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Run you, fools!

Non accompagno Irene all’asilo da qualcosa come un mese. Prima la solita routine è stata sconvolta da alcune riunioni mattutine di mio marito, per cui dovevamo svegliarci tutti all’alba – relativamente all’alba, per me le 7.00 è l’alba – poi lei è stata male…E insomma, mi è andata a pallino la sincronizzazione à la Fantozzi che mi permetteva di riuscire, in un’ora, a: 1. svegliarmi, 2. fare colazione, 3. lavarmi, 4. vestirmi, 5. nutrire la prole, 6. uscire per andare all’asilo. Il risultato è che ieri ho fatto tardi. Erano le 8.45 e Irene ancora stava mangiando i biscotti, per cui l’ho presa di peso e l’ho portata a lavarsi. Lei ovviamente ha fatto una scena madre che levati sulla perdita dei “bibotti”; io le ho spiegato che glieli avrei dati dopo, ma mia figlia è decisamente per l’uovo oggi, e non si convinceva. Comunque. La lavo, la vesto, e dopo la vestizione del torero, come promesso, le do i due biscotti che c’erano sul seggiolone. Ci apprestiamo ad uscire.
Lei chiama l’ascensore tutta contenta, coi bibotti in mano. Entra, e succede la tragedia. Un pezzo di bibotto cade a terra. Io e Giuliano ci guardiamo per una frazione di secondo, e in quella frazione di secondo si svolge una muta conversazione.
“Cazzo…e mo’?”.
“E mo’ se lo vede sono guai”.
“Lo si butta, allora”.
“Lo si butta”.
tutto detto solo con lo sguardo. Fissiamo entrambi il biscotto.
«Lo butto giù per la tromba dell’ascensore» sentenzia Giuliano, ed esegue.
Purtroppo, però, la prole ha adocchiato il pezzetto di biscotto. Parte il ralenti: il piede di Giuliano spinge il biscotto verso l’abisso, il biscotto, con la sua consapevolezza biscottica, oppone una flebile resistenza, mia figlia, con gesto plastico, si estende braccio teso verso il biscotto. Non appena il biscotto varca la soglia dell’abisso, parte il “Nuooooooo!” disperato di mia figlia, e io ho un flash. Perché la scena è esattamente questa: biscotto…

e mia figlia

A quel punto, inesorabile, parte una mia risata incontrollata, mentre la figlia piange e il padre la consola guardandomi perplesso.
Non lo so, probabilmente noi scrittori fantasy abbiamo qualcosa di bacato nel cervello :P .

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Triplo e mezzo in avanti carpiato coefficiente di difficoltà 3.1

Irene ha ancora il pannolino. Abbiamo fatto un timido tentativo di toglierglielo l’estate scorsa, ma era presto, poi siamo andati al mare e tutto è diventato troppo complicato, per cui…nulla, ha ancora il pannolino. Facciamo quindi ancora uso del fasciatoio, che sta nella sua stanza, vicino al letto. Lo trovo molto comodo, sopra c’è tutto quello che serve per il cambio e non mi viene il mal di schiena quando la pulisco. Il problema è che ha delle vaschette, comodissime per metterci dentro la roba, ma che attirano la curiosità della pupa, e vicino c’è pure il comò, sul quale poggiamo un po’ qualsiasi cosa.
L’altra sera la stavo cambiando. Lei inizia a indicarmi qualcosa borbottando in italo-giapponese (giuro, ogni tanto parla giapponese).
«Dopo Irene, adesso dobbiamo pulire il culetto».
«Noooo…adetto! Ci potta…» e indica.
Io non capisco chiaramente cosa voglia, ma siccome si agita come un’anguilla, e sul comò che indica non c’è niente di mortale – tipo le famigerate compresse di calcio di due settimane fa – mi giro per prenderle qualcosa. Sul comò ci sono un tubetto di crema, una chiave e “u cacao”, ossia il burro di cacao, amatissimo dalla prole. Andrò per tentativi. Mi giro, faccio per acchiappare il tubetto di crema quando con la coda dell’occhio colgo l’irreparabile. La prole s’è girata sulla pancia, mano protesa verso il comò all’urlo di “ci pottaaaaaaa!” e testa fatalmente sporta all’infuori, sul vuoto. Siccome sono un astrofisico, e ho dimestichezza con la forza di gravità, so come andrà a finire. E infatti Irene rotola di fuori, precipitando verso il pavimento. In un miliardesimo di secondo ho una visione: botto, urla, corsa all’ospedale. Nel miliardesimo di secondo successivo ho il tempo di urlare, zompare dal comò verso il fasciatoio, protendermi in gesto plastico verso la prole, agguantarla prima per una gamba, poi per una mano e bloccarla a mezz’aria, a tipo due centimetri dal pavimento. Nello stesso miliardesimo di secondo, il padre è zompato giù dal divano, ha cercato di rompersi l’osso del collo correndo nella cameretta e alla fine è apparso sull’uscio, giusto in tempo per cogliere Irene appesa alle mie braccia tipo salame, mentre con l’altra mano si regge ad una delle gambe del fasciatoio. Ovviamente, urla disperata.
Il tempo di riprendermi dallo spaghetto, e consolare la prole dicendole: «No no, non è successo niente, certo se stavi a sentire mamma e non cercavi di buttarti di sotto saremmo stati tutti meglio, per cui magari la prossima volta evita», e guardo Giuliano.
«Manco nel rugby gli riescono prese del genere…».
Incredibile il numero di cose che impari facendo il genitore. Tra queste, da oggi annovero anche il placcaggio a volo.

