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Storia di un matrimonio: no, tutto bello, eh, ma…

È un po’ che non scrivo. Non so quantificare esattamente da quando, non sto tenendo il conto, ma credo almeno un mesetto. In verità sono in anticipo di due libri rispetto alla pubblicazione, nel senso che ho scritto due cose che usciranno nella prima metà di quest’anno – a dire il vero sarebbero tre, ma una non credo uscirà mai – e quindi c’è una giustificazione a questa pausa. Non credevo mi mancasse, ogni tanto c’è pur sempre bisogno di fermarsi un po’, e invece forse mi sbagliavo. Perché vi dico tutto questo? Perché mi è presa la fregola da recensione. Che forse è solo un sublimare il mio bisogno di scrivere. Non lo so. Ma dopo Watchmen, e The Rise of Skywalker, vi tocca la mia opinione su un altro film di cui si è parlato un po’, e quindi perché non aggiungere anche il mio inutile commento? Sto parlando di Marriage Story, che, per gli interessati, sta ora su Netflix, e non so se anche in sala. Restiamo in area Adam Driver, come vedete. Ve l’ho detto che mi piace.
Ho scoperto il film perché ne ha parlato Antonio Monda a Terza Pagina (ci guardate tutti i venerdì, sì? Sennò potete recuperare qua :P ), poi in giro ho iniziato a vedere “capolavoroh!” che volavano ad altezza d’uomo, e ho deciso di guardarlo.
Che dire: è un film che vi farà piangere. Ci scommetto tutto quello che ho. Ognuno ci troverà almeno una battuta, uno scambio, un’inquadratura che a un certo punto gli farà venire gli occhi lucidi. Perché è costruito così, perché è un film che parla di rapporti che vanno a finire male senza che si capisca perché, ed è una delle esperienze più universali dell’essere umano. Contemporaneamente, è un film recitato magnificamente: sostanzialmente, tutta la pellicola vive della capacità dei due protagonisti di tirarti dentro per la giacchetta nella storia con la loro bravura assolutamente mostruosa. Questo basta per farne un capolavoro? Per me, no.
Innanzitutto, al netto della perfezione della messa in scena, il senso che si evince dalla visione è ben misero: gli avvocati divorzisti sono stronzi e l’amore non basta. Io a volte mi domando quali traumi abbiano subito gli sceneggiatori americani dal divorzio dei genitori, perché se c’è una figura universale nell’immaginario statunitense è l’avvocato stronzo. Qui per altro interpretato da una strepitosa Laura Dern. Ok, c’è un tentativo di riabilitazione della figura con uno degli avvocati di Charlie, ma capiamo che se vuoi vincere, se vuoi portare a casa un risultato minimo dal tuo divorzio, devi invariabilmente affidarti a feccia umana pronta a camminare sul cadavere caldo del tuo ex-coniuge. Stacce.
Tutto andava più o meno bene, prima che Nicole decidesse che occorreva affidarsi all’avvoltoio Dern: da quel momento in poi, tutto precipita nella consueta spirale di battaglie legali all’ultimo sangue, figli contesi e litigate che manco Muccino.
Veniamo al secondo punto. L’amore non basta. Ma va? Cioè, forse è un messaggio originale in terra statunitense, dove in effetti si cresce nutriti a grandiosi sogni di gloria per il proprio futuro che è abbastanza ovvio non concretizzeranno mai, ma dalle mie parti è la prima cosa che ho capito appena ho iniziato una relazione seria: se vuoi che vada da qualche parte, ti devi impegnare. Sennò alla prima secca si affonda. Per cui, boh, tutto questo spreco di sceneggiatura raffinata, di interpretazioni over the top per una morale tutto sommato abbastanza esilina. Per altro, e qui scantono nel delirio, ve lo dico, la stessa cosa era stata messa in scena in modo secondo me molto più efficace e anche più crudo da un piccolo film italiano che forse qualcuno di voi ricorderà: Casomai. Lì davvero le cose andavano a catafascio senza che si capisse perché: era la vita, che entrava a gamba tesa, e devastava la storia d’amore perfetta. Recuperatelo, se vi capita, a me mise i brividi e piacque davvero molto. Ma piansi, e non di commozione.
Perché qui c’è anche un altro problema: capisco che il punto di vista sulla storia non possa che essere parziale, visto che il regista e sceneggiatore è un uomo, ma davvero Charlie sembra la vittima vera ed è molto più facile empatizzare con lui che con Nicole. Ok, anche lui ha le sue colpe, ma alla fine della fiera davvero non si capisce cosa Nicole voglia, a parte cambiare vita. Ora, ovviamente il regista è liberissimo di raccontare come preferisce la sua storia, ma, non so, ho trovato il tutto un po’ parziale e fastidioso, quasi leggermente sessista – e i figli che vanno sempre con le madri, e le madri che pare si divertano a complicare le cose…brutto, soprattutto di questi tempi – soprattutto per un film che dichiaratamente vuole raccontare un amore che si arena non perché non ci sia più sentimento, ma perché…perché la vita.
Per il resto, che dire? È un bel film ed è ben fatto, e credo valga la pena vederlo, anche solo per il monologo di Dern sulla santificazione della figura della madre nella società contemporanea, un pezzo magistrale che andrebbe stampato e affisso sui muri. Ma capolavoro…boh. È che non ci ho trovato nulla di davvero nuovo. È una storia già vista e già raccontata, non c’è un punto di vista originale. C’è solo una gran bravura formale, di tutti, ma che personalmente non basta per farmi dire che ehi, questa cosa qui mi sta davvero aggiungendo qualcosa. Niente, con me provaci ancora Baumbach. E per voi?

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Star Wars – The Rise of Skywalker. La fine per davvero.

