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Dell’annosa questione se si debba leggere per piacere o per obbligo

Nel mio consueto surfing mattutino, mi sono imbattuta nel seguente articolo: Per far leggere libri ai ragazzini, bisogna smettere di consigliare loro cosa leggere?
La cosa, ovviamente, mi tocca molto da vicino. In genere, quando mi viene chiesto cosa si possa fare per incentivare la lettura presso i giovani, la mia risposta è: lasciarli liberi di scegliere cosa leggere. Mi sembra una cosa così banale e ovvia che mi stupisce ci abbiano fatto una ricerca sopra. Poi leggo storie come questa, e penso a quegli adulti, insegnanti o genitori, che ti deridono se dici loro che leggi Twilight, e mi rendo conto che evidentemente questa non è una cosa ovvia.
Partiamo dalla storia. Una nonna porta i nipoti in libreria perché si scelgano dei libri in regalo. Beh, ottimo, direi. Poi, però, quando i ragazzi effettivamente scelgono, esce fuori che la loro scelta non va bene, e che quindi non avranno in regalo i libri che desiderano. La nonna ha insegnato loro in un colpo solo due lezioni: che ci sono gusti “buoni” e gusti “cattivi”, e che all’età dei suoi nipoti non si è in grado di decidere per sé nemmeno una cosa innocua come cosa fare del proprio tempo libero. Se questi sono i valori che la signora voleva trasmettere ai nipoti, mille volte meglio non dico Hunger Games, che andrebbe letto con molta attenzione, di questi tempi, ma anche Twilight e Cinquanta Sfumature.
La vita di un minore è dominata dalle scelte che gli altri fanno per te. Gli altri decidono cosa devi fare del tuo tempo, cosa tu debba mangiare e migliaia di altre prescrizioni che ti spiegano chiaramente che non sei padrone di te stesso. E, per carità, non sto dicendo che in parte non sia giusto. Ma, se vogliamo crescere cittadini capaci di libero pensiero e di vita autonoma, qualche scelta gliela dobbiamo pur lasciare. Credo che decidere in parte cosa fare del tempo libero sia un diritto di tutti, minori e maggiorenni. Decidere di giocare con la macchinina, invece che con la bambola, o leggere Hunger Games invece de I Fratelli Karamazov mi sembra un diritto inalienabile. Non abbiamo a che fare con piccoli robottini nei quali inculcare i nostri gusti e le nostre passioni, ma persone che dovremmo assecondare nello sviluppo della loro individualità.
Secondo punto: una frase mi ha assai colpita nella visione della Stotsky. Dice che “dedicare del tempo alla lettura significa togliere tempo ad attività scolastiche che possono avere effetti migliori, e che ogni minuto speso in classe è prezioso”, per citare direttamente l’articolo. Cioè ha una visione della lettura completamente educativa: la lettura non può essere un piacere, è un dovere che hai nei confronti di te stesso e della collettività. Afferisce al