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Che ce frega della trama, noi c’avemo Tony Stark, Tony Staaaaaark! o Iron Man 3

Venerdì sera sono andata a vedere Iron Man 3. Non potevo esimermi. Con una buona dose di faccia come il posteriore posso quasi farla passare come una questione lavorativa, e non il piacere di vedere praticamente il mio cinecomics preferito. Comunque. Il titolo vi dice un po’ tutto circa la mia opinione, il resto è chiosa, ma parto per la tangente con una riflessione generale sulla sospensione di incredulità, per cui allacciate le cinture.
Iron Man 3 è un film ammirevole. Lo è perché ti regala due ore e rotti di divertimento continuativo pur mancando completamente di trama, di un cattivo degno di questo nome e sfoggiando buchi di sceneggiatura grossi come voragini. È il trionfo dell’intrattenimento su qualsiasi altra cosa, della sospensione di incredulità su tutto.
Io ho sempre detestato questa tendenza moderna del cinema Hollywoodiano per cui l’effetto speciale e l’azione ad esso connessa sono tutto. È pieno di film con una GC che ti fa vedere cose sempre più incredibili (ma ha anche con standard qualitativi sempre più bassi, devo dire) a fronte di personaggi tagliati con l’accetta, trame inverosimili, sceneggiature risibili. Ecco, in un certo senso Iron Man 3 è la summa di questo atteggiamento: macchissene della trama! Macchissene di metterci un cattivo con una motivazione o un senso! Ti do invece due ore di Robert Downey Jr, che è bravo e piace sia ai signori che alla signore, botte da orbi e battute fulminanti. E la cosa davvero sconvolgente è che funziona. Io mi sono divertita. Non c’ho capito niente, ma mi sono divertita. E non posso dire non mi sia piaciuto, soprattutto se lo confronto con altri cinecomics recenti. Per dire, ma prima del battaglione finale, quanto è inutile e noioso The Avengers? Immaginate un film fatto solo con quei quaranta minuti finali: è Iron Man 3. Ha senso fare una cosa del genere? Non lo so. Io di mestiere racconto storie – con uan ragionevole dose di botte da orbi, per altro – per cui una cosa come questa la considero al limite dello sperimentale. Una storia senza storia. Che piace. Ci devo riflettere. Sia mica fosse l’inizio della fine per noi narratori tradizionali…
Comunque, veniamo ai famosi buchi di sceneggiatura. Aiutatemi a capire, magari sono le mie facoltà intellettive a difettare, magari è tutto chiaro e sono io che non capisco. Ma l’obiettivo del cattivo, qual è? Venedere gli uomini esplosivi…a chi? Mi pare d’intuire che vorrebbe che Tony Stark lo aiutasse a correggere questo “baco” degli omini che esplodono, ma non è che lo faccia con questa convizione così estrema…Si vuole vendicare perché Tony l’ha lasciato sul tetto due ore la notte di capodanno? Allora io dovrei essere in carcere da un bel po’, considerando le buche e le varie blande forme di umiliazione cui la gente mi ha sottoposta negli anni. Cioè, voglio dire, ma davero davero? Ancora: se levarsi dal petto le schegge della granata era così facile, perché Tony non se l’è fatto fare due film fa, al minuto 40 del primo film? E se ha otto miliardi e mezzo di armature nel garage di casa, perché quando la sua si scassa non si fa spedire da Jarvis una di quelle, invece di star lì ad attendere pensoso che la sua si carichi al 100%?
A parte i buchi di trama, però, ci sono anche un paio di cose che proprio non mi sono piaciute, e che secondo me rompono un po’ lo schema felice che vi ho raccontato finora. Per dire, i patetici tentativi di dare il minimo sindacale di spessore al prodotto: tipo Tony con gli attacchi di panico. Che uno che di attacchi di panico ci soffre per davvero dovrebbe andare a crepare di mazzate lo sceneggiatore per quanto l’argomento è buttato là in modo del tutto inverosimile e vagamente ridicolo. Tony Stark è un simpatico cazzone autoriferito che nel film conduce una parabola dalla domanda “ma sarò mica solo la mia armatura?” alla risposta “ah, già, avevo già detto in The Avengers che senza sono comunque un figo”, non ha senso dargli una profondità che non gli appartiene, perché, semplicemente, non è questo che piace alla gente. Non so come sia nei fumetti, ma nei film Iron Man è la risposta ai supereroi coi superproblemi, e la risposta è: ma anche no. Per cui non vedo ragione di renderlo problematico, tanto più che non è mica un tremebondo adolescente à la Spierman, è uno che per gran parte della sua vita ha fatto il mercante d’armi, voglio dire…
L’altro tema buttato là senza ragione – e che mi conduce alla vera pecca del film, a mio parere – è questa larvata critica al sistema della paura che vige nel mondo occidentale. Il Mandarino è l’incarnazione di questa paura funzionale all’esercizio del potere. Tutto bello, per carità, ma inserito con due battute nel contesto giocoso del film non ha senso alcuno. Ma qualcuno veramente pensa che la visione di questo film possa indurre qualcuno a riflettere sulle capacità manipolatorie dei media occidentali? Anche qua: ma che davero davero?
E veniamo al Mandarino. Attenzione spoiler, eh? Allora, i film di Iron Man non hanno mai brillato per inventiva sui cattivi: il primo manco me lo ricordo, e comunque Iron Man ne ha ragione in due secondi netti nel finale. Mickey Rourke, nel due, sembrava promettere faville, ma è completamente irrisolto e, anche qui, tutto si rivela nel finale un fuoco di paglia. Il Mandarino sembrava invece cazzutissimo: machiavellico, spietato, ben caratterizzato dal punto di vista iconografico…Eh, peccato che più o meno a metà ce lo ridicolizzino al massimo, lasciando tutto in mano a Guy Pearce sputafuoco, che, francamente, non ha un’oncia del carisma di Ben Kingsley. Per motivi di gusto personale, a me il colpo di scena sul Mandarino non è piaciuto, perché, ripeto, un cinecomics senza un cattivo carismatico non è. Ma quel che davvero ho trovato fastidioso è la sua insistita ridicolizzazione, per altro con ricorso a battute scatologiche. Non vorrei essere ripetitiva, ma, ancora: ma che davero davero? Ma siamo alle elementari? Ma forse, questa storia del Mandarino è solo una geniale trovata di metasceneggiatura: è l’ennesimo modo degli autori per dirci “ehi, guarda che qua non ci si prendere sul serio ma manco per niente, o non l’hai capito?”. Sarà, non ho molto apprezzato.
Infine, ultima nota di demerito, ok far ridere per tutto il film, ma quando Iron Man si suppone sia incazzato come una biscia perché Pepper s’è fatta un carpiato di sessanta metri tra le fiamme no. Quando c’è il pathos c’è il pathos, tanto più che per tutto il film mi avete spiegato che Pepper è l’unica cosa che salvi Tony dalla megalomania patologica, l’unico suo legame col mondo dei normali. Lei è probabilmente morta e lui che fa? Un par di battute. Ma che davero davero (reprise)? Lì ho sperato in una Pepper di fuoco alta sessanta metri che emergesse dalle fiamme solo per pigliarlo a pizze in faccia. Assieme agli sceneggiatori, ovviamente.
Comunque, al netto il film m’è piaciuto. Poi, nessuno (e soprattutto nessuna) di noi può negare la sostanziale identità tra Robert Downey Jr. e Tony Stark, che sono fatti l’uno per l’altro e funzionano alla grande insieme. Togli Robert Downey Jr. e il film sostanzialmente non esiste. Però, non lo so. Un po’ ho nostaglia di quei bei film di una volta che ti davano il personaggio (e l’attore) figo, tante belle battute, tanta azione ma anche una storia, del pathos e dei personaggi. È così difficile fare una cosa così? È così impossibile replicare Indiana Jones, per dire? Pare di sì. Vabbeh. Ci rassegneremo. Il problema è che ciambelle del genere raramente escono col buco, e Iron Man 3 è solo un’eccezione; senza contare che Robert Downey Jr. è uno solo, e non ne vedo altri simili in giro. Ma forse son solo io ad essere vecchia e a non capire.

