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Si chiama maleducazione

Questo si avvia a diventare probabilmente il più inutile di tutti i post mai comparsi qua sopra, e ce ne sono stati di insensati. Però l’argomento è autoreferenziale quanto basta per indurmi a spendermi i miei due cent.
Si parla di insulti online; ha iniziato la Boldrini, denunciando le molte minacce che le piovono in testa dalla rete, poi s’è accodato Mentana, c’è stato un articolo di Saviano…Come è tipico di questo bello strumento che è internet, non è che la gente s’è messa a riflettere sui vari punti di vista proposti: no, troppa fatica. La gente s’è spezzata nelle consuete due fazioni: quelli che “ci vuole una legge!” e quelli che “il web è libero!”. Ognuno dei due gruppi dà all’altro dell’ingenuo, imbecille, fascista, anarchico e via così. Niente di nuovo sotto il sole.
I miei due cents? Uno: il 90% di quelli che inneggiano alla “libertà della rete” – come se fosse facile definire i confini e il senso stesso di questa libertà, per altro – è gente che non gli hanno mai manco detto “ciao” online, figurarsi essere stato oggetto di minacce, insulti o bullismo. Di questo 90%, un altro 80% è direttamente quello che insulta e minaccia. Diciamocelo, insultare è figo, soprattutto se il bersaglio è uno che, per una ragione o per l’altra, stimiamo meglio di noi in qualcosa (più ricco e/o più famoso, in genere). Farlo dal vivo implica il superamento di tutta una serie di condizionamenti sociali che in genere riesce solo ai serial killer, mentre online è facilissimo: sei anonimo, non devi guardare in faccia la vittima, è tutto da guadagnare. Senza contare che online anche l’idea più assurda e aberrante ha i suoi estimatori, quindi 9 volte su 10 che minacci o insulti qualcuno troverai una platea pronta a plaudirti. Questi beniamini della libertà di parola in genere sono i primi a inalberarsi se poi qualcuno li minaccia o li insulta. Fidatevi che me ne intendo, perché negli anni su di me, online, ne ho lette di tutte, dalla critica, all’insinuazione, all’insulto palese. Quand’ero giovane e ingenua ci rimanevo male, adesso alcuni li trovo particolarmente riusciti. E comunque me ne sbatto altissimamente. Ma questo è un lusso che posso permettermi io, non gente che per la sua posizione e il suo lavoro una minaccia di morte deve prenderla per forza piuttosto sul serio.
Due: sì, è la natura umana. Non ci si può far niente. Sì, la legge già esiste, ma diciamoci anche che se ti metti a denunciare uno che ti ha minacciato sul web tutti ti vedono immediatamente come un cretino dall’ego ipertrofico, polizia compresa, che non potrebbe fare altro se dovesse dar seguito a tutte le denuncie del genere. Ma io resto convinta che questo modo di stare online è cretino e, soprattutto, deleterio. Internet non è più, o non è mai stato, un posto in cui riflettere, perché è letteralmente annegato in polemiche sterili tra gente che ha molto più interesse a fare caciara che a porsi problemi. Ed è un peccato, perché la condivisione istantanea di notizie e informazioni meriterebbe più che un tweet su quanto vorrei sodomizzare la blogger che mi sta sulle scatole. Mi dispiace, continuo a non avere alcuna stima per gente che trae piacere dall’insultare Saviano, la Boldrini o chi per loro, come questo fosse l’apice della ribellione, il massimo dell’anticonformismo. No. È maleducazione. E basta. E la libertà c’entra niente, visto che la libertà non implica l’obbligo: puoi parlare, mica devi, come fanno tutti sulla rete.
Vabbeh, ma quindi? Ma quindi la rete è lo specchio di una società nella quale il disprezzo per la persona è la base fondante vera dei rapporti umani. Offline si vede meno perché ogni gesto ha tutta una serie di conseguenze, mentre online non le ha. E che il disprezzo per la persona sia così capillarmente diffuso non mi stupisce neppure un po’, visto che da almeno due secoli – ma anche da prima, per la verità – la merce è il fulcro intorno al quale ogni cosa ruota. La soluzione, al solito, è quella cosa pallosa che nessuno vuole fare: riflettere. Educare. Insegnare.
Ma tanto anch’io sto diventando una persona piuttosto astiosa, e forse, chissà, hanno ragione loro, e si vive meglio cretini e maleducati.

P.S.
Per chi ieri sera si fosse perso la mia diretta streaming con Francesco Falconi e un bel po’ di blogger, può recuperarla tutta a questo link
http://www.youtube.com/watch?v=ohuTYtG_fcI

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Pornografia

Di cose brutte, negli ultimi tempi, ce ne sono state parecchie. Diciamocelo, siamo sul fondo del pozzo, e da quaggiù la luce è fioca fioca e distante distante. Disperarsi vien più facile che cercare di tirarsi su. Ma di tutte le cose brutte che ci stanno intorno, la totale mancanza di rispetto per l’altrui persona è quella che mi lascia più sgomenta.
Anni di televisione e consumismo hanno scavato a fondo, e hanno lasciato i loro segni: le persone sono cose da usare, sono mezzi e mai fini. Corpi devastati spiattellati allo sguardo malsano dei naviganti, morti esibiti su Facebook con la scusa della “denuncia”, ma messi lì in verità solo perché l’altrui sofferenza solletica sempre qualcosa di oscuro e profondo, in noi. E poi i sentimenti buttati in pasto al pubblico ludibrio, perché tutti ci possano banchettare su e “dire la loro”, come non ci fosse nulla di sacro, nulla di intoccabile.
Ieri, da questo punto di vista, si è toccato il fondo. Chiedere ad un bambino di undici anni le ragioni del gesto del padre che ha sparato a tre persone è qualcosa che si faceva fatica persino ad immaginare, prima di vederlo sbattuto in tv. Eppure è successo, e, ne sono certa, c’è stata gente che ha annuito, che s’è commossa e non c’ha trovato niente di male.
Si chiama pornografia. Che non è solo l’esibizione dei corpi, che a fronte di questo scempio di anime fa anzi la figura di qualcosa tutto sommato onesto, che quanto meno sa a che gioco sta giocando. È la mercificazione, la banalizzazione di quanto più caro abbia una persona: è l’espozione allo sguardo di tutti di ciò che il pudore vorrebbe nascosto, intimo. Soprattutto è banalizzare sempre tutto, affidarsi solo alla reazione di pancia, al gesto mai mediato dalla ragione. Ma la vita, dannazione, è più grande e complicata di così, per questo è così terribile e straordinaria.
Vorrei soltanto che si tornasse tutti alla ragione. Vorrei che si rimettesse in funzione il cervello, si smettesse magari anche di parlare, se deve servire solo a dar fiato alla bocca. Vorrei, soprattutto, che ci fosse più rispetto: per i deboli, in primis, perché quelli se non li difendiamo noi, chi li difende? E per tutti: per chi non la pensa come noi, per chi ammiriamo, per chi disprezziamo, per tutti. Tornare a guardare in faccia il vicino di casa e vederci una persona, non un nemico. Levinas diceva che è nell’incontro col volto dell’altro che tutto si compie: lo riconosciamo come simile e dissimile, e in questa uguaglianza e alterità sta la radice dell’etica. È la cosa più bella che abbia mai studiato negli anni di filosofia a scuola. E torna persino nei miei libri, ossessivamente, perché, davvero, per me è la radice di ogni etica.
Torniamo ai volti, vi prego. Torniamo a riconoscerci nel faccia a faccia. La fine del buio passa anche da lì.

