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Westworld: le cose che non ho capito

Qualche giorno fa, ho finito la visione della prima stagione di Westworld. Non ne ho parlato qua sopra perché nel frattempo è passato il ciclone Sherlock e ho preferito dedicarmi a quello. Ma non è che la nuova serie HBO sia passata su di me senza lasciare traccia. Darne un giudizio però mi risulta nel complesso più difficile che con altri prodotti, perché evidentemente si tratta di qualcosa il cui scopo è effettivamente indurre una riflessione più profonda del semplice giudizio di pancia. Nulla in Westworld induce a una fruizione immediata: tutto è fatto per sedimentare, e per essere metabolizzato, dal ritmo tutto sommato abbastanza lento, ai mille particolari che sei chiamato a notare, all’evidente invito a una seconda visione che è il finale di stagione.
Comunque, tempo ne è passato, e posso azzardare non dico una recensione, ma quanto meno un mio parere al riguardo. Che è sostanzialmente positivo, anche se non grido al capolavoro: è un bel prodotto, solido, che si lascia guardare con piacere, soprattutto curato in modo maniacale, privo di qualsivoglia difetto evidente, in cui (come da mia ossessione, lo sapete) forma e contenuto si rispondono reciprocamente in modo molto efficace. Ma, per i miei gusti, è una cosa troppo algida. Il che non significa che non mi sia piaciuto: me lo sono goduto, ma in modo tutto sommato abbastanza distaccato. Non mi sono sentita granché coinvolta dalla girandola delle ipotesi sui “misteri” – che poi è uno solo, e manco così terribilmente misterioso – probabilmente anche perché l’ho visto quando ormai l’universo mondo aveva già fatto tutte le ipotesi possibili e immaginabili e aveva pure già visto il finale, non ho aderito neppure in modo viscerale alla storia. L’ho guardato con un occhio assai più professionale di quanto non faccia di solito; infatti, la cosa che ho apprezzato di più è stata la struttura, pur convenzionale, ma fatta in modo tale da svelarsi del tutto solo nel finale. Chi ha visto sa di cosa parlo. Ecco, quello è davvero un colpo di genio.
Ripeto, non è un problema della messa in scena, degli attori, o di qualche difetto che mi pare di trovare nella serie per il mio gusto: è che i fratelli Nolan sono così, cervellotici ma a volte un po’ freddi. E tutto in Westworld è incredibilmente algido; le scenografie, le recitazioni incredibilmente sobrie e trattenute, i dialoghi perfettamente misurati. Persino la pantomima di West che mette in scena è una roba tutto sommato perfettina e pulitina. È una scelta “poetica” perfettamente legittima, e che per altro trova rimandi in elementi di trama. Solo che a me lascia fredda, esattamente come mi lasciò fredda a suo tempo Interstellar, che era dell’altro Nolan, ma che condivide alcune cose con Westworld: la cervelloticità, la freddezza.
Poi, per il resto, il discorso che la serie porta avanti è interessante, e lo fa anche in modo tutt’altro che banale, senza facili risposte. Cosa sia la coscienza è La Domanda che ci facciamo da sempre, come l’abbiamo conquistata, se si possa definire, misurare, spiegare, o persino se esista davvero, è una cosa che ci fa arrovellare da sempre, e Westworld la butta giù bene, persino senza pesantezza. E poi il tema del controllo dei sistemi caotici, lo stesso di Jurassic Park, che è sempre parto della mente di Crichton, ma declinato in modo diverso, e il libero arbitrio, i confini dell’etica…tutto bello, tutto grande, tutto fatto bene. Solo che…e veniamo al titolo del post.
Ora, io ho l’abitudine di guardare le serie in lingua originale. Ormai è diventata proprio un’abitudine, quindi a volte il doppiaggio proprio mi stranisce, e poi mi serve per fare esercizio con l’inglese. Solo che a volte la cosa è proficua, a volte rischi di perderti dei pezzi. E comincio a credere di essermi persa dei pezzi con Westworld. Da qui in poi SPOILER, perché vorrei il vostro aiuto per capire delle cose che non mi tornano, e nelle quali forse risiede anche parte della mia freddezza per il tutto.
Innanzitutto, immagino saremo tutti d’accordo che inventare l’intelligenza artificiale per permettere a quattro riccastri di torturare, stuprare e uccidere a piacimento sia un’idea in sé abbastanza cretina e pericolosa. Mi pare di capire che in realtà Westworld, e tutti gli altri QualcosaWorld che probabilmente visiteremo nelle prossime stagioni, abbiano scopi più alti, o meno irragionevoli, ma la cosa viene solo accennata, e quindi vabbè. Dopo di che, Arnold questa cosa sembra capirla prima di tutti gli altri, e, una volta compreso che i suoi Host sono in grado di raggiungere la coscienza, decide che è crudele rinchiuderli in quel giocattolone di Westworld e prova a non far aprire il parco. Che come discorso fila. Peccato che senza l’intervento taumaturgico di Arnold, col cavolo che gli Host potrebbero raggiungere la coscienza. E qui ci ricolleghiamo a un altro punto focale della serie che non mi torna: la coscienza, giustamente, non è un percorso verso l’alto, ma un labirinto che conduce dentro se stessi, e il premio finale è l’autoconsapevolezza di sé, il raggiungimento di quella voce interiore che Westworld identifica con la coscienza (che poi pure su questa definizione forse ci sarebbe da discutere). Il finale sembra suggerire che tale premio possa e debba essere guadagnato da soli, in un percorso verso l’affermazione di sé: vedi dio di Michelangelo che è il cervello, vedi Dolores che pensava di parlare con Arnold ma stava parlando con se stessa…Ok, bello, ma non è vero. Se Ford non avesse dato un passato agli Host nessuno di loro avrebbe potuto raggiungere l’autocoscienza. Tutto parte comunque da un intervento esterno. Se lo avessi evitato, se Arnold prima, e Ford poi, non avessero messo gli Host su un determinato percorso, tutti loro sarebbero rimasti bambole.
Ho già presente due obiezioni: la prima, è che gli Host devono essere messi su questo percorso per risultare “veri a sufficienza” e garantire così un’esperienza il più realistica e immersiva possibile ai Guest. La seconda è che tutto questo rimanda alla teoria della mente bicamerale, secondo la quale la coscienza inizialmente si sviluppa come dialogo con un altro da sé, identificato come dio, e solo quando il cervello – biologico o sintetico – raggiunge un certo grado di consapevolezza, riesce a riconoscere la voce altra come propria.
Per quel che riguarda la prima obiezione, io non credo che, ai fini dell’uso che i Guest fanno degli Host, sia così necessario un tale grado di similitudine agli esseri umani. Il 90% dei Guest va a Westworld a sfogare bassi istinti repressi, e anche tutte le narrative sono sostanzialmente sprecate. Per un William che si innamora, si fa coinvolgere nelle storie – e comunque sappiamo bene che fine fa in fondo tutto il suo idealismo – ci sono vagonate di Logan che vanno là a sparare e trombare e stop.
Per il secondo, rimane il fatto che senza l’intervento dei creatori, senza una scintilla iniziale, gli Host sarebbero rimasti robot. È stata una scelta di Ford e Arnold di far intraprendere loro il cammino che li ha condotti alla coscienza, una scelta che avrebbero benissimo potuto non fare.
Qualche giorno fa mi sono imbattuta in questa bella analisi di Westworld. Solo che non sono d’accordo. Per come la vedo io, Westworld mette in scena l’uomo che uccide Dio, sicuramente, ma Dio continua a esserci: Dio è quella scintilla là che ha dato inizio al percorso, e, nel caso degli Host, si chiama Arnold. Nel caso degli umani boh, può essere il caso, le leggi della natura, o un essere sovrannaturale. Ma resta il fatto che qualcuno o qualcosa ti instrada su un percorso che da solo non sei in grado di sviluppare.
Ora, la parola passa a voi. Ho capito male io? Mi sono persa qualche pezzo? Perché, nel complesso, la trama mi sembra un po’ autocontraddittoria: ammazzo tutti gli Host perché poverini, sono coscienti, non voglio che soffrano a essere trattati da pupazzi, ma sono io in pricipio che, scientemente, ho fatto sì che potessero essere altro che bambole.
Ditemi un po’ che ne pensate :)

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Le recensioni forse richieste da qualcuno: Sherlock 4×03

