari, per una riduzione animata), alcuni aspetti del complesso rapporto tra Grifis, Gatsu e Caska vanno perduti. Però, ragazzi, il fumetto c’è tutto, la potenza c’è tutta. La colonna sonora, a parte un paio di cadute di stile, è originale e meravigliosa, perfetta per una storia del genere. Il pezzo per chitarra che sta sui titoli di coda è assolutamente da brividi. La compattezza tematica che hanno saputo dare a questo secondo film è ammirevole, segno che c’ha lavorato gente che sa perfettamente il fatto suo. Alcune scelte di regia sono da applausi a scena aperta. Soprattutto, al di là del sangue, dello splatter e dell’azione – che, intendiamoci, sono comunque elementi fondanti della saga – regista e sceneggiatore hanno capito che questa è una storia, come tutte le vere storie, sulla ricerca di sé, sul senso del’esistenza, e su un’amicizia e un amore assoluti, tremendi. La scena dell’amplesso tra Grifis e Charlotte è di una potenza straordinaria, perché dice tutto senza una parola, con un uso del montaggio accorto, straordinario.
Insomma, io sono ammirata, e infilo questi due film nell’empireo in cui stanno i capolavori dell’animazione giapponese, giusto di fianco a Kenshin Samurai Vagabondo: Memorie dal Passato, un altro film da applausi a scena aperta.
Adesso mi aspetto lo sfacelo per il terzo capitolo, che copre una delle porzioni più dense e terribili del manga. Di ciccia ce n’è da morire, con queste premesse può venir fuori qualcosa di bello e terribile, ma bello e terribile davvero, da incubi la notte.
Poche le note di demerito: non sempre ho trovato il doppiaggio italiano completamente all’altezza (tranne per un Grifis davvero da brividi), e l’inizio della scena di sesso tra Grifis e Charlotte è un po’ ridicola, con la tipa che geme in modo esagerato per una palpata di tette. Ah, e mi rifiuto di chiamare i personaggi in modo diverso dal fumetto; le nuove traslitterazioni saranno anche più filologiche e corrette, ma ormai nell’immaginario dell’appassionato Grifis non è Griffith e Gatsu c’ha la u finale. Ma, è evidente, sono peccati veniali. Il consiglio qua è uno solo: compratevi i DVD, prendetevi una sera libera, e tremate e appassionatevi anche voi con la storia di Gatsu e Grifis.

P.S.
Un paio di comunicazioni di servizio. Mi hanno fatto un po’ di foto a Napoli che mi piacciono molto, le trovate qua.
Nashira 3 fa parte dei Magnifici101 della Mondadori: se comprate uno di questi libri in cartaceo entro il 6 Gennaio, avete diritto aggratis all’ebook. A me pare una cosa molto, molto bella, per cui vi invito ad approfittarne.
Infine, vi ricordo gli appuntamenti del weekend.

Venerdì 13 Dicembre 2013 – L’Aquila
Libreria Mondadori Franchising
Via Savini
ore 17.00
Presentazione de I Regni di Nashira 3 – Il Sacrificio

Sabato 14 Dicembre 2013 – San Benedetto del Tronto (AP)

Auditorium Tebaldini
ore 17.30
Presentazione de I Regni di Nashira 3 – Il Sacrificio

Domenica 15 Dicembre 2013 – Pescara
Libreria Feltrinelli
Via Milano
ore 11:30
Presentazione de I Regni di Nashira 3 – Il Sacrificio

Vi preannuncio inoltre che il 4 Gennaio sarò all’edizione invernale del Cavacon a Cava de’ Tirreni per presentare l’antologia benefica per la ricostruzione della Città della Scienza di Bagnoli. I dettagli a breve.

