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Devilman Crybaby

Ho letto Devilman credo una volta sola, la bellezza di diciassette anni fa. Ma lo ricordo come fosse ieri.
È un fumetto cui sono particolarmente legata per almeno due ragioni: la prima è che è stato uno dei primi manga che abbia mai letto, credo il secondo in assoluto dopo Ken il Guerriero, e poi perché a farmelo leggere fu mio marito. Era d’estate, ricordo i tre volumi, col titolo in rosso sulla copertina del tutto nera, la carta lucida, e quel tratto violento, grottesco, disturbante, che non ho mai più dimenticato. Per certi versi Devilman è quasi un’opera sperimentale, estrema sia nel tratto che nella trama, assolutamente devastante dal punto di vista emotivo.
Qualche sera fa ho chiesto online un consiglio su cosa guardarmi su Netflix, e così qualcuno mi ha ricordato l’uscita di Devilman Crybaby. Ora, io non ho mai visto il cartone animato storico tratto da Devilman, e forse, ma non ricordo bene, ho visto uno dei due OAV. Conoscendo il materiale di partenza, non speravo in una riduzione decente, ma il trailer sembrava bello e allora ho deciso di guardarlo. E sono rimasta folgorata.
Un po’ di contesto: Devilman è un fumetto seminale di Go Nagai, il papà dei robottoni. Dire quanto sia stata una pietra miliare dei manga è persino difficile, visto che ha influenzato una marea di cose, non ultimo Berserk, il mio manga preferito, che ha un debito fortissimo ed esplicito nei confronti di quest’opera. Devilman, ancora in corso di pubblicazione in Giappone, ebbe una riduzione a cartoni animati, quella con quella sigla clamorosa che i più vecchi tra voi ricorderanno, ma non aveva molto a che fare con la trama del manga, e sterzava decisamente verso i territori del supereroistico. Ora, Netflix ha prodotto una nuova riduzione in 10 episodi. Una sola stagione che esaurisce completamente la trama del manga.
Ora, io non so nemmeno da dove partire. Posso cominciare col dire che trasporre una storia da un medium all’altro è sempre operazione difficilissima, che in rarissimi casi funziona per davvero. Ecco, questo Devilman Crybaby è il case study della trasposizione perfetta. Dentro ci si ritrova tutta l’angoscia, il terrore e il delirio del manga. L’atmosfera è esattamente la stessa, e quel che ti lascia addosso, alla fine, è lo stesso senso di sgomento. Al contempo, però, la storia, che ha pur sempre quarant’anni, anche se certe cose sembrano scritte ieri ispirandosi alla cronaca, è stata aggiornata al presente, ma in modo assolutamente efficacissimo. Perché io non ho mai creduto che una buona trasposizione sia quella pedissequa, che segue il fumetto incollata alla pagina. Ne abbiamo avuto un esempio – Watchmen di Rodriguez – e non mi ha fatto un bell’effetto: voglio dire, se devi rifare il fumetto tavola per tavola, letteralmente, perché cambiare di medium? Dov’è il valore aggiunto?
Ecco, gli autori di Crybaby si sono letti con evidente attenzione il manga, e l’hanno capito, che è l’unica cosa che conta. Hanno capito i personaggi, la storia, il messaggio, per usare una brutta parola. E a quelli la fedeltà è totale. Assieme a parte del tratto.
Ora, confesso che appena iniziato il primo episodio, sono rimasta abbastanza scioccata. Il character design e il tratto in generale spiazza: assolutamente stilizzato, con disegni al limite dell’infantile, e una tavolozza di colori che non prevede sfumature né ombre. Sembrano disegni per bambini. Poi però appaiono i demoni, e sono identici a quelli di Nagai. C’è lo stesso tratto grottesco, spaventoso, ruvido. Devilman stesso, che nelle vesti di Akira è abbastanza distante da quello del fumetto, sembra uscito direttamente dalla penna del suo creatore. E questo fa tutta la differenza del mondo. Perché l’orrore di Nagai si basa proprio sul grottesco, sull’aspetto assolutamente disumano, incongruo dei demoni, creature costituite da un patchwork di membra disgiunte, incollate quasi a caso. E in questo senso anche il tratto così semplice, la tavolozza di colori così scarna serve a stare incollata alla trama, che è poi quel che conta davvero.
Per il resto, gran scrittura e gran colonna sonora, e ve lo sta dicendo una che non ama la techno. Ma ci sta, ancora, ci sta tutta. Voglio dire, è un prodotto curatissimo, e si vede, in cui ogni elemento ha la sua spiegazione, e che soprattutto non ha paura, esattamente come il manga. Va fino in fondo, senza risparmiare niente allo spettatore, proprio come il manga non risparmiava niente al lettore. È un viaggio non tanto nell’orrore del mondo dei demoni, ma di quello degli umani, nell’orrore che la nostra specie è in grado di evocare su se stessa quando si rinuncia a capire l’altro, e lo si riduce a un mero nemico. E non c’è nulla di più attuale di questo, ora e qui, nel nostro mondo che sta cadendo preda di sentimenti che speravamo di aver seppellito insieme ai milioni di morti che hanno causato. E invece sono ancora qua, con noi, nascosti neppure così a fondo nei nostri cuori, pronti a tornare fuori.
Ora, io non so se consigliarvelo. Non è cosa che possa piacere a tutti, e ci vuole stomaco, un sacco di stomaco per sopportare la lenta discesa agli inferi di questi dieci episodi. E non tanto per il tasso di splatter – ovviamente altissimo – o il sesso, o quel che volete, quanto per la difficoltà emotiva nel veder dispiegato davanti a noi il nostro destino, se cediamo ai nostri istinti peggiori. Il mondo di Devilman è il nostro mondo, ma bisogna vederlo coi nostri occhi, seguirlo fino alla sua inevitabile distruzione, se vogliamo cambiarlo. Per cui, se non vi fa paura un viaggio nel lato peggiore dell’umanità, se non avete paura a guardare in fondo a quell’abisso, che, lo sappiamo, ci guarda di rimando, Devilman Crybaby è un’opera enorme, principalmente perché enorme è il manga da cui è tratto, ma anche per la sua straordinaria capacità di mettere in scena il fumetto senza compromessi, mettendone chiaramente in luce lo spirito e la potenza. Unica noticina: nel finale viene lasciata all’interpretazione dello spettatore un elemento fondante del manga. Per carità, non siamo scemi e capiamo, ma, per una volta, lo spiegone finale del manga ci stava, e chiariva meglio il senso della storia.
Comunque, a voi la scelta. Pillola rossa o pillola blu?

devilman crybaby opening from kazerean on Vimeo.

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Guillermo è vivo e lotta con noi

