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The Orville, o la buona falegnameria di una volta

È giunto il momento. Non pensavo, perché quando ho iniziato la visione ero piuttosto scettica. E invece niente, mi sto divertendo, e quindi tocca parlare di The Orville. Riassunto per chi non sapesse di cosa si sta parlando: Seth MacFarlane, quello de I Griffin, per intenderci, si è dato alla serialità televisiva, con quella che, sulla carta, dovrebbe essere una parodia di Star Trek, e che si intitola, appunto, The Orville. La prima stagione conta dodici episodi, ma è stata già approvata una seconda.
Che dire? Partiamo col fatto che, fino a oggi, MacFarlane non mi ispirava grande simpatia. A parte alcuni episodi, non ho mai trovato I Griffin nulla di diverso da una copia peggiorativa de I Simpson, di American Dad salvo solo il pesce e l’alieno – come Stewie ne I Griffin, per altro – e Un Milione di Modi per Morire nel West mi ha lasciata molto perplessa. Ho proprio problemi con la sua comicità, di cui soprattutto non apprezzo i tempi. Quindi, partivo malissimo.
Poi, però, nel quadro è entrata Star Trek: Discovery, e tutti mi dicevano che The Orville era tipo quel che Discovery avrebbe dovuto essere, e niente, le cose sono cambiate.
Ora, è più che evidente che MacFarlane semplicemente voleva rifare Star Trek, The Next Generation, per la precisione. Online c’è un video fan made che girò da pischello con gli amici rifacendo la serie classica, quindi io lo vedo che fa i paperdollari per poter un giorno soddisfare questo sogno da bambino. Il fatto che sia una parodia è una mera foglia di fico per dare una giustificazione all’operazione: si ride poco, soprattutto nei primi episodi si ride pure a sproposito, e, in generale, tutto il prodotto trasuda un amore per TNG ai limiti del feticismo. È tutto uguale. Uguale la plancia, uguale il mondo, nel quale sono stati cambiati due nomi due giusto per ragioni di copyright, uguale il sapore complessivo. Vi giuro, sono identiche pure la regia e la fotografia. Sembra un prodotto uscito paro paro dagli anni a cavallo tra la fine degli ’80 e l’inizio dei ’90. Più che una parodia, è proprio un’operazione di recupero filologico. E, in quanto tale, ai critici ha fatto schifo. Che io, in linea teorica, posso anche capire. Voglio dire, che senso ha? A parte realizzare i sogni di bimbo di MacFarlane. È una cosa del passato, superata da vent’anni, quasi trenta, di televisione che hanno asfaltato quel modo di raccontare storie. Solo che, ripeto, Star Trek adesso è quella roba indefinibile di Discovery, tutto lens flares, fotografia laccatissima, e personaggi senza senso alcuno sulla faccia della terra. E, d’improvviso, inizi a capire anche il senso di una cosa come The Orville. Che, prima di tutto, è onesta.
Non è che ti sta vendendo l’avanguardia. Non è che ti fa un titolo tipo The Butcher’s Knife Cares Not for the Lamb’s Cry per ammannirti poi Klingon che ruttano e tardigradi spaziali che fanno il verso al Dr. Who. Il gioco è scoperto fin da principio: stai guardando un clone fuori tempo massimo di TNG. C’è giusto aggiunto un po’ di quell’umorismo straniante che a MacFarlane piace tanto. E quindi sai perfettamente cosa otterrai: capitani coraggiosi – ma con quel pizzico di sfiga che uno si attende – personaggi simpatici, esplorazione. Il pregio è che si entra subito dentro il mondo: le sceneggiature sono molto semplici, ma per questo solide, i personaggi non particolarmente originali, ma perfettamente delineati, con interazioni chiare e che funzionano. Soprattutto, sembrano per davvero un equipaggio della Flotta Stellare, anche se si chiama Unione Planetaria, a differenza di quelli là della Discovery che sono un gruppo di sociopatici assemblati a caso, più un alieno col trucco più brutto che abbia mai visto.
La trama orizzontale è evanescente, come è giusto che sia, ma i singoli episodi funzionano. Non c’è niente di clamorosamente originale, le tematiche a volte sono tagliate con l’accetta, ma con un minimo di giudizio, vedi puntata sul cambio di genere della neonata, o quella, probabilmente la migliore, finora, sui social. Menzione speciale per la puntata con l’alieno pomicione, in cui finalmente l’umorismo è ben calibrato e perfettamente funzionale alla trama. Il tasso wtf delle azioni dei personaggi è tenuto al minimo, e soprattutto è una serie corale, in cui ognuno ha il suo spazio, e ci sono episodi evidentemente costruiti per farti empatizzare con ciascuno dei personaggi. Arrivata all’episodio 11, mi stan tutti simpatici, ci tengo che si salvino quando sono in pericolo, shippo Ed e Kelly, insomma me ne frega, e infatti sto andando avanti nella visione.
Non sto gridando al capolavoro, intendiamoci. Ma è una cosa fatta bene; in modo estremamente classico, e come si facevano una volta, ma bene, dio mio, bene! È come andare a farsi un giro in parco a tema storico, è una celebrazione dei bei tempi andati, e tutto sommato è un’operazione non solo con una sua dignità, ma persino con del coraggio. In tempi come i nostri, di serie ipertrofiche in cui tutti cercano, con alterne vicende, di sperimentare, di tirare fuori qualcosa di nuovo, MacFarlane si tira fuori, e fa una cosa che non ha paura a farsi superare a destra da tutto il resto della produzione televisiva contemporanea. È un lavoro di artigianato, fatto con passione e amore da chi, è evidentissimo, ama e conosce a menadito il materiale originale. È una bella e solida sedia fatta dal falegname all’angolo, contro il divano di design che è Discovery. Sulla prima almeno ti siedi e stai comoda, sul secondo non capisci neppure dove sta la seduta.
L’ho detto un miliardo di volte, forse è il segno della mia “poetica”, chiamiamola pomposamente così, di autrice, oltre che di fruitrice di prodotti pop: meglio una cosa semplice, senza ambizioni, ben fatta, che una roba che punta in alto e poi fa schifo. Non me ne faccio niente dell’originalità a tutti i costi, degli effetti speciali, dell’aggiornamento alla contemporaneità, se poi dei personaggi mi frega meno di zero, se le storie d’amore che mi proponi sono l’epitome della sciatteria, e se mi annoio per tre quarti della puntata. Lasciamo lo sperimentalismo, anche se mi accorgo che è termine improprio, a chi sa farlo, e in questo periodo abbondano, francamente. Se sai fare solo le sedie, e le sai fare bene, fai quelle.
Non se consigliarvela. Mi rendo conto che per certi versi è una cosa un po’ da nerd veri. MacFarlane è uno di noi, nell’episodio 11 cita il Dr. Who, quindi non credo sia una cosa per tutti i palati. Ma se vi piacciono le serie come le si faceva quando ancora li chiamavamo telefilm, e siete abbastanza tolleranti con l’umorismo fuori luogo – e comunque ce n’è poco – io direi di andare. Di onestà intellettuale in giro ce n’è pochissima, meglio premiare almeno quella di The Orville.

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Star Wars VIII – The Last Jedi o Film a Metà

