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Altro che cancelli di Mordor

Ogni anno disfare albero e presepe è sempre un momento un po’ delicato: in genere lo faccio fare a mia madre quando sono a lavoro, perché mi dispiace sempre che le feste finiscano. Io, però, ora lavoro da casa, indi per cui quest’anno mi sono rimboccata le maniche e l’ho tolti di mezzo io. Visto che c’eravamo, ho deciso anche di fare fuori anche i cancelletti anti-bimbo. Per chi non conoscesse l’oggetto, trattasi di cancelletti che servono a rendere inaccessibili ai bimbi zone di casa che possano essere pericolose. Noi lo usavamo per tenere lontana Irene dalla mia scrivania, che è piena di fili e roba pericolosa in genere. Adesso però Irene è grandicella, capisce perfettamente quando le si dice di non fare una cosa, e quindi i cancelletti erano ormai solo una cosa antiestetica, e anche vagamente pericolosa, visto che la sera prima Irene scardinandone uno si era sfracellata al suolo.
Ce li avevamo da due anni, da quando Irene ha iniziato a camminare. Casa aveva un aspetto strano, con quella roba. Entravi, e sapevi al volo che c’era un bambino, da quelle parti. Era una casa che parlava di Irene.
Adesso ho un salotto bellissimo, più luminoso, e sembra anche più ampio. È come l’aveva pensato il mio amico quando l’ha progettato. Ma è un salotto che dice una cosa sola: non hai più una bimba piccola, Irene è cresciuta.
Fin qui, ogni volta che Irene ha superato una tappa della crescita, sono stata contenta: ero contenta quando ho messo via lo sterilizzatore per i biberon, ero contenta quando abbiamo tolto dalla sua stanza il fasciatoio, ero contenta quando abbiamo fatto fuori il vasino. Il compito di un genitore non è questo? Non è traghettare il meglio possibile la prole verso l’età adulta?
Erano rimasti solo i cancelletti. E forse è per questo che toglierli mi ha messo addosso una specie di nostalgia. È che è vero, i genitori vorrebbero sempre i figli piccoli, bisognosi del loro affetto. E invece i figli devono crescere, diventare indipendenti, andarsene e alla fine tradirti. È ineluttabile e giusto così, è il prezzo da pagare per sperimentare quel tipo di amore assoluto che probabilmente non ha eguali nell’esperienza di vita di una persona: l’amore a prescindere, l’amore che non dipende da quel che fai o da quel che sei, ma che ha il suo fondamento nel tuo semplice esistere. Ami un figlio perché c’è, e basta.
Bon, in ogni caso, i cancelletti sono andati, Irene parla, ha tolto il pannolino e cresce, com’è giusto che sia, e non c’è cancelletto che tenga contro queste cose. E io, sotto la lacrimuccia di nostalgia per quando le dovevo far tutto, sono contenta di tutte le splendide cosette che fa, dice e capisce.