Vabbè, facciamo che vi skippo tutta quella parte lì in cui vi dico che gli episodi andrebbero rivisti, bla bla bla. Il punto è che io conosco un solo modo per ragionare sulle cose: scriverne. Per questo, invece di farmi un’altra visione, o dormirci su, scrivo del gran finale della quarta stagione di Sherlock direttamente adesso, a visione appena finita. Al solito, non eviterò con troopa convinzione gli SPOILER.
Che dovrei ragionarci su lo capisco dal fatto che percepisco chiaramente che stavolta il trucco con me non ha funzionato, ma non so dire esattamente perché. C’è un cerchio che non si chiude, in questa stagione, qualcosa che al netto non torna, e mi rimbalza ai margini della coscienza. Solo che non so cos’è. Spero di metterlo a fuoco scrivendone.
Cominciamo col dire che Sherlock ci ha abbondantemente abituati ai cliffhanger che poi vengono liquidati in quattro e quattr’otto nella puntata successiva, ma qui si esagera: la puntata finiva con Eurus che sparava a John, la puntata si apre con “abbiamo scherzato, era tranquillante”. Che vabbè, ok, non che non ce lo immaginassimo, ma ci si poteva quanto meno sforzare con una soluzione un po’ meno pigra. Comunque.
Per il resto, puntata oggettivamente diversa dal solito, ma che richiama un po’ la struttura di The Great Games, ossia psicotico geniale che gioca al gatto col topo con Sherlock. Solo che Eurus, nonostante una strepitosa interpretazione di Sian Brooke, e la genialata di far interpretare un cattivo a un’attrice con la faccia da buono che più buono non si può, non è Moriarty. Mi spiace dirlo, mi spiace essere rimasta così profondamente legata a un personaggio che comunque è morto la bellezza di due stagioni e quattro anni fa, ma è così. E non è che sto dicendo che occorre ripetere quello stilema all’infinito; va bene provare cose nuove. A loro modo Smith, Magnussen, sono stati ottimi cattivi. Eurus pure probabilmente lo sarebbe – almeno fino al colpo di scena finale – ma poi me la accosti a Moriarty, per ovvie e inevitabili ragioni di sceneggiatura, e allora niente, tutto viene giù. Di continuo, Eurus si alterna a Moriarty, in una giustapposizione che non fa altro che sminuire tanto la statura di villain quanto l’autonomia della prima. Tra l’altro non è neppure chiarissimo: Eurus ha ispirato Moriarty o viceversa? Chi è creatura di chi?
Niente, il primo grosso peccato originale di questa serie, che poi deriva direttamente dai racconti e dai romanzi, è aver creato una roba come Moriarty, per definizione stessa inarrivabile come cattivo, ed esserselo giocato così, alla fine della stagione due, lasciando tutto un po’ orfano. E infatti Moriarty continua a non voler morire, a restare non solo nel cuore degli spettatori, ma pure nella testa degli sceneggiatori. Ma quanto ci si è allargato il cuore quando Moriarty scende dall’elicottero sparandosi in cuffia I Want to Break Free? A me all’infinito. C’è ancora bisogno di lui per tirare avanti una parte della baracca; per far tornare Sherlock dall’esilio, per muovere il piano di Eurus, persino per permettere a Mary di lasciare il suo testamento spirituale. Miss me, miss me, miss me all’infinito. E inizia a essere un problema.
Ho trovato invece interessante una vaga riflessione metatestuale che mi è parso di cogliere in Eurus: cosa vuole fare, la terza Holmes? Giocare con Sherlock, e farlo giocare alle sue regole. Ed è esattamente quello che vogliono gli spettatori, che, a partire dalla terza stagione, hanno iniziato ad accampare pretese di possesso sul personaggio. Che è una cosa ovvia e naturale, che succede con tutte quelle opere che toccano profondamente l’immaginario del pubblico: tutti noi sentiamo di avere diritti creativi, che so, su Darth Vader. È la ragione per cui ci siamo incazzati così tanto coi prequel: non ci mostravano Anakin per come ce l’eravamo immaginato, non gli rendevano giustizia. Secondo noi. Con Sherlock, stessa cosa. Troppe battute, non va bene come si è sviluppato il rapporto tra John e Sherlock, e via così di commento in commeno. E infatti, nella puntata praticamente la totalità delle capacità deduttive di Sherlock – a parte il finale – si esplicano dietro imposizione di Eurus, che ha inventato tanti bei giochetti per farlo ballare. C’è anche un pezzo che urla un po’ fanservice da tutti i pori, direi; non che a me abbia dato fastidio, intendiamoci, ma è divertente che quell’”I love you” del promo su cui tutti si erano fatti delle gran pippe mentali, fosse esattamente quel che tutti speravano.
Ma Sherlock è cambiato, lo si percepisce con chiarezza in tutto l’episodio; spira un’aria diversa.
Comunque, non so neppure che quest’ultima cosa sia un trip mentale mio, o effettivamente una precisa scelta di sceneggiatura. Il mio problema con l’episodio, comunque, è un altro, ed è la scarsa adesione che ho sentito verso la storia. Mentre in generale, quando guardo Sherlock, ci entro dentro completamente, stavolta c’era sempre una vocina che mi teneva fuori dall’intreccio, che non mi permetteva di godermelo appieno. Intendiamoci, il ritmo è una bomba, fila dritto come un fuso, e la tensione altissima in moltissime scene; e non mancano neppure i gran picchi emotivi, che toccano i punti più sensibili del mondo di Sherlock, eppure la sospensione di incredulità per me non è stata completa. Forse è stata la complessiva sobrietà del tutto; in genere, in Sherlock forma e contenuto si rispondono molto (vedi recensione precedente episodio); in questo caso, a un certo barocchismo, a un’esagerazione evidente della trama (la struttura stile escape room, la gente ammazzata, le scelte impossibili…) corrisponde un estremo rigore formale. La regia scarseggia di inserti grafici, preziosismi vari, immagino per stare incollata il più possibile ai personaggi e ai loro sentimenti, che dovrebbero essere al centro dell’azione. Solo che dopo aver visto, nell’ordine, Sherlock che finge il suicidio per salvare le persone che ama, John piangerlo morto, John scoprire che la moglie è un’assassina e ha sparato al suo migliore amico, Mary morire, John a Sherlock litigati e Sherlock rischiare la vita per salvare l’amico e infine quel maledetto abbraccio della volta scorsa che chi cacchio se lo scorda, c’era veramente poco da aggiungere in termini di emotività. John e Sherlock si butterebbero nel fuoco l’uno per l’altro, e lo sappiamo da tre stagioni almeno. Molly ama Sherlock, e lui ne è consapevole e la cosa lo intristisce pure è una roba ormai assodata. Mycroft non è esattamente lo stronzo che cerca disperatamente di sembrare, anche questo era abbastanza assodato. Per cui, più o meno tutto quanto accade nell’episodio e dovrebbe coinvolgerci emotivamente non arriva esattamente come una sorpresa. Ora, tutto questo non significa che Sherlock ha dato tutto quello che poteva, o almeno spero di no: i primi due episodi di questa stagione ci hanno dimostrato che è possibile rivoltare tutto come un calzino, rimanere aderenti al canone e alle cose che amiamo in questa serie, e al tempo stesso cambiare tutto. Ma il magic trick, semplicemente, stavolta non funziona. Tutto bello, nessun errore vero, eppure non funziona. Perché la ricetta delle cose davvero belle non esiste, e la ciambella a volte esce col buco, a volte no.
E poi c’è un altro problema: che mentre i primi due episodi erano strettamente collegati, e facevano evidentemente parte di un unico arco narrativo, il terzo sta un po’ per fatti suoi. Ok, Eurus e Miss Me dovrebbero fare da collante, ma la cosa non funziona davvero; un po’ perché il Miss Me lo si perde un po’ per strada, un po’ perché Eurus appare solo – per davvero – negli ultimi minuti del secondo episodio. Pensate ai primi due episodi: rappresentano un arco narrativo perfetto, di ascesa, caduta, e recupero di un precario equilibrio. Li si può vedere di seguito, perché raccontano una sola storia. Il terzo…il terzo è una specie di spiegazione non richiesta che cerca di chiudere, in modo non completamente compiuto, praticamente l’intero arco narrativo di Sherlock fin qua. Ma non chiude realmente nulla della storia di The Six Tatchers e The Lying Detective. Perché quell’arco era chiuso. Restava da chiarire il Miss Me, che non viene chiarito affatto (è stata Eurus? E a che scopo? E perché solo ora?), e il coinvolgimento di Eurus nella trama di Smith, altra cosa che non ci viene spiegata. In compenso, nell’ordine, ci dicono: chi è il terzo Holmes, perché è stata tagliata fuori dal quadro, chi è Redbeard di cui si vocifera da almeno due stagioni, e, rullo di tamburi, perché Holmes è com’è. Che, non so voi, ma io non me l’ero mai chiesto. Un po’ troppa roba, scodellata per altro in dieci minuti. Ora, non che le altre stagioni avessero questa compattezza monolitica, eh? Soprattutto le prime due. Ma la terza, da questo punto di vista, era un capolavoro.
Chiudiamo con gli ultimi dieci minuti, in cui, semplicemente, l’obiettivo, pienamente riuscito, è farti piangere. Perché sono dieci minuti che davvero chiudono del tutto ciò che è stato Sherlock finora. Ho trovato un po’ fuori luogo il finale a tarallucci e vino, per cui, dopo tutto ‘sto popò di casino, is not a game anymore e compagnia bella, Sherlock e John ci vengono mostrati impegnati di nuovo nella loro consueta routine, come se alla fine non fosse cambiato niente. A chi dice che adesso ci sono Lestrade, e Molly, e Rosie, vorrei dire che ci stavano anche prima, e che Sherlock aveva smesso di essere un sociopatico senza cuore più o meno alla fine della seconda stagione, se non addirittura prima, quando, nello scontro finale in piscina con Moriarty, dimostra chiaramente quanto tenga a John. Però, che dire, c’è Mary che è morta che parla, c’è una carrellata su questi sette anni – per me di meno, ma vabbè – c’è un senso di chiusura definitivo…e quindi niente, non puoi che pensare che è finita qua e amen.
Pare non sia così, che quanto meno ci sia una possibilità di una quinta stagione, o chissà cosa, e va bene. Ma chi dice che lo Sherlock che conoscevamo è finito ha ragione. Il problema è che, non essendo questo un finale aperto, sa solo il cielo cosa potrà essere la “cosa” che verrà dopo questa quarta stagione. Lo scopriremo solo vivendo. Possibilmente non troppo in là con gli anni, speriamo.
E quindi, in finale? Tutto bocciato? No. L’episodio è comunque bello, Mrs. Hudson che passa l’aspirapolvere sentendo heavy metal è da antologia, così come l’unica apparizione di Moriarty, e le battute, e la struttura…tutto. Ma con me non ha funzionato come al solito. È così. Bello, ma non bellissimo. Divertente, ma non devastantemente appassionante. Un bell’episodio di una bella serie, ma non quella roba che poi ci penso per il mese successivo, mi rivedo tutto da capo, e spero di avere al più presto una nuova dose. Ed è questo che mi rattrista un po’. Di dover salutare, chissà per quanto, una cosa che amo così tanto non con l’episodio più bello della stagione o della serie, ma così, con quel po’ di tristezza con cui si dice addio a una storia d’amore finita abbastanza bene, ma pur sempre finita. Ma così è la vita. Non si può avere sempre quel che si vuole, e, alla fine della fiera, it is what it is.