campo dello studio e dei doveri. Ora, fatemi conoscere un bambino o un ragazzo – ma anche un adulto, per la verità – che pratica “voracemente” una cosa che gli viene presentata come un obbligo. Uno che gli dici: “devi fare questa cosa perché così poi sei una persona migliore e più colta” e quello ci spende una fetta significativa del suo tempo libero. Non esiste. Perché, ehi, alla gente piace divertirsi. Non mi forzerei a scrivere anche quando sono stanca se non mi piacesse, se non mi divertisse farlo. Non spenderei minuti preziosi di sonno per leggere l’ultima pagina del capitolo, fin quando mi si chiudono gli occhi, se non mi appassionassi a quel che sto leggendo, come sta succedendo con Shift, che sto leggendo ora, e che non credo entrerebbe nella lista di libri buoni della Stotsky, ma che si fa parecchio leggere. Se vuoi che una persona faccia una cosa con piacere, devi farle capire che è una cosa divertente. E per farle capire che una cosa è divertente devi presentargliela assecondando i suoi gusti. Nel caso della lettura, questo significa permettere ad una persona di scegliersi i libri che vuole leggere.
Ora, non sto dicendo che il consiglio e la guida di un adulto debbano essere eliminati. Alla tenera età di 34 anni io, quando mio padre o mia madre mi dicono “leggiti questo libro, è molto bello”, mi fiondo a farlo, perché per 28 anni della mia vita mi hanno sempre consigliato bene. Ma a quattordici anni ho iniziato a leggere libri scelti e comprati da me, e probabilmente lo facevo anche prima, pescando dalla libreria dei miei. I consigli vanno bene, nel caso della scuola sono anche necessari; non tutti si imbatteranno mai in certi libri nella loro vita, ed è giusto che questo incontro venga favorito dagli insegnanti. Il problema è quando i gusti dei ragazzi vengono sviliti e derisi da chi ritiene non siano in grado di scegliere per sé. Abbiamo il paradosso di sedicenni che fanno sesso, e quindi sono liberi di scegliere se e quando procreare, ma non sono liberi di decidere cosa leggere.
Dobbiamo deciderci: o vogliamo ragazzi indottrinati dai gusti di altri, che decidono cosa devono leggere – secondo quali criteri, poi? e chi dovrebbero essere questi altri? – e che non toccheranno più un libro appena varcata definitivamente la soglia di uscita della scuola, o gente che sceglie cosa leggere, e magari legge anche libri che a noi fanno ribrezzo, ma continua a farlo anche in età adulta. Dobbiamo smetterla di credere che si legge per migliorarsi: si legge per divertirsi e, incidentalmente, divertondosi si migliora.
Io la mia scelta l’ho fatta. La sera, Irene mi dice che favola devo leggerle. Purtroppo non è sempre Adalgisa e la Luna, che è splendida, o Bianco Natale, che è pure pop up. A volte è roba che non mi piace. Però a lei sì, e io voglio rispettare i suoi gusti.

