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Perché La Battaglia delle Cinque Armate è un bel film anche se è brutto

Ritorno dopo lunga assenza con un post vero. Scusate il lungo silenzio, ma ho anche un po’ l’impressione che il blog, almeno nella forma in cui l’intendo io, sia ormai uno strumento superato. Con questo non voglio dire che non lo userò più, ma semplicemente che probabilmente sarò qui sporadicamente, come del resto è stato nell’ultimo periodo.
Dunque, perché torno oggi qua, invece di fare un tweet, che è lo strumento di comunicazione che uso di più in questo periodo? Perché sabato sono andata a vedere La Battaglia delle Cinque Armate, e il mio giudizio non ci sta in 140 caratteri. Bum.
Premesse: ci sarà qualche spoiler per chi non ha letto il libro, ma non troppi.
Dunque. Ho l’impressione che Lo Hobbit sia stato accolto con molto meno hype e uniformità di giudizio di quanto non fu, dieci anni fa, Il Signore degli Anelli. All’epoca de La Compagnia dell’Anello, tutti erano piuttosto scettici sulla realizzazione di un film tratto dal libro di Tolkien, poi, in qualche modo, Peter Jackson riuscì a stupirci tutti e a metterci non dico d’accordo, ma a convincerci quanto meno delle sue buone intenzioni. Con Lo Hobbit questo miracolo non si è ripetuto. Per carità, sono diverse le condizioni al contorno, è un periodo diverso, è diversa la rete, ed è diversa anche l’operazione messa in campo da Jackson, senza contare che per intenti e stile tra i libri de Lo Hobbit e de Il Signore degli Anelli ci passa un abisso. Confesso che anch’io, all’epoca in cui fu annuncianto che si sarebbe fatto un film da Lo Hobbit, ero scettica. Ho seguito la nuova trilogia con un centesimo della passione e dell’ansia che avevo all’epoca de Il Signore degli Anelli. Eppure, devo dire che col tempo mi sono ricreduta, e La Battaglia delle Cinque Armate per me, alla fine, è stata un’esperienza totalizzante. È che il cinema di Peter Jackson è una cosa piuttosto estrema, che può piacere o non piacere, ma che risuona perfettamente col mio modo di vedere un film fantasy.
Era necessaria questa nuova trilogia sulla Terra di Mezzo? No, non lo era. Ha senso allargare un libro di 80 pagine su tre film che alla fine, con scene aggiunte e tutto, conteranno tre ore l’uno? No, alcuno. Ma queste considerazioni hanno importanza ai fini del godimento dei film? Ancora, no.
Peter Jackson è infedele al libro e in parte anche allo spirito della Terra di Mezzo, praticamente costruisce da zero personaggi e sottotrame inesistenti, ma è un problema? Per me, no. E La Battaglia delle Cinque Armate ha anche dei problemi proprio a livello di trama e costruzione, per quanto molti di essi derivino direttamente dal libro. Per dire, 50 minuti ne La Desolazione di Smaug per costruirci la figura imponente di questo drago che è tipo la personificazione del Male e della Morte (lo dice pure: I am fire, I am death), un personaggio grandioso, immane, e poi? E poi niente, muore in dieci minuti nel prologo. E Sauron? Due film a montarci la storia del Negromante, e chi sarà, ma che vorrà, oddio che faremo mo, e alla fine 40 minuti dopo i titoli di testa se n’è già tornato da dove è venuto. Eppure, non ha importanza. Anche i molti cambiamenti, Tauriel e Kili, Legolas che inspiegabilmente ringiovanisce con gli anni, e che in questo film è l’epitome dell’inutilità, tutte cose verissime, tutti errori. Ma non me n’è fregato niente. Perché poi arriva la pazzia di Thorin, e la scena nella grande sala di Erebor, e ogni difetto precedente, ogni tradimento, semplicemente, scompare. Davanti a una cosa così uno alza le mani, e si gode semplicemente un cinema puro, che è mera meraviglia, capacità di intrattenere e stupire. Oppure il lungo duello tra Thorin e Azog, che non solo è bellissimo e pieno d’inventiva (la scena sotto il ghiaccio…la scena sotto il ghiaccio!), ma serve pure a costruire il pathos che culminerà nell’incontro con Bilbo. Ripeto, ma di cosa possiamo parlare di fronte a una roba così? Sarà un’eresia, ma mi sono commossa molto di più alla fine di questo film che durante tutte le elucubrazioni filosofico-sentimentali di Interstellar, compresi i minuti di lui che vede i figli crescere. Problema mio, probabilmente, dell’essere poco di palato fine, ma questo è il cinema fantastico che piace a me: eccessivo, immaginifico, larger than life.
Leggevo in giro gente che diceva “fermate Peter Jackson”. Ma adesso vi siete accorti che Peter Jackson è senza freni? Lo è sempre stato, dai tempi de Il Signore degli Anelli, e probabilmente anche da prima, sebbene la sua cinematografia precedente mi manchi. Bastava vedere King Kong, per capirlo. Prendere o lasciare. In questo ha ragione Roberto Recchioni: questo è un cinema radicale, che ti prende soprattutto per gli occhi, che si propone di portare avanti la propria poetica principalmente tramite una costruzione fondata sul sense of wonder e sull’azione estrema. O ti piace, o non ti piace. E a me piace, moltissimo.
No, non credo che i personaggi siano evanescenti. No, non penso che sia tutto un grande allungamento di brodo. Tutto dura quanto deve durare, c’è più che altro un accumulo di roba, che dà questa sensazione di roba massiccia, passatemi il termine. C’è un po’ di allungamento nel primo film, ne La Battaglia delle Cinque Armate, semmai, c’è compressione. È evidente che Peter Jackson ha segato della roba (Beorn che appare dal nulla, Bard che scompare, Tauril che non si sa che fine fa…), aspetto infatti la versione estesa per capire cosa manca e collegare per bene i pezzi.
In sintesi, quel che voglio dire è che non è un film perfetto, affatto. I difetti sono persino macroscopici, in alcuni casi. E no, non c’entra assolutamente nulla col libro, col suo spirito, soprattutto (per quanto, la scena di Gandalf che si siede accanto a Bilbo e pulisce la pipa è Tolkien allo stato puro, una cosa meravigliosa). Però, nonostante tutto, prende, appassiona, esalta, commuove. È un film più grande dei suoi limiti, che, con la potenza della sua narrazione e delle sue immagini ti intorta e ti induce ad amarlo anche se, razionalmente, forse non dovresti. Insomma, è la forza del cinema che vince su tutto. E per questo l’ho amato, tanto, e sono uscita del cineme esaltata, e pronta a rivedermelo altre mille volte. Non ci credevo, e invece Peter Jackson ha agitato le mani, e ha fatto di nuovo la sua magia. Tanto di capello, questo è un talento davvero raro.

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