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Ancora in giro

Scusate la latitanza di ieri, ma questo ritorno in Italia è più complesso da gestire del viaggio in Francia…
Dunque, brevissimo post per darvi conto dei prossimi spostamenti: oggi, 5 dicembre, a Roma, nella Libreria Mondadori di Piazza Cola di Rienzo, ore 17.30, firma copie. Si replica sabato 7 dicembre, a Roma, nella Libreria Mondadori del Centro Commerciale Roma Est, ore 17.00.
Il prossimo weekend, invece, è la volta di Abruzzo e Marche. Eh sì, questa volta si scende sotto la linea gotica e si va là dove sono mai stata, o sono stata poche volte :) .
Venerdì 13 dicembre sarò a L’Aquila, presso la Libreria Mondadori Franchising di Via Savini, alle ore 17.00, per una presentazione. Il giorno seguente, sabato 14 dicembre, sarà a San Benedetto del Tronto, presso l’Auditorium Tebaldini, ore 17.30, per presentare ancora Nashira 3.
Infine, domenica 15 dicembre, sarò a Pescara, alla Libreria Feltrinelli di via Milano, ore 11.30, ancora per una presentazione.
Bon, è tutto. Intanto, per chi vuole, ci si vede stasera. A dopo!

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Repetita iuvant: Napoli

Lo so che sto diventando noiosa, ma l’ultima volta, a Lucca, nonostante avessi ripetuto alla nausea gli appuntamenti, c’era comunque gente che mi chiedeva se ci sarei andata e quando, per cui, perdonatemi, ma continuo a spammare con le presentazioni di questo week end. Stasera 22 Novembre, ore 18.00, ci vediamo alla Libreria Feltrinelli di Piazza dei Martiri, a Napoli, per parlare di Nashira 3. Devo dire la verità, ogni volta che torno a Napoli sono contenta, tanto più se per una volta riesco ad andarci per una presentazione. L’ultima volta è stata nel 2007, o nel 2008, non ricordo. Comunque, come dice il mio cognome, le mie origini sono campane, nel senso che tutta la mia famiglia, da parte di padre e da parte di madre, viene da là. A Napoli i miei hanno vissuto e studiato all’università, e lo stesso dicasi per i miei zii e i miei cugini. Napoli è nel mio dna, c’è passata tanta parte della mia storia. Per questo sono sempre un po’ contenta quando vedo il profilo del Vesuvio stagliarsi davanti a me.
Se vi va di condividere un po’ di questa mia contentezza, sapete quando e dove trovarmi stasera :) .

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Una recensione riluttante (più o meno)

