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Hill House, o i fantasmi di dentro sono parecchio peggio di quelli di fuori

Come saprà chi mi segue sui social (e ha letto il titolo del post, anche :P ), in questo periodo mi sono vista Hill House. Ho cominciato perché me ne avevano parlato bene, ma devo dire che il feeling iniziale non è stato buono. Il pilot, dopo una partenza col botto, che mi aveva fatta ben sperare, si era ammosciato rapidamente. La noia regnava abbastanza sovrana. Non molto meglio coi due episodi successivi: poca Hill House, che era quel che volevo, un sacco di casini familiari nel presente, casini per altro non poi molto interessanti, almeno ai miei occhi.
Il problema è che Hill House è costruita al contrario di come dovrebbe essere. È scritto a pagina uno del manuale del buon sceneggiatore che il pilot deve acchiappare, e deve darti un po’ il sapore della serie. Pensiamo al pilot di Lost, in cui c’è già tutto, e ti cattura dal primo minuto, per altro ponendoti già tutti gli interrogativi principali cui la serie poi, in sostanza, non risponderà mai (o meglio, lo farà, ma in modo confuso, e comunque non consistente con le premesse delle prime due stagioni). Ecco, invece Hill House no. Hill House non fa niente per spingerti ad andare avanti. Anche visivamente, di prim’acchitto, è respingente: tutto estremamente classico, una casa dei fantasmi come se ne sono viste a iosa, la solita cacchio di famiglia americana, stavolta declinata nella versione “gente incasinata forte e che ormai si odia”, una fotografia laccatissima e distante anni luce da quel che va di moda oggigiorno. Una serie classica, ecco. Fino a puntata tre. Tanto dura l’addestramento. Avete letto Il Nome della Rosa? E le Postille? Ecco, nelle postille Eco spiega che le prime cento pagine del libro sono una specie di addestramento del lettore, hanno valore iniziatico. Devi fare un atto di fede, fidarti e andare avanti oltre il portale della Chiesa, davanti al quale molti lettori fanno i bagagli e scendono dalla collina. Idem per Hill House. Tre ore di addestramento su dieci complessive. Una bella botta.
Ora, io non so che è successo. Sarà che alla puntata quattro, in mezzo ai cliché, è saltata fuori la prima cosa che mi ha veramente inquietata. Sarà che ho visto da lungi delinearsi una serie di tematiche che non si esaurivano né nella casa spaventosa (che comunque già mi andava bene, devo dire) né nella famiglia coi problemi, ma con qualcosa di più profondo, più viscerale e spaventoso.
Poi è arrivata la quinta puntata, con lo svoltone di trama, lo devo dire, geniale. Geniale. Non ve lo dico, sennò ve lo rovino. E lì capisci. Che non si sta parlando di fantasmi, o almeno non di quelli che zompano dalle pareti e fanno bu, ma dei demoni che ti porti dentro, da sempre, e che non sai esorcizzare, e alla fine ti divorano. L’enorme mostro nero de La Profezia dell’Armadillo di Zerocalcare, quella cosa che dentro abbiamo tutti, piccola o grande, ma che in alcuni di noi cresce e dismisura, e si prende tutto.
E poi la sei. In cui, dopo aver sovvertito dall’interno la struttura a spaventarelli (che non mancano) delle storie di fantasmi, ci mandano in vacca anche la classicità formale, con un episodio in cui il preziosismo stilistico non sta messo semplicemente là a far dire “guarda come sono bravo”, un vezzo di tanta serialità moderna. No, serve profondamente alla trama, aggiunge valore a quel che si sta raccontando, cioè una notte infinita, quelle notti che tutti noi abbiamo sperimentato una volta nella vita, in cui non puoi fare altro che attendere, e i tempi si dilatano a dismisura, e i minuti ti pesano intollerabili sulle spalle.
E lì ormai sei di Hill House. Dei cazzi devastanti dei suoi personaggi damaged, anche questo un grande classico, ma declinato con una profondità rara, persino di Hill House, questo grande organismo che si nutre di tutto il peggio di te, questo amplificatore cosmico di demoni personali. E ti piace persino la fotografia con la calza à la Berlusconi, ti piacciono persino le parti ambientate nel presente, l’ipocrisia di Steve, la spocchia di Shirley, l’odiosa incazzatura perenne di Theo, la faccia da pesce lesso di Hugh vecchio. Sono tutti amici tuoi, perché ti ci rivedi dentro.
E sei arrivato al trittico finale. In cui arriva la botta definitiva. Il discorso sulla genitorialità. Le domande poste dalla serie, le tragedie seguite alle risposte, mi sembravano uscite dalla mia testa. Perché in questo stesso modo – n volte meno efficace – finiscono anche nelle mie storie. E quindi niente, lacrime.
Insomma, l’avrete capito, mi è piaciuto davvero molto. Per la struttura insolita, per la capacità di fare conflagrare da dentro gli stereotipi del genere, creando qualcosa di nuovo, per la profondità dei temi e l’originalità del punto di vista. Ora, il finale, comunque bellissimo, resta un po’ troppo spiegato per i miei gusti. Tante cose le avevamo capite senza che ce le sbatteste in faccia. Magari si poteva piuttosto approfondire un po’ di più la storia di Hill House, ma siamo dalle parti dei peccati veniali.
Ora. Io lo so che non tutti hanno voglia di aspettare tre ore per vedere le premesse di una serie decollare nel migliore dei modi. C’è anche chi ha apprezzato molto i primi cinque episodi, e poi non ha apprezzato il resto. Questione di gusti e preferenze narrative. Io però, al netto di tutto, ve la consiglio. Perché è disturbante per davvero; non tanto per quel che si vede, per i fantasmi e gli zompi che ti fa fare, che lasciano tutto sommato il tempo che trovano. Ma perché, come ogni buon horror dovrebbe fare, scava nell’intimità di ciascuno di noi, a far emergere le nostre paure più profonde, i fantasmi quelli veri, che abbiamo nella mente e nel cuore, e che non vanno via chiudendo una porta, o scappando da una cosa. Incidentalmente, serie che, un po’ come BoJack, di cui forse prima o poi vi parlerò (altro gran pezzo di tv…), racconta di che roba devastante sia l’infanzia. Tutto quello che ti succede in quel periodo resta con te per sempre, ti devasta, e non te lo togli più di dosso. Sopravvivere all’infanzia e alla giovinezza è un cappero di lavorone, e non tutti ci riescono, fisicamente e metaforicamente.
Fatevi allora questo giro di giostra nelle vostre paure. Vi prometto grande inquietudine e un finale che un po’ vi farà piangere. E una serie che resterà con voi a lungo.

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The Piccolo Recensore is back: Simulation Theory + Le Terrificanti Avventure di Sabrina

Non ho più tempo per fare niente. Davvero. Anche le cose che si fanno “per piacere” devono inserirsi in una rigida schedula, che è la stessa di tutti i miei impegni. Figurarsi scrivere su un blog che non legge più nessuno.
Ma questa avventura della scrittura iniziò in solitaria, nella mia stanza a casa dei miei, per il mio piacere. E allora stasera cerco di ritagliarmi venti minuti per tornare qua sopra a fare due recensioni, una estemporanea, una che avevo in canna da un po’. Per nessuno, perché va così, ma a volte le cose si fanno perché se ne ha voglia, no? :)
Enjoy per chi leggesse.

Muse – Simulation Theory
“Ti do dieci anni” mi disse Rossella, una sera in cui la costrinsi a prestarmi il suo pc per aggiudicarmi su Ebay un bootleg dei Muse. La teoria era che dopo dieci anni, di quel gruppo lì non mi sarebbe più importato nulla.
Dieci anni sono passati – di più, in effetti – e di acqua ne è passata sotto i ponti. Non vivo più l’uscita di un album dei Muse con tutto quell’hype, e non sono il mio unico orizzonte musicale. Ma nella mia vita ci sono ancora.
I primi singoli usciti di questo ottavo album a studio mi avevano lasciata estremamente perplessa. Eravamo dalle parti di The 2nd Law e Black Holes and Revelations, i due album che amo di meno, e per di più dalle parti di quei pezzi che meno apprezzavo. Avevo concluso che il disco me lo sarei preso comunque, perché sì, ma morta là. Solo che quelle cinque canzoni ho iniziato a sentirmele. E risentirmele. E risentirmele. Perché c’era qualcosa che mi chiamava.
Il disco è uscito il 5. L’ho sentito il giorno stesso, ma con una discreta rabbia, perché iTunes non ne voleva sapere di mettermi nell’ordine giusto le canzoni. Poi stasera, miracolosamente, ogni cosa è tornata al suo posto, e io ho ascoltato il disco come si deve.
Non incontra i miei gusti abituali. Non quelli che avevo quanto Absolution fu per me una specie di folgorazione sulla via di Damasco, non quelli che ho adesso. Ed è anche un disco strano, con dei pezzi che, non fosse per l’inconfondibile voce di Matt, sembrerebbero appartenere a una band completamente diversa. Mescolati per altro a immortali classici dei Muse, tipo i coretti, e la musichetta ossessiva stile Nintendo.
E quindi? E quindi mi piace. Senza ragione. Così. Perché i testi sono belli per davvero, perché i singoli nel complesso non tendono giustizia a un disco che tutto fa tranne che accontentare le tendenze del mercato (a parte l’odioso revival anni ‘80 di tutti i video usciti fin qui, e anche quello trae in inganno) o le aspettative dei fan. Sono i Muse che fanno quello che gli pare, prendere o lasciare. E quel che gli pare è roba a volte catchy, a volte seriamente respingente (vedi Break It to Me, Propaganda), testi angoscianti e canzoni d’amore incongrue ma belle in modo straziante. E infatti, a sorpresa, a parte l’ovvia Something Human (che gira anche tantissimo in radio e forse per questo piace), il pezzo che mi ha preso il cuore è Get Up and Fight. Sì, quella con quell’ “ah ah ah” che tutto urla tranne Muse. E The Void, anche. Ma anche Algorithm.
Ecco, lo vedete? Ero partita per scrivere una conclusione del tipo “però non sono esaltata come con Drones”, e invece avrei da dire qualcosa su ogni pezzo.
Dieci anni sono passati, io ho quasi quarant’anni, ma il tour di Simulation Theory me lo andrò a seguire uguale. Perché per me i Muse sono sempre i Muse.