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There and back again

Alla fine, contro ogni previsione, siamo andati a Monaco. Irene è guarita in zona cesarini, e abbiamo deciso di fare comunque questo viaggio.
Come ebbi modo di dirvi qualche tempo fa, nella mia testa me lo prefiguravo come un viaggio nella memoria: tornavo là dove avevo passato tre mesi irripetibili della mia vita, a cercare di riacchiappare per i capelli il passato. Solo che la gente cambia, cambiano anche i luoghi, e le cose non si ripetono mai uguali. Così, come per tutti i viaggi veri e belli, non ho per niente trovato quel che cercavo, ma tutt’altro.
Più passa il tempo, più penso che l’amore, almeno per me, è soprattutto condivisione. Si tratta di lasciare eredità, e questo è ancora più vero quando si ha un figlio. Per me non ha senso vivere una bella esperienza se in qualche modo poi non posso passarla a chi amo. Ho bisogno che loro siano con me, ho bisogno di trasmettere loro quel groviglio di emozioni che mi domina, altrimenti non ha senso. Il mio viaggio a Monaco è stato questo.
Da una parte, c’era molto di quel che avevo amato sette anni fa: i profumi intensi e speziati dei Christkindlmarkt, la neve, il freddo polare, e quel qualcosa di inesplicabile che rende per me Monaco unica. Dall’altra, era tutto diverso. Perché c’era Irene.
Alla fine, eravamo andati lì per questo: Irene a Monaco c’era già stata, due anni fa, ma era molto piccola, e poi era estate, e d’estate, non lo so, è tutto diverso, è un posto che non ci appartiene. Adesso volevamo farle vedere com’è la Monaco dove forse tutto è cominciato: se non avessimo vissuto lì tre mesi, se non avessimo fatto quel primo esperimento di convivenza, e non ci fossimo trovati così bene, chissà come sarebbero andate le cose. La nostra storia è passata di lì, per questo Irene doveva vederla.
È stato fantastico vederla impazzire per la neve, esattamente come noi la prima volta che ci siamo stati: tutti a guardarla, perché, per ovvie ragioni, non ci sono molti bambini tedeschi che si facciano tutti i cumuli di neve ai lati della strada per giocare. È stato bellissimo portarla a Nymphenburg e vederla divertirsi con gli uccelli che vivono lì, splendido vederla scorrazzare sotto la casetta di legno che dove giocavano i principi di Baviera, e in cui ho ambientato un pezzo della Ragazza Drago 3. Ed è stato anche bello fare un’esperienza nuova assieme: nonostante ci vivessimo ad un tiro di schioppo, non eravamo mai stati a Hellabrunn, lo zoo di Monaco. Non ho grande attrazione per gli animali in cattività, ma, un po’ la neve, un po’ Irene, siamo andati. E devo dire che è un bel posto: certo, gli animali non sono liberi, ma l’impressione è che, nei limiti della cattività, stiano bene. E poi il posto è meraviglioso, una specie di riserva naturale. Tra l’altro, non avevo mai visto i primati dal vivo, ed è impressionante quanto ci somiglino: guardare negli occhi un orango è come guardare negli occhi un altro essere umano.
Comunque, sono stati quattro giorni fantastici. In qualche modo mi sembra di aver fatto pace con Monaco, di averle trovato un posto nella mia vita: fin qui, ogni volta che ci pensavo, ogni volta che vedevo qualche foto, mi prendeva una sconfinata nostalgia, un desiderio tremendo di andarci a vivere. Adesso mi appartiene in un modo diverso, è diventata davvero quel luogo dell’anima di cui parlavo nel post linkato all’inizio. In qualche modo è la mia città, anche se non ci vivo, anche se ci vado meno di una volta l’anno. Ma tutto quello che ci ho vissuto, tutto quello che mi ha dato, e purtroppo a volte tolto, me la rendono cara.
Con le parole riesco decisamente meglio che con le immagini, ma, se volete, qui c’è un’ampia galleria di foto che ho fatto da quelle parti, comprese quelle di Hellabrunn.
Se si cita Hellabrunn, è impossibile non citare anche Caparezza, per cui, voilà, chiudiamo con un po’ di giocosa riflessione :) .

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Tengano famiglia. Gli altri.

