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Cose

Oggi, post di servizio. Allora, innanzitutto vi segnalo questo. È tutto vero: partecipate al contest e potrete dare il nome ad un personaggio dei miei libri. Chiedo un’unica accortezza al vincitore: ancora non so dove farò comparire il personaggio, potrebbe trattarsi tanto dell’ultimo libro de La Ragazza Drago che uno della saga di Nashira (supponendo che vi compriate il primo, ovviamente, e che dunque la Mondadori abbia poi voglia di pubblicare il secondo :P ), per cui vi chiederei di adattare il nome al contesto. Un personaggio che si chiama Sgnafuzz stonerebbe un pochino ne La Ragazza Drago, così come Maria ci starebbe un po’ come i cavoli a merenda in Nashira :P .
Detto questo, rimboccatevi le maniche e vinca il migliore!
Ah, come direbbe Steve Jobs, one more thing: questa

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Intervista per True Fantasy Italia

Sono tornata alla base, ma non è stato un ritorno proprio piacevolissimo. A parte le tre ore di ritardo del traghetto, i 40° all’ombra di Roma, Irene si è ammalata e ha la febbre. Mi perdonerete dunque se per ora vi segnalo solo una mia intervista: questa qua.
Enjoy!

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Promemoria

La parola ‘artista’ è una di quelle che evito per gli stessi motivi per cui non sopporto essere chiamato ‘dottore’. Eppure io sono un artista, per quanto minore. Io stesso sono pronto ad ammettere che gran parte della mia produzione non si possa leggere per più di una volta… e forse nemmeno una volta, per una persona occupata cha sa già ciò che ho da dire. tuttavia sono un artista onesto, perché ciò che scrivo è specificamente inteso a essere compreso dal pubblico. Io voglio raggiungerlo e influenzarlo, se possibile ispirandogli pietà e terrore…o al,meno distoglierlo dal tedio delle sue monotone ore concedendogli una risata o un’idea nuova. Ma non tenterò mai di nascondergli qualcosa usando un linguaggio ermetico, e tantomeno mi interessa avere le lodi di altri scrittori del mio ‘stile’ o altre idiozie del genere. Ciò che voglio è l’apprezzamento del pubblico, espresso in denaro perché sono riuscito a raggiungerlo, oppure preferisco non avere niente

Robert A. Heinlein, Straniero in terra straniera

Un altro bellissimo regalo di Carlo. Peccato, davvero peccato non poterne più discutere con lui

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Il sogno della Smemo

Da ragazzina il diario scolastico era per me una specie di propaggine, una delle forme con cui esprimevo me stessa, come i vestiti che indossavo, le cose che scrivevo, la musica che ascoltavo. Li riempivo di disegni, frasi che mi avevano colpita, canzoni che amavo. Li conservo ancora, perché sono un pezzo di me. Su uno scrissi anche una serie di riflessioni a caldo dopo il mio viaggio ad Auschwitz.
Comunque, il feticcio di quegli anni per me era la Smemo. Era diversa da tutti gli altri diari. La Comix la trovavo troppo triviale, i diari dedicati agli eroi dei fumetti e dei cartoni animati li trovavo tutto sommato infantili (anche se un anno mi sono concessa Lupo Alberto, ma quelli di Silver li consideravo fumetti da grandi), e quelli coi fiori e i decori romantici non si addicevano per niente alle mie camice XL e ai miei jeans sformati. La Smemo invece era perfetta. Era roba da adulti. Era un’agenda, mica un diario. E, soprattutto, era piena di cose da leggere. Vignette incazzate col mondo, di quelle che trovavi in prima pagina su L’Unità o La Repubblica, e racconti scritti dagli autori più disparati: scrittori, ma anche attori, registi, cantanti, comici. Quella blu, che aveva come tema il Mediterraneo, ogni tanto ancora la leggo. La Smemo, insomma, era una cosa mitica.
Stacco di quindici anni.
Primo giorno dei saldi, luglio 2011, un qualsiasi centro commerciale di Roma. Una cartoleria.
La Smemo, come ai miei tempi, è impilata in grosse torri sparse in giro per il negozio. Come ai miei tempi, viene via in varie colorazioni. Prendo quella blu, la apro, e guardo l’indice. La mia foto, per una volta, non è male: è una di quelle che mi ha fatto Rossella, e che trovate anche su questo sito. Il racconto, quando lo rileggo, mi lascia perplessa. È che quando passa più di un mese da quando le ho scritte, tutte le mie cose smettono di soddisfarmi, e vorrei riscriverle da capo. Sono duemila battute o giù di lì, forse un po’ di più, perché ricordo che avevo sforato come al solito il limite che mi avevano dato. Sono al 14 di aprile, guarda tu il caso.
Mi fa un effetto strano, di chiusura del cerchio. A quindici anni non avrei mai pensato di finire sulla Smemo. Lì ci andavano quelli cool, quelli bravi davvero, non certo una come me. E all’epoca, comunque, non pensavo neppure che avrei mai fatto una professione della scrittura. Ma ugualmente è una specie di sogno che si avvera. Ognuno ha le sue pietre miliari. Il premio letterario, la vendita di un milione di copie. Per me sono quelle duemila battuta sulla Smemo, strette tra un pezzo di Bertolino e uno di Bagnato. Chi l’avrebbe mai detto.