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Velinismo e bullismo

Arrivo probabilmente ultima nel popolo della rete – ma ancora non ci sono arrivati i giornali, ma preconizzo che a breve ci si butteranno su a pesce – ma ho scoperto anch’io questa storia dei pre-diciottesimi. Per chiunque non ne sapesse niente, da quanto ne ho capito si tratta di video girati da fotografi professionisti che hanno per protagoniste ragazze sulla soglia dei diciotto, che si fanno riprendere in pose ammiccanti. Mi sfugge il senso della cosa, ma credo sia semplicemente un modo per festeggiare il passaggio alla maggiore età. Non conosco le reali dimensioni del fenomeno, se si tratti di una cosa locale o nazionale, ma su Youtube di video così se ne trovano a pacchi, e non sono una questione esclusivamente femminile: ci sono anche svariati video che hanno per protagonisti ragazzi.
Non è mia intenzione fare un post del tipo “o tempora, o mores”, che quelli già fioccano. Faccio invece due riflessioni collaterali che secondo me sono più interessanti.
La prima è che il fenomeno mi sembra la rappresentazione più lampante che anni e anni di velinismo non sono passati senza lasciare i loro frutti: a quelli che dicono che l’immagine della donna che la tv propone da quarant’anni e passa tutto sommato non fa danno, che un po’ di carne esibita all’ora di cena non fa male a nessuno, e che il problema sono i cartoni animati giapponesi ammiccanti e violenti, farei vedere questi video. Quel modello lì di femminilità è pervasivo, ci è entrato talmente in testa che abbiamo ragazze che non riescono a vedere altro nel proprio futuro. Guardate queste ragazzine che semplicemente scimmiottano quel che hanno visto in televisione, che fanno le maliziose con la faccia da bambine – perché bambine sono – e rendetevi conto che possiamo stare a menarcela fino allo sfinimento con la rete e tutto il resto, ma è ancora la tv che forma le menti della gente, soprattutto quando la scuola e la famiglia non sono in grado di proporre valide alternative. E sia ben chiaro che io non sto facendo una colpa a queste ragazze di aver girato video del genere – già per quel che riguarda le famiglie che lo permettono mi sento meno indulgente, ma, anche lì, occorre valutare il contesto, la situazione socioculturale in cui queste cose nascono e prosperano -: tutto sommato sono le vittime della situazione. Piuttosto vi invito a riflettere su chi ha inculcato alle ragazzine l’idea che l’unico modo per essere donna è rotolarsi nell’acqua in striminziti bikini. Domandiamoci perché uno possa ritenere bello, divertente, festeggiare in questo modo un passaggio come quello del conseguimento della maggiore età.
La seconda riflessione riguarda i commenti che questa vicenda sta stimolando sulla rete. Alcuni, ad esempio, li potete leggere qui. Mi si conferma una cosa che penso da tempo: il modello della comunicazione online è il bullismo. Pare che la massima soddisfazione del navigante medio sia scegliersi un bersaglio alla portata e sparare. E quanto più il bersaglio è debole, tanto maggiore è la soddisfazione. Perché mettersi lì a sfottere una ragazza in sovrappeso che gira un video del genere è una cosa da bambini delle elementari. Non che gli altri commenti che si possono trovare su Youtube siano meno deprimenti: improperi di vario genere che trasudano compiacimento. E certo, ci piace molto sentirci superiori a qualcuno, anche se si tratta di una ragazzina di diciotto anni. Internet è uno strumento ricco di potenzialità, che come tanti strumenti ricchi di potenzialità viene usato per lo più a sproposito e per dar sfogo agli istinti più bassi. Fateci caso: quasi ovunque è un fiorire di gruppi e gruppetti di vario genere che si ritengono superiori a qualcun altro. Su Facebook vanno per la maggiore i meme autocompiacenti che ti dicono quanto sei migliore degli altri (“non tutte le donne vogliono riempire una scarpiera” e via foto della libreria: e io dove mi collocolo, che riempio librerie e scarpiere? È un problema?). Sarà l’anonimato, sarà il brivido di poter sfottere un vip a caso, al quale nella vita reale non avresti il coraggio manco di chiedere l’ora, ma esiste tutto un sottobosco, per altro assai poco nascosto, che prospera semplicemente sul dileggio delle altrui passioni, degli altrui modi d’essere. Come se, al solito, ci potessimo definire solo in confronto al “nemico”.
Che dire. A me, francamente, cala di una tacca la fiducia nell’umanità ogni volta che passo più di mezz’ora su Facebook. In compenso, la gente che incontro durante le presentazioni mi sembra sempre fantastica. Forse è il segno che tocca vivere di più e navigare di meno.

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Crediti assai poco formativi

