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GoT 8×05 o ci volevano altre quattro stagioni per fare bene tutto questo

Ultima volta che leggerete di Game of Thrones da queste parti; la prossima recensione sarà altrove :) , stay tuned.
Bon, penultimo episodio molto discusso di una stagione a sua volta controversa. Io dove mi pongo nello spettro che va da “ommioddio niente di tutto ciò ha senso” a “è tutto ovvio, siete voi che non capite, è un capolavoro”? Nel mezzo, as usual. Via col parere; al solito, SPOILER in ogni dove.
La critica principale all’episodio è: Daenerys non è così. Daenerys fa una cosa incomprensibile e out of character. Ecco, io non credo sia proprio così. La follia dei Targaryen è uno dei primi temi che vengono presentati nella serie, e tutti sono sempre un po’ intimoriti da Daenerys, che ha tre draghi e uno storico sulle malattie mentali non proprio immacolato. Di cose crudeli, per altro, ne ha fatte un bel po’ nella sua vita, ed è sempre stata in bilico tra la semplice inflessibilità e l’esercizio del potere un po’ fine a se stesso. Quindi, il suo “cambiamento” non viene fuori dal nulla, e anzi era stato ampiamente preannunciato, soprattutto in questa ultima stagione. Possiamo discutere che dar fuoco a una città che si è arresa, così, sia in effetti un gesto un po’ esagerato anche per una che col fuoco non ci va leggera, ma che dovesse finire così era abbastanza scontato. Sì, la liberatrice di schiavi e quel che volete, ma era sempre stato chiaro che a Daenerys interessava solo il trono. Tutto il resto era strumento, tutto il resto era ipocrisia di chi non voleva accettare che il castello si conquista sempre calpestando pile di cadaveri (Grifis in Berserk ce lo spiega molto chiaramente). Tutto bene, quindi? No, perché comunque lo svelamento della reale pasta di cui è fatta Daenerys l’ho trovato comunque meccanico e poco fluido. L’unico arco del personaggio che abbia un senso è quello della prima stagione: Dany passa da bambolina soggetta ai capricci del fratello prima e del marito poi a donna consapevole di sé e di ciò che vuole. Tutto chiaro, tutto anche bello. Poi, da lì in poi, il delirio. Daenerys vuole il trono, e ha anche gli strumenti per prenderselo, ma i draghi sono giovani, devono crescere, e allora è abbastanza evidente che gli sceneggiatori hanno il problema di farle fare cose nel frattempo. Quindi via di lunghissime pippe esistenziali sull’imparare a fare la regina, strazianti discussioni su come usare la forza, se usarla e quanto, rapimenti e passaggi nel fuoco. Tutto per cosa? Il personaggio non si è mosso di mezza virgola, narrativamente parlando, dalla fine della prima stagione. Anzi, adesso regredisce, e torna pischelletta con problemi d’affetto, un po’ quel che era all’inizio. Io capisco che creare uno sviluppo dei personaggi coerenti su otto stagioni, quando all’inizio non sai neppure quanto durerà la serie, sia pressoché impossibile. È il grande limite della narrativa seriale, che solo pochissimi prodotti sono riusciti a superare, e forse mai con reale successo. Dany è sempre stata un punto interrogativo, sospesa tra l’essere la salvatrice e le potenzialità per diventare una villain; questo l’ha depotenziata, l’ha resa più sfocata. E il risultato è che molti hanno visto questa svolta come qualcosa di incongruo. Invece, per me, è solo raccontato maluccio. Per motivi per lo più indipendenti dalla volontà degli autori, però.
Per il resto, che dire? Tutto molto bello visivamente. Alcune scene con Drogon sono straordinarie, da brividi, e anche se l’assedio rimane nel solco ormai immutabile della narrazione di queste cose, tracciato la bellezza di quasi venti anni fa da Peter Jackson (l’avete pensato anche voi, a momenti, di trovarvi a Minas Tirith?), è un bel guardare. Piccolo appunto: ho trovato sommamente ipocrita mostrare la guerra come qualcosa di terribile solo ora, quando serve a fini di sceneggiatura che lo spettatore non empatizzi più con Daenerys. Ce lo sottolineano con l’evidenziatore che è stronza: ricompaiono il sangue, il gore, a fiumi, grandi assenti delle ultime stagioni. Ci piazzano anche la mamma e la figlia per farci vedere che gran cattivona è diventata Daenerys. Ma, ragazzi, gli innocenti sono sempre morti, sempre, che a falcidiarli fossero i buoni o i cattivi. GoT è una storia di re e regine, e la gente comune è sempre expendable, non ce l’hanno mai fatta vedere che schiattava, se non, appunto, per sottolineare la cattiveria di certi personaggi. Ma il potere e il suo esercizio sono più complessi di così, la guerra è più complessa di così. E da un prodotto che tutti osannano per la sua profondità e il suo realismo, io un minimo di approfondimento al riguardo me lo aspetto. Invece no. Arya che cucina due tizi per darli da mangiare al loro padre è ok, perché quelli erano stronzi e meritavano la morte, Daenerys che dà fuoco a una città no, perché quelli sono tutti innocenti. Vabbè.
Ho apprezzato invece l’umanizzazione di Cersei e Jaime, che alla fine ti dispiace anche che schiattino, anche se ho trovato un po’ incongruo far fare a Cersei l’ennesima inversione a U, da donna disperata pronta a tutto a cretina che non capisco come poteva pensare di vincere la guerra. A tal proposito, bello che nella puntata precedente gli scorpioni fossero tipo l’arma definitiva e adesso Drogon improvvisamente sa scendere in picchiata, aggirare le navi e bruciarle da dietro. Altra soluzione di trama pigra e brutta vedersi.
Premio inutilità a Arya, che si fa da nord a sud per ammazzare finalmente qualcuno della sua lista, e, alla prima avvisaglia di casino, si gira e se ne va. La sua unica utilità è stata quella di permettere la realizzazione di una serie di pregevoli piani sequenza. Non mi dilungo sul duello tra i Clegane che confesso l’argomento non mi è mai interessato.
Detto questo, episodio bellissimo a vedersi, ma per il resto sulla media di stagione. Gli autori continuano a muoversi indecisi tra il fan service (Cersei e Jaime, che, per inciso, rende la storia d’amore di dieci minuti tra quest’ultimo e Brianne completamente inutile, oppure Sandor e Gregor) e la volontà di stupire a tutti i costi (la battaglia che si supponeva finale spostata al penultimo episodio, Daenerys che fa la pazza). Ci voleva più coraggio, più polso autoriale, e, soprattutto, più tempo. Compattare tutto in sei episodi infiniti è stato un errore. Un errore inevitabile, almeno dal punto di vista degli autori. Non è stata certo loro la decisione di chiudere così, non decidono loro né i tempi né le risorse per la realizzazione della serie. Forse, con i limiti che avevano, meglio non si poteva fare. E questo, ripeto, apre un’ampia pagina sui limiti di questo tipo di narrazione, che magari affronterò più avanti.
Resta l’ultima episodio. Le possibilità sono sostanzialmente due: Daenerys sbraca tutti e finisce con la tirannia che vince, Daenerys viene brasata da Jon, e qualcun altro si prenderà il trono. Che, per altro, credo non esista più, quindi boh. Vedremo lunedì prossimo :) .

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Il Padre di tutti i Pareri non Richiesti: recensione di GoT8x04

Vabbè, dai, un po’ ci ho preso gusto, per cui, fin quando ne avrò voglia, continuo: il padre di tutti i pareri non richiesti, la recensione della 8×04 di GoT :P .
Ovviamente, SPOILER.
Un po’ di tempo fa, non molto, pubblicai un parere su GoT che condividevo molto, questo qua. Commentai anche dicendo che ormai GoT era diventata una serie fantasy classica. Ecco, a neppure un mese di distanza, lo sviluppo successivo della serie mi fa fare inversione a U. Magari prima della fine cambierò idea ancora altre novanta volte :P .
Se mi conoscete un minimo, avrete capito che questa puntata ha dentro per me una pietra dello scandalo: la morte di Rhaegar. E siamo a due. Daenerys è stata sette stagioni con tre draghi pressoché inutilizzati, a parte qualche “dracarys” ben piazzato, e adesso, nel giro di cinque episodi, ne ha persi due. Prevedo che prima della fine, forse direttamente nel prossimo episodio, ci dirà addio pure Drogon.
Non che ci sia nulla di male, in linea di principio. È una guerra, ci sono delle perdite, ognuno si gioca le sue carte in modo da infliggere danni al nemico. Per Cersei, aver ragione dei draghi di Daenerys è questione di vita o di morte. Il problema è a che cosa siano serviti fin qui questi draghi. Già nella battaglia precedente, ne ho discusso qua, sono stati trattati dagli sceneggiatori come una specie di McGuffin di lusso, buono per scene d’impatto, ma che non influiscono mai realmente sulla trama, né hanno un senso tattico vero. Sono stati in volo per 70 minuti perché in realtà gli sceneggiatori non sapevano che farci.
La storia si ripete ora. I draghi di Daenerys, per come sono stati presentati, sono un po’ la bomba atomica di Westeros. Infatti, il dibattito intorno al loro uso è identico: sono un’arma terribile, da usare a scopo deterrente. Appena li abbiamo visti entrare in scena, alla fine della prima stagione, sapevamo che, quando fossero cresciuti, Daenerys li avrebbe usati con successo per prendere il trono. E questo è un problema. Quindi, gli sceneggiatori devono toglierli di mezzo, o è ovvio che Cersei non ha mezza possibilità di vincere, e chi vuole assistere a un massacro indiscriminato di cui si conosce già l’esito?
Qui però c’è un grosso problema di fondo. Non puoi introdurre qualcosa di così potente, e poi togliertelo dai piedi perché, ehi, ragazzi, è troppo forte, ci distrugge l’intreccio. Per altro senza che questo elemento di trama abbia mai fatto la differenza, se non una volta sola, più o meno. Tra l’altro, non è che Cersei stia dando prova di chissà quali fini doti strategiche che giustifichino la sua attuale posizione di predominanza su Daenerys. È solo che nell’altro schieramente non hanno una chiara strategia, hanno un’arma che non sanno come usare e in ultima analisi sono molto più interessati a combattersi tra loro che far le scarpe a lei. Per altro, come fa notare giustamente il Doc Manhattan, nella scena finale della puntata Cersei poteva scatenare gli arcieri e far secchi in un solo colpo Tyrion e Daenerys assieme a ciò che resta degli Immacolati, dando una svolta alla guerra. Invece no, meglio ammazzare Missandei così, a uffa.
Ma il problema è ancora più ampio di così. Gli sceneggiatori, a inizio serie, si sono trovati tra le mani un materiale di partenza sul quale non potevano intervenire: il mondo includeva in particolare alcuni elementi light fantasy, tra cui i White Walkers e i draghi. Ma quello che li interessava di più era l’intrigo. Il sense of wonder, l’epica, e tante altre caratteristiche fondative del fantasy giocano un ruolo nullo in GoT, che è più che altro un thriller politico. Rapidamente, questi elementi sono diventati un ingombro. I White Walkers imbattibili, i draghi potentissimi si sono dimostrati immediatamente pericolosi per lo sviluppo dell’intreccio. Non a caso Daenerys è stata tenuta ben lontana da Westeros così a lungo, e i White Walkers dietro il muro. Al momento della resa dei conti, quando la trama doveva per forza di cose convergere verso un finale, la necessità di aver ragione di questi elementi rapidamente e senza influire troppo sulla trama principale è diventata vitale. Ed ecco che assistiamo all’annichilimento dell’esercito dei morti con una coltellata ben piazzata e a draghi sterminati così, a caso.
GoT non è fantasy. A GoT il fantasy, anzi, fa pure un po’ schifo, coi suoi personaggi predestinati, la magia, il mistero, le creature fantastiche. Non è questo che ci interessa. E allora via. Ma, ripeto, allora non me li mettere proprio. Facciamo una cosa ambientata in un mondo a caso, senza draghi, senza streghe che partoriscono ombre e senza ‘sta roba qua. Funziona uguale. E io non mi faccio un fegato grosso così vedendo draghi massacrati come fossero cavalli.
Ve lo dico: se GoT è l’unico fantasy che seguite e amate, non vi piace il fantasy. Vi piace GoT. Che del fantasy è parente alla lontana. Non c’è niente di male, ma lasciateci soli coi nostri draghi, i nostri mondi incantati, e le nostre stupide magie.
Per il resto, che dire. La prima mezz’ora di puntata, a parte fan service piuttosto smaccato, non aggiunge niente. Scene di addio tirate oltre i limiti del sopportabile, gente che beve e fa battute argute, che potrebbe essere la tag line di serie. Lo diceva anche Tyrion quando era ancora un personaggio interessante: bevo e so cose.
Il resto è broccolo Jon che si dimostra uno Stark ad honorem, Cersei che fa Cersei e Jaime che dopo aver soddisfatto i fan va a grandi falcate verso il suo inevitabile destino. Le distanze non esistono più, gente va e viene da nord a sud come se ci fosse in mezzo il teletrasporto, l’impossibilità di capire quanto tempo stia passando è ormai endemica e segreti mortali ci mettono dieci minuti di screen time a diventare dominio pubblico.
L’arco di Daenerys non mi è chiarissimo: pare sia il jolly, che, a seconda dei casi, puoi giocarti come cattivo o come buono, senza però lineari ragioni di sviluppo psicologico, tranne che i Targaryen sono tutti un po’ matti, si sa.
GoT è imprevedibile, sì. Tanto che io comincio a sperare vinca Cersei, così passa il messaggio che il potere lo vuole e lo può mantenere solo chi è davvero stronzo. Sarebbe un sano e bello spot per l’anarchia. Ma non mi pare un’imprevedibilità che abbia le radici in ciò che è avvenuto prima. È che ci serve così, e allora cambiamo.
Resta al solito l’apparato ben realizzato, le interpretazioni, tutto ciò che GoT ha costruito fin qua e la curiosità di sapere come finisce. Alla fine gli stessi elementi che mi hanno trascinata senza troppo entusiasmo fin qua. Vedremo settimana prossima :) .