Qualche giorno fa mi lamentavo della caterva di pareri polarizzati su Masterpiece, il nuovo talent di Rai3. È che lunedì mattina non si leggeva altro, e tipicamente se ne leggeva male, con quella spocchia un po’ tipica della rete che su qualsiasi argomento si deve spaccare esattamente a metà: o si ama o si odia, nessuna via di mezzo.
Poi che è successo? È successo che mi sono vista il programma. E adesso, ve lo devo dire, sono veramente in imbarazzo. Perché, ecco, come dire…tocca parlarne male anche a me :P . Sarà il karma, sarà che ho parlato troppo presto, sarà che è come se facessero un talent sulla fisica (ahahahahahahahahah! No, mi ricompong….ahahahahahahahahahah! Scusate, ora smetto…), che non ne vuoi parlare? Vabbeh. Parliamone, via.
Allora, il programma, per quel nulla che ne so di linguaggio televisivo, è fatto bene. Che belle le riprese aeree di Torino, che belli regia e montaggio, mi piace un po’ meno la voce fuoricampo, ma è una mia idiosincrasia, ma…ma. Ma c’è qualcosa di programmaticamente sbagliato nei contenuti. Nel modo in cui la scrittura viene presentata.
La parola più usata dai concorrenti è “riscatto”. Ciascuno di loro – dei finalisti, intendo, perché gli altri vengono liquidati con sufficienza in meno di un minuto, senza che si capisca chi sono e, soprattutto, cosa hanno scritto – scrive per riscuotere un debito che ritiene di possedere dalla vita. Sono in cerca della loro grande occasione, del big dream, e sto usando tutte parole pronunciate in trasmissione. Ora, capisco che questa è la narrazione preferita dai talent: la corsa al successo, il riscatto, gliela faccio vedere io. Ma era così necessario applicarla pure alla scrittura?
Ormai non c’è più nessuno che balla per il piacere di ballare, che canta per il piacere di cantare: tutti devono “arrivare”. L’obiettivo è il successo, e l’ambito artistico in cui lo si persegue è sostanzialmente intercambiabile: puoi cantare, ballare, adesso anche scrivere. Ma, al centro, non c’è mai l’espressione artistica, persino artigianale, se, giustamente, non vogliamo usare paroloni: c’è sempre e solo il successo.
Questo, secondo me, è sbagliato.
È sbagliato perché – che romantica che sono – resto convinta che scrivere sia sostanzialmente raccontare storie, e pubblicare cercare di arrivare al pubblico maggiore possibile, in modo da poter dire quel che si vuol dire. Non voglio affermare che il successo non conti e non gratifichi, ma non è la molla prima, o non dovrebbe esserlo. E non voglio neppure fare un discorso etico, che anche questi probabilmente sono paroloni: è che se scrivi per farcela, per dimostrare qualcosa a qualcuno, nove volte su dieci finisce che scrivi qualcosa di cui non frega nulla a nessuno, perché troppo autoriferito, o, al contrario, troppo prono alle mode.
Lì fuori è già pieno di gente che cerca applausi, e lo fa tramite la scrittura, perché nell’interpretazione comune tutti sanno scrivere, te lo insegnano a scuola: era proprio necessario farci un talent sopra?
Per la prima ora del programma, la scrittura è un’appendice accessoria del discorso: della maggior parte dei concorrenti è impossibile capire cosa abbiano scritto. Non basta far loro leggere dieci righe, non capisci niente da dieci righe, a meno che tu non sia editor di professione. Ci si sbrodola invece tantissimo sull’esperienza di vita dei candidati: è più il tempo trascorso a discettare della galera di uno dei concorrenti che di cosa parli il suo noir, di cui non ricordo neppure il titolo, per dire, e del quale la trama non è mai stata presentata. L’idea che passa è che se non hai sofferto, se non hai avuto una vita borderline, non puoi scrivere. Uno dei concorrenti lo dice proprio: io soffro. A guardare le biografie di tanti scrittori che ci hanno lasciato pagine indimenticabili non mi pare sia una cosa così decisiva, ma sarà un limite mio. Di sicuro, lo stereotipo dello scrittore maudit, disperato a fieramente in contemplazione del suo ombelico, aveva rotto già nell’ottocento, quando poteva ancora avere un senso. Non è sempre così. La sofferenza, per altro, è esperienza inscindibile dalla vita, quindi non vedo la necessità di questa hit parade della sfiga. Per altro trovo quanto meno offensivo che sembri che la concorrente guarita dall’anoressia sia stata fatta passare solo perché, appunto, il suo libro parla della sua malattia. Ci sono miriadi di storie che val la pena di raccontare, anche quando non nascono da esperienze di vita estreme: pensiamo al racconto di un uomo comune tipo La Coscienza di Zeno. Non val la pena? Ma meglio quello di tantissime autobiografie recenti! Ma di grandissima lunga!