P.S.
Se vi interessa, è la Smemo 16 mesi del 2012, e c’è anche un disegni inedito di Paolo Barbieri che correda il tutto.

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Altre cose che non dovrei dire

Io non ho mai capito quelli che criticano le star che si lamentano della perdita della loro privacy. Quelli che ogni volta che un’attrice, un cantante fanno presente che non sempre hai voglia di sorridere alla folla plaudente, farti le foto con loro, avere a che fare coi paparazzi ogni minuto della tua giornata, subito partono con il consueto rosario di “eh, è la fama, hai voluto la bicicletta e mo’ pedali, però ti piacciono i soldi”. Sarò un’ingenua, ma ho sempre pensato che quando uno fa l’attore o il cantante abbia più che altro voglia di recitare e cantare, e che la fama sia una cosa che viene dopo, una specie di effetto collaterale. Con questo non voglio dire che non ci siano quelli per i quali la fama è l’obiettivo; ce ne sono, ma quelli magari non si lamentano di essere stati ripresi dai paparazzi mentre fanno gli sporcaccioni alle Maldive. È che quest’idea che il personaggio pubblico, poiché tale, deve incassare in silenzio e col sorriso sulle labbra ogni tipo di angheria mi sembra una concezione vagamente punitiva della fama: hai voluto essere famoso? E allora paghi con l’annullamento della vita privata. Ripeto, sono sicura che c’è un sacco di gente che vuole essere famosa e basta, ed è ben lieta di dare in pasto il proprio intimo alla folla. Ma c’è anche tanta gente che vorrebbe fare solo il proprio lavoro.
Mi viene in mente questa cosa riguardo agli scrittori e alla famosa querelle “gli scrittori devono accettare le critiche negative, anche quando sono stroncature”. Che, per carità, se ci fermassimo qui, se affermassimo solo questo, forse potrei quasi essere d’accordo. Solo che molti estendono il discorso in due direzioni: gli scrittori devono anche accettare gli insulti (“questo libro è una merda”, “è roba da minorati” e via così) e gli scrittori devono essere persone simpatiche che anche quando le insulti ti rispondono un sorriso e magari ti dicono anche “beh, sì, hai ragione, sono una merda, scusa che vado un attimo a scudisciarmi di là per espiare”.
Tempo fa, qualcuno scrisse a Neil Gaiman lamentandosi che Martin sul suo blog non dava alcuna informazione circa la prossima uscita de Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco. Poneva poi delle domande sulle responsabilità che uno scrittore ha nei confronti dei lettori. La discussione è qui. Gaiman rispose con una frase che mi si è scolpita in testa: “Martin is not your bitch”, tradotto “Martin non è la tua puttana”.
Uno scrittore è una persona, e, in quanto tale, ha il diritto di essere scorbutico, insopportabile, stronzo, così come gentile, carino, amichevole. Ognuno ha il suo carattere, con quello nasce, e con quello si rapporta col mondo. Soprattutto, il carattere non dovrebbe influire sul godimento dei suoi libri da parte del pubblico, né dovrebbe servire a giustificazione di comportamenti del tipo “hai un brutto carattere, ergo ti insulto alla morte”.