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Disco Irene

Quest’inverno si sta rivelando particolarmente difficile da gestire, in casa nostra. Irene è al suo primo anno di asilo, il che significa che sta prendendo praticamente tutte le malattie che circolano in questo periodo. Considerando che, a quanto pare, un bimbo malato è una specie di infallibile arma batteriologica, tutte le malattie che prende lei poi le prendiamo anche noi, tipicamente in forma aggravata. Il risultato è che da ottobre circa è un unico carosello: o sta male Irene, o sta male Giuliano, o sto male io. Non mi riesce di ricordare neppure una settimana in cui stessimo tutti bene. Per dire, adesso sono tormentata da una tosse orrenda che mi toglie ogni notte almeno due ore di sonno.
Ora, da quando le malattie del sistema respiratorio sono diventate nostre inseparabili compagne, abbiamo un amico che non ci lascia mai: il vaporizzatore. Per chi non sia mai stata incinta e non abbia mai avuto a che fare con bambini piccoli, il vaporizzatore è una specie di bollitore del thé incredibilmente rumoroso che sputa fuori vapore. Serve ad umidificare l’aria, il che, per motivi medici che mi sfuggono, dovrebbe essere in grado di aiutarti a combattere le infezioni delle alte vie respiratorie. Io lo odio. Fa casino, emette questa orrenda luce verde e si scassa con una rapidità angosciante. Credo sia il calcare dell’acqua di Roma. Gli ottura i tubi e inizia a gemere, a cacciare fuori poco vapore, fino alla morte. Che in genere è salutata da me con sollievo, nella speranza che ce ne siamo finalmente liberati. Speranza vana, perché il pediatra ci ha esplicitamente detto che lo dobbiamo usare sempre.
L’ultimo ha iniziato a dare segni di cedimento un paio di mesi fa, ma solo questa settimana abbiamo deciso di mandarlo in pensione. Così, ieri Giuliano rientra a casa contento con una busta di una nota marca di roba per bambini. Apro il bustone e dentro c’è l’ultimo ritrovato della tecnica: piccolo, di un rassicurante azzurrino, c’è un vaporizzatore a freddo. Ne ho sognato nelle lunghe notti passate a sentire quello classico che borbottava nella stanza accanto. È un vaporizzatore che non fa bollire l’acqua, quindi non la scalda, ma produce vapore tramite gli ultrasuoni. Se l’acqua non bolle, l’aggeggio non fa rumore. Il che significa ritorno a quelle belle notti silenziose che tanto mi mancano. Ho guardato lo scatolotto già innamorata.
L’abbiamo provato subito, ma guarda quanto bel vapore, e senti com’è silenzioso, e che bella lucina azzurrina che fa il led!
Insomma, ci piaceva. Arriva l’ora della nanna. Prendo Irene, facciamo tutto il rito del mettersi a letto – lava i denti, stura il nasino, medicina per la tosse, goccine nel naso, di’ buona notte ai quadri – quindi accendo il vaporizzatore e spengo la luce, pronta a cantare le consuete canzoncine della buona notte. E d’improvviso mi viene da cantare Bad Romance al posto della solita London Bridge is Falling Down. Perché la dolce e rassicurante lucina azzurra del led, a luci spente, diventa una specie di faro da discoteca psichedelico. Le sbarre del lettino producono ombre fantastiche sui muri, per altro la luce è diretta esattamente sul cuscino di Irene. Metteteci poi il vapore che scivola sul pavimento. Sembrava di stare ad un concerto di Lady Gaga. Irene si fa prendere dall’atmosfera, mi guarda perplessa e poi comincia a sgambettare allegra.
Strenuamente ho seguito la mia politica “canzoncine della buonanotte” ignorando l’atmosfera discotecara, e, quando ho messo giù Irene, ho sacrificato Biancaneve: ho preso la bambola e l’ho piazzata esattamente davanti la lucina led. Effetto concerto annullato.
Per il resto, nottata tranquilla, è davvero un attrezzo silenzioso. Però, io mi domando, se deve finire nella stanza di un bambino, perché accludere il faro azzurrino?