Oggi avrei voluto fare un post esclusivamente di servizio, in cui segnalarvi tutti i miei prossimi eventi. Poi viene fuori questa storia, e mi rendo conto che no, non posso parlare solo delle mie prossime presentazioni.
Sono consapevole di aver parlato dell’argomento fino allo sfinimento, ma ci sono cose che vanno ripetute, e ripetute, e ripetute, perché evidentemente non passano.
Il fatto in sé è di estrema gravità. A scuola si dovrebbe insegnare la scienza, che, fino a prova contraria, al momento rappresenta il nostro strumento più efficace e potente per la comprensione dei fenomeni naturali. C’è gente che è morta per l’affermazione del metodo scientifico, e la sua ideazione, la sua elaborazione e il suo perfezionamento sono cose che ci sono costate secoli di fatica, e sono comunque processi ancora in fieri. La scienza ci ha dato moltissimo, ha allungato la nostra aspettativa di vita, ci ha liberato da moltissime paure, ci ha permesso ad esempio di fare quel che stiamo facendo ora: comunicare istantaneamente sebbene siamo in luoghi lontanissimi.
La scienza non è una casta chiusa in cui un certo numero di scienziati dotati di bollino di approvazione se la cantano e se la suonano escludendo il resto del mondo. So che questa è la visione che se ne ha, e non nego che la colpa sia anche di chi la scienza la pratica, e che spesso ritiene non sia necessario aprire al mondo la conoscenza che produce col proprio lavoro, ma, semplicemente, non è così. Nessuno rifiuta a priori le idee di Giuliani, che, peraltro, non sono neppure nuove, e sono ancora oggetto di numerosi studi. Semplicemente, le sue idee non hanno superato il vaglio della prova sperimentale. Giuliani non ha mai predetto niente, il radon non ha mai dimostrato grandi capacità predittive, ci sono stati dei casi di correlazione tra terremoti e aumenti della concentrazione del radon, ma ci sono anche stati terremoti senza aumento del radon e aumenti del radon senza terremoti. Giuliani, per altro, non è neppure un geologo. Ok, nella scienza, fino ad un certo punto, ovviamente, c’è posto anche per i semplici amatori (gli astrofili fanno un egregio lavoro nell’identificazione degli asteroidi potenzialmente pericolosi per la Terra, e progetti come Galaxy Zoo dimostrano che anche gente senza specifiche competenze scientifiche può dare un contributo alla scienza), ma ci vuole un certo know-how di base per elaborare una teoria decente, dove per decente intendo capace di resistere alla prova dei fatti. È un’idea molto contemporanea quella che tutti possano essere esperti di tutto: leggo due pagine di Wikipedia e improvvisamente sono un costituzionalista, leggo un sito online è divento un esperto di fisica teorica. No. Non ci vogliono competenze specifiche per classificare la forma delle galassie, e dunque questo è un lavoro utilissimo che può essere fatto anche dal comune cittadino, ma ci vogliono certe conoscenze geologiche per attaccare un problema delicato come la previsione dei terremoti. Giuliani ce le ha?
Questa storia è un segnale bruttissimo. È l’ennesima prova che la scienza è considerata qualcosa di vilissimo, in Italia, e dimostra che la gente che insegna ai nostri figli mette sullo stesso piano la cialtroneria e il metodo scientifico. Non pensiate che si tratti solo di colore locale, che questa cosa non abbia conseguenze. Il sistematico svilimento della scienza che si pratica nella nostra società avrà esiti nefastissimi in futuro, se non si inverte la tendenza: già il morbillo è tornato una minaccia per i bambini, perché i genitori non vogliono più vaccinare i figli. Dare soldi a ricerche che non hanno nulla di scientifico significa toglierli a chi invece la scienza la conosce e la pratica con cognizione di causa: per secoli ci siamo affidati al sentito dire, alla religione e alla superstizione per capire cose come la natura e la malattia, e morivamo come mosche. La scienza, nei suoi cinquencento anni di vita, ha invece dimostrato di essere efficace nello spiegare e predire i fenomeni naturali. Vogliamo tornare agli sciamani?
Vi copio qui sotto il testo della petizione che ho sottoscritto per chiedere che le scuole non riconoscano crediti formativi agli studenti che parteciperanno alla conferenza di Giuliani. Siete in tempo fino a domani per aderire, mandando una mail a petizionegiuliani@outlook.com. Io l’ho fatto, perché conoscere significa essere liberi, e per conoscere occorre avere gli strumenti giusti. Qui si parla del nostro futuro, e io vorrei per mia figlia una scuola che insegni davvero a capire il mondo, e che non venda paccottiglia pseudoscientifica che attira solo perché ci dà un falso senso di rassicurazione.

Ai signori Dirigenti Scolastici e Consigli di Classe:
Istituto Tecnico Industriale “E. Fermi” – Via Cesare Minardi 14 – Frascati
Istituto Professionale per i Servizi Commerciali “M. Pantaleoni” – Via B. Postorino 27 – Frascati
Liceo Classico “Marco Tullio Cicerone” – Via Fontana Vecchia 2 – Frascati
Istituto Tecnico Commerciale “Michelangelo Buonarroti” – Via Angelo Celli 1 – Frascati
Liceo Scientifico “Bruno Touschek” – Via Kennedy – Grottaferrata
Scuola Superiore “Giovanni Falcone” – Via Garibaldi,19 – Grottaferrata
Scuola Superiore “San Nilo” – Piazza Marconi, 7 – Grottaferrata
Istituto Salesiano Villa Sora – Via Tuscolana, 5 – Frascati
e, per conoscenza:
Italia Nostra – Settore Educazione al Patrimonio – educazioneformazione@italianostra.org

Oggetto: Crediti formativi per conferenza Giampaolo Giuliani

Egregi Signori,
scriviamo per richiedere una vostra presa di posizione in merito all’evento del titolo “È possibile prevedere i terremoti?”, che si terrà il 19 Aprile a Frascati. Questo evento prevede la presenza di Giampaolo Giuliani, che ha recentemente fatto parlare di sé perché sostiene di poter prevedere i terremoti osservando le emissioni di radon, affiancato da Leonardo Nicoli, direttore della Fondazione Giuliani.
Dobbiamo con rammarico osservare che un’associazione meritoria, Italia Nostra, offra il proprio patrocinio a un evento in cui un signore che si muove all’esterno della comunità scientifica può liberamente divulgare le sue opinabili ipotesi su un tema alquanto delicato e sensibile, il tutto senza alcun contraddittorio. Certamente ognuno ha il diritto di esprimere le proprie opinioni, il rammarico nasce dalla perentorietà di certe affermazioni del signor Giuliani, che non risultano a tutt’oggi verificate (vedi approfondimento allegato), diffuse sull’onda emotiva in un paese che negli ultimi anni ha avuto a che fare con eventi sismici particolarmente distruttivi. Il rammarico si trasforma però in sdegno nell’apprendere che la partecipazione a questo incontro verrà considerata come credito formativo per gli studenti, nonostante non ci sia alcun riconoscimento ufficiale delle idee del Sig. Giuliani, né da parte del MIUR né da parte di altri Istituti che si occupano di territorio, a qualunque titolo.
Una cosa che vorremmo fosse insegnata agli studenti è che qualunque teoria riguardante fenomeni naturali deve umilmente sottoporsi al giudizio di tutti coloro che studiano, nei vari aspetti, questo stesso fenomeno (peer-review). Questo giudizio dovrà avvenire attraverso procedure standard, che non possono prescindere da metodologie condivise di indagine; dall’elaborazione di ipotesi e previsioni potenzialmente verificabili; da adeguata pubblicazione dei risultati sperimentali; dal controllo di esperti indipendenti; dalla verifica sperimentale indipendente delle ipotesi formulate, ecc.
L’insieme di queste procedure non è un capriccio di qualche fantomatico establishment; al contrario, queste regole hanno lo scopo di garantire una conoscenza della realtà oggettiva, affidabile, verificabile e condivisibile. Esse costituiscono il metodo scientifico, che si è andato costruendo nel corso dei secoli con il contributo di tutti coloro che si occupano di Scienza e di Conoscenza, nella consapevolezza che la conoscenza scientifica ha come giudice unico la Natura stessa, non un’autorità terrestre, non sicuramente l’opinione pubblica. Chi si colloca al di fuori di queste pratiche collaudate – che, proprio in virtù del fatto di ammettere la possibilità di errore, forniscono gli strumenti per individuarlo e correggerlo – si colloca al di fuori del mondo della scienza.
Purtroppo – e l’esame delle cause sarebbe lungo e complesso – in questi ultimi anni in Italia stiamo assistendo al fiorire di sedicenti “ricercatori indipendenti” in vari campi del sapere; personaggi che si fanno vanto dell’essere “emarginati dalla scienza ufficiale”, e trovano così la maniera di diventare noti all’opinione pubblica, propugnando fantomatiche “scoperte eccezionali”, rifiutate a causa di chissà quali indegni complotti. Questi venditori di illusioni giocano spesso con la sofferenza delle persone, e trovano chi li sostiene per meri interessi politici, ideologici od economici.
Contemporaneamente viene sottovalutato, non finanziato, ostacolato il lavoro di tanti ricercatori seri (spesso precari e malpagati) la cui colpa è quella di non far parte del grande circuito mediatico, di non “far notizia”. Il vero scandalo non è il presunto ostracismo verso Giuliani o quelli come lui: il vero scandalo è che l’Italia destina sempre meno risorse alla ricerca seria, all’Università, all’Istruzione, mettendo una seria ipoteca sul nostro futuro come nazione sviluppata e costringendo molti dei nostri ingegni più brillanti a trasferirsi all’estero. Dare legittimità agli outsider come Giuliani di certo non aiuta a muoversi in questa direzione.
In conclusione chiediamo a tutti voi, Dirigenti Scolastici e Docenti, di dare la massima visibilità a questo documento e di non riconoscere, in sede di consiglio di classe, crediti formativi a fronte della presentazione dell’attestato di frequenza all’evento. Possiamo suggerire, in alternativa, la partecipazione all’incontro “La previsione dei terremoti: tra miti e realtà” di Warner Marzocchi, direttore di ricerca presso l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia – INGV, che si terrà il 18 aprile ore 16-18 presso il Dipartimento di Fisica, Università la Sapienza, Aula Amaldi.
Ci auguriamo, ove possibile e compatibilmente con il carico didattico, che quanto scritto funga da stimolo per aprire una discussione con gli studenti sull’importanza di una corretta e rigorosa informazione scientifica.
Distinti saluti.

