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Auguri Irene

Comincia alle 23.00 o giù di lì. È la mia quarta notte in ospedale. Nel pomeriggio mi hanno detto che oggi indurranno il parto. Alla DPP (data prevista per il parto) mancano due giorni e non si può più aspettare per via del mio diabete. Contestualmente, quel pomeriggio mi hanno fatto lo stripping, una graziosa parola inglese dietro la quale – come a tante altre graziose parole inglesi – si nasconde una manovra piuttosto dolorosa. Da quando me l’hanno fatta ho avuto qualche dolorino, tipo crampo mestruale, ma niente di che. Le cose sono andate così lisce che ho cenato senza problemi, e mi sono anche messa a scrivere. Kate, la mia compagna di stanza così ribattezzata perché identica alla Kate di Lost, dorme. Io ho appena spento il computer e mi sono messa giù a dormire. I dolorini non sono andati via. Anzi, iniziano ad essere ritmici. Vengono, vanno via per un po’, poi ritornano. E io non riesco a dormire. Perché mi domando se non ci siamo. E lo vorrei così dannatamente tanto…
Aspetto. Dolorino. Niente. Dolorino. Niente.
Verso non so esattamente che ora, prendo l’iPhone, e uso l’applicazione per cronometrare le contrazioni che ho comprato in gravidanza. Ovviamente, non sono regolari. Non ricordo nemmeno a quali balordi intervalli mi vengano. Ma sento la pancia che si fa dura, e mi fa un pochino male.
Mi alzo per fare pipì, dopo essermi lavata le mani mi guardo allo specchio. Sorrido come una scema.
“Ma allora ci siamo?” sussurro.
Aspetto ancora. Saranno passate sulle tre ore. Finalmente mi decido.
Percorro piano il corridoio di linoleum blu fino alla guardiola. Entro.
«Scusate…» e spiego la situazione.
«Facciamo così» dice la dottoressa di guardia dopo averci pensato un po’. «Adesso ti facciamo un miorilassante: se davvero è l’inizio del travaglio, non ti fa niente, se invece sono contrazioni così, irregolari, te le fa passare e puoi dormire. Comunque, se ti continuano e si fanno più forti, veni da noi».
Me ne torno a letto. Ovviamente, i dolorini continuano, e mi sembrano ritmici. Alle 3.00 o giù di lì sono di nuovo in guardiola.
«I dolori non mi sono passati…continuano, mi sembra siano più forti».
Mi visitano.
«Alle cinque, dopo i prelievi, ti facciamo un monitoraggio. A quell’ora puoi anche chiamare tuo marito, se vuoi».
Deglutisco. Perché non ci posso credere.
«Allora è il travaglio?».
La dottoressa sorride.
«Sì, è il travaglio. Se tutto va bene verso le 12.00 ti possiamo anche portare in sala parto e puoi fare l’epidurale».
Io sono al settimo cielo. Conto i minuti. Aspetto le cinque col cellulare acceso sotto la coperta. Continuo a cronometrare le contrazioni, tengo botta. Fa male, ma mi sembra straordinariamente sopportabile. Mi dico che peggiorerà di sicuro, ma intanto sono solo contenta che sia iniziata.
È mattina, io non ho chiuso occhio, sono galvanizzatissima. Giuliano ancora non può entrare, ma non ha importanza. Tanto è iniziata, no?
Mi fanno il monitoraggio, e le contrazioni iniziano a diradarsi un po’. Mi preoccupo all’istante. Il dottore però mi prende in giro.
«E insomma questa bambina c’ha fatto la sorpresa, eh? Dovevamo indurre il parto e invece sta facendo tutto da sola».
Sorrido, ma le contrazioni sembrano meno forti.
Verso le 11.00 o giù di lì passa il primario. In quattro giorni l’ho visto tipo due volte, per il resto il Gemelli, policlinico universitario, è – egregiamente – in mano a studenti di vario ordine e grado e agli altri medici. Guarda la mia cartella clinica, guarda il tracciato del monitoraggio.
«Oggi avremmo dovuto fare l’induzione» dice il medico che mi aveva presa in giro prima.