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La Madre di Tutte le Recensioni non Richieste: GoT 8×03

So che non dovrei. Non dopo anni passati a far la brava e cercare di non infilarmi in grosse polemiche. Ma niente, una vocina dentro di me mi spinge…spingitori di blogger inutili…e insomma, per amor di flame, La Madre delle Recensioni non Richieste: Game of Thrones 8×03.
Disclaimer: è la mia opinione, non supportata da particolari conoscenze tecniche che le diano un qualche valore, e ammetto che sono generalmente sempre un po’ prevenuta nei confronti di GoT, anche perché è tangenziale al genere che piace a me, nel senso che ci si avvicina quel tanto che basta a darmi false speranze, ma poi è tutt’altro. Quindi, i pochi che mi leggono non mi saltino al collo.
Ovviamente, SPOILER. TANTISSIMI SPOILER.
Allora, è un episodio polarizzante: o ti è piaciuto tantissimo, e hai gridato al capolavoro, o ti ha fatto schifo, e sei deluso. Il che, in linea di massima, segna già chiaramente l’importanza del prodotto. Solo le cose che lasciano un segno si amano o si odiano: tutte le altre, te le dimentichi contestualmente alla visione, e questa qui rimarrà, è indubbio.
Io però, nella scala, dove mi colloco? A metà, direi. Forse avevo eccessive aspettative, forse sono una persona dai gusti piuttosto dozzinali in ambito televisivo, forse il mio televisore non era semplicemente all’altezza, ma niente, a parte un paio di cose che dirò, mi ha davvero impressionata, o profondamente coinvolta, in The Long Night.
Sulla questione del buio, che tiene banco da quando la puntata è stata trasmessa, sorry, ma anch’io l’ho trovata poco riuscita: sì, capisco l’idea di rendere tutto oscuro, perché la notte è buia e piena di terrore, sì, lo spettatore non deve capire nulla, esattamente come i personaggi, e aspettarsi qualsiasi cosa da questo buio, tutto vero, tutto bello. Ma se io ho passato 60 minuti a cercare di ignorare quella voce che nel retro della testa mi sussurrava “ma adesso che sta succedendo? Ma quello lì chi è? Ma è schiattato Caio o è un altro?” forse l’immersione non ti è riuscita proprio al top. E non è solo questione di fotografia livida. È proprio come è girato l’assedio che fa sì che la confusione regni sovrana, anche quando ci si vede benissimo. Io capisco che una produzione televisiva non sarebbe mai stata in grado di girare una cosa del genere, con un tale contenuto di effetti speciali, con la luce del giorno, e vabbè, ma non fatecela passare per una raffinata scelta artistica. Avevate un problema, comprensibilissimo, e avete cercato di risolverlo come fanno tutti, anche questo comprensibilissimo, ma non vi è venuto proprio benissimo, ecco. Se poi, come sospetto, tutto sarebbe stato più chiaro sul tv ultimo modello, che dire, scusa se i miei soldi quest’anno me li sono spesi in altro e non nel cercare di riuscire a contare al buio i peli della barba di Jon con un televisore da mille mila euro. Che poi la puntata l’ho vista su Sky sul televisore di casa, ma non ti abbastava comunque (cit.).
Altro gran problema, le cose che succedono perché devono succedere. Forse Martin ha dei piani chiari per Melisandre, ma gli sceneggiatori no, e così la rossa con lifting incorporato diventa tout court un deus ex machina che ti svolta la trama quando necessario. Compare dal nulla, come dal nulla era comparsa per resuscitare Jon, fa solo lo stretto indispensabile: accende i falcetti dei Dothraki, nell’unica scena che mi abbia davvero dato i brividi, accende la trincea, tutte cose per la verità abbastanza inutili, e infine suggerisce il finale ad Arya, finale che solo io non avevo colto, perché in effetti ce lo sottolineano con l’evidenziatore – occhi azzurri, capito? AZZURRI – perché sono rimbambita. Certo, la giustificazione la possiamo trovare anche qua: è il Signore della Luce che agisce per vie imperscrutabili. Sempre però a favore di sceneggiatura, mi raccomando.
Stesso problema per i draghi, sia di Daenerys che del Night King. È un problema che chiunque faccia fantasy, e più ancora chi lo porta sullo schermo, conosce: come cacchio li usi i draghi in battaglia? Sono potenti, inceneriscono la gente in mezzo secondo, potenzialmente uccidono l’intreccio. E gli sceneggiatori lo sanno bene, visto che hanno fatto l’impossibile per toglierne uno a Daenerys la scorsa stagione e darlo al Night King. A un certo punto ho seriamente pensato che tutta questa battaglia sarebbe servita solo ad accoppare i draghi a Dany e così riequilibrare il prossimo scontro con Cersei. Per fortuna hanno preferito accopparle tutto l’esercito e via. Comunque. Oltre a questo, c’è la questione del combattimento: due formiche sul dorso di due cani come le fai combattere? Perché questo sono Jon e il Night King sui draghi. Sono problemi che capisco benissimo, con cui mi scontro di continuo anch’io. Ebbene, la soluzione è: usiamo i draghi per i dieci minuti finali e via. Nel frattempo, perdono tempo. Il Night King ci mette una vita ad arrivare a Winterfell, Jon e Daenerys passano la battaglia a girare in tondo in mezzo alla tempesta, senza capire cosa fare. Nessuno usa i draghi per niente se non quando costretto: tre fiatelle a inizio battaglia, poi arriva la nebbia e ciao. Diciamo che anche qua ci si poteva inventare qualcosa di più convincente.
Anche il passaggio dagli spazi aperti a quelli chiusi appare confuso e tutto sommato pretestuoso: d’improvviso, i nostri sono tutti stipati dentro, non è ben chiaro perché. Non a combattere. Girano per i corridoi in scene Jurassic Park like. Non è chiarissimo cosa sia successo nel frattempo.
Sorvolo sulle questioni circa le strategie scelte dai Nostri per l’assedio perché, tutto sommato, secondo me lasciano il tempo che trovano: finché fai succedere cose che mi piacciono e mi appassionano, io me ne frego della verosimiglianza. E quindi amen che i Dothraki siano utili quanto il due di bastoni con la briscola a spade, e che tu abbia deciso scientemente di ammazzarli tutti al minuto 1; la scena iniziale delle fiaccole che si spengono è potentissima, e mi ha dato i brividi, per cui sto.
Ma veniamo al vero problema, per me, un problema che, lo ammetto, nasce solo dalle aspettative sbagliate che ho sempre avuto su GoT.
Ricordo che quando lessi il prologo de Il Trono di Spade, in cui compaiono i White Walkers, mi esaltai: avevo trovato il fantasy definitivo. Erano poche pagine di una potenza straordinaria, che facevano appello a tutto quanto di oscuro, primordiale e incontrollabile c’è al mondo, e che comunicavano un senso di orrore supremo. L’inverno stava arrivando, e la sua notte infinita avrebbe portato con sé tutto ciò che temiamo: orrori senza volto che nessuno di noi sarebbe stato in grado di arrestare.
Ora, sono scema, ma non fino al punto di non aver capito, venti pagine dopo, che in realtà Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco non erano quello, bensì un romanzo basato soprattutto sulla costruzione di solidi personaggi e infinite beghe politiche intorno a questo maledetto trono. Un sottogenere che sapevo perfettamente non essere proprio my cup of tea. Infatti mollai la saga al primo libro, anche se Martin aveva provato a fregarmi mettendo in chiusura i draghi. Ma i White Walkers continuavano a essere evocati, e allora prima o poi sarebbero usciti fuori davvero. Così iniziai a seguire la serie televisiva.
Pensateci, i White Walkers sono una presenza costante. Non tanto in termini di screen time, quanto come pericolo evocato, immaginato, negato o temuto. Compaiono poco, in scene gelate e misteriose; fanno cose che non capiamo, sono terribili e oscuri. Ci spiegano poi anche come sono nati, ma questo non intacca l’aura di orrore che si portano dietro. Pensate al simbolo di pezzi di cadaveri che lasciano dietro di sé nella 8×01, all’orrore che quella scena genera. Molti ci dicono che è quello Il Nemico. Hanno costruito un intero muro per tenerli lontani, si favoleggia di queste infinite notti in cui faranno strage dei viventi, al loro confronto il trono sembra solo un gingillo, ed è su queso argomento che fa leva Jon per raccattare un esercito che lo aiuti a fermarli. Tutta la trama di Jon, al di là del classico viaggio dell’eroe, è basata sul difendere Westeros dai morti, e guadagnare autorevolezza sufficiente per riuscire a farlo.
Ecco, di sicuro sbagliavo, ma ammetterete che sbagliavo per una ragione a credere che la guerra contro di loro sarebbe stata importante.
Quando finalmente arriva il loro momento, tutto viene risolto in dieci minuti alla fine della precedente stagione e questi 80 minuti di assedio. L’orrore che viene dal nord, l’esercito che in alcun modo può essere sconfitto, il misterioso Night King, bastano ottanta minuti per levarseli dalle scatole. Quella che speravo sarebbe stata la Grande Guerra per il futuro di Westeros e non solo è un impiccio sul cammino verso il trono di Daenerys e Jon. E basta la lama di Arya. Sì, il pugnale di Bran e tutto quel che volete, la circolarità della trama, oddio tutto torna al principio, bravi, bene, 10+, ma basta il pugnale di Arya. Con un trucchetto anche abbastanza banale. Fuori da Winterfell manco si saranno accorti che è successo qualcosa. Se ne riparla, al massimo, al prossimo inverno.
Ora, io so che non poteva andare altrimenti. Quando l’inverno arriva alla penultima stagione, e ti mancano sei episodi alla fine, è ovvio che per gli scontri che durino più di un’ora e mezza non ci sarà spazio. La cosa è stata resa ancor più chiara dal fatto che questa battaglia fosse nella puntata tre di sei. Era persino giusto che andasse così. Ma io non posso fare a meno di restare delusa. Perché la trama ha alluso ad altro.
Guardate, mi sembra Lost all over again: anche lì sembrava che il mostro di fumo chissà cosa fosse, anche lì ti avevano tenuto attaccato al televisore con la promessa di cose mirabolanti. Poi bastava una fucilata di Kate, e per il resto, scusaci, sei tu che non hai capito Lost: l’isola è solo la scenografia, quel che conta sono i legami tra i personaggi. Vai col limbo sincretico.
Anche qui: scusa, Licia, ma sei tu che non hai capito niente. I White Walkers sono un nemico tra tanti, il boss di fine livello è Cersei, e, comunque, quel che conta sono i personaggi e i loro legami. E via Arya che tromba con Gendry, Sansa e Tyrion che, dai, ce n’è.
Mi spiace. Mi spiace tantissimo. Dalla lotta tra vivi e morti si potevano tirare fuori altri sette libri. Poteva venirne fuori un survival horror fantasy da sturbo. Ma non era questo che interessava a Martin, e men che meno agli sceneggiatori. E sono perfettamente nel loro diritto, ovvio. È una scelta poetica legittima, giusta. Ma mi spiace quando certe idee così potenti vengono buttate via. Non le usare, allora. Facciamo che oltre il muro ci sono i Wildlings e basta. Funziona lo stesso.
Per il resto, in tema di assedio e con un quarto del budget di GoT, ho trovato infinite volte più efficace e potente l’assedio di Parigi di Vikings, ultima cosa davvero bella vista in quella serie; teso come una spada, pieno di colpi di scena, e con tre parole in croce pure lui. E girato di giorno, per di più. Ma so di avere gusti rozzi, e GoT è un prodotto con ambizioni ben più alte di Vikings, e molto più raffinato negli esiti realizzativi. Quindi, probabilmente è sfuggito qualcosa a me.
Non sono rimasta neppure particolarmente colpita dalla colonna sonora, se non per l’ultimo brano, ma anche quello solo per la parte iniziale. Ho un debole per le musiche incongrue per certe scene. Ha sempre apprezzato Djawadi, la sua musica è sempre stata per nulla banale, e capace di aggiungere qualcosa alle scene. Ricordo l’esaltazione per i draghi che volano sul Mare Stretto, con quel tema tellurico, che ti parla di forze ancestrali, indomabili come i draghi di Daenerys. Ecco, anche lui ormai si è adeguato alla colonna sonora quadratica media di un fantasy. Temi tutto sommato dimenticabili, che ci siano o meno è tutto uguale. Peccato, perché erano una parte importante della bellezza di GoT.
Ma il vero problema, l’avrete capito dall’entità di questi deliri, è che in realtà a me questa puntata non ha coinvolto. È questo il punto focale di ogni cosa. Se mi avesse appassionata, se mi avesse tirata dentro il ritmo narrativo, tutti questi discorsi sarebbero stati inutili. Alla fine della fiera, per me, quando usufruisco di un qualsiasi prodotto di intrattenimento, questa è l’unica cosa che conta: hai sostituito la mia realtà con la tua per il tempo in cui ti ho visto/letto/sentito? Se sì, vale tutto. Altrimenti, troverò duemila difetti anche dove non ce ne sono.
Bon, è tutto. È davvero la madre di tutte le recensioni non richieste, sia perché è delirante, sia perché in verità tutte queste cose le avevo già dette sui social durante le discussioni di queste ore. Ma tant’è, sono logorroica e mi piace parlare :) .