Marco Fulvio Barozzi, blogger scientifico e insegnante
Luca Di Fino, ricercatore TD Dip. Fisica, Università Tor Vergata
Aldo Piombino, blogger scientifico
Simone Angioni, chimico, Università di Pavia, Segretario Associazione Culturale Scientificast
Marzia Bandoni, esperta e-learning
Martino Benzi, ingegnere
Paolo Bianchi, blogger scientifico, Associazione Culturale Scientificast
Marco Casolino, Primo Ricercatore INFN e Dip. Fisica, Università Roma Tor Vergata
Pellegrino Conte, professore associato di Chimica Agraria, Università degli Studi di Palermo
Carlo Cosmelli, docente di Fisica, Dipartimento di Fisica, Università Roma Sapienza
Marco Ferrari, giornalista scientifico
Mario Genco, Dibattito Scienza
Milena Macciò, Dibattito Scienza
Silvano Mattioli, Dibattito Scienza
Marco Messineo, fisico, Dibattito Scienza
Silvia Onesti, Elettra-Sincrotrone Trieste
Daniele Oppo, cronista free lance e blogger
Giuseppe Perelli, studente di dottorato in Scienze Computazionali e Informatiche
Lisa Signorile, biologa e blogger scientifica
Fabrizio Tessari, Dibattito Scienza
Luca Vanini, studente in Ingegneria Meccanica
Bruna Vestri, blogger
Veronica Zaconte, fisico
Ignazio Verde, primo ricercatore, CRA – Centro di Ricerca per la Frutticoltura, Roma

Un breve approfondimento
Le idee di Giampaolo Giuliani non sono così originali e rivoluzionarie come certa stampa afferma: sulle relazioni fra emissioni di radon e terremoti ci sono diversi studi in molte aree sismiche del mondo, da Taiwan all’Islanda, passando per la California. Tutte le principali riviste scientifiche specializzate ne hanno prima o poi parlato. Che non sia propriamente una novità lo dimostrano le prime tracce in bibliografia, che risalgono al 1967. In California il sistema fu usato regolarmente per un po’ di tempo negli anni ’70. Ci furono dei riscontri per un paio di eventi nel 1979, ma poi il metodo è stato sostanzialmente eliminato perché la sua affidabilità era scadente; per esempio, il terremoto di Landers del 1972 fu seguito un paio di settimane dopo l’evento da anomali valori del gas e nel 1981 ci fu un brusco innalzamento dei livelli nell’area di Los Angeles, ma non accadde nulla. A Taiwan, dove vi sono aree particolarmente idonee a questi studi, sia geologicamente che climaticamente, si sono registrati diversi episodi di correlazione tra radon e sismicità. Ad esempio, la sorveglianza della faglia di Chuko ha dimostrato un aumento delle emissioni di radon prima di eventi sismici lungo quella specifica faglia, ma ancora senza raggiungere una predizione degli eventi stessi in qualche misura soddisfacente.
Il problema è che questi studi hanno dato troppi falsi positivi mettendo in evidenza quanto poco il radon sia predittivo. Una previsione è valida quando funziona, cioè quando l’evento si verifica. Una previsione è sbagliata sia se prevede qualcosa che poi non avviene (falso positivo), sia quando non prevede qualcosa che invece avviene (falso negativo). Dire che prima o poi pioverà a Roma è sicuramente una previsione che sarà confermata dai fatti, ma non può considerarsi di certo rivoluzionaria, anche se basata su osservazioni condivise.
C’è poi una differenza fondamentale fra Giuliani e queste ricerche: tutte si basano sullo studio di una singola faglia, quando invece Giuliani parla genericamente di aree. Questo è un particolare di non trascurabile importanza: prevedere un terremoto significa fare un comunicato in cui si scrive che “circa il tal giorno alla tal ora si verificherà lungo quella faglia un evento di magnitudo n il quale provocherà uno scuotimento come da cartografia allegata”. Come si può definire l’area in cui vanno presi provvedimenti di protezione civile senza sapere quale faglia si muoverà?
Ricordiamo inoltre che Giuliani non ha mai realmente previsto nulla di significativo, come dimostra un video del Marzo 2010 preparato dai ricercatori dell’INGV, grazie al quale vengono messe in evidenza tutte le sue contraddizioni: infatti non riesce, nemmeno successivamente al tragico sisma che il 6 Aprile del 2009 colpì la città dell’Aquila, a fornire una informazione coerente sulla sua presunta previsione del terremoto. Anzi, risulta agli atti che una settimana prima del fatale terremoto aquilano voleva sgomberare Sulmona a seguito dell’evento di Magnitudo 4.0 che aveva colpito la cittadina il 29 marzo 2009. Insomma, si prevede pioggia a Frascati e poi aprono gli ombrelli a Ladispoli. Che previsione è?
Siamo convinti che la ricerca sui segnali premonitori dei terremoti sia importante, ma debba essere condotta in contesti davvero affidabili, non certo sull’onda dell’emotività o della personalizzazione. Siamo tuttavia altrettanto certi che in un paese come il nostro sia più importante investire nella prevenzione, con una adeguata gestione del territorio e con norme e controlli più stringenti sul patrimonio edilizio. La lezione ci viene dal Giappone, paese con sismicità anche superiore alla nostra: costruire in maniera corretta e nei luoghi corretti vuol dire anzitutto abbattere drasticamente la perdita di vite umane, anche in caso di forti terremoti, oltre a ridurre sensibilmente i costi per la ricostruzione post-sismica. Certo che ci vogliono precise scelte politiche, e all’orizzonte non si vedono segnali confortanti.