Tanti anni fa, non ricordo esattamente quanti, qualcuno mi disse di vedermi assolutamente Il Labirinto del Fauno, che era una cosa splendida. Io avevo tipo visto il primo Hellboy dello stesso regista, e mi era piaciuto, ma la cosa non mi aveva spinto a vedere altre cose sue. Accettai il consiglio, vidi il film e ne rimasi letteralmente folgorata. Il Labirinto del Fauno divenne il mio film fantasy preferito, e Guillermo Del Toro una specie di mio regista feticcio.
Questa bella storia d’amore cinematografico subì una battuta d’arresto un paio di anni fa, quando mi vidi Crimson Peak, uno dei suoi film più recenti. Bellissimo dal punto di vista meramente visivo, l’avevo trovato davvero sciapo da quello della storia e dei personaggi. Mancava qualcosa, e questo in genere è un bruttissimo segno. Doveva essere una storia di amore malato, ma finiva per essere una roba melensa e fuori fuoco. Da allora, vivevo nel terrore di vedere altro di suo.
Quando si è iniziato a parlare de La Forma dell’Acqua, ho seguito le fasi produttive da lontano, e con un certo grado di scetticismo. Non avevo voglia di farmi deludere di nuovo. Quando però è arrivato il Leone d’Oro, ho iniziato a crederci. Quando tonnellate di persone hanno iniziato a dire che era bellissimo, qualcuno scomodando anche Il Labirinto del Fauno, ho deciso che era ora di affrontare la paura e andare a cinema a vedere se Guillermo era ancora vivo e lottava in mezzo a noi. Quando al cinema della mia città ho visto che davano uno spettacolo in lingua originale, ieri sera, sono andata (sì, in queste cose sono un’orrida hipster).
Ora, io ieri sera, alle 24.00 di una giornata piuttosto pesante, avrei già voluto sedermi qua davanti a scrivere queste recensione, ancora avvolta dal profumo di questo film fantastico, ma ero troppo stanca, e allora lo faccio adesso. Perché la mia domanda ha trovato risposta, e sì, Guillermo è ancora tra noi, con tutta la sua forza visiva, ma anche, e soprattutto, con la sua straordinaria capacità di raccontare fiabe, una capacità che non condivide con nessun altro in ambito cinematografico.
Avete presente quei film che torni a casa e te li senti addosso? Che restano con te nei gesti e nei pensieri? La Forma dell’Acqua è quel tipo di film.
Parte con una scena onirica iniziale da brividi, una cosa meravigliosa, anche per come è stata girata (no, non è sott’acqua), e poi, lo ammetto, si siede un po’. Non è un film che ti acchiappa da subito, si costruisce lentamente, esattamente come il rapporto tra Elisa e la creatura. Devi entrarci dentro, e lo fai inesorabilmente. Ne vieni pian piano catturato, prima dall’aspetto meramente visivo, che è la firma di Del Toro, che riconosceresti ovunque, poi da quello della storia. Una storia assolutamente seminale, se vogliamo banale, e qui mi fanno abbastanza ridere le accuse di plagio perché, ragazzi, non c’è topos del racconto della storia d’amore à la bella e la bestia che non venga evocato. Se questo film è un plagio, lo è La Bella e la Bestia, lo è qualsiasi cosa sia stata raccontata sull’argomento amore tra umano e non a partire da Amore e Psiche, e probabilmente anche prima. Ma, nella sua semplicità, è raccontata con una tale sicurezza, una tale solidità dell’impianto generale, che uno non può fare a meno di sentirsi profondamente coinvolto da quel che vede. E non voglio star qui a dire sempre le stesse cose, ma fa piacere vedere che una buona scrittura a livello di sviluppo di trama è ancora possibile, che personaggi solidi, semplici, ma coi quali è facilissimo empatizzare, possono ancora essere scritti, senza per questo cadere nella banalità o nella retorica. Una capacità che quando la mette in campo Del Toro sembra una roba facilissima; poi vedi certi altri prodotti, e ti rendi conto che invece facile non è, che è un’arte, e che si sta perdendo.
Le tematiche di Del Toro ci sono tutte, e io spesso ho sentito l’eco de Il Labirinto del Fauno, da questo punto di vista. È il suo prodotto che più si avvicina a quel capolavoro, e più affine al suo spirito, anche se quelle sono le ossessioni che Del Toro dispiega un po’ in tutto ciò che fa, ma qui sono più forti. La contrapposizione tra la fantasia, il desiderio di conoscenza, e la cieca ottusità di un potere che capisce solo se stesso, e distrugge qualsiasi altra cosa; il senso del meraviglioso, e di una natura splendida ma inconoscibile, e anche terribile nel suo essere bellissima. Perché Del Toro sembra essere l’unico che ha capito davvero le fiabe, e sa come raccontarle. Quelle vere, che da bambina leggevo in un libro trucissimo in cui i cattivi finivano regolarmente fatti a pezzi e bolliti nella pece, non le versioni edulcorate che i toccano oggi. E nelle fiabe il mostro può essere meraviglioso, ma al tempo stesso è anche terribile, brutale, perché tanto più grande di noi, e a un certo livello anche inconoscibile. Elisa e il mostro non sanno nulla l’uno dell’altra, e nulla sapranno fino alla fine, e lui è davvero un dio, infinitamente superiore alle miserie del mondo che cerca di normalizzarlo, incasellarlo, e capirlo, eppure si amano di un amore sconfinato. Sì, è un film d’amore, d’amore e morte, una fiaba nera, coi cattivi cattivi e i buoni buoni, e quel giusto grado di orrore. Come il fauno del film, che è terribile, e mostruoso, e chiede prove tremende a Ofelia, ma è tanto più umano, e meraviglioso, del terribile mondo di guerra e prevaricazione in cui la storia si svolge. La Forma dell’Acqua è un film anarchico, per certi versi, una condanna senza appello dell’american dream, in cui non c’è posto per chi è diverso, per chi cerca una felicità personale, differente da quella di plastica, preconfezionata, che il sistema ci ammannisce. E il potere è sempre ottuso, e non conosce altra via per comprendere che distruggere, annullare, devastare tutto quanto di bello esiste al mondo. Vi ci riconoscete? Io tanto, tantissimo.
Del Toro resta il cantore del mondo dei diversi, dei lasciati indietro, di chiunque non riesca a trovare il suo posto nel mondo. Di quelli che hanno alzato il velo della realtà, e hanno visto le meraviglie e i terrori che vi si nascondono sotto, e hanno saputo accettarli per ciò che sono, senza cercare di cambiarli, senza cercare di distruggerli. E, ripeto, è l’unico che sa farlo con questa efficacia, con questa profondità. Il cinema fantastico, per quel che mi riguarda, è vivo ormai solo in lui. In un mondo di gente che non è riuscita a staccarsi dal modello Il Signore degli Anelli, o che produce cloni di cloni di cloni di supereroi, lui ha una visione: che non è consolatoria, che non è edulcorata. È uno che scende nelle viscere dei nostri sogni, e le espone in tutto il loro lucido e impressionante splendore. E io lo amo, ancora e sempre, per questo.
Andatevelo a vedere. È un atto di resistenza contro un mondo grigio che cerca di farci tutti incolori.

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The Orville, o la buona falegnameria di una volta

È giunto il momento. Non pensavo, perché quando ho iniziato la visione ero piuttosto scettica. E invece niente, mi sto divertendo, e quindi tocca parlare di The Orville. Riassunto per chi non sapesse di cosa si sta parlando: Seth MacFarlane, quello de I Griffin, per intenderci, si è dato alla serialità televisiva, con quella che, sulla carta, dovrebbe essere una parodia di Star Trek, e che si intitola, appunto, The Orville. La prima stagione conta dodici episodi, ma è stata già approvata una seconda.
Che dire? Partiamo col fatto che, fino a oggi, MacFarlane non mi ispirava grande simpatia. A parte alcuni episodi, non ho mai trovato I Griffin nulla di diverso da una copia peggiorativa de I Simpson, di American Dad salvo solo il pesce e l’alieno – come Stewie ne I Griffin, per altro – e Un Milione di Modi per Morire nel West mi ha lasciata molto perplessa. Ho proprio problemi con la sua comicità, di cui soprattutto non apprezzo i tempi. Quindi, partivo malissimo.
Poi, però, nel quadro è entrata Star Trek: Discovery, e tutti mi dicevano che The Orville era tipo quel che Discovery avrebbe dovuto essere, e niente, le cose sono cambiate.
Ora, è più che evidente che MacFarlane semplicemente voleva rifare Star Trek, The Next Generation, per la precisione. Online c’è un video fan made che girò da pischello con gli amici rifacendo la serie classica, quindi io lo vedo che fa i paperdollari per poter un giorno soddisfare questo sogno da bambino. Il fatto che sia una parodia è una mera foglia di fico per dare una giustificazione all’operazione: si ride poco, soprattutto nei primi episodi si ride pure a sproposito, e, in generale, tutto il prodotto trasuda un amore per TNG ai limiti del feticismo. È tutto uguale. Uguale la plancia, uguale il mondo, nel quale sono stati cambiati due nomi due giusto per ragioni di copyright, uguale il sapore complessivo. Vi giuro, sono identiche pure la regia e la fotografia. Sembra un prodotto uscito paro paro dagli anni a cavallo tra la fine degli ’80 e l’inizio dei ’90. Più che una parodia, è proprio un’operazione di recupero filologico. E, in quanto tale, ai critici ha fatto schifo. Che io, in linea teorica, posso anche capire. Voglio dire, che senso ha? A parte realizzare i sogni di bimbo di MacFarlane. È una cosa del passato, superata da vent’anni, quasi trenta, di televisione che hanno asfaltato quel modo di raccontare storie. Solo che, ripeto, Star Trek adesso è quella roba indefinibile di Discovery, tutto lens flares, fotografia laccatissima, e personaggi senza senso alcuno sulla faccia della terra. E, d’improvviso, inizi a capire anche il senso di una cosa come The Orville. Che, prima di tutto, è onesta.
Non è che ti sta vendendo l’avanguardia. Non è che ti fa un titolo tipo The Butcher’s Knife Cares Not for the Lamb’s Cry per ammannirti poi Klingon che ruttano e tardigradi spaziali che fanno il verso al Dr. Who. Il gioco è scoperto fin da principio: stai guardando un clone fuori tempo massimo di TNG. C’è giusto aggiunto un po’ di quell’umorismo straniante che a MacFarlane piace tanto. E quindi sai perfettamente cosa otterrai: capitani coraggiosi – ma con quel pizzico di sfiga che uno si attende – personaggi simpatici, esplorazione. Il pregio è che si entra subito dentro il mondo: le sceneggiature sono molto semplici, ma per questo solide, i personaggi non particolarmente originali, ma perfettamente delineati, con interazioni chiare e che funzionano. Soprattutto, sembrano per davvero un equipaggio della Flotta Stellare, anche se si chiama Unione Planetaria, a differenza di quelli là della Discovery che sono un gruppo di sociopatici assemblati a caso, più un alieno col trucco più brutto che abbia mai visto.
La trama orizzontale è evanescente, come è giusto che sia, ma i singoli episodi funzionano. Non c’è niente di clamorosamente originale, le tematiche a volte sono tagliate con l’accetta, ma con un minimo di giudizio, vedi puntata sul cambio di genere della neonata, o quella, probabilmente la migliore, finora, sui social. Menzione speciale per la puntata con l’alieno pomicione, in cui finalmente l’umorismo è ben calibrato e perfettamente funzionale alla trama. Il tasso wtf delle azioni dei personaggi è tenuto al minimo, e soprattutto è una serie corale, in cui ognuno ha il suo spazio, e ci sono episodi evidentemente costruiti per farti empatizzare con ciascuno dei personaggi. Arrivata all’episodio 11, mi stan tutti simpatici, ci tengo che si salvino quando sono in pericolo, shippo Ed e Kelly, insomma me ne frega, e infatti sto andando avanti nella visione.
Non sto gridando al capolavoro, intendiamoci. Ma è una cosa fatta bene; in modo estremamente classico, e come si facevano una volta, ma bene, dio mio, bene! È come andare a farsi un giro in parco a tema storico, è una celebrazione dei bei tempi andati, e tutto sommato è un’operazione non solo con una sua dignità, ma persino con del coraggio. In tempi come i nostri, di serie ipertrofiche in cui tutti cercano, con alterne vicende, di sperimentare, di tirare fuori qualcosa di nuovo, MacFarlane si tira fuori, e fa una cosa che non ha paura a farsi superare a destra da tutto il resto della produzione televisiva contemporanea. È un lavoro di artigianato, fatto con passione e amore da chi, è evidentissimo, ama e conosce a menadito il materiale originale. È una bella e solida sedia fatta dal falegname all’angolo, contro il divano di design che è Discovery. Sulla prima almeno ti siedi e stai comoda, sul secondo non capisci neppure dove sta la seduta.
L’ho detto un miliardo di volte, forse è il segno della mia “poetica”, chiamiamola pomposamente così, di autrice, oltre che di fruitrice di prodotti pop: meglio una cosa semplice, senza ambizioni, ben fatta, che una roba che punta in alto e poi fa schifo. Non me ne faccio niente dell’originalità a tutti i costi, degli effetti speciali, dell’aggiornamento alla contemporaneità, se poi dei personaggi mi frega meno di zero, se le storie d’amore che mi proponi sono l’epitome della sciatteria, e se mi annoio per tre quarti della puntata. Lasciamo lo sperimentalismo, anche se mi accorgo che è termine improprio, a chi sa farlo, e in questo periodo abbondano, francamente. Se sai fare solo le sedie, e le sai fare bene, fai quelle.
Non se consigliarvela. Mi rendo conto che per certi versi è una cosa un po’ da nerd veri. MacFarlane è uno di noi, nell’episodio 11 cita il Dr. Who, quindi non credo sia una cosa per tutti i palati. Ma se vi piacciono le serie come le si faceva quando ancora li chiamavamo telefilm, e siete abbastanza tolleranti con l’umorismo fuori luogo – e comunque ce n’è poco – io direi di andare. Di onestà intellettuale in giro ce n’è pochissima, meglio premiare almeno quella di The Orville.