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ZeroZeroZero

Per lungo tempo, soprattutto quando ero ragazzina, ho avuto una specie di idiosincrasia per la saggistica. A quindici, sedici anni, non riuscivo a considerare i saggi esattamente “libri”: ok per i testi divulgativi di Asimov, che aprirono la strada alla passione per l’astrofisica, ma il resto ai miei occhi era ammantato di una patina di generale noia. Io volevo storie. Non spiegazioni.
Ecco, se a quindici, sedici anni mi fossi imbattuta in ZeroZeroZero, che all’epoca, ovviamente, non esisteva neppure nella mente dell’autore, avrei cambiato idea radicalmente. Lo pensai di Gomorra, la prima volta che lo lessi – e in quel caso fu una vera e propria folgorazione – lo penso di ZeroZeroZero: Saviano ha trovato il modo di fare una sintesi perfetta tra la letteratura e la saggistica. Ha inventato un nuovo genere. I suoi libri sono appassionanti come la narrativa, ma ti spiegano cose del mondo come la saggistica. Sta in questo la loro forza, sta in questo la loro grandezza.
Confesso che mi sono avvicinata a ZeroZeroZero, qualche tempo fa, con un certo timore. Credo sia la sindrome da opera seconda, solo che mentre io non ce l’ho avuta come scrittrice (anche perché vai a capire qual è la mia opera seconda…La Missione di Sennar? Le Guerre del Mondo Emerso? Nashira?), a volte ce l’ho come lettrice. Quando il primo libro di un autore mi folgora, poi ho paura che il secondo non mi farà lo stesso effetto. Se poi tra il primo e il secondo passano anni, mi intimorisco ancora di più. Anche perché non è che io sia tipo tanto da amare gli scrittori, quanto i singoli libri. Tranne luminose eccezioni, ovviamente.
Ecco, ho aperto ZeroZeroZero con questo timore in fondo al cuore, e già dopo le prime tre pagine mi sentivo a casa. Era un tipo di narrazione che riconoscevo, che avevo amato, e nella quale sprofondo. Storie nuove, prospettive più ampie, ma la stessa capacità di sporcarsi con quelle vicende, e al tempo stesso sporcare il lettore, avvincerlo, fargliele sentire proprie.
Breve riassunto per chi non sapesse: ZeroZeroZero parla di cocaina, come si intuisce anche dall’eloquentissima copertina. E per parlare di questo gigantesco elefante che ci troviamo nel salotto, ma che schiviamo come non ci riguardasse, sceglie al contempo l’unità e la molteplicità: da un lato, il filo conduttore è l’idea che la cocaina sia il lato oscuro dell’esistenza. Sta dietro. Basta guardare in trasparenza, e appare: dietro la crisi, dietro il benessere, dietro il funzionamento delle nostre società. La molteplicità sta nella via scelta operata per raccontare questa realtà altra: le storie. ZeroZeroZero inanella quadretti, che nella loro specificità, e al tempo stesso universalità, dicono più di mille analisi. Ho sempre pensato che raccontare sia un atto seminale, nato insieme all’uomo, in qualche modo fondante e demiurgico: il racconto ci resistuisce a noi stessi, ci definisce, e al tempo stesso, con la sua capacità di avvincere, è il sistema migliore per veicolare un contenuto. Le storie di ZeroZeroZero ti incollano alla pagina come la miglior narrativa popolare, ti restano dentro quando hai chiuso il libro, ti spingono a cercare facce, volti e corpi, dopo (per dire, una mattina mi sono chiesta che faccia avesse Natalia Paris). E proprio per questa loro straordinaria capacità di restarti dentro, sono più efficaci di qualsiasi dibattito, di qualsiasi dossier nel farti penetrare questo lato oscuro della vita. Capisci delle cose, molte cose, cose importanti, leggendo ZeroZeroZero, ma al tempo stesso ti diverti, ove con la parola, al solito – lo ripeto sempre, perché mi rendo conto che essere fraintesi è facile – non intendo “ci facciamo due risate”, quanto piuttosto ti appassioni, hai voglia di leggerne ancora, sei catturato dalla narrazione. È una lettura – entro i limiti di questa definizione di divertimento che ho appena dato – piacevole. Nel senso che ci entri dentro, e non ne esci fino all’ultima pagina, e poi qualcosa ti resta comunque appiccicato addosso, e non andrà mai più via.
Intendiamoci, è un libro che colpisce allo stomaco e colpisce duro. Ci sono cose che non avrei voluto leggere, orrori inenarrabili che avvengono nel mondo, e la coca che finisce sui nostri tavoli gronda morte e sangue, ma la verità è così: dura, scomoda, e quando la sai, pensi che forse sarebbe stato meglio non sapere affatto. Ma senza verità non c’è libertà. Come puoi essere libero se non sai quali meccanismi guidano l’economia che ti dà da mangiare e ti affama? Come puoi essere libero se non sai il vero potere dove sta, chi lo amministra e in base a quali logiche?
E la cosa che mi ha stupita è che gran parte di queste storie sono roba vecchia, almeno dieci o venti anni. Non tutte, ovvio, ma molte sì. Storie che di sicuro saranno state già raccontate, che sono in dossier polverosi che però nessuno legge mai. La forza di ZeroZeroZero è di metterle in una forma tale che ci appaiano come quel che sono: cose che ci riguardano. Siamo noi. È il nostro mondo.
Un’osservazione collaterale che mi è venuta spesso alla mente leggendo il libro. È incredibile – anche se non particolarmente sorprendente, a pensarci bene – quanto l’economia criminale sia sostanzialmente il capitalismo portato alle sue estreme conseguenze: l’economia della cocaina segue esattamente le regole dell’economia “pulita”, ma scevra di tutti i legacci etici e di tutte le leggi. È capitalismo nella sua essenza più vera, nudo e crudo. L’economia criminale dice tanto, tantissimo, di quella legale. E infatti non c’è crisi, nel mondo della cocaina. Si può quasi dire che l’economia criminale è un liberismo davvero senza regole, è il capitale che obbedisce solo a se stesso, e si alimenta da solo, senza vincoli e legami.
Fin qui, direi, la parte meramente saggistica. Ma ZeroZeroZero è anche letteratura. C’è una ricerca stilistica, ad esempio, che a me è parsa evidente soprattutto nei capitoletti “Coca #”, che in qualche modo intercalano la narrazione, permettono di tirare il fiato e sono, sostanzialmente, riflessioni. Ma, soprattutto, c’è un continuo tentativo di ricavare una riflessione generale dalle storie particolari, una riflessione sulla nostra natura di uomini. Probabilmente è proprio per questo che le storie di ZeroZeroZero sembrano riguardarci così tanto: perché l’autore ci scava dentro alla ricerca di quel seme di umanità che è comune a tutti noi. Che sia l’oscurità che abita nel profondo di ogni individuo, che si tratti di un meschino bisogno di potere, di una disperata ricerca di rivalsa, o all’opposto il tentativo di essere migliori, la voglia di riscattare il mondo, o anche solo poter guardare la verità in faccia. È una galleria di personaggi umani, troppo umani, nei quali, spesso con sgomento, ci rispecchiamo. Sarei finito così anch’io se la mia storia fosse stata diversa? Avrei fatto la stessa scelta, io, in quella sitauzione? Da dove vengono il male, la ferocia, questo spasmodico bisogno di potere?
Insomma è un libro bello. È un libro necessario, per carità, ma soprattutto è bello. E ve lo consiglio per questo. Perché io me lo sono centellinato, perché a mezzanotte, dopo una delle mie giornate tipo piene di roba fino ai capelli, mi dicevo “vabbeh, dai, un altro capitolo”, e non è una cosa che mi capiti spesso, ormai, perché in fila dal dottore, leggendo, sono finita per venti minuti in un altro mondo, e non sentivo la gente intorno a me. E non vi fate scoraggiare dalla prima cinquantina di pagine forse un po’ ostica: io, almeno, ho fatto fatica a orientarmi con tutti quei nomi e quei fatti che si rincorrevano tra le righe, ma la cocaina è così, è labirintica e tentacolare. E comunque, quello è il prezzo da pagare per l’ingresso, e vi assicuro che vale completamente la pena.