Come due anni fa, quando la Forza si risvegliò, l’alberello di Natale a tema Star Wars è acceso, e io sono pronta a recensire. Nonostante la mia (intollerabile) mancanza di piani per andarmelo a vedere, ieri sera mi sono imbucata allo spettacolo delle 18.30, e ho visto The Last Jedi, che secondo me è L’Ultimo Jedi, ma la distribuzione dice di no, so’ di più, sarà.
A differenza di due anni fa, stavolta ho molto più chiaro cosa penso di questo film, ma sarà comunque lunga. Non c’è nessun vero spoiler, ma accenni piuttosto vaghi alla trama.
Comunque, facciamola breve prima di scendere nel dettaglio: se il film fosse stato tutto come la prima ora e mezza, non starei probabilmente neppure più a scrivere. Avrei archiviato la pratica sequel di Star Wars come una roba che non ha sostanzialmente più molto da dire, se non ciurlare in un manico del quale non è rimasto poi molto. Se invece fosse stato tutto come l’ultima ora, adesso sarei qua a gridare al capolavoro. Perché, sì, il film è drammaticamente diviso in due un po’ in tutto: regia, ritmo, densità di eventi, potenza visiva e della rappresentazione. Il risultato viene portato a casa alla fine solo perché l’ultima ora è meravigliosa, e, incredibilmente, riesce a tirare fuori dal pastrocchio generale un’unità tematica complessiva davvero miracolosa. Vi giuro, sembra che a un certo punto il regista sia entrato in una stanza con dentro riuniti tutti i produttori, li abbia falciati a colpi di AK 47 e abbia urlato sui corpi caldi “E mo si fa come dico io!!”. Proprio con questa moderazione, che è poi la cifra dell’ultima famosa ora.
Per certi versi, sembra che il film abbia fatto propria la lezione di Games of Thrones: voi sapete che, con tutto l’amore del mondo per un prodotto d’eccellenza sotto tanti aspetti, io alla fine penso che sette stagioni della serie siano servite solo a far crescere i draghi di Daenerys e che l’azione comincia davvero all’ultimo minuto dell’ultimo episodio della stagione sette. Ecco. La prima ora e mezza di Star Wars VIII serve a perdere tempo. Sembra che qualcuno gli abbia ordinato di fare due ore e mezza di film, pena la morte, e quindi gli sceneggiatori si siano messi là a pensare come allungare la broda. Quindi vai di lentissimi inseguimenti navali, in cui inseguitore e inseguito, per motivi imperscrutabili, vanno esattamente alla stessa velocità. Meno male che in mezzo ci sono due notevoli combattimenti che non riescono a battere l’irraggiungibile macello dell’inizio dell’Episodio III, ma tengono botta. Poi ci sono piani di combattimento basati sul semplice fatto che nella Resistenza la gente non si parla, perché no gnegnegne, ma che comunque servono solo e letteralmente a perdere tempo, e soprattutto Rei che si fa mille pippe sull’isola delle monache-pesce insieme a uno scorbuticissimo Luke, con tanto di citazione alla scena seminale della caverna de L’Impero Colpisce Ancora, ça va sans dir molto meno potente.
Non che sia un brutto guardare, eh? C’è anche un colpo di scena o giù di lì, però relativamente telefonato. Ma tutto è sostanzialmente piatto e anche già visto. Ed è stato lì che mi sono detta una cosa che avevo già tirato fuori per The Force Awakens: Star Wars non ha più molto da dire, se non fare infinite variazioni su temi già noti, aggiungendoci giusto qualche pezzo in computer graphics in più e tante bestioline carine (voglio un porg, ora).
Poi, lentamente, le cose iniziano a ingranare. Fino al botto. Il colpo di scena vero. Quello in cui Rian Johnson dice “sì, dai, vi ci ho fatto credere, ma ho scherzato: mo facciamo sul serio”. E da lì tutto decolla. Ma davvero. Innanzitutto compare una regia, con un’infilata di scene memorabili che hanno come unico problema che sono tipo ottanta in un’ora. Un tripudio per gli occhi di coattaggine allo stato puro, in cui chiunque, ma davvero chiunque, tira fuori le palle e va over the top, facendo cose che i nerd in genere vedono solo nei loro sogni più umidicci. Tipo c’è un duello che è praticamente speculare a quello (da me amatissimo) di Rey e Kylo nella neve che è una vera goduria per gli occhi (e c’è pure Myra :P ). C’è Luke che tra poco inizieranno a girare meme a pioggia con quello che fa. Ci sono anche delle scene evidentemente paracule, messe lì per fare fan service, ma messe così al posto giusto, fatte così bene, che, voglio dire, lo so che mi stai blandendo, ma in finale chissenefrega, dammene ancora! C’è il pianeta che gratti il sale e sotto c’è il sangue, quello lì dei trailer, in cui questa roba del rosso viene usata all’ennesima potenza, imbastendo tutto un sottotesto di destino e morte che levati. È epica, è il miglior aggiornamento possibile di Star Wars a questi tempi di passaggio che viviamo, è quel che tutta questa trilogia avrebbe dovuto essere nelle tre ore precedenti, dannazione. Quell’ultima ora là ci dice proprio questo: che viviamo in tempi senza più eroi, e quelli rimasti sono tristi, stanchi, e non sono per niente come ce li siamo immaginati. E che anche le cose in cui credevamo, la Forza e quella roba là, quando la vedi per davvero è tutta diversa da come te l’avevano raccontata. Viviamo la fine dell’innocenza, viviamo l’età adulta. Non possiamo più guardare a Star Wars come trent’anni fa, perché siamo cresciuti, e quel che abbiamo adesso per salvare il mondo è la summa di ciò che siamo: due ragazzini sperduti, che cercano il loro posto nel mondo, e che nel farlo fanno cose belle e cose terribili, e, come tutti i ragazzini, hanno poteri immensi, ma una testa da bambini. Ecco, questo è lo Star Wars del XXI secolo, che coglie lo spirito dei tempi, e lo trasfonde in un’epica contemporanea, nella quale possiamo specchiarci e riconoscerci, ma cui possiamo anche ancora credere, come credevamo nella favola di quasi quarant’anni fa.
Tra l’altro, Johnson fa operazione raffinatissima di svuotamento dall’interno dei topoi di Star Wars, una cosa che per certi versi è l’opposto delle strizzate d’occhio (Leo Ortolani®) di Abrams. Tutto sembra andare come già nei film precedenti: il guascone che però poi diventa buono, il cattivo che passa al lato chiaro all’ultimo istante, il maestro ucciso dall’allievo. E invece no. Invece a un certo punto sembra davvero che qualsiasi cosa possa succedere. This is not going to go the way you think, diceva Luke nel trailer, e alla fine, mannaggia a lui, è vero.
Ora, avrete capito che tutta questa parte qui mi ha esaltata. Ma. Ma il film nel suo complesso è davvero troppo discontinuo. Tra l’altro, la saga continua a fallire nel cercare di proporre un cattivo che non sia incarnazione del male assoluto ma che al contempo abbia delle motivazioni valide. Ora, non voglio dire che Kylo sia Anakin II la vendetta, ma, sebbene lo trovi un gran bel personaggio, che in questo film si sviluppa pienamente, secondo me sul lato delle motivazioni c’è ancora da lavorare. Sì quello che ci dicono, ma non basta. Spero nel prossimo film. Taciamo anche dei due personaggi più inutili della nuova saga, Snoke e Phasma. Quest’ultima io speravo venisse un po’ rivalutata in questo nuovo episodio, e invece niente: conta quanto il due di coppe con la briscola a bastoni. Il nulla pneumatico. Snoke si attesta su un’utilità leggermente superiore, ma resta una cosa difficile da decifrare, e soprattutto profondo quanto la pozzangherina che sta nel tempio Jedi dove Luke ha messo le tende.
Quel che porta a casa il risultato, comunque, è il fatto che il film nel suo complesso ha un senso. E il suo senso è che coi vecchi personaggi abbiamo chiuso. Ragazzi, sono andati, hanno dato il loro, ma non hanno più un ruolo da giocare in questa storia. La meravigliosa scena finale col bambino ce lo dice con chiarezza. E, come ha detto qualche mio amico su Facebook, bisogna uccidere i propri padri, a un certo punto, sennò si resta bambini per sempre. E questo film ci mette sopra la lapide.
Sembrerebbe dunque un ottimo ponte lanciato verso il futuro. Solo che in questo futuro ci sta Jar Jar Abrams, regista dell’episodio conclusivo, che nei franchise c’ha il terrore di produrre idee originali, e che è stato la rovina del nuovo Star Trek, tanto è vero che appena si è sciacquato è venuto fuori quel bel prodottino che è Beyond. Abrams è derivativo alla morte, non vedo come possa dare una chiusura a questa storia che non sia il rigiramento di frittata de Il Ritorno dello Jedi. Qua invece le cose sono enormemente più complesse, e Kylo Ren mi sta a tanto così da diventare personaggio memorabile, ma se te me lo riporti a casella zero, e mi diventa Anakin Reloaded, ecco, è la fine.
Per cui, boh. Vorrei essere speranzosa per il futuro, ma non ci riesco. Vorrei andarmelo già a rivedere, ovvio, magari in inglese. Mi tengo questa mezza buona storia, e mi accontento così. Comunque, è la cosa migliore prodotta su Star Wars da Il Ritorno dello Jedi, e vale la pena andarlo a vedere. Per cui, andate, che la Forza è viva e lotta con noi.

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Doppia recensione: Star Trek Discovery, Stranger Things 2

Questa settimana ho finito di vedere due serie che seguo: Star Trek Discovery e Stranger Things 2. Considerando che mi hanno generato una gamma di emozioni che si posizionano esattamente agli opposti dello spettro di gradimento (dio come fingo bene di essere una persona seria…), ho pensato di inaugurare un nuovo format: la recensione doppia. Vi dico cosa ho pensato dei due prodotti in un solo post. Ahò, capace che questo sia l’unico esperimento del genere, e non lo ripeterò mai più, o magari lo rispolvererò in futuro per parlare di due cose che invece mi sono piaciute un sacco. Oggi, però, vi beccate la contrapposizione.
Ci sono SPOILER.
Cominciamo con Star Trek. Magari saprete che ne ho già parlato in passato, e in termini non esattamente entusiastici. Infatti, arrivati alla terza puntata, mi sono fermata e ho smesso di recensirlo, se non con brevi highlights su Twitter. Ora siamo arrivati al mid-season finale, e si può fare qualche considerazione più ragionata.
È che secondo me Discovery rappresenta un po’ tutto quello che che non si dovrebbe fare in termini di scrittura. Non si tratta più della mancanza dello spirito trek, una cosa che si dimentica completamente verso il quarto episodio. È proprio che a me questa serie non appassiona, a nessun livello. Non mi appassiona la trama, non mi appassionano i personaggi…e il più delle volte passo il tempo a cercare di capire secondo quale logica intera – o solo logica tout court – un certo personaggio ha detto-fatto una certa cosa. Tutto accade perché deve, in una progressione degli eventi che però sembra condurre verso il nulla.
Giuro, dopo nove episodi io non riesco ancora a capire di cosa parli Discovery, né verso quale direzione la trama stia andando. Non è la storia di un’esplorazione, almeno fin qui; non è la storia di una guerra; non è neppure una storia di redenzione, anche se forse le intenzioni degli autori erano queste, visto certe cose buttate là su Burnham e Lorca. Non c’è neppure un chiaro sviluppo dei personaggi, che cambiano di continuo sotto la spinta della mera sceneggiatura (Lorca stronzo che manda l’ammiraglio a morire per togliersi dalle scatole un testimone scomodo, no, Lorca eroe che vuole salvare il pianeta dei cosi incorporei dai Klingon; Tyler traumatizzato a comando; Stamets cinico scienziato, no Stamets si sacrifica per salvare la baracca). Intendiamoci, la natura umana è una roba complessa, e non ho nulla contro i personaggi ricchi di chiaroscuri, anzi. Ma qui non c’è un collante che tenga insieme questa gente nella sua psicologia, tanto che appare non averne nessuna. Le cose succedono, e non c’è un filo logico. Piani malvagi che non capisce dove vadano a parare (la Klingon e l’ammiraglio, che sono quindici giorni che cerco di capire cosa esattamente avessero in mente di fare), scene incomprensibili che sembrano non portare da nessuna parte (Stamtes nello specchio), gente che prima si preoccupa, poi pure ‘sti cazzi (Culbert che lascia tranquillamente che Stamets faccia un ultimo salto senza che Lorca abbia giustificato in alcun modo questa cosa, e dopo che lo stesso Stamets ha rischiato di morire con gli incomprensibili 133 salti necessari per crackare l’occultamento Klingon). È tutto così. Succedono cose evidentemente decise in fase di sceneggiatura perché sì e basta. I personaggi non sembrano neppure pensati, e quindi figurarsi ben scritti. Io non riesco a descriverne in due parole neppure uno. Lorca cos’è? Un guerrafondaio? Un pusillanime che non s’è capito che ci fa in mezzo alla Flotta Stellare? Saru, a parte avere paura, cos’è? E perché si sono presi uno che c’ha sempre paura a bordo? E l’incomprensibile – e insopportabile – roscia sociopatica? Taccio sulla love story Stamets-Culbert, che per una che ha seguito la storia d’amore Agron-Nasir di Spartacus, in confronto siamo a livello “cotta dell’asilo”.
Però nessuno la pensa come me. Discovery piace e appassiona più o meno tutti, il che mi induce a credere che c’è qualcosa che mi sfugge o mi manca proprio. E, visto il lavoro che faccio, inizio pure a preoccuparmi.