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Naturalmente…Il Nome della Rosa

Ero indecisa se fare questa cosa. Un po’ perché amo il libro in un modo così viscerale, ha fatto e fa così parte della mia vita – e anche della mia scrittura – che mi sembrava un po’ senza senso, un po’ perché, nonostante l’hype a manetta, io di questa serie tv su Il Nome della Rosa avevo una paura matta. Poi però qualcuno mi ha chiesto pareri su Facebook, io ho risposto con un commento lungo due chilometri, e allora niente. Non posso esimermi dalla recensione della serie ispirata a Il Nome della Rosa, andata in onda ieri sera su Rai1. Here we go :P .
Più di altre volte, servono moltissime premesse. Per chi fosse capitato qui per caso, premetto che ho letto il libro ventuno volte, più o meno una volta l’anno da quando avevo quindici anni, e mio papà mi passò la sua copia gualcita, edizione 1982, dicendomi che pensava mi sarebbe piaciuto e che era uno dei suoi libri preferiti. Lo lessi in vancanza al mare, fu amore a prima vista, e da allora questa passione non dico è mai finita, ma mai manco scemata. Una volta ho anche tenuto una specie di lezione, a Piazza Santa Maria in Trastevere, sul perché questo libro mi piacesse e mi ossessionasse così tanto. Per dire che il mio non può in alcun modo, nel bene e nel male, essere un giudizio oggettivo. Non posso prescindere da questo amore, non posso prescindere dai molteplici legami affettivi che mi vincolano ancora oggi a quella copia ingiallita.
Altra premessa: alcune scene sono state girate sul Tuscolo, uno dei posti che più amo al mondo, e dove vado a rifugiarmi per passeggiare quando sono stanca, depressa, in qualsiasi modo bisognosa di silenzio e bellezza. E quindi, altro pregiudizio. Detto ciò.
Ho grandi difficoltà a esprimere un giudizio compiuto su quel che ho visto. Innanzitutto perché, durante la visione, mi si aprivano continuamente nel cervello pop-up tipo “ehi, questo è spiccicato il libro!”, “ommioddio il portale!”, “no, Jorge me lo immagino tutto diverso” e via così. Ho cercato di guardarlo come un prodotto a sé, una reinterpretazione di una cosa che amo molto, ma ho fatto una fatica bestiale e non credo di esserci riuscita molto. Per cui facciamo così: pro e contro. Cominciando dalle note dolenti, così chiudiamo in bellezza.
Il più grosso contro è il passato di Adso, e le modifiche apportate al personaggio. È una questione un po’ di gusto personale, quindi non di problemi oggettivi della narrazione, ma, secondo me, far di Adso un pischello vissuto che mena, ha dimestichezza con le donne e c’ha i daddy-issues secondo me diminuisce molto quella dialettica maestro-allievo tra lui e Guglielmo che era molto importante nel libro. Lo dice anche Eco nelle postille: Adso è il lettore, soprattutto quello più ingenuo. Come lui, Adso non sa niente, e perché è un tedesco catapultato in quella terra dei pazzi che è l’Italia – ora come allora -, e perché ha sedici anni, e perché ha sempre vissuto serenamente nel convento di Melk. Questo dava una prospettiva fresca alla storia: se non capivi le cose era ok, non le capiva manco Adso, e c’era sempre qualcuno pronto a spiegartele. Con questo nuovo Adso, invece, si crea una sorta di distanza con lo spettatore, che non ha un alter-ego nella storia. Per altro, questa modifica fa iniziare la storia con una scena inventata che ha fatto prendere un colpo apoplettico a me lettrice di lungo corso, ma vabbè.
Altro punto leggermente a sfavore, mi pare che la trama proceda di gran carriera. Non che sia un problema: il ritmo tiene, e ci sta, è ovvio che una riduzione debba spingere soprattutto sul pedale della trama gialla, che del libro è la cosa più facilmente spendibile. Però di ‘sto passo lunedì prossimo scopriamo l’assassino, per cui non so bene cosa accadrà nei restanti episodi…
Nei contro metto anche una biblioteca che è come quella del libro, ma l’avrei preferita un po’ più intrisa di mistero. Ok, Anche nel libro Adso quando entra è deluso, ma io avrei pompato un po’ di più sulla suspence. Ma il cliffhanger di fine puntata (anche se immagino di sapere chi ha aggredito Adso…) mi lascia intuire che forse quest’aspetto verrà esaltato lunedì prossimo.
Ultimo contro, alcune scelte di cast. Intendamoci, le interpretazioni mi piacciono molto: Remigio è viscido a sufficienza, Salvatore il povero cristo babelico del libro, e via così. Ma qui sono influenzata dal film dell’86, che, al netto di una trasposizione che dire libera è un eufemismo, aveva azzeccato delle facce clamorose. Ron Perlman indimenticabile, i monaci tutti mezzi deformi e morbosi, uno Jorge che pareva una statua…ma, anche qua, problema mio, non intrinseco della serie.
Bon possiamo andare ai pro. Turturro. E che gli vuoi dire, a Turturro. Perfetto. Con tutto il bene che voglio a Sean Connery – e gliene voglio a palate – non è mai stato il Guglielmo del libro. Era Sean Connery che faceva il monaco francescano. Turturro no. Anche solo visivamente, è uscito dalla pagina scritta. Ok, il personaggio è leggermente ammorbidito, ma manco tanto. La serie anzi secondo me è molto efficace nel mostrarti con un paio di scene le caratteristiche del personaggio: bello il siparietto Brunello, esplicativo quello coi poverelli e il lebbroso (Guglielmo queste cose nel libro le dice, per cui diciamo che ci sta), spettacolare il dialogo con l’Abate. Ah, Berengario troppo lui: recitazione giustamente sopra le righe e faccia azzeccatissima.
Altro pro: un tentativo fortissimo, direi quasi intriso di amore per la materia di partenza, di stare il più aderenti possibile al libro, anche nelle piccole cose. Per dire, brivido di piacere davanti al portale: cioè, voglio dire, il portale! C’è! La parte in assoluto meno televisiva di tutto il libro e ce l’hanno messa! Oppure le finestre d’alabastro della biblioteca, che è una piccola cosa, ma è da queste piccole cose che si vede che dietro tutto c’è una passione per il libro, e questa credo sia la cosa più importante per un prodotto del genere. I dialoghi sono quasi interamente presi di peso dalla pagina, a parte lievi differenze. Mi lascia un po’ così l’assenza di Ubertino, ma magari compare più avanti.
Apprezzatissima anche la decisione di metterci dentro le dispute sulla povertà. Anche qui, argomento anti-televisivo per eccellenza, gente che dibatte sulla povertà della Chiesa…e invece hanno trovato un modo efficace di mettercele. E non è questione di lana caprina, perché tutto nel libro si corrisponde in un dialogo continuo tra trama gialla, metafisica e aspetto formale. Segare via gli eretici e la povertà di Cristo significava fare un’altra cosa, non Il Nome della Rosa. Ok, l’inserimento di questo elemento è stato fatto semplificando le cose, ma questo era necessario: bisogna pur essere consapevoli che si sta guardando una fiction, e non un trattato sul basso medioevo. Una certa dose di spettacolarizzazione e semplificazione è necessaria.
Anche tutte le modifiche di trama hanno una spiegazione perfetta in termini narrativi, nel contesto di una serie tv. Giusto – e tutto sommato pure bello – mostrare i dolciniani, anche se finora non si sono approfondite le motivazioni più profonde della loro ribellione. Ha senso anche mostrare di più Bernardo Gui e il Papa, e dar loro un ruolo di maggior peso mella trama complessiva. Un cattivo ci vuole, e, siccome l’assassino rimane figura sfuggente fino alla fine dell’intreccio, ci sta inserire questa sottotrama.
Ha senso anche espandere la storia d’amore di Adso, che è una cosa ero sicura sarebbe stata fatta: ha senso perché apre la trama verso l’esterno (in un libro ok l’unità di tempo, luogo e azione, in una serie tv molto meno), e inserisce un elemento che permette di aggiungere ciccia alla trama principale. Insomma, secondo me a livello di adattamento è stato fatto un gran lavoro, un buon lavoro.
Ultima cosa, ammazza che belle le scenografie e la fotografia. L’abbazia mi ha lasciata senza parole, perché era identica spiccicata a come l’immaginavo. Il Tuscolo e Tusculum meravigliosi come si presentano ai miei occhi ogni volta che ci salgo, e in genere una scelta azzeccatissima di tutte le location.
Insomma, mi piace. Quanto può piacermi una riduzione televisiva di qualcosa che ho nel DNA, che mi ha formata come persona e anche come autrice. Mi piace perché mi ha fatta sentire a casa, mi ha messo addosso voglia di rileggere il libro – e l’ultima lettura è di gennaio… – e perché ho voglia di vederne ancora. C’è qualcosa, in questa serie, che mi parla una lingua conosciuta, e che sa di un amore antico. E allora niente, dai, bene così. Era difficile fare una cosa che mi non mi facesse venire i brividi per novanta minuti, e invece no, sono contenta. Il libro è il libro, inavvicinabile, strepitoso, sempre vivo nella mia mente. La serie è un’altra cosa, che però mi piace e continuerò a seguire.