«Direi di sospendere» sentenzia il primario, «magari si mette in travaglio da sola». E se ne va.
Doccia gelata. Si mette in travaglio da sola? E finora cos’è stato? E perché adesso le contrazioni se ne stanno andando?
È semplicemente che sono in fase prodromica, quella che può durare anche giorni, quella che la gente normale, senza diabete, si fa a casa, tranquilla. E lo so cos’è il pretravaglio, me l’hanno spiegato al corso preparto, ma per qualche ragione ora non me lo ricordo.
Penso solo che è stato un falso allarme, che il mio corpo mi ha tradita ancora. Dopo il diabete, questo. E io come una scema ho confuso quattro contrazioni irregolari col travaglio. E ho anche allertato tutta la famiglia, che sta qui a guardarmi. Non sono capace. Non so fare una cosa che le donne, tutte le donne, fanno da milioni di anni.
Sono cose che ogni partoriente pensa. Sono cose che succedono a tutte. Ma tu sei convinta di pensarle solo tu. Sei certa che a nessun altro al mondo sia mai capitata una cosa del genere. E piangi di rabbia e delusione.
Mangio anche se non ho fame. Mi metto a dormire. Al diavolo il mondo, al diavolo la mia pancia, al diavolo il mio stupido corpo.
Un’amica mi chiama sul cellulare, ma non le rispondo. Non ho voglia di parlare con nessuno.
In verità non dormo, o comunque non dormo bene. Probabilmente però mi lascio cadere in una specie di torpore, perché alle 15.00 in punto ho la sensazione di svegliarmi di soprassalto. Mi fa male la pancia, una contrazione forte e lunga. Devo girarmi su un fianco per star meglio.
Sono tornate. Ci sono di nuovo. Forse non sarà niente, forse non partorirò, ma almeno ho di nuovo le contrazioni.
Passo il pomeriggio passeggiando avanti a indietro per il corridoio dell’ospedale. Ogni qualche minuto mi devo appoggiare al muro, e respirare forte perché mi fa male la pancia. Niente di insopportabile, ma mi fa male, e la sensazione è che le mie ossa si stiano aprendo, si stiano modificando.
Ancora i parenti in visita, tutti, e io continuo a camminare, a respirare, a cercare di dar retta a tutti per quanto possibile.
Mi visitano verso le 19.00. Due centimetri di dilatazione. Ancora niente travaglio. Ma siamo sulla buona strada, quanto meno.
Arriva la cena. Mi avvio a mangiare, ma una contrazione più forte mi blocca alla testiera del letto. È diversa dal solito, più forte, e sento qualcosa che si muove. Plop, e una sensazione di caldo tra le gambe.
«Mi sa che ho rotto le acque» dico a mia madre.
Entrano un po’ tutti nel panico, corrono a chiamare i medici. Il reparto è pieno di visitatori, l’orario di visita finisce alle 20.00. La dottoressa viene, mi visitano.
«A me non sembrano rotte…che hai sentito?» mi chiedono.
Descrivo la sensazione.
«Potrebbe essere una rottura alta. Tossisci un po’».
Lo faccio.
«No, francamente…aspetta…sì, hai ragione, hai rotto le acque».
E da lì non c’è più ritorno, lo sento. Acque rotte, da qui a 24 ore vedrò Irene. Possono andare storte due miliardi di cose, ovviamente, possono fermarsi di nuovo le contrazioni, può non andare a buon fine il travaglio, e invece in qualche modo io sento che andrà tutto bene, che è finita.
Mi portano via col letto tra ali di degenti e visitatori; io sorrido beata, mentre mi tiro su per sopportare le contrazioni.
Appena si aprono le porte delle sale travaglio, che sono contemporaneamente anche le sale parto, tutto diventa straordinariamente tranquillo. C’è un bel silenzio, luci quasi soffuse, personale gentile.
Mi mettono nella sala gialla, della Dalia. Io avevo già visto le sale parto durante il corso preparto. Tutto mi sembra bello. I colori, il letto, la bilancia dove peseranno Irene.