Ci ho messo tipo due settimane, e alla fine ci sono riuscita per caso, ma infine sono andata a vedere L’Ascesa di Skywalker. Prima di partire con la recensione, che non sarà SUPER SPOILER – ma tanto, voglio dire, a non averlo visto eravamo rimasti io e tipo due eremiti nel deserto di Atacama – ho finalmente la spiegazione del perché l’Universo non voleva che andassi: seduta al cinema, mentre aspetto l’inizio, tra le pubblicità pre-visione partono le inconfondibili note di Last Christmas, versione originale degli Wham. Mi illumino d’immenso e capisco: l’Universo voleva evitarmi di finire nel Whamalla. Grazie, Universo, ho apprezzato. Espletate le formalità, possiamo passare alla recensione. Eh. Eh.
Vabbè, non ho gran fiducia in JJ. Mi dicono che in realtà molti dei danni che io attribuisco a lui siano da ascrivere a Lindelof; non lo so, ma credo siamo tutti abbastanza d’accordo nel dire che nei film di Star Trek e Star Wars sia sempre stato piuttosto derivativo. Into Darkness è L’Ira di Khan peggiorato, e The Force Awakens si tiene molto sul sicuro, riproponendo il canovaccio di A New Hope. A me, a differenza più o meno dell’universo fandom, l’interpretazione del canone – o il suo sovvertimento, meglio – operato da Ryan Johnson in The Last Jedi era piaciuta, indi per cui non avevo grandi speranze su questo Episode IX. Poi avevo iniziato a leggere pareri in giro, che un po’ mi confermavano nei miei timori, o così mi sembrava…e quindi niente, mi sono seduta al cinema prevenuta.
Già su “I morti parlano!” del prologo mi stava prendendo male, per cui, più o meno al minuto due, ho dovuto prendere un bel respiro, e dirmi che toccava che sgombrassi la mente e cercassi di godermi il film senza pregiudizi, o sarebbe stato meglio che mi fossi alzata.
Ora, più o meno fino a metà, ossia alla famigerata agnizione su chi sia Rey, mi è venuto da chiedermi cosa la gente non avesse apprezzato del film. Fin lì c’era più o meno tutto: l’azione, l’umorismo ben dosato, il divertimento. Piccola parentesi: indubbiamente, JJ è uno che l’umorismo di Star Wars l’ha capito e interiorizzato molto più di Johnson. Le battute sono sempre estremamente godibili, ben calibrate, l’uso dei droidi magistrale – anche se l’ulteriore tentativo puccioso col droide monoruota secondo me era del tutto evitabile -. Da quel punto di vista il film è perfetto.
Poi, arriva un punto preciso, in cui d’improvviso mi sono chiesta se a JJ fossero spuntati gli attributi. È il “momento Snoke” del film; ve lo ricordate, in The Last Jedi, quando così, out of the blue, Kylo ammazza Snoke? Poteva benissimo scoprirsi che no, era una finta; si poteva azzerare tutto, restando probabilmente anche nei canoni di una narrazione più lineare. Ma no, è vero, il cattivo muore a metà film e da quel momento la sensazione è che possa accadere qualsiasi cosa.
Ecco, c’è anche in The Rise of Skywalker. A Rey escono i raggi dalle mani, e pare abbia ucciso Chewbacca. Lì, per due minuti, ho percepito che il film poteva decollare. Che da quel momento potevano esserci sviluppi inattesi. Chissà, per una volta magari il buono predestinato non era solo tentato dal Lato Oscuro, ma ci finiva dentro davvero. E invece, stacco di due minuti, e abbiamo scherzato, dai. Ammazza Han, ma, ti prego, non Chewbacca. Pure C3PO alla fine recupera la memoria, che sennò ci intristiamo. Lì avrei dovuto capire.
Io lo sapevo che il fulcro di questo film era rettificare le eresie del precedente, e di queste, soprattutto la più contestata: che Rey fosse figlia di NN. Lo sapevo. Lo sapevo perché le interviste lo lasciavano intendere, lo sapevo perché chi l’aveva già visto lo faceva capire. Quindi, ripeto, lo sapevo. Ma quando si scopre chi è Rey, con una scena che volutamente cita il più famoso “No, I am your father” della storia, lì ho capito che fino a quel momento era stata tutta una finta: no, ragazzi, Star Wars è gente che scopre di essere figlia del cattivo, buoni che per l’ennesima volta finiscono in caverne dove si devono picchiare col loro peggior incubo, cattivi che ti tentano facendoti vedere flotte stellari ribelli devastate da incrociatori galattici. Per JJ Star Wars è questo, senza deviazione alcuna, senza guizzi: una riproposizione il più fedele possibile di cose che erano già state dette egregiamente quaranta anni fa.
Intendiamoci, sono topoi. Non ho niente contro i topoi. Star Wars stesso ne citava a pacchi, non essendo il primo racconto in cui un figlio deve uccidere un padre ingombrante. Ma il problema dei topoi è che confinano col luogo comune: sono così forti perché sono stati ripetuti migliaia di volte nella nostra storia, e proprio per questo, se non li maneggi bene, sei solo il milleunesimo che li ripropone stancamente.
Star Wars trent’anni fa aggiungeva qualcosa a quella storia trita: un’ambientazione assolutamente originale, tanto per cominciare, un mix di western, fantasy e fantascienza che prima di allora nessuno aveva tentato, e poi c’era la principessa che picchiava e salvava, invece di essere salvata, e la scena della grotta in The Empire Strikes Back, nella sua rozzezza, alla luce degli effetti speciali contemporanei, aveva una potenza incredibile, che conserva intatta dopo quarant’anni, perché riportava un mito antico in un contesto moderno. L’hanno rifatta uguale due volte: in The Last Jedi, dove già mi aveva lasciata abbastanza perplessa – ma almeno serviva a capovolgere il mito, spiegandoci che Rey non era nessuno -, e qua, dove invece è para para che nell’episodio V.
The Last Jedi ci ha provato. Può piacere o meno, ma ci ha provato a dare nuova vita a Star Wars. Ha provato ad aggiornare il mito, con un film nel complesso più discontinuo e meno riuscito di questo, ma ci ha provato. The Rise of Skywalker no. The Rise of Skywalker ripropone, con tutti i crismi, per carità, la formula di quarant’anni fa. Le stesse cose con facce nuove. E basta. Ha senso? Boh. Ma l’effetto su di me è stato quello di completare quella vaga sensazione che avevo provato quando per la prima volta avevo visto The Force Awakens. Ve lo ricordate? Avevo percepito che Star Wars non aveva forse più nulla da dare. Ecco, ora ne sono convinta. Questa è la fine vera. Non perché, non senza perizia, JJ ha chiuso tutte le sottotrame, tirando le fila di un intreccio che chiudere per bene era impossibile, visto le libertà che Johnson si era preso. È la fine perché Star Wars inteso così, come un canone immutabile in cui devono esserci per forza delle cose – quelle già elencate, più le battaglie disperate, i ribelli che si salvano all’ultimo minuto – senza possibilità di sgarrare, ecco, quella è una formula che a me non dice più niente. E non sto dicendo che questo Teh Rise of Skywalker non sia un film ben fatto e che non mi sia divertita: sto dicendo che anche basta. Non mi ci ritrovo più, e soprattutto non ritrovo quell’afflato mitico, epico, che continua imperterrito a spirare dai film classici. Non c’è più e basta.
Ora, ognuno avrà la sua idea di cosa sia Star Wars, perché ognuno ha amato cose diverse. Per me è quell’epica lì, che qui, banalmente, non c’è. Ho assistito a tutto con un discreto grado di freddezza, perché a grandi linee sapevo come sarebbe andata. Nella Galassia lontana lontana va così da innumerevoli anni. La gente moriva, e per me era tutto normale, perché le cose andavano come dovevano, come sono sempre andate. Tranne una sola, luminosa eccezione. Ben Solo.
Ben Solo innanzitutto gode dell’interpretazione di uno degli attori che più mi piacciono e più mi suscitano simpatia tra quelli della nuova generazione. Ben Solo non è un personaggio originale, Ben Solo è pure mezzo sghembo, come la sua maschera rimessa insieme con l’Attack rosso, e non tutto torna, in lui. Ma ha una potenza che agli altri manca. Sarà Adam Driver che è bravissimo, e ci crede alla morte. Ma qualsiasi cosa legata al suo arco, l’ho amata. È l’eroe dei nostri tempi, più di Rey, più di tutti gli altri che “vinciamo perché non sia soli” e blablabla che, boh, preferivo molto di più la lode al fallimento di Yoda, che tutto ‘sto buonismo. Che poi, vorrei capire le frotte di ribelli alla fine del film dove stavano quando li chiamava Leia, ma vabbé. Ben è un poveretto che solo alla fine prende in mano davvero il suo destino, e fa quel che deve. È irrisolto fino all’ultimo, l’unica soddisfazione di una vita passata a cercare di raggiungere le inarrivabili aspettative sue e di chi lo circonda la raggiunge un attimo prima di schiattare, novello André, e lì c’è tutto: il dramma vero di chi è costretto a muoversi in tempi senza eroi, e ad esserlo suo malgrado. L’unica figura vera, in mezzo ad action figures semoventi che bene o male conoscono tutti il loro ruolo. Dai, chi ci crede che Ray è tentata. Va da Palpatine già convintissima. Ben ci va con la chiara consapevolezza che ha da schiatta’ e chissà se servirà pure. Ed era partito come un Frignetta.
Per il resto, un paio di appunti collaterali. La Forza ormai è incomprensibile. Già lo era relativamente nei film classici, ma a grandi linee avevi presente cosa potevi e non potevi fare. Adesso no. Adesso Rey ci ferma le navi a mezz’aria, e quindi ti domandi perché non apra le onde novella Mosè per andare alle rovine della Morte Nera. È una roba senza limiti, che a volte si usa, a volte no, non è chiaro perché. È un problema di tutta la nuova trilogia.
Nota di merito, invece, per la capacità di JJ di riannodare i fili. È evidente che prende dal film precedente le cose che gli sono piaciute – la telepatia Rey-Ben, la manovra Holdo, anche se butta lì una battuta per strizzare al solito l’occhio ai fan, ma Poe entra ed esce dalla velocità luce come dalle porte scorrevoli – e blasta quelle odiate – Luke e la spada laser – ma riesce a rimettere tutto assieme anche con una certa classe. Ho apprezzato alcuni rimandi interni, tra cui la nave di Luke al santuario, l’astronave dei genitori di Rey, i libri del credo Jedi…piccole cose, che però danno solidità e coerenza interna all’intreccio. Per quelli che “visivamente è stupendo”, sorry, ma non ho trovato niente di paragonabile all’ultima ora di The Last Jedi e il pianeta che gratti il sale ed esce il sangue. Incomprensibile la scelta di segare Rose, che dà tanto l’idea che si siano voluti compiacere i fan in uno dei loro deliri meno giustificabili e più odiosi (tutta la pippa razzista sul fatto che Rose fosse asiatica, per intenderci).
Per il resto, è un film godibile, ben girato, ben fatto. Ma che domani mi sarò dimenticata. Questione di gusti, con ogni probabilità. Me lo rivedrò di sicuro, innanzitutto in lingua originale, che ormai mi sono abituata alla voci, soprattutto al vocione baritonale di Ben, e poi ci farò tutte le maratone Star Wars, ma le faccio anche con Episode I, II e III, che vedo abbastanza come fumo negli occhi.
Mi rendo conto che alla fine è venuto fuori un confronto continuo con The Last Jedi, e forse è semplicemente sbagliato, e ogni film è un discorso a sé, e tutte le regole di una critica seria, che io non ho mai fatto, e mai farò, perché non ne sono in grado. Ma forse ci avevo creduto, forse ci avevo visto dentro qualcosa, là.
Star Wars è morto, viva Star Wars? Boh. Magari nella serialità, chissà. Forse ha ragione chi dice che ormai la vera creatività sta là, che lì si osa per davvero. Intanto, resta il passato, che non passerà mai, che ci aspetterà fedele ogni volta che faremo partire il file, e la scritta A New Hope riempirà lo schermo nero di stelle.

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L’inattesa recensione di fine anno