Le terrificanti avventure di Sabrina
Di Sabrina Vita da Strega avrò visto due episodi in croce. Il fan di famiglia era mio marito, non io. Ma Giuliano voleva vedersi il remake, perché ne aveva sentito parlare bene, e anch’io ero curiosa, dopo avet visto un paio di trailer. Così, intorno a Halloween, ci siamo visti tutta la serie.
So che sta piacendo all’universo mondo. Io andrò controcorrente, perché dentro ci vedo tutti i difetti che trovo nella serialità contemporanea, soprattutto quella di gran successo: da un punto di vista della messa in scena, è perfetto. Ma sotto il fumo l’arrosto langue.
È un prodotto che vuole, fortissimamente vuole farti capire che è curato. La fotografia è qualcosa di spettacolare, le scenografie idem, gli attori scelti in modo a dir poco perfetto, tutti. Bella la musica, bello tutto.
Poi però inizi a farti qualche domanda su come funziona questo mondo qua di Sabrina. Cioè, in cosa consiste esattamente questo culto di Satana? Perché meglio venerare lui che Dio, visto che i satanisti in Sabrina sono la caricatura dei cattolici visti da un americano che un cattolico non l’ha manco incrociato una volta in strada? E streghe si nasce o si diventa? E ‘sta storia dell’inferno? E i Satanisti sono buoni o cattivi? No, perché hanno un simpatico coro parrocchiale, per dirigere il quale ci sono intrighi à la Desperate Housewives, ma al contempo, quando possono, si abbandonando al cannibalismo. Consensuale, eh? Che sennò andiamo troppo oltre.
È tutto confuso. Senza regole fisse che siano chiare, e aiutino lo spettatore a capire cosa accade. Il risultato è che alcune scelte di sceneggiatura sembrano accadere un po’ perché devono. Le cose devono andare così, taci e goditi lo spettacolo, hai visto che figa Zelda?
Forse sono vecchia io. Racconto storie in un modo che è in via d’estinzione. Forse sono prevenuta per via del femminismo di facciata sbattuto in faccia un tanto al chilo che punteggia ogni puntata, o dall’assenza dell’orrore vero, o dal fatto che non si capisce mai se vogliono farti ridere o affondare nella pesezza più angosciante.
Per me è un boh. Lei è simpatica, lui è simpatico, le Weird Sisters sono il più grande spreco di personaggio figo da Star Trek Into Darkness e Khan buttato via così. Ritenta, l’orrore vero sta da un’altra parte, e la capacità di riderne e farci ironia su anche.

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Solo A Star Wars Story, la recensione: Rogue One scansate

Non ho mai sentito un reale bisogno che l’universo filmico di Star Wars venisse espanso. Non pregavo per una nuova trilogia, e ho accolto la notizia che ci sarebbero stati degli spin-off con una discreta indifferenza. Quando ho saputo che ne avrebbero girato uno su Han Solo, mi sono semplicemente detta che non se ne sentiva il bisogno. Ho seguito con filosofico distacco tutte le notizie su attori protagonisti incapaci e registi silurati in corso d’opera. Sentivo che era una storia che non mi riguardava. Il trailer me lo sono visto perché, dai, per me è quasi lavoro. E comunque si tratta di Guerre Stellari. E, a sorpresa, I’ve had a good feeling about it. Non era un trailer paraculo, come molti di quelli più recenti. Diciamocelo, ormai il trailer è un genere cinematografico a parte, con opere che raccontano storie praticamente autonome rispetto al film, che del film stesso ti dicono pochissimo, e della pellicola spesso sono di gran lunga migliori. Il trailer di Solo no. Era un trailer come se ne vedevano una volta, e trasmetteva l’idea di un film col giusto mood, solido e un po’ old style. E quindi nulla, alla fine sono andata a vedere anche il film. Oggi. E alla fine mi è partito l’applausino, perché per l’80% della visione sono stata col sorriso sulle labbra, mi sono divertita per due ore, e io non so cos’altro si possa chiedere a un film di Star Wars se non che quel che ci dà Solo. Davvero. Non ci saranno spoiler, per cui andate avanti tranquilli. Quel che ci sarà, saranno ampi pipponi sui massimi sistemi della narrazione d’intrattenimento, su questo siete avvisati :P .
Metto le mani avanti. Non siamo dalle parti capolavoro. Non ci sono guizzi particolari, se non un paio di belle idee sulle scene d’azione, ma nulla che faccia strappare i capelli. Fin dalla prima inquadratura, Solo non vuole essere altro che un onesto film d’intrattenimento, basato su una trama semplice e personaggi coi quali è facile empatizzare. Non ti vuole spiegare che pure la Ribellione è composta da brutti ceffi, e il male e il bene sono mischiati e bla bla bla (per quanto, c’è una scena di 30 secondi, all’inizio, che spiega meglio di tutto Rogue One quanto sia scema e brutta la guerra), non ti vuole insegnare grandi verità sulla vita, non ti vuole insegnare proprio niente tout court. Ti vuole divertire. Ripetiamo: DIVERTIRE. Ed è in questa sua straordinaria onestà d’intenti, e nel fatto che comunque Ron Howard è uno che il cinema lo conosce e lo sa fare, la sua grandezza. D’altronde, non stiamo parlando di sei tizi disperati che devono schiattare dopo due ore di film; Han è il pirata guascone per eccellenza, il personaggio che per tutta la trilogia classica ha tenuto sulle spalle la parte ironica e divertita della saga. E Solo è proprio questo: un film intriso di quello spirito degli episodi IV, V e VI che, nel corso degli anni, semplicemente si è perso – e solo in parte, e in modo non del tutto riuscito, si è cercato di recuperare in The Force Awakens -, una grande e bella avventura su gente che vuole esplorare la galassia, conquistare la bella del suo cuore, ma soprattutto esplorare la galassia, e sparare alla gente.
Sembra tutto estremamente ovvio, che uno a volte al cinema abbia anche solo voglia di divertirsi, soprattutto quando va a vedere un film così pop, e invece non lo è. Tutti i film del genere più recenti non possono esimersi dal cercare di essere “adulti”, qualsiasi cosa questo voglia significare, dall’avere una “svolta dark”, che, sia maledetta, ha rovinato anche roba bella come Harry Potter. Non a caso, la critica più incomprensibile che ho letto sul film si lamenta che è “roba per ragazzini”. Esatto. Come tutta la trilogia classica di Star Wars, che, vi do una notizia straordinaria, non è Godard, non è Truffaut, ma è un film – seminale, certo, che rilegge e rinnova temi antichissimi, fondando sostanzialmente un’epica moderna – per bambini, cresciuti e non. È una fiaba. E non c’è nulla di male nell’esserlo, e nell’apprezzarlo. L’uomo di fiabe vive, ha sempre vissuto. Siamo noi che, per darci un tono, abbiamo costruito intorno a Star Wars un apparato critico la cui unica funzione è ormai solo nasconderci la verità: che questa storia ci piace perché ci fa tornare bambini. Che vergogna, eh?
Comunque. Per quel che mi riguarda, Solo è il gran film di avventura a tema Star Wars che aspettavo da Il Ritorno dello Jedi. Una cosa diversa rispetto al filone principale della saga, ma di cui personalmente sentivo il bisogno. Succedono tante cose, in una trama lineare, semplice, ma intorno alla quale si tesse una girandola di eventi perfettamente calibrata: non ci si annoia mai, ma non ci si deve mai fermare a pensare cosa stia effettivamente accadendo, perché tizio si ritrova lì e a far che. Tutto è chiaro e cristallino, e scivola via in scioltezza. I personaggi, a parte una grossa eccezione, sono interessanti, divertenti, e ci si appassiona loro in meno di zero. Le inevitabili morti coinvolgono lo spettatore, ed entrare nel film, nella sua atmosfera, è facilissimo. L’eccezione è Qi’ra; personaggio messo lì perché il romance è un elemento topico di film del genere (ci arriviamo), non è risolto, forse volutamente. Infatti mi ha sorpresa, ma il film ha un finale spalancato, che sta proprio sulle spalle di Daenerys (dai, purtroppo Emilia Clarke ormai Dany ce l’ha stampata addosso, è un personaggio da lei inscindibile). Resta il fatto che le sue azioni sono le meno giustificate del film, e forse due minuti due per spiegarci cosa sono queste cose indicibili che ha fatto (o almeno farci vedere come queste cose indicibili l’abbiano trasformata, e fatta diventare una donna diversa e più dura) potevano essere utili. Ma è peccato veniale.
Per il resto, il film fa quel che deve, davvero. L’adesione al canone di Star Wars, in termini di scene tipiche della saga, è commovente. C’è l’inseguimento, il mostro, la storia d’amore, lo humor. C’è tutto quel che ti aspetti, servito con tale garbo e maestria che non stai mai lì a dirti “eh, ma è tutto già visto”. No, dannazione, no! È già visto se è messo in scena in modo sciatto e banale, ma Howard è uno che questi meccanismi li conosce bene, e quando li mette in scena, non lo fa perché gli son finite le idee, ma è perché come fossimo nell’epica classica, in cui sai che Aurora ha le rosee dita e, quando l’eroe muore, le armi tuonano su di lui. È il canone del genere, è ciò che rende questa storia archetipica, e dunque così amata. Per altro, i rimandi all’universo di Star Wars sono così tanti che a un certo punto uno smette anche di vederli e contarli: rimandi in termini di scene, di elementi di trama, di oggetti e personaggi. È un film profondamente dentro l’universo di Star Wars, più di qualsiasi altro dei nuovi.
E poi c’è questa cosa meravigliosa, per cui tu sai cosa succederà in certi punti, perché è storia: sai che Han vincerà il Millennium Falcon a carte, sai che la sfangherà, e farà la dannata rotta di Kessel in dodici parsec. Il rischio noia è quindi altissimo. E invece no: perché quando dietro la camera hai uno che sa fare il suo lavoro, quello riuscirà a crearti la tensione anche dove non può essercene, sparigliando le carte, creandosi isole di libertà creativa anche nell’alveo di una trama che chiunque sa essere già scritta. Non vi faccio spoiler perché questi pezzi di bravura vanno apprezzati anche grazie all’effetto sorpresa, e io ho apprezzato davvero molto.
Spendo due parole anche per il cast, che, a mio modesto parere, è azzeccatissimo. Sì, anche Alden Ehrenreich, che ha la faccia giusta, e non sarà il mejo attore del bigoncio, ma come Han Solo pischello funziona, e bene. Lando fantastico, e grandi anche tutti gli altri.
Insomma, io ve lo consiglio tantissimo. A patto che sappiate lasciarvi ancora andare a godere dell’avventure pura e semplice, che non si propone scopi alti, ma solo dell’ottimo intrattenimento, realizzato al meglio delle capacità di tutti coloro che hanno contribuito a produrlo. In questo senso, è un grandissimo film, come se ne vedono pochi, di recente, e come vorrei vederne di più.
Il cinema è bello perché è vario, ce n’è per tutti i gusti, e ormai anche Star Wars è un universo enorme, in cui ognuno può trvare la declinazione più adatta ai propri gusti. E Solo è il piatto giusto per il mio palato.