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Aridaje

Saprete che in questo periodo c’è una lodevole iniziativa in atto: il Maggio dei Libri. Si tratta di un’iniziativa di promozione della lettura. Qui trovate il sito con tutte le informazioni sulla varie iniziative. Ripeto, è una cosa bella, lodevole, e soprattutto necessaria, considerando quanta poca gente legge in Italia. E francamente mi spiace doverle muovere una critica, perché la situazione è così disastrosa che spararsi addosso tra di noi che di lettura viviamo non è esattamente la cosa migliore, ma tant’è.
Oggi ero in macchina, e alla radio ho sentito lo spot che pubblicizza l’evento. L’ho cercato per farvelo sentire, ma ho trovato solo la versione maschile, mentre quella in cui mi sono imbattuta io è quella femminile. Comunque, ve lo racconto: ci sono due ragazze che parlano. La prima si lamenta di aver avuto una brutta giornata, e per motivare la cosa cita una serie di incovenienti futili, tra cui la rottura di un tacco. L’altra racconta invece di aver vissuto straordinarie avventure, perché ha letto un libro. Frase finale: leggere fa crescere.
Qual è il problema? È duplice. Innanzitutto, tutti gli spot che ho sentito finora vertevano tutti su un’unico concetto: leggere, appunto, fa crescere. Ricordate lo spot del bambino che va in libreria e inizia a giocare con un libro come fosse un pallone da basket? Fa parte della stessa campagna, e si conclude più o meno allo stesso modo: leggi che cresci. Oppure, leggi che ti informi, leggi che ti arricchisci. Manca l’unica cosa che secondo me potrebbe attirare la gente che non legge: leggi che ti diverti. L’aspetto ludico della lettura non viene quasi mai messo in luce, né in queste campagne né, a parte lodevoli eccezioni, a scuola. Leggere è sempre una roba importante, senza la quale sei meno completo, meno uomo, verrebbe da dire, come se leggere fosse una pillola amara che devi mandar giù per essere in salute. Ma leggere è soprattutto bello, divertente, appassionante. Non si legge mica solo per imparare e per arricchirsi. Io leggo prima di tutto per divertirmi, per appassionarmi, commuovermi, spaventarmi con una storia. Invece no: a noi piace il cilicio e la gogna, se ti diverti non è cultura, è – ovvove! – intrattenimento.
Ora, lo spot radiofonico di sguincio coglie l’aspetto ludico: la tipa che legge dice di aver vissuto straordinarie avventure. Però poi la voce off ti spiega che non è quello l’importante: l’importante è che poi cresci, con buona pace di Peter Pan. L’altro poblema è la consueta contrapposizione oca donna colta. Di che può parlare quella che non legge? Ma di trucchi e scarpe, ovvio, gli argomenti frivoli per eccellenza. E io, che amo le scarpe col tacco e leggo in media 45 libri l’anno? Dove mi colloco? Oca o donna colta? Il tacco 12 mi rende meno colta? Devo abbandonarlo?
Ora, io lo so che essere sintetici, come uno spot richiede, e non cadere nello stereotipo è difficile, ma io sono un po’ stanca di tutte queste categorizzazioni, per cui se vesti in un certo modo sei scema e puttana, in un altro colta e impegnata, ma di contro sciatta e “inchiavabile”, come direbbero i nostri politici. Perché ci viene sempre chiesto di essere in un modo e non in un altro, invece che accettarci per quel che siamo, con tutte le contraddizioni che la natura umana implica? Mi piace truccarmi ma mi farei volentieri una partita di gioco di ruolo dal vivo con la spade di lattice: è un problema? Quando posso salgo anche sul tacco 14, ma ho un dottorato in astronomia: c’è qualcosa di sbagliato?
Vabbeh, magari sono io che mi attacco alle piccolezze. Spero quanto meno che questo papiellone un po’ acido vi abbia incuriosito verso l’iniziativa che, al di là della promozione che a me non è piaciuta, merita parecchio. Aprofittatene, comprate un libro, andate ad ascoltare un autore, divertitevi, soprattutto, coi tacchi o rasoterra, truccate o acqua e sapone, che il divertimento non ha etichette.

