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estate

Oggi il Raccordo non mostrava quel tipico aspetto postapocalittico dell’agosto romano. C’era anzi traffico. In compenso, gli scenari apocalittici mi attendevano una volta arrivata a lavoro.
In questi giorni l’università è vuota. Ma proprio vuota. Per i viali ci volano le balle di fieno. Le aule sono chiuse a chiave, e desolate. In aula dottorandi siamo in due.
Fa un effetto strano. Questo posto d’inverno è un casino. Ragazzi ovunque, file chilometriche ai bar per accaparrarsi l’ultima pizzetta, l’ultimo panino, aule che letteralmente traboccano di studenti, spesso accosciati a terra o appollaiati sulle finestre per prendere appunti.
Adesso è il setting perfetto per un film horror tardo-adolescenziale. Di quelli coi ragazzini che pomiciano nei corridoi, e vengono puniti per la loro lussuria a suon di squartamenti.

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Ieri sono andata di nuovo al lago di Albano, stavolta anche con Irene. Rispetto a quando ci andavo io (e l’ultima volta risale temo al 2001 o giù di lì), adesso ci sono gli stabilimenti e la spiaggia è larga svariati metri. All’epoca il lago arrivava praticamente alla strada.
Abbiamo preso degli ombrelloni sull’erba. Irene è rimasta a lungo perplessa coi piedini tra i trifogli. Poi ha iniziato a infilarsi in bocca fiori e erba.
Purtroppo, non è rimasto tutto proprio come lo ricordavo. Il fondo adesso è fangoso, almeno in alcun punti. Prima l’acqua era limpidissima, il fondo era di una finissima sabbia nera, che però doveva essere piuttosto pesante, visto che si alzava poco quando ci mettevi i piedi. Ho dovuto pensarci parecchio prima di farmi il bagno. Alla fine ho tagliato la testa al toro. Con la morte nel cuore, mi sono fatta la passerella di legno che porta alla zona sabbiosa e sono scesa in acqua. Ho dovuto nuotare un po’, ma alla fine ci sono arrivata. Alla sabbia. E ho iniziato a sorridere da sola come una scema. Perché era come allora. L’acqua limpida. La sensazione morbida sotto i piedi. L’odore, soprattutto. Un odore inconfondibile, che ricordo perfettamente, quello dell’acqua sporcato appena da una nota acidula, calda, come se fosse rimasta traccia del fuoco che fino a 5000 anni fa ancora dominava questa zona.
Ho nuotato un po’, mi sono goduta il panorama dei colli. E ho pensato che ci sono posti che descrivono meglio di mille parole cos’è la pace. Sebbene la zona dei Castelli sia ancora geologicamente attiva, il lago di Albano è uno di questi posti.

P.S.
Qualcuno mi ha detto che si immaginava diverso il lago, più selvaggio. Le foto che ho fatto io si riferiscono alla parte più antropizzata, coi ristoranti e gli stabilimenti. Poi c’è tutto il resto, che è completamente coperto di boschi. Lì ieri non ci sono andata perché col passeggino non è facile avventurarsi, e per scendere in acqua ci sono pendii piuttosto ripidi e impervi.

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In riva al lago

Ieri pomeriggio sono andata al lago di Albano per lavoro. Foto, nello specifico. A me da parte d’altri, per scendere più nel dettaglio.
Mancavo da qualcosa come otto anni o giù di lì. Sì. Ho scritto L’Eredità di Thuban che non vedevo il lago da cinque anni.
Avevo un po’ paura. Il lago non ha emissari, e l’uso dell’acqua, suppongo a fini agricoli, negli anni ha abbassato il livello di parecchio. Temevo di trovarlo deturpato, sfigurato. Invece è ancora quel posto splendido che ricordavo. L’acqua sembra addirittura più pulita di qualche anno fa.
Il lago ha una parte con una serie di piccoli stabilimenti balneari: ci sono spiaggette, e lì il fondo digrada dolcemente. Poi c’è tutta un’ampia zona circondata da un bosco selvaggio, e con le pareti a picco sul lago. Lì, niente spiagge: solo sassi e un fondo che diventa immediatamente profondissimo. Considerate che in tutto il lago ha una circonferenza di un 9 km e una superficie di 6 km², ma è profondo 170 m. È il lago più profondo del Lazio.
A far le foto sono andata nella seconda parte. Immaginate la scena: io con un vestito lungo e con i tacchi che mi arrampico per scendere a riva. Una roba che manco le modelle di alta moda. Per altro l’effetto faceva tantissimo Biancaneve nel bosco, visto che il vestito si impigliava un po’ ovunque. Comunque, aspetti folcloristici a parte, arrivata a riva mi sono seduta su una roccia e ho messo i piedi a mollo. Sotto di me, per un metro, il fondo ineguale di pietroni coperti dalle alghe. Poco più avanti, piante più alte che levavano steli rossastri verso la superficie. Appena più in là, il blu assoluto di un fondo profondissimo e nascosto allo sguardo. Al confine, il ramo di qualche albero affondato durante un’acquazzone. Dietro di me, la pareti di roccia nera, scoscesa, aspra. I colori, il lento moto delle onde, mi hanno ipnotizzata. Sull’acqua, danze di libellule in amore, rosse, guizzanti. E silenzio. Lo sciabordio delle onde. Il lento profilo di un bagnante che pagaia sulla canoa. Sarei potuta rimanere lì in eterno, i piedi in acqua, a godere di quella incarnazione del concetto di pace.
Quel posto milioni d’ani fa era un inferno di fuoco, e ancora oggi, quando piove, deve esser apocalittico. La vegetazione è infestante, selvaggia, oscura. Ma se ti avvicini con la dovuta cautela, col rispetto necessario, allora sa anche regalarti inattesi momenti di quiete.
E quindi, niente. Penso che a breve ci tornerò, stavolta per farci il bagno, come tanti anni fa, quando a portarmici era la mia mamma, d’estate. E oggi ci porterò io Irene.

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