Quando leggo un libro, cerco una storia, non cerco un amico. So che Salinger ci ha ingannati tutti, con quella storia del “Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira.” Purtroppo non funziona così. L’unica cosa che l’autore ti dà è una storia. Non una spalla su cui piangere, non un amico, non un juke box che sforni storie a tuo piacimento. La persona dell’autore, l’ho detto un miliardo di volte, non è allegata al libro, neppure quando ti fanno credere che sia così. Per esempio, io so che la Mondadori ha venduto le Cronache allegando la storia dell’astrofisica che scrive fantasy: ma la persona Licia non si riduce a questo stereotipo. La persona Licia non si riduce neppure a quel che scrivo sul blog, perché per ogni parola che vergo qui ce ne sono miliardi che mi tengo dentro. Ci sono cose importanti, brutte, gravi, belle che mi sono capitate in questi dieci anni da personaggio pubblico che qui non hanno mai trovato posto, e mai lo troveranno. E sono cose importanti, che fanno di me la persona che sono. Per dire. Io lascio trasparire di me solo quel che sento di poter condividere con la comunità dei lettori, perché so che la rete è una cosa bella, ma è anche pericolosa, e per non farsi male va saputa usare. E anche se vi sembra che non ci sia filtro tra il mio intimo e il web, penso duecento volte alle cose che scrivo in rete, fosse anche uno stupido Tweet.
Ma sto divagando. Voglio dire che lo scrittore, per il solo fatto di aver scritto un libro, non ha l’obbligo di essere come i lettori lo vogliono. Neppure i suoi libri hanno l’obbligo di seguire i dettami che i lettori gli impongono. Martin non ha l’obbligo di scrivere un tot di libri l’anno, G.L. D’Andrea non ha l’obbligo di mostrarsi in rete come la gente lo vuole. Quello tra un libro e un lettore che lo apprezza è un incontro casuale: uno scrittore scrive quel che sente, quel che ama, e questo è l’unico modo che ha di rispettare il suo lettore, l’unico obbligo, se vogliamo, cui deve sottostare, e il lettore per qualche ragione risuona con quel che lo scrittore ha scritto. Se questa risonanza non ha luogo, non è colpa di nessuno. Non ha senso prendersela con lo scrittore, né tanto meno con la sua persona. Non ha senso neppure prendersela con l’editore, o con il lettore. Non ha funzionato, punto.
Senza contare che io ho imparato tanto anche dai brutti libri, tanto è vero che mi sono fatta un punto di non fare mai recensioni negative. Preferisco spingere i bei libri, mi sembra più costruttivo. I brutti o cadranno da soli nel dimenticatoio, o comunque avranno un loro pubblico, e chi sono io per mettermi a questionare i gusti altrui?
Ma, soprattutto, ripeto, quando uno decide di scrivere non firma un patto col demonio nel quale c’è scritto: offrirai la tua persona in sacrificio al lettore. No, non è così. Uno scrittore scrive per condividere qualcosa, ed è sua discrezione cosa condividere. Si attende ovviamente le critiche negative, e in qualche modo le accetta. Di buono o di cattivo grado sono fatti suoi, e nessuno può accusarlo di non saperla prendere con sportività. Ma assolutamente non è tenuto a far buon viso a cattivo gioco quando lo si insulta. Mi spiace, per quanto vi abbia deluso, lo scrittore non è la vostra puttana.