P.S.
Per chi volesse capire il titolo della recensione, qui trovate ampia disamina del perché Rogue One non mi è granché piaciuto.

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The Last Jedi reload. La recensione con l’80% di deliri in più

Ieri ho rivisto The Last Jedi. L’ho fatto come al solito in lingua originale, per l’esercizio con l’inglese, ma pure perché ormai mi piace farlo così. E la sorpresa è stata che il mio giudizio sul film è cambiato. In meglio. Mi era già capitato con The Golden Army, ma in genere è una cosa rara. Molto più facile che un film che mi piaceva alla seconda visione invece mi deluda, o il mio giudizio resti invariato. E invece no.
È che, una volta che non hai più l’ansia, le aspettative, e sai la trama, d’improvviso scopri un sacco di cose che in prima battuta ti erano sfuggite. Che ai fini delle vendite in home video è, immagino, una gran cosa. Ai fini della fruizione del film stesso non so. Non ho ancora deciso se sia un bene o un male.
E quindi niente, il Piccolo Recensore che è in me si è svegliato, e ha deciso di aggiungere una postilla alla vecchia recensione, che potete leggere qua. È che su certe cose ho proprio cambiato idea. Tipo: la prima ora non mi è sembrata così noiosa come ricordavo. Il ritmo è più blando, ma la costruzione dei personaggi e della trama lo richiedono. La parte di Rey e Luke sull’isola ha un suo senso e non è tirata per le lunghe, e anche le chattate Telegram tra Rey e Kylo non sono sovrabbondanti: sono giuste, tutte. Persino il non parlarsi all’interno della Ribellione non l’ho trovata una cosa così ingiustificata come la prima volta. Tutto sommato Poe è effettivamente uno scemo che potrebbe mandare tutto all’aria (e lo fa), e di Holdo non si fida. Resta tirata tutta la dinamica dell’inseguimento al rallentatore tra Primo Ordine e Ribelli. Ok, te lo spiegano, ma perché il Primo Ordine non chiami rinforzi che fermino la fuga dei Ribelli io continuo a non capirlo. Altro grosso problema resta la sottotrama di Finn e Rose, che è pure gradevole, ma non va da nessuna parte. Non serve a niente, se non ad aggiungere inutile minutaggio al film. L’effetto è stato lo stesso della prima visione: arrivati al duello di Rey e Kylo, sembrava che il film fosse finito. E invece mancava la parte più importante.
Quindi dici: vabbé, ma dov’è che hai cambiato idea?
Nel giudizio complessivo. È un film compatto, ragazzi, non è per niente diviso in due come mi era parso. E fin dalla prima scena ti dice a che gioco sta giocando, anche se le carte te le scopre lentamente. Ma è come il famoso patto col diavolo citato ne Le Postille a Il Nome della Rosa da Eco: il film te lo sta dicendo dove sta andando a parare, da subito. E d’improvviso mi è stato chiaro perché tanti fan non l’hanno apprezzato. È un’enorme opera di decostruzione di quanto prodotto nel film precedente, ma anche nelle altre trilogie. Il famoso “culo” di Leo Ortolani (referenza, che sennò è tutto molto ambiguo :P ). Si parte distruggendo la figura dell’eroe, pur celebrata nella prima, bellissima scena, della sorella di Rose che si fa schioppare per distruggere l’incrociatore. Poe manco fa in tempo a mettere piede sul ponte della sua nave, che Lela già gli dice chiaro e tondo che ha fatto una cazzata, e che i suoi eroi sono tutti morti. E si prosegue così. Finn incontra Rose, e anche qua si ricama intorno al concetto di eroe: per Rose Finn lo è, ma noi sappiamo che è un povero Cristo infilato in un gioco più grande di lui, spinto avanti più che altro da una possente trazione tricotica (tira più un pelo di Rey…). E infatti Rose lo deve fulminare perché sta scappando. Su Luke manco mi pronuncio, che tutta la parte sull’isola è solo un’enorme, gigantesco manifesto de “gli eroi non sono per niente come te li immagini, e comunque sono tutti morti”. E lasciatemi spendere due parole per la gigantesca figura di Luke, che manco a Mark Hamill è piaciuto e io davvero non capisco perché: è il maestoso monumento al fallimento di un’intera generazione che credeva a qualcosa, e ha scoperto di non essere all’altezza dei propri sogni. E sì, è stato proprio lui a mandare tutto in vacca (anche se la sceneggiatura ammorbidisce un po’ il suo tradimento nei confronti di Ben) e allora? C’è un uomo sotto l’accappatoio di spugna marrone, un uomo ferito e abbattuto, che pure, alla fine, ha la forza di risollevarsi e almeno morire facendo ciò in cui crede, in un passaggio di testimone da brividi.
Ci distruggono un po’ tutto: l’eroina predestinata che è figlia di N.N. ed è stata scelta dalla Forza a caso, i Jedi che non erano ‘sto granché, l’equilibrio nella Forza che non significa più riassorbire il male nel bene, ma accettare che entrambi esistono, e non possono essere ridotti l’uno all’altra. E questa decostruzione trova il suo contraltare nel ribaltamento di molte scene topiche degli altri film. Grandissimo, per dire, il pezzo del ferro da stiro. Che, immagino, la maggior parte della gente abbia considerato una roba fuori luogo, e invece appartiene ancora a quel filone di uccisione dei padri cui tutto il film, in ogni fotogramma, allude. Sì, ragazzi, la nave di Boba Fett è un cazzo di ferro da stiro da lavanderia, ok? E ve lo sbatto in faccia. E anche Luke che butta via la spada, infrangendo uno dei grandi stilemi di questa saga (quando ti danno la spada si fa la faccia seria, e sei investito a cavaliere), che a me non fa ridere manco per niente. O ancora Kylo, verso la fine, che quando vede Luke non pensa a scendere dalla nave e affrontarlo in singolar tenzone, stile Obi Wan con Darth Vader, ma gli fa scaricare addosso vagonate e vagonate di colpi, che è il contrario di tutto ciò che ci hanno sempre detto di come vanno le cose tra grandi nemici.
E poi, la morte di Snoke. La morte di Snoke è un capolavoro. Perché è identica a quella dell’Imperatore in Return of the Jedi, almeno fino a un certo punto. Identica la posizione dei personaggi, identiche le cose che si dicono, identica la flotta ribelle, là fuori, che rischia di essere spazzata via. E tutti noi siamo lì a sbuffare, a dire “sì, ma questo l’ho già visto”. E allora Johnson ti spara in faccia “col cavolo!”, e Ben affetta Snoke – in modo per altro decisamente poco eroico, con uno stratagemma piuttosto vile – e a quel punto il film sterza. Fine, ragazzi. Tutti i padri sul tavolo stati ammazzati, eroi non ce ne sono più, ci sono le nuove generazioni, e sono loro che porteranno avanti la baracca. E, come dicevo anche nella precedente recensione, quest’opera di distruzione non è fine a se stessa, ma propedeutica a una nuova epica, disincantata quanto ti pare, ma comunque pregna di afflato mitico. Ma non sto a ripetere cose che ho già detto l’altra volta. Piccolo inciso, per altro, sulla morte di Snoke: mentre avviene, Snoke letteralmente la descrive. È una di quelle cose che puoi notare solo a una seconda visione, perché sai cosa accadrà, ma Snoke dice tutto ciò che fa Ben, e ho trovato il tutto piuttosto ambiguo. Ok, è vero: Ben gira la spada davanti a Rey, davanti a Rey la attiva, tutto specularmente alla spada di Luke sullo scranno di Snoke. Ma mi sono comunque domandata se sotto l’omicidio di Snoke non ci sia altro, se l’inutile cattivo con la faccia scartavetrata forse non la sappia più lunga di quanto immaginiamo e non sia proprio morto morto morto.
Altra cosa che cogli solo se riguardi, è che anche il duello nella Forza di Luke e Kylo è un gioco di prestigio con le carte scoperte. Luke si presenta con una spada che è stata distrutta qualcosa come dieci minuti di film prima, e per tutto il duello lui e Kylo non si toccano mai. Non si incrociano neppure le spade. Te lo stanno dicendo che Luke non è la, ma la forza iconica di quel che accade, la capacità di costruire la scena, sono tali che non te ne accorgi. Ci devi proprio fare caso.
E insomma niente, tutto il film è una cosa pensata. C’è una poetica dietro, per scomodare un parolone. Che avevo già intravisto in prima visione, ma che quando riguardi, spoglio di tutte quelle ansie da prestazione con cui uno va a cinema a vedere un film di Star Wars, emergono con grande prepotenza, che ti si impongono. Per altro, questo film potrebbe persino non avere un seguito. Non è il segmento centrale di una saga di tre. È l’episodio finale di una bilogia. Ha una conclusione in sé, e lascia per il dopo un territorio completamente vergine, che è possibile davvero popolare con tutto ciò che si vuole. Qui è dove mi astengo dal ripetervi di nuovo che l’idea che dopo questo film torni in sella J.J. mi metta la depressione, ma lo sapete già.
E quindi niente, lo volevo dire. Perché mi è piaciuto, perché dentro ci sento spirare lo spirito dei nostri tempi, e, non lo so, secondo me questo film è destinato a durare, più degli evanescenti prequel, più del riassuntone delle precedenti puntate di The Force Awakens. Lo riprenderemo in mano, tra qualche anno, e capiremo che ci diceva davvero qualcosa di quel che siamo, qui e ora, di quello in cui crediamo, e che, come la trilogia originale, ha quanto meno tentato di porre le basi di un’epica nuova. Poi, vabbè, arriva Jar Jar Abrams e probabilmente brasa tutto, ma il tentativo c’è stato, e non potrà essere del tutto cancellato. E noi siam tutti un po’ il pischello con la scopa (che si vede nella sottotrama di Finn e Rose, l’avevate notato? Notatevatelo!). May the Force, qualsiasi cosa ne sia rimasto, be with you.