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Star Wars VIII – The Last Jedi o Film a Metà

Come due anni fa, quando la Forza si risvegliò, l’alberello di Natale a tema Star Wars è acceso, e io sono pronta a recensire. Nonostante la mia (intollerabile) mancanza di piani per andarmelo a vedere, ieri sera mi sono imbucata allo spettacolo delle 18.30, e ho visto The Last Jedi, che secondo me è L’Ultimo Jedi, ma la distribuzione dice di no, so’ di più, sarà.
A differenza di due anni fa, stavolta ho molto più chiaro cosa penso di questo film, ma sarà comunque lunga. Non c’è nessun vero spoiler, ma accenni piuttosto vaghi alla trama.
Comunque, facciamola breve prima di scendere nel dettaglio: se il film fosse stato tutto come la prima ora e mezza, non starei probabilmente neppure più a scrivere. Avrei archiviato la pratica sequel di Star Wars come una roba che non ha sostanzialmente più molto da dire, se non ciurlare in un manico del quale non è rimasto poi molto. Se invece fosse stato tutto come l’ultima ora, adesso sarei qua a gridare al capolavoro. Perché, sì, il film è drammaticamente diviso in due un po’ in tutto: regia, ritmo, densità di eventi, potenza visiva e della rappresentazione. Il risultato viene portato a casa alla fine solo perché l’ultima ora è meravigliosa, e, incredibilmente, riesce a tirare fuori dal pastrocchio generale un’unità tematica complessiva davvero miracolosa. Vi giuro, sembra che a un certo punto il regista sia entrato in una stanza con dentro riuniti tutti i produttori, li abbia falciati a colpi di AK 47 e abbia urlato sui corpi caldi “E mo si fa come dico io!!”. Proprio con questa moderazione, che è poi la cifra dell’ultima famosa ora.
Per certi versi, sembra che il film abbia fatto propria la lezione di Games of Thrones: voi sapete che, con tutto l’amore del mondo per un prodotto d’eccellenza sotto tanti aspetti, io alla fine penso che sette stagioni della serie siano servite solo a far crescere i draghi di Daenerys e che l’azione comincia davvero all’ultimo minuto dell’ultimo episodio della stagione sette. Ecco. La prima ora e mezza di Star Wars VIII serve a perdere tempo. Sembra che qualcuno gli abbia ordinato di fare due ore e mezza di film, pena la morte, e quindi gli sceneggiatori si siano messi là a pensare come allungare la broda. Quindi vai di lentissimi inseguimenti navali, in cui inseguitore e inseguito, per motivi imperscrutabili, vanno esattamente alla stessa velocità. Meno male che in mezzo ci sono due notevoli combattimenti che non riescono a battere l’irraggiungibile macello dell’inizio dell’Episodio III, ma tengono botta. Poi ci sono piani di combattimento basati sul semplice fatto che nella Resistenza la gente non si parla, perché no gnegnegne, ma che comunque servono solo e letteralmente a perdere tempo, e soprattutto Rei che si fa mille pippe sull’isola delle monache-pesce insieme a uno scorbuticissimo Luke, con tanto di citazione alla scena seminale della caverna de L’Impero Colpisce Ancora, ça va sans dir molto meno potente.
Non che sia un brutto guardare, eh? C’è anche un colpo di scena o giù di lì, però relativamente telefonato. Ma tutto è sostanzialmente piatto e anche già visto. Ed è stato lì che mi sono detta una cosa che avevo già tirato fuori per The Force Awakens: Star Wars non ha più molto da dire, se non fare infinite variazioni su temi già noti, aggiungendoci giusto qualche pezzo in computer graphics in più e tante bestioline carine (voglio un porg, ora).
Poi, lentamente, le cose iniziano a ingranare. Fino al botto. Il colpo di scena vero. Quello in cui Rian Johnson dice “sì, dai, vi ci ho fatto credere, ma ho scherzato: mo facciamo sul serio”. E da lì tutto decolla. Ma davvero. Innanzitutto compare una regia, con un’infilata di scene memorabili che hanno come unico problema che sono tipo ottanta in un’ora. Un tripudio per gli occhi di coattaggine allo stato puro, in cui chiunque, ma davvero chiunque, tira fuori le palle e va over the top, facendo cose che i nerd in genere vedono solo nei loro sogni più umidicci. Tipo c’è un duello che è praticamente speculare a quello (da me amatissimo) di Rey e Kylo nella neve che è una vera goduria per gli occhi (e c’è pure Myra :P ). C’è Luke che tra poco inizieranno a girare meme a pioggia con quello che fa. Ci sono anche delle scene evidentemente paracule, messe lì per fare fan service, ma messe così al posto giusto, fatte così bene, che, voglio dire, lo so che mi stai blandendo, ma in finale chissenefrega, dammene ancora! C’è il pianeta che gratti il sale e sotto c’è il sangue, quello lì dei trailer, in cui questa roba del rosso viene usata all’ennesima potenza, imbastendo tutto un sottotesto di destino e morte che levati. È epica, è il miglior aggiornamento possibile di Star Wars a questi tempi di passaggio che viviamo, è quel che tutta questa trilogia avrebbe dovuto essere nelle tre ore precedenti, dannazione. Quell’ultima ora là ci dice proprio questo: che viviamo in tempi senza più eroi, e quelli rimasti sono tristi, stanchi, e non sono per niente come ce li siamo immaginati. E che anche le cose in cui credevamo, la Forza e quella roba là, quando la vedi per davvero è tutta diversa da come te l’avevano raccontata. Viviamo la fine dell’innocenza, viviamo l’età adulta. Non possiamo più guardare a Star Wars come trent’anni fa, perché siamo cresciuti, e quel che abbiamo adesso per salvare il mondo è la summa di ciò che siamo: due ragazzini sperduti, che cercano il loro posto nel mondo, e che nel farlo fanno cose belle e cose terribili, e, come tutti i ragazzini, hanno poteri immensi, ma una testa da bambini. Ecco, questo è lo Star Wars del XXI secolo, che coglie lo spirito dei tempi, e lo trasfonde in un’epica contemporanea, nella quale possiamo specchiarci e riconoscerci, ma cui possiamo anche ancora credere, come credevamo nella favola di quasi quarant’anni fa.
Tra l’altro, Johnson fa operazione raffinatissima di svuotamento dall’interno dei topoi di Star Wars, una cosa che per certi versi è l’opposto delle strizzate d’occhio (Leo Ortolani®) di Abrams. Tutto sembra andare come già nei film precedenti: il guascone che però poi diventa buono, il cattivo che passa al lato chiaro all’ultimo istante, il maestro ucciso dall’allievo. E invece no. Invece a un certo punto sembra davvero che qualsiasi cosa possa succedere. This is not going to go the way you think, diceva Luke nel trailer, e alla fine, mannaggia a lui, è vero.
Ora, avrete capito che tutta questa parte qui mi ha esaltata. Ma. Ma il film nel suo complesso è davvero troppo discontinuo. Tra l’altro, la saga continua a fallire nel cercare di proporre un cattivo che non sia incarnazione del male assoluto ma che al contempo abbia delle motivazioni valide. Ora, non voglio dire che Kylo sia Anakin II la vendetta, ma, sebbene lo trovi un gran bel personaggio, che in questo film si sviluppa pienamente, secondo me sul lato delle motivazioni c’è ancora da lavorare. Sì quello che ci dicono, ma non basta. Spero nel prossimo film. Taciamo anche dei due personaggi più inutili della nuova saga, Snoke e Phasma. Quest’ultima io speravo venisse un po’ rivalutata in questo nuovo episodio, e invece niente: conta quanto il due di coppe con la briscola a bastoni. Il nulla pneumatico. Snoke si attesta su un’utilità leggermente superiore, ma resta una cosa difficile da decifrare, e soprattutto profondo quanto la pozzangherina che sta nel tempio Jedi dove Luke ha messo le tende.
Quel che porta a casa il risultato, comunque, è il fatto che il film nel suo complesso ha un senso. E il suo senso è che coi vecchi personaggi abbiamo chiuso. Ragazzi, sono andati, hanno dato il loro, ma non hanno più un ruolo da giocare in questa storia. La meravigliosa scena finale col bambino ce lo dice con chiarezza. E, come ha detto qualche mio amico su Facebook, bisogna uccidere i propri padri, a un certo punto, sennò si resta bambini per sempre. E questo film ci mette sopra la lapide.
Sembrerebbe dunque un ottimo ponte lanciato verso il futuro. Solo che in questo futuro ci sta Jar Jar Abrams, regista dell’episodio conclusivo, che nei franchise c’ha il terrore di produrre idee originali, e che è stato la rovina del nuovo Star Trek, tanto è vero che appena si è sciacquato è venuto fuori quel bel prodottino che è Beyond. Abrams è derivativo alla morte, non vedo come possa dare una chiusura a questa storia che non sia il rigiramento di frittata de Il Ritorno dello Jedi. Qua invece le cose sono enormemente più complesse, e Kylo Ren mi sta a tanto così da diventare personaggio memorabile, ma se te me lo riporti a casella zero, e mi diventa Anakin Reloaded, ecco, è la fine.
Per cui, boh. Vorrei essere speranzosa per il futuro, ma non ci riesco. Vorrei andarmelo già a rivedere, ovvio, magari in inglese. Mi tengo questa mezza buona storia, e mi accontento così. Comunque, è la cosa migliore prodotta su Star Wars da Il Ritorno dello Jedi, e vale la pena andarlo a vedere. Per cui, andate, che la Forza è viva e lotta con noi.