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Per chi suona la campana

Ci sono fatti di cronaca che, alla resa dei conti, non riscuotono presso l’opinione pubblica l’interesse che dovrebbero. Mentre ci si appassiona per anni sui “delitti dell’estate” o su altri fatti criminosi, ci sono cose che dovrebbero farci riflettere tutti, e che invece vengono spesso liquidate con un’alzata di spalle. Quel che è successo a Genova al G8, per dire, che se ne parli in giro è ancora pieno di gente che o non capisce la gravità del fatto o ti risponde che se uno va a manifestare se la va a cercare. Oppure la storia di Aldrovandi.
Tra tutte le pseudo-vittorie del web che vengono citate, la storia di Aldrovandi non viene mai portata ad esempio. Eppure se sua madre non avesse aperto un blog, nel 2006, probabilmente nessuno di noi ne saprebbe niente. Io ne venni a conoscenza così, perché qualcuno mi aveva indicato il blog.
La storia voglio sperare la conosciate tutti, ma una rinfrescata alla memoria fa sempre bene. La cosa è tornata recentemente agli onori della cronaca per un fatto assolutamente vergognoso: il sindacato di polizia COISP ha manifestato solidarietà agli assassini di Federico sotto l’ufficio di sua madre. E quando lei è scesa a mostrare la foto del figlio ammazzato di botte e steso in un lago di sangue, si sono, semplicemente, girati dall’altra parte. Come moltissimi tra noi.
Federico era un tossico. Federico qualcosa avrà fatto per scatenare la rabbia della polizia. Federico se la meritava. Questo pensa una fetta probabilmente maggioritaria degli italiani, per i quali quella di Aldrovandi è una storia lontana, che non lo tocca. Suo figlio non si droga, suo figlio è un bravo ragazzo. Peccato che Federico non era un tossico, che aveva passato una notte brava come il 90% di noi avrà fatto nella sua vita e che quel che è capitato a lui può accadere a chiunque di noi. Perché la storia di Federico, conclusasi, vi ricordo, con una condanna per omicidio colposo – per intenderci, la stessa pena che ti danno se per esempio investi un passante e lo uccidi – che si può anche scontare ai domiciliari, stabilisce un triste precedente: quando finisci in mano alle forze dell’ordine, queste sono tutto sommato giustificate a far di te e del tuo corpo quel che vogliono. Ce lo insegna anche l’infinta storia di Cucchi, per dire, oltre che tutto quanto successo a Genova nel 2001. Può capitare a chiunque di noi, per qualsiasi ragione.
La democrazia e gli stati di diritto sono tentativi di vincolare il più possibile il potere e la violenza del singolo: lo fanno distribuendo il potere nel modo più ampio possibile e stabilendo regola chiare e precise cui mezzi e i modi con cui far rispettare le leggi. Uno stato in cui gli eccessi della polizia non vengono adeguatamente puniti non è uno stato libero. È un posto in cui io non mi sento tutelato dalle forze dell’ordine, ma minacciato. E questo va a detrimento anche delle tonnellate di uomini e donne che stanno nelle forze di polizia a fare il loro dovere, agendo secondo coscienza e nel rispetto delle leggi.
Vi ricordo infine che nessuno dei quattro agenti condannati è stato radiato dal corpo. Lo stato ammette tra i tutori della legge gente che ammazza a manganellate un ragazzo di diciotto anni. Io questa cosa continuo a non riuscire a dimenticarla, ogni volta che vado ad una manifestazione o mi ferma la stradale. Voi?

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Prospettiva

Ieri, inedita passeggiata al centro di Roma. Ci andava di visitare i Fori e il Colosseo, e così ce ne siamo andati in centro città. Per altro, se vi interessa qualche foto la potete trovare nel mio Flickr. Comunque, il punto non è tanto la piacevolezza della giornata.
Come sapete, tra quindici giorni si vota, per cui i muri delle città sono tappezzati di cartelloni di ogni partito/movimento politico esistente sulla faccia della terra. Questo, ovviamente, succede anche nel mio quartiere, ma la varietà di manifesti che trovi al centro è decisamente maggiore. Del resto, noi siamo povera gente di periferia. Comunque. Tornandomene alla macchina, stanca ma felice, mi sono imbattuta in un cartellone del seguente tenore: foto di Berlusconi che allunga la mano verso una folla plaudente, simbolone del partito, e poi, sopra, a grandi lettere rosse: “se rivuoi indietro i soldi dell’IMU devi votare Il Popolo delle Libertà”. Devo dire che mi è presa una tristezza senza pari. Siamo sostanzialmente al voto di scambio, che è pure un reato, per inciso. Tu mi voti e io ti faccio un favore. Medioevo distillato. Il vero, grande male di questo paese, assieme all’ignoranza.
Mi sono infilata in molte discussioni sulla democrazia, negli ultimi tempi. Mi sono interrogata su cosa sia, se è poi vero che le democrazia diretta è meglio, e se sia realizzabile. E siccome mi sono risposta che no, non è né meglio né realizzabile, almeno non con 60 milioni di persone e con una cultura media quale quella che ci ritroviamo, mi sono interrogata sul male minore, la democrazia rappresentativa. Ma davvero il compito di un politico è fare quello che gli dice la gente?
Ho pensato a chi voterò, e ho riflettuto che lo voto non perché mi sta promettendo qualcosa, ma perché ne condivido la visione. Ritengo che le idee che ha sul futuro di questo paese siano quelle giuste, che vanno nella direzione corretta. Lo voto perché ha a cuore i diritti civili di tutti i cittadini, perché mi piace la sua visione circa l’istruzione e la ricerca, e per duemila altri motivi che non hanno assolutamente niente a che fare con il “mi fa avere più soldi, mi dà un lavoro, mi fa un favore”. E ho riflettuto che un politico questo dovrebbe fare: non fare una indagine di mercato, vedere cosa vuole la gente, e prometterglielo. Ma avere una visione, proporre qualcosa di più grande, un cambiamento reale, un progetto vasto e ad ampio respiro per questo stato. E poi convincere la gente che la sua visione è quella giusta per farci stare tutti meglio. Il politico che ho in testa io dice anche cose che la maggioranza degli italiani non condivide, ma si fa in quattro per spiegare perché invece funzionerebbero, permetterebbero di migliorare questo paese. È questa la politica che piace a me, quella che ho imparato a scuola durante le assemblee di istituto – e mi sono alzata anch’io a dire cose la maggior parte degli studenti non voleva sentirsi dire, e le ho dette perché ci credevo e pensavo che qualcuno dovesse dirle; il vizio, come vedete, mi è rimasto – nelle manifestazioni cui ho partecipato. Solo che ormai non è più così. O lo è per un ristrettissimo numero di uomini politici, che la maggioranza degli italiani guarda come fossero alieni.
In questi giorni mi sto rivedendo I Borgia, straordinaria serie tv di Tom Fontana che ci dice tonnellate di cose su cosa siamo noi italiani oggi. Nonostante dai tempi del rinascimento ci separino ben cinque secoli, siamo rimasti fermi lì. Il clientelismo e il nepotismo di quegli anni viene fuori diretto diretto dall’epoca della romanità, e da allora si è conservato intatto fino ai giorni nostri. Siamo ancora lì a implorare il favore, a guardare al massimo al bene nostro e dei nostri figli. Gli altri, problemi loro. E non ci interessa neppure che il favore che stiamo chiedendo sia in realtà un nostro diritto, qualcosa che dovremmo avere a prescindere. Non ce l’abbiamo, quindi ben venga il potente di turno che qui e ora mi dà l’uovo. Se poi dopo fa strage di galline, non è un mio problema.
Non vediamo oltre il nostro naso. Se cadiamo preda di demagoghi di vario genere, di populisti che, sondaggi alla mano, dicono quello che l’uomo della strada vuole sentirsi dire, è perché manchiamo di prospettiva, di capacità di guardare alla comunità. Perché senza un senso di comunità stare in uno stato non ha senso alcuno. E noi non abbiamo il senso della collettività, non ce l’abbiamo da secoli. Tra l’altro questo è il brodo di cultura della mafia, che altro non è che medioevo in epoca moderna: il signorotto che ti dà da mangiare un giorno ancora, e ti toglie nel frattempo libertà e dignità. E noi ce la facciamo levare. In cambio della restituzione dell’IMU.
Io continuerò a credere in una politica di progettualità. E continuerò a votare per le idee. Perché qualcuno lo deve fare, e perché credo che le cose, in democrazia rappresentativa, debbano funzionare così. E poco importa essere minoranza della minoranza della minoranza: si lotta perché si deve, perché la propria etica ci dice che è giusto così, prima ancora che per vincere. Voi intanto rifletteteci, se secondo voi è giusto rinunciare ad un mondo migliore per duecento euro.