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Altered Carbon. Anche meno.

Ho finito di vedere Altered Carbon. Trattasi di serie Netflix tratta da un libro che ho molto amato (ma che ho letto un milione di anni fa circa, quindi non chiedetemi troppo della trama che non ricordo); in Italia si chiama Bay City e ve lo consiglio moltissimo. Questo per dire che partivo abbastanza carica a pallettoni, anche se avevo anche beccato qua e là pareri non proprio entusiasti.
Vabbè, dalla premessa avrete che capito che per quanto mi riguarda non ci siamo. Non ci siamo per una serie di cose che ho messo a fuoco abbastanza bene, e per tutta un’altra serie che attengono invece alle sensazioni. Non so quindi se sarò chiara a sufficienza da spiegare perché Altered Carbon è in linea di massima un ni, che però scantona al no per alcune ragioni laterali. Proviamoci, comunque, dai.
Dal lato dei sì si può mettere in blocco tutto il comparto tecnico: la colonna sonora è perfetta, credo anzi la comprerò, la fotografia magnifica, la regia salda. Casca l’asino giusto nelle coreografie dei duelli, confuse e francamente brutte, con robe che risultano palesemente finte e gente che fa piroette a caso. Esempio, il tizio che correndo fa una sforbiciata in aria per saltare una bicicletta che non stava sul suo percorso. Ma un po’ tutte le volte che si menano è tutto un po’ meh. Il dramma è che il problema peggiora col tempo, con gli ultimi duelli peggiori dei primi. Forse si sarà licenziato il coreografo, chissà.
Piuttosto anonima anche l’ambientazione. Futuro distopico cyberpunk quadratico medio, come ne abbiamo visti a pacchi: un po’ Nathan Never, un po’ Blade Runner, un po’ Cowboby Bebop. Un minimo di sforzo in più per immaginarsi un futuro meno trito sarebbe stato gradito. Spiccano ovviamente l’idea delle pile corticali, che viene sparata dal libro, ed è il fulcro di tutto, e Poe, l’AI/hotel del mio cuore, che appena l’ho visto l’ho amato, è il peggior spreco di personaggio della storia della fantascienza, e adesso voglio lo spin off, qui e ora, datemelo e nessuno si farà male. E con questo, abbiamo più o meno esaurito i lati di eccellenza. Rimane il resto, che è penosamente medio.
Vagamente arruffata la trama, anche se, va detto, è ben condotta, senza eccessive pigrizie di sceneggiatura e facendo tornare tutto di un gran bene alla fine. Però è un casino. Alla linearità della trama hard boiled del libro – ed era quello, il bello, un hard boiled di fantascienza – si sostituisce un casino di trame e sottotrame che spesso interessano poco. Si divaga di continuo, le scene vengono allungate oltre il dicibile, si sprecano inutili flashback per ribadire l’ovvio, e tutto si trascina così, lasciando allo spettatore l’impressione che ogni volta rimanga fuori fuoco la parte davvero interessante. La trama dell’indagine sull’omicidio di Bancroft, all’inizio, per dire, o la tipa blaxploitation-like alla fine, che promette orge di sangue che manco in Tarantino, e poi si limita a due minuti di menare girati male. Vabbè. Ma, voglio dire, uno alla fine a un ritmo un po’ lento può anche passarci sopra. Se ci fossero tipo dei personaggi che non sono etichette semoventi e una trattazione delle tematiche della serie portata avanti col minimo sindacale di approfondimento. No. Entrambi non pervenuti.
I personaggi sono più o meno tutti stereotipati. Che, anche qui, non è un problema: tanti bei topoi narrativi, le migliori opere pop hanno personaggi visti e rivisti ma reinterpretati alla luce di una visione originale, o semplicemente scritti da dio. Per restare in ambito, vedi alla voce Cowboy Bebop. Ma qui niente, tutta gente così che magari dice anche cose, ma in modo terribilmente didascalico. Il duro Kovacs che però, porello, è solo ferito dalla vita; la sorella pazza che vuole solo il fratello indietro; i ricconi stronzi dediti alle peggio perversioni; i ribelli fighi e treccinati (e sempre ben truccati, ragazzi, pure in mezzo alla jungla, che il make up è importante) idealisti e tanto buoni. Tutto così, buttato in faccia un tanto al chilo, col dispendio minimo di energie.
Anche la spettacolare premessa della serie – l’anima ormai per davvero svincolata dal corpo, perché grazie alle pile corticali tutta la tua essenza viene salvata su pennino USB, e quindi può essere travasata ad libitum in altri corpi – viene banalizzata nel più trito “who wants to live forever?”: ma nessuno, ovviamente, perché i limiti, l’umano, che senso ha la vita senza la morte, e via di banalità in banalità.
Ripeto, nessuna di queste tematiche ha un problema in sé. Mi vuoi dire che morire ha un senso nell’economia dell’esperienza umana, che anzi è un’esperienza imprescindibile per potersi definire esseri umani? Ok. Ma sviluppami il tema con un minimo di profondità, non con i cattivi cattivissimi che te lo dicono in faccia. Giuro, a un certo punto c’è una bonona da battaglia che, davanti a una platea di straricchi, dice più o meno testuali parole “so che questa cosa qui è proibita, ma noi siamo Meth, noi siamo sopra le regole, e quindi lo facciamo uguale”. Ma che davero davero?
Poi apprezzo il tentativo di fare una cosa pop, profondamente pop. Ma le cose così bisogna saperle fare. Se vuoi spingere sul pedale dell’eccesso, poi mi vai fino in fondo. Kovacs che si strappa il cuore dal petto, in un interrogatorio per altro di rara inutilità e e tirato così tanto per le lunghe da diventare una specie di tortura pure per lo spettatore, è semplicemente una trashata non supportata da tutta una serie di elementi di contorno che le avrebbero dato dignità. Chi di voi ha letto Bastard!! ricorderà l’effetto che faceva Dark Schneider che si apriva la cassa toracica; roba di un altro livello. La già citata tipa in latex dell’ultimo episodio, vagamente psicopatica e assetata di vendetta, è una bella idea. Peccato che poi la si metta in azione per pochissimi minuti, e faccia un po’ la figura del deus ex-machina (due volte, per di più).
E poi c’è Il Problema: la pesezza. Il mondo contemporaneo dell’intrattenimento è ammorbato da prodotti pop che si prendono incredibilmente sul serio. La pretenziosità regna sovrana, tutti sembra che stiano lì a insegnarti a campare, a svelarti profonde verità sull’umano. Ragazzi, è una serie televisiva, sono storie. Tu non stai lì a insegnare niente. Tu stai lì a divertire la gente, e, quando ti dice bene, a ossessionarne le visioni, a entrargli nel cuore e a restare con lei per sempre. Ma per farlo, non ti puoi mettere su un piedistallo. Devi stare in mezzo alla gente, al suo livello. Stai con loro, non sopra.
Intendiamoci, perché per me questo è un punto molto importante. Io non sto dicendo che il pop non abbia una sua altissima dignità. Lo pratico, voglio dire…e non sto dicendo che non possa veicolare contenuti, anche di peso. Quando è buon pop è l’espressione dello zetgeist, svela lo spettatore a se stesso, è l’espressione di un’intera cultura immortalata in un preciso momento storico. Quindi il pop è importante. Ma la prosopopea con cui certa gente lo pratica è la sua stessa negazione. È mero scimmiottamento della cultura alta. Si chiama pop perché è popolare, nessun autore che lo pratichi dovrebbe mai sentirsi altro che il prodotto di una certa società. Il suo merito sta nella sua capacità di coglierla e rappresentarla con efficacia. Stop.
Bay City era bello perché ti faceva riflettere appunto su quest’ossessione occidentale per il dualismo corpo-anima, indagava i rapporti tra le due entità quando queste vengono per davvero disgiunte, e lo faceva con una trama che divertiva, e un personaggio straordinario, la cui voce era divertente da ascoltare, le cui azioni erano appassionanti da seguire. Non ti voleva insegnare nulla. Ti voleva presentare il proprio punto di vista sulla vita.
Altered Carbon si apre quasi sempre con un pallossisimo pippone filosofico portato avanti dalla voce off screen del protagonista, che dall’alto della sua depressione, maturata in una vita densa di sfighe che manco uno iettatore di professione, ci cala dall’alto la Verità. Anche il messaggio di fondo ti viene sbattuto in faccia. Non è posto in termini dubitativi, non è proposto come suggerimento, no. Raga, se vuoi vivere per sempre sei uno stronzo che tra cento anni finirà a torturare coniglietti per il proprio piacere sessuale. Fine. Non c’è uno dei soli dei ricchi immortali che non sia scolpito ad accettate nel modello bastardo fatto e finito, non c’è ribelle (sì, i ribelli si chiamano Ribellione, così, secco, altro che ISIS, tigri tamil et similia) che non sia un guascone idealista amante dei bambini. Il trionfo del manicheismo spinto. Il peggior buonismo nascosto sotto una patina “realista” solo perché si pigliano a mazzate e ci sono quella decina di nudi frontali maschili e femminili. Grazie per la lezione, ma io voglio continuare a campare fino alla fine dell’Universo, se me ne viene data la possibilità.
E insomma, niente. Non sarebbe neppure tanto male, se non cercasse di essere quel che non è. Non sei un trattato di filosofia, non sei la mejo serie televisiva dei prossimi venti anni. Sei un prodotto qualsiasi che ha sprecato una buona idea in una rappresentazione scialba e priva di mordente. Stacce. E la prossima volta meno arroganza, grazie.
A parte Poe. Poe, ti amo, vienimi a gestire casa tipo Google Home. Anche coi mitra, ovviamente.