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Hill House, o i fantasmi di dentro sono parecchio peggio di quelli di fuori

Come saprà chi mi segue sui social (e ha letto il titolo del post, anche :P ), in questo periodo mi sono vista Hill House. Ho cominciato perché me ne avevano parlato bene, ma devo dire che il feeling iniziale non è stato buono. Il pilot, dopo una partenza col botto, che mi aveva fatta ben sperare, si era ammosciato rapidamente. La noia regnava abbastanza sovrana. Non molto meglio coi due episodi successivi: poca Hill House, che era quel che volevo, un sacco di casini familiari nel presente, casini per altro non poi molto interessanti, almeno ai miei occhi.
Il problema è che Hill House è costruita al contrario di come dovrebbe essere. È scritto a pagina uno del manuale del buon sceneggiatore che il pilot deve acchiappare, e deve darti un po’ il sapore della serie. Pensiamo al pilot di Lost, in cui c’è già tutto, e ti cattura dal primo minuto, per altro ponendoti già tutti gli interrogativi principali cui la serie poi, in sostanza, non risponderà mai (o meglio, lo farà, ma in modo confuso, e comunque non consistente con le premesse delle prime due stagioni). Ecco, invece Hill House no. Hill House non fa niente per spingerti ad andare avanti. Anche visivamente, di prim’acchitto, è respingente: tutto estremamente classico, una casa dei fantasmi come se ne sono viste a iosa, la solita cacchio di famiglia americana, stavolta declinata nella versione “gente incasinata forte e che ormai si odia”, una fotografia laccatissima e distante anni luce da quel che va di moda oggigiorno. Una serie classica, ecco. Fino a puntata tre. Tanto dura l’addestramento. Avete letto Il Nome della Rosa? E le Postille? Ecco, nelle postille Eco spiega che le prime cento pagine del libro sono una specie di addestramento del lettore, hanno valore iniziatico. Devi fare un atto di fede, fidarti e andare avanti oltre il portale della Chiesa, davanti al quale molti lettori fanno i bagagli e scendono dalla collina. Idem per Hill House. Tre ore di addestramento su dieci complessive. Una bella botta.
Ora, io non so che è successo. Sarà che alla puntata quattro, in mezzo ai cliché, è saltata fuori la prima cosa che mi ha veramente inquietata. Sarà che ho visto da lungi delinearsi una serie di tematiche che non si esaurivano né nella casa spaventosa (che comunque già mi andava bene, devo dire) né nella famiglia coi problemi, ma con qualcosa di più profondo, più viscerale e spaventoso.
Poi è arrivata la quinta puntata, con lo svoltone di trama, lo devo dire, geniale. Geniale. Non ve lo dico, sennò ve lo rovino. E lì capisci. Che non si sta parlando di fantasmi, o almeno non di quelli che zompano dalle pareti e fanno bu, ma dei demoni che ti porti dentro, da sempre, e che non sai esorcizzare, e alla fine ti divorano. L’enorme mostro nero de La Profezia dell’Armadillo di Zerocalcare, quella cosa che dentro abbiamo tutti, piccola o grande, ma che in alcuni di noi cresce e dismisura, e si prende tutto.
E poi la sei. In cui, dopo aver sovvertito dall’interno la struttura a spaventarelli (che non mancano) delle storie di fantasmi, ci mandano in vacca anche la classicità formale, con un episodio in cui il preziosismo stilistico non sta messo semplicemente là a far dire “guarda come sono bravo”, un vezzo di tanta serialità moderna. No, serve profondamente alla trama, aggiunge valore a quel che si sta raccontando, cioè una notte infinita, quelle notti che tutti noi abbiamo sperimentato una volta nella vita, in cui non puoi fare altro che attendere, e i tempi si dilatano a dismisura, e i minuti ti pesano intollerabili sulle spalle.
E lì ormai sei di Hill House. Dei cazzi devastanti dei suoi personaggi damaged, anche questo un grande classico, ma declinato con una profondità rara, persino di Hill House, questo grande organismo che si nutre di tutto il peggio di te, questo amplificatore cosmico di demoni personali. E ti piace persino la fotografia con la calza à la Berlusconi, ti piacciono persino le parti ambientate nel presente, l’ipocrisia di Steve, la spocchia di Shirley, l’odiosa incazzatura perenne di Theo, la faccia da pesce lesso di Hugh vecchio. Sono tutti amici tuoi, perché ti ci rivedi dentro.
E sei arrivato al trittico finale. In cui arriva la botta definitiva. Il discorso sulla genitorialità. Le domande poste dalla serie, le tragedie seguite alle risposte, mi sembravano uscite dalla mia testa. Perché in questo stesso modo – n volte meno efficace – finiscono anche nelle mie storie. E quindi niente, lacrime.
Insomma, l’avrete capito, mi è piaciuto davvero molto. Per la struttura insolita, per la capacità di fare conflagrare da dentro gli stereotipi del genere, creando qualcosa di nuovo, per la profondità dei temi e l’originalità del punto di vista. Ora, il finale, comunque bellissimo, resta un po’ troppo spiegato per i miei gusti. Tante cose le avevamo capite senza che ce le sbatteste in faccia. Magari si poteva piuttosto approfondire un po’ di più la storia di Hill House, ma siamo dalle parti dei peccati veniali.
Ora. Io lo so che non tutti hanno voglia di aspettare tre ore per vedere le premesse di una serie decollare nel migliore dei modi. C’è anche chi ha apprezzato molto i primi cinque episodi, e poi non ha apprezzato il resto. Questione di gusti e preferenze narrative. Io però, al netto di tutto, ve la consiglio. Perché è disturbante per davvero; non tanto per quel che si vede, per i fantasmi e gli zompi che ti fa fare, che lasciano tutto sommato il tempo che trovano. Ma perché, come ogni buon horror dovrebbe fare, scava nell’intimità di ciascuno di noi, a far emergere le nostre paure più profonde, i fantasmi quelli veri, che abbiamo nella mente e nel cuore, e che non vanno via chiudendo una porta, o scappando da una cosa. Incidentalmente, serie che, un po’ come BoJack, di cui forse prima o poi vi parlerò (altro gran pezzo di tv…), racconta di che roba devastante sia l’infanzia. Tutto quello che ti succede in quel periodo resta con te per sempre, ti devasta, e non te lo togli più di dosso. Sopravvivere all’infanzia e alla giovinezza è un cappero di lavorone, e non tutti ci riescono, fisicamente e metaforicamente.
Fatevi allora questo giro di giostra nelle vostre paure. Vi prometto grande inquietudine e un finale che un po’ vi farà piangere. E una serie che resterà con voi a lungo.