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Le recensioni non richieste: Sherlock 4×02

Appena una settimana fa, avevo detto che un episodio di Sherlock andrebbe visto almeno un paio di volte, per poter cogliere tutti i riferimenti, i rimandi interni, le semplici strizzate d’occhio. Io questo secondo episodio della quarta stagione l’ho visto una volta sola, e pure spezzato in due parti, in due sere differenti. E intendo rivedermela, per bene, in un’unica soluzione. Ma niente, quest’episodio mi ha così tanto fatto esplodere il cervello che non ce la faccio ad aspettare. Un po’ di tempo fa, in un’intervista Leo Ortolani parlò di quell’”invidia buona” che uno prova per le cose che davvero gli piacciono, e che lo induce a una sorta di rielaborazione della materia, alla produzione di qualcosa di simile, di ispirato, a quel che si è amato. Ecco, io, dopo la visione di quest’episodio, di invidia ne ho a paccate da una tonnellata l’una; vorrei essere capace di scrivere una roba bella un milionesimo di questa, ma manco tra dieci vite. Per cui, per non pensare che la settimana prossima fine dei giochi, e chissà quanto ci toccherà aspettare per nuovi episodi – o se ne vedremo mai, ahimè – recensione SPOILER, che senza dovrei essere così ellittica che non ci si capisce più niente.
Allora, eravamo rimasti che tutto il mondo di John e Sherlock se n’era andato a catafascio, che il primo non voleva più vedere il secondo, e che Mary aveva lasciato un simpaticissimo video post-mortem in cui chiedeva sibillinamente a Sherlock di salvare John, per poi mandarlo graziosamente a quel paese. E su quest’ultima frase ci eravamo fatti pippe mentali a non finire.
L’episodio comincia dal fondo del pozzo: John non sta per niente bene, va dalla miliardesima terapista a dire che le cose vanno malissimo, e malissimo ci vanno per davvero, visto che ha delle simpatiche visioni della moglie morta. Sherlock non se la passa meglio, visto che ha ripreso a farsi, non esce di casa e sembra annegare in un misto di solitudine, tristezza mortale e desiderio di autodistruzione. E mo? Era la grande domanda con cui finiva l’episodio precedente. E mo si rimettono insieme i pezzi, letteralmente.
Il montaggio di Sherlock è sempre stato molto sincopato e prezioso, ha sempre giocato su vari piani, con l’inserimento poi di quei fantastici inserti grafici che sono un po’ il marchio della serie. Ma stavolta si va davvero oltre, con questo giochetto. Tutto nella forma rimanda direttamente al contenuto, in un’unione perfetta tra stile e sostanza che non saprei come altro definire se non stato dell’arte. Il mondo di Sherlock è in pezzi, e così lo è la storia di questo The Lying Detective: si salta di continuo, presente e passato si fondono, realtà e finzione sfumano l’una nell’altra, e in certi momenti ci si sente quasi sperduti. E così come Culverton Smith gioca al gatto col topo con Sherlock, lo stesso fanno regia e sceneggiatura con lo spettatore. Innumerevoli le false piste, i risvolti di trama suggeriti e poi traditi, in un infinito gioco di specchi. E, certo, tutto è anche connesso alla dipendenza di Sherlock, ma non solo: è che sono saltati tutti i punti di riferimento, e questo lo spettatore deve sentirlo, prima ancora che vederlo messo in scena. Cito solo un paio di giochetti interni: la Aston Martin di Mrs. Hudson, chiaro riferimento a James Bond, la realtà/finzione di Faith. Nel primo caso, una delle critiche maggiori rivolte al primo episodio – ma qualcuno l’ha anche definito un pregio – era che sembrasse 007 più che Sherlock. Beh, la cosa era ovviamente voluta, e viene tirata fuori qui, tra l’altro alludendo ancora a un elemento di trama: quello Sherlock che è in grado quasi di prevedere il futuro, per come tesse la sua tela dando appuntamenti con settimane d’anticipo. A quanto pare, anche Gatiss e Moffatt conoscono così bene i loro fan da sapere prima di loro cosa penseranno. La seconda è l’ovvia conclusione, cui si arriva a metà episodio, che Faith sia una proiezione della mente sconvolta di Sherlock; tutto torna, no? John vede Mary, Sherlock vede Faith, che in effetti nessuno ha mai visto assieme a lui, che assomiglia solo vagamente alla vera figlia di Culverton. E infatti a più o meno dieci minuti dalla fine ci dicono che è proprio così, bravi, tutto vero: l’incontro tra Sherlock e Faith non è mai avvenuto. Senonché…Il grado di consapevolezza necessario per fare di questi giochetti è una cosa che fa letteralmente paura. Sarà una roba inglese, perché ho visto una tale capacità di tenere salde le redini della materia trattata solo in Rowling, l’unica capace di mettere un indizio nel libro 1 che poi diventerà di vitale importanza nel libro 7.
Magistrale anche il modo in cui la vecchia vita ogni tanto torni a sprazzi: tutto il pezzo dalla psicoterapeuta, con l’arrivo di Mrs. Hudson, le scaramucce tra John e Sherlock, parlano della serie che abbiamo sempre amato, lo sono all’ennesima potenza. Sono quei meccanismi narrativi che ci hanno fatto innamorare anni fa, e che adesso sono tornati, raffinati, sublimati, oliati e funzionanti alla perfezione, meglio ancora che nel primo episodio.
Ma tutti sappiamo che è la quiete prima della tempesta, che ci sono tonnellate di questioni in sospeso tra John e Sherlock, che devono trovare il loro sfogo. Letteralmente. Se nell’episodio precedente avevo trovato la morte di Mary tutto sommato abbastanza scialbetta – non così per tutto il resto, che viene prima e dopo – qui le rese dei conti tra John e Sherlock sono roba veramente da strapparsi il cuore dal petto. It is what it is, e via a piangere come vitelli sull’abbraccio più straziante degli ultimi anni di televisione. E che ci vuoi fare, è così. It’s a magic trick, dicevo in una vecchia recensione, e ed è anche vecchio come il cucco, ma funziona alla grande.
A chi lamenta l’assenza di casi cervellotici, certo quello di Culvert Smith non lo è – io fino all’ultimo ero convinta che fosse qualcun altro quello che doveva ammazzare… – ma quello di Mary, cavoli se lo è. Il gusto per il bizzarro, così presente nei racconti di Doyle, sta tutto là: nel colpo di scena da feuilleton, nelle macchinazioni al limite dell’assurdo, nei continui capovolgimenti di trama. Perché un’altra cosa che adoro di Sherlock è il suo sapersi muovere perfettamente in bilico sul filo dell’implausibile e dell’assurdo. Pensateci: sta sempre là, sospeso. E ci sono i momenti in cui sembra cadere oltre, e la sospensione dell’incredulità sembra farci ciao con la mano. Ma non succede mai. Sempre tutto torna, sempre finiamo catturati da trame improbabili, e persino ripetizione di stilemi (voglio dire, Sherlock doveva riprendersi John già nel primo episodio della terza stagione…). Perché non è tanto quel che dici, ma come lo dici. E il come è magistrale. Anche grazie a un parco attori che levati. Tra l’altro, pensateci, torniamo anche alla casella uno: era in A Study in Pink che John salvava Sherlock. È un ritorno alle origini, un richiamo al momento in cui tutto è cominciato. Ma tutto è diverso, lo sappiamo già.
Menzione d’onore per Siân Brooks e per chi la trucca: io, giuro, non l’avevo riconosciuta, in nessuna delle sue tre incarnazioni. Applausi a scena aperta per la Mrs. Hudson più cazzuta di sempre, e infine unica pecca, del tutto personale. Nel mio cuoricino, nessun cattivo raggiunge le vette di Moriarty, l’unico che davvero poteva battersela con Sherlock da pari. Ora, lo Smith di Toby Jones è un viscidone fantastico, tanto di cappello, ma impallidisce a fronte del vero tema di puntata, ossia la relazione Sherlock John (che è il tema di tutta la serie, ma in questo episodio lo è all’ennesima potenza). Moriarty è Moriarty, la sua grandezza è tale che la sua assenza ormai informa di sé la serie da due stagioni. Pensateci: è morto, ma lui c’è sempre. Evocato, temuto, è ancora in mezzo a noi, ci fa morire di paura e desiderio. Ora, io lo so che non tornerà; finora c’è stata una certa adesione al canone di Doyle, e là Moriarty è morto e basta, stop. Tra l’altro, due resurrezioni per una sola serie forse sono un po’ troppo. Ma io darei qualsiasi cosa per rivederlo in azione, davvero. È stato grazie a lui che mi sono davvero appassionata a Sherlock, perché è stato The Great Game a colpirmi davvero al cuore (lui, e Martin Freeman che adoro :P ). E niente, ridatecelo, vi prego: non faremo domande, ridatecelo e basta.
Bon, che dire. Ci sono ricascata con tutte le scarpe. In tempi recenti, da quando cioè non sono più una ragazzina, Sherlock è l’unica serie televisiva che riesce davvero a ossessionarmi, ma sul serio. Ci vivo dentro. E mi piange il cuore a sapere che settimana prossima stop. Mi toccherà rivedermi tutto tutto. E adesso mi metterò a scrivere le mie cose miserelle dopo essermi vista un po’ po’ di pezzo di televisione da novanta, che mi fa sentire la più sfigata delle narratrici, ma, voglio dire, ognuno lavora con gli strumenti che ha, e un po’ dell’esaltazione di questa visione mi accompagnerà nei miei racconti, e forse li renderà un po’ migliori. La staffetta continua.