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Web-palle

Ho finito da pochissimo di leggere un ottimo libro che vi consiglio: L’ingenuità della Rete, di Evgeny Morozov. È un testo evocato parecchio di recente, e che a me era stato appunto consigliato da più parti. Sostanzialmente, come dice il titolo, si parla di rete, e in particolar modo delle sue potenzialità per aumentare la diffusione dei regimi democratici. La cosa capita piuttosto a fagiolo in Italia, visto che un quarto o poco meno degli italiani pensa che effettivamente la rete sia il posto giusto per sperimentare nuove forme di democrazia. Confesso che questa è una delle ragioni per cui l’ho letto. L’autore non analizza però tanto questo aspetto, quanto le ottimistiche speranze dell’Occidente circa la possibilità che i regimi totalitari in giro per il mondo vengano buttati giù a forza di Like su Facebook e tweet. Ecco, diciamo che la risposta è: ma anche no. Del resto, la famosa rivoluzione verde in Iran, nella quale l’importanza di Twitter è tutta da dimostrare, non è andata comunque a finire da nessuna parte, e anche la “primavera araba” è rapidamente regredita all’inverno (vedere voce “costituzione tunisina“).
Al di là di tutto questo, comunque, il libro è interessante perché smonta tutti i facili entusiasmi che la rete ha generato negli anni, ed è importante che qualcuno lo faccia, perché affibbiare l’etichetta di bontà a qualsiasi nuova tecnologia automaticamente annulla le difese nei confronti di tutti gli aspetti negativi che quella tecnologia è in grado di generare. E ce ne sono per ogni cosa, diciamocelo.
Mi ha molto colpito, nel libro, una citazione circa l’entusiasmo che altre innovazioni tecnologiche hanno prodotto nel passato. A quanto pare qualcuno, al momento dell’invenzione del telefono, credette che la cosa avrebbe sconvolto così tanto le nostre vite da rendere superfluo, in futuro, il voto su scheda: tutti avrebbero votato per telefono. Suona familiare? Anche a me.
Il problema, e sono cose che ho detto un mare di volte, lo so, ma, perdonatemi, la gente continua a non voler stare a sentire, è che la rete è assimilabile ad un megafono: permette alle parole di andare più lontano, ti fa ascoltare da tanta più gente. Ma in un megafono puoi urlare slogan in favore della libertà così come proclami per lo sterminio degli ebrei. Inutile dirvi che ambo le cose sono state fatte, in passato, e qui e ora.
Il problema, come espresso a chiarissime lettere da Morozov, è che l’uso che si fa di una tecnologia dipende dal contesto sociale in cui viene inserita. Tutti pensano a quanto sia bello essere tutti connessi, e poter comunicare la propria idea urbi et orbi, ma nessuno pensa a quale sia questa idea che viene comunicata. Perché le tecnologie cambiano continuamente, più velocemente di quanto riusciamo ad immaginare, ma la natura umana resta sempre più o meno quella.
Esempio. Tanti anni fa – e per tanti anni fa intendo quand’ero bambina, e internet era una cosa che usavano solo i militari americani – c’erano le Catene di Sant’Antonio, e giravano per lettera. Qualcuno, nella propria stanza, scriveva questa letterina, in cui diceva che terribili sventure sarebbero accadute a chi non ne avesse ricopiato il testo in tot copie da spedire ad altrettanti amici. Ti ritrovavi la letterina anonima nella tua buca della posta, se eri intelligente cestinavi, se eri superstizioso inoltravi. Purtroppo, in genere succedeva la seconda cosa.
Arriva internet. Siamo tutti interconnessi. Bellissimo. E che succede? Che una cosa che prima costava un minimo di fatica e soldi (quelli del francobollo e della carta, senza contare la fatica di ricopiare n copie dello stesso testo) adesso è virtualmente gratis: col minimo sforzo e praticamente senza spesa, puoi mandare mille lettere ad altrettanti sconosciuti, con un click. E infatti la Catena di Sant’Antonio ha conosciuto uno sviluppo senza pari: fatevi un giro su Facebook. Un buon 50% dei contenuti sono evoluzioni delle catene di Sant’Antonio: “sei hai un cuore condividi”, e giù con l’appello per il bimbo malato – che se ti va bene è inventato, se ti va male è già morto da anni -, per il cucciolo smarrito, per il sapone cancerogeno. Il fenomeno esisteva già prima, ma internet l’ha moltiplicato a dismisura perché cliccare non costa niente.
Mi si dirà: ok, ma non costa niente neppure verificare la notizia prima di inoltrarla. Bastano un paio di ricerche, e, grazie sempre alla condivisione delle informazioni, sono in grado di smascherare la bufala. Eh no. Mi spiace. Non è così. L’altro giorno ho trovato un tweet in cui si diceva che Papa Francesco, in un vecchio discorso, aveva citato Tolkien. Mi c’è voluta una mezz’ora di frustranti tentativi per riuscire a recuperare il discorso originale in spagnolo. E ci sono riuscita solo perché lo spagnolo è comprensibile per un italiano anche senza conoscere la lingua. Un inglese che non sapesse lo spagnolo non ci sarebbe mai riuscito.
Verificare le fonti costa fatica, fatica sottratta ad altro. Cliccare un link sui vaccini che fanno venire l’autismo ti prende un secondo, poi puoi tornare a guardare video di gattini. Perché c’è un altro grande problema: la rete è piena di informazioni, vero, ma è immensa. Riconoscere quelle fondate dalle mere cazzate richiede allentamento e fatica. Inoltre, molte notizie, pur importanti, rimangono comunque invisibili, perché chi le ha condivise non sa farsi ascoltare, magari scrive male, o semplicemente non è una persona famosa, e dunque non ha molta gente che la segua e possa condividere quel che dice. Ci mostrano sempre tanti esempi di gente che diventata famosa con la rete – Mika, PSY – ma per ciascuno di costoro ce ne sono mille altri che nessuno considera, che continuano a navigare nell’anonimato. Uno su mille ce la fa continua a valere anche in rete. Non è vero che in rete siamo tutti uguali, che abbiamo tutti le stesse possibilità. È come stare in un enorme piazza in cui tutti parlano: è ovvio che nella confusione prevale chi ha un megafono. Su Twitter quanti follower ha una persona famosa, e quanti la sedicenne anonima? Le eccezioni purtroppo non infrangono la regola.
La verità è che l’uso della rete va insegnato, se vogliamo sfruttarne al meglio le potenzialità: quelli della mia generazione l’hanno imparato col tempo (è dal 2001 che sto in rete in vario modo, sui forum ho visto di tutto, ho visto i blog nascere), ma avevano anche 20 anni quando hanno iniziato a navigare, e dunque avevano un bagaglio pregresso di informazioni che potevano spendersi online. Oggi in rete ci vanno i ragazzini di tredici anni, così, senza rete e senza alcuna educazione a monte sulle dinamiche e i pericoli di internet. Il rischio di bruciarsi prima di capire le regole del gioco è alto, senza contare l’aumento del rumore di fondo che gli utenti inesperti generano.
Al solito, si torna all’educazione. Alla cultura. All’uso del pensiero critico. E ce ne vuole a pacchi per riuscire a usare internet in modo proficuo. Fino a quando il pensiero analitico verrà mortificato fuori e dentro la rete – pensiamo anche solo alla connotazione deteriore che la parola intellettuale ha assunto negli ultimi tempi – saremo sempre preda della gente convinta che i vaccini facciano diventare omosessuali. E purtroppo le cazzate in Internet volano su ali assai più rapide delle loro confutazioni: ci sono palle che girano da anni, e la gente ci casca ancora.
Facciamo una bella cosa: una volta al giorno, invece di cliccare per riflesso condizionato sull’ennesimo link del bambino malato, prendiamoci venti minuti di tempo per indagare. Venti minuti in una giornata lavorativa ce li hanno tutti. Il mondo si migliora anche così.