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The Piccolo Recensore is back: Simulation Theory + Le Terrificanti Avventure di Sabrina

Non ho più tempo per fare niente. Davvero. Anche le cose che si fanno “per piacere” devono inserirsi in una rigida schedula, che è la stessa di tutti i miei impegni. Figurarsi scrivere su un blog che non legge più nessuno.
Ma questa avventura della scrittura iniziò in solitaria, nella mia stanza a casa dei miei, per il mio piacere. E allora stasera cerco di ritagliarmi venti minuti per tornare qua sopra a fare due recensioni, una estemporanea, una che avevo in canna da un po’. Per nessuno, perché va così, ma a volte le cose si fanno perché se ne ha voglia, no? :)
Enjoy per chi leggesse.

Muse – Simulation Theory
“Ti do dieci anni” mi disse Rossella, una sera in cui la costrinsi a prestarmi il suo pc per aggiudicarmi su Ebay un bootleg dei Muse. La teoria era che dopo dieci anni, di quel gruppo lì non mi sarebbe più importato nulla.
Dieci anni sono passati – di più, in effetti – e di acqua ne è passata sotto i ponti. Non vivo più l’uscita di un album dei Muse con tutto quell’hype, e non sono il mio unico orizzonte musicale. Ma nella mia vita ci sono ancora.
I primi singoli usciti di questo ottavo album a studio mi avevano lasciata estremamente perplessa. Eravamo dalle parti di The 2nd Law e Black Holes and Revelations, i due album che amo di meno, e per di più dalle parti di quei pezzi che meno apprezzavo. Avevo concluso che il disco me lo sarei preso comunque, perché sì, ma morta là. Solo che quelle cinque canzoni ho iniziato a sentirmele. E risentirmele. E risentirmele. Perché c’era qualcosa che mi chiamava.
Il disco è uscito il 5. L’ho sentito il giorno stesso, ma con una discreta rabbia, perché iTunes non ne voleva sapere di mettermi nell’ordine giusto le canzoni. Poi stasera, miracolosamente, ogni cosa è tornata al suo posto, e io ho ascoltato il disco come si deve.
Non incontra i miei gusti abituali. Non quelli che avevo quanto Absolution fu per me una specie di folgorazione sulla via di Damasco, non quelli che ho adesso. Ed è anche un disco strano, con dei pezzi che, non fosse per l’inconfondibile voce di Matt, sembrerebbero appartenere a una band completamente diversa. Mescolati per altro a immortali classici dei Muse, tipo i coretti, e la musichetta ossessiva stile Nintendo.
E quindi? E quindi mi piace. Senza ragione. Così. Perché i testi sono belli per davvero, perché i singoli nel complesso non tendono giustizia a un disco che tutto fa tranne che accontentare le tendenze del mercato (a parte l’odioso revival anni ‘80 di tutti i video usciti fin qui, e anche quello trae in inganno) o le aspettative dei fan. Sono i Muse che fanno quello che gli pare, prendere o lasciare. E quel che gli pare è roba a volte catchy, a volte seriamente respingente (vedi Break It to Me, Propaganda), testi angoscianti e canzoni d’amore incongrue ma belle in modo straziante. E infatti, a sorpresa, a parte l’ovvia Something Human (che gira anche tantissimo in radio e forse per questo piace), il pezzo che mi ha preso il cuore è Get Up and Fight. Sì, quella con quell’ “ah ah ah” che tutto urla tranne Muse. E The Void, anche. Ma anche Algorithm.
Ecco, lo vedete? Ero partita per scrivere una conclusione del tipo “però non sono esaltata come con Drones”, e invece avrei da dire qualcosa su ogni pezzo.
Dieci anni sono passati, io ho quasi quarant’anni, ma il tour di Simulation Theory me lo andrò a seguire uguale. Perché per me i Muse sono sempre i Muse.

Le terrificanti avventure di Sabrina
Di Sabrina Vita da Strega avrò visto due episodi in croce. Il fan di famiglia era mio marito, non io. Ma Giuliano voleva vedersi il remake, perché ne aveva sentito parlare bene, e anch’io ero curiosa, dopo avet visto un paio di trailer. Così, intorno a Halloween, ci siamo visti tutta la serie.
So che sta piacendo all’universo mondo. Io andrò controcorrente, perché dentro ci vedo tutti i difetti che trovo nella serialità contemporanea, soprattutto quella di gran successo: da un punto di vista della messa in scena, è perfetto. Ma sotto il fumo l’arrosto langue.
È un prodotto che vuole, fortissimamente vuole farti capire che è curato. La fotografia è qualcosa di spettacolare, le scenografie idem, gli attori scelti in modo a dir poco perfetto, tutti. Bella la musica, bello tutto.
Poi però inizi a farti qualche domanda su come funziona questo mondo qua di Sabrina. Cioè, in cosa consiste esattamente questo culto di Satana? Perché meglio venerare lui che Dio, visto che i satanisti in Sabrina sono la caricatura dei cattolici visti da un americano che un cattolico non l’ha manco incrociato una volta in strada? E streghe si nasce o si diventa? E ‘sta storia dell’inferno? E i Satanisti sono buoni o cattivi? No, perché hanno un simpatico coro parrocchiale, per dirigere il quale ci sono intrighi à la Desperate Housewives, ma al contempo, quando possono, si abbandonando al cannibalismo. Consensuale, eh? Che sennò andiamo troppo oltre.
È tutto confuso. Senza regole fisse che siano chiare, e aiutino lo spettatore a capire cosa accade. Il risultato è che alcune scelte di sceneggiatura sembrano accadere un po’ perché devono. Le cose devono andare così, taci e goditi lo spettacolo, hai visto che figa Zelda?
Forse sono vecchia io. Racconto storie in un modo che è in via d’estinzione. Forse sono prevenuta per via del femminismo di facciata sbattuto in faccia un tanto al chilo che punteggia ogni puntata, o dall’assenza dell’orrore vero, o dal fatto che non si capisce mai se vogliono farti ridere o affondare nella pesezza più angosciante.
Per me è un boh. Lei è simpatica, lui è simpatico, le Weird Sisters sono il più grande spreco di personaggio figo da Star Trek Into Darkness e Khan buttato via così. Ritenta, l’orrore vero sta da un’altra parte, e la capacità di riderne e farci ironia su anche.

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Solo A Star Wars Story, la recensione: Rogue One scansate

Non ho mai sentito un reale bisogno che l’universo filmico di Star Wars venisse espanso. Non pregavo per una nuova trilogia, e ho accolto la notizia che ci sarebbero stati degli spin-off con una discreta indifferenza. Quando ho saputo che ne avrebbero girato uno su Han Solo, mi sono semplicemente detta che non se ne sentiva il bisogno. Ho seguito con filosofico distacco tutte le notizie su attori protagonisti incapaci e registi silurati in corso d’opera. Sentivo che era una storia che non mi riguardava. Il trailer me lo sono visto perché, dai, per me è quasi lavoro. E comunque si tratta di Guerre Stellari. E, a sorpresa, I’ve had a good feeling about it. Non era un trailer paraculo, come molti di quelli più recenti. Diciamocelo, ormai il trailer è un genere cinematografico a parte, con opere che raccontano storie praticamente autonome rispetto al film, che del film stesso ti dicono pochissimo, e della pellicola spesso sono di gran lunga migliori. Il trailer di Solo no. Era un trailer come se ne vedevano una volta, e trasmetteva l’idea di un film col giusto mood, solido e un po’ old style. E quindi nulla, alla fine sono andata a vedere anche il film. Oggi. E alla fine mi è partito l’applausino, perché per l’80% della visione sono stata col sorriso sulle labbra, mi sono divertita per due ore, e io non so cos’altro si possa chiedere a un film di Star Wars se non che quel che ci dà Solo. Davvero. Non ci saranno spoiler, per cui andate avanti tranquilli. Quel che ci sarà, saranno ampi pipponi sui massimi sistemi della narrazione d’intrattenimento, su questo siete avvisati :P .
Metto le mani avanti. Non siamo dalle parti capolavoro. Non ci sono guizzi particolari, se non un paio di belle idee sulle scene d’azione, ma nulla che faccia strappare i capelli. Fin dalla prima inquadratura, Solo non vuole essere altro che un onesto film d’intrattenimento, basato su una trama semplice e personaggi coi quali è facile empatizzare. Non ti vuole spiegare che pure la Ribellione è composta da brutti ceffi, e il male e il bene sono mischiati e bla bla bla (per quanto, c’è una scena di 30 secondi, all’inizio, che spiega meglio di tutto Rogue One quanto sia scema e brutta la guerra), non ti vuole insegnare grandi verità sulla vita, non ti vuole insegnare proprio niente tout court. Ti vuole divertire. Ripetiamo: DIVERTIRE. Ed è in questa sua straordinaria onestà d’intenti, e nel fatto che comunque Ron Howard è uno che il cinema lo conosce e lo sa fare, la sua grandezza. D’altronde, non stiamo parlando di sei tizi disperati che devono schiattare dopo due ore di film; Han è il pirata guascone per eccellenza, il personaggio che per tutta la trilogia classica ha tenuto sulle spalle la parte ironica e divertita della saga. E Solo è proprio questo: un film intriso di quello spirito degli episodi IV, V e VI che, nel corso degli anni, semplicemente si è perso – e solo in parte, e in modo non del tutto riuscito, si è cercato di recuperare in The Force Awakens -, una grande e bella avventura su gente che vuole esplorare la galassia, conquistare la bella del suo cuore, ma soprattutto esplorare la galassia, e sparare alla gente.
Sembra tutto estremamente ovvio, che uno a volte al cinema abbia anche solo voglia di divertirsi, soprattutto quando va a vedere un film così pop, e invece non lo è. Tutti i film del genere più recenti non possono esimersi dal cercare di essere “adulti”, qualsiasi cosa questo voglia significare, dall’avere una “svolta dark”, che, sia maledetta, ha rovinato anche roba bella come Harry Potter. Non a caso, la critica più incomprensibile che ho letto sul film si lamenta che è “roba per ragazzini”. Esatto. Come tutta la trilogia classica di Star Wars, che, vi do una notizia straordinaria, non è Godard, non è Truffaut, ma è un film – seminale, certo, che rilegge e rinnova temi antichissimi, fondando sostanzialmente un’epica moderna – per bambini, cresciuti e non. È una fiaba. E non c’è nulla di male nell’esserlo, e nell’apprezzarlo. L’uomo di fiabe vive, ha sempre vissuto. Siamo noi che, per darci un tono, abbiamo costruito intorno a Star Wars un apparato critico la cui unica funzione è ormai solo nasconderci la verità: che questa storia ci piace perché ci fa tornare bambini. Che vergogna, eh?
Comunque. Per quel che mi riguarda, Solo è il gran film di avventura a tema Star Wars che aspettavo da Il Ritorno dello Jedi. Una cosa diversa rispetto al filone principale della saga, ma di cui personalmente sentivo il bisogno. Succedono tante cose, in una trama lineare, semplice, ma intorno alla quale si tesse una girandola di eventi perfettamente calibrata: non ci si annoia mai, ma non ci si deve mai fermare a pensare cosa stia effettivamente accadendo, perché tizio si ritrova lì e a far che. Tutto è chiaro e cristallino, e scivola via in scioltezza. I personaggi, a parte una grossa eccezione, sono interessanti, divertenti, e ci si appassiona loro in meno di zero. Le inevitabili morti coinvolgono lo spettatore, ed entrare nel film, nella sua atmosfera, è facilissimo. L’eccezione è Qi’ra; personaggio messo lì perché il romance è un elemento topico di film del genere (ci arriviamo), non è risolto, forse volutamente. Infatti mi ha sorpresa, ma il film ha un finale spalancato, che sta proprio sulle spalle di Daenerys (dai, purtroppo Emilia Clarke ormai Dany ce l’ha stampata addosso, è un personaggio da lei inscindibile). Resta il fatto che le sue azioni sono le meno giustificate del film, e forse due minuti due per spiegarci cosa sono queste cose indicibili che ha fatto (o almeno farci vedere come queste cose indicibili l’abbiano trasformata, e fatta diventare una donna diversa e più dura) potevano essere utili. Ma è peccato veniale.
Per il resto, il film fa quel che deve, davvero. L’adesione al canone di Star Wars, in termini di scene tipiche della saga, è commovente. C’è l’inseguimento, il mostro, la storia d’amore, lo humor. C’è tutto quel che ti aspetti, servito con tale garbo e maestria che non stai mai lì a dirti “eh, ma è tutto già visto”. No, dannazione, no! È già visto se è messo in scena in modo sciatto e banale, ma Howard è uno che questi meccanismi li conosce bene, e quando li mette in scena, non lo fa perché gli son finite le idee, ma è perché come fossimo nell’epica classica, in cui sai che Aurora ha le rosee dita e, quando l’eroe muore, le armi tuonano su di lui. È il canone del genere, è ciò che rende questa storia archetipica, e dunque così amata. Per altro, i rimandi all’universo di Star Wars sono così tanti che a un certo punto uno smette anche di vederli e contarli: rimandi in termini di scene, di elementi di trama, di oggetti e personaggi. È un film profondamente dentro l’universo di Star Wars, più di qualsiasi altro dei nuovi.
E poi c’è questa cosa meravigliosa, per cui tu sai cosa succederà in certi punti, perché è storia: sai che Han vincerà il Millennium Falcon a carte, sai che la sfangherà, e farà la dannata rotta di Kessel in dodici parsec. Il rischio noia è quindi altissimo. E invece no: perché quando dietro la camera hai uno che sa fare il suo lavoro, quello riuscirà a crearti la tensione anche dove non può essercene, sparigliando le carte, creandosi isole di libertà creativa anche nell’alveo di una trama che chiunque sa essere già scritta. Non vi faccio spoiler perché questi pezzi di bravura vanno apprezzati anche grazie all’effetto sorpresa, e io ho apprezzato davvero molto.
Spendo due parole anche per il cast, che, a mio modesto parere, è azzeccatissimo. Sì, anche Alden Ehrenreich, che ha la faccia giusta, e non sarà il mejo attore del bigoncio, ma come Han Solo pischello funziona, e bene. Lando fantastico, e grandi anche tutti gli altri.
Insomma, io ve lo consiglio tantissimo. A patto che sappiate lasciarvi ancora andare a godere dell’avventure pura e semplice, che non si propone scopi alti, ma solo dell’ottimo intrattenimento, realizzato al meglio delle capacità di tutti coloro che hanno contribuito a produrlo. In questo senso, è un grandissimo film, come se ne vedono pochi, di recente, e come vorrei vederne di più.
Il cinema è bello perché è vario, ce n’è per tutti i gusti, e ormai anche Star Wars è un universo enorme, in cui ognuno può trvare la declinazione più adatta ai propri gusti. E Solo è il piatto giusto per il mio palato.