Vabbeh. Diciamo che poi si arriva alla parte in cui si scrive. I concorrenti vengono portati a fare “esperienza di vita” (aridaje…) in una comunità tirata su da un prete e in una balera. Dovranno poi scrivere rispettivamente la lettera di un ospite e il racconto dei loro genitori che ballano.
In teoria, la scrittura dovrebbe farla da protagonista, ora. Peccato che, al solito, la lettura di trenta righe così, fatta per di più da chi non sa – giustamente – leggere, perché non è il suo mestiere, non renda per niente. Per esempio, io non avevo colto neppure una delle sgrammaticature di uno dei concorrenti, mentre, sulla pagina scritta, mi sarebbero immediatamente saltate all’occhio. Non mi pronuncio sulla qualità degli scritti, lo fanno i giudici; non si capisce però perché siano stati accettati nella fase finale autori che poi producono testi ritenuti dai giurati stessi così scarsi. Mi dilungo invece sul profluvio di banalità con cui alcune delle esperienze sono state descritte da chi le ha vissute: se non hai niente da dire, perché una cosa non ti tocca, forse è meglio tacere, piuttosto che dire quel che dicono al riguardo i contenitori del pomeriggio di un canale5 o una rai1. Da questo punto di vista, meglio il commento del coach alla vista dei ballerini nella balera: “Forse sono così contenti perché si avvicina la morte”.
Dopo questo exploit, la scrittura torna nello scantinato: la prova successiva è cercare di convincere in un minuto una editor Bompiani che il proprio libro è il migliore. E, di nuovo, protagonista è lo scrittore col suo vissuto e la sua “presenza scenica”.
Vabbeh, comunque, scelta del vincitore, sipario, fine. Dopo un’ora e venti. Che sono decisamente troppe. Io più di una volta ho iniziato a fare altro. Questa è probabilmente l’unica pecca “tecnica” che attribuisco al programma. Il resto, ripeto, è una questione di opportunità, di mostrare il mestiere della scrittura con un minimo di verosimiglianza, e magari anche con un po’ di rispetto.
Serve tutto ciò alla lettura, alla scrittura? Aiuta ad avvicinare il pubblico alla cultura? Secondo me, banalmente, no. Reitera una serie di stereotipi abbastanza radicati presso il pubblico (lo scrittore maledetto, tutti possono farcela, la scrittura come qualcosa che ti nobilita) ma non spiega cos’è uno scrittore (che poi vallo a sape’, ce ne sono di tanti tipi diversi…) né insegna a qualcuno a scrivere, se questo è un mestiere che si può insegnare da zero. Non so, credo che ci possano essere altri modi, più rispettosi, se vogliamo, di raccontare la scrittura e gli scrittori, pur non essendo seriosi, perché la scrittura è anche un mestiere, e gli scrittori persone normali. Io invece ho trovato in Masterpiece un’ovvia spettacolarizzazione, nel senso però deteriore del termine, e anche una certa spocchia nel modo di rapportarsi a molti concorrenti.
Non lo so, a me torna in mente, per dire, l’esperimento di Xwriting che feci in quel di Pietrasanta, con due squadre di ragazzi che si scontravano scrivendo brevi brani a tema: declinare una storia in rosa, fantasy e noir, ad esempio. Era un modo divertente e carino di parlare di scrittura, persino di tecnica, senza tirare fuori per forza le esperienze esistenziali degli scrittori (per poi lamentarsi che sono troppo ombelicali, per altro…).
Resta il fatto che secondo me la scrittura non è televisiva. Quando cucini, dipingi, balli o canti c’è un effetto immediato, che tutti possono osservare, anche quando si prepara l’esibizione. Quando scrivi no. Il 99% del tempo sei tu, la pagina bianca e il silenzio (o la musica, per chi la preferisce). Una cosa di una noia mortale da mostrare. E anche il godimento dell’opera avviene in solitudine, in un rapporto uno ad uno: tu, il libro, e il silenzio (o la musica per chi la preferisce). Cosa c’è di televisivo in tutto ciò? Una gara di scrittura, invece, può magari funzionare meglio; non per un’ora e venti, ma per una mezz’ora, magari…
Insomma, io sono rimasta delusa. Non vorrei usare parole forti, ma non credo che una cosa del genere faccia bene all’editoria o alla scrittura. Non credo ce ne fosse bisogno, e faccia più male che bene.
E adesso datemi dell’ipocrita :P