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Doppia recensione: Star Trek Discovery, Stranger Things 2

Questa settimana ho finito di vedere due serie che seguo: Star Trek Discovery e Stranger Things 2. Considerando che mi hanno generato una gamma di emozioni che si posizionano esattamente agli opposti dello spettro di gradimento (dio come fingo bene di essere una persona seria…), ho pensato di inaugurare un nuovo format: la recensione doppia. Vi dico cosa ho pensato dei due prodotti in un solo post. Ahò, capace che questo sia l’unico esperimento del genere, e non lo ripeterò mai più, o magari lo rispolvererò in futuro per parlare di due cose che invece mi sono piaciute un sacco. Oggi, però, vi beccate la contrapposizione.
Ci sono SPOILER.
Cominciamo con Star Trek. Magari saprete che ne ho già parlato in passato, e in termini non esattamente entusiastici. Infatti, arrivati alla terza puntata, mi sono fermata e ho smesso di recensirlo, se non con brevi highlights su Twitter. Ora siamo arrivati al mid-season finale, e si può fare qualche considerazione più ragionata.
È che secondo me Discovery rappresenta un po’ tutto quello che che non si dovrebbe fare in termini di scrittura. Non si tratta più della mancanza dello spirito trek, una cosa che si dimentica completamente verso il quarto episodio. È proprio che a me questa serie non appassiona, a nessun livello. Non mi appassiona la trama, non mi appassionano i personaggi…e il più delle volte passo il tempo a cercare di capire secondo quale logica intera – o solo logica tout court – un certo personaggio ha detto-fatto una certa cosa. Tutto accade perché deve, in una progressione degli eventi che però sembra condurre verso il nulla.
Giuro, dopo nove episodi io non riesco ancora a capire di cosa parli Discovery, né verso quale direzione la trama stia andando. Non è la storia di un’esplorazione, almeno fin qui; non è la storia di una guerra; non è neppure una storia di redenzione, anche se forse le intenzioni degli autori erano queste, visto certe cose buttate là su Burnham e Lorca. Non c’è neppure un chiaro sviluppo dei personaggi, che cambiano di continuo sotto la spinta della mera sceneggiatura (Lorca stronzo che manda l’ammiraglio a morire per togliersi dalle scatole un testimone scomodo, no, Lorca eroe che vuole salvare il pianeta dei cosi incorporei dai Klingon; Tyler traumatizzato a comando; Stamets cinico scienziato, no Stamets si sacrifica per salvare la baracca). Intendiamoci, la natura umana è una roba complessa, e non ho nulla contro i personaggi ricchi di chiaroscuri, anzi. Ma qui non c’è un collante che tenga insieme questa gente nella sua psicologia, tanto che appare non averne nessuna. Le cose succedono, e non c’è un filo logico. Piani malvagi che non capisce dove vadano a parare (la Klingon e l’ammiraglio, che sono quindici giorni che cerco di capire cosa esattamente avessero in mente di fare), scene incomprensibili che sembrano non portare da nessuna parte (Stamtes nello specchio), gente che prima si preoccupa, poi pure ‘sti cazzi (Culbert che lascia tranquillamente che Stamets faccia un ultimo salto senza che Lorca abbia giustificato in alcun modo questa cosa, e dopo che lo stesso Stamets ha rischiato di morire con gli incomprensibili 133 salti necessari per crackare l’occultamento Klingon). È tutto così. Succedono cose evidentemente decise in fase di sceneggiatura perché sì e basta. I personaggi non sembrano neppure pensati, e quindi figurarsi ben scritti. Io non riesco a descriverne in due parole neppure uno. Lorca cos’è? Un guerrafondaio? Un pusillanime che non s’è capito che ci fa in mezzo alla Flotta Stellare? Saru, a parte avere paura, cos’è? E perché si sono presi uno che c’ha sempre paura a bordo? E l’incomprensibile – e insopportabile – roscia sociopatica? Taccio sulla love story Stamets-Culbert, che per una che ha seguito la storia d’amore Agron-Nasir di Spartacus, in confronto siamo a livello “cotta dell’asilo”.
Però nessuno la pensa come me. Discovery piace e appassiona più o meno tutti, il che mi induce a credere che c’è qualcosa che mi sfugge o mi manca proprio. E, visto il lavoro che faccio, inizio pure a preoccuparmi.