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Annihilation, un ameno pic-nic nell’orrore

Ahò, giuro, l’ho visto ieri, il giorno dell’uscita, e per di più di mattina. Ma niente, già ne hanno parlato tutti, e quindi arrivo in ritardo anche stavolta. Sto parlando di Annihilation, il film tratto dall’omonimo libro di Jeff VanderMeer uscito qui in Italia solo su Netflix. Perché ve ne parlo? Perché io quel libro là l’ho presentato, a Gavoi, per la precisione, se non erro tre anni fa. Ero io a far le domande all’autore in una frizzante serata estiva, davanti a una platea di svariate centinaia di persone, per cui in qualche modo fa parte della mia storia. Poi perché è il primo film che vedo su Netflix, e poi perché mi ha colpita. Mi sembrano tutte ragioni di cui frega cavoli a nessuno, ma ciò non mi ha mai fermata dal dare la mia opinione, sia mai :P .
Iniziamo col botto, permettendo a tutti i cinefili presenti di fare harakiri: io, devo dire la verità, questa fruizione particolare dei film nuovi a mezzo Netflix non la disdegno affatto. Contesto: Annihilation è uscito nelle sale tipo di USA, Canada e credo Cina; nel resto del mondo, la casa di produzione ha fatto un accordo con Netflix per una distribuzione esclusivamente digitale. Il motivo è che Annihilation non è esattamente un blockbuster da cassetta, e la casa di produzione non se l’è sentita di rischiare una costosa distribuzione e poi non rientrare delle spese. Il punto però è che io col tempo ho iniziato a non amare più tanto l’esperienza cinema. In parte la cosa ha a che fare col fatto che, quando hai dei figli, andarci diventa sempre più complicato: se non siamo in ambito film per l’infanzia, tocca trovare la quadra tra gli orari del cinema, la tua capacità di tenere la palpebra alzata fino alla fine nonostante le sveglie mattiniere, e qualcuno che ti tenga a casa la prole mentre te ti godi il film. E non è per niente facile, tanto è vero che dall’invidiabile media due film al mese di quando eravamo pischelli, io e Giuliano siamo passati a tipo tre film l’anno. Inoltre, a cinema a volte succedono cose che, come dire, non migliorano l’esperienza complessiva: film che partono venti minuti dopo l’ingresso in sala, perché prima ci stanno quelle ottanta pubblicità varie da fare vedere alla gente, all’interno delle quali c’è spazio per uno, massimo due trailer, schiacciati tra promo di macchine, patatine e il pizzettaro all’angolo; spacchi tra primo e secondo tempo inseriti completamente mentula canis, a volte spezzando a metà una battuta; la gente che parla, la gente che si controlla il cellulare, la gente che ride a caso, la gente.
Ora, è vero che certe pellicole – e questa è una di quelle – beneficiano del passaggio su grande schermo. Penso a tutti quei film in cui l’aspetto immaginifico e gli effetti speciali giocano un ruolo importante, e dunque sul televisore di casa perdono un po’. Che ne so, Pacific Rim, in effetti, visto a cinema era un’altra cosa. Però a casa ho almeno due gran vantaggi: non devo attraversare mezza Roma alla ricerca del cinemino d’essai per vedermelo in lingua originale, e posso rivedermelo quante volte voglio dopo la prima visione. Quindi, boh, io sarei per una sinergia Netflix-cinema di qualche genere. Non è facile farla senza danneggiare le sale, mi rendo conto, ma è pur vero che qua la comodità è tanta.
Ok, ci siamo disfatti con eleganza dei cinefili :P . Possiamo passare a commentare il film.
La prima cosa che balza all’occhio è la contemporanea fedeltà e infedeltà al libro – che mi era piaciuto, visto che l’avevo presentato. La fedeltà sta nelle atmosfere complessive, che sono, vi giuro, identiche a quelle del libro. Mentre tutto il resto è completamente diverso: diversi quasi tutti i personaggi, diversa l’Area X, soprattutto diversa la conclusione della storia, e il suo senso. Ma lo spirito è indubitabilmente quello, ed è probabilmente l’unica cosa che conta. Annientamento è un libro che vive praticamente solo dell’ambientazione. È un viaggio allucinato e allucinante in un mondo incomprensibile, grottesco, estremo. Il resto, storia, personaggi, trama, stanno al traino, e tutto sommato non sono neppure importanti. È importante l’Area X, quella natura virulenta, violenta e inconoscibile che rappresenta quel patto che abbiamo violato millenni fa, quando con la rivoluzione agricola l’uomo smise di essere un animale come tanti e iniziò a modificare pesantemente l’ambiente intorno a lui. Solo che la natura una strada la trova sempre…
Per il film vale la stessa cosa. I personaggi sono praticamente tre, e uno solo ha quella reale profondità che ti permette di empatizzare. La storia è talmente semplice che il regista te la spoilera in apertura, cosicché, a differenza del libro, la tensione narrativa non è tenuta su dal cercare di capire l’Area X e i suoi misteri. Il film si fa vedere solo ed esclusivamente per l’atmosfera di follia che è in grado di generare. La tensione che spinge ad andare avanti nella visione sta tutta là. E non è poco, visto che, appunto, la trama in pratica non c’è. O meglio, c’è, ma non è la cosa importante.
Da un punto di vista prettamente visivo e di capacità di disturbare, e, in parecchi casi, suscitare orrore, Annihilation si becca dieci. L’Area X è qualcosa di indescrivibile, occorre entrarci dentro per capire, e almeno un paio di scene hanno una potenza davvero devastante. Per altro, ci sono due o tre picchi di gore abbastanza spinto. Io pensavo di non avere granché stomaco per queste cose, e invece ho tenuto abbastanza botta. Ma può comunque far impressione ai più delicati.
Quindi tutto bene? Ecco, per me no. Il film riesce perfettamente nella costruzione della tensione, Natalie Portman ci mette del suo con un’interpretazione perfetta, però i nodi vengono al pettine quando occorre tirare le fila. VanderMeer se la cavava riducendo il disbrigo di trama: Annientamento è solo il primo libro di una trilogia, in cui ti vengono date sì delle risposte, ma tutte abbastanza omertose. Il film, che evidentemente non avrà seguiti, invece non può o non vuole esimersi, e dopo la passeggiata di salute in mezzo ai mostri sente di dover dare un volto all’orrore. E lì casca l’asino.
Non lo so, probabilmente è un problema mio, del resto avevo già non mi era granché piaciuta l’incarnazione di IT nel libro, ma quando pompi così tanto sul pedale del grottesco, della follia e dell’orrore, quando al tutto dai un volto rischi di deludere. E gli ultimi venti minuti di Annihilation, per quanto mi riguarda, hanno buttato giù tutta la gran bella sospensione di incredulità che il regista si era guadagnato da me fin là. Ho trovato la scena nel cuore del faro piuttosto ridicola, e quella immediatamente successiva lunga e incomprensibile. Inoltre, tutto finisce un po’ a tarallucci e vino (e qui sarei curiosa di conoscere l’opinione di VanderMeer a proposito di questo clamoroso cambiamento rispetto ai suoi libri), e non basta la scenetta finale, vagamente aperta, a salvare la baracca. No, purtroppo per quel che mi riguarda qua non ci siamo.
Vabbé, ma allora nel complesso? Nel complesso è un bel film che vale la visione. Ok, il finale è un po’ così, ma, non essendo la trama il vero cuore del tutto, ci si può passare sopra. Intendiamoci, il film non è niente di sconvolgente, niente di incredibilmente originale, ma è un’opera solida, e soprattutto c’è l’Area X e la sua natura soverchiante. In molti hanno cercato di trovare il senso del film nel rapporto tra Lena e il marito, hanno parlato di fantascienza filosofica e del cambiamento come chiave di lettura del tutto. Sarà che io ho letto il libro, ma alla fine secondo me Annihilation vuole solo mostrarci quanto niente, veramente niente siamo di fronte alla natura. E, come in tutte le jungle del mondo, alla fine sopravvive chi è forte a sufficienza: perché ha qualcosa cui tornare, perché è determinato a vivere. Ma il mondo sta qua a cercare di ucciderci in tutti i modi possibili e immaginabili, perché non c’è etica, non c’è senso nella potenza virulenta della vita. Ecco, questo Annihilation lo mostra con grande efficacia e potenza, così tanto che alcune scene resteranno con voi. Nei vostri incubi, principalmente, ed è bene, no? Le storie sono qui a destabilizzarci, a spostarci dal nostro punto di equilibrio per costringerci a mettere in dubbio le nostre certezze. E cosa c’è di meglio che una bella passeggiata in un’area disabitata e popolata da creature splendide e mostruose, al sicuro dietro lo schermo di un televisore?