In Italia il motto è “tengo famiglia”. D’altronde, tutti i politici si affannano a difendere i valori della famiglia, perché per l’italiano medio la famiglia è la cosa più importante, e proteggiamo la vita fin dal concepimento, e facciamo più bambini, e i bambini sono il futuro. Sembreremmo insomma una società in cui i bambini sono tutelati e tutto sommato amati. Sarà. Perché a me pare che quando si viene all’atto pratico viga un’intolleranza generalizzata verso i bambini e chi li ha fatti: della serie “sì, fate i bambini, poi però per favore occultateli fino alla maggiore età, che, diciamocelo, rompono parecchio le palle”.
Ho iniziato ad accorgermene quando Irene neppure camminava; i marciapiedi sono decisamente non carrozzina-friendly. Mi sono fatta due bicipiti come John Cena nei due anni in cui ho scorrazzato Irene in passeggino per mezza Italia. Sono uscita confermata nella mia intuizione, in seguito, ogni volta che mi sono trovata in mezzo alla folla. Col passeggino. Ero accompagnata da selve di sguardi di rimprovero. Come osi, tu, portare tue figlia non deambulante a Piazza Navona, in mezzo a noi pischelli gggggiovani e non prole muniti? Perché mi obblighi a spostarmi per far passare il tuo infante? Non te ne potevi stare a casa?
Qualche giorno fa, poi, ho fatto un viaggio sola con Irene. Abbiamo preso l’aereo. Per una serie di sfortuite coincidenze, ci siamo dovute presentare in un aeroporto minuscolo con due di anticipo sul viaggio. Per due ore ho tenuto Irene occupata in modo che non desse fastidio a nessuno; ci siamo messe in posti appartati se voleva correre, l’ho impegnata in attività poco rumorose, ho fatto del mio meglio, perché ho sempre creduto che il rispetto degli altri fosse un principio basilare. E per due ore Irene ha sopportato il caldo, il posto piccolo, e l’attesa, senza capricci, senza urla e anzi divertendosi con quel che aveva a disposizione, senza infastidire nessuno. Roba che io m’ero rotta le scatole al minuto dieci. Comunque. Dopo il controllo di sicurezza Irene è comprensibilmente stanca. Viene pure da una notte pressoché insonne, perché ci hanno cancellato il volo, abbiamo dovuto dormire in albergo, lei non aveva una stanza tutta sua (è abituata a dormire da sola, a casa), e insomma si è addormentata tardi (pur stando buona buona a letto con me, per altro, non saltando in giro fino all’una di notte). Le do l’iPad, e si vede il Re Leone. Saliamo sull’aereo, e io le lascio l’iPad fino al momento del decollo, quando devo toglierglielo per forza. E lei, ovviamente, piange. Piange per un minuto, un minuto di, sì, chiamiamolo col suo nome, capriccio. Al secondo 10 del capriccio, un tronfio signore due posti avanti a me, scocciatissimo, prorompe in uno “sshhh!” che fa saltare i servi a me, figurarsi a Irene. Ma, siccome sono una persona educata, faccio tutto il possibile per tacitare la pupa. Che dopo un minuto, appunto, se ne fa una ragione, e non fiata più per tutto il resto del volo. Un’ora e venti, per la cronaca.
Ecco. Di episodi così ne ho vissuti a iosa. E evidentemente non capitano solo a me, se su Twitter la gente posta stati in cui si lamenta del bambino che piange al ristorante, o ridono su cartelli del genere. Sapete che vi dico? Che ne riparliamo quando avrete un figlio. E vi renderete conto che a due anni e mezzo non è facile capire perché, al decollo dell’aereo, non puoi usare apparecchiature elettroniche. Per inciso, più di una volta ho visto gente adulta e vaccinata che non lo capiva, e continuava a telefonare col cellulare. Che i bambini a volte fanno i capricci, a volte non sono per niente come vuoi tu, ed educarli vuol dire star lì a far caciara per spiegare perché non si fa, punire, oppure, a seconda dei casi, ignorare. E che è sicuramente una mancanza di rispetto permettere ad un bambino di dar fastidio ad altri nei luoghi pubblici, ma lo è anche l’intolleranza della gente che ti guarda male appena il bambino fiata, o si mette a rimproverarlo al posto tuo, quando per altro tu lo stai già facendo. E che educare un essere umano non è la passeggiata che immaginate voi, per cui gli dici zitto e lui tace, gli dai uno scappellotto e lui, miracolosamente, diventa un adulto in miniatura. O forse sono incapace io. Possibile. Me lo ripeto più o meno cento volte al giorno, per ogni stupida decisione che prendo, dall’impormi per la pasta non mangiata alle modalità sull’eliminazione del pannolino. Ma io almeno ci provo. Voi, a parte criticare, che fate?