Non mi sembra vero di esserci finalmente arrivata. In nove mesi miriadi di volte ho avuto paura che Irene non sarebbe nata: dal terrore dell’aborto nei primi tre mesi, alla paura per la suina, all’angoscia per il diabete. E adesso invece ci sono, e quasi mi commuovo.
Siamo quasi sempre soli, io e Giuliano. Le ostetriche – splendide e giovanissime – vengono ogni tanto a vedere come vanno le cose. Giuliano sembra il Dr. Shepard di Lost al ritorno dall’isola, nella quarta stagione. Io respiro forte, gli stritolo una mano, cerco di sopportare il dolore, che adesso è decisamente più forte. Ma lo sopporto abbastanza bene. Poi, a ciascuno che entra, dico che prima possibile voglio l’epidurale, e questo mi tranquillizza tantissimo.
La dilatazione procede, le contrazioni iniziano ad essere pressoché continue. Quando ne arriva una, mi alzo, l’ostetrica mi sorregge, mi massaggia la schiena. Respiro fortissimo, sembro una specie di mantice. Poi arriva il momento in cui il dolore si irradia alla gambe. Praticamente, le anche mi cedono. Non posso più stare in piedi. Mi assale il panico. Non so dire perché, ma sono d’improvviso terrorizzata, e il dolore si moltiplica per cento. Mugolo, l’ostetrica mi dice “non strillare, dai”, chiedo a gran voce l’epidurale, e quasi piango.
«Ancora non sei ben dilatata. Ti facciamo un miorilassante, fai quest’ultimo centimetro di dilatazione e ti facciamo l’epidurale».
La fortuna è che qui al Gemelli sono molto pro-epidurale, tutto il corso preparto è stato un continuo “il parto fa male, fatevi la visita per l’epidurale; poi magari non la chiedete al momento, se ve la sentite, ma se non ce la fate potete farvi comunque l’anestesia”.
L’ultima mezz’ora è dura, ho paura, e per questo ho più male. Mi sento nel panico, questa è la verità, più del dolore vero è la paura di soffrire che mi sta facendo cedere.
Arriva finalmente il via libera, entra l’anestesista ed esce Giuliano. Le due cose sono mutuamente esclusive. Potrà rientrare non appena il catetere sarà dentro.
Appena sento la parola anestesista, mi sento già meglio, segno chiaro che è la mia mente che mi sta giocando un brutto scherzo.
Tutto è straordinariamente indolore. L’anestesista mi dice tutto quello che fa.
«Adesso senti il freddo del disinfettante. Adesso le punture dell’anestetico. Adesso infilo il catetere, potresti sentire una scossa alle anche, mi dici se la senti?».
Pochi minuti ed è fatta. Giuliano rientra, io mi sdraio. Non sento più dolore. Mi coprono con una coperta, convinte che possa aver freddo, ma io sto benissimo. Tempo dieci minuti, però, e il dolore è sostituito da una nuova sensazione: quella impellente, assolutamente incontenibile, di spingere. È Irene che inizia ad incanalarsi nel canale del parto, e spinge per uscire.
Lo dico all’ostetrica, che mi visita.
«Non spingere assolutamente, non sei ancora a dilatazione completa, rischi la lacerazione del collo dell’utero».
È una parola. Non spingere è impossibile. Devo stringere i denti, concentrarmi, ed è quasi più faticoso che quando sentivo il dolore delle contrazioni. Speravo di potermi riposare prima del parto, ma non c’è verso. A intervalli ritmici devo stringere i denti, e cercare di non spingere.
Ho perso la cognizione del tempo, non so a che punto siamo, finisce il turno dell’equipe che mi ha seguita fin qui, e arriva un nuovo gruppo di ostetriche. La caporeparto è un donnone biondo dai modi spicci. Io sono esausta, ed ho davvero bisogno di un coach che sia un po’ rude con me.
«Adesso puoi spingere. Afferrati le gambe e tirale a te quando senti l’impulso a spingere» mi dice.