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Devilman Crybaby

Ho letto Devilman credo una volta sola, la bellezza di diciassette anni fa. Ma lo ricordo come fosse ieri.
È un fumetto cui sono particolarmente legata per almeno due ragioni: la prima è che è stato uno dei primi manga che abbia mai letto, credo il secondo in assoluto dopo Ken il Guerriero, e poi perché a farmelo leggere fu mio marito. Era d’estate, ricordo i tre volumi, col titolo in rosso sulla copertina del tutto nera, la carta lucida, e quel tratto violento, grottesco, disturbante, che non ho mai più dimenticato. Per certi versi Devilman è quasi un’opera sperimentale, estrema sia nel tratto che nella trama, assolutamente devastante dal punto di vista emotivo.
Qualche sera fa ho chiesto online un consiglio su cosa guardarmi su Netflix, e così qualcuno mi ha ricordato l’uscita di Devilman Crybaby. Ora, io non ho mai visto il cartone animato storico tratto da Devilman, e forse, ma non ricordo bene, ho visto uno dei due OAV. Conoscendo il materiale di partenza, non speravo in una riduzione decente, ma il trailer sembrava bello e allora ho deciso di guardarlo. E sono rimasta folgorata.
Un po’ di contesto: Devilman è un fumetto seminale di Go Nagai, il papà dei robottoni. Dire quanto sia stata una pietra miliare dei manga è persino difficile, visto che ha influenzato una marea di cose, non ultimo Berserk, il mio manga preferito, che ha un debito fortissimo ed esplicito nei confronti di quest’opera. Devilman, ancora in corso di pubblicazione in Giappone, ebbe una riduzione a cartoni animati, quella con quella sigla clamorosa che i più vecchi tra voi ricorderanno, ma non aveva molto a che fare con la trama del manga, e sterzava decisamente verso i territori del supereroistico. Ora, Netflix ha prodotto una nuova riduzione in 10 episodi. Una sola stagione che esaurisce completamente la trama del manga.
Ora, io non so nemmeno da dove partire. Posso cominciare col dire che trasporre una storia da un medium all’altro è sempre operazione difficilissima, che in rarissimi casi funziona per davvero. Ecco, questo Devilman Crybaby è il case study della trasposizione perfetta. Dentro ci si ritrova tutta l’angoscia, il terrore e il delirio del manga. L’atmosfera è esattamente la stessa, e quel che ti lascia addosso, alla fine, è lo stesso senso di sgomento. Al contempo, però, la storia, che ha pur sempre quarant’anni, anche se certe cose sembrano scritte ieri ispirandosi alla cronaca, è stata aggiornata al presente, ma in modo assolutamente efficacissimo. Perché io non ho mai creduto che una buona trasposizione sia quella pedissequa, che segue il fumetto incollata alla pagina. Ne abbiamo avuto un esempio – Watchmen di Rodriguez – e non mi ha fatto un bell’effetto: voglio dire, se devi rifare il fumetto tavola per tavola, letteralmente, perché cambiare di medium? Dov’è il valore aggiunto?
Ecco, gli autori di Crybaby si sono letti con evidente attenzione il manga, e l’hanno capito, che è l’unica cosa che conta. Hanno capito i personaggi, la storia, il messaggio, per usare una brutta parola. E a quelli la fedeltà è totale. Assieme a parte del tratto.
Ora, confesso che appena iniziato il primo episodio, sono rimasta abbastanza scioccata. Il character design e il tratto in generale spiazza: assolutamente stilizzato, con disegni al limite dell’infantile, e una tavolozza di colori che non prevede sfumature né ombre. Sembrano disegni per bambini. Poi però appaiono i demoni, e sono identici a quelli di Nagai. C’è lo stesso tratto grottesco, spaventoso, ruvido. Devilman stesso, che nelle vesti di Akira è abbastanza distante da quello del fumetto, sembra uscito direttamente dalla penna del suo creatore. E questo fa tutta la differenza del mondo. Perché l’orrore di Nagai si basa proprio sul grottesco, sull’aspetto assolutamente disumano, incongruo dei demoni, creature costituite da un patchwork di membra disgiunte, incollate quasi a caso. E in questo senso anche il tratto così semplice, la tavolozza di colori così scarna serve a stare incollata alla trama, che è poi quel che conta davvero.
Per il resto, gran scrittura e gran colonna sonora, e ve lo sta dicendo una che non ama la techno. Ma ci sta, ancora, ci sta tutta. Voglio dire, è un prodotto curatissimo, e si vede, in cui ogni elemento ha la sua spiegazione, e che soprattutto non ha paura, esattamente come il manga. Va fino in fondo, senza risparmiare niente allo spettatore, proprio come il manga non risparmiava niente al lettore. È un viaggio non tanto nell’orrore del mondo dei demoni, ma di quello degli umani, nell’orrore che la nostra specie è in grado di evocare su se stessa quando si rinuncia a capire l’altro, e lo si riduce a un mero nemico. E non c’è nulla di più attuale di questo, ora e qui, nel nostro mondo che sta cadendo preda di sentimenti che speravamo di aver seppellito insieme ai milioni di morti che hanno causato. E invece sono ancora qua, con noi, nascosti neppure così a fondo nei nostri cuori, pronti a tornare fuori.
Ora, io non so se consigliarvelo. Non è cosa che possa piacere a tutti, e ci vuole stomaco, un sacco di stomaco per sopportare la lenta discesa agli inferi di questi dieci episodi. E non tanto per il tasso di splatter – ovviamente altissimo – o il sesso, o quel che volete, quanto per la difficoltà emotiva nel veder dispiegato davanti a noi il nostro destino, se cediamo ai nostri istinti peggiori. Il mondo di Devilman è il nostro mondo, ma bisogna vederlo coi nostri occhi, seguirlo fino alla sua inevitabile distruzione, se vogliamo cambiarlo. Per cui, se non vi fa paura un viaggio nel lato peggiore dell’umanità, se non avete paura a guardare in fondo a quell’abisso, che, lo sappiamo, ci guarda di rimando, Devilman Crybaby è un’opera enorme, principalmente perché enorme è il manga da cui è tratto, ma anche per la sua straordinaria capacità di mettere in scena il fumetto senza compromessi, mettendone chiaramente in luce lo spirito e la potenza. Unica noticina: nel finale viene lasciata all’interpretazione dello spettatore un elemento fondante del manga. Per carità, non siamo scemi e capiamo, ma, per una volta, lo spiegone finale del manga ci stava, e chiariva meglio il senso della storia.
Comunque, a voi la scelta. Pillola rossa o pillola blu?

devilman crybaby opening from kazerean on Vimeo.

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Guillermo è vivo e lotta con noi

Tanti anni fa, non ricordo esattamente quanti, qualcuno mi disse di vedermi assolutamente Il Labirinto del Fauno, che era una cosa splendida. Io avevo tipo visto il primo Hellboy dello stesso regista, e mi era piaciuto, ma la cosa non mi aveva spinto a vedere altre cose sue. Accettai il consiglio, vidi il film e ne rimasi letteralmente folgorata. Il Labirinto del Fauno divenne il mio film fantasy preferito, e Guillermo Del Toro una specie di mio regista feticcio.
Questa bella storia d’amore cinematografico subì una battuta d’arresto un paio di anni fa, quando mi vidi Crimson Peak, uno dei suoi film più recenti. Bellissimo dal punto di vista meramente visivo, l’avevo trovato davvero sciapo da quello della storia e dei personaggi. Mancava qualcosa, e questo in genere è un bruttissimo segno. Doveva essere una storia di amore malato, ma finiva per essere una roba melensa e fuori fuoco. Da allora, vivevo nel terrore di vedere altro di suo.
Quando si è iniziato a parlare de La Forma dell’Acqua, ho seguito le fasi produttive da lontano, e con un certo grado di scetticismo. Non avevo voglia di farmi deludere di nuovo. Quando però è arrivato il Leone d’Oro, ho iniziato a crederci. Quando tonnellate di persone hanno iniziato a dire che era bellissimo, qualcuno scomodando anche Il Labirinto del Fauno, ho deciso che era ora di affrontare la paura e andare a cinema a vedere se Guillermo era ancora vivo e lottava in mezzo a noi. Quando al cinema della mia città ho visto che davano uno spettacolo in lingua originale, ieri sera, sono andata (sì, in queste cose sono un’orrida hipster).
Ora, io ieri sera, alle 24.00 di una giornata piuttosto pesante, avrei già voluto sedermi qua davanti a scrivere queste recensione, ancora avvolta dal profumo di questo film fantastico, ma ero troppo stanca, e allora lo faccio adesso. Perché la mia domanda ha trovato risposta, e sì, Guillermo è ancora tra noi, con tutta la sua forza visiva, ma anche, e soprattutto, con la sua straordinaria capacità di raccontare fiabe, una capacità che non condivide con nessun altro in ambito cinematografico.
Avete presente quei film che torni a casa e te li senti addosso? Che restano con te nei gesti e nei pensieri? La Forma dell’Acqua è quel tipo di film.
Parte con una scena onirica iniziale da brividi, una cosa meravigliosa, anche per come è stata girata (no, non è sott’acqua), e poi, lo ammetto, si siede un po’. Non è un film che ti acchiappa da subito, si costruisce lentamente, esattamente come il rapporto tra Elisa e la creatura. Devi entrarci dentro, e lo fai inesorabilmente. Ne vieni pian piano catturato, prima dall’aspetto meramente visivo, che è la firma di Del Toro, che riconosceresti ovunque, poi da quello della storia. Una storia assolutamente seminale, se vogliamo banale, e qui mi fanno abbastanza ridere le accuse di plagio perché, ragazzi, non c’è topos del racconto della storia d’amore à la bella e la bestia che non venga evocato. Se questo film è un plagio, lo è La Bella e la Bestia, lo è qualsiasi cosa sia stata raccontata sull’argomento amore tra umano e non a partire da Amore e Psiche, e probabilmente anche prima. Ma, nella sua semplicità, è raccontata con una tale sicurezza, una tale solidità dell’impianto generale, che uno non può fare a meno di sentirsi profondamente coinvolto da quel che vede. E non voglio star qui a dire sempre le stesse cose, ma fa piacere vedere che una buona scrittura a livello di sviluppo di trama è ancora possibile, che personaggi solidi, semplici, ma coi quali è facilissimo empatizzare, possono ancora essere scritti, senza per questo cadere nella banalità o nella retorica. Una capacità che quando la mette in campo Del Toro sembra una roba facilissima; poi vedi certi altri prodotti, e ti rendi conto che invece facile non è, che è un’arte, e che si sta perdendo.
Le tematiche di Del Toro ci sono tutte, e io spesso ho sentito l’eco de Il Labirinto del Fauno, da questo punto di vista. È il suo prodotto che più si avvicina a quel capolavoro, e più affine al suo spirito, anche se quelle sono le ossessioni che Del Toro dispiega un po’ in tutto ciò che fa, ma qui sono più forti. La contrapposizione tra la fantasia, il desiderio di conoscenza, e la cieca ottusità di un potere che capisce solo se stesso, e distrugge qualsiasi altra cosa; il senso del meraviglioso, e di una natura splendida ma inconoscibile, e anche terribile nel suo essere bellissima. Perché Del Toro sembra essere l’unico che ha capito davvero le fiabe, e sa come raccontarle. Quelle vere, che da bambina leggevo in un libro trucissimo in cui i cattivi finivano regolarmente fatti a pezzi e bolliti nella pece, non le versioni edulcorate che i toccano oggi. E nelle fiabe il mostro può essere meraviglioso, ma al tempo stesso è anche terribile, brutale, perché tanto più grande di noi, e a un certo livello anche inconoscibile. Elisa e il mostro non sanno nulla l’uno dell’altra, e nulla sapranno fino alla fine, e lui è davvero un dio, infinitamente superiore alle miserie del mondo che cerca di normalizzarlo, incasellarlo, e capirlo, eppure si amano di un amore sconfinato. Sì, è un film d’amore, d’amore e morte, una fiaba nera, coi cattivi cattivi e i buoni buoni, e quel giusto grado di orrore. Come il fauno del film, che è terribile, e mostruoso, e chiede prove tremende a Ofelia, ma è tanto più umano, e meraviglioso, del terribile mondo di guerra e prevaricazione in cui la storia si svolge. La Forma dell’Acqua è un film anarchico, per certi versi, una condanna senza appello dell’american dream, in cui non c’è posto per chi è diverso, per chi cerca una felicità personale, differente da quella di plastica, preconfezionata, che il sistema ci ammannisce. E il potere è sempre ottuso, e non conosce altra via per comprendere che distruggere, annullare, devastare tutto quanto di bello esiste al mondo. Vi ci riconoscete? Io tanto, tantissimo.
Del Toro resta il cantore del mondo dei diversi, dei lasciati indietro, di chiunque non riesca a trovare il suo posto nel mondo. Di quelli che hanno alzato il velo della realtà, e hanno visto le meraviglie e i terrori che vi si nascondono sotto, e hanno saputo accettarli per ciò che sono, senza cercare di cambiarli, senza cercare di distruggerli. E, ripeto, è l’unico che sa farlo con questa efficacia, con questa profondità. Il cinema fantastico, per quel che mi riguarda, è vivo ormai solo in lui. In un mondo di gente che non è riuscita a staccarsi dal modello Il Signore degli Anelli, o che produce cloni di cloni di cloni di supereroi, lui ha una visione: che non è consolatoria, che non è edulcorata. È uno che scende nelle viscere dei nostri sogni, e le espone in tutto il loro lucido e impressionante splendore. E io lo amo, ancora e sempre, per questo.
Andatevelo a vedere. È un atto di resistenza contro un mondo grigio che cerca di farci tutti incolori.