P.S.
Per chi è riuscito ad arrivare fino in fondo a questo papiellone, vi ricordo che da domani parte la prima porzione del tour di Nashira3. Le tappe sono

Venerdì 22 Novembre 2013 – Napoli
Libreria Feltrinelli
Piazza dei Martiri
ore 18.00
Presentazione de I Regni di Nashira 3 – Il Sacrificio

Sabato 23 Novembre 2013 – Bassano del Grappa (VI)
Librearia Palazzo Roberti
ore 17.30
Presentazione de I Regni di Nashira 3 – Il Sacrificio.

Domenica 24 Novembre 2013 – Milano
Bookcity
Palazzo Morando
Via Sant’Andrea 6
ore 17.00
Presentazione de I Regni di Nashira 3 – Il Sacrificio

Chi vuole/può venga a vedermi, che mi fa contenta :) .

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Aggiornamento tour

Ieri vi ho aggiornati sul racconto per l’antologia che ha per scopo la raccolta fondi per la ricostruzione della Città della Scienza e sulle prime date del tour di Nashira3. Ecco, oggi aggiungo un altro tassello: il 5 dicembre, ore 17.30, potete venire a farvi firmare libri, fogli, braccia e arti vari presso la Libreria Mondadori di Via Cola di Rienzo, qui a Roma.
Prossimamente, aggiornamenti su altre date nel centro Italia…

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Acqua e Fuoco e prossimi incontri

All’inizio di quest’estate, forse lo ricorderete, sono stata a Napoli in ricognizione. Visto che scrivo fantasy, in genere non ho bisogno di andare in giro a documentarmi su luoghi e città, e nei casi in cui devo usare posti reali (vedi Ragazza Drago) il percorso è tipicamente inverso: prima visito per altre ragioni un posto, quello mi colpisce, e dunque finisce nelle mie storie.
Questa volta, invece, mi serviva documentarmi su un luogo specifico. Questo.

Qualcuno l’avrà riconosciuto, qualcun altro no, per cui vi dico subito che è la baia di Bagnoli. Qui, il 4 marzo di quest’anno, un incendio con ogni probabilità doloso ha distrutto la Città della Scienza.
Qualche tempo dopo l’incendio, venni contatta dai ragazzi di Cavacon, la fiera dei fumetti di Cava de’ Tirreni cui ho partecipato quest’estate: mi venne spiegato che avevano in mente di pubblicare un’antologia di racconti fantasy con lo scopo di raccogliere fondi per la ricostruzione della Città della Scienza. Mi venne chiesto di partecipare, e io fui ben lieta, perché sono campana d’origine, perché ero stata alla Città della Scienza da ragazzina, e perché la scienza fa parte della mia vita, come ben sapete.
Il prossimo gennaio la raccolta uscirà; sarà presentata all’edizione invernale di Cavacon. Il mio racconto si chiama Acqua e Fuoco ed è ambientato nel mondo de La Ragazza Drago. È stata la prima cosa che mi è venuta in mente quando ho rivisto Bagnoli, un posto di contraddizioni estreme, un luogo più e più volte ferito. Era proprio materia da Ragazza Drago.
Inutile dirvi che è un progetto cui tengo moltissimo, per tutte le ragioni esposte. Quindi, accattatevillo ;) .
Visto che siamo in tema, vi ripeto un po’ i prossimi incontri:

Venerdì 22 Novembre 2013 – Napoli
Libreria Feltrinelli
Piazza dei Martiri
ore 18.00
Presentazione de I Regni di Nashira 3 – Il Sacrificio

Sabato 23 Novembre 2013 – Bassano del Grappa (VI)
Librearia Palazzo Roberti
ore 17.30
Presentazione de I Regni di Nashira 3 – Il Sacrificio.

Domenica 24 Novembre 2013 – Milano
Bookcity
Palazzo Morando
Via Sant’Andrea 6
ore 17.00
Presentazione de I Regni di Nashira 3 – Il Sacrificio

Pour tous mes supporters français: je sera en France, à Paris, du 29 de Novembre au 1 de Décémbre; je prendra part au Salon du Livre et de la presse jeunesse. Vous pourrez me rencontrer au stand de mais maison d’édition Pocket Jeunesse pour des séances d’autographes le Vendredi 29 Novémbre 14.30-16.00, le Samedi 30 Novémbre 14.00-16.00 et la Dimache 1 Décémbre 14.00-16.00.