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Limbo

Con colpevole ritardo, faccio un post che avrei dovuto scrivere qualche giorno fa. Solo che in mezzo c’è stata la bronchite, il rogo della Città della Scienza (ieri ho visto delle riprese delle rovine: tristezza a palate…), l’8 marzo…Il post è un consiglio di lettura. Si tratta di Limbo, di Melania G. Mazzucco.
La storia del mio avvicinamento a questo libro è particolare. Di recente, compro principalmente libri di cui ho setito parlare in giro o che mi sono stati consigliati da qualcuno. Limbo l’ho visto in libreria qualcosa come un anno fa. Non so esattamente cosa mi abbia attirato: forse la splendida immagine di copertina, forse la quarta. L’idea di una storia ambientata in Afghanistan, una guerra che non ho mai completamente capito, e alla quale mi sono opposta fin dagli albori (ho iniziato la mia vita online più o meno nel 2001, sul forum di Repubblica, prendendomi svariati “radical-chic” perché criticavo la scelta americana di bombardare l’Afghanistan), mi intrigava. E mi piaceva che il punto di vista fosse femminile. Tutto qua.
Dopo un corteggiamento piuttosto lungo, ho comprato il libro qualche mese fa. E dopo averlo lasciato a prendere polvere sullo scaffale dei “leggerò”, l’ho preso in mano un paio di settimane fa.
Che vi devo dire? Leggetevelo. Come per tutti i libri che ho molto amato, e questo l’ho amato moltissimo, mi riesce anche difficile riuscire a spiegare cosa esattamente mi abbia catturata così tanto. Di sicuro la protagonista, sottoufficiale dell’esercito reduce da un attentato che ha portato alla morte dei suoi uomini. Un personaggio continuamente alla ricerca, indomito, deciso e problematico, una donna vera, nella quale è facile immedesimarsi. E che parte da un punto di vista diametralmente opposto al mio: quello di chi crede alla patria, quello di chi decide scientemente di fare il soldato, perché è quello che vuole. È stata questa la molla che mi ha permesso di entrare così tanto in questo libro: vedere le cose da un punto di vista completamente diverso dal mio. Più passa il tempo, più mi rendo conto che mi rifiuto di adattarmi alla visione delle cose imperante, che vuole che la vita sia tutto sommato un fatto semplice, in cui ci sono i buoni, ci sono i cattivi, e noi quasi sempre facciamo parte dei primi. È un frame di interpretazione della realtà che rispunta fuori a intervalli regolari, nei più svariati ambiti, e che mi sembra sempre più insensato. La vita è estremamente complessa, le persone sono rebus insolubili, e a me piace mettermi nella testa di chi non mi somiglia. Limbo è, anche, questo: guardare la guerra e la pace da un altro punto di vista, il punto di vista di chi queste cose le conosce per davvero, le ha viste, ha respirato la cordite ed è tornato a casa pieno di schegge infilate ovunque nel corpo.
Ma fosse soltanto questo…perché Limbo non è solo questo. È la sospensione eterna che molti di noi hanno sperimentato nella vita, quella dimensione dell’esistenza in cui al tempo stesso si è e non si è, e non si può far altro che attendere, perché la decisione che stabilirà infine chi siamo, e quale sarà il nostro futuro, non dipende da noi. È lo spazio bianco in cui c’è posto solo per la riflessione, quel luogo dell’anima in cui tutto viene messo in dubbio, persino noi stessi. Manuela e Mattia vivono in questo luogo, qualcosa ha cancellato per sempre la loro identità, e ora aspettano. Di capire di nuovo chi sono, di trovare una nuova ragione per andare avanti, nonostante tutto. E capirete che questo tema non può che piacermi, perché è la mia ossessione da sempre, quel che cerco disperatamente di scrivere, ciò che amo quando lo leggo.
Non è un libro noioso, non è un’inutile e vacua contemplazione del proprio ombelico: succedono cose, resti incollato alle pagine, e ne vuoi ancora, anche se è tardi e gli occhi ti si chiudono dal sonno. C’è un sacco di vita, dentro, tante domande e nessunissima risposta. E la letteratura non dovrebbe far altro: porre quesiti all’infinito, perché là fuori è fin troppo pieno di gente che vuole darti le sue risposte.

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Gotico Americano

Da qualche tempo a questa parte, sulla Fox passava un promo promettente, se mi passate il gioco di parole: monache sadiche e zozzone, matti, un manicomio. Mancavano solo i nazisti per fare bingo. I più scafati circa le ultime tendenze delle le serie televisive avranno già capito che si tratta del promo di American Horror Story Asylum. Trattasi della seconda stagione di una serie televisiva horror. La prima stagione – che è autoconclusiva, come sarà per la seconda – mi aveva un po’ incuriosita, ma non l’avevo vista, pur avendone sentito parlare di un gran bene. Mi aveva frenato il fattore splatter. Lo so. Mi vedo Tarantino e leggo Berserk. Voglio dire, ho un tasso di tolleranza al sangue e alle mutilazioni più alto dell’italiano medio. Ma non ho mai visto un horror vero. Quando il mio ragazzo dell’epoca mi portò a vedere Il Fantasma dell’Opera chiusi gli occhi sulla scena della lingua, per dire (che c’è identica in Kill Bill 1, e infatti anche lì ho problemi).
Però, ragazzi, stavolta ci sono le suore sadiche! C’è il manicomio! Voglio dire, le basi del trash! Tra l’altro, il manicomio esercita un’oscura fascinazione su di me per due motivi: il primo è che una delle mie paure più antiche e profonde è quella della malattia mentale, e poi perché tanti anni fa giocai a Thief III, che ha un meraviglioso livello tutto giocato in un manicomio infestato. Una cosa da brividi, vi assicuro.
E quindi, niente, me ne sono fregata del possibile splatter, e ho deciso di vedermi almeno la prima puntata. Cosa che ho fatto ieri sera. E dunque?
E dunque più che un horror, siamo dalle parti del grottesco. Non c’è granché tensione nella prima puntata, né momenti in cui uno abbia seriamente paura. Perché la questione non è quella. L’elemento che la fa da padrone è il perturbante, quella cosa a cavallo tra repulsione e fascinazione. Il grottesco, appunto. Che, certe volte, è peggio dell’orrore puro.
Briarcliff è un posto malato, popolato da figure che non generano tanto paura, quanto inquietudine ad un livello più profondo. Tutti hanno qualcosa di sbagliato; per dire, ho trovato estremamente disturbante, e per queste molto, molto riuscita, la scena di suor Jude in sottoveste rossa, ma col suo bel velo, che si mette una goccia di profumo tra i seni. Ecco, i personaggi sono tutti così.
L’altra cosa interessante del prodotto è l’essere così smaccatamente tipico. Quante suore sadiche che dirigono istituti mentali abbiamo visto al cinema e in tv? E quanto archetipico è il manicomio dove si svolgono esperimenti sui degenti? E la coppia che fa una brutta fine perché si permette di copulare – Dio non voglia! – per il proprio piacere là dove non dovrebbe? E, ovviamente, è tutto voluto. La sfida, come dice anche il titolo, è proprio quella di usare materiale strabausato, di ripercorrere i topoi dell’horror, e tirarci fuori qualcosa di nuovo. E, se mi conoscete già lo sapete, questa non può che essere una sfida che mi intriga. Le cose che funzionano meglio, da sempre, sono quelle seminali. Solo che giocare con le cose seminali è pericoloso, proprio perché sono state usate così tante volte, e ci parlano ad un livello di profondità tale da essere universali. Il segreto, l’ho detto molte volte, è il punto di vista. Che deve essere in qualche modo originale.
Ora, è impossibile dire se American Horror Story sarà in grado di vincere questa sfida giudicando solo il pilot. Una cosa però è certa: mi sono divertita. C’è qualcosa dentro che mi spinge a volerne ancora, e proseguire la visione. Perché la serie appunto ha un buon ritmo, e Sister Jude, inutile dirlo, è memorabile, lei e la sua collezione di frustini e le fantasie zozzone sul pretino del suo cuore. Tra l’altro, una grandissima Jessica Lange, devo dire.
Per il resto, prodotto ben confezionato: colonna sonora forse un po’ ingombrante, ma in certi punti così azzeccata da far paura, una bella fotografia “polverosa”, ottimo cast – ok, vabbeh, forse Levine non è questo attorone, ma del resto è un cantante, e gli hanno estirpato un braccio, conto che a breve passerà al mondo dei più – e una regia degna di nota. Soprattutto è un prodotto consapevole, che sembra sapere perfettamente quel che sta facendo, e maneggia i miti che tira in ballo con fare smaliziato quanto basta. Insomma, io sono fiduciosa, poi vedremo.
Ah, la serie in america è già finita, ma io la sto seguendo sulla Fox, per cui, per favore, non spoilerate :) .