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The Orville, o la buona falegnameria di una volta

È giunto il momento. Non pensavo, perché quando ho iniziato la visione ero piuttosto scettica. E invece niente, mi sto divertendo, e quindi tocca parlare di The Orville. Riassunto per chi non sapesse di cosa si sta parlando: Seth MacFarlane, quello de I Griffin, per intenderci, si è dato alla serialità televisiva, con quella che, sulla carta, dovrebbe essere una parodia di Star Trek, e che si intitola, appunto, The Orville. La prima stagione conta dodici episodi, ma è stata già approvata una seconda.
Che dire? Partiamo col fatto che, fino a oggi, MacFarlane non mi ispirava grande simpatia. A parte alcuni episodi, non ho mai trovato I Griffin nulla di diverso da una copia peggiorativa de I Simpson, di American Dad salvo solo il pesce e l’alieno – come Stewie ne I Griffin, per altro – e Un Milione di Modi per Morire nel West mi ha lasciata molto perplessa. Ho proprio problemi con la sua comicità, di cui soprattutto non apprezzo i tempi. Quindi, partivo malissimo.
Poi, però, nel quadro è entrata Star Trek: Discovery, e tutti mi dicevano che The Orville era tipo quel che Discovery avrebbe dovuto essere, e niente, le cose sono cambiate.
Ora, è più che evidente che MacFarlane semplicemente voleva rifare Star Trek, The Next Generation, per la precisione. Online c’è un video fan made che girò da pischello con gli amici rifacendo la serie classica, quindi io lo vedo che fa i paperdollari per poter un giorno soddisfare questo sogno da bambino. Il fatto che sia una parodia è una mera foglia di fico per dare una giustificazione all’operazione: si ride poco, soprattutto nei primi episodi si ride pure a sproposito, e, in generale, tutto il prodotto trasuda un amore per TNG ai limiti del feticismo. È tutto uguale. Uguale la plancia, uguale il mondo, nel quale sono stati cambiati due nomi due giusto per ragioni di copyright, uguale il sapore complessivo. Vi giuro, sono identiche pure la regia e la fotografia. Sembra un prodotto uscito paro paro dagli anni a cavallo tra la fine degli ’80 e l’inizio dei ’90. Più che una parodia, è proprio un’operazione di recupero filologico. E, in quanto tale, ai critici ha fatto schifo. Che io, in linea teorica, posso anche capire. Voglio dire, che senso ha? A parte realizzare i sogni di bimbo di MacFarlane. È una cosa del passato, superata da vent’anni, quasi trenta, di televisione che hanno asfaltato quel modo di raccontare storie. Solo che, ripeto, Star Trek adesso è quella roba indefinibile di Discovery, tutto lens flares, fotografia laccatissima, e personaggi senza senso alcuno sulla faccia della terra. E, d’improvviso, inizi a capire anche il senso di una cosa come The Orville. Che, prima di tutto, è onesta.
Non è che ti sta vendendo l’avanguardia. Non è che ti fa un titolo tipo The Butcher’s Knife Cares Not for the Lamb’s Cry per ammannirti poi Klingon che ruttano e tardigradi spaziali che fanno il verso al Dr. Who. Il gioco è scoperto fin da principio: stai guardando un clone fuori tempo massimo di TNG. C’è giusto aggiunto un po’ di quell’umorismo straniante che a MacFarlane piace tanto. E quindi sai perfettamente cosa otterrai: capitani coraggiosi – ma con quel pizzico di sfiga che uno si attende – personaggi simpatici, esplorazione. Il pregio è che si entra subito dentro il mondo: le sceneggiature sono molto semplici, ma per questo solide, i personaggi non particolarmente originali, ma perfettamente delineati, con interazioni chiare e che funzionano. Soprattutto, sembrano per davvero un equipaggio della Flotta Stellare, anche se si chiama Unione Planetaria, a differenza di quelli là della Discovery che sono un gruppo di sociopatici assemblati a caso, più un alieno col trucco più brutto che abbia mai visto.
La trama orizzontale è evanescente, come è giusto che sia, ma i singoli episodi funzionano. Non c’è niente di clamorosamente originale, le tematiche a volte sono tagliate con l’accetta, ma con un minimo di giudizio, vedi puntata sul cambio di genere della neonata, o quella, probabilmente la migliore, finora, sui social. Menzione speciale per la puntata con l’alieno pomicione, in cui finalmente l’umorismo è ben calibrato e perfettamente funzionale alla trama. Il tasso wtf delle azioni dei personaggi è tenuto al minimo, e soprattutto è una serie corale, in cui ognuno ha il suo spazio, e ci sono episodi evidentemente costruiti per farti empatizzare con ciascuno dei personaggi. Arrivata all’episodio 11, mi stan tutti simpatici, ci tengo che si salvino quando sono in pericolo, shippo Ed e Kelly, insomma me ne frega, e infatti sto andando avanti nella visione.
Non sto gridando al capolavoro, intendiamoci. Ma è una cosa fatta bene; in modo estremamente classico, e come si facevano una volta, ma bene, dio mio, bene! È come andare a farsi un giro in parco a tema storico, è una celebrazione dei bei tempi andati, e tutto sommato è un’operazione non solo con una sua dignità, ma persino con del coraggio. In tempi come i nostri, di serie ipertrofiche in cui tutti cercano, con alterne vicende, di sperimentare, di tirare fuori qualcosa di nuovo, MacFarlane si tira fuori, e fa una cosa che non ha paura a farsi superare a destra da tutto il resto della produzione televisiva contemporanea. È un lavoro di artigianato, fatto con passione e amore da chi, è evidentissimo, ama e conosce a menadito il materiale originale. È una bella e solida sedia fatta dal falegname all’angolo, contro il divano di design che è Discovery. Sulla prima almeno ti siedi e stai comoda, sul secondo non capisci neppure dove sta la seduta.
L’ho detto un miliardo di volte, forse è il segno della mia “poetica”, chiamiamola pomposamente così, di autrice, oltre che di fruitrice di prodotti pop: meglio una cosa semplice, senza ambizioni, ben fatta, che una roba che punta in alto e poi fa schifo. Non me ne faccio niente dell’originalità a tutti i costi, degli effetti speciali, dell’aggiornamento alla contemporaneità, se poi dei personaggi mi frega meno di zero, se le storie d’amore che mi proponi sono l’epitome della sciatteria, e se mi annoio per tre quarti della puntata. Lasciamo lo sperimentalismo, anche se mi accorgo che è termine improprio, a chi sa farlo, e in questo periodo abbondano, francamente. Se sai fare solo le sedie, e le sai fare bene, fai quelle.
Non se consigliarvela. Mi rendo conto che per certi versi è una cosa un po’ da nerd veri. MacFarlane è uno di noi, nell’episodio 11 cita il Dr. Who, quindi non credo sia una cosa per tutti i palati. Ma se vi piacciono le serie come le si faceva quando ancora li chiamavamo telefilm, e siete abbastanza tolleranti con l’umorismo fuori luogo – e comunque ce n’è poco – io direi di andare. Di onestà intellettuale in giro ce n’è pochissima, meglio premiare almeno quella di The Orville.