Dall’altro lato dello spettro della buona scrittura, invece, si posizione Stranger Things. Tutto. Mi concentrerò solo sulla seconda stagione giusto perché è la novità, ma quanto dirò si può tranquillamente applicare anche alla prima.
Stranger Things non ha un’idea originale alla base. Stranger Things non ha neppure personaggi particolarmente originali, e un disbrigo di trama assolutamente lineare: tutto va più o meno come deve andare, e anche le sottotrame cercano di starsene ben appiccicate alla trama principale. Eppure, appassiona un botto. Mi c’è voluto un solo episodio per affezionarmi pressoché a qualsiasi personaggio della serie, e voler sapere come continuava, anche se era una “serie di mistero” e dopo la sòla di Lost ci vado sempre coi piedi di piombo con prodotti del genere. Prova ne sia l’affetto che la gente ha mostrato per Barb, un personaggio che definire secondario è fargli un complimento, ma la gente ci stava così tanto dentro che anche Barb sembrava una della famiglia, e tutti l’hanno pianta.
Ecco. Perché, dannazione, qua è tutta questione di come racconti le cose. E anche dell’onestà di fondo, diciamocelo. Non lo so, avete visto i titoli degli episodi di Discovery? Sembra di leggere Shakespeare: e il coltello che non si cura del pianto dell’agnello, e gente che si addentra nella foresta…C’è una pretenziosità del tutto ingiustificata in un prodotto pop. Stranger Things è invece onesto. Onesto intrattenimento coi mostri, aderente ai canoni del genere in modo commovente. Ma in cui i personaggi, le ambientazioni, qualsiasi cosa sono scritte e girate con una cura maniacale. Pensiamo già solo all’ambientazione anni ’80, curata alla perfezione, non soltanto nelle ambientazioni, ma nelle tematiche, nella musica, in qualsiasi cosa. E la storia è semplice e lineare, ma acchiappa proprio per questo. L’altrove, il mostro, l’amicizia che ci permette di salvarci…tutte cose scontate e banali ma che ci continuiamo a raccontare secolo dopo secolo per una ragione, e cioè che sono radicate profondamente in noi, nella nostra esperienza di vita, e ciascuno di noi le ha vissute a modo suo, come fosse stato il primo a farlo.
Avevo paura della seconda stagione. La prima era perfettamente chiusa in se stessa, tranne un piccolo gancio sulla successiva, ed era così perfetta, così graziosa…E invece la seconda stagione è riuscita nell’impossibile: espandere per quanto possibile il mondo della prima, mantenendo però lo spirito complessivo della serie, e creando qualcosa che aveva ancora il sapore della prima, ma portava tutto su un altro livello. Ora, per carità, ci sono state delle soluzioni di scrittura pigre, personaggi un po’ attaccati con lo sputo (Billy, per dirne uno), e la famigerata puntata 7, che sembra effettivamente infilata là a perder tempo, e porre inquietanti premesse per la terza stagione. Ma, voglio dire, nonostante tutto lo sguardo di Mike quando rivedere El mi ha spezzato il cuore, e il dialogo in macchia tra El e Hopper è stato fantastico, e quando Bob fa la fine che fa, chi non ha pianto?
Io amo Hawkins, amo i ragazzi, amo Joyce e amo questa serie, che fa quello che qualsiasi serie dovrebbe essere in grado di fare: appassionare e divertire. E tanto più l’ammiro perché lo fa con una storia trita e con personaggi classici. Ci vuole talento vero a mettersi in un solco battutissimo e tirarne fuori qualcosa di così bello e ben fatto. Perché, ripeto, le cose le devi saper raccontare. Il come spesso conta più del cosa. In Stranger Things ogni inquadratura trasuda angoscia e tensione. C’era una scena in cui Will, di notte, andava in bagno, e io già sudavo quando l’inquadratura ci mostrava solo un rubinetto che perdeva e un orologio che scandiva i secondi.
Insomma, sono davvero contenta di aver iniziato a vederla, entusiasta della seconda stagione e in trepidante attesa della terza. Mentre, per quel che riguarda Discovery, anche ‘sti cavoli, direi. E con questo ho detto tutto.

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Star Trek Discovery 1×03. Cioè, boh.

Non so esattamente perché continuo con questa storia delle recensioni a Discovery. Il contenuto è sempre abbastanza prevedibile, e, oltre un certo limite, diventa accanimento. Per cui, non so, forse mi fermo con questa, che almeno ha la giustificazione di essere una puntata vera della serie, a differenza dei primi due episodi/film, che erano solo una premessa. Ci saranno SPOILER.
Dunque, in teoria questo è un episodio regolare, che dovrebbe dare il sapore del resto della stagione. Siamo sull’eponima Discovery, conosciamo l’equipaggio. Vi risparmio le lamentazioni “non è Star Trek” perché ormai è più che chiaro che nulla, a parte i badge, richiama quel mondo là: non l’atteggiamento generale dell’equipaggio, non il passo della puntata né le sue tematiche. È una serie di fantascienza qualsiasi. Per quel che riguarda lo spirito, è ancor più lontana dallo Star Trek non dico di TOS, ma pure di Enterprise, di quanto non fosse il doppio pilot. Invece, è vicinissima a Battlestar Galactica, e infatti ritroviamo pure Rekha Sharma (ammirate il mio superpotere di riconoscere le facce degli attori di serie in serie!). Siamo in guerra, succedono cose brutte, i buoni si devono sporcare le mani, tutto è vagamente minaccioso. Solo che giocare sul campo di Battlestar è suicida, e infatti, se il modello è quello là, siamo lontani anni luce, sia a livello di tensione narrativa (e grazie: lì l’umanità era sull’orlo dell’estinzione, qua c’è una vaga guerra coi Klingon, che, in questa puntata, neppure vediamo) sia di indagine psicologica. Però la puntata bene o male scorre, come sempre piuttosto bella a vedersi. Tutto dà l’impressione di essere curato: bella fotografia (presa sparata da JJ), bella musica non invasiva…però oltre a questo, boh…A parte cose che non ho capito, tipo perché non si usi più fare lo scanning per le forme di vita a bordo, prima di salire su una nave vittima di un incidente misterioso, o perché, se si sa perfettamente cosa è accaduto, come Lorca lascia intendere negli ultimi secondi di puntata, non si prendano precauzioni maggiori per il landing party, mi sembra tutto molto derivativo. A parte il già citato Battlestar, abbiamo anche un grosso debito verso Alien, con la creatura misteriosa che te se magna mentre le luci lampeggiano il giusto per non farla vedere troppo. Solo che nessuno dei riferimenti sembra messo là per avere un reale senso narrativo, quanto piuttosto perché è la roba che tira al momento. Cerco di spiegarmi. Non c’è nulla di male a prendere da altro materiale, a citare più o meno esplicitamente, a patto che il pout pourri finale abbiamo un gusto omogeneo, e risulti soprattutto in qualcosa di nuovo. Che ne so, Tarantino copia a piene mani, ma si vede che è uno che quel materiale l’ha rielaborato, cosicché ogni citazione s’inserisce perfettamente all’interno di qualcosa che è nuovo, diverso, illuminato dal vissuto e dalla poetica dell’autore. Sto diventando troppo poetica…vabbè, Discovery mi sembra semplicemente un patchwork di elementi disomogenei e già visti, cui non viene aggiunto qualcosa di nuovo. Men che meno c’è un tentativo di prendere una nobile ascendenza – Star Trek – e rielaborarla rimanendo comunque nel solco di quella tradizione. È pura operazione JJ-Trek, puramente derivativa, al massimo citazionista tanto per. Metatestuale, in questo senso, è Burnham che, mentre scappa per salvarsi la vita, cita a muzzo Alice nel Paese delle Meraviglie. Così, senza un perché. Tutti quando stanno a mori’ citano i classici della letteratura. Io, in caso, ho pronto un pezzo dell’Iliade. Ecco, la puntata è così: cose citate, ma senza capire perché, e come.
Andiamo mediamente bene sui personaggi, che, in effetti, che, infilati in un contesto simil-Trek risultano abbastanza originali. Tranne Lorca, che non potrebbe mai essere capitano nell’universo classico di Star Trek, ma tanto abbiamo detto che questo non è Star Trek, e quindi amen. Però, anche qua, non è che senta uno straordinario trasporto verso di loro. La tipa riccia già la odio, ed è il solito personaggio simil-asperger-simil-autistico che ormai ci deve stare per forza. L’astromicologo è un altro campione di simpatia, però ha una specializzazione intrigante che spero mettano a frutto (ma so già che non lo faranno…). Mi si ammoscia Saru, che ormai mi interessa solo perché è troppo bello il modo in cui si muove l’attore. Lo guardo e mi ricordo il fauno dell’omonimo Labirinto o Abe di Hellboy, e penso che prima o poi uscirà A Shape of Water e io sarò una bimba felice. Burnham ci dimentichiamo tutta la parte Vulcaniana, è una terreste qualsiasi molto figa in fisica. Ormai appartiene al ramo “personaggi dannati con grossi peccati da scontare”. E li va a scontare sulla nave con un capitano con la faccia di Lorca, pensa te.
Per quel che riguarda la trama fin qui, tutti sappiamo che quella dei midichlorian de noantri è una cazzata, no? Dieci anni dopo l’Enterprise non ha il dono dell’ubiquità, ergo o il piano fallisce, o, come suggeriscono gli abbondanti cadaveri tra i quali si trastulla Lorca nel tempo libero, stanno effettivamente creando un’arma biologica o giù di lì, e Burnham gli serve per qualcosa che scopriremo poi. Qualcuno mi spieghi anche la galeotta che doveva essere confinata nei suoi alloggi mentre lavorava, e poi se ne va in giro a cazzo ad aprire a sputazze sezioni segrete della Discovery. Erano tutti un gran bel convinti che avrebbe accettato di unirsi alla crew per metterle in mano pezzi di codici compromettenti (ma non dove a lavare la carrozzeria del pulmino della polizia penitenziaria?) e farla infilare dove non dovrebbe. Avrei da ridire anche sul metodo dell’alitosi per aprire le porte: se aliti non sono così convinta che vengano fuori anche pezzi di saliva da cui risalire al tuo DNA e aprire la baracca. A questo punto potevano aprirle a leccate sulle serrature, ma forse se lo tengono per la versione porno.
Quindi, in sintesi? Andiamo a vedere dove va a parare. Molte delle cose che io non ho capito qua immagino saranno spiegate più avanti, ma il disprezzo totale per l’utopia trekkiana comunque mi irrita molto. Cercherò di brasarmi il cervello dal brand, che è meglio.