Bon, tutto qua. Spero di vedervi nel fine settimana :) .

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20liners

Qualche giorno fa sono approdata su 20lines. Per chi non lo conoscesse, si tratta di un social network che gira intorno alla scrittura: un utente posta 20 righe di un racconto, un incipit. Gli altri, se lo gradiscono, lo continuano con altre 20 righe, e così via per la durata di venti giorni e per un massimo di sei blocchi da 20 righe per ogni storia. Ogni blocco comunque può essere riscritto, dunque da un singolo incipit possono venire fuori un sacco di storie. Si può lavorare ad un incipit per 20 giorni, trascorsi i quali la trama che risulta più apprezzata dagli utenti viene pubblicata sulla app di lettura collegata. Infatti, nel contempo si può commentare, leggere…insomma, un aggiornamento divertente del round robin.
Stamattina ho postato il mio incipit, che potete trovare qui. Ho sudato sette camicie per farlo stare in 20 righe, poi magari un giorno vi posto la versione estesa. Come noterete, è un racconto legato a Nashira 3. Nello specifico, ne riprende un personaggio, quello di Lakina. Chi ha letto il libro sa già chi è, per chi ancora non ci è arrivato (ma compare piuttosto presto) e magari volesse partecipare alla stesura del racconto, Lakina è una mezzosangue con mamma Femtita e babbo Talarita. Siccome nell’amena società femtito-talarita la commistione tra le razze non è vista tanto di buon occhio, Lakina è vissuta fino a dieci anni nei sotterranei del palazzo del babbo. L’incipit la vede pronta ad uscir fuori all’aperto per la prima volta. Scrivendolo mi rendo conto che tutto ciò era già contenuto nell’incipit stesso, ma vabbeh, via, repetita iuvant.
Adesso sta a voi. Se vi piace, iscrivetevi e partecipate, sul mio incipit o su altri. Io, per parte mia, sono curiosa di vedere come evolverà la cosa.

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Tour Nashira 3 part I

Rapidissimo aggiornamento, che oggi sarà una giornatina abbastanza piena.
Tra due settimane avremo modo di incontrarci per le prime tre tappe del mio tour promozionale di Nashira 3. Si comincia il 22 Novembre, ore 18.00 alla Libreria Feltrinelli di Piazza dei Martiri, Napoli.
Si prosegue il giorno successivo, 23 Novembre, alle ore 17.30 presso la Libreria Palazzo Roberti, a Bassano del Grappa.
Infine, il giorno dopo ancora, 24 Novembre L’appuntamento è alle 17.00 a Palazzo Morando, Milano nell’ambito della manifestazione Book City.
Ci saranno altri incontri più in là – non molto più in là – di cui vi darò conto a breve. Intanto segnatevi questi :) .