Ah, scusate, il cliffhanger. Vabbè, ma tanto non ci crede nessuno che hanno sparato a John, no? :P

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Altre recensioni non richieste: Sherlock 4×01

Che io ami molto (moltissimo) Sherlock penso sia un dato assodato. Ne ho parlato qui, ho pure qualche gadget sparo per casa, e ieri Giuliano è tornato a casa col manga omonimo. Per dire. La vera notizia, però, è che per una volta sto in pari con una serie televisiva, ossia la guardo quando la guarda il resto del mondo. Non succedeva dai tempi di Lost, ed è merito di quel parto del demonio di Netflix, dannato lui, che offre una qualità spettacolare, un sacco di contenuti, e pure i sottotitoli in lingua. Sarà l’inizio della mia fine, lo so…Comunque, grazie a Netflix potete quindi beccarvi la mia recensione SPOILER del primo episodio della quarta stagione. Vi vedo estremamente entusiasti, e vi capisco :P .
Anyway. Ho visto l’episodio due volte, perché con Sherlock alla prima visione mi perdo sempre qualcosa; per dire, The Abominable Bride là per là mi aveva detto poco, ma dopo una successiva visione ho cambiato idea. È che molto spesso Sherlock funziona con una struttura a scatole cinesi, con una quantità enorme di rimandi interni che è facilissimo perdere. Così con The Six Tatchers, in cui due o tre cose necessarie verso la fine te le dicono nel prologo, e se te le scordi amen. Ma Sherlock mi piace anche per questo. Quindi. Che dire, se non che tutto funziona. Che tutto gira come dovrebbe, che l’episodio è un po’ tornare a casa, a tutti quei tic, quegli inside jokes che sono l’essenza vera di questa serie. Le battutine qua e là, Sherlock sempre più sociopatico (almeno all’apparenza), gli scambi con Watson e Mycroft, le intuizioni geniali, tutto che sembra uguale. Eh. Appunto. Sembra.
L’episodio riannoda le fila della narrazione interrotta, ci immerge in quell’atmosfera che tanto amiamo, dicendoci che tutto sommato nulla è cambiato, anche se John e Sherlock non vivono più insieme, anche se c’è Mary e adesso Rosie. E poi, un pezzo alla volta, ci smonta il quadro.
Innanzitutto con John che, nonostante quanto predicato dalla moglie, non è affatto perfetto, e a quanto pare si ritrova poco nel ruolo di tranquillo padre di famiglia, e le “scappatelle” con Sherlock non gli bastano più per mettere a tacere quella voglia di avventura che è un po’ la cifra stilistica del personaggio. E poi proseguendo nell’opera di destrutturazione di Sherlock e del suo percorso da robot logico incapace di interazione umana a persona inserita in una rete di affetti più vasta. E se nella terza stagione, dopo la resurrezione, Sherlock aveva capito di poter amare anche lui, adesso fa un passo in più e capisce di non essere infallibile; peggio, capisce che è proprio il suo “dono”, la sua capacità di “leggere” che può nuocere a chi più ama, e può condurre a conseguenze tragiche. Non era quel che aveva cercato di evitare nello splendido finale della seconda stagione? Non era quel che aveva fatto nell’altrettanto bel finale della terza? Ecco: ora il gioco di prestigio non gli riesce più, il giocattolo si è rotto. E ora?
Sono due gli elementi di genialità nel finale di questo episodio. Premettiamo che un po’ tutti avremmo dovuto sapere che Mary sarebbe durata meno di Papa Luciani, perché nelle sue opere Doyle a un certo punto la ammazza fuori scena e amen, torna la premiata coppia John e Sherlock. Quindi, lo snodo di trama era assolutamente inevitabile, e io francamente non credevo neppure che Mary avrebbe partorito Rosie. E invece. Comunque, all’inevitabilità della sua morte, fanno da contrappunto due elementi che rendono un fatto assodato, ovvio, un plot twist coi fiocchi: innanzitutto, la scelta di non ammazzare un personaggio principale a fine stagione. Pensateci, in genere è così: si costruisce un climax, che trova il suo compimento verso il finale dell’arco narrativo. Che ne so, Ned Stark muore alla fine della stagione 1 di Games of Thrones, e così Rob Stark, alla fine della seconda. Ma Mary ha un bersaglio attaccato dietro la schiena da quando è apparsa in scena, e allora via: picco emotivo all’inizio della stagione.
Il secondo elemento è che questa morte è gestita in modo tale da condurre la storia a uno sviluppo del tutto inatteso per i fan, e pure contrario alle loro aspettative. Io ho più o meno sempre apprezzato il personaggio di Mary; interessante, simpatica, tra l’altro ha movimentato non poco la trama, e l’interprete è fantastica, manco a dirlo. Ma ho sempre un po’ rimpianto i tempi in cui John e Sherlock erano soli, e tutti li prendevano per una coppia, con grande scorno di John. Credo sia così per tanti, tantissimi fan. E allora io penso che un po’ tutti noi, quando Mary è morta, abbiamo pensato che sì, era triste, ma almeno si tornava alle origini. Che è poi quel che succede nei racconti di Doyle, mi par di capire: Mary è morta, non si sa come e perché, John è solo ed è normale torni a distrarsi con Sherlock. Ecco, no. Ma proprio no no. La morte di Mary, per come è avvenuta, sconvolge completamente gli equilibri, e conduce all’impensabile: la rottura dell’amicizia tra John e Sherlock. Zan zan. Colpo di scena, ma vero. E mo? E mo si aprono ventagli pressoché infiniti di possibilità, e sviluppi di ogni genere. Pensate anche al videomessaggio di Mary: save John. E tutti avremo pensato significhi che Sherlock deve riprendersi John, distrarlo, farlo tornare la persona che era anche senza Mary. E se non fosse così? E se “save John” significa che Sherlock deve stargli lontano i chilometri, visto che, in fin dei conti, non fosse stato per la sua boria, il suo desiderio di dare spettacolo della propria bravura, Mary sarebbe ancora viva? Del resto, nella già famosa scena alla fine dei titoli di coda, Mary manda Sherlock al diavolo.
Ecco: il genio sta nel fare esattamente quanto molti fan volevano (togliere di mezzo Mary), ma dare loro esattamente il contrario di ciò che si aspettavano, la rottura del rapporto tra Sherlock e John. Tanto di cappello, davvero.
Per il resto, ho trovato giusto un po’ poco intensa la scena della morte di Mary, non so perché. Se penso al tuffo di Sherlock dal tetto dell’ospedale, o alla scena in cui Mary gli spara (da antologia, che pezzo di televisione, di narrazione, favoloso), la morte di Mary è una roba assai meno spaccacuore. Ma, per il resto, davvero pochissimo da dire. Grande episodio, che apre a una stagione a questo punto del tutto imprevedibile. Io spero ci sia posto per Moriarty, l’unica morte dalla quale non potrò mai, mai riprendermi, e visto la quantità di volte in cui è stato nominato da quando ha deciso di lasciarci immagino smetterà di essere uno specchietto per allodole semovente e si paleserà in modo più concreto.
È questa la cosa bella di Sherlock: che non sai dove va, e che i personaggi cambiano, evolvono da una serie all’altra, in modi che altri serie televisive, ugualmente blasonate, si sognano, ma tantissimo. The game is on è io non vedo l’ora di giocare ancora.

Bonus
Già che ci sto, vi ricordo i prossimi appuntamenti. Domani, 5 Gennaio, ore 17.30, ci vediamo a Frascati, Libreria Lotto 49, per parlare ancora di Myra, che col freddo dei prossimi giorni ci sta bene. Domenica 8 Gennaio, invece, mi potrete vedere su Rai3, nella trasmissione Kilimangiaro. Si parla di luoghi leggendari e reali, e indovinate un po’ di cosa parlerò io? :)

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Le recensioni ritardatarie che non ti aspetti: Star Wars Rogue One