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Star Trek: Discovery. Recensione seconda parte

E, come promesso ieri, seconda parte della recensione. Che a questo punto non so esattamente a cosa serva. Per spiegarvi il perché, dovrò fare dei grossi SPOILER, quindi giudicate voi se proseguire o meno con la lettura.
Sicché, quello cui abbiamo assistito era un prologo. Al momento, di Star Trek: Discovery conosciamo un solo personaggio, forse due. Non sappiamo nulla dell’eventuale nave, o dell’equipaggio, che attraverseranno la serie. Non sappiamo neppure se ci sarà, una nave, o se infine Star Trek: Discovery non sarà un’unica trama orizzontale centrata solo Burnham. Cioè, lo sappiamo, ma da Wikipedia, non dalla serie, che finisce col cliffhangerone, che, al momento, è l’unica ragione per tirare innanzi con la visione.
Siamo insomma un po’ dalle parti di Battlestar Galactica, che iniziò con un film che spiegava un po’ tutto. Solo che lì avevi un’idea chiarissima e dei personaggi, e di dove si voleva andare a parare. Qua no. Qua, io, in tutta franchezza, mi sono sentita presa un po’ per i fondelli.
Nulla da aggiungere alla recensione di ieri, se non che aumenta il tasso del “what the fuck?”. Voglio dire, la dinamica e la realizzazione del brillantissimo piano di Georgiou e Burnham non è per nulla chiara. Dicono di voler fare una cosa, poi finisce che ne fanno un’altra, in un piano, comunque, abbastanza suicida proprio di suo. Non si capisce poi perché Burnham spari a T’Kuvma; hanno dimenticato come si mettono i phaser su stordimento dai tempi di Archer? Ma poi proprio lei che aveva detto che era importante prenderlo vivo, che sennò diventava una martire, e tutte cose assolutamente ragionevoli, che poi manda in vacca una volta là sulla nave Klingon. Vabbé. Incomprensibile anche il pippone di Georgiou, che, a fronte dell’esposizione di un piano ragionevolissimo da parte di Burnham, parte per la tangente con le solite storie sul fatto che lei è mezza vulcaniana, e pensavo che potessi essere umana a sufficienza, e mi hai delusa, e pensare che ti volevo dare una nave. Boh. Tutto molto calato dal cielo, tutto un po’ incomprensibile.
Confermo anche che i Klingon non si possono né vedere né sentire. Tra l’altro i lunghi dialoghi in Klingon sono veramente da far scendere il latte alle ginocchia. Puro nerd porn infilato pure male.
Infine, una nota positiva. Burnham è un personaggio che in alcun modo è caratterizzato dal punto di vista del genere. Pensateci. È una persona. Non è una donna che fa cose da uomo, non è una donna con problemi da donna. È un primo ufficiale mostrato esclusivamente nell’azione, e le cui pippe esistenziali non sono caratterizzate come “femminili” o “maschili”. Ce le potrebbe avere un uomo, come le potrebbe avere una donna. Ed è una roba enorme per quanto mi riguarda, che potrebbe farmi riappacificare con un personaggio che mi sta abbastanza sulle pelotas da quando l’ho vista apparire. Questa è la normalità di un mondo in cui, finalmente, frega cazzi se sei dotato di pene o vagina, e nessuno rimarca che stai facendo cose da uomo, e quanto sei figa perché lo fai. Sei un ufficiale della flotta stellare, punto. Il tuo sesso è assolutamente secondario e non influente. E la cosa è evidente anche in Georgiou. Forse è questo il primo vero elemento di originalità in una cosa che al momento mi sembra un po’ né carne né pesce. Staremo a vedere. Ah, la battaglia navale è stata una roba abbastanza statica, ma mi rendo conto che tra Star Wars et similia lo standard era piuttosto alto e difficile da raggiungere.
Ci vediamo la settimana prossima? Col prossimo episodio sì, con le recensioni non lo so, dipende. A voi andrebbe?

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Star Trek: Discovery, la recensione in due parti

No, non è che ho iniziato con le trilogie anche sui post. È che io ieri sera ho visto solo il primo episodio, non so se il secondo lo vedrò stasera, e quindi intanto mi porto avanti con le riflessioni con quanto ho visto. La seconda parte, dopo la seconda visione.
Per una volta faccio la donna che premette (Caparezza cit.), e premetto che parto prevenuta. Non ci posso fare molto, se non, appunto, dirvelo. Non ho amato i reboot cinematografici (a parte Beyond), non vedo neppure la necessità di aggiornare il franchise, visto che mi pare che nessuno al momento sia ispirato da quei principi di fratellanza e umanità che ci hanno dato Star Trek. Lo Zeitgeist tira da un’altra parte, per questo, a mio parere, un nuovo Star Trek finirà comunque per tradire lo spirito trekker. Detto questo, decidete voi se proseguire con la lettura. Premetto anche che, pur avendo una discreta conoscenza del canone (tutta TNG, tutta Enterprise, tutti i film, episodi sparsi delle altre serie), non mi definisco una trekker, ma il trekker ce l’ho in casa, ed è il marito. Detto questo, proseguiamo. Ci sono SPOILER molto minori.
Il mio problema probabilmente è che ho visto troppe cose in vita mia, e le vedo in trasparenza ovunque. La sigla – che ho dimenticato contestualmente all’ascolto, perché è davvero la cosa meno orecchiabile abbia mai ascoltato – m’ha ricordato quella di Da Vinci’s Demons, i nuovi Klingon sono pari pari gli Uruk-hai di Jacksoniana memoria, il resto è preso di peso dai film di J. J. Abrams. Non so se è un problema, ma non ho visto particolari elementi di originalità; è un pout-pourri delle cose che vanno in questo momento storico, compresa la dialettica pacifista-guerrafondaio che in genere va a vantaggio del secondo, perché a noi il buonismo non ci piace, dato anche che il cattivismo, fin qua, ci ha portati tanto avanti sulla scala evolutiva. Però è un buon prodotto, fatto con cura: bella fotografia, gran belle interpretazioni, a me sono piaciuti pure gli effetti speciali fin qua.
Strizzata d’occhio all’attualità per i Klingon che non vogliono essere culturalmente assimilati. Già visto il primo ufficiale combattuto tra cuore e ragione, mezzo vulcaniano nell’animo (e quando mai…qua pare che non è Star Trek se non c’è un cappero di vulcaniano combattuto tra ragione e sentimenti), col passato traggggico. Praticamente Spock dei nuovi film, in versione femminile. Tra l’altro, noto che i criteri di avanzamento di carriera nella Flotta Stellare non sono decisamente quelli dell’Università italiana, visto che il primo ufficiale c’ha dodici anni per gamba, ma è, appunto, primo ufficiale, e, secondo il suo comandate, pronta per il comando. Una che incontra un Klingon, razza che gli umani non frequentano da cento anni, e la prima cosa che fa è porgergli un saluto d’acciaio lungo mezzo metro direttamente nella panza. Viva la diplomazia.
Apprezzato invece il capitano, che è anche lei un gran bel cliché trekkiano, ma è praticamente Picard in vesti femminili, e io un personaggio femminile così, in Star Trek, non lo ricordo. Non conto la Janeway che mi stava simpatica, ma non brillava decisamente per carisma, mentre Michelle Yeoh, ahò, è Michelle Yeoh.
Il personaggio che m’intriga di più è Saru; scopro che lo interpreta l’attore feticcio di Del Toro, Abe di Hellboy, per capirci, e forse è per quello :P . Comunque, è una razza nuova, ed è un tipo particolare, con una storia alle spalle che spero approfondiranno, e un approccio al suo mestiere di ufficiale scientifico quanto meno insolito.
Due note secche di demerito: una, i Klingon. Ai quali è stato cambiato l’aspetto fisico solo e soltanto per uniformarlo a quello dei film. Ora, io capisco che già in passato i Klingon hanno avuto un restyle, ma non vedo perché farlo di nuovo. Sono brutti, invece di parlare ruttano, e ogni volta che li vedo mi appare la buonanima di Saruman.
Seconda nota: non frega a nessuno, ma questo ignorare completamente la collocazione temporale di Discovery rispetto alle altre serie m’infastidisce. Mi spiego: Discovery viene una decina d’anni prima di TOS. In teoria, la tecnologia usata dovrebbe essere in linea con la serie classica. Invece il cavolo. I nostri hanno roba che manco Picard è soci duecento anni dopo. Tipo, avete mai visto Picard parlare in diretta olografica con un ammiraglio? Enterprise secondo me aveva trovato un buon compromesso: appeal generale adeguato all’epoca di produzione, in termini di effetti speciali, ma tecnologia in qualche modo resa più rozza, rispetto alle serie Trek successive. Qua no. Qua è evidente che ci vogliono soprattutto stupire con gli effetti speciali, in tutti i sensi, e quindi via di roba indubbiamente bellissima, piacevole da guardare, ma che uno si chiese esattamente cronologicamente ‘ndo stamo rispetto a Kirk. In un universo parallelo? Me sa.
Infine, la trama sembra allinearsi sul film di menare. Si picchiano. Capiamo anche che si picchieranno pure in futuro, perché sono diversi, e quindi non si capiscono, eccetera. Vabbè, non è un problema, l’azione, ma se dopo ci infilano pure un minimo di filosofia sarebbe meglio. Perché, per come la vedo io, Star Trek non è solo il mito della frontiera e l’esplorazione, né solo l’azione: è soprattutto l’utopia di un’umanità che si è finalmente liberata dei suoi difetti, e che in ogni puntata deve mettere alla prova le proprie convinzioni etiche scontrandosi con la diversità, quella vera. Ed è una cosa al momento più profonda di quel che ho visto in questi 45 minuti.
Comunque, è un prodotto che si fa molto vedere, tutto sommato piacevole. Andrò avanti – anche perché ci andrà il marito :P – ma, devo dire la verità: secondo me lo spirito di Star Trek sta tanto di più nel Dottor Who, che ha avuto le palle di mantenere in sessant’anni quell’idea lì di fantascienza. Qui invece tutti derivano verso la space opera.
Lascio qui queste riflessioni; magari, dopo la seconda parte cambierò radicalmente idea. Sarà divertente vedere quante di queste cose che ho detto verranno contraddette :) .