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Sparatorie, cattivoni e personaggi fighi: Django Unchained

Devo la mia scoperta di Tarantino ad un amico che non c’è più. Ed è stata una gran scoperta. Anche se me la sto godendo molto lentamente (siamo a quota tre film visti). Tarantino in qualche modo risuona con quella che è la mia estetica circa il raccontare storie, e le mie idee sul pop, per cui vedere un suo film non è solo divertente, è anche istruttivo. È lavoro, se vogliamo.
Questo week end ho visto Django. In lingua originale, perché sapevo che era pieno di dialetti, e questo aspetto in genere col doppiaggio si perde. Confesso che ero perplessa, perché, pur aspettandomi in principio grandi cose, il trailer non m’aveva per niente convinta. E invece…
E invece niente. Bastano già i titoli di testa e la scena notturna dell’incontro tra Schultz e Django per entrare dentro il film e non uscirne più. Se ti piacciono queste cose, ovviamente. Perché il cinema di Tarantino non è decisamente per tutti: devi avere quel gusto lì, ti devono piace i personaggi coatti, gli scontri verbali lunghi fino allo sfinimento, la violenza estrema e il kitsch così kitsch che diventa arte.
Mi sono andata a rileggere le recensioni che avevo scritto per Kill Bill vol.1 e Kill Bill vol.2, e le cose che avevo detto lì si replicano identiche qua, anche se il primo mi è piaciuto più di Django e il secondo meno. Il cinema di Tarantino è potenza dell’affabulazione, il piacere del racconto che s’impone su qualsiasi altra cosa, logica e coerenza comprese. E per questo è grande.
Ci sarebbero tonnellate di cose da dire. Dalla difforme colonna sonora, splendida, che mescola la qualunque, dal rap a Morricone a Elisa (Elisa, capite? Elisa!), e che ho già comprato, già solo per la magnifica canzone sui titoli di testa. E le interpretazioni? Quando ho visto nel trailer Di Caprio che faceva il negriero stronzo ho pensato “ma anche no”. E invece poi lo vedi ed è perfetto. Sì, l’eterno ragazzino, il pischello che anche a quarant’anni sembra ne abbia sedici, quello che nell’immaginario collettivo continua a disegnare Kate Winslet nuda, è perfetto come proprietario di una piantagione di cotone, circondato da schiavi neri che brutalizza un po’ in tutti i modi concepibili da mente umana. Christoph Waltz che gli voi di’, è praticamente il protagonista del film, il più figo del bigoncio. Samuel L. Jackson gigantesco, il vero cattivo del film, una macchietta fin dal trucco, ma assolutamente credibile. Ecco, se c’è una cosa che proprio non funziona a dovere è che il film si chiama pure Django, ma devo dire che il protagonista è un po’ in ombra. A parte il massacrone liberatorio finale – che è esaltante, ovviamente, non mi entusiasmavo così per un’esplosione dai tempi di V for Vendetta – Django è sempre messo in ombra dal Dr. Schultz. Magari la cosa è anche voluta.
Questione “ma come? Un film su una cosa tremenda come la schiavitù che diverte???”, detta anche “la polemica di Spike Lee“. Ora, a me Django, se proprio devo ascriverlo ad un genere cinematografico, è parso una commedia. Perché, ragazzi, si ride. E ci sono scene palesemente comiche. Ha senso ridere di una cosa che parla della riduzione in schiavitù e della brutalizzazione di milioni di persone? Sì. Sì perché si ride della schiavitù. Ora, una scena come quella dell’arrivo del KKK è da antologia. Una cosa così – che non vi descrivo per non togliervi l’effeto sorpresa – se lo può permettere solo un grande regista. E l’effetto comico del tutto è feroce, devastante. E nulla come la risata destruttura, distrugge, annienta. Nel bene e nel male. E qui, ovviamente, lo fa nel bene. Non c’è uno solo dei personaggi coinvolti con la schiavitù che nel film non venga ridicolizzato, mostrato in tutta la sua assurdità, la sua miseria, la sua idiozia. E qui veniamo all’elemento che più mi ha fatto amare questo film: questo non è solo un film che diverte – e diverte a pacchi, tanto più se si considera la durata assolutamente spropositata – ma dice cose della schiavitù che nessun altro aveva detto prima in questo modo. Cioè diverte e fa riflettere. E, voglio dire, che altro si può chiedere al pop se non questo? Non è questa la sua missione? Non è questo il buon pop?
Il prezzo da pagare, dicevo prima, è che questa roba deve piacerti. E a non tutti piace. Ma a noi che siamo tutto sommato un po’ bambinoni dentro, cui piacciono le belle storie raccontate bene, le sparatorie, i cattivoni e i personaggi fighi, questa roba qui piace molto.