Lo faccio, cercando di ricordare quel che mi hanno detto al corso preparto: trattieni il fiato e spingi più a lungo che puoi, fino a quando non ce la fai, poi prendi fiato e ricomincia.
Sono esausta. Sento di non potercela fare, ma il corpo non mi dà tregua. Non mangio da pranzo, non dormo da qualcosa come 40 ore. Non posso farcela.
«Non ce la faccio…».
«Spingi che non ti vedo spingere» taglia corto la caporeparto.
Io guardo tutti con occhio supplice: lei, Giuliano, le altre ragazze in sala. Voglio un aiuto, perché non ce la faccio. È al di là delle mie capacità, è inutile. Più spingo più mi sembra che non succeda niente.
«Mi sa che Irene ha qualche giro di collana, perché fa avanti e indietro» mi dice la caporeparto.
Stranamente non mi preoccupo più di tanto. Continuo a spingere perché non posso fare altro.
«Dai che si vede la testa!».
«Ha i capelli?».
«Più della mamma. La vuoi toccare?».
Prima dico di no, poi acconsento. È qualcosa di completamente diverso da come me l’ero immaginato; è una cosa viscida, vagamente gelatinosa.
«Dai, tira le staffe e spingi».
Insisto. Vagamente sento l’ostetrica che dice “vedi? Qui i tessuti si lacerano di sicuro”, ma francamente adesso non mi interessa veramente niente dell’episiotomia.
Spingo con tutta la mia forza, terrorizzata dall’idea che resti con la testa di fuori e il resto dentro. E finalmente basta. Irene esce fuori, e non fa in tempo a farlo che già piange, con una voce da bimba grande che mi stupisce.
«Ce l’ho fatta, Giuliano, ce l’ho fatta…» mormoro, perché davvero non ci credo. «Sta bene?» chiedo.
«Sì sì».
Ci penso un attimo.
«È sana?» insisto.
«Sanissima».
I primi minuti il padre la sequestra, intanto che la ginecologa si prende cura di me. Le ostetriche la lavano, poi la vestono. Nel completino che ho scelto c’è anche un cappellino troppo grande per la sua minuta capoccetta da bimba di 2970 gr per 49 cm di lunghezza. Così le ostetriche la prendono in giro.
«Sembra il Grande Puffo!» mi dicono tirandola a sedere. Poi Giuliano la prende in braccio e non la molla più.
Io tremo come fossi tarantolata.
«È normale?» chiedo senza riuscire a non far battere i denti.
«Sì, è una cosa fisiologica».
«Giuliano, me la fai vedere? Me la fai vedere?».
Glielo devo chiedere un sacco di volte prima che me la mostri. Me l’hanno fatta vedere due nanosecondi prima di portarla al bagnetto: sono riuscita giusto a darle un buffetto sulla guanciotta viscida.
Adesso la vedo meglio. Me la danno, la tengo contro il mio corpo nel letto. Sento i suoi piedini che si agitano contro la mia pancia, esattamente come quando era ancora dentro di me, non più di mezz’ora fa, e mi fa una sensazione stranissima. Penso che è bellissima, e non mi capacito che io, che non sono bella per niente, sia riuscita a fare una bimba tanto bella.
Mi portano fuori col letto, breve incontro coi parenti. Non ricordo niente, tranne Irene contro il mio petto. Poi mi riportano dentro, per il periodo di osservazione, e Irene va al nido. Confesso che ne sono anche contenta. Sono assolutamente sfinita.
Penso che è stata una cosa allucinante, che non so se sarò mai in grado di rifarla di nuovo.
“Se vorrò un altro figlio farò il cesareo” penso.
Dopo un paio d’ore, mi portano di nuovo nella mia stanza. L’ospedale è un posto silenzioso e in penombra, e c’è qualcosa di epico nel silenzio dei corridoi, e in me che li percorro nel mio letto, ormai mamma. È il riposo del giusto.
Entro nella stanza buia. Kate mi chiede com’è andata. Le dico tutto bene, forse aggiungo qualcos’altro, ma poi cado in lungo sonno senza sogni. Il sonno di chi sa di avercela fatta.