Dall’altro lato dello spettro della buona scrittura, invece, si posizione Stranger Things. Tutto. Mi concentrerò solo sulla seconda stagione giusto perché è la novità, ma quanto dirò si può tranquillamente applicare anche alla prima.
Stranger Things non ha un’idea originale alla base. Stranger Things non ha neppure personaggi particolarmente originali, e un disbrigo di trama assolutamente lineare: tutto va più o meno come deve andare, e anche le sottotrame cercano di starsene ben appiccicate alla trama principale. Eppure, appassiona un botto. Mi c’è voluto un solo episodio per affezionarmi pressoché a qualsiasi personaggio della serie, e voler sapere come continuava, anche se era una “serie di mistero” e dopo la sòla di Lost ci vado sempre coi piedi di piombo con prodotti del genere. Prova ne sia l’affetto che la gente ha mostrato per Barb, un personaggio che definire secondario è fargli un complimento, ma la gente ci stava così tanto dentro che anche Barb sembrava una della famiglia, e tutti l’hanno pianta.
Ecco. Perché, dannazione, qua è tutta questione di come racconti le cose. E anche dell’onestà di fondo, diciamocelo. Non lo so, avete visto i titoli degli episodi di Discovery? Sembra di leggere Shakespeare: e il coltello che non si cura del pianto dell’agnello, e gente che si addentra nella foresta…C’è una pretenziosità del tutto ingiustificata in un prodotto pop. Stranger Things è invece onesto. Onesto intrattenimento coi mostri, aderente ai canoni del genere in modo commovente. Ma in cui i personaggi, le ambientazioni, qualsiasi cosa sono scritte e girate con una cura maniacale. Pensiamo già solo all’ambientazione anni ’80, curata alla perfezione, non soltanto nelle ambientazioni, ma nelle tematiche, nella musica, in qualsiasi cosa. E la storia è semplice e lineare, ma acchiappa proprio per questo. L’altrove, il mostro, l’amicizia che ci permette di salvarci…tutte cose scontate e banali ma che ci continuiamo a raccontare secolo dopo secolo per una ragione, e cioè che sono radicate profondamente in noi, nella nostra esperienza di vita, e ciascuno di noi le ha vissute a modo suo, come fosse stato il primo a farlo.
Avevo paura della seconda stagione. La prima era perfettamente chiusa in se stessa, tranne un piccolo gancio sulla successiva, ed era così perfetta, così graziosa…E invece la seconda stagione è riuscita nell’impossibile: espandere per quanto possibile il mondo della prima, mantenendo però lo spirito complessivo della serie, e creando qualcosa che aveva ancora il sapore della prima, ma portava tutto su un altro livello. Ora, per carità, ci sono state delle soluzioni di scrittura pigre, personaggi un po’ attaccati con lo sputo (Billy, per dirne uno), e la famigerata puntata 7, che sembra effettivamente infilata là a perder tempo, e porre inquietanti premesse per la terza stagione. Ma, voglio dire, nonostante tutto lo sguardo di Mike quando rivedere El mi ha spezzato il cuore, e il dialogo in macchia tra El e Hopper è stato fantastico, e quando Bob fa la fine che fa, chi non ha pianto?
Io amo Hawkins, amo i ragazzi, amo Joyce e amo questa serie, che fa quello che qualsiasi serie dovrebbe essere in grado di fare: appassionare e divertire. E tanto più l’ammiro perché lo fa con una storia trita e con personaggi classici. Ci vuole talento vero a mettersi in un solco battutissimo e tirarne fuori qualcosa di così bello e ben fatto. Perché, ripeto, le cose le devi saper raccontare. Il come spesso conta più del cosa. In Stranger Things ogni inquadratura trasuda angoscia e tensione. C’era una scena in cui Will, di notte, andava in bagno, e io già sudavo quando l’inquadratura ci mostrava solo un rubinetto che perdeva e un orologio che scandiva i secondi.
Insomma, sono davvero contenta di aver iniziato a vederla, entusiasta della seconda stagione e in trepidante attesa della terza. Mentre, per quel che riguarda Discovery, anche ‘sti cavoli, direi. E con questo ho detto tutto.

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Star Trek Discovery 1×03. Cioè, boh.

Non so esattamente perché continuo con questa storia delle recensioni a Discovery. Il contenuto è sempre abbastanza prevedibile, e, oltre un certo limite, diventa accanimento. Per cui, non so, forse mi fermo con questa, che almeno ha la giustificazione di essere una puntata vera della serie, a differenza dei primi due episodi/film, che erano solo una premessa. Ci saranno SPOILER.
Dunque, in teoria questo è un episodio regolare, che dovrebbe dare il sapore del resto della stagione. Siamo sull’eponima Discovery, conosciamo l’equipaggio. Vi risparmio le lamentazioni “non è Star Trek” perché ormai è più che chiaro che nulla, a parte i badge, richiama quel mondo là: non l’atteggiamento generale dell’equipaggio, non il passo della puntata né le sue tematiche. È una serie di fantascienza qualsiasi. Per quel che riguarda lo spirito, è ancor più lontana dallo Star Trek non dico di TOS, ma pure di Enterprise, di quanto non fosse il doppio pilot. Invece, è vicinissima a Battlestar Galactica, e infatti ritroviamo pure Rekha Sharma (ammirate il mio superpotere di riconoscere le facce degli attori di serie in serie!). Siamo in guerra, succedono cose brutte, i buoni si devono sporcare le mani, tutto è vagamente minaccioso. Solo che giocare sul campo di Battlestar è suicida, e infatti, se il modello è quello là, siamo lontani anni luce, sia a livello di tensione narrativa (e grazie: lì l’umanità era sull’orlo dell’estinzione, qua c’è una vaga guerra coi Klingon, che, in questa puntata, neppure vediamo) sia di indagine psicologica. Però la puntata bene o male scorre, come sempre piuttosto bella a vedersi. Tutto dà l’impressione di essere curato: bella fotografia (presa sparata da JJ), bella musica non invasiva…però oltre a questo, boh…A parte cose che non ho capito, tipo perché non si usi più fare lo scanning per le forme di vita a bordo, prima di salire su una nave vittima di un incidente misterioso, o perché, se si sa perfettamente cosa è accaduto, come Lorca lascia intendere negli ultimi secondi di puntata, non si prendano precauzioni maggiori per il landing party, mi sembra tutto molto derivativo. A parte il già citato Battlestar, abbiamo anche un grosso debito verso Alien, con la creatura misteriosa che te se magna mentre le luci lampeggiano il giusto per non farla vedere troppo. Solo che nessuno dei riferimenti sembra messo là per avere un reale senso narrativo, quanto piuttosto perché è la roba che tira al momento. Cerco di spiegarmi. Non c’è nulla di male a prendere da altro materiale, a citare più o meno esplicitamente, a patto che il pout pourri finale abbiamo un gusto omogeneo, e risulti soprattutto in qualcosa di nuovo. Che ne so, Tarantino copia a piene mani, ma si vede che è uno che quel materiale l’ha rielaborato, cosicché ogni citazione s’inserisce perfettamente all’interno di qualcosa che è nuovo, diverso, illuminato dal vissuto e dalla poetica dell’autore. Sto diventando troppo poetica…vabbè, Discovery mi sembra semplicemente un patchwork di elementi disomogenei e già visti, cui non viene aggiunto qualcosa di nuovo. Men che meno c’è un tentativo di prendere una nobile ascendenza – Star Trek – e rielaborarla rimanendo comunque nel solco di quella tradizione. È pura operazione JJ-Trek, puramente derivativa, al massimo citazionista tanto per. Metatestuale, in questo senso, è Burnham che, mentre scappa per salvarsi la vita, cita a muzzo Alice nel Paese delle Meraviglie. Così, senza un perché. Tutti quando stanno a mori’ citano i classici della letteratura. Io, in caso, ho pronto un pezzo dell’Iliade. Ecco, la puntata è così: cose citate, ma senza capire perché, e come.
Andiamo mediamente bene sui personaggi, che, in effetti, che, infilati in un contesto simil-Trek risultano abbastanza originali. Tranne Lorca, che non potrebbe mai essere capitano nell’universo classico di Star Trek, ma tanto abbiamo detto che questo non è Star Trek, e quindi amen. Però, anche qua, non è che senta uno straordinario trasporto verso di loro. La tipa riccia già la odio, ed è il solito personaggio simil-asperger-simil-autistico che ormai ci deve stare per forza. L’astromicologo è un altro campione di simpatia, però ha una specializzazione intrigante che spero mettano a frutto (ma so già che non lo faranno…). Mi si ammoscia Saru, che ormai mi interessa solo perché è troppo bello il modo in cui si muove l’attore. Lo guardo e mi ricordo il fauno dell’omonimo Labirinto o Abe di Hellboy, e penso che prima o poi uscirà A Shape of Water e io sarò una bimba felice. Burnham ci dimentichiamo tutta la parte Vulcaniana, è una terreste qualsiasi molto figa in fisica. Ormai appartiene al ramo “personaggi dannati con grossi peccati da scontare”. E li va a scontare sulla nave con un capitano con la faccia di Lorca, pensa te.
Per quel che riguarda la trama fin qui, tutti sappiamo che quella dei midichlorian de noantri è una cazzata, no? Dieci anni dopo l’Enterprise non ha il dono dell’ubiquità, ergo o il piano fallisce, o, come suggeriscono gli abbondanti cadaveri tra i quali si trastulla Lorca nel tempo libero, stanno effettivamente creando un’arma biologica o giù di lì, e Burnham gli serve per qualcosa che scopriremo poi. Qualcuno mi spieghi anche la galeotta che doveva essere confinata nei suoi alloggi mentre lavorava, e poi se ne va in giro a cazzo ad aprire a sputazze sezioni segrete della Discovery. Erano tutti un gran bel convinti che avrebbe accettato di unirsi alla crew per metterle in mano pezzi di codici compromettenti (ma non dove a lavare la carrozzeria del pulmino della polizia penitenziaria?) e farla infilare dove non dovrebbe. Avrei da ridire anche sul metodo dell’alitosi per aprire le porte: se aliti non sono così convinta che vengano fuori anche pezzi di saliva da cui risalire al tuo DNA e aprire la baracca. A questo punto potevano aprirle a leccate sulle serrature, ma forse se lo tengono per la versione porno.
Quindi, in sintesi? Andiamo a vedere dove va a parare. Molte delle cose che io non ho capito qua immagino saranno spiegate più avanti, ma il disprezzo totale per l’utopia trekkiana comunque mi irrita molto. Cercherò di brasarmi il cervello dal brand, che è meglio.