In ritardo di appena venti giorni sul resto dell’universo, infine anch’io oggi sono andata a vedere Star Wars Rogue One. Premetto che, come forse saprete, non ero proprio convintissima dall’idea dietro il film: raccontare una storia che tutti sanno come va a finire, per altro segando di netto la Forza dal quadro, mi sembrava una cosa un po’ azzardata. Però poi tutti hanno iniziato a parlare benissimo del film, e allora mi è salita la curiosità. E poi, è sempre Star Wars, non potevo esimermi.
La premessa è doverosa perché, per quel che riguarda me, lo stato d’animo con cui entro in sala spesso influisce sul giudizio finale, e non posso garantire che la mia opinione non sia stata influenzata dai miei pregiudizi. Ci saranno SPOILER, ma credo che della mia cerchia fossi rimasta ormai l’unica a non aver ancora visto il film, per cui non so quanto possa essere un problema.
Dunque, non è che l’abbia trovato brutto. È un bel film solido, ben scritto, ben girato, che mette pure una pezza alla più famosa delle incongruenze dei film classici di Star Wars. Il problema è che la mia impressione finale è stata quella di un compito ben svolto, ma con poca verve. Da un certo punto in poi, lo dico, ho iniziato a irritarmi.
Partiamo con le cose positive, che è meglio: nessuna voragine di sceneggiatura, una storia abbastanza lineare, e soprattutto un sacco di splendide ambientazioni diverse. In questo Rogue One corregge uno dei più evidenti difetti di The Force Awakens: lì c’era Jakku a.k.a. Tatooine 2 la vendetta e il pianeta con l’acqua. Un po’ pochino, se hai a disposizione un’intera galassia lontana lontana, soprattutto se si confronta la cosa con l’abbondanza di ambientazioni iconiche degli episodi I, II e III. La musica, invece, fa il compitino, ma non ne faccio una colpa a Giacchino: l’impressione è che gli abbiano dato tutta la discografia dei precedenti film di Star Wars dicendogli “tiè, fa copia e incolla”. Peccato, perché per il primo episodio con musica non composta da John Williams si poteva osare di più, tanto più che è uno spin-off. Buona anche la tensione narrativa complessiva: il film tiene, nonostante tutti sappiamo come andrà finire, ed è un grandissimo pregio, che mancava del tutto ai prequel. Belle le battaglie, senza però, per quel che mi riguarda, grandissimi picchi. Per me (uccidetemi pure), il vertice delle battaglie spaziali sono i primi dieci minuti di Revenge of the Sith. E con questo, finiscono per me i lati positivi. Vediamo cosa non ha funzionato con me.
Innanzitutto, in generale, non è granché di mio gusto quest’adultizzazione della saga, con quest’insistere sul fatto che la Ribellione è fatta di stronzi tali e quali all’Impero. Voglio dire, tutti i film di Star Wars – questo compreso – iniziano con “Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana…” che ci fa capire chiaramente che abbiamo a che fare con una favola; e infatti della favola abbiamo tutti i topoi, magari sovvertiti (tipo la principessa che non deve essere salvata, ma salva lei gli altri), ma pur sempre presenti. Tra questi, la nettissima contrapposizione tra bene e male: Sith e Jedi, chiaro chiaro. E va bene così; la forza di Star Wars è nell’essere così seminale, archetipico, nel far riferimento alla storia delle storie, quella che ci ha formati, perché l’abbiamo sentita da bambini. Ripeto, aggiungendoci humour, esotismo, un po’ di autoironia, ma siamo là. Invece, dopo che i prequel ci hanno rovinato i Jedi, mostrandoceli come una banda di pirla che ha meritato l’estinzione, Rogue One ci rovina la Ribellione, che ammazza alleati a caso se “serve alla causa” e fa cose brutte brutte. E vabbè, ok, è la guerra, mettiamola così. Poi però la tematica non è approfondita realmente, e neppure portata a compimento: tipo, ma questi metodi tremendi con cui Saw Guerrera combatte, e che gli hanno fatto guadagnare la cacciata dall’Alleanza, quali sono? E vogliamo parlare di Cassian che risolve la questione, a due terzi del film, facendo praticamente l’esaltazione de “il fine giustifica i mezzi”? Abbiamo fatto cose tremende, ma, ahò, lo facciamo per un bene superiore. Pure i nazisti dicevano la stessa cosa, a ben guardare, eh? Lo stesso percorso di Jyn, da ragazzina tradita e disillusa, a capo Ribelle è abbastanza confusa e poco messa a fuoco. En passant, non sentivo neppure tutto questo bisogno di sentirmi spiegare perché la Morte Nera schioppa se le infili il siluro nel punto giusto; era un buco di trama che mi andava bene così, citarlo era ormai diventato un inside joke tra alcuni appassionati della saga. Ma vabbè, mi rendo conto che è un problema mio.
L’altro mio problema è che nessuno dei personaggi mi ha realmente ispirato empatia. E non l’hanno fatto perché, nonostante nel modo in cui sono tratteggiati sono tutti davvero interessanti, di loro non ci viene detto niente. Hanno un passato che intuiamo, e di cui vorremmo sapere di più, ma nessuno ce lo spiega: che legame c’è tra Saw Guerrera e Galen Erso? E tra quest’ultimo e Krennic, che in una scena vediamo intrattenersi come un amico a casa Erso? Perché Galen Erso stava con l’Impero, e perché ne è uscito? E la coppia Chirrut e Baze come si è formata? E perché Chirrut conosce palesemente le vie della Forza? Non sono domande di lana caprina. Le risposte servirebbero a dare profondità ai personaggi, personaggi che, per altro, lo sappiamo, o almeno lo immaginiamo, moriranno tutti nel finale. Se conosco i loro dilemmi, se conosco la loro storia, li amo, mi affeziono a loro, e sto male quando muoiono. La morte che m’ha coinvolta di più è il povero Bodhi, ma solo perché mi faceva simpatia. Anche alcuni snodi di trama nei rapporti tra i personaggi sono un po’ calati dal cielo: perché Cassian alla fine non uccide Galen? Perché Cassian e Jyn si avvicinano così tanto? Perché Jyn si affeziona a K-2SO? Ah, e su K2, apprezzo tantissimo la capacità di tirar fuori un droide nuovo per davvero, che non sembri una copia kawaii di quello più famoso (però ti amo lo stesso, BB8, sappilo), e questo è un grosso punto a favore, però ho trovato fuori luogo le battutine di alleggerimento che fa di tanto in tanto. È un film serio e drammatico, è inutile che ogni tanto mi metti il droide con l’Asperger per farmi ridere. Per altro, qualche giorno fa ho rivisto alcuni pezzi di A New Hope, e di ironia, di battutine ce n’erano tantissime. Era bello anche per quello, ma l’unico film che ha cercato di riprendere quest’aspetto è stato The Force Awakens, e tutto sommato in modo anche efficace.
Nota di demerito anche per il doppiaggio; se non è possibile far lavorare bene i doppiatori per far uscire prima i film, allora meglio aspettare. Per decenni abbiamo avuto un doppiaggio favoloso, adesso ci ritroviamo attori evidentemente spaesati che spesso sbagliano il tono delle battute. Non è colpa loro, lo so, ma è molto, molto brutto lo stesso.
Infine, vexata quaestio sulla resurrezione di Tarkin. Al di là dei dilemmi etici che al momento non mi interessano molto (e comunque, immagino i familiari abbiano dato il consenso), il problema è che questo Tarkin ha tre espressioni in croce. Non è tanto che sembra finto: è che recita male. Pensate a Gollum, che risale a più di dieci anni fa, a quanto incredibilmente espressivo fosse, a quanto ti dimenticassi che era finto, e adesso confrontatelo con Takin. Raga’, Weta über alles, proprio.
Insomma, per me è ni. Bel film, ma pare che il rimontaggio in extremis non gli abbia giovato neanche un po’: a parte che in certi punti il montaggio è brusco e brutto, l’impressione è che nel film ti raccontino l’1% della storia; l’altro 99 non lo conosceremo mai, perché tanto sono stirati tutti e buonanotte ai suonatori.
Tanto per non finire in bruttezza, spendo le ultime parole per la cosa in assoluto più bella e figa del film: quei tre minuti tre finali di Darth Vader. Niente, ragazzi, campiamo ancora tutti su quelle cinque idee geniali che Lucas ebbe negli anni ’70, tra tutte Darth Vader, che resta la cosa più bella di Star Wars, che probabilmente è Star Wars. Irene la saga la chiama direttamente Star Vaders, per dire. Ogni volta che entra in campo lui, tutto decolla. Quei tre minuti sono assolutamente meravigliosi, e da soli valgono il prezzo del biglietto.

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I Manga delle Scienze

Ne ho scoperto l’esistenza un po’ per caso, su Twitter, perché ne hanno parlato Amedeo Balbi e Leo Ortolani; capito di cosa si trattava, non ho potuto fare a meno di comprare il primo numero e poi farmi mettere da parte tutti quelli successivi dall’edicolante. Sto parlando de I Manga delle Scienze, serie di divulgazione scientifica a mezzo fumetto che si può acquistare a partire da venerdì scorso assieme La Repubblica o a Le Scienze. Ieri poi mi sono bevuta il primo numero, che si chiama Fisica ma in linea di massima tratta della meccanica classica, e quindi sono pronta per scatenare su di voi la furia del Piccolo Recensore :P .
Partiamo dal fatto che più che un manga questo è un vero e proprio manuale di fisica. L’intento non è fare divulgazione, ma spiegare, in termini semplici e appassionanti, un argomento invero assai palloso della fisica, ma necessario per capire tutto il resto. Questo non significa che la parte manga sia inutile o un po’ appiccicata là, affatto: significa solo che l’intento è fare didattica. Non divulgazione, didattica proprio. Accanto alla parte manga, infatti, c’è una sezione manualistica nella quale, sempre con un tono abbastanza scanzonato, ma che non manca di rigore, vengono spiegati in termini più approfonditi gli argomenti toccati dal manga, e ci sono anche alcuni esercizi svolti. Insomma, forse sto per dire un’eresia, ma una cosa del genere potrebbe tranquillamente affiancare – in un mondo perfetto direttamente sostituire, se solo toccasse tutti gli argomenti di un corso di fisica 1 – un manuale di fisica delle superiori o delle medie.
Uno dice: ok, vabbè, ma allora sarà una roba pizzosa col manga a fare da contorno. Invece no, perché la parte a fumetti è il cuore dell’opera. Certo, la trama serve più che altro a fare da collante, ma non è assolutamente appiccicata là, e, soprattutto, decide di attaccare la materia con un approccio dialogico, che, lo sapeva pure Galileo Galilei, è il modo migliore per far passare concetti anche complessi.
Abbiamo quindi Megumi, studentessa dedita al tennis negata per la scienza, e Ryota, secchione appassionato di fisica, che decidono di studiare assieme. Il lettore si identifica assai facilmente in Megumi, che condivide un po’ tutti i dubbi che ognuno di noi si è posto la prima volta che ha studiato questa roba, e al contempo Ryota è simpatico a sufficienza per non risultare assolutamente pedante, ma per diventare un ottimo maestro.
Al di là dell’approccio dialogico, c’è un’altra scelta assolutamente vincente: quella di far passare qualsiasi nozione attraverso l’esempio. Ora, questo è il problema della didattica della scienza, e della fisica in particolare, in Italia: che nulla viene mostrato tramite l’esperimento, e la fisica finisce per diventare, e cito Megumi, “memorizzare un sacco di formule”. Ok, lo so che almeno uno di voi avrà avuto il professore illuminato che lo portava in laboratorio; io stessa ne conosco molti che usano questo approccio. Ma è una cosa lasciata all’iniziativa del singolo. La maggior parte degli studenti in Italia il laboratorio lo vede un paio di volte l’anno se va bene, e studia la fisica come un insieme di formule circa cose di cui frega meno di zero nella vita di tutti i giorni: molle che si tirano e punti ideali che si muovono senza attrito, voglio dire…a che pro?
Ecco, Ryota parte sempre dall’esempio di vita reale, mostrando che persino la cinematica e la dinamica, che sembrano tanto avulse dalla realtà, hanno infinite ricadute pratiche.
Dal punto di vista strettamente grafico, nulla di particolarmente sconvolgente; il tratto di Takatsu è piuttosto standard, ma estremamente pulito, e questo è un bene, perché permette di leggere con semplicità l’azione e anche i numerosi schemi che punteggiano il manga.
Insomma, secondo me è un gran prodotto, che innanzitutto consiglio a tutti gli studenti di medie e superiori: la fisica, incredibile, può essere una roba divertente! E poi ne apprezzo soprattutto la capacità di cambiare le regole del gioco. È un modo diverso di intendere la didattica, basato sull’esempio e sul divertimento, che dovrebbe essere applicato più spesso. Mi prenderò sicuramente tutti gli altri, e attenderò con ansia relatività e astronomia. Li voglio vedere, alle prese col tensore di Riemann e le equazioni di campo di Einstein :P .