P.S.
Per una visione più ampia, e assolutamente meglio scritta e documentata, qua.

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E io non sono neppure una fondamentalista…

L’altro giorno ero a pranzo coi miei. C’era la tv accesa perché ai tempi della mia infanzia il sottofondo piaceva, e, miracolo, a volte c’era persino qualcosa di bello da vedere. Andava uno dei contenitori mattutini della Rai. E c’era l’oroscopo.
Ora. Rispetto all’atteggiamento dell’astrofisico medio, io non sono particolarmente intollerante con l’astrologia: riconosco che ha un indubbio interesse di tipo storico, dato che fino all’epoca di Galileo era ancora considerata una scienza, e per secoli è stato il primo tentativo dell’uomo di rapportarsi al cosmo. Inoltre, può essere un giochino divertente, e, se si è consapevoli che si tratta solo, appunto, di un giochino privo di qualsiasi appiglio alla realtà delle cose, che male c’è a divertirsi un po’. Solo che la trasmissione in questione ha mandato trenta minuti trenta di astrologo che faceva le previsioni di ogni segno, giorno per giorno – il week-end, nello specifico – con tanto di aree tematiche: amore, lavoro e dio sa solo cos’altro. C’era anche una specie di tabella coi segni, le aree, e le stelline per area. Dopo aver fatto questa accurata analisi, ha terminato con altri dieci minuti di voti globali a ogni singolo segno. Ve l’ho detto, trenta minuti. Trenta minuti in cui non c’è stato un momento in cui fosse evidente l’incosistenza del tutto, la leggerezza di una cosa del genere, o anche solo un po’ di autoironia. E a me l’astrologo in questione fa pure simpatia a pelle, pensate un po’.
Voglio dire, ma che senso hanno trenta minuti di chiacchiere prive di qualsiasi fondamento non dico scientifico, ma manco di buon senso, all’ora di pranzo sul servizio pubblico? Potrebbero averlo se, per compensazione, ogni giorno si facessero due ore di divulgazione scientifica seria. Ma ormai la scienza sulla Rai vive in rarissime aree protette, e al 90% è fatta – in maniera egregia, per altro – dagli Angela. Ma praticamente solo da loro. Il giorno che l’ultimo degli Angela lascerà questa valle di lacrime, si estinguerà la divulgazione in Rai. Altrimenti c’è l’ottima striscia quotidiana di Geo&Geo. Ma sono venti minuti a dir tanto. Ecco. Questa è la scienza sul servizio pubblico. Al che, capite, anche la persona più accondiscendente verso l’astrologia perde le staffe. Anche perché la diffusione capillare di una cultura a-scientifica ha una parte non marginale nello sfracelo attuale della nostra società. Scienza è anche partura mentale, capacità di interpretare il reale. Astrologia, mi spiace dirlo, è superstizione. Poi, ripeto, ti ci vuoi divertire? Nessun problema. Ma non è reale. È fantasia. L’importante è saperlo.
Comunque, che dire? Se il servizio pubblico deve essere lo specchio dei tempi, direi che ci siamo: un posto in cui qualsiasi argomento è trattato con superificialità estrema, in cui credere è stimato assai più che ragionare e in cui ci si attacca a strumenti vecchi per interpretare un mondo nuovo. Siamo proprio noi, direi.

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Ci sono cose che non capisco