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Passaggi esistenziali

E poi, niente, ti svegli una mattina di gennaio e scopri di avere una figlia che fa i lavoretti all’asilo.

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Tanti auguri, Irene!

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‘A pupimma misteriosa

Dicono che le madri capiscono sempre i loro figli quando lallano. Il che, in linea di massima, è vero, in effetti. Un buon 90% delle parole che dice mia figlia le capisco, mettendo insieme i pezzi di quel che le ho detto io, quel che fa all’asilo, e usando un sacco di inventiva per quel che resta. Solo che non sempre funziona. A volte, certi misteri restano insoluti.
Tipo una settimana fa, mentre le stavo pulendo il culetto sul fasciatoio, Irene mi guarda e mi fa: «’A pupimma!».
Io non ci faccio granché caso. La stragrande maggioranza delle sue frasi sono “dadada” senza un particolare senso. Per cui replico distratta: «’A pupimma, sì, patatina».
Solo che il giorno dopo la scena di ripete. Stavolta interrogativa.
«’A pupimma, sì?».
Io, dopo un istante di perplessità, cambio discorso: «Guarda questo culozzo tutto pulito!».
Solo che la storia si ripete tutte le mattine.
«’A pupimma?» e indica verso la finestra. O guarda il lampadario. Ed è evidente che vuole da me una risposta.
Per cui capitolo.
«Ma che è la pupimma, Irene?».
Mi guarda.
«’A pupimma».
Beh, in effetti è ineccepibile.
Attimo di vertigine. Mi sento finita ne “L’uomo che non capiva troppo”, memorabile sceneggiato radiofonico di Greg & Lillo. O forse mia figlia legge “‘Mlana”.
Scuoto la testa.
«Irene, mi indichi la pupimma?».
Dito che vaga verso sinistra. Dove si stende la distesa dei dieci metri quadri o giù di lì della sua stanza. Può essere qualsiasi cosa.
«Ok, Irene, con metodo. È nella tua stanza la pupimma?».
«’A pupimma!».
«Lo prendo per un sì. Ma sta solo nella tua stanza?».
«Tutto pupimma».
Oddio. L’invasione delle pupimme.
«Insomma, Irene, pupimma everywhere».
Questa non la capisce, e mi guarda perplessa.
Comunque. La preparo la porto all’asilo, tutto come sempre. Poi, incontro mia madre per fare un po’ di compere natalizie. E le racconto della pupimma misteriosa.
«È la volpina» mi fa senza fare una piega.
Io giro la testa in una scena à la Regan de L’Esorcista.
«Cioè?».
«Cioè hai visto che lei ha i calzini gommati».
«Sì».
«C’è una volpina disegnata sopra. Quando glieli metto, il pomeriggio, glielo dico sempre: “Guarda la volpina!”. La volpina. ‘A pupimma».
E io ho un flash. La mia cucina. Campo sempre più stretto sul frigorifero, poi su una delle calamite: “Una mamma sa molto, ma una nonna sa tutto”.
Mamma 0, nonna 1, palla al centro.

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Spiacevoli comunicazioni di servizio

Scusate la mia scarsa presenza qui sopra, ma il ritorno a Roma è stato decisamente più complesso del previsto. Domenica Irene si è ammalata, lì per lì sembrava un po’ di febbre, solo che i giorni di febbre sono diventati quattro e ieri sera ha iniziato anche a tossire in un modo per niente rassicurante. Ve la faccio breve: temendo una crisi d’asma o roba del genere, siamo andati al pronto soccorso. Niente di grave, Irene ha la laringite, via di aerosol e antibiotici. Stamattina parla ancora che sembra Darth Vader e ha ancora la febbre. Insomma, mi vedo costretta ad annullare la mia presenza questo sabato a Libr’ARIA, ad Albinea. Il fatto è che non me la sento di lasciare Giuliano da solo con Irene malata, senza contare che, come abbiamo sperimentato ieri sera e stamattina, fare l’aerosol a Irene è un’impresa per la quale due persone sono a stento sufficienti. Insomma, scusatemi davvero, ma proprio non ce la faccio, tanto più che non c’è neppure mia madre che possa dare una mano al marito.
Vi anticipo però che a breve potremo vederci: il 18 settembre sarò a Pordenonelegge. Lo so che con ogni probabilità chi poteva venire ad Albinea non potrà venire a Prodenone, ma il designo cinico e baro ci si è messo di mezzo.
A presto; io torno alla mia routine di aerosol, pappe, bagnetti, cura della casa, tesi di dottorato e libro.

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