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Le recensioni non richieste: Easybreath Tribord

Credo sia la mia prima recensione di roba che non ha davvero nulla a che fare col mio mondo: non è un libro, non è un fumetto, un film, una serie…una cosa qualsiasi che racconti una storia. Però su Facebook mi sono stati chiesti pareri, e siccome ha giocato una grossa parte nella mia ultima vacanza, ve ne parlo brevemente: si tratta della maschera da snorkeling Easybreath.
Un po’ di contesto: ho scoperto lo snorkeling tardi in quella specie di meraviglioso fritto di paranza vivente che è Marina di Camerota, dove, a tre passi dalla riva, ti tagliano la strada cefali da mezzo metro e occhiate da mezzo chilo. È in assoluto il mare più popoloso e vivo che abbia mai visto, lo adoro e mi diverto sempre tantissimo a guardare i pesci. Non sono però un’esperta né di snorkeling né di apnea: ho fatto un mezzo corso sub, interrotto in parte per motivi indipendenti dalla mia volontà, in parte perché, quando questi motivi indipendenti dalla volontà iniziano a sommarsi, anche se non sei superstizioso pensi che forse l’Universo non vuole, e molli là. Aggiungo che fin qui andavo in giro con le pinne e una maschera tradizionale. Questo per inquadrare la mia esperienza circa questa attività, in modo che capiate che sono una principiante che lo fa una volta l’anno per divertirsi. Anyway.
Io lo snorkel l’ho sempre abbastanza odiato, tanto che le prime volte andavo senza rischiando la sincope, visto che era più il tempo che andavo in apnea che quello che respiravo. La Easybreath taglia il problema alla radice, perché lo snorkel è sostanzialmente built-in: ce l’hai sopra la testa, in bocca non hai niente e puoi alternativamente respirare con la bocca o col naso. In genere io comunque ho respirato con la bocca, perché comunque mentre guardi nuoti, fai sforzo fisico, e io ho il naso che funziona a metà, per cui dopo un po’ sono costretta a passare alla bocca. Però avere la possibilità di scegliere è piacevole, anche perché la respirazione risulta molto più naturale che con lo snorkel. Nota divertente, la sensazione che ti dà questa maschera è simile a quella che si ha quando respiri dalle bombole; i rumori che senti sembrano quelli, e il respiro tende a prendere un ritmo che è quello tipico, lento, dell’immersione totale.
La Easybreath è comoda, a patto, ovviamente, di scegliere la giusta misura e mettersela bene, ma l’ho trovata meno costrittiva di una maschera tradizionale, e mi fa anche meno male; un giorno ho usato la maschera normale e ho finito per farmi male al naso. La visibilità, che ve lo dico a fare, è spettacolare: si vede molto meglio, molto più chiaro, la visuale è amplissima. Mi sembrava tutto vicinissimo e a portata di tocco, anche se in verità il fondale magari era di quattro o cinque metri. Questo può essere un po’ controproducente quando si tratta di fare foto (anche qui, contestualizziamo: io ho una Canon PowerShot D20); a occhio ti sembra tutto nitidissimo, poi vai a scattare e ci sono quei tre metri di acqua tra te e il soggetto e ti viene tutto blu indistinguibile. Non so come vada con altre compatte subacquee, ma la mia funziona bene se ti incolli al soggetto, altrimenti la correzione della luce blu funziona poco. E qui veniamo all’unico, vero problema di questa maschera: che non ci puoi andare in immersione. Ora, facendo snorkeling l’immersione non è una cosa necessaria; con una maschera con una tale visibilità puoi tranquillamente startene in superficie e guardare sotto la vita che si dispiega. Non so voi, ma io a volte ho voglia di inseguire un pesce, o avvicinarmi appunto per fotografarlo meglio, e questo con la Easybreath non è possibile. Ho provato ad andare sotto, ma già al metro e mezzo la cosa diventa proibitiva, perché non puoi compensare le orecchie, e rischi di farti davvero male. Inoltre, la maschera è molto ampia, per cui non metterei neppure la mano sul fuoco sulla resistenza del vetro alla pressione. Però, vi devo dire la verità, nei quindici giorni in cui sono stata a Marina di Camerota, durante i quali ho fatto snorkeling praticamente ogni giorno, non ho mai sentito la mancanza della maschera tradizionale. L’avevo portata, pensando di alternare un po’, ma ogni volta che si trattava di prenderla, lasciavo perdere e andavo con la Easybreath. Il fatto è che la visuale è così buona che il senso di immersività è grande, per cui, alla fine, non senti il bisogno di scendere ogni tanto in apnea. Ottima anche la tenuta all’acqua, e, se vi entra acqua dallo snorkel in testa, si vuota sola emergendo, senza dover soffiare o fare altro. L’acqua scivola via ai lati, e via, verso nuove avventure. Inoltre, non si appanna; non ci devi sputare niente o fare altro, non si appanna e basta, e questa, su un vetro così grande, è una grandissima cosa.
Insomma, per me è ampiamente promossa, mi ci sono divertita tantissimo. Certo, costa, però secondo me si ripaga col tempo. È comoda, bella, ti fa godere il mare in tranquillità, toglie le seccature e lascia solo il divertimento. Ma non ci puoi andare in apnea, ripeto, per cui questo fatto va tenuto presente. Poi, certo, quando la indossi sembri un po’ uno Snorky :P