P.S.
Per chi volesse capire il titolo della recensione, qui trovate ampia disamina del perché Rogue One non mi è granché piaciuto.

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The Last Jedi reload. La recensione con l’80% di deliri in più

Ieri ho rivisto The Last Jedi. L’ho fatto come al solito in lingua originale, per l’esercizio con l’inglese, ma pure perché ormai mi piace farlo così. E la sorpresa è stata che il mio giudizio sul film è cambiato. In meglio. Mi era già capitato con The Golden Army, ma in genere è una cosa rara. Molto più facile che un film che mi piaceva alla seconda visione invece mi deluda, o il mio giudizio resti invariato. E invece no.
È che, una volta che non hai più l’ansia, le aspettative, e sai la trama, d’improvviso scopri un sacco di cose che in prima battuta ti erano sfuggite. Che ai fini delle vendite in home video è, immagino, una gran cosa. Ai fini della fruizione del film stesso non so. Non ho ancora deciso se sia un bene o un male.
E quindi niente, il Piccolo Recensore che è in me si è svegliato, e ha deciso di aggiungere una postilla alla vecchia recensione, che potete leggere qua. È che su certe cose ho proprio cambiato idea. Tipo: la prima ora non mi è sembrata così noiosa come ricordavo. Il ritmo è più blando, ma la costruzione dei personaggi e della trama lo richiedono. La parte di Rey e Luke sull’isola ha un suo senso e non è tirata per le lunghe, e anche le chattate Telegram tra Rey e Kylo non sono sovrabbondanti: sono giuste, tutte. Persino il non parlarsi all’interno della Ribellione non l’ho trovata una cosa così ingiustificata come la prima volta. Tutto sommato Poe è effettivamente uno scemo che potrebbe mandare tutto all’aria (e lo fa), e di Holdo non si fida. Resta tirata tutta la dinamica dell’inseguimento al rallentatore tra Primo Ordine e Ribelli. Ok, te lo spiegano, ma perché il Primo Ordine non chiami rinforzi che fermino la fuga dei Ribelli io continuo a non capirlo. Altro grosso problema resta la sottotrama di Finn e Rose, che è pure gradevole, ma non va da nessuna parte. Non serve a niente, se non ad aggiungere inutile minutaggio al film. L’effetto è stato lo stesso della prima visione: arrivati al duello di Rey e Kylo, sembrava che il film fosse finito. E invece mancava la parte più importante.
Quindi dici: vabbé, ma dov’è che hai cambiato idea?
Nel giudizio complessivo. È un film compatto, ragazzi, non è per niente diviso in due come mi era parso. E fin dalla prima scena ti dice a che gioco sta giocando, anche se le carte te le scopre lentamente. Ma è come il famoso patto col diavolo citato ne Le Postille a Il Nome della Rosa da Eco: il film te lo sta dicendo dove sta andando a parare, da subito. E d’improvviso mi è stato chiaro perché tanti fan non l’hanno apprezzato. È un’enorme opera di decostruzione di quanto prodotto nel film precedente, ma anche nelle altre trilogie. Il famoso “culo” di Leo Ortolani (referenza, che sennò è tutto molto ambiguo :P ). Si parte distruggendo la figura dell’eroe, pur celebrata nella prima, bellissima scena, della sorella di Rose che si fa schioppare per distruggere l’incrociatore. Poe manco fa in tempo a mettere piede sul ponte della sua nave, che Lela già gli dice chiaro e tondo che ha fatto una cazzata, e che i suoi eroi sono tutti morti. E si prosegue così. Finn incontra Rose, e anche qua si ricama intorno al concetto di eroe: per Rose Finn lo è, ma noi sappiamo che è un povero Cristo infilato in un gioco più grande di lui, spinto avanti più che altro da una possente trazione tricotica (tira più un pelo di Rey…). E infatti Rose lo deve fulminare perché sta scappando. Su Luke manco mi pronuncio, che tutta la parte sull’isola è solo un’enorme, gigantesco manifesto de “gli eroi non sono per niente come te li immagini, e comunque sono tutti morti”. E lasciatemi spendere due parole per la gigantesca figura di Luke, che manco a Mark Hamill è piaciuto e io davvero non capisco perché: è il maestoso monumento al fallimento di un’intera generazione che credeva a qualcosa, e ha scoperto di non essere all’altezza dei propri sogni. E sì, è stato proprio lui a mandare tutto in vacca (anche se la sceneggiatura ammorbidisce un po’ il suo tradimento nei confronti di Ben) e allora? C’è un uomo sotto l’accappatoio di spugna marrone, un uomo ferito e abbattuto, che pure, alla fine, ha la forza di risollevarsi e almeno morire facendo ciò in cui crede, in un passaggio di testimone da brividi.
Ci distruggono un po’ tutto: l’eroina predestinata che è figlia di N.N. ed è stata scelta dalla Forza a caso, i Jedi che non erano ‘sto granché, l’equilibrio nella Forza che non significa più riassorbire il male nel bene, ma accettare che entrambi esistono, e non possono essere ridotti l’uno all’altra. E questa decostruzione trova il suo contraltare nel ribaltamento di molte scene topiche degli altri film. Grandissimo, per dire, il pezzo del ferro da stiro. Che, immagino, la maggior parte della gente abbia considerato una roba fuori luogo, e invece appartiene ancora a quel filone di uccisione dei padri cui tutto il film, in ogni fotogramma, allude. Sì, ragazzi, la nave di Boba Fett è un cazzo di ferro da stiro da lavanderia, ok? E ve lo sbatto in faccia. E anche Luke che butta via la spada, infrangendo uno dei grandi stilemi di questa saga (quando ti danno la spada si fa la faccia seria, e sei investito a cavaliere), che a me non fa ridere manco per niente. O ancora Kylo, verso la fine, che quando vede Luke non pensa a scendere dalla nave e affrontarlo in singolar tenzone, stile Obi Wan con Darth Vader, ma gli fa scaricare addosso vagonate e vagonate di colpi, che è il contrario di tutto ciò che ci hanno sempre detto di come vanno le cose tra grandi nemici.
E poi, la morte di Snoke. La morte di Snoke è un capolavoro. Perché è identica a quella dell’Imperatore in Return of the Jedi, almeno fino a un certo punto. Identica la posizione dei personaggi, identiche le cose che si dicono, identica la flotta ribelle, là fuori, che rischia di essere spazzata via. E tutti noi siamo lì a sbuffare, a dire “sì, ma questo l’ho già visto”. E allora Johnson ti spara in faccia “col cavolo!”, e Ben affetta Snoke – in modo per altro decisamente poco eroico, con uno stratagemma piuttosto vile – e a quel punto il film sterza. Fine, ragazzi. Tutti i padri sul tavolo stati ammazzati, eroi non ce ne sono più, ci sono le nuove generazioni, e sono loro che porteranno avanti la baracca. E, come dicevo anche nella precedente recensione, quest’opera di distruzione non è fine a se stessa, ma propedeutica a una nuova epica, disincantata quanto ti pare, ma comunque pregna di afflato mitico. Ma non sto a ripetere cose che ho già detto l’altra volta. Piccolo inciso, per altro, sulla morte di Snoke: mentre avviene, Snoke letteralmente la descrive. È una di quelle cose che puoi notare solo a una seconda visione, perché sai cosa accadrà, ma Snoke dice tutto ciò che fa Ben, e ho trovato il tutto piuttosto ambiguo. Ok, è vero: Ben gira la spada davanti a Rey, davanti a Rey la attiva, tutto specularmente alla spada di Luke sullo scranno di Snoke. Ma mi sono comunque domandata se sotto l’omicidio di Snoke non ci sia altro, se l’inutile cattivo con la faccia scartavetrata forse non la sappia più lunga di quanto immaginiamo e non sia proprio morto morto morto.
Altra cosa che cogli solo se riguardi, è che anche il duello nella Forza di Luke e Kylo è un gioco di prestigio con le carte scoperte. Luke si presenta con una spada che è stata distrutta qualcosa come dieci minuti di film prima, e per tutto il duello lui e Kylo non si toccano mai. Non si incrociano neppure le spade. Te lo stanno dicendo che Luke non è la, ma la forza iconica di quel che accade, la capacità di costruire la scena, sono tali che non te ne accorgi. Ci devi proprio fare caso.
E insomma niente, tutto il film è una cosa pensata. C’è una poetica dietro, per scomodare un parolone. Che avevo già intravisto in prima visione, ma che quando riguardi, spoglio di tutte quelle ansie da prestazione con cui uno va a cinema a vedere un film di Star Wars, emergono con grande prepotenza, che ti si impongono. Per altro, questo film potrebbe persino non avere un seguito. Non è il segmento centrale di una saga di tre. È l’episodio finale di una bilogia. Ha una conclusione in sé, e lascia per il dopo un territorio completamente vergine, che è possibile davvero popolare con tutto ciò che si vuole. Qui è dove mi astengo dal ripetervi di nuovo che l’idea che dopo questo film torni in sella J.J. mi metta la depressione, ma lo sapete già.
E quindi niente, lo volevo dire. Perché mi è piaciuto, perché dentro ci sento spirare lo spirito dei nostri tempi, e, non lo so, secondo me questo film è destinato a durare, più degli evanescenti prequel, più del riassuntone delle precedenti puntate di The Force Awakens. Lo riprenderemo in mano, tra qualche anno, e capiremo che ci diceva davvero qualcosa di quel che siamo, qui e ora, di quello in cui crediamo, e che, come la trilogia originale, ha quanto meno tentato di porre le basi di un’epica nuova. Poi, vabbè, arriva Jar Jar Abrams e probabilmente brasa tutto, ma il tentativo c’è stato, e non potrà essere del tutto cancellato. E noi siam tutti un po’ il pischello con la scopa (che si vede nella sottotrama di Finn e Rose, l’avevate notato? Notatevatelo!). May the Force, qualsiasi cosa ne sia rimasto, be with you.