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La mia Lucca

Spiegare cosa sia Lucca Comics & Games a chi non c’è mai stato è umanamente impossibile. Ma la verità è che anche chi c’è stato, ma non appartiene a quel mondo lì che ogni anno torna in superficie in occasione della più importante fiera del fumetto italiana, è impresa ardua. Per costoro, la tentazione di liquidare tutto con un “anvedi i disadattati” o “certo che per andare mascherato in giro a trent’anni proprio non ce la devi avere una vita” è forte.
Il fatto è che in quei quattro giorni la città viene colonizzata da tutta la gente che non ci sta. Quelli che non si vogliono adeguare, che non ritengono che per essere adulti devi abdicare alla fantasia, quelli che vogliono semplicemente essere se stessi, senza che la gente ti appiccichi un’etichetta in testa solo perché sei vestito in un certo modo.
Durante la fiera, Lucca è un’esplosione di colori e diversità, una cosa unica, che succede solo lì e una volta l’anno. Ci sono tutte le istanze possibili e immaginabili: i cosplayer, da quelli navigati con costumi spettacolari a quelli che hanno messo insieme una maglietta e un paio di jeans, quelli del fumetto d’autore, quelli che solo il Giappone, quelle nude con tutto in mostra e quelle coperte vestite da cattive ragazze. E per una volta la tua stranezza, quella roba lì per la quale la gente in genere ti giudica e ti isola, è fonte di ammirazione meraviglia. I normali a Lucca sono in minoranza.
Io a Lucca mi sento a casa. Un giorno posso andare in giro con un’armatura di acciaio brunito, coperta fino al collo, e il giorno dopo con un magliore oversize e le calze coi fiocchetti su, neanche avessi quindici anni, e nessuno ci trova niente di male. A Lucca non devi essere in un certo modo, e gli sguardi per una volta non stanno lì a giudicarti perché non sei abbastanza bello/alla moda/normale/femminile/mascolino. Semplicemente fai parte della tribù, una tribù multiforme e impossibile da definire, e solo noi che ci siamo dentro siamo in grado di riconoscerci l’un l’altro. È la fantasia che per quattro giorni prende il potere, e dimostra che non c’è niente di infatile nel credere che la vita sia anche una cosa divertente, nel pensare che sia possibile parlare di noi, di qui e di ora, e con grande efficacia, anche raccontando storie ambientate in mondi, tempi e luoghi altri.
Lo ha detto Sandrone ieri, durante la presentazione di Nashira3: 200 000 persone che per quattro giorni invadono una città che conta 80 000 abitanti in qualsiasi altro contesto provocherebbe semplicemente il delirio. Pnesate a come finisce troppo spesso quando ci sono tifoserie di calcio in trasferta. A Lucca, niente. A Lucca ci si diverte e basta, senza isterismi, senza saccheggi, senza botte. Perché noi siamo fruitori di storie, da quando eravamo alti così, e questo ci ha cambiati, ci ha insegnato un sacco di cose su di noi e sul mondo, ci ha educati. Sarà per questo che la gente ha così tanta paura di noi.
Iniziano a premere perché siamo tutti uguali fin da quando siamo molto piccoli e ancora non capiamo. Le spinte al conformismo, dalle faccende più banali a quelle più importanti, sono soverchianti. Per questo Lucca è bella: è la resistenza di chi vuole semplicemente essere se stesso, esprimere la propria creatività e il proprio essere senza remore.
Ora, certo, Lucca è molto altro. Ma quest’anno, per me, è stato questo. La rivincita dei nerd. È un onore far parte della compagnia.

Note sparse
Quest’anno avete superato voi stessi, e siete stati davvero fantastici. Ogni anno penso “vabbeh, via, non sarà mai bello come l’anno scorso”, e invece mi stupite, e siete sempre di più, sempre più appassionati, sempre più belli.
Grazie per essere venuti ai miei tre incontri, grazie per le file sotto la pioggia, la pazienza, i cosplay, i sorrisi, i pianti, le foto, tutto. È stato fantastico, e in un momento in cui ne avevo davvero bisogno. A special thanks to Vivien, Kimberly and their mom: you’ve been amazing, it was a great, great pleasure meeting you, I’ll never forget :) .
I cosplay sono stati tanti e tutti davveo bellissimi, alcuni completamente inediti. Grazie, è davvero difficile dirvi cosa significhi per me vedere una Nihal in carne ed ossa: sono stata cosplayer (e a volte lo sono ancora, le foto di sabato lo testimoniano) e so cosa si prova, perché lo si fa e perché si sceglie un personaggio piuttosto che un altro. Ripeto è un onore.
Vi incollo qui un paio di foto completamente random: sono semplicemente quelle che Giuliano ha fatto con la reflex, ce ne sono molte altre che non ho fatto io e ancora non ho ricevuto.
Grazie ancora: è stata una Lucca memorabile e lo è stato grazie a voi.

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