P.S.
Visto che nel complesso ho come l’impressione che questo sia il mio post meno compreso di sempre – per colpa mia, eh? evidentemente non mi sono spiegata bene – vi spiego da cosa è nato. È presto detto: dalla lettera di questo (è un po’ vecchio, lo so, ma l’ho riletto di recente) e di questo.
Per il resto, non ho di che lamentarmi sulla mia privacy, e se mi incontrate per strada mi potete salutare, non mordo, qualcuno da queste parti credo possa anche testimoniarlo :P

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Cose che non dovrei dire

Per il suo compleanno, i miei hanno regalato a Giuliano un buono da 100 euro da spendere in un negozio di elettronica. Lui li ha dilapidati tutti in una nostra vecchia passione: I Cavalieri dello Zodiaco.
Da bambina li vidi a spizzichi e a mozzichi, tipicamente insieme a mio cugino, che era un grande appassionato. Da sola non riuscivo mai a beccare i canali su cui li davano (io ero una di quelle che non andava oltre Rai e Mediaset). Nonostante questo, li adoravo. Parlavano che sembravano usciti dai miei libri di epica, gli scontri in cui erano coinvolti non erano mai semplicemente botte da orbi, ma sempre un confronto tra personalità, e anche l’ultimo degli scarsini con cui si picchiavano aveva la sua storia drammatica alle spalle e le sue motivazioni.
Sono passati venti anni da allora, e I Cavalieri li ho rivisti tutti un paio di volte. E mi piacciono come allora.
Ok, l’edizione italiana ha dei buchi di trama che sono voragini (Pegasus che non sa delle dodici case, o del Grande Tempio?) ma tutto passa in secondo piano di fronte ai grandi temi attorno ai quali il cartone di svolge: il senso della vita e della lotta, l’amicizia, la guerra, la pace. È che ci sono dei gran personaggi, e dei gran scontri tra questi personaggi, e allora tutto il resto, persino le cose ridicole – che non mancano, intendiamoci – passano in secondo piano. È la vittoria dell’affabulazione sulla realtà, della capacità di narrare sulla mera costruzione della trama.
Ieri guardavo lo scontro con Eris, il primo dei cavalieri d’argento, e pensavo che non c’è veramente niente da fare, io vengo da lì. È quello il mondo cui appartengo. Certo, le tonnellate di libri che ho letto hanno fatto di me la scrittrice che sono, ma le mie storie vengono da lì. Da lì e dai miti che leggevo da piccola.
L’altro giorno parlavo con una libraia, e si è finito a parlare di libri (ovviamente). Io ho citato Buzzati, dicendo che tutto sommato è fantastico, anche se l’elemento di fantasia serve più che altro a mostrare l’ignoto che d’improvviso perturba la realtà. La tipa mi ha detto: “Ah, ma allora anche tu hai letto Freud, se parli di elemento perturbante”, e sembrava contenta, come a dire che tutto sommato anch’io avevo letto i mostri sacri. Ho dovuto spiegarle che no, Freud mi manca. E che se parliamo di ascendenti dei miei libri, di fonti di ispirazione, mi spiace, ma si finisce sempre a cartoni animati e fumetti. Che non sono neppure la parte preponderante di quel che fruisco in termini di intrattenimento – i libri, ovviamente, la fanno da padroni – ma hanno qualcosa, dannazione, che non riesco a togliermi di dosso.
È il feuilleton. I cartoni animati, i fumetti, sono il feuilleton moderno. Pieno di intrighi inverosimili, sentimenti soverchianti, morti, rinascite, vendette e chi più ne ha più ne metta. E appassionano per quello. Per il loro essere outré, perché sono evidentemente esagerati. In fin dei conti, è sempre catarsi. Solo che quando si parla di tragedia, citare Aristotele sembra pertinente, quando si passa alla cultura popolare si crollano le spalle, come a dire che si sta vedendo la cultura dove la cultura non c’è.
Io sono pop dentro. Quel mondo esagerato, colorato, in cui i grandi sentimenti, i temi eterni vengono sporcati con la realtà di tutti giorni, vengono portati ad un livello tale che tutti possano capirli, mi appartiene nel midollo. È questo quello che voglio fare, che cerco di fare da sempre, anche quando scrivevo stupidi racconti cerebrali e mi rifiutavo di leggere di genere perché io ero “colta”, e non mi sporcavo le mani con roba del genere. Avvincere con una maledetta storia in cui c’è tutto il campionario, sangue, amore, morte, in cui la potenza del racconto è il veicolo della sospensione di incredulità, dalla quale non riesci a staccarti, perché vuoi sapere come continua, e come va a finire. E una volta che l’hai letta tutta, e solo allora, ti fermerai a pensare, e ti renderai conto che ti ho detto delle cose, delle cose che potrai condividere o meno, che potrai magari trovare banali, ma te le ho dette. Ecco. Questo è quello che voglio fare. È uno sporco lavoro, ma lo faccio volentieri. Non ti regala decisamente gli allori, né la gloria dei libri di storia. Però è divertente, e quando, raramente, ti riesce, ti regala la gratitudine di chi si è divertito con le tue storie, e magari ci ha visto un riflesso della propria vita.
Purtroppo, se cercate alibi colti per leggere le mie storie, non ce ne sono. Ok, posso affermare in tutta sincerità che la mitologia classica e la tragedia fanno profondamente parte di me, e dunque di quel che scrivo. Ma basta così. Se mi volete leggere, dovete avere il coraggio di sentirvi di nuovo bambini, dovete avere il coraggio di sembrare ridicoli agli altri. I miei sono libri che non si credono meglio di quel che sono. Ma che cercano di fare al meglio il loro lavoro, ecco. Il mio meglio, che non è abbastanza, certo, ma è qualcosa. E io rivendico con un certo orgoglio questa loro natura, perché c’è bisogno anche di questo, o no? Di storie, come quelle che ci raccontavamo intorno al fuoco tanto tempo fa, quando tutto è cominciato. Quel gesto seminale col quale l’uomo si fa dio, quel gesto che ogni sera rinnovo, quando scrivo, e quando racconto la favola della buona notte a Irene.
Sono un menestrello, e spero di esserlo ancora a lungo.