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Lo Hobbit – Un film inaspettato

Premessa 1
Quando uscì La Compagnia dell’Anello, per me fu un evento di quelli da contare i giorni. Avevo quasi finito di scrivere le Cronache, aspettavo il film da quando era stato annunciato, ero in paranoia dura. Ricordo l’emozione, l’esaltazione, i commenti, le nottate sui forum.
Ecco, a dieci anni di distanza, per Lo Hobbit il mio hype era a zero spaccato. Mi ero vagamente interessata al progetto quando era stato annunciato, ma poi morta là. Non avevo visto neppure un trailer, prima di andare, ieri sera, a cinema. Il perché è presto detto: innanzitutto, Lo Hobbit non mi ha mai entusiasmata. L’ho letto con piacere, ma non mi ha fatto quell’effetto “wow!” del Signore degli Anelli. È decisamente più un libro per l’infanzia, e dunque è una bella favola, ma nulla di più. Di conseguenza, l’idea che Peter Jackson lo prendesse in mano e ci facesse Il Signore degli Anelli 2 – la Vendetta non mi entusiasmava. Ero certa che il prodotto sarebbe stato venduto come “il prequel del Signore degli Anelli” – e infatti così è stato – e la gente sarebbe andata a cinema convinta di ritrovare le atmosfere della trilogia. A quel punto, i casi sarebbero stati due: o in effetti Lo Hobbit diventava Il Signore degli Anelli, e in caso non mi interessava che venisse snaturato per trasformarlo in qualcosa di epico, oppure sarebbe stato la favola che è, e non mi interessava comunque perché io ho un debole per l’high fantasy, lo sapete tutti.
Queste dunque le premesse con cui mi avviavo a cinema.

Premessa 2
Io Lo Hobbit l’ho letto, ma qualcosa come dieci anni fa e una volta sola. Non ricordo niente. Ricordo che c’era un drago, e questo già bastava per me a dargli la sufficienza, un sacco di nani e Gollum. Basta. Quindi, non mi pronuncerò sulla fedeltà al libro, che tanto l’internet a quest’ora è già pieno di gente che ha sviscerato l’argomento da ogni punto di vista. Per altro, a me la fedeltà pedissequa non ha mai interessato più di tanto: si può essere infedeli alla lettera, se si è fedeli allo spirito.

La recensione
Cominciamo dicendo che l’ho visto in 3D e a 48 fps. Se volete sapere cos’è questa storia del 48 fps, andate qua. Io odio il 3D. L’ho apprezzato solo in Avatar. Siccome però qualcuno di cui mi fido aveva detto che valeva la pena, ho fatto uno sforzo e ho deciso di vedermi il film come Peter Jackson voleva, e mi sono dotata di occhialetti regolamentari.
Ora, il 3D de Lo Hobbit è fantastico, poco da dire. Nitido, luminoso, e soprattutto a tutto tondo. Non c’è quell’effetto piani di cartone sovrapposti, tutto ha davvero un volume, i volti sono spettacolari, e soprattutto non è tutto buio. La resa dei colori è sostanzialmente identica a quella che si ha nel 2D. Poi, vabbeh, narrativamente parlando è un 3D che non serve a nulla. È solo le bello da vedere. Attenzione se soffrite di claustrofobia e avete paura dell’altezza, come me: c’è da soffrire. Per dire quanto è realistico.
La tecnologia 48fps pare dovrebbe ridurre lo sfarfallamento del 3D nelle scene concitate: ecco, non ci riesce. Quando l’azione diventa frenetica, non ci si capisce un tubo, come tutti i 3D di questa terra. Senza contare che il realismo del tutto causa la nausea in molte riprese, stante la nota tendenza di Peter Jackson a farci di tutto, con quelle maledette telecamere…
Ma veniamo al 48fps vero e proprio. A mio parere, una tragedia. È tutto troppo vivido, più vivido del mondo reale, e per questo tutto assume un aspetto plasticoso e finto. A tratti mi sembrava di stare in un videogioco. Alcune scene facevano tantissimo documentario BBC in HD. Spiace dirlo, ma questa cosa ha abbattuto la mia capacità di entrare nel film. Tutta questa fluidità paradossalmente riduce l’immersione. Sembrerà strano, ma mentre quando vedo un film in 2D, con la sua fantastica granulosità, io entro nello schermo per le due ore di film e mi dimentico del resto, con questo 48fps sono stata quasi sempre fuori. Non so, la fluidità crea una specie di distacco con lo schermo, una sensazione di plasticosità continua che non aiuta molto la sospensione dell’incredulità.
Insomma, dal punto di vista tecnico, promosso a pieni voti il 3D, ma di questo 48fps non si sentiva proprio il bisogno. Poi, magari, è solo questione di abitudine, ma io l’ho trovato fastidioso e basta.
Veniamo però alla sostanza. A parte tutto, com’è ‘sto film?
È bello, dannazione. Ed ero prevenuta, eh? E son stata lì a dirmi “eh, ma questo attacco è troppo lungo”, “eh, ma quanto la tirano ‘sta scena dei troll” e via così, ma non c’è stato niente da fare. Funziona alla perfezione: ti diverti, l’azione sta dove stare, la riflessione anche, i personaggi hanno un’anima, e la Nuova Zelanda è tipo la cosa più vicina alla Terra di Mezzo che puoi trovare nel nostro mondo.
Spiace dirlo, ma Peter Jackson, assieme probabilmente a Guillermo del Toro – che infatti ha messo più di uno zampino in questo progetto – sono gli unici in grado di dare credibilità ai film fantasy. Sono gli unici che li sanno fare, banalmente. Sono passati dieci anni e nessuno, nessuno è riuscito a fare qualcosa di vagamente paragonabile per profondità, divertimento e coinvolgimento, al Signore degli Anelli. Tranne Peter Jackson. E questo, non so a voi, ma per quel che riguarda me mi riempie di tristezza.
Lo Hobbit è e al contempo non è Il Signore degli Anelli. Le atmosfere sono le stesse, molte location, giustamente, sono identiche. Un po’ meno piacevole sono le scene prese di peso dalla trilogia e infilate qua (l’attacco sul Caradhras, il “consiglio di Elrond”, persino alcune battute). Qui, in realtà, è questione di gusti: ci sarà chi apprezzerà questo solido ponte gettato verso Il Signore degli Anelli, e chi, come me, lo troverà un po’ troppo autocelebrativo. La cosa è così spinta che alla fine La Compagnia dell’Anello è, narrativamente parlando, sovrapponibile a Un Viaggio Inaspettato: stessi snodi di trama, negli stessi punti, stessa gestione del ritmo. Ma, nonostante questo, Lo Hobbit non è una mera riproposizione con meno verve de La Compagnia dell’Anello. È semplicemente un tassello del medesimo mosaico, e l’impressione di deja vu non c’è praticamente mai. Io non so come sia possibile questo miracolo, ma, vi giuro, funziona così.
Lo Hobbit non è Il Signore degli Anelli, vi dicevo, perché, pur mettendo dentro cose che nel libro non c’erano – o almeno così mi dice il mio esperto di fiducia – il film mantiene un andamento più scanzonato de La Compagnia dell’Anello. Tra l’altro, onore a Peter Jackson che pur avendo gente conciata così nel film, non indulge eccessivamente nella caratterizzazione da nano puzzone e beone (vedi alla voce “rutti e scorregge di Gimli a Edoras”). I nani sono divertenti, ma non sono macchiette. Ognuno c’avrà il suo preferito, io mi sono appassionata al non-nano, evidentemente frutto di un amplesso probito tra una nana e un elfo (usa anche l’arco…). Nonostante il film racconti un’avventura (e non una disperata missione per salvare la Terra di Mezzo), non manca di epos. Insomma, c’ha tutte le sue cosine a posto, e diverte, soprattutto, diverte!
Colonna sonora superlativa, chevvelodicoaffà, il tema dei nani è meraviglioso, e interpretazioni straordinarie. Il doppiaggio mi pare tolga qualcosa, in effetti sto pianificando di andarmelo a rivedere in inglese (e in 2D…), ma nulla di davvero fastidioso.
Insomma, in sintesi: non è un’esprienza totalizzante come La Compagnia dell’Anello, ma è un film fatto davvero bene, un fantasy come si sperava se ne sarebbero fatti tanti, dopo Il Signore degli Anelli, e invece non ci fosse Peter Jackson il genere sarebbe già morto. Come ho già avuto modo di dire su Twitter, gli do un bell’8 e 1/2. Se poi lo paragono ai film fantasy usciti in questi dieci anni, gli si dovrebbe dare 10. Io ve lo consiglio, ma vedetelo in 3D 48fps solo se siete davvero curiosi di scoprire questa nuova tecnologia.