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Altered Carbon. Anche meno.

Ho finito di vedere Altered Carbon. Trattasi di serie Netflix tratta da un libro che ho molto amato (ma che ho letto un milione di anni fa circa, quindi non chiedetemi troppo della trama che non ricordo); in Italia si chiama Bay City e ve lo consiglio moltissimo. Questo per dire che partivo abbastanza carica a pallettoni, anche se avevo anche beccato qua e là pareri non proprio entusiasti.
Vabbè, dalla premessa avrete che capito che per quanto mi riguarda non ci siamo. Non ci siamo per una serie di cose che ho messo a fuoco abbastanza bene, e per tutta un’altra serie che attengono invece alle sensazioni. Non so quindi se sarò chiara a sufficienza da spiegare perché Altered Carbon è in linea di massima un ni, che però scantona al no per alcune ragioni laterali. Proviamoci, comunque, dai.
Dal lato dei sì si può mettere in blocco tutto il comparto tecnico: la colonna sonora è perfetta, credo anzi la comprerò, la fotografia magnifica, la regia salda. Casca l’asino giusto nelle coreografie dei duelli, confuse e francamente brutte, con robe che risultano palesemente finte e gente che fa piroette a caso. Esempio, il tizio che correndo fa una sforbiciata in aria per saltare una bicicletta che non stava sul suo percorso. Ma un po’ tutte le volte che si menano è tutto un po’ meh. Il dramma è che il problema peggiora col tempo, con gli ultimi duelli peggiori dei primi. Forse si sarà licenziato il coreografo, chissà.
Piuttosto anonima anche l’ambientazione. Futuro distopico cyberpunk quadratico medio, come ne abbiamo visti a pacchi: un po’ Nathan Never, un po’ Blade Runner, un po’ Cowboby Bebop. Un minimo di sforzo in più per immaginarsi un futuro meno trito sarebbe stato gradito. Spiccano ovviamente l’idea delle pile corticali, che viene sparata dal libro, ed è il fulcro di tutto, e Poe, l’AI/hotel del mio cuore, che appena l’ho visto l’ho amato, è il peggior spreco di personaggio della storia della fantascienza, e adesso voglio lo spin off, qui e ora, datemelo e nessuno si farà male. E con questo, abbiamo più o meno esaurito i lati di eccellenza. Rimane il resto, che è penosamente medio.
Vagamente arruffata la trama, anche se, va detto, è ben condotta, senza eccessive pigrizie di sceneggiatura e facendo tornare tutto di un gran bene alla fine. Però è un casino. Alla linearità della trama hard boiled del libro – ed era quello, il bello, un hard boiled di fantascienza – si sostituisce un casino di trame e sottotrame che spesso interessano poco. Si divaga di continuo, le scene vengono allungate oltre il dicibile, si sprecano inutili flashback per ribadire l’ovvio, e tutto si trascina così, lasciando allo spettatore l’impressione che ogni volta rimanga fuori fuoco la parte davvero interessante. La trama dell’indagine sull’omicidio di Bancroft, all’inizio, per dire, o la tipa blaxploitation-like alla fine, che promette orge di sangue che manco in Tarantino, e poi si limita a due minuti di menare girati male. Vabbè. Ma, voglio dire, uno alla fine a un ritmo un po’ lento può anche passarci sopra. Se ci fossero tipo dei personaggi che non sono etichette semoventi e una trattazione delle tematiche della serie portata avanti col minimo sindacale di approfondimento. No. Entrambi non pervenuti.
I personaggi sono più o meno tutti stereotipati. Che, anche qui, non è un problema: tanti bei topoi narrativi, le migliori opere pop hanno personaggi visti e rivisti ma reinterpretati alla luce di una visione originale, o semplicemente scritti da dio. Per restare in ambito, vedi alla voce Cowboy Bebop. Ma qui niente, tutta gente così che magari dice anche cose, ma in modo terribilmente didascalico. Il duro Kovacs che però, porello, è solo ferito dalla vita; la sorella pazza che vuole solo il fratello indietro; i ricconi stronzi dediti alle peggio perversioni; i ribelli fighi e treccinati (e sempre ben truccati, ragazzi, pure in mezzo alla jungla, che il make up è importante) idealisti e tanto buoni. Tutto così, buttato in faccia un tanto al chilo, col dispendio minimo di energie.
Anche la spettacolare premessa della serie – l’anima ormai per davvero svincolata dal corpo, perché grazie alle pile corticali tutta la tua essenza viene salvata su pennino USB, e quindi può essere travasata ad libitum in altri corpi – viene banalizzata nel più trito “who wants to live forever?”: ma nessuno, ovviamente, perché i limiti, l’umano, che senso ha la vita senza la morte, e via di banalità in banalità.
Ripeto, nessuna di queste tematiche ha un problema in sé. Mi vuoi dire che morire ha un senso nell’economia dell’esperienza umana, che anzi è un’esperienza imprescindibile per potersi definire esseri umani? Ok. Ma sviluppami il tema con un minimo di profondità, non con i cattivi cattivissimi che te lo dicono in faccia. Giuro, a un certo punto c’è una bonona da battaglia che, davanti a una platea di straricchi, dice più o meno testuali parole “so che questa cosa qui è proibita, ma noi siamo Meth, noi siamo sopra le regole, e quindi lo facciamo uguale”. Ma che davero davero?
Poi apprezzo il tentativo di fare una cosa pop, profondamente pop. Ma le cose così bisogna saperle fare. Se vuoi spingere sul pedale dell’eccesso, poi mi vai fino in fondo. Kovacs che si strappa il cuore dal petto, in un interrogatorio per altro di rara inutilità e e tirato così tanto per le lunghe da diventare una specie di tortura pure per lo spettatore, è semplicemente una trashata non supportata da tutta una serie di elementi di contorno che le avrebbero dato dignità. Chi di voi ha letto Bastard!! ricorderà l’effetto che faceva Dark Schneider che si apriva la cassa toracica; roba di un altro livello. La già citata tipa in latex dell’ultimo episodio, vagamente psicopatica e assetata di vendetta, è una bella idea. Peccato che poi la si metta in azione per pochissimi minuti, e faccia un po’ la figura del deus ex-machina (due volte, per di più).
E poi c’è Il Problema: la pesezza. Il mondo contemporaneo dell’intrattenimento è ammorbato da prodotti pop che si prendono incredibilmente sul serio. La pretenziosità regna sovrana, tutti sembra che stiano lì a insegnarti a campare, a svelarti profonde verità sull’umano. Ragazzi, è una serie televisiva, sono storie. Tu non stai lì a insegnare niente. Tu stai lì a divertire la gente, e, quando ti dice bene, a ossessionarne le visioni, a entrargli nel cuore e a restare con lei per sempre. Ma per farlo, non ti puoi mettere su un piedistallo. Devi stare in mezzo alla gente, al suo livello. Stai con loro, non sopra.
Intendiamoci, perché per me questo è un punto molto importante. Io non sto dicendo che il pop non abbia una sua altissima dignità. Lo pratico, voglio dire…e non sto dicendo che non possa veicolare contenuti, anche di peso. Quando è buon pop è l’espressione dello zetgeist, svela lo spettatore a se stesso, è l’espressione di un’intera cultura immortalata in un preciso momento storico. Quindi il pop è importante. Ma la prosopopea con cui certa gente lo pratica è la sua stessa negazione. È mero scimmiottamento della cultura alta. Si chiama pop perché è popolare, nessun autore che lo pratichi dovrebbe mai sentirsi altro che il prodotto di una certa società. Il suo merito sta nella sua capacità di coglierla e rappresentarla con efficacia. Stop.
Bay City era bello perché ti faceva riflettere appunto su quest’ossessione occidentale per il dualismo corpo-anima, indagava i rapporti tra le due entità quando queste vengono per davvero disgiunte, e lo faceva con una trama che divertiva, e un personaggio straordinario, la cui voce era divertente da ascoltare, le cui azioni erano appassionanti da seguire. Non ti voleva insegnare nulla. Ti voleva presentare il proprio punto di vista sulla vita.
Altered Carbon si apre quasi sempre con un pallossisimo pippone filosofico portato avanti dalla voce off screen del protagonista, che dall’alto della sua depressione, maturata in una vita densa di sfighe che manco uno iettatore di professione, ci cala dall’alto la Verità. Anche il messaggio di fondo ti viene sbattuto in faccia. Non è posto in termini dubitativi, non è proposto come suggerimento, no. Raga, se vuoi vivere per sempre sei uno stronzo che tra cento anni finirà a torturare coniglietti per il proprio piacere sessuale. Fine. Non c’è uno dei soli dei ricchi immortali che non sia scolpito ad accettate nel modello bastardo fatto e finito, non c’è ribelle (sì, i ribelli si chiamano Ribellione, così, secco, altro che ISIS, tigri tamil et similia) che non sia un guascone idealista amante dei bambini. Il trionfo del manicheismo spinto. Il peggior buonismo nascosto sotto una patina “realista” solo perché si pigliano a mazzate e ci sono quella decina di nudi frontali maschili e femminili. Grazie per la lezione, ma io voglio continuare a campare fino alla fine dell’Universo, se me ne viene data la possibilità.
E insomma, niente. Non sarebbe neppure tanto male, se non cercasse di essere quel che non è. Non sei un trattato di filosofia, non sei la mejo serie televisiva dei prossimi venti anni. Sei un prodotto qualsiasi che ha sprecato una buona idea in una rappresentazione scialba e priva di mordente. Stacce. E la prossima volta meno arroganza, grazie.
A parte Poe. Poe, ti amo, vienimi a gestire casa tipo Google Home. Anche coi mitra, ovviamente.