Sul filo di lana, recensisco. No, ragazzi, non è Episode IX, che, mannaggia l’influenza e i malanni vari, ancora non sono riuscita ad andare a vedere. No, non è il mandaloriano, perché non se ne parla fino a marzo e non suggerite soluzioni che fino a prova contraria sono comunque reati, e io non me ne vanterei online, per dire. No, si parla di The Watchmen. Siccome stavate tutti lì a dire che razza di capolavoro fosse, alla fine me lo sono recuperato.
Partiamo da due dati di fatto: Lost prima e Prometheus poi mi hanno abbastanza indisposta nei confronti di Lindelof, l’uomo col disbrigo di trama minimo e l’incasinamento di trama massimo. E poi secondo me al Watchmen di Moore e Gibbons non c’era nulla da togliere né aggiungere. Capolavoro, punto. Il film di Snyder per certi versi non era male, ma è una copia carbone del fumetto – fatte eccezione per l’unico cambiamento circa la seppia interdimensionale – con un livello di rielaborazione pari a zero spaccato, per cui anche quello, al netto di tutto, era inutile. Quindi, sequel di Watchmen realizzato da Lindelof per me significava ordine restrittivo per tenersi ad almeno trenta metri dal prodotto in questione. Poi, come è andata ce lo immaginiamo tutti, visto che sto qui a scrivere.
Dunque. Non sono ovviamente partita con le migliori intenzioni, ma praticamente al minuto due ci ero già dentro. Mi è difficile spiegarlo, ma, nonostante si tratti di un sequel, che per altro va anche a toccare il canone del fumetto, cambiandone un elemento, e che non ha problemi a fare voli pindarici circa il futuro di svariati personaggi cardine, l’aria che ci spira dentro è terribilmente Watchmen. Inizi a guardarlo, e le sensazioni, il mondo, sono quelli giusti. È veramente un seguito del fumetto, come avrebbe potuto scriverlo – che Alan mi perdoni – Moore stesso. Lindelof non ha solo letto e amato Watchmen, l’ha capito. E allora è un attimo innamorarsi di quel mondo disilluso e sull’orlo del precipizio, di quest’umanità dolente che niente e nessuno può salvare, di questi guardiani umani, troppo umani. È incredibile, ripeto, una cosa che non ritenevo possibile. E invece.
Per altro, tutto ciò che ho sempre odiato nel modo in cui Lindelof lavora, qui diventa un pregio. All’inizio, non ci capisci niente, ma, incredibilmente, non provi frustrazione: qualcosa, nell’atmosfera, nei personaggi, ti invita a fidarti. Anche se l’ultima volta che l’hai fatto hai dovuto farti andare giù – spoiler – l’isola che se la stappi affonda. La trama si dipana con sapienza, un tassello dopo l’altro, in una narrazione corale in cui nessuno però è lasciato indietro, che, ancora, è una delle caratteristiche forti del fumetto. Piano i pezzi vanno al loro posto, e alla fine, incredibile, tutto torna: non ci sono punti oscuri, nonostante la trama sia un discreto casino. Tutto è chiaro, tutte le sottotrame si chiudono, e la conclusione aperta – sapientemente aperta, può essere un finale definitivo o un debole gancio per una seconda stagione – sebbene io la trovi leggermente contraddittoria col senso generale del resto della serie, ci sta. Mentre lo vedevo pensavo che io avrei proprio chiuso là, su quella scena, prima che…e infatti, giustamente, la storia si chiude.
Poi potrei star qui a elogiare l’attualità del tutto, il coraggio di calare il mondo di Watchmen nella contemporaneità del pericolo rappresentato dal suprematismo bianco, o lo sviluppo dato alla figura di Ozymandias. Funziona tutto, c’è poco da dire, anche grazie ad altissimi valori produttivi: la colonna sonora è da sturbo – anche se un po’ meno Lacrymosa di Mozart forse era meglio – la fotografia, la regia…tutto alla grande. Ma la cosa migliore è di gran lunga la sceneggiatura, il meccanismo perfettamente oliato che procede senza intoppi, in una fedeltà allo spirito di Watchmen che non è solo encomiabile, è commovente. Pochi gli appunti: so che che molti hanno amato di più la seconda metà della serie, ma io credo invece che da un certo punto in poi le cose peggiorino leggermente. La svolta di trama circa i mezzi usati dai cattivi l’ho trovata un po’ dozzinale e mi ha un po’ guastata la sospensione di incredulità, anche se la stessa cosa mi era capitata con la seppia galattica del fumetto, quindi, boh, forse era voluto. Nonostante la serie si prenda, come già detto, delle libertà rispetto anche al materiale originale – e fa benissimo – tende tantissimo a replicarne certe dinamiche, in modo forse un po’ troppo pedissequo. Non scendo nello spoiler, ma il rapporto tra due personaggi è sparato quello tra altri due nel fumetto: c’era bisogno di ripetere? Infine, la sfiga da cui è colpito uno dei personaggi è una roba francamente grottesca: e che è!
Comunque, gran bel prodottino. Non l’avrei mai detto, ripeto, anche perché è evidentemente una roba alta che mira in alto, solo che, a differenza di tante altre cose con le medesime ambizioni, centra alla grande il bersaglio, e allora ben venga anche una certa supponenza di fondo, se poi l’arrosto c’è.
Io ve la consiglio molto, soprattutto se avete amato il fumetto. Se non lo avete letto, primo rimediate, secondo vi perdete parecchio della serie.

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Carnival Row: ah, però

Ritorna la premiata – da nessuno – rubrica in cui vi parlo di cose che vedo. In genere ci finiscono cose che in qualche modo mi hanno colpita, e questa è una di quelle. Da quel po’ che ne ho letto in giro non se ne sta parlando molto bene, per cui credo sarà l’ennesima attestazione del fatto che di serie tv e cinema non ci capisco molto, ma vabbè. Sto parlando di Carnival Row, serie originale di Amazon Prime che al momento si trova solo in inglese, ma che, se ho capito bene, dal 22 novembre dovrebbe essere disponibile anche doppiata per chi, legittimamente, non ha voglia di leggersi i sottotitoli.
Allora. Non so bene da dove partire…ho iniziato a vederla perché è lavoro, e ho sempre avuto una fascinazione, soprattutto modaiola, devo confessare, verso lo steampunk. Serie fantasy + ambientazione pseudo-vittoriana, che dire, mi pareva un win-win. Ma non ho mai amato particolarmente Orlando Bloom, che qua è più o meno protagonista; Cara Delevigne non l’avevo mai vista recitare, per cui anche boh. Per dire che non avevo particolari aspettative.
Cominciamo col dire che la serie paga un pilot piuttosto brutto; delle otto puntate della miniserie – che volendo potrebbe anche finire qua, visto che il finale è socchiuso e la trama di stagione si conclude abbastanza chiaramente – la prima è la più debole. Tutto appare molto didascalico: mondo vittoriano quadratico medio sospeso tra tensioni razziali tra gli umani e gli esseri soprannaturali – fatine e satiri, principalmente – questi ultimi provenienti da paese in guerra quadratico medio dal quale devono fuggire su barconi per finire a fare i servi o le prostitute qui da noi. Se vi ricorda qualcosa è perché la tematica sociale è trattata con la delicatezza di un cantoniere e la metafora sbozzata a pesanti colpi di ascia. Pure i protagonisti sono la fiera della mediocrità: Bloom è il poliziotto tormentato uscito paro paro da From Hell, Delevigne la fatina tenace e incazzosa, ma comunque bitchy. Intorno, tutto ciò che uno si attenderebbe da questo prodotto: i ricchi stronzi e razzisti, il primo ministro progressista col figlio che va a donne di malaffare fatate e la moglie arrivista e manipolatrice. Tutto un po’ così, con l’aggravante che, in un contesto tutto sommato adulto, come si premurano di farci sapere le numerose scene di sesso bollente, ogni tanto ci sono le fatine che volano, con un effetto di rottura della sospensione di incredulità difficilmente eguagliato in passato. E a questo punto uno dice: quindi bocciato?
Ero sul punto di. Ma un amico mi ha consigliato di andare avanti, e l’episodio due non si nega a nessuno. C’erano poi degli evidenti punti di forza: un’ambientazione a dir poco clamorosa, sostenuta per altro da un reparto costumi e scenografie da strapparsi gli indumenti intimi, e delle gran belle musiche. Burgue, la città in cui la storia è ambientata, è un posto vivo e vero, pulsante, bellissimo.
Ora, io non so quand’è che ho iniziato ad appassionarmi. Forse all’episodio tre, l’immancabile flashback che racconta la storia del nostro detective e della nostra fatina, ovviamente amanti in passato e ora separati da una montagna alta così di cose fraintese e dalla perenne incazzatura di lei. A parte l’ambientazione, di nuovo, di una bellezza difficile da spiegare, con tutta quella neve, c’è una rappresentazione onesta e credibile della guerra, e anche la glicemia della storia d’amore è contenuta entro limiti accettabili. Ma, soprattutto, c’è un’interpretazione non banale, o comunque interessante, di Faerie: il mondo della libertà. Mentre Burgue è il posto in cui tutti devono sembrare qualcosa che non sono, reprimendo allo spasimo ogni desiderio, come da stereotipo vittoriano, ma spinto così all’ennesima potenza da diventare una cosa paradossalmente plausibile e interessante, Faerie è il posto dove ognuno può essere ciò che è, senza maschere. Lo dice esplicitamente un lupo mannaro; dominante, durante la trasformazione, è il senso di libertà.
Da quel momento in poi, non dico che il prodotto decolli, ma diventa una cosa interessante. Ok, i colpi di scena sono tutti prevedibili con un paio di puntate di anticipo – tranne uno, devo dire – tutti fanno più o meno ciò che ci si aspetta da loro, ma non è mancanza di fantasia: è più adesione al canone. È una storia di ambientazione vittoriana, che non nasconde i propri debiti, ma non cerca neppure di scimmiottare ciò che va al momento – a parte il sesso, che comunque scema quanto a gratuità avanzando con gli episodi -. A suo modo, è un prodotto di nicchia: ti deve piacere quella roba là, per apprezzare questa qua. Persino la regia, ogni tanto, ha qualche guizzo, e tutto scorre capace se non di appassionare, di far affezionare: a quel mondo, alle sue contraddizioni, soprattutto alla pletora di personaggi secondari, francamente più interessanti della coppia di protagonisti – anche se Philo più che altro paga essere interpretato da un Bloom un po’ fuori fuoco -. Sotto, c’è persino un messaggio, di nuovo, non banale e molto interessante sulla discriminazione e i muri, che non tengono soltanto fuori il supposto nemico, ma soprattutto rinchiudono noi. In questo caso, in una gabbia di apparenze che ci impediscono di entrare in contatto coi nostri desideri più profondi, accettandoli ed esprimendoli. Tutti, a Burgue, sono costretti ad essere altro da ciò che sono, perché le apparenze, i segreti inconfessabili, la società…in questo senso, le creature magiche sono un pericolo perché ci mettono in contatto con tutto ciò che di noi neghiamo e nascondiamo, quella parte più selvaggia che siamo convinti ci perderà, e invece è l’unica che può salvarci.
Ok, tutto questo non è detto con chissà quale straordinario grado di approfondimento. Non è un prodotto raffinato, e non vi farà fare bella figura in mezzo ai vostri pari dire che lo guardate, anzi. Perché, ahimè, a differenza di Game of Thrones questo è fantasy vero, e non vi dà alibi che vi permettano di darvi un tono. Ho letto in giro che sarebbe un’opera pretenziosa: francamente, no. È onesta il giusto, si permette quel che può. Anzi credo che gran parte delle critiche vengano da gente che ha visto solo il primo episodio, e lì si è fermato.
Io vi consiglio di procedere, certo se avete il palato adatto a questo piatto, e non tutti ce l’hanno. Non vi aspettate cose mirabolanti, è un prodotto con molti difetti, ma secondo me sa farsi amare. Due cose credo però siano superlative: l’ambientazione, in tutti i suoi aspetti, dai costumi, al trucco, alla costruzione stessa di The Burgue, e la musica. E, almeno per queste due cose, val la pena. Io, se viene la stagione due, non mi lamento affatto. Anzi :) .