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Tredici (il libro) non mi è piaciuto

Come regola generale, se un libro non mi piace, non ne parlo. Derogavo alla cosa quando ero pischella, ma poi sono saltata dall’altro lato della barricata e non mi sono sentita più autorizzata; non mi pare di essere in grado di fare le pulci agli altri quando forse sarebbe meglio facessi le pulci a me stessa.
Stavolta, però, farò una deroga, e non tanto perché il libro di cui vado a parlare non mi sia piaciuto, ma perché lo trovo proprio sbagliato, a vari livelli che cercherò di spiegarvi. È una cosa fatta male, non tanto dal punto di vista letterario, quanto proprio programmatico. E secondo me può far danni. Sto parlando di Tredici di Jay Asher.
Confesso di non essermici avvicinata proprio scevra da pregiudizi: della serie tv si è parlato tanto, e alcune delle critiche che sono state mosse al prodotto, su un piano meramente contenutistico, le capisco. Però tutto sommato ero ben disposta. Mi aspettavo qualcosa di controverso, basato su un principio di fondo che un po’ mi irrita – gente che si ammazza per vendicarsi di chi gli ha fatto del male – ma mi aspettavo comunque un discorso di una certa profondità sul disagio dell’adolescenza, sul bullismo e sul suicidio. Ecco, invece no. Proprio no. La superficialità dell’approccio di Asher, al contrario, mi ha fatta alquanto incazzare.
Iniziamo da principio. Vi avviso, ci saranno spoiler. La storia ormai è nota urbi et orbi: Hannah, un’adolescente, si uccide, e lascia tredici nastri registrati per spiegare ad altrettante persone (in verità di meno) in che modo siano responsabili della sua scelta. Ora, mostrare come sostanzialmente positivo un personaggio che si ammazza per far soffrire la gente, per di più adolescente, già di per sé non mi sembra una gran trovata. Immagino più o meno chiunque di noi abbia pensato al suicidio, e di sicuro si è figurato, soprattutto da ragazzino, di farlo causando dolore a qualcuno che gli stava particolarmente sulle scatole. Nel 90% dei casi sono innocue fantasie che nulla hanno a che fare né col desiderio di morire davvero né con la progettazione di un suicidio. Ma si dà il caso che quando scrivi un libro non sai chi ti leggerà; il pubblico è vasto, e mostrare la protagonista come una povera vittima che fa benissimo a gettare la colpa del suo gesto su altre persone – tanto è vero che c’è persino un finale “speranzoso”, e il suo gesto forse salverà un’altra vita – mi pare pericoloso. Potrebbe confermare nel proprio desiderio di morte gente che non solo faceva fantasie, ma al suicidio ci stava pensando per davvero. Non sto delirando, perché esiste l’effetto Werther, ed è una cosa così vera e reale che esistono delle chiare linee guida per parlare di suicidio nei media (che nessuno rispetta, ma vabbè), proprio per evitare casi di emulazione. A sedici anni sei una persona in formazione che sta cercando il suo orizzonte di senso, quel che ti succede a quell’età ti segna profondamente, e per altro la morte l’hai appena capito cos’è davvero, se pure ci sei arrivato. A me sembra che si scherzi col fuoco, ma vabbè.
Il problema non è solo l’idea iniziale. È anche tutto lo sviluppo. Hannah sta male. Le tredici cassette dovrebbero spiegarci perché si suicida. Dopo l’ascolto, l’unica risposta che ti viene data è: si suicida perché la vuole far pagare a chi le stava sulle balle. Per futili motivi, per altro. Perché per il libro è tutto un gran parlare di quanto Hannah si senta rovinata dalla sua “reputazione”, di quanto si senta disperata, ma il perché non lo si capisce proprio. La “reputazione” cui Hannah parla cosa sarà? Io, avendo letto storie recenti di ragazzine devastate da persecuzioni vere e proprie, diffusione di video in cui venivano molestate, o semplicemente facevano sesso, mi aspettavo qualcosa di tremendo. No, la cattiva reputazione di Hannah consiste in due cose: essere stata eletta miglior culo del primo anno, e le voci che girano sul fatto che si sia fatta palpare una tetta da un compagno di classe in un parco. E stop. Che uno si domanda Asher dove viva; a sedici anni pure io, che non ho avuto esattamente un’adolescenza selvaggia, alla tetta c’ero arrivata, ed ero circondata da amiche che avevano fatto sesso, non se ne vergognavano, e al massimo avevano problemi di contraccezione. Ma uno dirà: ok, ma magari Hannah è un personaggio fragile, e quindi per lei queste cose, che a te sembrano piccolezze, sembrano grandi problemi. No, perché nulla di ciò che Hannah fa inducono a credere che sia una debole; per settimane va in giro a registrare nastri, piglia per il culo quelli che la ascoltano, va alle feste, pensa a rimorchiare un tizio che le piace, ha rapporti normalissimi con i ragazzi e le ragazze della sua età. Quando un tizio le palpa il sedere in un locale, aggiunge pure che non è un gran problema, e che le è già capitato. E veniamo al secondo problema: l’irritante perbenismo del libro.
Se vuoi parlare di bullismo, innanzitutto, devi andare a fondo. Non puoi spacciarmi per persecuzione un coglione che ti ruba i messaggini di solidarietà che ti spediscono le tue amiche. Questo non è bullismo, è l’asilo Mariuccia. E non puoi neppure mostrarmi come tremendo il tradimento di un’amica, perché a sedici anni quella è la regola. Se avessi dovuto ammazzarmi perché un amico mi aveva delusa sarei morta quaranta volte, perché in quel ramo me ne sono capitate di ogni: amiche che dall’oggi al domani ti ignorano, che iniziano a prenderti in giro con tutti gli altri, che si mettono insieme al tizio che piace a te, pur professandosi “la tua migliore amica”. Ma questa è l’adolescenza, questo è il male quotidiano che ognuno di noi infligge agli altri, spesso senza neanche volerlo. Non c’è persecuzione, non c’è neppure violenza, se vogliamo essere impietosi: la scena della seconda violenza sessuale è francamente ridicola, e non perché non siano molestie, ma perché sono molestie prima di tutto incomprensibili, secondo poi evidentemente raccontate per ridurre al minimo l’esposizione di scene di sesso. Ma il sesso fa parte della vita degli adolescenti, non puoi tirarti indietro quando si tratta di parlarne, tanto più se vuoi parlare del lato oscuro del crescere. Invece no: niente sesso, siamo americani. Ma il problema non è solo questo. È l’infilare tutto nel mucchio: secondo Hannah, una che ti è amica per convenienza e poi ti abbandona è ugualmente colpevole di uno che stupra una ragazza ubriaca. Tanto quanto. E uno che ti incorona “miglior culo del primo anno” moralmente responsabile della palpata di sedere che ti fa un altro in un locale, probabilmente anche più colpevole. Nessuno tentativo di mostrare le ragioni degli aguzzini, di cercare di capire perché certe cose accadono. No, gli amici di Hannah sono tutti stronzi che meritano di vivere la vita col senso di colpa per la sua morte, lei una santa la cui unica colpa è che quando ha chiesto aiuto (quando??) nessuno gliel’ha dato. Non c’è alcuna analisi, non c’è approfondimento: questo è il bullismo raccontato da chi non solo non sa cos’è, ma manco si ricorda com’era essere adolescente, a meno di non aver trascorso l’adolescenza in mezzo agli Amish, e comunque, secondo me, anche lì i ragazzi trovano il modo di trasgredire alle regole. E questo, francamente, fa incazzare. Perché i ragazzi meritano più di questo, perché se vuoi parlare di cose serie e metterle al centro del tuo libro, analizzarle e indagarle, forse dovresti farlo bene, non edulcorando ogni cosa.
Tralascio l’assurdità di una sedicenne, anche di dieci anni fa, epoca della stesura del libro, che registra tutto su nastro (l’autore dice che è voluto, così le storie sono più “universali” e non invecchiano: un sedicenne oggi non sa manco cos’è un’audiocassetta, e non sarebbe in grado di trovare un registratore per riprodurla manco cercando), o di un’aspirante suicida che passa il tempo a registrare audio, farne tredici copie, preparare mappe e sistemi improbabili perché tutti sentano tutti i nastri. L’apoteosi dell’assurdo è l’incontro col professore. Tu vai a chiedere aiuto disperata, sperando che ti convincano a non ammazzarti: a) lo fai in modo criptico e incomprensibile; b) ci vai col registratore, così poi se fallisce c’hai le prove. Hannah non sembra depressa, Hannah non sembra una che voglia uccidersi, Hannah non è neppure una vittima, a voler essere precisi, visto che non denuncia lo stupro di un’amica e lascia che un palo abbattuto causi un incidente, esattamente come la gente che sta accusando di aver causato la sua morte. Ultima nota per le avvisaglie del suicidio di Hannah: il fatto che dà via una bicicletta e si taglia i capelli. “I segnali c’erano tutti”. Anche qua, io dovrei essere morta due miliardi di volte.
Insomma, il problema non è che sia un brutto libro. Si fa leggere, scorre via. È infarcito di quelle che a me sembrano assurdità, ma questo non sarebbe un problema, e non mi avrebbe spinta a scrivere questo post. È, come dicevo in apertura, sbagliato: perché non spiega assolutamente nulla né della sofferenza che si prova quando si cresce né di problemi assai più profondi, come il bullismo, la malattia mentale, la violenza sessuale. Per di più, tutto sommato ti dice che se ti trattano male fai benissimo a morire per fargliela pagare, che poi le cose si aggiustano. Non per te, ma ‘sti cavoli. Vuoi mettere nella tomba la soddisfazione di averli fatti incazzare tutti.
Mi spiace. Non mi sento di apprezzare una cosa del genere. Non credo sia questo il modo di parlare di questi argomenti. Probabilmente è un problema mio, e questa resta comunque un’opinione, che per altro non trova riscontro in tanti altri pareri positivi che si leggono in giro al riguardo. Ma per me è così. E siccome ho finito la lettura incazzata, ho voluto condividere la cosa.