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Uno di Noi

Non è esattamente quel che si definirebbe un libro da estate, ma io ve lo consiglio comunque, perché, a dispetto dell’argomento, scorre via velocissimo, e le sue 500 pagine e più io me lo sono bevute in una settimana. Si tratta di Uno di Noi, di Åsne Seierstad, che ho scoperto grazie a Roberto Saviano; in sintesi, è il racconto della strage di Utøya e di ciò che le è girato attorno, a partire dalla vita del suo autore, Anders Breivik, ma anche di alcune delle sue vittime.
Non intendo qui farne una vera e propria recensione, ma è un libro che ha scavato molto profondamente in me, e quindi sento la necessità di parlarne.
All’epoca, la strage mi colpì molto, ma credo fu così per tutti. Mi andai persino a leggere il libro che Breivik aveva scritto per motivare e completare gli effetti della strage. Era la prima volta che scoprivamo che ad attaccarci non erano solo “gli altri”, in cui, erroneamente, identifichiamo chi ha origini in terre lontane e professa religioni diverse dal cristianesimo. La guerra aveva un altro fronte, speculare, e interno: Breivik era “uno di noi”. Era bianco, era biondo, era cristiano, la sua famiglia era norvegese.
All’inizio, pensavo che il titolo si riferisse proprio a questo, al fatto che, per una volta, non potevamo mettere alcuno schermo tra noi e l’orrore. E invece, arrivata alla fine, mi sono dovuta ricredere. Breivik non era “uno di noi”, e il problema era proprio il suo essere solo, non appartenente a nulla, a fronte di frotte di giovani che invece partecipavano di una comunità, erano parte di qualcosa. Il singolo contro il gruppo, l’emarginato – adesso spiego in che senso – contro la società da cui ritiene di essere stato rifiutato.
Siamo abituati a pensare al male come un’entità ontologica che si incarna in qualcuno che, per forza di cose, deve essere profondamente diverso da noi. Ci immaginiamo i grandi cattivi come persone comunque in qualche modo straordinarie, super-cattivi da film, malvagi in tutte le loro manifestazioni e strenuamente, quasi eroicamente tesi al male. Il libro di Seierstad prende questa tesi e la fa a pezzetti. Breivik è un uomo qualunque. Prima di Utøya non era altro che uno dei tanti che non era riuscito a combinare nulla di buono nella vita: qualche impresa ai limiti del legale fallita, il tentativo naufragato di distinguersi nel mondo dei graffiti, i lunghi anni trascorsi letteralmente a giocare tutto il tempo online a World of Warcraft. L’inetto medio, che spesso incontriamo in rete, carico di livore perché mai in grado di accettare che i suoi fallimenti non sono colpa d’altri, ma di se stesso. Una figura di fallito che immaginiamo come pressoché innocuo, uno lasciato indietro dalla vita, il cui destino è vivacchiare ai margini. È proprio questa descrizione l’unica che riesce a far perdere i gangheri a Breivik durante il processo. Può tollerare di essere descritto come un mostro, come un pazzo, persino, ma non come un poveretto.
Ma questo poveretto che ha preso solo calci in faccia, un bel giorno decide che non ci sta. Decide che se non è riuscito in altro modo ad essere all’altezza delle proprie smisurate ambizioni, allora verrà ricordato non per qualcosa di positivo, ma per qualcosa di tremendo. Nel chiuso della sua stanza, si informa online, immagina un’organizzazione segreta di cui è fiero combattente e alto rango, inventa una missione che faccia di lui un eroe, e si appresta a uccidere più di settanta persone, la maggior parte delle quali giustiziate a colpi di pistola e fucile. Non c’è niente di eroico, niente di grande in questa figura. Breivik si immagina come qualcuno di straordinario perché ha ammazzato tanta gente, perché ha fatto qualcosa che nessuno prima di lui aveva tentato in queste forme, in questi modi, ma alla fine dei giochi è sempre lo stesso inetto di prima. È ancora solo, e sempre lo sarà.
Perché l’altro elemento chiave è appunto la solitudine. Breivik la conosce da piccolissimo, con una madre malata che non l’ha mai desiderato, e ha cercato di sbarazzarsi di lui affidandolo ai servizi sociali, ed è la cifra della sua esistenza: vuole disperatamente essere parte di un gruppo, di più, vuole esserne il leader, ma non funziona mai, perché non ne ha la stoffa, perché non ce la fa. Prova a farsi un nome coi graffiti, ma il gruppo lo respinge per le sue pose da grand’uomo. Prova a fare l’imprenditore, ma, a parte muoversi sul confine tra legale e illegale, non è capace di fare altro, e tutte le sue imprese falliscono miseramente. Prova a entrare nella massoneria, a farsi un nome tra l’estrema destra norvegese, ma non funziona niente, non riesce a spiccare da nessuna parte, di più, non riesce a essere parte di niente.
Dall’altro lato, ci sono i giovani di Utøya. Sono ragazzi impegnati politicamente, soggetti attivi della società, parte di un progetto più grande. Gente che ha trovato il proprio posto nel mondo, che non vuol dire che si sono adeguati allo status quo: i ragazzi di Utøya il mondo lo vogliono cambiare, e lo fanno un pezzetto per volta partendo dal loro piccolo. Sono ragazzi brillanti, che sanno cosa sono e cosa vogliono, anche se sono giovani. Sono tutto quello che Breivik non è mai stato e mai sarà. Ed è per questo che Breivik li uccide: sì, tutti i deliri sull’islamizzazione dell’Europa che si racconta per giustificarsi davanti a se stesso, i cavalieri templari e le menzogne che è costretto a raccontarsi per non fare i conti con la propria mediocrità, ma il nucleo vero di quanto ha fatto è tutto qua: ha ucciso ciò che non è mai riuscito ad essere.
Mi sono tornate in mente molte cose, leggendo questo libro. Anche Hitler era un fallito, un piccolo uomo che non riusciva a rassegnarsi alla propria piccolezza. E ho pensato al Nome della Rosa, agli eretici come esclusi, alla rabbia di chi sta ai margini. E più mi addentro in queste storie, anche in quelle dei terroristi di questi tempi, più mi accorgo che il segno è sempre uguale: la marginalità. La marginalità delle periferie, di chi è nato in Europa ma viene trattato come un reietto, di chi semplicemente non è mai stato amato e non ha mai imparato a farlo, e per questo è condannato alla solitudine.
Ora, io non voglio cercare di giustificare l’ingiustificabile, ma voglio cercare di capire. Scrivo, e il male mi interessa per forza: come si forma, dove risiede, perché in alcuni emerga e in altri no. Perché tante persone ogni giorno hanno la storia che ha avuto Breivik: è pieno di gente non amata, rifiutata, ma non tutti finisco a uccidere ragazzini su un’isola. Il perché, perché alcuni di noi riescono a superare le proprie ferite e altri no, rimane un mistero, Il Mistero intorno al quale si dipanano le nostre vite, e riflette la letteratura.
Questo non è un libro facile. Le infinite pagine con la descrizione della strage sono state per me pressoché intollerabili, ma l’autrice spiega chiaramente perché ce le abbia messe, e non c’è niente di morboso, in esse. Ma se vuoi capire Breivik, devi vedere cosa ha fatto. Ho dovuto far ricorso a tutte le mie risorse per andare avanti, ma resto convinta che questo libro serva. È un bel libro, prima di tutto, che non giudica, non interpreta, ma semplicemente riporta quanto è stato. Unire i punti spetta al lettore, e io li ho uniti in questo modo, altri, probabilmente, lo faranno in modo diverso. Ma è importante leggerlo. Tra l’altro, l’autrice si infiamma solo quando si tratta di mettere in luce le mancanze del governo norvegese quando si è trattato di rispondere alla crisi; molte vite si sarebbero potute salvare se la polizia fosse intervenuta tempestivamente, se il governo non si fosse trincerato dietro lo stupore di chi pensa “da noi non può succedere”. Per tutto il resto, non so se Breivik si poteva fermare, o cosa andasse fatto, nel lungo percorso della sua storia, per salvarlo da se stesso. Se i servizi sociali avessero insistito e l’avessero tolto a sua madre…se sul suo percorso avesse trovato qualcuno in grado di capire…non lo so. Invecchio, e inizio a pensare che nella vita occorre anche accettare che alcune cose non si possono fermare, non si possono cambiare. Si possono evitare in futuro, in parte, si può imparare dai propri errori, ma resta sempre qualcosa che non è al di là del nostro controllo, e occorre accettarlo.
Insomma, solito gran delirio per dirvi di leggerlo, e magari condividere con me le vostre impressioni.
Chiudo con una citazione che mi ha molto colpita, e segna la distanza abissale tra il mondo come lo vede Breivik e come lo vedevano i ragazzi di Utøya. Breivik è appena stato arrestato, la strage si è appena conclusa, e la polizia lo interroga.

«Mi considerate tutti un mostro, non è vero?»
«La consideriamo un essere umano».
«Mi giustizierete. Me e tutta la mia famiglia».
«Siamo pronti a proteggere la sua famiglia, se fosse necessario. Per noi una vita è una vita. Lei sarà trattato esattamente come chiunque altro».

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Star Trek Beyond i difetti dei film precedenti

Venerdì sera sono andata a vedere Star Trek Beyond. Ho manifestato la mia intenzione di andarci sui social e, incredibile, qualcuno mi ha chiesto la recensione :P . No, è che sono così abituata a pensare a questo posto come un luogo non dico abbandonato, ma quanto meno poco frequentato, che l’idea che a qualcuno possa interessare una mia recensione mi sembrava una roba abbastanza fantascientifica. E invece…per cui, rispolvero l’ormai vecchietto Piccolo Recensore e andiamo. Ho cercato il più possibile di astenermi da ogni spoiler.

Dunque, diciamo subito che il film non mi ha fatta uscire dal cinema carica a pallettoni e pronta a una nuova visione. Ma questo non deve succedere ogni volta che uno va a cinema, checché ne dica la rete. A volte, si vuole solo vedere un buon prodotto, due belle ore di intrattenimento con tutti i crismi, e Star Trek Beyond è proprio questo: un bel film solido, che scorre via bene, fatto con attenzione e cura, che finalmente riesce a mettere insieme tutte le istanze, dal nuovo corso inaugurato da J.J. allo spirito trekker classico.
L’impressione è che finalmente, dopo due film che hanno un po’ posto le premesse, si sia arrivati alla maturità di questa saga, quel momento in cui non hai più bisogno di spiegare i personaggi, di creare una mitologia e di costruire l’ambientazione, e puoi finalmente raccogliere quanto seminato. Ora, diciamocelo, quanto seminato nei due film precedenti era una roba da lasciare abbastanza perplessi. Se il primo, nel suo essere un gigantesco “what if…” poteva risultare divertente, il secondo era un’accozzaglia di strizzate d’occhio (cit. – comunicazione di servizio: avete comprato Il Buio In Sala? No? Fatelo :P ) sbattute in faccia, pezzi che parevano presi da Star Wars, assenza totale di qualcosa che ricordasse il senso vero di Star Trek e un cattivo che non solo c’aveva ragione, ma era interpretato da un Benedict Cumberbatch mai così sottosfruttato (e che con un’alzata di sopracciglio umiliava il resto del cast, per altro). Miracolosamente, da questa roba Justin Lin ha tirato fuori il film più trekker degli ultimi quindici anni. Perché lo spirito di Star Trek c’è, quell’utopia fantastica che, purtroppo, non fa più parte della fantascienza da un bel po’ di tempo, ma di cui, secondo me, c’è ancora bisogno. Mazzate, sense of wonder, azione, certo, ma anche quel pelo di riflessione filosofica che non guasta, e quell’occhio rivolto alle sorti meravigliose e progressive, a quel sogno di un’umanità capace di migliorarsi davvero, e vincere le proprie debolezze.
Dal punto di vista visivo, il film è zeppo di idee, e non è una cosa così scontata. Sono svariati anni che gli effetti speciali hanno raggiunto un po’ la saturazione: siamo a più vero del vero, e più avanti di così è difficile andare. Di contro, c’è un appiattimento generale sul modo in cui le cose vengono realizzate: il fantasy si è cristallizzato sulle battaglie à la Peter Jackson, e sono più di dieci anni che da là non schioda, ma anche il resto del cinema blockbuster è inchiodato a tre quattro topoi. Ecco, in Star Trek Beyond si prova del genuino sense of wonder, e si vede qualcosa che, in questo modo, in queste forme, non si è visto prima. Ci sono alcune scene da mascella a terra, che restituiscono intero quel senso di scoperta che dovrebbe sempre accompagnarsi a una saga di esploratori come Star Trek.
Inoltre, la scrittura è solida, e non solo in riferimento ai film precedenti, che, vabbé, non ci voleva molto. Per carità, la trama è abbastanza lineare, il tema di fondo, per altro, secondo me richiama un film della serie classica, ma c’è quella piacevole sensazione che tutto torni. Qualsiasi cosa ti venga mostrata nel film, ha una spiegazione all’interno della trama, persino il prologo, che non è gratuito, come tante volte in film del genere. Fino più o meno a mezz’ora dalla fine mi sembrava mancasse solo un ultimo, importante elemento, ma il film si salva in zona cesarini, e c’è anche quello, introdotto per altro con un bel colpo di scena (almeno per me che sono torda :P ) e con uno sviluppo delle cose perfettamente coerente con tutto il resto. Ho trovato un po’ buttato via solo il personaggio di Jaylah, che sembrava interessante, e invece boh, fa un po’ poco.
Nota di merito alle famose strizzate d’occhio di cui sopra. Eravamo abituati a J.J. Abrams, che le cose te le sbatte in faccia con supponenza, te le sottolinea con l’evidenziatore fuxia e ci mette una frecciona lampeggiante al neon sopra (vedi il famoso urlo di Spock in Into Darkness, ma anche una buona metà di The Force Awakens). Ora, anche Beyond ammicca agli appassionati, ma lo fa come andrebbe fatto, con piccoli inside jokes che se sei un appassionato noti, sennò sono semplicemente note di colore all’interno del film. Per dire, viene ripetutamente citata Enterprise, l’ultima – per il momento – serie di Star Trek prodotta, che io ho amato molto. Ma la cosa viene fatta in modo estremamente discreto; se l’hai vista, noti i particolari, sennò le uniformi dell’equipaggio della Franklin non ti diranno niente, e così la parola Xindi. J.J. piglia nota e impara.
Andiamo invece davvero benissimo sul fronte personaggi. Non sono esattamente – e ovviamente e giustamente, aggiungerei – i personaggi della serie classica; la linea temporale è diversa, sono successe cose che hanno modificato il carattere dei nostri. Però da ciascuno di loro spira un’aria di casa. Da questo punto di vista, davvero notevoli alcune delle battute tra Kirk, Spock e Bones, che hanno proprio l’aria di quelle della serie classica. Una in particolare è davvero fantastica, ma non ve la cito sennò ve la rovino :P . Anche il lato sentimentale tra Spock e Uhura prende il giusto, senza sconfinare troppo. Insomma, la sensazione è che ogni elemento sia stato giustamente dosato, in modo tale da ottenere un ottimo cocktail, che riesce a riempire tutte le lacune dei due prodotti precedenti.
Unica noticina di demerito, il doppiaggio. Mi pare di capire che le condizioni in cui lavorano i doppiatori di recente siano tali da non permette più i livelli di qualità (altissima) cui eravamo abituati, quindi non ne faccio una colpa a nessuno, se non al mercato, ma certe scelte mi hanno lasciata un po’ così. Non è che sia brutto, eh? Ma ero abituata ad altro. Oppure, semplicemente, a furia di vedermi la roba in lingua originale sto perdendo l’abitudine ai film doppiati, non lo so.
Tirando le somme, bel film che vale sicuramente la pena vedere, già solo per certi splendidi effetti visivi e per apprezzare una cosa che si sforza di essere scritta bene e essere coerente con se stessa.