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GoT 8×05 o ci volevano altre quattro stagioni per fare bene tutto questo

Ultima volta che leggerete di Game of Thrones da queste parti; la prossima recensione sarà altrove :) , stay tuned.
Bon, penultimo episodio molto discusso di una stagione a sua volta controversa. Io dove mi pongo nello spettro che va da “ommioddio niente di tutto ciò ha senso” a “è tutto ovvio, siete voi che non capite, è un capolavoro”? Nel mezzo, as usual. Via col parere; al solito, SPOILER in ogni dove.
La critica principale all’episodio è: Daenerys non è così. Daenerys fa una cosa incomprensibile e out of character. Ecco, io non credo sia proprio così. La follia dei Targaryen è uno dei primi temi che vengono presentati nella serie, e tutti sono sempre un po’ intimoriti da Daenerys, che ha tre draghi e uno storico sulle malattie mentali non proprio immacolato. Di cose crudeli, per altro, ne ha fatte un bel po’ nella sua vita, ed è sempre stata in bilico tra la semplice inflessibilità e l’esercizio del potere un po’ fine a se stesso. Quindi, il suo “cambiamento” non viene fuori dal nulla, e anzi era stato ampiamente preannunciato, soprattutto in questa ultima stagione. Possiamo discutere che dar fuoco a una città che si è arresa, così, sia in effetti un gesto un po’ esagerato anche per una che col fuoco non ci va leggera, ma che dovesse finire così era abbastanza scontato. Sì, la liberatrice di schiavi e quel che volete, ma era sempre stato chiaro che a Daenerys interessava solo il trono. Tutto il resto era strumento, tutto il resto era ipocrisia di chi non voleva accettare che il castello si conquista sempre calpestando pile di cadaveri (Grifis in Berserk ce lo spiega molto chiaramente). Tutto bene, quindi? No, perché comunque lo svelamento della reale pasta di cui è fatta Daenerys l’ho trovato comunque meccanico e poco fluido. L’unico arco del personaggio che abbia un senso è quello della prima stagione: Dany passa da bambolina soggetta ai capricci del fratello prima e del marito poi a donna consapevole di sé e di ciò che vuole. Tutto chiaro, tutto anche bello. Poi, da lì in poi, il delirio. Daenerys vuole il trono, e ha anche gli strumenti per prenderselo, ma i draghi sono giovani, devono crescere, e allora è abbastanza evidente che gli sceneggiatori hanno il problema di farle fare cose nel frattempo. Quindi via di lunghissime pippe esistenziali sull’imparare a fare la regina, strazianti discussioni su come usare la forza, se usarla e quanto, rapimenti e passaggi nel fuoco. Tutto per cosa? Il personaggio non si è mosso di mezza virgola, narrativamente parlando, dalla fine della prima stagione. Anzi, adesso regredisce, e torna pischelletta con problemi d’affetto, un po’ quel che era all’inizio. Io capisco che creare uno sviluppo dei personaggi coerenti su otto stagioni, quando all’inizio non sai neppure quanto durerà la serie, sia pressoché impossibile. È il grande limite della narrativa seriale, che solo pochissimi prodotti sono riusciti a superare, e forse mai con reale successo. Dany è sempre stata un punto interrogativo, sospesa tra l’essere la salvatrice e le potenzialità per diventare una villain; questo l’ha depotenziata, l’ha resa più sfocata. E il risultato è che molti hanno visto questa svolta come qualcosa di incongruo. Invece, per me, è solo raccontato maluccio. Per motivi per lo più indipendenti dalla volontà degli autori, però.
Per il resto, che dire? Tutto molto bello visivamente. Alcune scene con Drogon sono straordinarie, da brividi, e anche se l’assedio rimane nel solco ormai immutabile della narrazione di queste cose, tracciato la bellezza di quasi venti anni fa da Peter Jackson (l’avete pensato anche voi, a momenti, di trovarvi a Minas Tirith?), è un bel guardare. Piccolo appunto: ho trovato sommamente ipocrita mostrare la guerra come qualcosa di terribile solo ora, quando serve a fini di sceneggiatura che lo spettatore non empatizzi più con Daenerys. Ce lo sottolineano con l’evidenziatore che è stronza: ricompaiono il sangue, il gore, a fiumi, grandi assenti delle ultime stagioni. Ci piazzano anche la mamma e la figlia per farci vedere che gran cattivona è diventata Daenerys. Ma, ragazzi, gli innocenti sono sempre morti, sempre, che a falcidiarli fossero i buoni o i cattivi. GoT è una storia di re e regine, e la gente comune è sempre expendable, non ce l’hanno mai fatta vedere che schiattava, se non, appunto, per sottolineare la cattiveria di certi personaggi. Ma il potere e il suo esercizio sono più complessi di così, la guerra è più complessa di così. E da un prodotto che tutti osannano per la sua profondità e il suo realismo, io un minimo di approfondimento al riguardo me lo aspetto. Invece no. Arya che cucina due tizi per darli da mangiare al loro padre è ok, perché quelli erano stronzi e meritavano la morte, Daenerys che dà fuoco a una città no, perché quelli sono tutti innocenti. Vabbè.
Ho apprezzato invece l’umanizzazione di Cersei e Jaime, che alla fine ti dispiace anche che schiattino, anche se ho trovato un po’ incongruo far fare a Cersei l’ennesima inversione a U, da donna disperata pronta a tutto a cretina che non capisco come poteva pensare di vincere la guerra. A tal proposito, bello che nella puntata precedente gli scorpioni fossero tipo l’arma definitiva e adesso Drogon improvvisamente sa scendere in picchiata, aggirare le navi e bruciarle da dietro. Altra soluzione di trama pigra e brutta vedersi.
Premio inutilità a Arya, che si fa da nord a sud per ammazzare finalmente qualcuno della sua lista, e, alla prima avvisaglia di casino, si gira e se ne va. La sua unica utilità è stata quella di permettere la realizzazione di una serie di pregevoli piani sequenza. Non mi dilungo sul duello tra i Clegane che confesso l’argomento non mi è mai interessato.
Detto questo, episodio bellissimo a vedersi, ma per il resto sulla media di stagione. Gli autori continuano a muoversi indecisi tra il fan service (Cersei e Jaime, che, per inciso, rende la storia d’amore di dieci minuti tra quest’ultimo e Brianne completamente inutile, oppure Sandor e Gregor) e la volontà di stupire a tutti i costi (la battaglia che si supponeva finale spostata al penultimo episodio, Daenerys che fa la pazza). Ci voleva più coraggio, più polso autoriale, e, soprattutto, più tempo. Compattare tutto in sei episodi infiniti è stato un errore. Un errore inevitabile, almeno dal punto di vista degli autori. Non è stata certo loro la decisione di chiudere così, non decidono loro né i tempi né le risorse per la realizzazione della serie. Forse, con i limiti che avevano, meglio non si poteva fare. E questo, ripeto, apre un’ampia pagina sui limiti di questo tipo di narrazione, che magari affronterò più avanti.
Resta l’ultima episodio. Le possibilità sono sostanzialmente due: Daenerys sbraca tutti e finisce con la tirannia che vince, Daenerys viene brasata da Jon, e qualcun altro si prenderà il trono. Che, per altro, credo non esista più, quindi boh. Vedremo lunedì prossimo :) .

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Il Padre di tutti i Pareri non Richiesti: recensione di GoT8x04