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Due cose che mi sono piaciute

Scopro subito le carte. Ho iniziato a vedere Squadra Antimafia 3 perché Sandrone ne è l’editor. E quando ho visto la prima puntata, era roba come tre o quattro anni che non vedevo fiction italiana. Avevo persino abbandonato Montalbano, un po’ perché i libri mi piacciono sempre meno, un po’ perché…no, non lo so. Forse m’ero solo stufata.
Alla prima puntata, mi sono subito esaltata per Rosy Abate. Tutta la storia di come ritorna in Italia m’aveva veramente galvanizzata: voglio dire, troppo figa. Alla seconda puntata ho apprezzato i riferimenti precisi e puntuali alla realtà: innanzitutto il tema dello smaltimento illegale dei rifiuti tossici, che come sapete mi è molto caro, poi l’accenno l’eutanasia. Alla terza, ci stavo già dentro.
Lo posso dire? Lo dico. Mi sono veramente appassionata. Perché è un prodotto fatto veramente bene: ha tutto quel che deve avere una buona serie televisiva, la trama appassionante, l’azione, i bei personaggi, e, ripeto, la guardi e impari anche qualcosa. Cosa vuoi di più? Ah, e poi è una storia di donne, e che donne. A tirare le fila di tutto son sempre loro: LA mafiosa, LA poliziotta, persino il politico corrotto, con tanto di toy boy, è una donna.
Ho atteso l’ultima puntata con trepidazione: stirerà mica le zampe l’Abate? E De Silva? Si salva? E l’enigmatico deputato? Mi ammazzerete mica Leo, che se lo fate, giuro, vi picchio? Io in genere le puntate le guardo in differita: la sera scrivo, per cui me la registro, e me la vedo in pillole le sere successive. Non avete idea dei giramenti quando mi sono accorta che la registrazione mi aveva saltato gli ultimi 60 secondi. Ok, era evidentemente l’epilogo della narrazione, e dunque gli snodi principali di trama erano stati risolti, ma ugualmente io volevo quei dannati, ultimi 60 secondi. E in effetti poi li ho ottenuti, e che cavolo.
Mi spiace in effetti parlarne solo ora, a serie finita, ma ha visto in giro i dvd delle prime due stagioni, che sto pensando di recuperare, e suppongo quindi usciranno più in là anche quelli di questa terza. Io vi consiglio di recuperarli, perché merita. Io intanto aspetto la quarta :P

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Lo devo confessare: non è una buona annata libraria. Non so se sono io che sono diventata più esigente, più scassapalle o cosa, ma quest’anno ho incrociato sulla mia strada parecchi libri che non mi sono piaciuti più di tanto. In genere, su una media di quaranta libri l’anno, quelli che davvero mi deludono saranno un 10%. Ecco, quest’anno su 19 saranno almeno 10 o giù di lì. Stavo quasi pensando di buttarmi sul sicuro, che poi sarebbe I Promessi Sposi – lo so che al 99% degli italiani fa schifo, ma a me piace molto – quando ho preso in mano Un Calcio in Bocca Fa Miracoli, che, come saprete, mi sono procacciata in quel di Torino. Anche qui, ho iniziato a leggere perché Il Ruggito del Coniglio a me è sempre piaciuto un sacco. Ma, vista la sfiga con le letture che sta segnando questo 2011, ero un po’ titubante.
Mi è bastato l’attacco.

Sono un vecchiaccio.
Dovrei dire che sono una persona anziana, come mi hanno insegnato i miei genitori per i quali chiunque, anche un infanticida antropofago, arrivato a una certa età meritava rispetto.
La verità, però, è che sono un vecchiaccio.