Dovrei farci una rubrica, con questo titolo, perché le cose che non capisco – o meglio, la cui logica mi rifiuto di capire – sono sempre più. Una è questa. Ora, purtroppo cose di questo genere succedono da anni, dall’uscita di Gomorra. Quello che rende quest’episodio ancora più grave è il fatto che qui non stiamo parlando dello striscione di un comune cittadino, che tutto sommato esprime il suo personale parere, per quanto non condivisibile. Stiamo parlando delle istituzioni che hanno avuto un briciolo di vergogna a mettersi dietro quello slogan inqualificabile e parlare alla gente. Un bell’applauso, devo dire, complimenti.
La cosa che però proprio non capisco è che, col passare degli anni, sembra che il problema non sia la camorra, ma Saviano. Ossia, non contano i fatti, ma chi di quei fatti parla. Come se le cose non esistessero per sé, ma solo quando se ne parla. Che è un classico con cui tutti noi, nel privato abbiamo avuto a che fare: la brutta notizia che non dai, perché fino a che non parli ti pare non sia accaduta, il trauma che preferisci tenere per te perché finché ce l’hai solo nel cuore puoi far finta non sia mai esistito. È un meccanismo di protezione comprensibile, ma che a un certo punto deve cadere, anche perché proprio non funziona. E che, applicato ad un intero quartiere, o a una città, è francamente inaccettabile. Le cose ci sono, i problemi esistono e sono ben più gravi della “cattiva fama”. E il primo passo per cambiare le cose è chiamare le cose col loro nome, e accettare la verità parlandone.
Mi rendo conto che non è proprio la stessa cosa, ma io sono cresciuta in borgata, in un quartiere non esattamente chic; la cattiva nomea era attutita solo dal fatto che un chilometro più in là c’era un’altra borgata con fama anche peggiore. E, francamente, non ho mai pensato che parlare dei problemi di quei posti fosse un mancare di rispetto alla gente che ci abitava. E non ho mai neppure fatto mistero del posto da cui vengo, che, pur non amando particolarmente, fa parte di me, e mi ha resa la persona che sono. E il fatto di venire dalla borgata non lo sentivo come un marchio d’infamia: significava solo che, in caso, dovevo rimboccarmi le maniche, far vedere che anche dal mio quartiere poteva uscire del buono, e molto. Che è poi anche la ragione per cui mi piace dire da dove vengo: indipendentemente da dove si è nati e cresciuti, è possibile realizzarsi, ottenere la vita che si voleva. Magari devi impegnarti di più, ma si può fare.
L’altra cosa che non capisco è la risposta di De Magistris alle critiche di Saviano su come Napoli è stata gestita fin qui sotto la sua amministrazione. E qui il discorso diventa più ampio, perché riguarda il posto che uno scrittore ha nella società. In sintesi, De Magistris dice “dacci qualche idea”, che somiglia tanto allo scrittore criticato che, piccato, dice al critico “prova tu a scrivere qualcosa di meglio”, dimenticando che un critico fa un mestiere diverso.
Ecco, il punto è questo. Uno scrittore scrive – lapalissiano, ma non molto chiaro a tutti, a quanto pare – ed è quello il suo strumento di azione. Le parole hanno un peso e una forza, spesso assai maggiore di quel che crediamo, e scavano nella testa della gente come le gocce d’acqua la roccia. Scrivere è agire. Spesso, soprattutto se si pubblica, non si scrive soltanto per divertimento, ma per essere letti, e se si vuole essere letti significa che si ha qualcosa da dire, qualcosa che, se vale la fatica di scrivere, si ritiene importante, necessario di essere condiviso. Perché i libri cambiano la gente. Pensateci, è così.
I sindaci, invece, da che mondo è mondo amministrano. E vengono pagati per avere idee e migliorare le cose. Non è piacevole ricevere critiche, è un’arte saperle incassare, ma è un’arte che un politico dovrebbe padroneggiare bene. Ma in un paese in cui “retorico” ha solo sfumature deteriori, politici se ne vedono sempre meno. Non si capisce poi perché, nel paese dei 60 milioni di esperti su qualsiasi argomento possibile – dal calcio, alla nautica, alla chimica e la fisica, sì, pure loro – gli scrittori non possono esprimere opinioni e muovere critiche. È che, diciamocelo, nessuno ritiene che noi che si scrive si faccia un vero lavoro: per lo più veniamo visti come gente col culo di essere pagati per un hobby. Per carità, l’idea è così radicata che anch’io a volte fatico a considerare il mio un lavoro, con tutte le conseguenze del caso. E invece, ragazzi, è un lavoro, per praticare il quale a volte si pagano anche prezzi altissimi. E torniamo a Saviano.
In ogni caso, che dire, forse l’eccezione sono io, a non capire tutte queste cose. Lo diceva anche Caparezza nell’omonima canzone: “ti fai troppi problemi, Michele, tu ti fai troppi problemi, non te ne fare più”. E a non farcene guarda un po’ dove siamo finiti.

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Ancora?!

Ieri c’è stata la sfida all’OK Corral, almeno a quanto mi dicono. Io, a quell’ora, stavo guardando Big Bang Theory e, di seguito, leggendo Il Signore degli Anelli. Per meglio dire, sapevo che ieri sera Berlusconi era ospite di Santoro, una cosa effettivamente inusuale, ma essendo una delle poche illuse che ancora credono che il Berlusconismo sia una fase chiusa della storia patria, la notizia aveva per me l’interesse del gossip sulla colonna destra di Repubblica Online: una curiosità, nulla di più.
Mi sveglio stamattina, e scopro invece che Twitter e Facebook sono invasi da commenti sulla serata, che avrà fatto il miliardo share, immagino. La si commentava come si fa con Sanremo, o X Factor. Tutti lì a guardare. Scusate la domanda impertinente, ma guardare cosa?
Berlusconi gira in Italia da vent’anni. In questo lasso di tempo, l’abbiamo visto ovunque, intervistato da chiunque, su qualsiasi argomento. Non credo esista qualcosa del Berluska-pensiero che ci sia oscuro. Ora che è iniziata la campagna elettorale, siamo piombati di nuovo nel passato, con l’occupazione militare da parte del Cav. di tutte le reti. Va ovunque a fare il suo solito show di promesse esorbitanti (a quando l’intramontabile “più figa del tutti”?), vittismo, pestare di piedi davanti al giornalista di turno. L’abbiamo visto un mare di volte, è uno spettacolo noto, che poteva ancora avere qualche vago interesse nel ’94, ma oggi, 2013, è solo il solito vecchio cabaret. Ma, mi si dirà, c’era la novità Santoro, la nemesi di Berlusconi in tutti questi anni, il giornalista capace di metterlo in difficoltà, blablabla. Appunto. Già solo il fatto che Berlusconi abbia deciso di andare anche a Servizio Pubblico a far la sua campagna elettorale significava che aveva già messo giù le cose in maniera tale che fossero a lui vantaggiose. Voglio dire, se non aveva avuto alcuna garanzia, che ci sarebbe andato a fare? Ad alzarsi dopo due minuti di intervista mandando tutti a quel paese? E infatti, scopro stamane, che l’intervista inizia con ampie rassicurazioni che non si parlerà dei processi. Che è come dire parliamo di cattolicesimo, ma lasciamo perdere il Papa, la Madonna e la Trinità.
Stamane, tutti delusi: eh ma non gli ha fatto le domande, eh ma c’ha fatto bella figura, sembrava uno spettacolo comico di quart’ordine. Che è quello che Berlusconi ci proprina da vent’anni. Ripeto, da vent’anni.
Ma leggendo i commenti, finalmente, stamattina capisco. Ci ha fregati di nuovo. Siamo, ancora, tutti là a parlare di lui. Che se ne parli bene o male, purché se ne parli. Anch’io, come vedete. Ormai vincere le elezioni sembra quasi superfluo. Perché Berlusconi ha già il potere, dopo anni di fallimenti, cattiva politica e ruberie varie alle spalle dei cittadini, di dominare l’immaginario collettivo, di monopolizzare il discorso pubblico. Lo studieremo davvero nei libri di storia (e in quelli di sociologia, spero), perché quest’uomo ha impresso il suo faccione sullo stivale, e ha cambiato l’Italia. Fine.
L’altra cosa che ho capito, con vent’anni di ritardo pure io, è che se davvero siamo stanchi, se davvero vorremmo sperare di voltar pagina (non so esattamente per vedere cosa, dato il desolante panorama politico odierno, ma tant’è), dobbiamo fare come coi bambini. Intorno ai due anni, Irene ha fatto un mare di capricci: pianto e stridore di denti, urla, e no sparati a qualsiasi domanda. Dopo qualche mese con le mani nei capelli, abbiamo capito: dovevi ignorarla. Fai i capricci? Rotolati pure per terra, non è un mio problema. Non vuoi mangiare? Digiuna, una sera senza cena non ha mai ammazzato nessuno. Ecco. Berlusconi va ignorato. Più se ne parla, più si dimostra che lui c’è ancora, vivo e vegeto, e capace di abbindolare la gente ora come allora, e con le stesse, identiche parole. Ma basta, sentite. Ma che palle.
Mi rendo conto che questo post è autocontraddittorio, ma ce l’avevo in punta di lingua. Ora, fedele al mio pensiero, chiudo l’argomento, e me ne torno alle cose terra terra: il pediatra, la palestra, e la scrittura, vivaddio, che figli e narrativa sono forse l’unica cosa che vale davvero fare in tempi del genere.