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Games of Thrones, o di come si può raccontare una storia + Asteroid Day

Era un po’ che non rispolveravo la mia rubrica di critica televisiva (ahahahahahah! Scusate, è che fare la persona seria mi induce sempre ilarità :P ). Games of Thrones, però, è ormai IL fenomeno di costume di questi tempi, al pari di Lost, X-Files e Twin Peaks prima di lui, e quindi nulla, anch’io percepisco lo zeitgeist. Da qui in poi, spoiler.
Ieri sera ho visto l’ultimo episodio della sesta stagione. Stamattina, leggendo un commento di Roberto Recchioni su Facebook, ho messo a fuoco meglio una cosa che ho pensato anche durante la visione: che la narrazione, in Games of Thrones, si sta normalizzando. Ricordo che più o meno a metà della – splendida, poco da dire – sequenza iniziale ho pensato che quest’anno mi è sembrato di guardare una cosa diversa dagli altri anni. Innanzitutto, la musica è completamente diversa, per certi versi più canonica per un fantasy (pensate soprattutto alla battaglia nella scorsa puntata). Ma anche il succedersi dei fatti avviene su una traccia assai più riconoscibile, e sta perdendo quella struttura a rizoma che era caratteristica, fino alla scorsa stagione, del prodotto. Mi spiego.
In GoT succedono cose. Cose che, fin qui, non sembravano coagulare verso un punto preciso. Sì, il Gioco dei Troni, ma Daenerys era così lontana, e gli Stark così sparpagliati per il mondo e messi male, che il trono non era certo un punto di accumulazione per le vicende. Del resto, la saga originale si chiama A Song of Ice and Fire, e il trono viene citato solo nel primo libro. La narrazione è sfilacciata, si disperde in numerosi rivoli, e molti danno sul nulla: la morte di Rob, per dire, è assolutamente anticlimatica, e per questo inaspettata. Questo perché, almeno dal mio punto di vista, GoT è un racconto di atmosfere e personaggi: se ci pensate, il 90% del tempo abbiamo dei personaggi, seduti, che parlano. Molte scene, anche nei libri, non solo nel telefilm, ove la cosa si spiega con ovvie ragioni di budget, vengono risolte offscreen. Perché l’importante sono i personaggi che fanno cose, per lo più non strettamente legate all’avanzamento della trama orizzontale. Ora, questo può piacerti o meno – e a me non piace, ma capisco che sono gusti personali – ma GoT era questo.
Ora, però, Benioff e Wiess hanno superato la narrazione di Martin, e quindi giocoforza hanno dovuto iniziare ad andare per fatti propri. Io ho letto solo il primo libro della saga, per cui mi baso sui commenti dei lettori; ok, sì, gli sceneggiatori si erano già presi svariate libertà rispetto ai libri, ma questa stagione si sono mossi in territorio vergine, e per altro in una fase nella quale, per forza di cose, i nodi vengono al pettine: la storia ha doppiato la metà, e si avvia naturalmente verso una conclusione. Questo significa che sono stati costretti a rispondere a svariate domande lasciate in sospeso nei libri e non più eludibili (chi è Jon Snow e se è morto davvero, ad esempio). Il risultato è che la struttura a rizoma non regge più, e occorre andare verso una conclusione. La conseguenza è che d’improvviso tutto diventa più prevedibile.
Era ovvio che Melisandre arrivasse a Castle Black per riportare in vita Jon Snow, ed era ovvio che Jon Snow non fosse morto, perché ci si è spesi molto (soprattutto nei libri) a costruirlo come personaggio, tessendo intorno a lui una serie di nodi che vanno sbrogliati prima della sua morte, pena l’inconcludenza. È ovvio che Daenerys rimediasse le sue navi per superare il Narrow Sea e sopravvivesse fino a farlo, era ovvio che Jon battesse Ramsey. Certo, alcune soluzioni di trama sono state un po’ sciatte: Yara e Theon che partono proprio quando a Daenerys servivano le navi, Dorne e i Tyrell che si trovano nella posizione perfetta per fare un patto con Daenerys, la presenza stessa di Melisandre a Castle Black…
Ora, la domanda è: questa svolta nel tipo di narrazione è mera conseguenza – inevitabile – del fatto che la storia sta giungendo alla sua conclusione, o è figlia del modo di narrare di Benioff e Weiss e del medium televisivo? Mi spiego: pure Martin finirà per far adagiare la sua opera in argini più comodi? Per me è una domanda molto interessante, perché questo tipo di struttura è piuttosto sperimentale per un fantasy. Può il rizoma tenere in piedi fino in fondo una storia? O le istanze della narrazione classica, a un certo punto, sono ineludibili? Ossia, le storie si narrano per lo più in un certo modo perché piace agli scrittori o perché è la storia stessa che chiede di essere narrata con un certo tipo di svolgimento?
A me la fabula classica piace. Secondo me, nonostante gli anni che si trova sul groppone, ha ancora tantissimo da dire, ed è il modo più immediato per coinvolgere il lettore/spettatore. Ma è anche una questione di gusti. Per questo vorrei vedere se una storia può piacere ugualmente anche se, mettiamo caso, Daenerys muore appena mette piede a Westeros, senza portare a termine la sua missione, dopo sei stagioni (e cinque libri) di costruzione del suo percorso. La vita funziona così, dicono in genere gli appassionati del Martin classico, quello della morte di Ned e Rob. Io rispondo che è vero, ma la letteratura deve per forza copiare la vita? Non è più che altro un disperato tentativo di mettere ordine nel caos (che è poi anche quello che fanno scienza, filosofia e più o meno tutto lo scibile umano)?
Insomma, le cose si fanno interessanti. Vedremo cosa succederà da qui in avanti. Per i miei gusti personali, bella puntata per la prima mezz’ora, comunque telefonata, ma girata in modo egregio, anche se con un’eccessivo dilungarsi della tensione. Finiti i primi trenta minuti, tutto va un po’ come doveva andare, e morta là, ma il brividino davanti alle navi col simbolo dei Targearian sopra, con tanto di miei amatissimi draghi in volo, è stato impossibile da evitare. Ho un po’ la sensazione che la storia avrebbe potuto iniziare da qui, e che le sei stagioni precedenti siano state un lunghissimo prologo, atto a far crescere i draghi di Daenerys, ma vdabbé. In fin dei conti io GoT me lo vedo perché è bello: bella musica, bella fotografia, bella regia, ottimi attori. Ah, en passant, questa stagione poteva stare su tranquillamente segando una buona metà degli episodi, che sono stati davvero a perdere tempo. Comunque, il bello dovrebbe venire ora, soprattutto per i dragofili come me :P .
In chiusura, vi ricordo che giovedì 30 giugno, dalle 19.30, possiamo vederci alla Libreria Assaggi di Roma, Via degli Etruschi 4, zona S. Lorenzo, per l’Asteroid Day: si parla di asteroidi, passati, presenti, futuri, cosa sono e come ci si può eventualmente proteggere dal rischio che a volte possono rappresentare. Qui un po’ di informazioni. A dopodomani!

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