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The 2nd Law: la recensione più o meno in anteprima

Per motivi del tutto ignoti – ma dei quali mi guardo bene dal lamentarmi :P – mi è arrivato in anticipo il cd dei Muse che avevo ordinato dal loro sito. E in anticipo di una settimana intera. Cioè. Per cui, nulla, mi trovo nella condizione di recensirvi The 2nd Law con qualche giorno di anticipo sull’uscita. In verità, era possibile ascoltare il disco online, quindi la mia non è esattamente un’anteprima. Comunque. Potevo esimermi dal commento? No, ovviamente. Eccolo a voi, dunque.
Iniziamo con un’analisi canzone per canzone

Supremacy
Si comincia subito fortissimo, con un pezzo così complesso, così articolato, così bello che io francamente non me lo sarei giocato così, in apertura disco. Tirato fuori diritto diritto da una colonna sonora di un James Bond – soprattutto la chiusa -, pieno di riferimenti teatrali e operistici, segna probabilmente la vetta delle capacità interpretative di Matt. Matt non si limita a cantare: recita, interpreta. Bellissimo l’arrangiamento, le parti orchestrali sono perfettamente inserite nel tutto. Riff di chitarra fantastico. 9 e 1/2

Madness
Questa la conosciamo bene. Dopo averla sentita un bel po’ di volte, posso dire che, nonostante tutte le apparenze, non è un pezzo che si possa apprezzare così, su due piedi. Occorre sentirla più volte per rendersi conto che è proprio una bella canzone. Bello il crescendo, bella la parte finale, bello il beat ossessivo. 8

Panic Station
Un roba che avrebbe potuto cantare Madonna negli anni ’80. Non è che sia così brutta…è che in qualche modo è già sentita, e mi pare molto poco nelle corde dei Muse. Testo poi più criptico di quello di Plug In Baby, che dalla sua aveva però l’essere una canzone coi contro-attributi. Salvo solo la parte strumentale, che però, almeno nei primi secondi, pare presa pari pari da Hysteria. 6

Prelude
Non mi convince l’arrangiamento. Archi nel complesso un po’ piatti. Io l’avrei fatta solo al pianoforte, anche perché, diciamocelo, Matt al piano ci manca tantissimo, ormai da troppi anni. Di tutti i preludi dei vari dischi, forse il più debole. 7

Survival
La strofa è pacchiana, c’è poco da fare. Non tutte le ciambelle riescono col buco, e dopo tanto giocare sul filo del ridicolo, stavolta i Muse hanno toppato. Le parti strumentali, in compenso, sono favolose. Ne viene fuori un pezzo discontinuo, in cui da una parte stai lì a storcere il naso, dall’altra batti il piedino…peccato. 7 e 1/2

Follow Me
E che gli vuoi dire? Un miracolo, direi. Un’incredibile mescolanza di ciò che i Muse erano e quel che sono diventati oggi. Una canzone così densa, così piena, così colma di rimandi, citazioni e autocitazioni da soverchiare l’ascoltatore. C’è il cuore di Bingham, il figlio di Matt, c’è il marchio di fabbrica dei Muse, quelle scale elettroniche che Matt dice derivare dalle colonne sonore dei videogiochi anni ’80 che lo ossessionavano da bambino, c’è la sua voce meravigliosa e c’è la dance, sì, ragazzi, la dance. Un pezzo fantastico. 9

Animals
Un gioiellino. Ammetto che una canzone così raffinata dai Muse non la sentivamo dai gloriosi tempi delle B-side di Origin of Simmetry. Gli arpeggi di chitarra sono divini, e il testo non fa sconti a nessuno. Una canzone molto Radiohead, o almeno io ce l’avrei vista bene in In Rainbows. Bellissima. 9

Explorers
Una canzone un po’ maledetta. Perché a ficcarsi in testa si ficca in testa, poco da fare, solo che prende di peso pezzi da Invincible, e nel complesso è davvero stucchevole. Però il ritornello è davvero bellino, e il testo non è male per niente. È la Guiding Light del disco, la Falling Away, la ballatona non molto riuscita di cui, tutto sommato, si poteva anche fare a meno. 7

Big Freeze
Un pezzo un po’ così, indefinibile, per quanto mi riguarda, ma nobilitato da un ritornello davvero cazzuto. Non è però una di quelle cose che ti restano dentro, la canzone nel complesso, intendo, passa un po’ inosservata. 7

Save Me
Arriviamo alla vera novità di questo disco: Chris scrive e – udite udite – canta una canzone. Anzi due. E questa è la prima. La voce di Chris, togliamoci il peso dallo stomaco, non è niente di che: è una bella voce, per carità, ma purtroppo è stretta tra undici canzoni con la voce di Matt, che non è solo il marchio di fabbrica dei Muse, è anche una voce dal timbro riconoscibilissimo e, diciamocelo, fuori dall’ordinario. Però devo ammettere che questa canzone non poteva essere cantata che da Chris, che era quella la voce che ci voleva. E non è soltanto perché tratta del suo problema con l’alcol: è il timbro giusto. È un bel pezzo, non c’è che dire: bella la musica e bello il testo. È una canzone sentita, sincera e cantata col cuore in mano. E a questo non si può che plaudire. 8 e 1/2

Liquid State
C’è un gruppo scandinavo che mi piace molto, si chiamano Pound, e fanno un bel rock schietto come si fa da quelle parti lì. Ecco, questa canzone me li ricorda davvero tanto. Secondo pezzo di Chris, e funziona: niente di trascendentale, ma la musica sicuramente è catchy, e il testo è davvero bello. E bravo Chris. Me sei piaciuto. 8

The 2nd Law: Unsustainable
La pietra dello scandalo. La canzone su cui i fan si sono accapigliati. A me continua a piacere come la prima volta che l’ho sentita. È un pezzo assolutamente non immediato, ma i cui elementi sono perfettamente dosati. È potente, è forte, è Muse. Viene citata la seconda legge della termodinamica, e questo mi fa piacere: dopo i buchi neri supermassivi, nuovi tentativi di divulgare la fisica :P . Diciamo che il confronto col nostro sistema economico è un po’ tirato per i capelli, non è che la termodinamica condanni il capitalismo :P , ma il messaggio di fondo resta. Raga’, una crescita indefinita non è possibile, perché le risorse sono limitate. Punto e a capo. 8 e 1/2

The 2nd Law: Isolated System
Se quella di prima è stata la pietra dello scandalo, su questa i fan storici tenteranno il suicidio. Per parte mia, non me ne frega davvero niente che sia 100% musica elettronica, che sembri un pezzo di Robert Miles. È bellissima. Punto e basta. È bella musica, che funziona. 8 e 1/2