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Consigli di lettura

NICDAP chiama (il nuovo progetto top secret, ricordate?), ma due minuti per altrettanti consigli di lettura voglio ritagliarmeli. Sono due libri piuttosto diversi, ma li ho letti in successione, e mi hanno stimolato riflessioni differenti, ma accomunate da uno stesso segno: la capacità di fare entrare nelle vite degli altri.
Il primo è Yellow Birds, di Kevin Power, che, lo si può dire senza tema di smentita, è un capolavoro fatto e finito. Parla della guerra in Iraq, ed è sostanzialmente la storia di due ragazzi, poco più che bambini, in quella guerra impegnati. Uno dei due ce la farà, l’altro morirà, lasciando il primo preda del senso di colpa e dello sgomento per non essere stato in grado di salvarlo. La trama, comunque, è del tutto secondaria, perché ciò che rende Yellow Birds quel capolavoro che è, e, al contempo, un libro necessario e che resterà a lungo, è la capacità di far vivere la guerra. Roth disse che dopo Se Questo è un Uomo nessuno poteva più affermare di non essere stato ad Auschwitz; la stessa cosa vale per Yellow Birds. Leggerlo è un’esperienza di vita, ti spalanca un mondo di orrori e sistematica decostruzione dell’essere umano che spiega in modo terribilmente palpabile, vero, cosa sia in fondo la guerra. E te la fa vivere, perché non si limita a mostrarti la vicenda di Murphy e Bartle, ma ti mette letteralmente nei loro panni e nella loro testa. Nei giorni in cui lo leggi – sempre troppo pochi – vivi nella testa di un soldato, e la guerra è con te in ogni istante della tua giornata. Inutile che vi dica quanto abbiamo bisogno di un libro del genere. Per fortuna, l’ultima guerra dista dalla mia generazione quasi settant’anni. Una fortuna, certo, ma al tempo stesso stiamo dimenticando cosa sia davvero la guerra, perché anche chi poteva raccontarcelo sta morendo. Quando avremo del tutto dimenticato, saremo pronti a rivivere. Ma Yellow Birds ce lo ricorda, ce lo mostra. Non potremo più dire di non sapere. Tralascio ogni ulteriore discorso sullo stile asciutto e straordinario, perché, ancora, è subordinato alla potenza che un libro del genere è in grado di esprimere.
Il secondo è Non Dirmi che hai Paura, di Giuseppe Catozzella. È la storia di Samia Yusuf Omar, atleta somala che partecipò alle Olimpiadi di Pechino nel 2008. Samia è morta nel 2012 cercando di raggiungere il nostro paese, annegata nelle acque del Mediterrano come tanti, troppi suoi connazionali. Samia era salita agli onori delle cronache per un breve periodo proprio nel 2008: proveniva da un paese in guerra, arrivò ultima alla sua batteria, ma divenne presto un simbolo di chi lotta per i propri sogni nonostante la guerra, le avversità, l’integralismo che stava mangiando dall’interno il suo paese. Poi, scivolò nel dimenticatoio, fino alla fine della sua storia, in mezzo al mare.
Un’altra cosa che abbiamo perso, in questi anni, è la capacità di metterci nei panni degli altri, quegli altri che, fino al secolo scorso, eravamo noi. Anche noi siamo morti in mezzo al mare o sotto terra, disprezzati dai paesi in cui andavamo, disperatamente alla ricerca di un domani meno cupo, se non per noi, per i nostri figli. Ce lo siamo dimenticato, e adesso guardiamo ai migranti come ad una scocciatura, a gente che viene qui a rubarci il lavoro e che deve stare a casa propria. Dimenticando i drammi di cui ciascuna di quelle vite è portatrice. Catozzella ci fa vivere con Samia per tredici anni della sua vita, mostrandoci quale immenso spreco di vite, di sogni, di possibilità si consumi a qualche migliaio di chilometri da casa nostra, e poi direttamente nei nostri mari, sulle nostre coste. Cosa avrebbe potuto diventrare Samia se fosse riuscita ad arrivare in Italia? Cosa avrebbe potuto dare allo sport se avesse avuto un allenatore vero, avesse potuto mangiare regolarmente, fosse vissuta in un paese in pace? Nessuno può dirlo. La sua storia si è interrotta a ventun’anni, mentre cercava di scoprirlo. E accade così per migliaia di altre persone, che potrebbero dare molto alla collettività, e vivere vite felici, vite normali, e muoiono prima di poter fare alcunché. Qualche giorno fa una delle pagine più intelligenti presenti su Facebook ha postato questa foto. È una cosa che pensavo spesso da ragazzina, quando riflettevo sulla mortalità infantile nei paesi poveri. Continuo a pensarlo anche adesso. Forse è una domanda che dovremmo farci tutti più spesso.

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Consigli di lettura

Oggi, come mi succede ahimè spesso, mi limito a segnalarvi qualcosa. Si tratta di una mia breve intervista per Bol: parlo un po’ del genere letterario, e del fatto che più passa il tempo meno mi raccapezzo tra le miriadi di generi e sotto generi in cui il fantastico è suddiviso – secondo me tra un po’ ogni scrittore fare un genere suo, che poi probabilmente è la classificazione più onesta da proporre al lettore – e vi do qualche consiglio di lettura, limitato al fantastico. Trovate il tutto qui. Enjoy!

Addendum
Mi avvisano or ora che c’è anche un altro pezzetto di intervista su Bol che mi ero dimenticata :P . Questa volta si parla più specificamente de Il Sogno di Talitha, e, credo per la prima volta, spiego anche la dedica, alla quale, confesso, tengo molto, anche se è orrenda come tutte le dediche. Quando si tratta delle emozioni dei personaggi, non ho mai problemi, ma quando si tratta delle mie le cose diventano enormemente più complicate. Trovate il tutto qui.

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