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Odissea Primaria

Da quando ho compiuto 18 anni, ho votato sempre. Credo di aver saltato solo un referendum di cui proprio non capivo l’utilità. Non lo so, sento piuttosto fortemente i doveri civici. Vi dico solo che votai pure alle primarie, quattro anni fa o giù di lì. Evidentemente ci presi gusto, perché adesso mi ripeto. Vado a votare alle primarie del centrosinisistra. Niente, è che voglio tentare tutto il possibile, diciamo così, per votare alle politiche uno che mi piaccia. Mi sentirei anche vagamente in colpa a non andarmi a scegliere il candidato.
Ingenua, pensavo fosse facile: vai lì, sganci l’obolo, necessario a complicare la vita a eventuali “infiltrati”, e voti. Ingenua, appunto.
Di sfuggita, su MTV, vedo Pif che fa un video in cui spiega come votare. E mi viene il dubbio. Forse non è semplice come sembra. Mi voto al totem di tutti noi gggggiovani web 2.0, internet: scopro che in effetti non basta andar lì domenica, occorre prima iscriversi. Per iscriversi devi andare sul sito e disporre della tessera elettorale. Ora, in casa mia niente è mai dove lo si cerca, e dunque trovare la tessera elettorale già è un primo scoglio. Meno male che tipo una settimana fa, mettendo in ordine l’armadio, l’ho scovata in una borsa che non aprivo da un po’. E quindi questa almeno è fatta.
Vado sul sito, e scopro che è lento quanto una puntata di Falling Sky. Più che lento, è farragginoso: selezioni la tua regione, e ci vogliono due ore perché sia possibile selezionare la provincia. Considerando che poi devi anche scegliere comune e sezione, la cosa si porta via un bel po’ di tempo. Comunque, trovi il tutto, immetti i tuoi dati e aspetti. Una quaresima, di nuovo, alla fine della quale, per altro, a me il sistema dà errore. Olè.
Impreco in ostrogoto, rifaccio tutto daccapo, ma per fortuna, a un decimo dell’attesa per poter finalmente selezionare il seggio, mi arriva una mail, in cui mi si dice che, ehi, ti ho registrato. Grande!
Uno si dice: siamo nell’era di internet, basterà questo. Poi vado là, verso l’obolo…No. La registrazione sul sito produce un foglio, che devi stampare, e portare di persona ad uno degli uffici elettorali. Lì ti daranno un altro foglio, e questo, insieme alla carta di identità e alla tessera elettorale (e il passaporto? E il certificato di nascita? No?) permette, finalmente, di votare domenica. Ah. Il perché di questa procedura mi è ignoto. Così, ad occhio e croce, sembra un tentativo di scoraggiare l’elettore. Un tentativo che, per altro, funziona alla grande, perché, arrivata a questo punto io ho circa il 5% della voglia iniziale di andare a votare. Comunque. Selezionando di nuovo regione, provincia e città ti vengono indicati tutti gli uffici elettorali. Ovviamente, il centro di Roma pullula, mentre in periferia latitano. I due più vicini stanno a buoni sei o sette chilometri da qua, che a Roma possono significare anche un’ora tra andare e tornare. Vabbeh, uno è sulla strada per portare Irene all’asilo. Se, te credi, te. Non è che ci puoi andare quando vuoi, signorino: ci sono specifici orari ai quali passare. Tutti per me comodissimi: dalle 17.30 alle 19.30. Solo il martedì e il giovedì. Nelle notti di luna piena. Alle calende greche.
Lo so. A questo punto uno si arrende. C’ho provato, mi hai dato che prova che non vuoi che voti, ahò, non voto. Ma non io. No. Io insisto. Vabbene, dannata coalizione elettorale, uscirò alle 17.30 e mi farò un’ora in macchina. O tu, candidato che ho intenzione di votare, fammi un monumento. Questa sì che è dedizione.
Poi, per fortuna, un fortunato imprevisto: domani sono fuori per diletto, e c’è un ufficio elettorale a chilometro dal posto in cui vado. Grande. L’insperato capovogimento degli eventi convince anche Giuliano a registrarsi, lui che aveva desistito più o meno a “scegli la regione di provenienza”.
Tutto è bene quel che finisce bene?
No. Perché poi andiamo a vedere dove effettivamente dobbiamo andare a votare domenica, ed esce fuori che è Via Piripacchio. Ma nel nostro quartiere c’è Viale Piripiacchio. Via Piripacchio è dell’altro lato della galassia, rispetto a noi. Sarà la stessa via? No, perché in effetti io a Viale Piripacchio ci ho vissuto, e quando stavo lì una miriade di pacchi che dovevo ricevere finivano a Via Piripacchio invece che da me. Sì, a Roma ci sono due vie che hanno sostanzialmente lo stesso nome, solo che una è un Viale.
A me e a Giulino viene in mente di chiamare il numero verde. Poi ci ragioniamo su: le istruzioni per votare a queste benedette primarie sono lunghe quanto due rotoli della Torah, è plausibile che i centralini del numero verde siano intasati di gente che chiede chiarimenti, o semplicemente bestemmia, perché è più facile far passare un cammello dalla cruna di un ago che ricevere il privilegio di votare alle primarie del centrosinistra.
Per cui? Per cui nulla. Noi domenica si va a Viale Piripacchio. Se c’è qualcuno, bene. Sennò affangufo a tutti. Piena di senso civico sì, tenace pure, ma cretina, francamente, no.

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