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Risvegli

L’altro giorno leggevo questa splendida riflessione di Saviano su agosto. Mi è tornata in mente ieri, mentre ricominciavo la mia solita routine.
Non ho mai atteso granché agosto. Da bambina andavo in vacanza ai primi di luglio, e agosto era semplicemente sospensione: la città all’epoca era deserta per davvero, amici non ne restavano, e comunque per due settimane io me ne andavo in Campania dai nonni. Tutto era per così dire fermo; l’estate vera per me era più o meno finita, ma non era neppure iniziato l’autunno, o la vita di sempre. E quindi aspettavo.
Con l’andare degli anni, questa cosa non è cambiata. Agosto è ancora il niente, quel qualcosa tra l’estate e l’inizio dell’anno. Perché, nonostante mi sia maturata la bellezza di tredici anni fa, io ragiono ancora in termini scolastici: l’anno inizia a settembre. E per me è iniziato ieri. Il centro commerciale pieno di gente, Irene di nuovo all’asilo, l’aria più fresca e la pioggia.
La cosa strana, rispetto agli altri anni, è stato il senso di cesura. È come se ad agosto avessi vissuto in un limbo, come se avessi dormito per trentuno giorni e mi sia svegliata ieri. Probabilmente è anche colpa del fatto che mi sono concessa un week end in montagna, settimana scorsa, e che solo lunedì sono riuscita a tornare a Roma (mi hanno cancellato il volo, una storia un po’ lunga). E ieri…bam! Sono stata catapultata di nuovo nella mia pelle e nella mia vita.
La cosa più tremenda in assoluto è stata Irene. Ce l’ho avuta sotto gli occhi tutta l’estate. Siamo state praticamente in simbiosi per due mesi – e infatti è diventata un po’ troppo mammona, la mia patatina… – ho registrato ogni singolo millimetro di crescita, ogni nuova parola, ogni nuova espressione. E nonostante questo, quando ieri l’ho portata all’asilo, mi è sembrata cresciuta tantissimo. Ma dov’ero io quando ha imparato a dire “vieni qua” con quella cadenza quasi tedesca, perentoria e comicissima? Dov’ero quando ha iniziato ad andare da sola in bagno, annunciando con noncuranza “vado fare pipì” o “lavo manine”? Quand’è che è diventata una bimba grande?
I figli ci sfuggono via dalle mani, anche quando siamo convinti di avere una presa saldissima. Ci crescono tra le dita, e un bel giorno ci svegliamo e non hanno più bisogno di noi. Comincia piano, ma è inesorabile. E adesso è settembre, lei va alla materna – la materna, dannazione…e tre anni fa, in questo periodo, ero incinta e scoprivo di avere il diabete… – e io sono qua, tutto sommato immobile. Scrivevo l’anno scorso, scrivo quest’anno. Ma c’è un senso nuovo, nell’aria. Gli anni hanno ricominciato a essere uno diverso dall’altro, per me. Perché li rivivo con Irene, che cambia dall’oggi al domani, che ogni giorno ne inventa una nuova e scopre qualcosa.
Mi rimbocco le maniche: il sonno è finito, ricomincia la vita.

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Due segnalazioni e un aneddoto

Stanza di Irene, interno giorno. Lei è sul fasciatoio, io la sto preparando per l’asilo. Mi indica il seno.
Irene: «Cot’è quetto?».
Io: «Sono le tettozze della mamma!».
Irene, ridacchia, poi, vagamente preoccupata si guarda il petto: «E a me?».
Io, soffocando una risata: «Eh, tra un po’, Irene, tra un po’…».

Ok, ora che suppongo di aver catturato la vostra attenzione (:P), le due segnalazioni: per chi si fosse perso l’incontro al Salone del Libro di Torino, qui c’è tutta la registrazione. Grazie un sacco ai ragazzi di Fantasy OnAir, coi quali mi scuso ancora per non essere riuscita a dedicare loro il tempo che avrei voluto. L’altra è invece una presentazione: parteciperò ad Anteprime, il mio incontro sarà venerdì 8 giugno alle 19.30 a Pietrasanta, presso il Campo della Rocca. È una bella manifestazione, piena di incontri interessanti – riuscirà la nostra eroina a vederne almeno uno? – e l’ultima volta che ci sono stata, nel 2010, fu veramente una bella esperienza. Insomma, per chi può e vuole, vi aspetto lì.

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Triplo e mezzo in avanti carpiato coefficiente di difficoltà 3.1

