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The Piccolo Recensore is back: Simulation Theory + Le Terrificanti Avventure di Sabrina

Non ho più tempo per fare niente. Davvero. Anche le cose che si fanno “per piacere” devono inserirsi in una rigida schedula, che è la stessa di tutti i miei impegni. Figurarsi scrivere su un blog che non legge più nessuno.
Ma questa avventura della scrittura iniziò in solitaria, nella mia stanza a casa dei miei, per il mio piacere. E allora stasera cerco di ritagliarmi venti minuti per tornare qua sopra a fare due recensioni, una estemporanea, una che avevo in canna da un po’. Per nessuno, perché va così, ma a volte le cose si fanno perché se ne ha voglia, no? :)
Enjoy per chi leggesse.

Muse – Simulation Theory
“Ti do dieci anni” mi disse Rossella, una sera in cui la costrinsi a prestarmi il suo pc per aggiudicarmi su Ebay un bootleg dei Muse. La teoria era che dopo dieci anni, di quel gruppo lì non mi sarebbe più importato nulla.
Dieci anni sono passati – di più, in effetti – e di acqua ne è passata sotto i ponti. Non vivo più l’uscita di un album dei Muse con tutto quell’hype, e non sono il mio unico orizzonte musicale. Ma nella mia vita ci sono ancora.
I primi singoli usciti di questo ottavo album a studio mi avevano lasciata estremamente perplessa. Eravamo dalle parti di The 2nd Law e Black Holes and Revelations, i due album che amo di meno, e per di più dalle parti di quei pezzi che meno apprezzavo. Avevo concluso che il disco me lo sarei preso comunque, perché sì, ma morta là. Solo che quelle cinque canzoni ho iniziato a sentirmele. E risentirmele. E risentirmele. Perché c’era qualcosa che mi chiamava.
Il disco è uscito il 5. L’ho sentito il giorno stesso, ma con una discreta rabbia, perché iTunes non ne voleva sapere di mettermi nell’ordine giusto le canzoni. Poi stasera, miracolosamente, ogni cosa è tornata al suo posto, e io ho ascoltato il disco come si deve.
Non incontra i miei gusti abituali. Non quelli che avevo quanto Absolution fu per me una specie di folgorazione sulla via di Damasco, non quelli che ho adesso. Ed è anche un disco strano, con dei pezzi che, non fosse per l’inconfondibile voce di Matt, sembrerebbero appartenere a una band completamente diversa. Mescolati per altro a immortali classici dei Muse, tipo i coretti, e la musichetta ossessiva stile Nintendo.
E quindi? E quindi mi piace. Senza ragione. Così. Perché i testi sono belli per davvero, perché i singoli nel complesso non tendono giustizia a un disco che tutto fa tranne che accontentare le tendenze del mercato (a parte l’odioso revival anni ‘80 di tutti i video usciti fin qui, e anche quello trae in inganno) o le aspettative dei fan. Sono i Muse che fanno quello che gli pare, prendere o lasciare. E quel che gli pare è roba a volte catchy, a volte seriamente respingente (vedi Break It to Me, Propaganda), testi angoscianti e canzoni d’amore incongrue ma belle in modo straziante. E infatti, a sorpresa, a parte l’ovvia Something Human (che gira anche tantissimo in radio e forse per questo piace), il pezzo che mi ha preso il cuore è Get Up and Fight. Sì, quella con quell’ “ah ah ah” che tutto urla tranne Muse. E The Void, anche. Ma anche Algorithm.
Ecco, lo vedete? Ero partita per scrivere una conclusione del tipo “però non sono esaltata come con Drones”, e invece avrei da dire qualcosa su ogni pezzo.
Dieci anni sono passati, io ho quasi quarant’anni, ma il tour di Simulation Theory me lo andrò a seguire uguale. Perché per me i Muse sono sempre i Muse.

Le terrificanti avventure di Sabrina
Di Sabrina Vita da Strega avrò visto due episodi in croce. Il fan di famiglia era mio marito, non io. Ma Giuliano voleva vedersi il remake, perché ne aveva sentito parlare bene, e anch’io ero curiosa, dopo avet visto un paio di trailer. Così, intorno a Halloween, ci siamo visti tutta la serie.
So che sta piacendo all’universo mondo. Io andrò controcorrente, perché dentro ci vedo tutti i difetti che trovo nella serialità contemporanea, soprattutto quella di gran successo: da un punto di vista della messa in scena, è perfetto. Ma sotto il fumo l’arrosto langue.
È un prodotto che vuole, fortissimamente vuole farti capire che è curato. La fotografia è qualcosa di spettacolare, le scenografie idem, gli attori scelti in modo a dir poco perfetto, tutti. Bella la musica, bello tutto.
Poi però inizi a farti qualche domanda su come funziona questo mondo qua di Sabrina. Cioè, in cosa consiste esattamente questo culto di Satana? Perché meglio venerare lui che Dio, visto che i satanisti in Sabrina sono la caricatura dei cattolici visti da un americano che un cattolico non l’ha manco incrociato una volta in strada? E streghe si nasce o si diventa? E ‘sta storia dell’inferno? E i Satanisti sono buoni o cattivi? No, perché hanno un simpatico coro parrocchiale, per dirigere il quale ci sono intrighi à la Desperate Housewives, ma al contempo, quando possono, si abbandonando al cannibalismo. Consensuale, eh? Che sennò andiamo troppo oltre.
È tutto confuso. Senza regole fisse che siano chiare, e aiutino lo spettatore a capire cosa accade. Il risultato è che alcune scelte di sceneggiatura sembrano accadere un po’ perché devono. Le cose devono andare così, taci e goditi lo spettacolo, hai visto che figa Zelda?
Forse sono vecchia io. Racconto storie in un modo che è in via d’estinzione. Forse sono prevenuta per via del femminismo di facciata sbattuto in faccia un tanto al chilo che punteggia ogni puntata, o dall’assenza dell’orrore vero, o dal fatto che non si capisce mai se vogliono farti ridere o affondare nella pesezza più angosciante.
Per me è un boh. Lei è simpatica, lui è simpatico, le Weird Sisters sono il più grande spreco di personaggio figo da Star Trek Into Darkness e Khan buttato via così. Ritenta, l’orrore vero sta da un’altra parte, e la capacità di riderne e farci ironia su anche.

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