Che gli vuoi dire? Non ti puoi che innamorare subito. E infatti.
Non è solo un libro di piacevolissima lettura, divertente e ben scritto. È un libro che ti lascia addosso qualcosa, quella dolce malinconia che in genere segna il passaggio all’età della ragione, quando capisci che non sei immortale, e ad un certo punto la giostra smetterà di girare.
Pur scegliendo un registro tutto sommato leggero, punteggiato di commenti caustici e battute, il libro dice – e bene – cose molto più profonde di tanti altri tomi che si prendono infinitamente più sul serio, e poi sbagliando bersaglio di un chilometro.
E poi per una volta c’è un quadro onesto della vecchiaia: né negazione del tempo che passa, né triste crogiolarsi nel vittimismo da nonno badante munito. Solo tanta, mesta consapevolezza che il meglio è alle spalle, ma che questo non significa affatto che non si possa continuare a dir no, e a essere se stessi fino alla fine.
Io l’ho trovato veramente delizioso. Me lo sono centellinato, questo libro, e adesso che l’ho chiuso, come sempre coi libri che ho amato, lo spingo verso altri lidi, perché le belle cose diventano ancora più belle quando le si condivide in tanti. Per cui, nulla, vi consiglio anche questo. E se non vi fidate di me, buttate un occhio di persona.

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Firme e voti

Oggi consueto post di servizio. Allora, per chi volesse, domani alle 17.00 faccio una sessione di firma copie alla libreria Mondadori del Centro Commerciale La Romanina, qui a Roma.
Per il resto, vorrei solo ricordarvi domenica e lunedì di andare a votare. Non votare per il sì o per il no. Semplicemente andare a votare. Perché astenervi significa una sola cosa: che ritenete gli argomenti referendari inutili, e se per voi il nostro futuro energetico e la gestione di un bene comune prezioso come l’acqua sono cose inutili, francamente mi sfugge cosa sia degno della vostra attenzione.
Andare a votare è un diritto-dovere: è un diritto perché l’ascolto della voce di tutti è alla base della democrazia, è un dovere perché lo dovete alla comunità di cui fate parte, è un gesto che non fate solo per voi, ma per tutti, in questo caso anche e soprattutto per le generazioni future. Invitare a non votare l’ho sempre trovata una cosa scorretta e fastidiosa, francamente intollerabile se a farlo è un politico. Per cui informatevi, fatevi la vostra opinione e andate a votare. E se non venite ad incontrarmi alla Romani – o dopo essere venuti, perché no – andate all’Europride :P .

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Torino again

Ma questo l’avevate visto, poi?

Scusate, ma questo caldo mi sta letteralmente uccidendo. Mi sono anche vestita frufru per cercare di far fronte all’afa, ma non sta funzionando molto. Se continua così chiedo asilo politico in Svezia

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Ho visto cose che voi umani…

Ho viaggiato insieme a Giulietto Chiesa. Sono stata tentata di chiedergli se secondo lui anche in quel momento stavamo irrorando, ma mi sono trattenuta.

Sono stata sui tacchi per un giorno e mezzo, girando per altro per la Fiera come una trottola impazzita. Ho i piedi a pezzi, ma ho tenuto botta.

Su trentadue ore a Torino, ho avuto solo due ore libere. Le ho occupate leggendo Kick Ass. Giudizio: bella idea, ma Wanted era meglio.

Mi son sentita dare della gnocca, e, detto da un amico, ogni tanto fa anche bene alla scarsissima autostima. Che, ça va sens dir, è tornata bassissima tipo due secondi dopo.

Ho conosciuto Marco Presta, che avevo incrociato su un paio di voli in passato, ma cui non mi ero mai presentata causa la mia patologica incapacità di interagire con persone che non conosco direttamente, ma che stimo. Ci siamo immortalati, ci siamo scambiato libri e dediche, e, niente, sono stata contenta, perché lui e Antonello Dose mi hanno fatto splendida compagnia per un numero infinito di mattine col loro Ruggito del Coniglio.

Ho fatto un piacevole viaggio in macchina con un vecchio amico, e ho rimpianto di non aver potuto passare con lui più tempo.

Ho ritrovato Sandrone e ho fatto una presentazione con lui. E non c’è bisogno di aggiungere altro.

Ho parlato, ho stretto mani, ho sorriso e ho firmato fino ad essere esausta. In compenso, ho visto svelato un segreto. E, adesso, l’avete visto anche voi.

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