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13 dicembre 2009

Un anno fa era domenica. Ci eravamo svegliati da poco, e avevamo già iniziato a fare progetti per la giornata. La telefonata però arrivò che eravamo ancora a letto. Pensavo fosse mia madre che mi chiedeva qualcosa, e invece era l’ospedale.
“Le va bene se la ricoveriamo oggi?”.
Il cuore fece una capriola.
“Certo”.
“Allora venga in Pronto Soccorso oggi alle 15.00″.
Sebbene fossi stanca del diabete e della gravidanza, sebbene non vedessi l’ora di partorire, ricordo che quella telefonata mi gettò nel panico. Non c’era più ritorno: di lì ad una settimana avrei partorito, e la prossima volta che avrei messo piede in casa mia, saremmo stati in tre.
Mi calmai comunque abbastanza rapidamente. Pranzai, mi preparai con calma. Ricordo com’ero vestita: il maglioncino grigio, i jeans pre-maman. L’ospedale era già addobbato a festa, e l’ansia cresceva mentre ero lì in attesa. Però ero contenta, davvero. Era finita, dopo l’ansia, la paura, i problemi, ero arrivata fino in fondo, e confesso che molte volte avevo temuto di non farcela.
La visita, le altre mamme in attesa, lo smistamento in reparto. Quando entrai nella mia stanza era già buio. Mi cambiai, e bastò mettermi camicia da notte e vestaglia per passare dall’altra parte della barricata. Ora ero dentro, e gli altri fuori. Ero entrata nel microcosmo dell’ospedale, ero in un limbo, in cui non mi sentivo più completamente in attesa, ma non ero neppure ancora una mamma. Aspettavo, senza sapere cosa sarebbe successo: non avevo idea se mi avrebbero indotto il parto, e in caso quando.
Mangiai la solita roba scotta e senza sapore della mia dieta assieme ai miei e a mio marito. Poi finì l’orario delle visite, e rimasi sola.
Ero convinta che mi sarebbe salito il magone, e mi sarei messa a piangere davanti alla mia compagna di stanza, una ragazza straniera al settimo mese, anche lei col diabete. Fino a quel momento avevo avuto solo brutte esperienze con gli ospedali. E invece tenni botta. Non mi sentivo sola. C’era Irene. Ed ero lì per vederla, finalmente.
Un po’ di scrittura, una puntata di Dexter vista con le cuffie nel buio della stanza, mentre la mia compagna dormiva, e poi spensi la luce anch’io, la fede al dito nel silenzio del reparto.
Cominciò così l’avventura, il 13 dicembre del 2009.

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Apparati diagnostici infernali

Da qualche giorno Irene non sta benissimo. Ha un po’ di raffreddore, qualche volta ha vomitato, sospettiamo che abbia qualche problema di pancia. Il pediatra ci ha allora consigliato di fare un’analisi delle urine.
Negli adulti l’analisi delle urine è una cosa magari un po’ fastidiosa, ma tutto sommato normale. Superata la fobia di farla nel vasetto di plastica, la procedura nel complesso è banale e semplice. Io in gravidanza avevo un’analisi delle urine al mese, alla fine mi trovavo meglio a farla nel vasetto che nella tazza, per dire…
Coi neonati le cose si complicano. Un bimbo piccolo non fa la pipì a comando, la fa quando gli gira. Non è che puoi star lì col vasetto pronto alla bisogna, col bimbo con le chiappe al vento, in attesa che la faccia. Per questo ci viene in soccorso la tecnologia.
In farmacia esistono queste bustine, per maschietti e femminucce. Le incolli alla patatina o al pisellino del pargolo e attendi. Pratico, comodo, semplice.
Eh. A dirsi.
Innanzitutto, la bustina può stare in posizione non più di mezz’ora. Oltre si contamina. Per cui la prole deve urinare in quel lasso di tempo, altrimenti altro giro altra corsa, occorre cambiare bustina.
Sarebbe bene anche che il pargolo non defecasse. Se lo fa, la bustina è per ovvie ragioni inutilizzabile – e anche inavvicinabile, direi io.
Comunque, ieri compro tre bustine, e stamattina facciamo la prova. Ci sono le istruzioni, ma comunque non mi è del tutto chiaro cosa debba staccarsi dalla bustina e cosa no. Comunque, incollo quella che ritengo la parte giusta sulla patatina della mia patatina, e aspetto. Mezz’ora passa, io e il papà apriamo speranzosi il pannolino. Niente. Bustina vuota. Vabbeh, altro giro altra corsa. Seconda bustina. Adesso però ci mettiamo anche un bicchierino d’acqua onde facilitare la minzione.
Passa mezz’ora, guardiamo la bustina. Vuota. Grrrr. Terza bustina. Altro po’ d’acqua.
Passa mezz’ora. Ormai non ho molte speranze. Appena apro il pigiama, sento l’odore classico del pannolino bagnato. No, dannazione, no. Apro. Irene pipì l’ha fatta, ma un angolino maledetto della bustina non s’è incollato come dovrebbe, e quindi la pipì è uscita. Urlo il mio dolore al cielo. Le bustine sono finite, e anche ad andarne a comprare una volo, il centro di analisi è aperto fino ad una certa ora, e non faremmo in tempo.
Vabbeh, ci rassegnamo. Riproveremo lunedì mattina.
Per tirarci tutti su, decidiamo di fare il bagnetto alla pargola. Mettiamo l’acqua, giochiamo un po’, quando finalmente la temperatura è giusta infiliamo Irene nella vasca da bagno. E, indovinate un po’? La pupa non fa in tempo ad essere dentro che già sta facendo abbondante, giallognola pipì nell’acqua.
Seguono bestemmie e imprecazioni assortite.