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Annihilation, un ameno pic-nic nell’orrore

Ahò, giuro, l’ho visto ieri, il giorno dell’uscita, e per di più di mattina. Ma niente, già ne hanno parlato tutti, e quindi arrivo in ritardo anche stavolta. Sto parlando di Annihilation, il film tratto dall’omonimo libro di Jeff VanderMeer uscito qui in Italia solo su Netflix. Perché ve ne parlo? Perché io quel libro là l’ho presentato, a Gavoi, per la precisione, se non erro tre anni fa. Ero io a far le domande all’autore in una frizzante serata estiva, davanti a una platea di svariate centinaia di persone, per cui in qualche modo fa parte della mia storia. Poi perché è il primo film che vedo su Netflix, e poi perché mi ha colpita. Mi sembrano tutte ragioni di cui frega cavoli a nessuno, ma ciò non mi ha mai fermata dal dare la mia opinione, sia mai :P .
Iniziamo col botto, permettendo a tutti i cinefili presenti di fare harakiri: io, devo dire la verità, questa fruizione particolare dei film nuovi a mezzo Netflix non la disdegno affatto. Contesto: Annihilation è uscito nelle sale tipo di USA, Canada e credo Cina; nel resto del mondo, la casa di produzione ha fatto un accordo con Netflix per una distribuzione esclusivamente digitale. Il motivo è che Annihilation non è esattamente un blockbuster da cassetta, e la casa di produzione non se l’è sentita di rischiare una costosa distribuzione e poi non rientrare delle spese. Il punto però è che io col tempo ho iniziato a non amare più tanto l’esperienza cinema. In parte la cosa ha a che fare col fatto che, quando hai dei figli, andarci diventa sempre più complicato: se non siamo in ambito film per l’infanzia, tocca trovare la quadra tra gli orari del cinema, la tua capacità di tenere la palpebra alzata fino alla fine nonostante le sveglie mattiniere, e qualcuno che ti tenga a casa la prole mentre te ti godi il film. E non è per niente facile, tanto è vero che dall’invidiabile media due film al mese di quando eravamo pischelli, io e Giuliano siamo passati a tipo tre film l’anno. Inoltre, a cinema a volte succedono cose che, come dire, non migliorano l’esperienza complessiva: film che partono venti minuti dopo l’ingresso in sala, perché prima ci stanno quelle ottanta pubblicità varie da fare vedere alla gente, all’interno delle quali c’è spazio per uno, massimo due trailer, schiacciati tra promo di macchine, patatine e il pizzettaro all’angolo; spacchi tra primo e secondo tempo inseriti completamente mentula canis, a volte spezzando a metà una battuta; la gente che parla, la gente che si controlla il cellulare, la gente che ride a caso, la gente.
Ora, è vero che certe pellicole – e questa è una di quelle – beneficiano del passaggio su grande schermo. Penso a tutti quei film in cui l’aspetto immaginifico e gli effetti speciali giocano un ruolo importante, e dunque sul televisore di casa perdono un po’. Che ne so, Pacific Rim, in effetti, visto a cinema era un’altra cosa. Però a casa ho almeno due gran vantaggi: non devo attraversare mezza Roma alla ricerca del cinemino d’essai per vedermelo in lingua originale, e posso rivedermelo quante volte voglio dopo la prima visione. Quindi, boh, io sarei per una sinergia Netflix-cinema di qualche genere. Non è facile farla senza danneggiare le sale, mi rendo conto, ma è pur vero che qua la comodità è tanta.
Ok, ci siamo disfatti con eleganza dei cinefili :P . Possiamo passare a commentare il film.
La prima cosa che balza all’occhio è la contemporanea fedeltà e infedeltà al libro – che mi era piaciuto, visto che l’avevo presentato. La fedeltà sta nelle atmosfere complessive, che sono, vi giuro, identiche a quelle del libro. Mentre tutto il resto è completamente diverso: diversi quasi tutti i personaggi, diversa l’Area X, soprattutto diversa la conclusione della storia, e il suo senso. Ma lo spirito è indubitabilmente quello, ed è probabilmente l’unica cosa che conta. Annientamento è un libro che vive praticamente solo dell’ambientazione. È un viaggio allucinato e allucinante in un mondo incomprensibile, grottesco, estremo. Il resto, storia, personaggi, trama, stanno al traino, e tutto sommato non sono neppure importanti. È importante l’Area X, quella natura virulenta, violenta e inconoscibile che rappresenta quel patto che abbiamo violato millenni fa, quando con la rivoluzione agricola l’uomo smise di essere un animale come tanti e iniziò a modificare pesantemente l’ambiente intorno a lui. Solo che la natura una strada la trova sempre…
Per il film vale la stessa cosa. I personaggi sono praticamente tre, e uno solo ha quella reale profondità che ti permette di empatizzare. La storia è talmente semplice che il regista te la spoilera in apertura, cosicché, a differenza del libro, la tensione narrativa non è tenuta su dal cercare di capire l’Area X e i suoi misteri. Il film si fa vedere solo ed esclusivamente per l’atmosfera di follia che è in grado di generare. La tensione che spinge ad andare avanti nella visione sta tutta là. E non è poco, visto che, appunto, la trama in pratica non c’è. O meglio, c’è, ma non è la cosa importante.
Da un punto di vista prettamente visivo e di capacità di disturbare, e, in parecchi casi, suscitare orrore, Annihilation si becca dieci. L’Area X è qualcosa di indescrivibile, occorre entrarci dentro per capire, e almeno un paio di scene hanno una potenza davvero devastante. Per altro, ci sono due o tre picchi di gore abbastanza spinto. Io pensavo di non avere granché stomaco per queste cose, e invece ho tenuto abbastanza botta. Ma può comunque far impressione ai più delicati.
Quindi tutto bene? Ecco, per me no. Il film riesce perfettamente nella costruzione della tensione, Natalie Portman ci mette del suo con un’interpretazione perfetta, però i nodi vengono al pettine quando occorre tirare le fila. VanderMeer se la cavava riducendo il disbrigo di trama: Annientamento è solo il primo libro di una trilogia, in cui ti vengono date sì delle risposte, ma tutte abbastanza omertose. Il film, che evidentemente non avrà seguiti, invece non può o non vuole esimersi, e dopo la passeggiata di salute in mezzo ai mostri sente di dover dare un volto all’orrore. E lì casca l’asino.
Non lo so, probabilmente è un problema mio, del resto avevo già non mi era granché piaciuta l’incarnazione di IT nel libro, ma quando pompi così tanto sul pedale del grottesco, della follia e dell’orrore, quando al tutto dai un volto rischi di deludere. E gli ultimi venti minuti di Annihilation, per quanto mi riguarda, hanno buttato giù tutta la gran bella sospensione di incredulità che il regista si era guadagnato da me fin là. Ho trovato la scena nel cuore del faro piuttosto ridicola, e quella immediatamente successiva lunga e incomprensibile. Inoltre, tutto finisce un po’ a tarallucci e vino (e qui sarei curiosa di conoscere l’opinione di VanderMeer a proposito di questo clamoroso cambiamento rispetto ai suoi libri), e non basta la scenetta finale, vagamente aperta, a salvare la baracca. No, purtroppo per quel che mi riguarda qua non ci siamo.
Vabbé, ma allora nel complesso? Nel complesso è un bel film che vale la visione. Ok, il finale è un po’ così, ma, non essendo la trama il vero cuore del tutto, ci si può passare sopra. Intendiamoci, il film non è niente di sconvolgente, niente di incredibilmente originale, ma è un’opera solida, e soprattutto c’è l’Area X e la sua natura soverchiante. In molti hanno cercato di trovare il senso del film nel rapporto tra Lena e il marito, hanno parlato di fantascienza filosofica e del cambiamento come chiave di lettura del tutto. Sarà che io ho letto il libro, ma alla fine secondo me Annihilation vuole solo mostrarci quanto niente, veramente niente siamo di fronte alla natura. E, come in tutte le jungle del mondo, alla fine sopravvive chi è forte a sufficienza: perché ha qualcosa cui tornare, perché è determinato a vivere. Ma il mondo sta qua a cercare di ucciderci in tutti i modi possibili e immaginabili, perché non c’è etica, non c’è senso nella potenza virulenta della vita. Ecco, questo Annihilation lo mostra con grande efficacia e potenza, così tanto che alcune scene resteranno con voi. Nei vostri incubi, principalmente, ed è bene, no? Le storie sono qui a destabilizzarci, a spostarci dal nostro punto di equilibrio per costringerci a mettere in dubbio le nostre certezze. E cosa c’è di meglio che una bella passeggiata in un’area disabitata e popolata da creature splendide e mostruose, al sicuro dietro lo schermo di un televisore?

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