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Star Trek: Discovery. Recensione seconda parte

E, come promesso ieri, seconda parte della recensione. Che a questo punto non so esattamente a cosa serva. Per spiegarvi il perché, dovrò fare dei grossi SPOILER, quindi giudicate voi se proseguire o meno con la lettura.
Sicché, quello cui abbiamo assistito era un prologo. Al momento, di Star Trek: Discovery conosciamo un solo personaggio, forse due. Non sappiamo nulla dell’eventuale nave, o dell’equipaggio, che attraverseranno la serie. Non sappiamo neppure se ci sarà, una nave, o se infine Star Trek: Discovery non sarà un’unica trama orizzontale centrata solo Burnham. Cioè, lo sappiamo, ma da Wikipedia, non dalla serie, che finisce col cliffhangerone, che, al momento, è l’unica ragione per tirare innanzi con la visione.
Siamo insomma un po’ dalle parti di Battlestar Galactica, che iniziò con un film che spiegava un po’ tutto. Solo che lì avevi un’idea chiarissima e dei personaggi, e di dove si voleva andare a parare. Qua no. Qua, io, in tutta franchezza, mi sono sentita presa un po’ per i fondelli.
Nulla da aggiungere alla recensione di ieri, se non che aumenta il tasso del “what the fuck?”. Voglio dire, la dinamica e la realizzazione del brillantissimo piano di Georgiou e Burnham non è per nulla chiara. Dicono di voler fare una cosa, poi finisce che ne fanno un’altra, in un piano, comunque, abbastanza suicida proprio di suo. Non si capisce poi perché Burnham spari a T’Kuvma; hanno dimenticato come si mettono i phaser su stordimento dai tempi di Archer? Ma poi proprio lei che aveva detto che era importante prenderlo vivo, che sennò diventava una martire, e tutte cose assolutamente ragionevoli, che poi manda in vacca una volta là sulla nave Klingon. Vabbé. Incomprensibile anche il pippone di Georgiou, che, a fronte dell’esposizione di un piano ragionevolissimo da parte di Burnham, parte per la tangente con le solite storie sul fatto che lei è mezza vulcaniana, e pensavo che potessi essere umana a sufficienza, e mi hai delusa, e pensare che ti volevo dare una nave. Boh. Tutto molto calato dal cielo, tutto un po’ incomprensibile.
Confermo anche che i Klingon non si possono né vedere né sentire. Tra l’altro i lunghi dialoghi in Klingon sono veramente da far scendere il latte alle ginocchia. Puro nerd porn infilato pure male.
Infine, una nota positiva. Burnham è un personaggio che in alcun modo è caratterizzato dal punto di vista del genere. Pensateci. È una persona. Non è una donna che fa cose da uomo, non è una donna con problemi da donna. È un primo ufficiale mostrato esclusivamente nell’azione, e le cui pippe esistenziali non sono caratterizzate come “femminili” o “maschili”. Ce le potrebbe avere un uomo, come le potrebbe avere una donna. Ed è una roba enorme per quanto mi riguarda, che potrebbe farmi riappacificare con un personaggio che mi sta abbastanza sulle pelotas da quando l’ho vista apparire. Questa è la normalità di un mondo in cui, finalmente, frega cazzi se sei dotato di pene o vagina, e nessuno rimarca che stai facendo cose da uomo, e quanto sei figa perché lo fai. Sei un ufficiale della flotta stellare, punto. Il tuo sesso è assolutamente secondario e non influente. E la cosa è evidente anche in Georgiou. Forse è questo il primo vero elemento di originalità in una cosa che al momento mi sembra un po’ né carne né pesce. Staremo a vedere. Ah, la battaglia navale è stata una roba abbastanza statica, ma mi rendo conto che tra Star Wars et similia lo standard era piuttosto alto e difficile da raggiungere.
Ci vediamo la settimana prossima? Col prossimo episodio sì, con le recensioni non lo so, dipende. A voi andrebbe?

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Star Trek: Discovery, la recensione in due parti

No, non è che ho iniziato con le trilogie anche sui post. È che io ieri sera ho visto solo il primo episodio, non so se il secondo lo vedrò stasera, e quindi intanto mi porto avanti con le riflessioni con quanto ho visto. La seconda parte, dopo la seconda visione.
Per una volta faccio la donna che premette (Caparezza cit.), e premetto che parto prevenuta. Non ci posso fare molto, se non, appunto, dirvelo. Non ho amato i reboot cinematografici (a parte Beyond), non vedo neppure la necessità di aggiornare il franchise, visto che mi pare che nessuno al momento sia ispirato da quei principi di fratellanza e umanità che ci hanno dato Star Trek. Lo Zeitgeist tira da un’altra parte, per questo, a mio parere, un nuovo Star Trek finirà comunque per tradire lo spirito trekker. Detto questo, decidete voi se proseguire con la lettura. Premetto anche che, pur avendo una discreta conoscenza del canone (tutta TNG, tutta Enterprise, tutti i film, episodi sparsi delle altre serie), non mi definisco una trekker, ma il trekker ce l’ho in casa, ed è il marito. Detto questo, proseguiamo. Ci sono SPOILER molto minori.
Il mio problema probabilmente è che ho visto troppe cose in vita mia, e le vedo in trasparenza ovunque. La sigla – che ho dimenticato contestualmente all’ascolto, perché è davvero la cosa meno orecchiabile abbia mai ascoltato – m’ha ricordato quella di Da Vinci’s Demons, i nuovi Klingon sono pari pari gli Uruk-hai di Jacksoniana memoria, il resto è preso di peso dai film di J. J. Abrams. Non so se è un problema, ma non ho visto particolari elementi di originalità; è un pout-pourri delle cose che vanno in questo momento storico, compresa la dialettica pacifista-guerrafondaio che in genere va a vantaggio del secondo, perché a noi il buonismo non ci piace, dato anche che il cattivismo, fin qua, ci ha portati tanto avanti sulla scala evolutiva. Però è un buon prodotto, fatto con cura: bella fotografia, gran belle interpretazioni, a me sono piaciuti pure gli effetti speciali fin qua.
Strizzata d’occhio all’attualità per i Klingon che non vogliono essere culturalmente assimilati. Già visto il primo ufficiale combattuto tra cuore e ragione, mezzo vulcaniano nell’animo (e quando mai…qua pare che non è Star Trek se non c’è un cappero di vulcaniano combattuto tra ragione e sentimenti), col passato traggggico. Praticamente Spock dei nuovi film, in versione femminile. Tra l’altro, noto che i criteri di avanzamento di carriera nella Flotta Stellare non sono decisamente quelli dell’Università italiana, visto che il primo ufficiale c’ha dodici anni per gamba, ma è, appunto, primo ufficiale, e, secondo il suo comandate, pronta per il comando. Una che incontra un Klingon, razza che gli umani non frequentano da cento anni, e la prima cosa che fa è porgergli un saluto d’acciaio lungo mezzo metro direttamente nella panza. Viva la diplomazia.
Apprezzato invece il capitano, che è anche lei un gran bel cliché trekkiano, ma è praticamente Picard in vesti femminili, e io un personaggio femminile così, in Star Trek, non lo ricordo. Non conto la Janeway che mi stava simpatica, ma non brillava decisamente per carisma, mentre Michelle Yeoh, ahò, è Michelle Yeoh.
Il personaggio che m’intriga di più è Saru; scopro che lo interpreta l’attore feticcio di Del Toro, Abe di Hellboy, per capirci, e forse è per quello :P . Comunque, è una razza nuova, ed è un tipo particolare, con una storia alle spalle che spero approfondiranno, e un approccio al suo mestiere di ufficiale scientifico quanto meno insolito.
Due note secche di demerito: una, i Klingon. Ai quali è stato cambiato l’aspetto fisico solo e soltanto per uniformarlo a quello dei film. Ora, io capisco che già in passato i Klingon hanno avuto un restyle, ma non vedo perché farlo di nuovo. Sono brutti, invece di parlare ruttano, e ogni volta che li vedo mi appare la buonanima di Saruman.
Seconda nota: non frega a nessuno, ma questo ignorare completamente la collocazione temporale di Discovery rispetto alle altre serie m’infastidisce. Mi spiego: Discovery viene una decina d’anni prima di TOS. In teoria, la tecnologia usata dovrebbe essere in linea con la serie classica. Invece il cavolo. I nostri hanno roba che manco Picard è soci duecento anni dopo. Tipo, avete mai visto Picard parlare in diretta olografica con un ammiraglio? Enterprise secondo me aveva trovato un buon compromesso: appeal generale adeguato all’epoca di produzione, in termini di effetti speciali, ma tecnologia in qualche modo resa più rozza, rispetto alle serie Trek successive. Qua no. Qua è evidente che ci vogliono soprattutto stupire con gli effetti speciali, in tutti i sensi, e quindi via di roba indubbiamente bellissima, piacevole da guardare, ma che uno si chiese esattamente cronologicamente ‘ndo stamo rispetto a Kirk. In un universo parallelo? Me sa.
Infine, la trama sembra allinearsi sul film di menare. Si picchiano. Capiamo anche che si picchieranno pure in futuro, perché sono diversi, e quindi non si capiscono, eccetera. Vabbè, non è un problema, l’azione, ma se dopo ci infilano pure un minimo di filosofia sarebbe meglio. Perché, per come la vedo io, Star Trek non è solo il mito della frontiera e l’esplorazione, né solo l’azione: è soprattutto l’utopia di un’umanità che si è finalmente liberata dei suoi difetti, e che in ogni puntata deve mettere alla prova le proprie convinzioni etiche scontrandosi con la diversità, quella vera. Ed è una cosa al momento più profonda di quel che ho visto in questi 45 minuti.
Comunque, è un prodotto che si fa molto vedere, tutto sommato piacevole. Andrò avanti – anche perché ci andrà il marito :P – ma, devo dire la verità: secondo me lo spirito di Star Trek sta tanto di più nel Dottor Who, che ha avuto le palle di mantenere in sessant’anni quell’idea lì di fantascienza. Qui invece tutti derivano verso la space opera.
Lascio qui queste riflessioni; magari, dopo la seconda parte cambierò radicalmente idea. Sarà divertente vedere quante di queste cose che ho detto verranno contraddette :) .