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Star Wars VIII – The Last Jedi o Film a Metà

Come due anni fa, quando la Forza si risvegliò, l’alberello di Natale a tema Star Wars è acceso, e io sono pronta a recensire. Nonostante la mia (intollerabile) mancanza di piani per andarmelo a vedere, ieri sera mi sono imbucata allo spettacolo delle 18.30, e ho visto The Last Jedi, che secondo me è L’Ultimo Jedi, ma la distribuzione dice di no, so’ di più, sarà.
A differenza di due anni fa, stavolta ho molto più chiaro cosa penso di questo film, ma sarà comunque lunga. Non c’è nessun vero spoiler, ma accenni piuttosto vaghi alla trama.
Comunque, facciamola breve prima di scendere nel dettaglio: se il film fosse stato tutto come la prima ora e mezza, non starei probabilmente neppure più a scrivere. Avrei archiviato la pratica sequel di Star Wars come una roba che non ha sostanzialmente più molto da dire, se non ciurlare in un manico del quale non è rimasto poi molto. Se invece fosse stato tutto come l’ultima ora, adesso sarei qua a gridare al capolavoro. Perché, sì, il film è drammaticamente diviso in due un po’ in tutto: regia, ritmo, densità di eventi, potenza visiva e della rappresentazione. Il risultato viene portato a casa alla fine solo perché l’ultima ora è meravigliosa, e, incredibilmente, riesce a tirare fuori dal pastrocchio generale un’unità tematica complessiva davvero miracolosa. Vi giuro, sembra che a un certo punto il regista sia entrato in una stanza con dentro riuniti tutti i produttori, li abbia falciati a colpi di AK 47 e abbia urlato sui corpi caldi “E mo si fa come dico io!!”. Proprio con questa moderazione, che è poi la cifra dell’ultima famosa ora.
Per certi versi, sembra che il film abbia fatto propria la lezione di Games of Thrones: voi sapete che, con tutto l’amore del mondo per un prodotto d’eccellenza sotto tanti aspetti, io alla fine penso che sette stagioni della serie siano servite solo a far crescere i draghi di Daenerys e che l’azione comincia davvero all’ultimo minuto dell’ultimo episodio della stagione sette. Ecco. La prima ora e mezza di Star Wars VIII serve a perdere tempo. Sembra che qualcuno gli abbia ordinato di fare due ore e mezza di film, pena la morte, e quindi gli sceneggiatori si siano messi là a pensare come allungare la broda. Quindi vai di lentissimi inseguimenti navali, in cui inseguitore e inseguito, per motivi imperscrutabili, vanno esattamente alla stessa velocità. Meno male che in mezzo ci sono due notevoli combattimenti che non riescono a battere l’irraggiungibile macello dell’inizio dell’Episodio III, ma tengono botta. Poi ci sono piani di combattimento basati sul semplice fatto che nella Resistenza la gente non si parla, perché no gnegnegne, ma che comunque servono solo e letteralmente a perdere tempo, e soprattutto Rei che si fa mille pippe sull’isola delle monache-pesce insieme a uno scorbuticissimo Luke, con tanto di citazione alla scena seminale della caverna de L’Impero Colpisce Ancora, ça va sans dir molto meno potente.
Non che sia un brutto guardare, eh? C’è anche un colpo di scena o giù di lì, però relativamente telefonato. Ma tutto è sostanzialmente piatto e anche già visto. Ed è stato lì che mi sono detta una cosa che avevo già tirato fuori per The Force Awakens: Star Wars non ha più molto da dire, se non fare infinite variazioni su temi già noti, aggiungendoci giusto qualche pezzo in computer graphics in più e tante bestioline carine (voglio un porg, ora).
Poi, lentamente, le cose iniziano a ingranare. Fino al botto. Il colpo di scena vero. Quello in cui Rian Johnson dice “sì, dai, vi ci ho fatto credere, ma ho scherzato: mo facciamo sul serio”. E da lì tutto decolla. Ma davvero. Innanzitutto compare una regia, con un’infilata di scene memorabili che hanno come unico problema che sono tipo ottanta in un’ora. Un tripudio per gli occhi di coattaggine allo stato puro, in cui chiunque, ma davvero chiunque, tira fuori le palle e va over the top, facendo cose che i nerd in genere vedono solo nei loro sogni più umidicci. Tipo c’è un duello che è praticamente speculare a quello (da me amatissimo) di Rey e Kylo nella neve che è una vera goduria per gli occhi (e c’è pure Myra :P ). C’è Luke che tra poco inizieranno a girare meme a pioggia con quello che fa. Ci sono anche delle scene evidentemente paracule, messe lì per fare fan service, ma messe così al posto giusto, fatte così bene, che, voglio dire, lo so che mi stai blandendo, ma in finale chissenefrega, dammene ancora! C’è il pianeta che gratti il sale e sotto c’è il sangue, quello lì dei trailer, in cui questa roba del rosso viene usata all’ennesima potenza, imbastendo tutto un sottotesto di destino e morte che levati. È epica, è il miglior aggiornamento possibile di Star Wars a questi tempi di passaggio che viviamo, è quel che tutta questa trilogia avrebbe dovuto essere nelle tre ore precedenti, dannazione. Quell’ultima ora là ci dice proprio questo: che viviamo in tempi senza più eroi, e quelli rimasti sono tristi, stanchi, e non sono per niente come ce li siamo immaginati. E che anche le cose in cui credevamo, la Forza e quella roba là, quando la vedi per davvero è tutta diversa da come te l’avevano raccontata. Viviamo la fine dell’innocenza, viviamo l’età adulta. Non possiamo più guardare a Star Wars come trent’anni fa, perché siamo cresciuti, e quel che abbiamo adesso per salvare il mondo è la summa di ciò che siamo: due ragazzini sperduti, che cercano il loro posto nel mondo, e che nel farlo fanno cose belle e cose terribili, e, come tutti i ragazzini, hanno poteri immensi, ma una testa da bambini. Ecco, questo è lo Star Wars del XXI secolo, che coglie lo spirito dei tempi, e lo trasfonde in un’epica contemporanea, nella quale possiamo specchiarci e riconoscerci, ma cui possiamo anche ancora credere, come credevamo nella favola di quasi quarant’anni fa.
Tra l’altro, Johnson fa operazione raffinatissima di svuotamento dall’interno dei topoi di Star Wars, una cosa che per certi versi è l’opposto delle strizzate d’occhio (Leo Ortolani®) di Abrams. Tutto sembra andare come già nei film precedenti: il guascone che però poi diventa buono, il cattivo che passa al lato chiaro all’ultimo istante, il maestro ucciso dall’allievo. E invece no. Invece a un certo punto sembra davvero che qualsiasi cosa possa succedere. This is not going to go the way you think, diceva Luke nel trailer, e alla fine, mannaggia a lui, è vero.
Ora, avrete capito che tutta questa parte qui mi ha esaltata. Ma. Ma il film nel suo complesso è davvero troppo discontinuo. Tra l’altro, la saga continua a fallire nel cercare di proporre un cattivo che non sia incarnazione del male assoluto ma che al contempo abbia delle motivazioni valide. Ora, non voglio dire che Kylo sia Anakin II la vendetta, ma, sebbene lo trovi un gran bel personaggio, che in questo film si sviluppa pienamente, secondo me sul lato delle motivazioni c’è ancora da lavorare. Sì quello che ci dicono, ma non basta. Spero nel prossimo film. Taciamo anche dei due personaggi più inutili della nuova saga, Snoke e Phasma. Quest’ultima io speravo venisse un po’ rivalutata in questo nuovo episodio, e invece niente: conta quanto il due di coppe con la briscola a bastoni. Il nulla pneumatico. Snoke si attesta su un’utilità leggermente superiore, ma resta una cosa difficile da decifrare, e soprattutto profondo quanto la pozzangherina che sta nel tempio Jedi dove Luke ha messo le tende.
Quel che porta a casa il risultato, comunque, è il fatto che il film nel suo complesso ha un senso. E il suo senso è che coi vecchi personaggi abbiamo chiuso. Ragazzi, sono andati, hanno dato il loro, ma non hanno più un ruolo da giocare in questa storia. La meravigliosa scena finale col bambino ce lo dice con chiarezza. E, come ha detto qualche mio amico su Facebook, bisogna uccidere i propri padri, a un certo punto, sennò si resta bambini per sempre. E questo film ci mette sopra la lapide.
Sembrerebbe dunque un ottimo ponte lanciato verso il futuro. Solo che in questo futuro ci sta Jar Jar Abrams, regista dell’episodio conclusivo, che nei franchise c’ha il terrore di produrre idee originali, e che è stato la rovina del nuovo Star Trek, tanto è vero che appena si è sciacquato è venuto fuori quel bel prodottino che è Beyond. Abrams è derivativo alla morte, non vedo come possa dare una chiusura a questa storia che non sia il rigiramento di frittata de Il Ritorno dello Jedi. Qua invece le cose sono enormemente più complesse, e Kylo Ren mi sta a tanto così da diventare personaggio memorabile, ma se te me lo riporti a casella zero, e mi diventa Anakin Reloaded, ecco, è la fine.
Per cui, boh. Vorrei essere speranzosa per il futuro, ma non ci riesco. Vorrei andarmelo già a rivedere, ovvio, magari in inglese. Mi tengo questa mezza buona storia, e mi accontento così. Comunque, è la cosa migliore prodotta su Star Wars da Il Ritorno dello Jedi, e vale la pena andarlo a vedere. Per cui, andate, che la Forza è viva e lotta con noi.

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