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Cara Cara

Interno giorno. Lettone. Io, Giuliano e Irene, che ci siamo svegliati da poco.
Lei è tutta contenta, sta seduta in mezzo a noi e lalla a tutto spiano.
Giuliano (accarezzandomi una spalla): Dai, facciamo cara cara a mamma: cara, cara…
Irene mi assesta un bel papagno sugli occhiali.
Giuliano (insistendo con la carezza): No, Irene, così: cara, cara…
Irene tenta di staccarmi un orecchio.
Giuliano (insistendo con la carezza): Ire’, no, così, piano
Irene cerca di cecarmi un occhio.
Io: Senti, Irene, guarda, come se me l’avessi fatto cara cara, ok? Qui sennò con tutto quest’affetto non so cosa mi resterà di sano…

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Basta poco a fare autunno reprise

Sgrunt…

P.S.
Ho una notizia bella bella bella in modo assurdo per voi, e per chi non ha capito la citazione, filate in videoteca e affittate Zoolander :P . Martedì 26, alle 17.30, alla fanc di Roma insieme a me ci sarà anche Paolo Barbieri. Insomma, per chi ci sarà, si beccherà due autografi al prezzo di uno. Vi aspettiamo!

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Velocemente

Tra le cose che mi venivano ripetute più spesso quando avevo partorito da poco c’era: “Eh, goditi questo periodo perché i figli crescono in fretta”. Non che non ci credessi. Da quando ho compiuto diciotto anni la vita ha smesso di scorrere placida, lenta, con anni uno diverso dall’altro, estati lunghe come avventure interminabili e anni scolastici che si dipanavano lenti. Tutto ha iniziato a correre a rotta di collo, e questi dodici anni mi sono sembrati durare meno della metà dei diciotto precedenti.
Però, tutto sommato dentro di me mi dicevo: “Magari i vostri figli cresceranno in fretta, la mia avrà la decenza di metterci un sacco di tempo”. La cosa che ingannava è che i primi quattro mesi tutto sommato sono passati piano.
Poi ieri guardo iCal e vedo che è il 20 ottobre. Cappero. La figlia di una mia amica compie un anno. Me la ricordo, la sera che ci disse di essere incinta. Era febbraio 2009, fu l’ultima spallata che mi convinse a farlo per davvero, un figlio. Mi ricordo anche quella sera d’estate in cui lei era al quinto mese, io tipo al terzo e passammo tutto il viaggio in macchina a disquisire di liquido amniotico, feti ed ecografie.
Mi ricordo anche la bimba, la prima volta che la vidi, a casa mia, che non aveva neppure un mese ed era piccola piccola piccola. Adesso ha un anno.
Ok, è la figlia di un altro. Però Irene un anno lo farà tra meno di due mesi. Ha già smesso di essere neonata. Mangia le pappe, tenta i primi passi e dice “cia cia” al draghetto che fa da lampadario in camera sua. E io nel frattempo ho a malapena fatto in tempo a realizzare che sono diventata madre, e ancora mi fa male il buchino dell’epidurale dietro le schiena. Lei, intanto, è andata avanti, è diventata una donnina e io sto ancora a trafficare coi suoi biberon.
Poi un giorno forse qualcuno ce la spiegherà questa cosa. Perché la vita corre così tanto che si fatica a starle dietro. E dove corre, soprattutto, e cosa riusciremo mai a trattenere tra le dita.