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Tredici (il libro) non mi è piaciuto

Come regola generale, se un libro non mi piace, non ne parlo. Derogavo alla cosa quando ero pischella, ma poi sono saltata dall’altro lato della barricata e non mi sono sentita più autorizzata; non mi pare di essere in grado di fare le pulci agli altri quando forse sarebbe meglio facessi le pulci a me stessa.
Stavolta, però, farò una deroga, e non tanto perché il libro di cui vado a parlare non mi sia piaciuto, ma perché lo trovo proprio sbagliato, a vari livelli che cercherò di spiegarvi. È una cosa fatta male, non tanto dal punto di vista letterario, quanto proprio programmatico. E secondo me può far danni. Sto parlando di Tredici di Jay Asher.
Confesso di non essermici avvicinata proprio scevra da pregiudizi: della serie tv si è parlato tanto, e alcune delle critiche che sono state mosse al prodotto, su un piano meramente contenutistico, le capisco. Però tutto sommato ero ben disposta. Mi aspettavo qualcosa di controverso, basato su un principio di fondo che un po’ mi irrita – gente che si ammazza per vendicarsi di chi gli ha fatto del male – ma mi aspettavo comunque un discorso di una certa profondità sul disagio dell’adolescenza, sul bullismo e sul suicidio. Ecco, invece no. Proprio no. La superficialità dell’approccio di Asher, al contrario, mi ha fatta alquanto incazzare.
Iniziamo da principio. Vi avviso, ci saranno spoiler. La storia ormai è nota urbi et orbi: Hannah, un’adolescente, si uccide, e lascia tredici nastri registrati per spiegare ad altrettante persone (in verità di meno) in che modo siano responsabili della sua scelta. Ora, mostrare come sostanzialmente positivo un personaggio che si ammazza per far soffrire la gente, per di più adolescente, già di per sé non mi sembra una gran trovata. Immagino più o meno chiunque di noi abbia pensato al suicidio, e di sicuro si è figurato, soprattutto da ragazzino, di farlo causando dolore a qualcuno che gli stava particolarmente sulle scatole. Nel 90% dei casi sono innocue fantasie che nulla hanno a che fare né col desiderio di morire davvero né con la progettazione di un suicidio. Ma si dà il caso che quando scrivi un libro non sai chi ti leggerà; il pubblico è vasto, e mostrare la protagonista come una povera vittima che fa benissimo a gettare la colpa del suo gesto su altre persone – tanto è vero che c’è persino un finale “speranzoso”, e il suo gesto forse salverà un’altra vita – mi pare pericoloso. Potrebbe confermare nel proprio desiderio di morte gente che non solo faceva fantasie, ma al suicidio ci stava pensando per davvero. Non sto delirando, perché esiste l’effetto Werther, ed è una cosa così vera e reale che esistono delle chiare linee guida per parlare di suicidio nei media (che nessuno rispetta, ma vabbè), proprio per evitare casi di emulazione. A sedici anni sei una persona in formazione che sta cercando il suo orizzonte di senso, quel che ti succede a quell’età ti segna profondamente, e per altro la morte l’hai appena capito cos’è davvero, se pure ci sei arrivato. A me sembra che si scherzi col fuoco, ma vabbè.
Il problema non è solo l’idea iniziale. È anche tutto lo sviluppo. Hannah sta male. Le tredici cassette dovrebbero spiegarci perché si suicida. Dopo l’ascolto, l’unica risposta che ti viene data è: si suicida perché la vuole far pagare a chi le stava sulle balle. Per futili motivi, per altro. Perché per il libro è tutto un gran parlare di quanto Hannah si senta rovinata dalla sua “reputazione”, di quanto si senta disperata, ma il perché non lo si capisce proprio. La “reputazione” cui Hannah parla cosa sarà? Io, avendo letto storie recenti di ragazzine devastate da persecuzioni vere e proprie, diffusione di video in cui venivano molestate, o semplicemente facevano sesso, mi aspettavo qualcosa di tremendo. No, la cattiva reputazione di Hannah consiste in due cose: essere stata eletta miglior culo del primo anno, e le voci che girano sul fatto che si sia fatta palpare una tetta da un compagno di classe in un parco. E stop. Che uno si domanda Asher dove viva; a sedici anni pure io, che non ho avuto esattamente un’adolescenza selvaggia, alla tetta c’ero arrivata, ed ero circondata da amiche che avevano fatto sesso, non se ne vergognavano, e al massimo avevano problemi di contraccezione. Ma uno dirà: ok, ma magari Hannah è un personaggio fragile, e quindi per lei queste cose, che a te sembrano piccolezze, sembrano grandi problemi. No, perché nulla di ciò che Hannah fa inducono a credere che sia una debole; per settimane va in giro a registrare nastri, piglia per il culo quelli che la ascoltano, va alle feste, pensa a rimorchiare un tizio che le piace, ha rapporti normalissimi con i ragazzi e le ragazze della sua età. Quando un tizio le palpa il sedere in un locale, aggiunge pure che non è un gran problema, e che le è già capitato. E veniamo al secondo problema: l’irritante perbenismo del libro.
Se vuoi parlare di bullismo, innanzitutto, devi andare a fondo. Non puoi spacciarmi per persecuzione un coglione che ti ruba i messaggini di solidarietà che ti spediscono le tue amiche. Questo non è bullismo, è l’asilo Mariuccia. E non puoi neppure mostrarmi come tremendo il tradimento di un’amica, perché a sedici anni quella è la regola. Se avessi dovuto ammazzarmi perché un amico mi aveva delusa sarei morta quaranta volte, perché in quel ramo me ne sono capitate di ogni: amiche che dall’oggi al domani ti ignorano, che iniziano a prenderti in giro con tutti gli altri, che si mettono insieme al tizio che piace a te, pur professandosi “la tua migliore amica”. Ma questa è l’adolescenza, questo è il male quotidiano che ognuno di noi infligge agli altri, spesso senza neanche volerlo. Non c’è persecuzione, non c’è neppure violenza, se vogliamo essere impietosi: la scena della seconda violenza sessuale è francamente ridicola, e non perché non siano molestie, ma perché sono molestie prima di tutto incomprensibili, secondo poi evidentemente raccontate per ridurre al minimo l’esposizione di scene di sesso. Ma il sesso fa parte della vita degli adolescenti, non puoi tirarti indietro quando si tratta di parlarne, tanto più se vuoi parlare del lato oscuro del crescere. Invece no: niente sesso, siamo americani. Ma il problema non è solo questo. È l’infilare tutto nel mucchio: secondo Hannah, una che ti è amica per convenienza e poi ti abbandona è ugualmente colpevole di uno che stupra una ragazza ubriaca. Tanto quanto. E uno che ti incorona “miglior culo del primo anno” moralmente responsabile della palpata di sedere che ti fa un altro in un locale, probabilmente anche più colpevole. Nessuno tentativo di mostrare le ragioni degli aguzzini, di cercare di capire perché certe cose accadono. No, gli amici di Hannah sono tutti stronzi che meritano di vivere la vita col senso di colpa per la sua morte, lei una santa la cui unica colpa è che quando ha chiesto aiuto (quando??) nessuno gliel’ha dato. Non c’è alcuna analisi, non c’è approfondimento: questo è il bullismo raccontato da chi non solo non sa cos’è, ma manco si ricorda com’era essere adolescente, a meno di non aver trascorso l’adolescenza in mezzo agli Amish, e comunque, secondo me, anche lì i ragazzi trovano il modo di trasgredire alle regole. E questo, francamente, fa incazzare. Perché i ragazzi meritano più di questo, perché se vuoi parlare di cose serie e metterle al centro del tuo libro, analizzarle e indagarle, forse dovresti farlo bene, non edulcorando ogni cosa.
Tralascio l’assurdità di una sedicenne, anche di dieci anni fa, epoca della stesura del libro, che registra tutto su nastro (l’autore dice che è voluto, così le storie sono più “universali” e non invecchiano: un sedicenne oggi non sa manco cos’è un’audiocassetta, e non sarebbe in grado di trovare un registratore per riprodurla manco cercando), o di un’aspirante suicida che passa il tempo a registrare audio, farne tredici copie, preparare mappe e sistemi improbabili perché tutti sentano tutti i nastri. L’apoteosi dell’assurdo è l’incontro col professore. Tu vai a chiedere aiuto disperata, sperando che ti convincano a non ammazzarti: a) lo fai in modo criptico e incomprensibile; b) ci vai col registratore, così poi se fallisce c’hai le prove. Hannah non sembra depressa, Hannah non sembra una che voglia uccidersi, Hannah non è neppure una vittima, a voler essere precisi, visto che non denuncia lo stupro di un’amica e lascia che un palo abbattuto causi un incidente, esattamente come la gente che sta accusando di aver causato la sua morte. Ultima nota per le avvisaglie del suicidio di Hannah: il fatto che dà via una bicicletta e si taglia i capelli. “I segnali c’erano tutti”. Anche qua, io dovrei essere morta due miliardi di volte.
Insomma, il problema non è che sia un brutto libro. Si fa leggere, scorre via. È infarcito di quelle che a me sembrano assurdità, ma questo non sarebbe un problema, e non mi avrebbe spinta a scrivere questo post. È, come dicevo in apertura, sbagliato: perché non spiega assolutamente nulla né della sofferenza che si prova quando si cresce né di problemi assai più profondi, come il bullismo, la malattia mentale, la violenza sessuale. Per di più, tutto sommato ti dice che se ti trattano male fai benissimo a morire per fargliela pagare, che poi le cose si aggiustano. Non per te, ma ‘sti cavoli. Vuoi mettere nella tomba la soddisfazione di averli fatti incazzare tutti.
Mi spiace. Non mi sento di apprezzare una cosa del genere. Non credo sia questo il modo di parlare di questi argomenti. Probabilmente è un problema mio, e questa resta comunque un’opinione, che per altro non trova riscontro in tanti altri pareri positivi che si leggono in giro al riguardo. Ma per me è così. E siccome ho finito la lettura incazzata, ho voluto condividere la cosa.