Irene ha ancora il pannolino. Abbiamo fatto un timido tentativo di toglierglielo l’estate scorsa, ma era presto, poi siamo andati al mare e tutto è diventato troppo complicato, per cui…nulla, ha ancora il pannolino. Facciamo quindi ancora uso del fasciatoio, che sta nella sua stanza, vicino al letto. Lo trovo molto comodo, sopra c’è tutto quello che serve per il cambio e non mi viene il mal di schiena quando la pulisco. Il problema è che ha delle vaschette, comodissime per metterci dentro la roba, ma che attirano la curiosità della pupa, e vicino c’è pure il comò, sul quale poggiamo un po’ qualsiasi cosa.
L’altra sera la stavo cambiando. Lei inizia a indicarmi qualcosa borbottando in italo-giapponese (giuro, ogni tanto parla giapponese).
«Dopo Irene, adesso dobbiamo pulire il culetto».
«Noooo…adetto! Ci potta…» e indica.
Io non capisco chiaramente cosa voglia, ma siccome si agita come un’anguilla, e sul comò che indica non c’è niente di mortale – tipo le famigerate compresse di calcio di due settimane fa – mi giro per prenderle qualcosa. Sul comò ci sono un tubetto di crema, una chiave e “u cacao”, ossia il burro di cacao, amatissimo dalla prole. Andrò per tentativi. Mi giro, faccio per acchiappare il tubetto di crema quando con la coda dell’occhio colgo l’irreparabile. La prole s’è girata sulla pancia, mano protesa verso il comò all’urlo di “ci pottaaaaaaa!” e testa fatalmente sporta all’infuori, sul vuoto. Siccome sono un astrofisico, e ho dimestichezza con la forza di gravità, so come andrà a finire. E infatti Irene rotola di fuori, precipitando verso il pavimento. In un miliardesimo di secondo ho una visione: botto, urla, corsa all’ospedale. Nel miliardesimo di secondo successivo ho il tempo di urlare, zompare dal comò verso il fasciatoio, protendermi in gesto plastico verso la prole, agguantarla prima per una gamba, poi per una mano e bloccarla a mezz’aria, a tipo due centimetri dal pavimento. Nello stesso miliardesimo di secondo, il padre è zompato giù dal divano, ha cercato di rompersi l’osso del collo correndo nella cameretta e alla fine è apparso sull’uscio, giusto in tempo per cogliere Irene appesa alle mie braccia tipo salame, mentre con l’altra mano si regge ad una delle gambe del fasciatoio. Ovviamente, urla disperata.
Il tempo di riprendermi dallo spaghetto, e consolare la prole dicendole: «No no, non è successo niente, certo se stavi a sentire mamma e non cercavi di buttarti di sotto saremmo stati tutti meglio, per cui magari la prossima volta evita», e guardo Giuliano.
«Manco nel rugby gli riescono prese del genere…».
Incredibile il numero di cose che impari facendo il genitore. Tra queste, da oggi annovero anche il placcaggio a volo.

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Passaggi esistenziali

E poi, niente, ti svegli una mattina di gennaio e scopri di avere una figlia che fa i lavoretti all’asilo.

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‘A pupimma misteriosa

Dicono che le madri capiscono sempre i loro figli quando lallano. Il che, in linea di massima, è vero, in effetti. Un buon 90% delle parole che dice mia figlia le capisco, mettendo insieme i pezzi di quel che le ho detto io, quel che fa all’asilo, e usando un sacco di inventiva per quel che resta. Solo che non sempre funziona. A volte, certi misteri restano insoluti.
Tipo una settimana fa, mentre le stavo pulendo il culetto sul fasciatoio, Irene mi guarda e mi fa: «’A pupimma!».
Io non ci faccio granché caso. La stragrande maggioranza delle sue frasi sono “dadada” senza un particolare senso. Per cui replico distratta: «’A pupimma, sì, patatina».
Solo che il giorno dopo la scena di ripete. Stavolta interrogativa.
«’A pupimma, sì?».
Io, dopo un istante di perplessità, cambio discorso: «Guarda questo culozzo tutto pulito!».
Solo che la storia si ripete tutte le mattine.
«’A pupimma?» e indica verso la finestra. O guarda il lampadario. Ed è evidente che vuole da me una risposta.
Per cui capitolo.
«Ma che è la pupimma, Irene?».
Mi guarda.
«’A pupimma».
Beh, in effetti è ineccepibile.
Attimo di vertigine. Mi sento finita ne “L’uomo che non capiva troppo”, memorabile sceneggiato radiofonico di Greg & Lillo. O forse mia figlia legge “‘Mlana”.
Scuoto la testa.
«Irene, mi indichi la pupimma?».
Dito che vaga verso sinistra. Dove si stende la distesa dei dieci metri quadri o giù di lì della sua stanza. Può essere qualsiasi cosa.
«Ok, Irene, con metodo. È nella tua stanza la pupimma?».
«’A pupimma!».
«Lo prendo per un sì. Ma sta solo nella tua stanza?».
«Tutto pupimma».
Oddio. L’invasione delle pupimme.
«Insomma, Irene, pupimma everywhere».
Questa non la capisce, e mi guarda perplessa.
Comunque. La preparo la porto all’asilo, tutto come sempre. Poi, incontro mia madre per fare un po’ di compere natalizie. E le racconto della pupimma misteriosa.
«È la volpina» mi fa senza fare una piega.
Io giro la testa in una scena à la Regan de L’Esorcista.
«Cioè?».
«Cioè hai visto che lei ha i calzini gommati».
«Sì».
«C’è una volpina disegnata sopra. Quando glieli metto, il pomeriggio, glielo dico sempre: “Guarda la volpina!”. La volpina. ‘A pupimma».
E io ho un flash. La mia cucina. Campo sempre più stretto sul frigorifero, poi su una delle calamite: “Una mamma sa molto, ma una nonna sa tutto”.
Mamma 0, nonna 1, palla al centro.