Vabbè, dai, un po’ ci ho preso gusto, per cui, fin quando ne avrò voglia, continuo: il padre di tutti i pareri non richiesti, la recensione della 8×04 di GoT :P .
Ovviamente, SPOILER.
Un po’ di tempo fa, non molto, pubblicai un parere su GoT che condividevo molto, questo qua. Commentai anche dicendo che ormai GoT era diventata una serie fantasy classica. Ecco, a neppure un mese di distanza, lo sviluppo successivo della serie mi fa fare inversione a U. Magari prima della fine cambierò idea ancora altre novanta volte :P .
Se mi conoscete un minimo, avrete capito che questa puntata ha dentro per me una pietra dello scandalo: la morte di Rhaegar. E siamo a due. Daenerys è stata sette stagioni con tre draghi pressoché inutilizzati, a parte qualche “dracarys” ben piazzato, e adesso, nel giro di cinque episodi, ne ha persi due. Prevedo che prima della fine, forse direttamente nel prossimo episodio, ci dirà addio pure Drogon.
Non che ci sia nulla di male, in linea di principio. È una guerra, ci sono delle perdite, ognuno si gioca le sue carte in modo da infliggere danni al nemico. Per Cersei, aver ragione dei draghi di Daenerys è questione di vita o di morte. Il problema è a che cosa siano serviti fin qui questi draghi. Già nella battaglia precedente, ne ho discusso qua, sono stati trattati dagli sceneggiatori come una specie di McGuffin di lusso, buono per scene d’impatto, ma che non influiscono mai realmente sulla trama, né hanno un senso tattico vero. Sono stati in volo per 70 minuti perché in realtà gli sceneggiatori non sapevano che farci.
La storia si ripete ora. I draghi di Daenerys, per come sono stati presentati, sono un po’ la bomba atomica di Westeros. Infatti, il dibattito intorno al loro uso è identico: sono un’arma terribile, da usare a scopo deterrente. Appena li abbiamo visti entrare in scena, alla fine della prima stagione, sapevamo che, quando fossero cresciuti, Daenerys li avrebbe usati con successo per prendere il trono. E questo è un problema. Quindi, gli sceneggiatori devono toglierli di mezzo, o è ovvio che Cersei non ha mezza possibilità di vincere, e chi vuole assistere a un massacro indiscriminato di cui si conosce già l’esito?
Qui però c’è un grosso problema di fondo. Non puoi introdurre qualcosa di così potente, e poi togliertelo dai piedi perché, ehi, ragazzi, è troppo forte, ci distrugge l’intreccio. Per altro senza che questo elemento di trama abbia mai fatto la differenza, se non una volta sola, più o meno. Tra l’altro, non è che Cersei stia dando prova di chissà quali fini doti strategiche che giustifichino la sua attuale posizione di predominanza su Daenerys. È solo che nell’altro schieramente non hanno una chiara strategia, hanno un’arma che non sanno come usare e in ultima analisi sono molto più interessati a combattersi tra loro che far le scarpe a lei. Per altro, come fa notare giustamente il Doc Manhattan, nella scena finale della puntata Cersei poteva scatenare gli arcieri e far secchi in un solo colpo Tyrion e Daenerys assieme a ciò che resta degli Immacolati, dando una svolta alla guerra. Invece no, meglio ammazzare Missandei così, a uffa.
Ma il problema è ancora più ampio di così. Gli sceneggiatori, a inizio serie, si sono trovati tra le mani un materiale di partenza sul quale non potevano intervenire: il mondo includeva in particolare alcuni elementi light fantasy, tra cui i White Walkers e i draghi. Ma quello che li interessava di più era l’intrigo. Il sense of wonder, l’epica, e tante altre caratteristiche fondative del fantasy giocano un ruolo nullo in GoT, che è più che altro un thriller politico. Rapidamente, questi elementi sono diventati un ingombro. I White Walkers imbattibili, i draghi potentissimi si sono dimostrati immediatamente pericolosi per lo sviluppo dell’intreccio. Non a caso Daenerys è stata tenuta ben lontana da Westeros così a lungo, e i White Walkers dietro il muro. Al momento della resa dei conti, quando la trama doveva per forza di cose convergere verso un finale, la necessità di aver ragione di questi elementi rapidamente e senza influire troppo sulla trama principale è diventata vitale. Ed ecco che assistiamo all’annichilimento dell’esercito dei morti con una coltellata ben piazzata e a draghi sterminati così, a caso.
GoT non è fantasy. A GoT il fantasy, anzi, fa pure un po’ schifo, coi suoi personaggi predestinati, la magia, il mistero, le creature fantastiche. Non è questo che ci interessa. E allora via. Ma, ripeto, allora non me li mettere proprio. Facciamo una cosa ambientata in un mondo a caso, senza draghi, senza streghe che partoriscono ombre e senza ‘sta roba qua. Funziona uguale. E io non mi faccio un fegato grosso così vedendo draghi massacrati come fossero cavalli.
Ve lo dico: se GoT è l’unico fantasy che seguite e amate, non vi piace il fantasy. Vi piace GoT. Che del fantasy è parente alla lontana. Non c’è niente di male, ma lasciateci soli coi nostri draghi, i nostri mondi incantati, e le nostre stupide magie.
Per il resto, che dire. La prima mezz’ora di puntata, a parte fan service piuttosto smaccato, non aggiunge niente. Scene di addio tirate oltre i limiti del sopportabile, gente che beve e fa battute argute, che potrebbe essere la tag line di serie. Lo diceva anche Tyrion quando era ancora un personaggio interessante: bevo e so cose.
Il resto è broccolo Jon che si dimostra uno Stark ad honorem, Cersei che fa Cersei e Jaime che dopo aver soddisfatto i fan va a grandi falcate verso il suo inevitabile destino. Le distanze non esistono più, gente va e viene da nord a sud come se ci fosse in mezzo il teletrasporto, l’impossibilità di capire quanto tempo stia passando è ormai endemica e segreti mortali ci mettono dieci minuti di screen time a diventare dominio pubblico.
L’arco di Daenerys non mi è chiarissimo: pare sia il jolly, che, a seconda dei casi, puoi giocarti come cattivo o come buono, senza però lineari ragioni di sviluppo psicologico, tranne che i Targaryen sono tutti un po’ matti, si sa.
GoT è imprevedibile, sì. Tanto che io comincio a sperare vinca Cersei, così passa il messaggio che il potere lo vuole e lo può mantenere solo chi è davvero stronzo. Sarebbe un sano e bello spot per l’anarchia. Ma non mi pare un’imprevedibilità che abbia le radici in ciò che è avvenuto prima. È che ci serve così, e allora cambiamo.
Resta al solito l’apparato ben realizzato, le interpretazioni, tutto ciò che GoT ha costruito fin qua e la curiosità di sapere come finisce. Alla fine gli stessi elementi che mi hanno trascinata senza troppo entusiasmo fin qua. Vedremo settimana prossima :) .

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La Madre di Tutte le Recensioni non Richieste: GoT 8×03