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I Guardiani della Galassia vol.2

Col consueto ritardo che mi contraddistingue, sono andata a vedere I Guardiani della Galassia Vol. 2, più o meno quando tutti l’hanno già visto e già si sono espressi. Almeno l’ho visto al cinema e non a casa, dai. Anyway, quello che c’era da dire è stato probabilmente già detto tutto, e la mia recensione non aggiungerà molto al tutto, ma vabbè, ho il vizio. Qualche spoiler, ma pochi.
Allora, come più o meno a tutti, il primo mi era molto piaciuto. È diventato rapidamente il mio prototipo di film di supereroi (sotto Jeeg Robot che gioca in un campionato a parte, per quel che mi riguarda). Come tutti, ne avevo apprezzato soprattutto l’aria cazzona. Sono film di supereroi, dio mio, prendiamola con un po’ di ironia! Soprattutto divertiamoci, che cavolo. Il primo lo faceva con un parterre di personaggi interessanti e ottimamente assortiti, con un bel tono giocoso, e un sacco di azione.
Sul secondo il dubbio era: riusciranno a ripetere la formula, o prenderanno la via dell’”evoluzione dei personaggi”, del “è tutto più adulto”, “è tutto più dark” che nel fantastico ha fatto più danni della peste nera? Ni.
Cominciamo benissimo, con la prima ora che l’unica cosa che le puoi dire è che sembra un prolungamento del primo film. Ma, voglio dire, cosa c’è da lamentarsi se poi i personaggi funzionano e la storia gira? Sembra tutto perfetto. Le dinamiche tra i Nostri sono già rodate, non dobbiamo assortire il gruppo, per cui i personaggi e le situazioni si esprimono alla loro massima potenzialità: ok, qualche battuta scatologica può sembrare un po’ scema, ma ci sta, dai, ci sta.
Va tutto più o meno benissimo, con una confortevolissima aria di casa, fin verso all’arrivo sul pianeta di Ego. Là, improvvisamente, gli sceneggiatori realizzano una cosa: porca zozza, la trama non basta. Non ci fai quelle due ore e mezza di film sotto le quali non sei nessuno (perché???? Quando ero ragazzina i film duravano un’ora e mezza, ed era perfetto). Quindi che ci mettiamo in mezzo? La Morale attaccata con lo sputo. Quindi: leviamo tutto quanto fa funzionare il franchise, ossia l’autoironia e il divertimento, e mettiamoci tutta quella roba sulla famiglia che agli americani piace tanto. E gente che parla. Per un’ora. In cui tu vorresti vedere il procione che spara. Giuliano l’ha descritto così il film a un collega: io devo andare a vedere il procione che spara. Ok, il procione un po’ spara, ma smette presto. I nostri non stanno più insieme (altra grandissima vaccata, dato che è l’alchimia tra tutti e quattro che fa funzionare tutto, non certo la scialba storia d’amore tra Gamora e Starlord), e l’azione o qualsiasi altra cosa latitano su ambo i fronti: tra Groot e Rocket, ma pure tra tutti gli altri. Scene e scene sul pianeta inutili, perché ribadiscono quanto lo spettatore ha capito appena compare il padre di Starlord: gatta ci cova, e al minuto 1 dell’arrivo sul pianeta uno già sa che finirà male. Sorvolo sulla sciattezza di far finire Gamora in una caverna per farle scoprire la verità: persino io so che non si fa. Ma non sorvolo su alcune scene che veramente gridano vendetta al cospetto di dio, tipo Starlord che gioca a palla col padre, che io ho sperato fino all’ultimo, con veemenza, che finisse in presa per i fondelli. No. È tutto vero. Il grande topos della famiglia del Sogno Americano: il padre che gioca a baseball col figliolo. Mio. Dio. Sorvolo anche sul cattivo, scialbo, ogni tanto onnipotente ogni tanto no, non si capisce bene in base a quali regole, e pure abbastanza confuso in certe sue scelte. Però, vabbè, diciamo che in un film del genere il cattivo non è proprio la cosa più importante. Più o meno.
Comunque. Poi i gruppi si ricongiungono, parte un po’ d’azione, e lo spirito si risolleva, ma purtroppo non del tutto. Non so esattamente cosa manchi, o piuttosto cosa ci sia di troppo, nella tirata finale. È probabilmente solo troppo lunga. Ma a un certo punto la mente vaga. L’avevo letto in qualche recensione, non ricordo quale: arriva il momento in cui uno si distrae e pensa ai fatti suoi. Ed è vero. Arrivata a un certo punto ho iniziato a pensare ai prossimi sviluppi della storia di Myra e a cosa volevo cambiare/mettere. Così. Mentre i Nostri lottavano per la salvezza dell’Universo, niente meno. Ed è un peccato, perché poi c’è anche una certa intensità nelle scene finali, e quelle meritavano un’adesione dello spettatore più profonda di quella che ho provato io, abbastanza scarsa. È che, ancora una volta, la morale sulla famiglia pare veramente appiccicata con lo sputo.
Non lo so, sembrano due sceneggiature diverse cucite insieme: una che tutto sommato funziona, divertente e divertita. L’altra pesa, pesa di una pesezza che non è tanto nei contenuti (la solita tirata sull’amicizia e la famiglia, e capirai…), quanto nella prosopopea con la quale ti viene sbattuta in faccia, un tanto al chilo, persino con una certa supponenza. Non dico che non dovessero mettercela, anzi; ma andava inserita nel contesto, nella cialtronaggine generale del tutto. Così è solo irritante.
Ora. Non è che non mi sia piaciuto. La prima ora non dico che mi ha entusiasmata, ma mi ha divertita un sacco. E comunque resta sopra gli altri cinecomics della Marvel; solo che la distanza da questi ultimi si è ridotta. Invece di tirare su tutto il resto della compagnia verso lo spirito dei primi Guardiani, hanno tirato giù i Guardiani verso tutto il resto. Eh sì che roba come Doctor Strange – che non è un capolavoro, intendiamoci, ma diverte parecchio, soprattutto nella spettacolare scena finale, che quanto meno è veramente, veramente originale da un punto di vista visivo – mi aveva fatto ben sperare. E invece no. A noi il divertimento non piace; deve sempre venire il momento della serietà. Come tutte le commedie americane, e tante italiane: il primo tempo che ti ammazzi di risate, poi dopo no, dopo ci devi mettere il maledetto sentimento, un minimo di serietà sindacale, e inevitabilmente va tutto in vacca.
Spiace. Si conferma una cosa che già pensavo: il primo film è stato un po’ un caso, frutto del fatto che si portavano su schermo personaggi tutto sommato secondari del canone, e per questo ci si è permessi di osare un po’ di più. Adesso che i Guardiani funzionano, tocca fare sul serio. Farli diventare come tutti gli altri. E vabbè, dai, fa niente. Spero di rivedere in futuro la tipa dorata: era una delle cose più fighe del film. Ah, e almeno un paio delle scene extra sono davvero carine. Però, niente, speravo meglio.