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Sento di dovervi una spiegazione

Non sono ancora in ferie.
Non mi è venuto a noia il blog.
Non mi è passata la voglia di scrivere.
Il motivo della mia scarsa presenza su queste pagine è un altro. Nelle ultime due settimane ho fatto vita da casalinga. La donna delle pulizie è in ferie, i miei anche, e quindi con Irene e con la casa devo sbrigarmela da sola. Confesso che non mi era mai capitato prima. A causa delle duecento cose che faccio nella mia vita (dottorato, scrittura, avere una vita sociale, varie ed eventuali) ho sempre avuto qualcuno che mi ha aiutata. Quando non c’era Irene riuscivo a dedicarmi più o meno da sola alla casa. Adesso, semplicemente, non ce la faccio. E quindi, vi dicevo, il tempo da dedicare ad altre cose si è drasticamente ridotto.
Devo dire però che mi ci voleva, proprio perché, nel bene e nel male, non me la sono mai cavata davvero da sola. L’immagine che avevo di me, prima di queste due settimane, era quella di una persona incapace di fare tutto, proprio tutto da sola, e dipendente dall’aiuto degli altri. Io sono sempre stata così. Non riesco a valutare il mio lavoro se non specchiandomi negli altri, e sono convinta sempre di non farcela da sola. E invece.
E invece, tra alti e bassi, è andata. Irene è stata male, siamo anche finiti al Pronto Soccorso, ma siamo sopravvissuti. Lei è guarita, ok, mi sono ammalata io, ma ovviamente questo non è un problema. Non ho dato fuoco alla casa, non ho montagne di panni da lavare che mi salutano la mattina, Giuliano ha sempre quelle tre o quattro camice pronte stirate e la pulizia di casa è su livelli accettabili. In più, con Irene ci divertiamo tanto, e con niente, e questa è la cosa più bella di tutte. Riesco anche, più o meno, a lavorare. Col libro nuovo fila liscio, con la tesi le cose sono un pelo più farraginose, ma non potrebbero non esserlo, dato che in genere lo slot temporale che dedico alla cosa adesso è occupato da Irene. Ma va, dannazione, va. Tranne che, appunto, ho meno tempo per curare il blog. Ma, francamente, voi barattereste la possibilità di giocare a nascondino con un figlio con un po’ di tempo in più sul blog? Ecco, appunto.
Lunedì Irene inizierà ad andare all’asilo, e le cose cambieranno di nuovo, vedremo come. Nel frattempo, ho fatto un piccolissimo passo per l’umanità, ma un bel passetto verso la conquista di un’autostima un po’ più salda.

P.S.
Sono tornata su Flickr. Ora che faccio più foto mi sembrava un buon modo per cercare di incentivarmi a migliorare, magari anche a studiare un po’, se trovo il tempo per farlo. Il link al mio spazio è sulla colonna destra del blog, sotto la dicitura Flickr, ma, se volete farci un salto subito, vi basta cliccare qui.

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Patti

Interno mattina. C’è una bella luce ambrata che entra dalla finestra.
Irene si rotola nel lettino come tutte le mattine.
Io: “Allora, patatina, andiamo a fare colazione?”
Irene: “tadatamaiketotolalabe”
Io: “Sì, dai, andiamo a fare colazione, su”
Irene, a pancia in giù, facendo la vaga: “Bibotti?” (trad.: Biscotti?)
Io: “sì sì, biscotti e anche un po’ di yogurt”
Irene, tirandosi su di scatto e tendendo le mani per farsi prendere in braccio: “Okkey!”

La si corrompe ancora con poco…

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