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I Guardiani della Galassia vol.2

Col consueto ritardo che mi contraddistingue, sono andata a vedere I Guardiani della Galassia Vol. 2, più o meno quando tutti l’hanno già visto e già si sono espressi. Almeno l’ho visto al cinema e non a casa, dai. Anyway, quello che c’era da dire è stato probabilmente già detto tutto, e la mia recensione non aggiungerà molto al tutto, ma vabbè, ho il vizio. Qualche spoiler, ma pochi.
Allora, come più o meno a tutti, il primo mi era molto piaciuto. È diventato rapidamente il mio prototipo di film di supereroi (sotto Jeeg Robot che gioca in un campionato a parte, per quel che mi riguarda). Come tutti, ne avevo apprezzato soprattutto l’aria cazzona. Sono film di supereroi, dio mio, prendiamola con un po’ di ironia! Soprattutto divertiamoci, che cavolo. Il primo lo faceva con un parterre di personaggi interessanti e ottimamente assortiti, con un bel tono giocoso, e un sacco di azione.
Sul secondo il dubbio era: riusciranno a ripetere la formula, o prenderanno la via dell’”evoluzione dei personaggi”, del “è tutto più adulto”, “è tutto più dark” che nel fantastico ha fatto più danni della peste nera? Ni.
Cominciamo benissimo, con la prima ora che l’unica cosa che le puoi dire è che sembra un prolungamento del primo film. Ma, voglio dire, cosa c’è da lamentarsi se poi i personaggi funzionano e la storia gira? Sembra tutto perfetto. Le dinamiche tra i Nostri sono già rodate, non dobbiamo assortire il gruppo, per cui i personaggi e le situazioni si esprimono alla loro massima potenzialità: ok, qualche battuta scatologica può sembrare un po’ scema, ma ci sta, dai, ci sta.
Va tutto più o meno benissimo, con una confortevolissima aria di casa, fin verso all’arrivo sul pianeta di Ego. Là, improvvisamente, gli sceneggiatori realizzano una cosa: porca zozza, la trama non basta. Non ci fai quelle due ore e mezza di film sotto le quali non sei nessuno (perché???? Quando ero ragazzina i film duravano un’ora e mezza, ed era perfetto). Quindi che ci mettiamo in mezzo? La Morale attaccata con lo sputo. Quindi: leviamo tutto quanto fa funzionare il franchise, ossia l’autoironia e il divertimento, e mettiamoci tutta quella roba sulla famiglia che agli americani piace tanto. E gente che parla. Per un’ora. In cui tu vorresti vedere il procione che spara. Giuliano l’ha descritto così il film a un collega: io devo andare a vedere il procione che spara. Ok, il procione un po’ spara, ma smette presto. I nostri non stanno più insieme (altra grandissima vaccata, dato che è l’alchimia tra tutti e quattro che fa funzionare tutto, non certo la scialba storia d’amore tra Gamora e Starlord), e l’azione o qualsiasi altra cosa latitano su ambo i fronti: tra Groot e Rocket, ma pure tra tutti gli altri. Scene e scene sul pianeta inutili, perché ribadiscono quanto lo spettatore ha capito appena compare il padre di Starlord: gatta ci cova, e al minuto 1 dell’arrivo sul pianeta uno già sa che finirà male. Sorvolo sulla sciattezza di far finire Gamora in una caverna per farle scoprire la verità: persino io so che non si fa. Ma non sorvolo su alcune scene che veramente gridano vendetta al cospetto di dio, tipo Starlord che gioca a palla col padre, che io ho sperato fino all’ultimo, con veemenza, che finisse in presa per i fondelli. No. È tutto vero. Il grande topos della famiglia del Sogno Americano: il padre che gioca a baseball col figliolo. Mio. Dio. Sorvolo anche sul cattivo, scialbo, ogni tanto onnipotente ogni tanto no, non si capisce bene in base a quali regole, e pure abbastanza confuso in certe sue scelte. Però, vabbè, diciamo che in un film del genere il cattivo non è proprio la cosa più importante. Più o meno.
Comunque. Poi i gruppi si ricongiungono, parte un po’ d’azione, e lo spirito si risolleva, ma purtroppo non del tutto. Non so esattamente cosa manchi, o piuttosto cosa ci sia di troppo, nella tirata finale. È probabilmente solo troppo lunga. Ma a un certo punto la mente vaga. L’avevo letto in qualche recensione, non ricordo quale: arriva il momento in cui uno si distrae e pensa ai fatti suoi. Ed è vero. Arrivata a un certo punto ho iniziato a pensare ai prossimi sviluppi della storia di Myra e a cosa volevo cambiare/mettere. Così. Mentre i Nostri lottavano per la salvezza dell’Universo, niente meno. Ed è un peccato, perché poi c’è anche una certa intensità nelle scene finali, e quelle meritavano un’adesione dello spettatore più profonda di quella che ho provato io, abbastanza scarsa. È che, ancora una volta, la morale sulla famiglia pare veramente appiccicata con lo sputo.
Non lo so, sembrano due sceneggiature diverse cucite insieme: una che tutto sommato funziona, divertente e divertita. L’altra pesa, pesa di una pesezza che non è tanto nei contenuti (la solita tirata sull’amicizia e la famiglia, e capirai…), quanto nella prosopopea con la quale ti viene sbattuta in faccia, un tanto al chilo, persino con una certa supponenza. Non dico che non dovessero mettercela, anzi; ma andava inserita nel contesto, nella cialtronaggine generale del tutto. Così è solo irritante.
Ora. Non è che non mi sia piaciuto. La prima ora non dico che mi ha entusiasmata, ma mi ha divertita un sacco. E comunque resta sopra gli altri cinecomics della Marvel; solo che la distanza da questi ultimi si è ridotta. Invece di tirare su tutto il resto della compagnia verso lo spirito dei primi Guardiani, hanno tirato giù i Guardiani verso tutto il resto. Eh sì che roba come Doctor Strange – che non è un capolavoro, intendiamoci, ma diverte parecchio, soprattutto nella spettacolare scena finale, che quanto meno è veramente, veramente originale da un punto di vista visivo – mi aveva fatto ben sperare. E invece no. A noi il divertimento non piace; deve sempre venire il momento della serietà. Come tutte le commedie americane, e tante italiane: il primo tempo che ti ammazzi di risate, poi dopo no, dopo ci devi mettere il maledetto sentimento, un minimo di serietà sindacale, e inevitabilmente va tutto in vacca.
Spiace. Si conferma una cosa che già pensavo: il primo film è stato un po’ un caso, frutto del fatto che si portavano su schermo personaggi tutto sommato secondari del canone, e per questo ci si è permessi di osare un po’ di più. Adesso che i Guardiani funzionano, tocca fare sul serio. Farli diventare come tutti gli altri. E vabbè, dai, fa niente. Spero di rivedere in futuro la tipa dorata: era una delle cose più fighe del film. Ah, e almeno un paio delle scene extra sono davvero carine. Però, niente, speravo meglio.

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