So che non dovrei. Non dopo anni passati a far la brava e cercare di non infilarmi in grosse polemiche. Ma niente, una vocina dentro di me mi spinge…spingitori di blogger inutili…e insomma, per amor di flame, La Madre delle Recensioni non Richieste: Game of Thrones 8×03.
Disclaimer: è la mia opinione, non supportata da particolari conoscenze tecniche che le diano un qualche valore, e ammetto che sono generalmente sempre un po’ prevenuta nei confronti di GoT, anche perché è tangenziale al genere che piace a me, nel senso che ci si avvicina quel tanto che basta a darmi false speranze, ma poi è tutt’altro. Quindi, i pochi che mi leggono non mi saltino al collo.
Ovviamente, SPOILER. TANTISSIMI SPOILER.
Allora, è un episodio polarizzante: o ti è piaciuto tantissimo, e hai gridato al capolavoro, o ti ha fatto schifo, e sei deluso. Il che, in linea di massima, segna già chiaramente l’importanza del prodotto. Solo le cose che lasciano un segno si amano o si odiano: tutte le altre, te le dimentichi contestualmente alla visione, e questa qui rimarrà, è indubbio.
Io però, nella scala, dove mi colloco? A metà, direi. Forse avevo eccessive aspettative, forse sono una persona dai gusti piuttosto dozzinali in ambito televisivo, forse il mio televisore non era semplicemente all’altezza, ma niente, a parte un paio di cose che dirò, mi ha davvero impressionata, o profondamente coinvolta, in The Long Night.
Sulla questione del buio, che tiene banco da quando la puntata è stata trasmessa, sorry, ma anch’io l’ho trovata poco riuscita: sì, capisco l’idea di rendere tutto oscuro, perché la notte è buia e piena di terrore, sì, lo spettatore non deve capire nulla, esattamente come i personaggi, e aspettarsi qualsiasi cosa da questo buio, tutto vero, tutto bello. Ma se io ho passato 60 minuti a cercare di ignorare quella voce che nel retro della testa mi sussurrava “ma adesso che sta succedendo? Ma quello lì chi è? Ma è schiattato Caio o è un altro?” forse l’immersione non ti è riuscita proprio al top. E non è solo questione di fotografia livida. È proprio come è girato l’assedio che fa sì che la confusione regni sovrana, anche quando ci si vede benissimo. Io capisco che una produzione televisiva non sarebbe mai stata in grado di girare una cosa del genere, con un tale contenuto di effetti speciali, con la luce del giorno, e vabbè, ma non fatecela passare per una raffinata scelta artistica. Avevate un problema, comprensibilissimo, e avete cercato di risolverlo come fanno tutti, anche questo comprensibilissimo, ma non vi è venuto proprio benissimo, ecco. Se poi, come sospetto, tutto sarebbe stato più chiaro sul tv ultimo modello, che dire, scusa se i miei soldi quest’anno me li sono spesi in altro e non nel cercare di riuscire a contare al buio i peli della barba di Jon con un televisore da mille mila euro. Che poi la puntata l’ho vista su Sky sul televisore di casa, ma non ti abbastava comunque (cit.).
Altro gran problema, le cose che succedono perché devono succedere. Forse Martin ha dei piani chiari per Melisandre, ma gli sceneggiatori no, e così la rossa con lifting incorporato diventa tout court un deus ex machina che ti svolta la trama quando necessario. Compare dal nulla, come dal nulla era comparsa per resuscitare Jon, fa solo lo stretto indispensabile: accende i falcetti dei Dothraki, nell’unica scena che mi abbia davvero dato i brividi, accende la trincea, tutte cose per la verità abbastanza inutili, e infine suggerisce il finale ad Arya, finale che solo io non avevo colto, perché in effetti ce lo sottolineano con l’evidenziatore – occhi azzurri, capito? AZZURRI – perché sono rimbambita. Certo, la giustificazione la possiamo trovare anche qua: è il Signore della Luce che agisce per vie imperscrutabili. Sempre però a favore di sceneggiatura, mi raccomando.
Stesso problema per i draghi, sia di Daenerys che del Night King. È un problema che chiunque faccia fantasy, e più ancora chi lo porta sullo schermo, conosce: come cacchio li usi i draghi in battaglia? Sono potenti, inceneriscono la gente in mezzo secondo, potenzialmente uccidono l’intreccio. E gli sceneggiatori lo sanno bene, visto che hanno fatto l’impossibile per toglierne uno a Daenerys la scorsa stagione e darlo al Night King. A un certo punto ho seriamente pensato che tutta questa battaglia sarebbe servita solo ad accoppare i draghi a Dany e così riequilibrare il prossimo scontro con Cersei. Per fortuna hanno preferito accopparle tutto l’esercito e via. Comunque. Oltre a questo, c’è la questione del combattimento: due formiche sul dorso di due cani come le fai combattere? Perché questo sono Jon e il Night King sui draghi. Sono problemi che capisco benissimo, con cui mi scontro di continuo anch’io. Ebbene, la soluzione è: usiamo i draghi per i dieci minuti finali e via. Nel frattempo, perdono tempo. Il Night King ci mette una vita ad arrivare a Winterfell, Jon e Daenerys passano la battaglia a girare in tondo in mezzo alla tempesta, senza capire cosa fare. Nessuno usa i draghi per niente se non quando costretto: tre fiatelle a inizio battaglia, poi arriva la nebbia e ciao. Diciamo che anche qua ci si poteva inventare qualcosa di più convincente.
Anche il passaggio dagli spazi aperti a quelli chiusi appare confuso e tutto sommato pretestuoso: d’improvviso, i nostri sono tutti stipati dentro, non è ben chiaro perché. Non a combattere. Girano per i corridoi in scene Jurassic Park like. Non è chiarissimo cosa sia successo nel frattempo.
Sorvolo sulle questioni circa le strategie scelte dai Nostri per l’assedio perché, tutto sommato, secondo me lasciano il tempo che trovano: finché fai succedere cose che mi piacciono e mi appassionano, io me ne frego della verosimiglianza. E quindi amen che i Dothraki siano utili quanto il due di bastoni con la briscola a spade, e che tu abbia deciso scientemente di ammazzarli tutti al minuto 1; la scena iniziale delle fiaccole che si spengono è potentissima, e mi ha dato i brividi, per cui sto.
Ma veniamo al vero problema, per me, un problema che, lo ammetto, nasce solo dalle aspettative sbagliate che ho sempre avuto su GoT.
Ricordo che quando lessi il prologo de Il Trono di Spade, in cui compaiono i White Walkers, mi esaltai: avevo trovato il fantasy definitivo. Erano poche pagine di una potenza straordinaria, che facevano appello a tutto quanto di oscuro, primordiale e incontrollabile c’è al mondo, e che comunicavano un senso di orrore supremo. L’inverno stava arrivando, e la sua notte infinita avrebbe portato con sé tutto ciò che temiamo: orrori senza volto che nessuno di noi sarebbe stato in grado di arrestare.
Ora, sono scema, ma non fino al punto di non aver capito, venti pagine dopo, che in realtà Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco non erano quello, bensì un romanzo basato soprattutto sulla costruzione di solidi personaggi e infinite beghe politiche intorno a questo maledetto trono. Un sottogenere che sapevo perfettamente non essere proprio my cup of tea. Infatti mollai la saga al primo libro, anche se Martin aveva provato a fregarmi mettendo in chiusura i draghi. Ma i White Walkers continuavano a essere evocati, e allora prima o poi sarebbero usciti fuori davvero. Così iniziai a seguire la serie televisiva.
Pensateci, i White Walkers sono una presenza costante. Non tanto in termini di screen time, quanto come pericolo evocato, immaginato, negato o temuto. Compaiono poco, in scene gelate e misteriose; fanno cose che non capiamo, sono terribili e oscuri. Ci spiegano poi anche come sono nati, ma questo non intacca l’aura di orrore che si portano dietro. Pensate al simbolo di pezzi di cadaveri che lasciano dietro di sé nella 8×01, all’orrore che quella scena genera. Molti ci dicono che è quello Il Nemico. Hanno costruito un intero muro per tenerli lontani, si favoleggia di queste infinite notti in cui faranno strage dei viventi, al loro confronto il trono sembra solo un gingillo, ed è su queso argomento che fa leva Jon per raccattare un esercito che lo aiuti a fermarli. Tutta la trama di Jon, al di là del classico viaggio dell’eroe, è basata sul difendere Westeros dai morti, e guadagnare autorevolezza sufficiente per riuscire a farlo.
Ecco, di sicuro sbagliavo, ma ammetterete che sbagliavo per una ragione a credere che la guerra contro di loro sarebbe stata importante.
Quando finalmente arriva il loro momento, tutto viene risolto in dieci minuti alla fine della precedente stagione e questi 80 minuti di assedio. L’orrore che viene dal nord, l’esercito che in alcun modo può essere sconfitto, il misterioso Night King, bastano ottanta minuti per levarseli dalle scatole. Quella che speravo sarebbe stata la Grande Guerra per il futuro di Westeros e non solo è un impiccio sul cammino verso il trono di Daenerys e Jon. E basta la lama di Arya. Sì, il pugnale di Bran e tutto quel che volete, la circolarità della trama, oddio tutto torna al principio, bravi, bene, 10+, ma basta il pugnale di Arya. Con un trucchetto anche abbastanza banale. Fuori da Winterfell manco si saranno accorti che è successo qualcosa. Se ne riparla, al massimo, al prossimo inverno.
Ora, io so che non poteva andare altrimenti. Quando l’inverno arriva alla penultima stagione, e ti mancano sei episodi alla fine, è ovvio che per gli scontri che durino più di un’ora e mezza non ci sarà spazio. La cosa è stata resa ancor più chiara dal fatto che questa battaglia fosse nella puntata tre di sei. Era persino giusto che andasse così. Ma io non posso fare a meno di restare delusa. Perché la trama ha alluso ad altro.
Guardate, mi sembra Lost all over again: anche lì sembrava che il mostro di fumo chissà cosa fosse, anche lì ti avevano tenuto attaccato al televisore con la promessa di cose mirabolanti. Poi bastava una fucilata di Kate, e per il resto, scusaci, sei tu che non hai capito Lost: l’isola è solo la scenografia, quel che conta sono i legami tra i personaggi. Vai col limbo sincretico.
Anche qui: scusa, Licia, ma sei tu che non hai capito niente. I White Walkers sono un nemico tra tanti, il boss di fine livello è Cersei, e, comunque, quel che conta sono i personaggi e i loro legami. E via Arya che tromba con Gendry, Sansa e Tyrion che, dai, ce n’è.
Mi spiace. Mi spiace tantissimo. Dalla lotta tra vivi e morti si potevano tirare fuori altri sette libri. Poteva venirne fuori un survival horror fantasy da sturbo. Ma non era questo che interessava a Martin, e men che meno agli sceneggiatori. E sono perfettamente nel loro diritto, ovvio. È una scelta poetica legittima, giusta. Ma mi spiace quando certe idee così potenti vengono buttate via. Non le usare, allora. Facciamo che oltre il muro ci sono i Wildlings e basta. Funziona lo stesso.
Per il resto, in tema di assedio e con un quarto del budget di GoT, ho trovato infinite volte più efficace e potente l’assedio di Parigi di Vikings, ultima cosa davvero bella vista in quella serie; teso come una spada, pieno di colpi di scena, e con tre parole in croce pure lui. E girato di giorno, per di più. Ma so di avere gusti rozzi, e GoT è un prodotto con ambizioni ben più alte di Vikings, e molto più raffinato negli esiti realizzativi. Quindi, probabilmente è sfuggito qualcosa a me.
Non sono rimasta neppure particolarmente colpita dalla colonna sonora, se non per l’ultimo brano, ma anche quello solo per la parte iniziale. Ho un debole per le musiche incongrue per certe scene. Ha sempre apprezzato Djawadi, la sua musica è sempre stata per nulla banale, e capace di aggiungere qualcosa alle scene. Ricordo l’esaltazione per i draghi che volano sul Mare Stretto, con quel tema tellurico, che ti parla di forze ancestrali, indomabili come i draghi di Daenerys. Ecco, anche lui ormai si è adeguato alla colonna sonora quadratica media di un fantasy. Temi tutto sommato dimenticabili, che ci siano o meno è tutto uguale. Peccato, perché erano una parte importante della bellezza di GoT.
Ma il vero problema, l’avrete capito dall’entità di questi deliri, è che in realtà a me questa puntata non ha coinvolto. È questo il punto focale di ogni cosa. Se mi avesse appassionata, se mi avesse tirata dentro il ritmo narrativo, tutti questi discorsi sarebbero stati inutili. Alla fine della fiera, per me, quando usufruisco di un qualsiasi prodotto di intrattenimento, questa è l’unica cosa che conta: hai sostituito la mia realtà con la tua per il tempo in cui ti ho visto/letto/sentito? Se sì, vale tutto. Altrimenti, troverò duemila difetti anche dove non ce ne sono.
Bon, è tutto. È davvero la madre di tutte le recensioni non richieste, sia perché è delirante, sia perché in verità tutte queste cose le avevo già dette sui social durante le discussioni di queste ore. Ma tant’è, sono logorroica e mi piace parlare :) .

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Naturalmente…Il Nome della Rosa