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Westworld: le cose che non ho capito

Qualche giorno fa, ho finito la visione della prima stagione di Westworld. Non ne ho parlato qua sopra perché nel frattempo è passato il ciclone Sherlock e ho preferito dedicarmi a quello. Ma non è che la nuova serie HBO sia passata su di me senza lasciare traccia. Darne un giudizio però mi risulta nel complesso più difficile che con altri prodotti, perché evidentemente si tratta di qualcosa il cui scopo è effettivamente indurre una riflessione più profonda del semplice giudizio di pancia. Nulla in Westworld induce a una fruizione immediata: tutto è fatto per sedimentare, e per essere metabolizzato, dal ritmo tutto sommato abbastanza lento, ai mille particolari che sei chiamato a notare, all’evidente invito a una seconda visione che è il finale di stagione.
Comunque, tempo ne è passato, e posso azzardare non dico una recensione, ma quanto meno un mio parere al riguardo. Che è sostanzialmente positivo, anche se non grido al capolavoro: è un bel prodotto, solido, che si lascia guardare con piacere, soprattutto curato in modo maniacale, privo di qualsivoglia difetto evidente, in cui (come da mia ossessione, lo sapete) forma e contenuto si rispondono reciprocamente in modo molto efficace. Ma, per i miei gusti, è una cosa troppo algida. Il che non significa che non mi sia piaciuto: me lo sono goduto, ma in modo tutto sommato abbastanza distaccato. Non mi sono sentita granché coinvolta dalla girandola delle ipotesi sui “misteri” – che poi è uno solo, e manco così terribilmente misterioso – probabilmente anche perché l’ho visto quando ormai l’universo mondo aveva già fatto tutte le ipotesi possibili e immaginabili e aveva pure già visto il finale, non ho aderito neppure in modo viscerale alla storia. L’ho guardato con un occhio assai più professionale di quanto non faccia di solito; infatti, la cosa che ho apprezzato di più è stata la struttura, pur convenzionale, ma fatta in modo tale da svelarsi del tutto solo nel finale. Chi ha visto sa di cosa parlo. Ecco, quello è davvero un colpo di genio.
Ripeto, non è un problema della messa in scena, degli attori, o di qualche difetto che mi pare di trovare nella serie per il mio gusto: è che i fratelli Nolan sono così, cervellotici ma a volte un po’ freddi. E tutto in Westworld è incredibilmente algido; le scenografie, le recitazioni incredibilmente sobrie e trattenute, i dialoghi perfettamente misurati. Persino la pantomima di West che mette in scena è una roba tutto sommato perfettina e pulitina. È una scelta “poetica” perfettamente legittima, e che per altro trova rimandi in elementi di trama. Solo che a me lascia fredda, esattamente come mi lasciò fredda a suo tempo Interstellar, che era dell’altro Nolan, ma che condivide alcune cose con Westworld: la cervelloticità, la freddezza.
Poi, per il resto, il discorso che la serie porta avanti è interessante, e lo fa anche in modo tutt’altro che banale, senza facili risposte. Cosa sia la coscienza è La Domanda che ci facciamo da sempre, come l’abbiamo conquistata, se si possa definire, misurare, spiegare, o persino se esista davvero, è una cosa che ci fa arrovellare da sempre, e Westworld la butta giù bene, persino senza pesantezza. E poi il tema del controllo dei sistemi caotici, lo stesso di Jurassic Park, che è sempre parto della mente di Crichton, ma declinato in modo diverso, e il libero arbitrio, i confini dell’etica…tutto bello, tutto grande, tutto fatto bene. Solo che…e veniamo al titolo del post.
Ora, io ho l’abitudine di guardare le serie in lingua originale. Ormai è diventata proprio un’abitudine, quindi a volte il doppiaggio proprio mi stranisce, e poi mi serve per fare esercizio con l’inglese. Solo che a volte la cosa è proficua, a volte rischi di perderti dei pezzi. E comincio a credere di essermi persa dei pezzi con Westworld. Da qui in poi SPOILER, perché vorrei il vostro aiuto per capire delle cose che non mi tornano, e nelle quali forse risiede anche parte della mia freddezza per il tutto.
Innanzitutto, immagino saremo tutti d’accordo che inventare l’intelligenza artificiale per permettere a quattro riccastri di torturare, stuprare e uccidere a piacimento sia un’idea in sé abbastanza cretina e pericolosa. Mi pare di capire che in realtà Westworld, e tutti gli altri QualcosaWorld che probabilmente visiteremo nelle prossime stagioni, abbiano scopi più alti, o meno irragionevoli, ma la cosa viene solo accennata, e quindi vabbè. Dopo di che, Arnold questa cosa sembra capirla prima di tutti gli altri, e, una volta compreso che i suoi Host sono in grado di raggiungere la coscienza, decide che è crudele rinchiuderli in quel giocattolone di Westworld e prova a non far aprire il parco. Che come discorso fila. Peccato che senza l’intervento taumaturgico di Arnold, col cavolo che gli Host potrebbero raggiungere la coscienza. E qui ci ricolleghiamo a un altro punto focale della serie che non mi torna: la coscienza, giustamente, non è un percorso verso l’alto, ma un labirinto che conduce dentro se stessi, e il premio finale è l’autoconsapevolezza di sé, il raggiungimento di quella voce interiore che Westworld identifica con la coscienza (che poi pure su questa definizione forse ci sarebbe da discutere). Il finale sembra suggerire che tale premio possa e debba essere guadagnato da soli, in un percorso verso l’affermazione di sé: vedi dio di Michelangelo che è il cervello, vedi Dolores che pensava di parlare con Arnold ma stava parlando con se stessa…Ok, bello, ma non è vero. Se Ford non avesse dato un passato agli Host nessuno di loro avrebbe potuto raggiungere l’autocoscienza. Tutto parte comunque da un intervento esterno. Se lo avessi evitato, se Arnold prima, e Ford poi, non avessero messo gli Host su un determinato percorso, tutti loro sarebbero rimasti bambole.
Ho già presente due obiezioni: la prima, è che gli Host devono essere messi su questo percorso per risultare “veri a sufficienza” e garantire così un’esperienza il più realistica e immersiva possibile ai Guest. La seconda è che tutto questo rimanda alla teoria della mente bicamerale, secondo la quale la coscienza inizialmente si sviluppa come dialogo con un altro da sé, identificato come dio, e solo quando il cervello – biologico o sintetico – raggiunge un certo grado di consapevolezza, riesce a riconoscere la voce altra come propria.
Per quel che riguarda la prima obiezione, io non credo che, ai fini dell’uso che i Guest fanno degli Host, sia così necessario un tale grado di similitudine agli esseri umani. Il 90% dei Guest va a Westworld a sfogare bassi istinti repressi, e anche tutte le narrative sono sostanzialmente sprecate. Per un William che si innamora, si fa coinvolgere nelle storie – e comunque sappiamo bene che fine fa in fondo tutto il suo idealismo – ci sono vagonate di Logan che vanno là a sparare e trombare e stop.
Per il secondo, rimane il fatto che senza l’intervento dei creatori, senza una scintilla iniziale, gli Host sarebbero rimasti robot. È stata una scelta di Ford e Arnold di far intraprendere loro il cammino che li ha condotti alla coscienza, una scelta che avrebbero benissimo potuto non fare.
Qualche giorno fa mi sono imbattuta in questa bella analisi di Westworld. Solo che non sono d’accordo. Per come la vedo io, Westworld mette in scena l’uomo che uccide Dio, sicuramente, ma Dio continua a esserci: Dio è quella scintilla là che ha dato inizio al percorso, e, nel caso degli Host, si chiama Arnold. Nel caso degli umani boh, può essere il caso, le leggi della natura, o un essere sovrannaturale. Ma resta il fatto che qualcuno o qualcosa ti instrada su un percorso che da solo non sei in grado di sviluppare.
Ora, la parola passa a voi. Ho capito male io? Mi sono persa qualche pezzo? Perché, nel complesso, la trama mi sembra un po’ autocontraddittoria: ammazzo tutti gli Host perché poverini, sono coscienti, non voglio che soffrano a essere trattati da pupazzi, ma sono io in pricipio che, scientemente, ho fatto sì che potessero essere altro che bambole.
Ditemi un po’ che ne pensate :)

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Le recensioni forse richieste da qualcuno: Sherlock 4×03