In generale
Innanzitutto, i Muse hanno abbandonato quel sound pesante che li ha accompagnati fino ad Absolution e che caratterizzava soprattutto i loro primi due lavori. Col tempo l’avevamo capito che non era più quello che gli interessava, e in questo disco la cosa è ormai palese. Più che di indie rock vero e proprio, come si ostina a dire la tag di iTunes, io parlerei di pop, di ottimo pop. Per me, che passo senza soluzione di continuità dai Nightwish a Lady Gaga a Bach non è un problema. Ma se cercate qualcosa che somigli a Origin of Simmetry andate altrove. Qualcuno dirà che sono “diventati commerciali” ed era tutto più bello quando li ascoltavamo in tre. Quando li ho conosciuti io erano già famosi e non faccio il processo alle intenzioni: non mi interessa se fai musica solo per soldi, mi interessa solo che tu sia bravo.
The 2nd Law è il disco della maturità. Chris ha la bellezza di sei figli, e adesso anche Matt è un padre, i nostri hanno trent’anni e fanno musica da quindici. L’impressione è che abbiano sfornato un prodotto adulto e consapevole, e che le tracce siano esattamente come le volevano. Era dai tempi di Absolution che un loro disco non mi dava questa idea di compattezza tematica e di sound. Black Holes and Revelations, The Resistance avevano le loro discontinuità – il primo soprattutto – alcuni pezzi erano indecisi, a volte la produzione era persino incerta. Qui no. Qui è tutto coerente e ben curato. È come se in qualche modo si fossero ritrovati, e dopo tanto vagare fossero riusciti a individuare la strada da seguire. Cambieranno ancora, perché è nella loro natura, ma questo è un bel disco, un grande disco che segna una tappa importante nel loro cammino. Io coi Muse ci sono cresciuta: ero poco più che adolescente quando li ho conosciuti, e ho vissuto la fase della ribellione (Showbiz e Origin of Simmetry), quella dello sconforto (Absolution), dello sperdimento (Black Holes and Revelations) e della ribellione (The Resistance). E ora eccoci qua, adulti e vaccinati, capaci di guardare al mondo con occhi nuovi.
Sono una fan, e questo disco mi conferma che con ogni probabilità lo resterò sempre. C’è qualcosa nella loro musica che risuona in me, poco da fare. E se Absolution resta il preferito, perché è stato il primo, questo lo metto subito sotto. 9

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Nerdporn

Non è parolaccia, e neppure qualcosa di sconcio:-P. Si tratta invece di tutte quelle cose che ad una persona normale non dicono niente, ma ad un nerd sembrano meravigliose. Se avete mai visto una puntata di The Big Bang Theo sapete a cosa mi riferisco.
Ieri Giuliano è tornato a Casa con un aggeggino che stimola proprio i miei sensi nerd. La tavoletta grafica si è rotta tempo fa, e comunque non mi ci sono mai abituata per davvero. Così, quando ho visto la pubblicità dell’oggetto in questione mi sono innamorata. Trattasi di una penna, normalissima, dotata però di un ricevitore: quel che scrive viene registrato in formato digitale, proprio come se l’avessi scannerizzato. Inoltre, un programma riconosce la calligrafia e trasforma il tutto in e volendo trasforma il tutto in PDF. Cioè. Da sturbo. Ci posso disegnare le mappe, fare gli autografi da spedire… un mucchio di cose. Nerdporn, appunto.
E la volete sapere una cosa? Il post di oggi è stato scritto proprio così :)
Allora, quando a riconoscimento della calligrafia, per essere il primo tentativo non è malissimo: ha riconosciuto buona parte delle parole, ma non ha identificato le righe. Il testo importato va poi rivisto per renderlo leggibile. Per darvi un’idea, vi incollo a fine post il testo come me l’ha convertito lui. Considerate anche che io scrivo mettendo male la mano, e dunque sono costretta a mettere il ricevitore nell’angolo a sinistra del foglio, e non al centro come consigliato (comunque, questa cosa gli si può specificare prima). Comunque, è una funzione che m’interessa pochissimo, neppure sapevo ci fosse, quando Giuliano mi ha comprato il tutto. Quanto invece alla “scannerizzazione”…beh, sono decisamente soddisfatta. Giudicate un po’ voi…Ah, il fatto che il testo sia tutto verso destra è un errore mio; è così anche sul foglio originale :P

Il testo convertito:
N E RD PORN
parolaccia, e neppure qualcosa di non è una tutte quelle cose che Si tratta invece di
sconcio:-P. sono normale non dicono Niente, Ma
ad Una PF sembrano meravigliose. Se avete Arai
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visto
mi riferisco.
a cosa è tornato a Casa con l’n ieri Giuliano
Ecco, i unici sensi nord. che stimola proprio aggeggino. dio tempo è. fila che aveva si e
La tavoletta 9′ sri ci ena sarai abituata per
comunque non
d and, ha visto la pubblicità
davvero. C’si ’9′ spione, sni sono innamorata. in que
dell’oggetto disarmo. dotata però senna, norono
loro Hasi di una line che scrive viene registrato
di un ricevitore: 9 se l’avessi digitale, proprio conre
in formato riconosce Inoltre, un programma scanali italo. trasforma il tutto in e volendo
la cala galia ci posso disegnare le un PDI; cioè. Da sturba.
tali da spedire… un mucchio mappe tae gli anti g
Nord para. appunto,
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Madagascar 3

Ieri sera sono andata a vedere Madagascar 3. Non riesco neppure a ricordare quando è stata l’ultima volta che sono andata a cinema. Comunque, ammetto che non avevo una grandissima voglia di vedere il film. Di tutte le varie saghe animate in CG degli ultimi anni, Madagascar è probabilmente quella che mi entusiasma di meno. Il primo film era grazioso, ma nulla di più. Il secondo invece, devo dire, era stato capace di migliorare il tiro non di poco. Aveva sfruttato al meglio i suoi punti di forza, rafforzato incredibilmente i punti deboli (vedi re Julien), e insomma aveva sfornato un prodotto migliore del precedente. Che, a pensarci, era un mezzo miracolo. In genere le saghe cinematografiche partono col botto – che è la ragione per cui si producono i seguiti – ma poi spesso si afflosciano con l’andare del tempo, realizzando prodotti via via più deboli. Le eccezioni sono rare, e per questo meritevoli di successo.
Comunque, ieri sono entrata in sala con poca voglia e afflitta da un attacco di raffreddore che mi aveva messo addosso una spossatezza non indifferente. Ecco, mi sono dovuta ricredere. Dopo l’ottimo lavoro fatto con Madagascar 2, gli autori mettono sicuri la freccia e superano il lavoro precedente con Madagascar 3. Che, almeno stando al primo tempo, è un capolavoro di comicità non sense. Davvero, poche volte ho riso a cinema come ho fatto ieri sera. E la chiave è proprio l’assoluta insensatezza del tutto, la scelta consapevole e per certi versi coraggiosa di spingere tutto sull’assurdità. Da questo punto di vista, tutto l’inseguimento a Montecarlo è esemplare, non ti dà un attimo di respiro, è un fuoco d’artificio di invenzioni. Poi, vabbeh, come in tutte le commedie che si rispettino il secondo tempo è un po’ più serio, e questo ha fatto un po’ calare ai miei occhi tutto il prodotto, ma, come giustamente detto da Giuliano, il film funziona, poco da fare.
I difetti, ovviamente, ci sono, perché la perfezione non è di questo mondo: i personaggi sono troppi, e quindi molti ne escono fuori sottoutilizzati (per dire, Melman e Gloria sono pressoché non pervenuti, e anche Martin non è che sia esattamente indispensabile ai fini della trama), la discontinuità tra primo e secondo tempo, ma i pregi si mangiano tutto. Voglio dire, ma vogliamo parlare della storia d’amore tra Julien e l’orsa? Un capolavoro dell’assurdo e del romanticismo.
Quindi, niente. È che rimango ammirata di fronte ad un gruppo di lavoro che invece di sedersi sugli allori dei precedenti prodotti, continua a sfornare ottime idee (Blanche Du Bois…parliamone) e cerca di migliorarsi di continuo. Tra l’altro, le ambientazioni italiane sono molto curate: la stazione Termini pare vera, giuro.
Comunque, non so se augurarmi un quarto capitolo, sperando che il trend di miglioramento continui, oppure sperare che la saga finisca qua, con questi tre bei film. Chi vivrà vedrà.

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