Ero indecisa se fare questa cosa. Un po’ perché amo il libro in un modo così viscerale, ha fatto e fa così parte della mia vita – e anche della mia scrittura – che mi sembrava un po’ senza senso, un po’ perché, nonostante l’hype a manetta, io di questa serie tv su Il Nome della Rosa avevo una paura matta. Poi però qualcuno mi ha chiesto pareri su Facebook, io ho risposto con un commento lungo due chilometri, e allora niente. Non posso esimermi dalla recensione della serie ispirata a Il Nome della Rosa, andata in onda ieri sera su Rai1. Here we go :P .
Più di altre volte, servono moltissime premesse. Per chi fosse capitato qui per caso, premetto che ho letto il libro ventuno volte, più o meno una volta l’anno da quando avevo quindici anni, e mio papà mi passò la sua copia gualcita, edizione 1982, dicendomi che pensava mi sarebbe piaciuto e che era uno dei suoi libri preferiti. Lo lessi in vancanza al mare, fu amore a prima vista, e da allora questa passione non dico è mai finita, ma mai manco scemata. Una volta ho anche tenuto una specie di lezione, a Piazza Santa Maria in Trastevere, sul perché questo libro mi piacesse e mi ossessionasse così tanto. Per dire che il mio non può in alcun modo, nel bene e nel male, essere un giudizio oggettivo. Non posso prescindere da questo amore, non posso prescindere dai molteplici legami affettivi che mi vincolano ancora oggi a quella copia ingiallita.
Altra premessa: alcune scene sono state girate sul Tuscolo, uno dei posti che più amo al mondo, e dove vado a rifugiarmi per passeggiare quando sono stanca, depressa, in qualsiasi modo bisognosa di silenzio e bellezza. E quindi, altro pregiudizio. Detto ciò.
Ho grandi difficoltà a esprimere un giudizio compiuto su quel che ho visto. Innanzitutto perché, durante la visione, mi si aprivano continuamente nel cervello pop-up tipo “ehi, questo è spiccicato il libro!”, “ommioddio il portale!”, “no, Jorge me lo immagino tutto diverso” e via così. Ho cercato di guardarlo come un prodotto a sé, una reinterpretazione di una cosa che amo molto, ma ho fatto una fatica bestiale e non credo di esserci riuscita molto. Per cui facciamo così: pro e contro. Cominciando dalle note dolenti, così chiudiamo in bellezza.
Il più grosso contro è il passato di Adso, e le modifiche apportate al personaggio. È una questione un po’ di gusto personale, quindi non di problemi oggettivi della narrazione, ma, secondo me, far di Adso un pischello vissuto che mena, ha dimestichezza con le donne e c’ha i daddy-issues secondo me diminuisce molto quella dialettica maestro-allievo tra lui e Guglielmo che era molto importante nel libro. Lo dice anche Eco nelle postille: Adso è il lettore, soprattutto quello più ingenuo. Come lui, Adso non sa niente, e perché è un tedesco catapultato in quella terra dei pazzi che è l’Italia – ora come allora -, e perché ha sedici anni, e perché ha sempre vissuto serenamente nel convento di Melk. Questo dava una prospettiva fresca alla storia: se non capivi le cose era ok, non le capiva manco Adso, e c’era sempre qualcuno pronto a spiegartele. Con questo nuovo Adso, invece, si crea una sorta di distanza con lo spettatore, che non ha un alter-ego nella storia. Per altro, questa modifica fa iniziare la storia con una scena inventata che ha fatto prendere un colpo apoplettico a me lettrice di lungo corso, ma vabbè.
Altro punto leggermente a sfavore, mi pare che la trama proceda di gran carriera. Non che sia un problema: il ritmo tiene, e ci sta, è ovvio che una riduzione debba spingere soprattutto sul pedale della trama gialla, che del libro è la cosa più facilmente spendibile. Però di ‘sto passo lunedì prossimo scopriamo l’assassino, per cui non so bene cosa accadrà nei restanti episodi…
Nei contro metto anche una biblioteca che è come quella del libro, ma l’avrei preferita un po’ più intrisa di mistero. Ok, Anche nel libro Adso quando entra è deluso, ma io avrei pompato un po’ di più sulla suspence. Ma il cliffhanger di fine puntata (anche se immagino di sapere chi ha aggredito Adso…) mi lascia intuire che forse quest’aspetto verrà esaltato lunedì prossimo.
Ultimo contro, alcune scelte di cast. Intendamoci, le interpretazioni mi piacciono molto: Remigio è viscido a sufficienza, Salvatore il povero cristo babelico del libro, e via così. Ma qui sono influenzata dal film dell’86, che, al netto di una trasposizione che dire libera è un eufemismo, aveva azzeccato delle facce clamorose. Ron Perlman indimenticabile, i monaci tutti mezzi deformi e morbosi, uno Jorge che pareva una statua…ma, anche qua, problema mio, non intrinseco della serie.
Bon possiamo andare ai pro. Turturro. E che gli vuoi dire, a Turturro. Perfetto. Con tutto il bene che voglio a Sean Connery – e gliene voglio a palate – non è mai stato il Guglielmo del libro. Era Sean Connery che faceva il monaco francescano. Turturro no. Anche solo visivamente, è uscito dalla pagina scritta. Ok, il personaggio è leggermente ammorbidito, ma manco tanto. La serie anzi secondo me è molto efficace nel mostrarti con un paio di scene le caratteristiche del personaggio: bello il siparietto Brunello, esplicativo quello coi poverelli e il lebbroso (Guglielmo queste cose nel libro le dice, per cui diciamo che ci sta), spettacolare il dialogo con l’Abate. Ah, Berengario troppo lui: recitazione giustamente sopra le righe e faccia azzeccatissima.
Altro pro: un tentativo fortissimo, direi quasi intriso di amore per la materia di partenza, di stare il più aderenti possibile al libro, anche nelle piccole cose. Per dire, brivido di piacere davanti al portale: cioè, voglio dire, il portale! C’è! La parte in assoluto meno televisiva di tutto il libro e ce l’hanno messa! Oppure le finestre d’alabastro della biblioteca, che è una piccola cosa, ma è da queste piccole cose che si vede che dietro tutto c’è una passione per il libro, e questa credo sia la cosa più importante per un prodotto del genere. I dialoghi sono quasi interamente presi di peso dalla pagina, a parte lievi differenze. Mi lascia un po’ così l’assenza di Ubertino, ma magari compare più avanti.
Apprezzatissima anche la decisione di metterci dentro le dispute sulla povertà. Anche qui, argomento anti-televisivo per eccellenza, gente che dibatte sulla povertà della Chiesa…e invece hanno trovato un modo efficace di mettercele. E non è questione di lana caprina, perché tutto nel libro si corrisponde in un dialogo continuo tra trama gialla, metafisica e aspetto formale. Segare via gli eretici e la povertà di Cristo significava fare un’altra cosa, non Il Nome della Rosa. Ok, l’inserimento di questo elemento è stato fatto semplificando le cose, ma questo era necessario: bisogna pur essere consapevoli che si sta guardando una fiction, e non un trattato sul basso medioevo. Una certa dose di spettacolarizzazione e semplificazione è necessaria.
Anche tutte le modifiche di trama hanno una spiegazione perfetta in termini narrativi, nel contesto di una serie tv. Giusto – e tutto sommato pure bello – mostrare i dolciniani, anche se finora non si sono approfondite le motivazioni più profonde della loro ribellione. Ha senso anche mostrare di più Bernardo Gui e il Papa, e dar loro un ruolo di maggior peso mella trama complessiva. Un cattivo ci vuole, e, siccome l’assassino rimane figura sfuggente fino alla fine dell’intreccio, ci sta inserire questa sottotrama.
Ha senso anche espandere la storia d’amore di Adso, che è una cosa ero sicura sarebbe stata fatta: ha senso perché apre la trama verso l’esterno (in un libro ok l’unità di tempo, luogo e azione, in una serie tv molto meno), e inserisce un elemento che permette di aggiungere ciccia alla trama principale. Insomma, secondo me a livello di adattamento è stato fatto un gran lavoro, un buon lavoro.
Ultima cosa, ammazza che belle le scenografie e la fotografia. L’abbazia mi ha lasciata senza parole, perché era identica spiccicata a come l’immaginavo. Il Tuscolo e Tusculum meravigliosi come si presentano ai miei occhi ogni volta che ci salgo, e in genere una scelta azzeccatissima di tutte le location.
Insomma, mi piace. Quanto può piacermi una riduzione televisiva di qualcosa che ho nel DNA, che mi ha formata come persona e anche come autrice. Mi piace perché mi ha fatta sentire a casa, mi ha messo addosso voglia di rileggere il libro – e l’ultima lettura è di gennaio… – e perché ho voglia di vederne ancora. C’è qualcosa, in questa serie, che mi parla una lingua conosciuta, e che sa di un amore antico. E allora niente, dai, bene così. Era difficile fare una cosa che mi non mi facesse venire i brividi per novanta minuti, e invece no, sono contenta. Il libro è il libro, inavvicinabile, strepitoso, sempre vivo nella mia mente. La serie è un’altra cosa, che però mi piace e continuerò a seguire.

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Hill House, o i fantasmi di dentro sono parecchio peggio di quelli di fuori