Vabbè, facciamo che vi skippo tutta quella parte lì in cui vi dico che gli episodi andrebbero rivisti, bla bla bla. Il punto è che io conosco un solo modo per ragionare sulle cose: scriverne. Per questo, invece di farmi un’altra visione, o dormirci su, scrivo del gran finale della quarta stagione di Sherlock direttamente adesso, a visione appena finita. Al solito, non eviterò con troopa convinzione gli SPOILER.
Che dovrei ragionarci su lo capisco dal fatto che percepisco chiaramente che stavolta il trucco con me non ha funzionato, ma non so dire esattamente perché. C’è un cerchio che non si chiude, in questa stagione, qualcosa che al netto non torna, e mi rimbalza ai margini della coscienza. Solo che non so cos’è. Spero di metterlo a fuoco scrivendone.
Cominciamo col dire che Sherlock ci ha abbondantemente abituati ai cliffhanger che poi vengono liquidati in quattro e quattr’otto nella puntata successiva, ma qui si esagera: la puntata finiva con Eurus che sparava a John, la puntata si apre con “abbiamo scherzato, era tranquillante”. Che vabbè, ok, non che non ce lo immaginassimo, ma ci si poteva quanto meno sforzare con una soluzione un po’ meno pigra. Comunque.
Per il resto, puntata oggettivamente diversa dal solito, ma che richiama un po’ la struttura di The Great Games, ossia psicotico geniale che gioca al gatto col topo con Sherlock. Solo che Eurus, nonostante una strepitosa interpretazione di Sian Brooke, e la genialata di far interpretare un cattivo a un’attrice con la faccia da buono che più buono non si può, non è Moriarty. Mi spiace dirlo, mi spiace essere rimasta così profondamente legata a un personaggio che comunque è morto la bellezza di due stagioni e quattro anni fa, ma è così. E non è che sto dicendo che occorre ripetere quello stilema all’infinito; va bene provare cose nuove. A loro modo Smith, Magnussen, sono stati ottimi cattivi. Eurus pure probabilmente lo sarebbe – almeno fino al colpo di scena finale – ma poi me la accosti a Moriarty, per ovvie e inevitabili ragioni di sceneggiatura, e allora niente, tutto viene giù. Di continuo, Eurus si alterna a Moriarty, in una giustapposizione che non fa altro che sminuire tanto la statura di villain quanto l’autonomia della prima. Tra l’altro non è neppure chiarissimo: Eurus ha ispirato Moriarty o viceversa? Chi è creatura di chi?
Niente, il primo grosso peccato originale di questa serie, che poi deriva direttamente dai racconti e dai romanzi, è aver creato una roba come Moriarty, per definizione stessa inarrivabile come cattivo, ed esserselo giocato così, alla fine della stagione due, lasciando tutto un po’ orfano. E infatti Moriarty continua a non voler morire, a restare non solo nel cuore degli spettatori, ma pure nella testa degli sceneggiatori. Ma quanto ci si è allargato il cuore quando Moriarty scende dall’elicottero sparandosi in cuffia I Want to Break Free? A me all’infinito. C’è ancora bisogno di lui per tirare avanti una parte della baracca; per far tornare Sherlock dall’esilio, per muovere il piano di Eurus, persino per permettere a Mary di lasciare il suo testamento spirituale. Miss me, miss me, miss me all’infinito. E inizia a essere un problema.
Ho trovato invece interessante una vaga riflessione metatestuale che mi è parso di cogliere in Eurus: cosa vuole fare, la terza Holmes? Giocare con Sherlock, e farlo giocare alle sue regole. Ed è esattamente quello che vogliono gli spettatori, che, a partire dalla terza stagione, hanno iniziato ad accampare pretese di possesso sul personaggio. Che è una cosa ovvia e naturale, che succede con tutte quelle opere che toccano profondamente l’immaginario del pubblico: tutti noi sentiamo di avere diritti creativi, che so, su Darth Vader. È la ragione per cui ci siamo incazzati così tanto coi prequel: non ci mostravano Anakin per come ce l’eravamo immaginato, non gli rendevano giustizia. Secondo noi. Con Sherlock, stessa cosa. Troppe battute, non va bene come si è sviluppato il rapporto tra John e Sherlock, e via così di commento in commeno. E infatti, nella puntata praticamente la totalità delle capacità deduttive di Sherlock – a parte il finale – si esplicano dietro imposizione di Eurus, che ha inventato tanti bei giochetti per farlo ballare. C’è anche un pezzo che urla un po’ fanservice da tutti i pori, direi; non che a me abbia dato fastidio, intendiamoci, ma è divertente che quell’”I love you” del promo su cui tutti si erano fatti delle gran pippe mentali, fosse esattamente quel che tutti speravano.
Ma Sherlock è cambiato, lo si percepisce con chiarezza in tutto l’episodio; spira un’aria diversa.
Comunque, non so neppure che quest’ultima cosa sia un trip mentale mio, o effettivamente una precisa scelta di sceneggiatura. Il mio problema con l’episodio, comunque, è un altro, ed è la scarsa adesione che ho sentito verso la storia. Mentre in generale, quando guardo Sherlock, ci entro dentro completamente, stavolta c’era sempre una vocina che mi teneva fuori dall’intreccio, che non mi permetteva di godermelo appieno. Intendiamoci, il ritmo è una bomba, fila dritto come un fuso, e la tensione altissima in moltissime scene; e non mancano neppure i gran picchi emotivi, che toccano i punti più sensibili del mondo di Sherlock, eppure la sospensione di incredulità per me non è stata completa. Forse è stata la complessiva sobrietà del tutto; in genere, in Sherlock forma e contenuto si rispondono molto (vedi recensione precedente episodio); in questo caso, a un certo barocchismo, a un’esagerazione evidente della trama (la struttura stile escape room, la gente ammazzata, le scelte impossibili…) corrisponde un estremo rigore formale. La regia scarseggia di inserti grafici, preziosismi vari, immagino per stare incollata il più possibile ai personaggi e ai loro sentimenti, che dovrebbero essere al centro dell’azione. Solo che dopo aver visto, nell’ordine, Sherlock che finge il suicidio per salvare le persone che ama, John piangerlo morto, John scoprire che la moglie è un’assassina e ha sparato al suo migliore amico, Mary morire, John a Sherlock litigati e Sherlock rischiare la vita per salvare l’amico e infine quel maledetto abbraccio della volta scorsa che chi cacchio se lo scorda, c’era veramente poco da aggiungere in termini di emotività. John e Sherlock si butterebbero nel fuoco l’uno per l’altro, e lo sappiamo da tre stagioni almeno. Molly ama Sherlock, e lui ne è consapevole e la cosa lo intristisce pure è una roba ormai assodata. Mycroft non è esattamente lo stronzo che cerca disperatamente di sembrare, anche questo era abbastanza assodato. Per cui, più o meno tutto quanto accade nell’episodio e dovrebbe coinvolgerci emotivamente non arriva esattamente come una sorpresa. Ora, tutto questo non significa che Sherlock ha dato tutto quello che poteva, o almeno spero di no: i primi due episodi di questa stagione ci hanno dimostrato che è possibile rivoltare tutto come un calzino, rimanere aderenti al canone e alle cose che amiamo in questa serie, e al tempo stesso cambiare tutto. Ma il magic trick, semplicemente, stavolta non funziona. Tutto bello, nessun errore vero, eppure non funziona. Perché la ricetta delle cose davvero belle non esiste, e la ciambella a volte esce col buco, a volte no.
E poi c’è un altro problema: che mentre i primi due episodi erano strettamente collegati, e facevano evidentemente parte di un unico arco narrativo, il terzo sta un po’ per fatti suoi. Ok, Eurus e Miss Me dovrebbero fare da collante, ma la cosa non funziona davvero; un po’ perché il Miss Me lo si perde un po’ per strada, un po’ perché Eurus appare solo – per davvero – negli ultimi minuti del secondo episodio. Pensate ai primi due episodi: rappresentano un arco narrativo perfetto, di ascesa, caduta, e recupero di un precario equilibrio. Li si può vedere di seguito, perché raccontano una sola storia. Il terzo…il terzo è una specie di spiegazione non richiesta che cerca di chiudere, in modo non completamente compiuto, praticamente l’intero arco narrativo di Sherlock fin qua. Ma non chiude realmente nulla della storia di The Six Tatchers e The Lying Detective. Perché quell’arco era chiuso. Restava da chiarire il Miss Me, che non viene chiarito affatto (è stata Eurus? E a che scopo? E perché solo ora?), e il coinvolgimento di Eurus nella trama di Smith, altra cosa che non ci viene spiegata. In compenso, nell’ordine, ci dicono: chi è il terzo Holmes, perché è stata tagliata fuori dal quadro, chi è Redbeard di cui si vocifera da almeno due stagioni, e, rullo di tamburi, perché Holmes è com’è. Che, non so voi, ma io non me l’ero mai chiesto. Un po’ troppa roba, scodellata per altro in dieci minuti. Ora, non che le altre stagioni avessero questa compattezza monolitica, eh? Soprattutto le prime due. Ma la terza, da questo punto di vista, era un capolavoro.
Chiudiamo con gli ultimi dieci minuti, in cui, semplicemente, l’obiettivo, pienamente riuscito, è farti piangere. Perché sono dieci minuti che davvero chiudono del tutto ciò che è stato Sherlock finora. Ho trovato un po’ fuori luogo il finale a tarallucci e vino, per cui, dopo tutto ‘sto popò di casino, is not a game anymore e compagnia bella, Sherlock e John ci vengono mostrati impegnati di nuovo nella loro consueta routine, come se alla fine non fosse cambiato niente. A chi dice che adesso ci sono Lestrade, e Molly, e Rosie, vorrei dire che ci stavano anche prima, e che Sherlock aveva smesso di essere un sociopatico senza cuore più o meno alla fine della seconda stagione, se non addirittura prima, quando, nello scontro finale in piscina con Moriarty, dimostra chiaramente quanto tenga a John. Però, che dire, c’è Mary che è morta che parla, c’è una carrellata su questi sette anni – per me di meno, ma vabbè – c’è un senso di chiusura definitivo…e quindi niente, non puoi che pensare che è finita qua e amen.
Pare non sia così, che quanto meno ci sia una possibilità di una quinta stagione, o chissà cosa, e va bene. Ma chi dice che lo Sherlock che conoscevamo è finito ha ragione. Il problema è che, non essendo questo un finale aperto, sa solo il cielo cosa potrà essere la “cosa” che verrà dopo questa quarta stagione. Lo scopriremo solo vivendo. Possibilmente non troppo in là con gli anni, speriamo.
E quindi, in finale? Tutto bocciato? No. L’episodio è comunque bello, Mrs. Hudson che passa l’aspirapolvere sentendo heavy metal è da antologia, così come l’unica apparizione di Moriarty, e le battute, e la struttura…tutto. Ma con me non ha funzionato come al solito. È così. Bello, ma non bellissimo. Divertente, ma non devastantemente appassionante. Un bell’episodio di una bella serie, ma non quella roba che poi ci penso per il mese successivo, mi rivedo tutto da capo, e spero di avere al più presto una nuova dose. Ed è questo che mi rattrista un po’. Di dover salutare, chissà per quanto, una cosa che amo così tanto non con l’episodio più bello della stagione o della serie, ma così, con quel po’ di tristezza con cui si dice addio a una storia d’amore finita abbastanza bene, ma pur sempre finita. Ma così è la vita. Non si può avere sempre quel che si vuole, e, alla fine della fiera, it is what it is.

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