Come saprà chi mi segue sui social (e ha letto il titolo del post, anche :P ), in questo periodo mi sono vista Hill House. Ho cominciato perché me ne avevano parlato bene, ma devo dire che il feeling iniziale non è stato buono. Il pilot, dopo una partenza col botto, che mi aveva fatta ben sperare, si era ammosciato rapidamente. La noia regnava abbastanza sovrana. Non molto meglio coi due episodi successivi: poca Hill House, che era quel che volevo, un sacco di casini familiari nel presente, casini per altro non poi molto interessanti, almeno ai miei occhi.
Il problema è che Hill House è costruita al contrario di come dovrebbe essere. È scritto a pagina uno del manuale del buon sceneggiatore che il pilot deve acchiappare, e deve darti un po’ il sapore della serie. Pensiamo al pilot di Lost, in cui c’è già tutto, e ti cattura dal primo minuto, per altro ponendoti già tutti gli interrogativi principali cui la serie poi, in sostanza, non risponderà mai (o meglio, lo farà, ma in modo confuso, e comunque non consistente con le premesse delle prime due stagioni). Ecco, invece Hill House no. Hill House non fa niente per spingerti ad andare avanti. Anche visivamente, di prim’acchitto, è respingente: tutto estremamente classico, una casa dei fantasmi come se ne sono viste a iosa, la solita cacchio di famiglia americana, stavolta declinata nella versione “gente incasinata forte e che ormai si odia”, una fotografia laccatissima e distante anni luce da quel che va di moda oggigiorno. Una serie classica, ecco. Fino a puntata tre. Tanto dura l’addestramento. Avete letto Il Nome della Rosa? E le Postille? Ecco, nelle postille Eco spiega che le prime cento pagine del libro sono una specie di addestramento del lettore, hanno valore iniziatico. Devi fare un atto di fede, fidarti e andare avanti oltre il portale della Chiesa, davanti al quale molti lettori fanno i bagagli e scendono dalla collina. Idem per Hill House. Tre ore di addestramento su dieci complessive. Una bella botta.
Ora, io non so che è successo. Sarà che alla puntata quattro, in mezzo ai cliché, è saltata fuori la prima cosa che mi ha veramente inquietata. Sarà che ho visto da lungi delinearsi una serie di tematiche che non si esaurivano né nella casa spaventosa (che comunque già mi andava bene, devo dire) né nella famiglia coi problemi, ma con qualcosa di più profondo, più viscerale e spaventoso.
Poi è arrivata la quinta puntata, con lo svoltone di trama, lo devo dire, geniale. Geniale. Non ve lo dico, sennò ve lo rovino. E lì capisci. Che non si sta parlando di fantasmi, o almeno non di quelli che zompano dalle pareti e fanno bu, ma dei demoni che ti porti dentro, da sempre, e che non sai esorcizzare, e alla fine ti divorano. L’enorme mostro nero de La Profezia dell’Armadillo di Zerocalcare, quella cosa che dentro abbiamo tutti, piccola o grande, ma che in alcuni di noi cresce e dismisura, e si prende tutto.
E poi la sei. In cui, dopo aver sovvertito dall’interno la struttura a spaventarelli (che non mancano) delle storie di fantasmi, ci mandano in vacca anche la classicità formale, con un episodio in cui il preziosismo stilistico non sta messo semplicemente là a far dire “guarda come sono bravo”, un vezzo di tanta serialità moderna. No, serve profondamente alla trama, aggiunge valore a quel che si sta raccontando, cioè una notte infinita, quelle notti che tutti noi abbiamo sperimentato una volta nella vita, in cui non puoi fare altro che attendere, e i tempi si dilatano a dismisura, e i minuti ti pesano intollerabili sulle spalle.
E lì ormai sei di Hill House. Dei cazzi devastanti dei suoi personaggi damaged, anche questo un grande classico, ma declinato con una profondità rara, persino di Hill House, questo grande organismo che si nutre di tutto il peggio di te, questo amplificatore cosmico di demoni personali. E ti piace persino la fotografia con la calza à la Berlusconi, ti piacciono persino le parti ambientate nel presente, l’ipocrisia di Steve, la spocchia di Shirley, l’odiosa incazzatura perenne di Theo, la faccia da pesce lesso di Hugh vecchio. Sono tutti amici tuoi, perché ti ci rivedi dentro.
E sei arrivato al trittico finale. In cui arriva la botta definitiva. Il discorso sulla genitorialità. Le domande poste dalla serie, le tragedie seguite alle risposte, mi sembravano uscite dalla mia testa. Perché in questo stesso modo – n volte meno efficace – finiscono anche nelle mie storie. E quindi niente, lacrime.
Insomma, l’avrete capito, mi è piaciuto davvero molto. Per la struttura insolita, per la capacità di fare conflagrare da dentro gli stereotipi del genere, creando qualcosa di nuovo, per la profondità dei temi e l’originalità del punto di vista. Ora, il finale, comunque bellissimo, resta un po’ troppo spiegato per i miei gusti. Tante cose le avevamo capite senza che ce le sbatteste in faccia. Magari si poteva piuttosto approfondire un po’ di più la storia di Hill House, ma siamo dalle parti dei peccati veniali.
Ora. Io lo so che non tutti hanno voglia di aspettare tre ore per vedere le premesse di una serie decollare nel migliore dei modi. C’è anche chi ha apprezzato molto i primi cinque episodi, e poi non ha apprezzato il resto. Questione di gusti e preferenze narrative. Io però, al netto di tutto, ve la consiglio. Perché è disturbante per davvero; non tanto per quel che si vede, per i fantasmi e gli zompi che ti fa fare, che lasciano tutto sommato il tempo che trovano. Ma perché, come ogni buon horror dovrebbe fare, scava nell’intimità di ciascuno di noi, a far emergere le nostre paure più profonde, i fantasmi quelli veri, che abbiamo nella mente e nel cuore, e che non vanno via chiudendo una porta, o scappando da una cosa. Incidentalmente, serie che, un po’ come BoJack, di cui forse prima o poi vi parlerò (altro gran pezzo di tv…), racconta di che roba devastante sia l’infanzia. Tutto quello che ti succede in quel periodo resta con te per sempre, ti devasta, e non te lo togli più di dosso. Sopravvivere all’infanzia e alla giovinezza è un cappero di lavorone, e non tutti ci riescono, fisicamente e metaforicamente.
Fatevi allora questo giro di giostra nelle vostre paure. Vi prometto grande inquietudine e un finale che un po’ vi farà piangere. E una serie che resterà con voi a lungo.

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The Piccolo Recensore is back: Simulation Theory + Le Terrificanti Avventure di Sabrina

Non ho più tempo per fare niente. Davvero. Anche le cose che si fanno “per piacere” devono inserirsi in una rigida schedula, che è la stessa di tutti i miei impegni. Figurarsi scrivere su un blog che non legge più nessuno.
Ma questa avventura della scrittura iniziò in solitaria, nella mia stanza a casa dei miei, per il mio piacere. E allora stasera cerco di ritagliarmi venti minuti per tornare qua sopra a fare due recensioni, una estemporanea, una che avevo in canna da un po’. Per nessuno, perché va così, ma a volte le cose si fanno perché se ne ha voglia, no? :)
Enjoy per chi leggesse.

Muse – Simulation Theory
“Ti do dieci anni” mi disse Rossella, una sera in cui la costrinsi a prestarmi il suo pc per aggiudicarmi su Ebay un bootleg dei Muse. La teoria era che dopo dieci anni, di quel gruppo lì non mi sarebbe più importato nulla.
Dieci anni sono passati – di più, in effetti – e di acqua ne è passata sotto i ponti. Non vivo più l’uscita di un album dei Muse con tutto quell’hype, e non sono il mio unico orizzonte musicale. Ma nella mia vita ci sono ancora.
I primi singoli usciti di questo ottavo album a studio mi avevano lasciata estremamente perplessa. Eravamo dalle parti di The 2nd Law e Black Holes and Revelations, i due album che amo di meno, e per di più dalle parti di quei pezzi che meno apprezzavo. Avevo concluso che il disco me lo sarei preso comunque, perché sì, ma morta là. Solo che quelle cinque canzoni ho iniziato a sentirmele. E risentirmele. E risentirmele. Perché c’era qualcosa che mi chiamava.
Il disco è uscito il 5. L’ho sentito il giorno stesso, ma con una discreta rabbia, perché iTunes non ne voleva sapere di mettermi nell’ordine giusto le canzoni. Poi stasera, miracolosamente, ogni cosa è tornata al suo posto, e io ho ascoltato il disco come si deve.
Non incontra i miei gusti abituali. Non quelli che avevo quanto Absolution fu per me una specie di folgorazione sulla via di Damasco, non quelli che ho adesso. Ed è anche un disco strano, con dei pezzi che, non fosse per l’inconfondibile voce di Matt, sembrerebbero appartenere a una band completamente diversa. Mescolati per altro a immortali classici dei Muse, tipo i coretti, e la musichetta ossessiva stile Nintendo.
E quindi? E quindi mi piace. Senza ragione. Così. Perché i testi sono belli per davvero, perché i singoli nel complesso non tendono giustizia a un disco che tutto fa tranne che accontentare le tendenze del mercato (a parte l’odioso revival anni ‘80 di tutti i video usciti fin qui, e anche quello trae in inganno) o le aspettative dei fan. Sono i Muse che fanno quello che gli pare, prendere o lasciare. E quel che gli pare è roba a volte catchy, a volte seriamente respingente (vedi Break It to Me, Propaganda), testi angoscianti e canzoni d’amore incongrue ma belle in modo straziante. E infatti, a sorpresa, a parte l’ovvia Something Human (che gira anche tantissimo in radio e forse per questo piace), il pezzo che mi ha preso il cuore è Get Up and Fight. Sì, quella con quell’ “ah ah ah” che tutto urla tranne Muse. E The Void, anche. Ma anche Algorithm.
Ecco, lo vedete? Ero partita per scrivere una conclusione del tipo “però non sono esaltata come con Drones”, e invece avrei da dire qualcosa su ogni pezzo.
Dieci anni sono passati, io ho quasi quarant’anni, ma il tour di Simulation Theory me lo andrò a seguire uguale. Perché per me i Muse sono sempre i Muse.

Le terrificanti avventure di Sabrina
Di Sabrina Vita da Strega avrò visto due episodi in croce. Il fan di famiglia era mio marito, non io. Ma Giuliano voleva vedersi il remake, perché ne aveva sentito parlare bene, e anch’io ero curiosa, dopo avet visto un paio di trailer. Così, intorno a Halloween, ci siamo visti tutta la serie.
So che sta piacendo all’universo mondo. Io andrò controcorrente, perché dentro ci vedo tutti i difetti che trovo nella serialità contemporanea, soprattutto quella di gran successo: da un punto di vista della messa in scena, è perfetto. Ma sotto il fumo l’arrosto langue.
È un prodotto che vuole, fortissimamente vuole farti capire che è curato. La fotografia è qualcosa di spettacolare, le scenografie idem, gli attori scelti in modo a dir poco perfetto, tutti. Bella la musica, bello tutto.
Poi però inizi a farti qualche domanda su come funziona questo mondo qua di Sabrina. Cioè, in cosa consiste esattamente questo culto di Satana? Perché meglio venerare lui che Dio, visto che i satanisti in Sabrina sono la caricatura dei cattolici visti da un americano che un cattolico non l’ha manco incrociato una volta in strada? E streghe si nasce o si diventa? E ‘sta storia dell’inferno? E i Satanisti sono buoni o cattivi? No, perché hanno un simpatico coro parrocchiale, per dirigere il quale ci sono intrighi à la Desperate Housewives, ma al contempo, quando possono, si abbandonando al cannibalismo. Consensuale, eh? Che sennò andiamo troppo oltre.
È tutto confuso. Senza regole fisse che siano chiare, e aiutino lo spettatore a capire cosa accade. Il risultato è che alcune scelte di sceneggiatura sembrano accadere un po’ perché devono. Le cose devono andare così, taci e goditi lo spettacolo, hai visto che figa Zelda?
Forse sono vecchia io. Racconto storie in un modo che è in via d’estinzione. Forse sono prevenuta per via del femminismo di facciata sbattuto in faccia un tanto al chilo che punteggia ogni puntata, o dall’assenza dell’orrore vero, o dal fatto che non si capisce mai se vogliono farti ridere o affondare nella pesezza più angosciante.
Per me è un boh. Lei è simpatica, lui è simpatico, le Weird Sisters sono il più grande spreco di personaggio figo da Star Trek Into Darkness e Khan buttato via così. Ritenta, l’orrore vero sta da un’altra parte, e la capacità di riderne e farci ironia su anche.

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