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Tracce

Ieri cercavo (senza trovarla, per altro) l’ultima prescrizione della mia oculista. Ho rifatto gli occhiali, sì. Per farlo ho ripreso in mano tutto il faldone delle analisi che mi sono fatta in questi anni.
Il primo foglio che mi è capitato in mano è stato quello di un vecchissimo test di gravidanza. Lo feci poco prima di sposarmi. Non che avessi reali sospetti, ma non stavo bene, scoprimmo poi a causa dello stress, e prima di curarmi occorreva fugare ogni più piccolo dubbio.
Ricordo che le ragazze del centro dove andai a fare il prelievo mi sorridevano con fare complice. La dottoressa anche mi guardava di sottecchi con un mezzo sorriso, e alla fine mi disse “In bocca al lupo”. Sarebbe stato un casino, se fossi stata incinta. Di lì a due mesi dovevo sposarmi. Ma mi accorsi per la prima volta che non sarebbe stato un problema. Anzi. E quando lessi il lapidario “non incinta” ci rimasi male.
Poi ho trovato l’altro test di gravidanza. Beta-Hcg 1799. Terza settimana. Lo aprii col cuore a mille, stavolta la paura era di non essere incinta, di essersi immaginata qualcuno, lì nel pancino, che in verità non c’era mai stato. E invece c’era, c’era da tre settimane. Avevo lezione, quel pomeriggio, ma non riuscii ad andarci. Volai direttamente a lavoro da Giuliano.
La prima ecografia. Faceva un caldo colossale. Io avevo un improbabile vestitino lilla. Non mi commossi. Io che piango sempre, non mi sono mai commossa per Irene. Non lo so perché. Funziona così. Dopo mi presi un bel gelato. Alla frutta, per non ingrassare troppo.
Poi, a tradimento, compare prima il foglio illustrativo della penna del pungidito. Poi, tutti i fogli con l’andamento della mia glicemia. La mia vita un anno fa su bianchi fogli di carta, su cui stampavo le tabelle con l’andamento degli zuccheri nel mio sangue: in rosso i picchi, troppi nella mia visione delle cose, nonostante la dieta e l’insulina.
L’insulina. Una penna sta ancora sulla mia scrivania; il liquido, dentro, è ultra-scaduto, e comunque ho buttato tutti gli aghi usa e getta. Ma dietro il mio Air, coperto di polvere, c’è ancora il glucometro.
Sono stati solo tre mesi. Eppure è un periodo della mia vita che non passa. Resta sospeso come un monito. Una spada di Damocle tra capo e collo. In futuro, chissà…Restassi di nuovo incinta so che mi toccherebbe di nuovo tutto: l’insulina, dodici buchi al giorno, il ricovero. Ma se invece un giorno mi stancassi di stare attenta a quel che mangio? Se non riuscissi più a mantenere il mio peso? Se tornasse, quando sarò vecchia, quando sarò più grande?

La nostra storia lascia le tracce più insospettabili. Foto ingiallite in una scatola di latta, o un mucchio di vecchie analisi conservate in una cartellina di cartone. Mi sono bastati quei fogli, a tornare indietro a quei nove mesi, un anno fa.

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Frammenti

Mettiamo le cose in chiaro

Scarpone…

…ma soprattutto scarpine

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Febbre

Una passa un splendido weekend in una città meravigliosa. Riesce addirittura a stare quasi bene per la premiazione, e, durante la stessa, si sente quasi contenta, quasi orgogliosa. Una è fiera della pupa, che ha preso l’aereo per la prima volta senza fare storie, che è stata buona e allegra per tutto il tempo. Una rientra a casa soddisfatta, dopo un volo che riesce addirittura a partire e arrivare in orario, e, beh, è in pace col mondo, tutto sommato.
Poi però…
Poi però la bimba atterra stanca morta. Poi però la bimba non mangia, ma anzi vomita quel po’ che ha mangiato a merenda, e le viene pure la febbre, e vuole stare solo in braccio alla sua mamma, mentre la guarda con l’occhietto lucido e le tocca la guancia con la manina calda. Poi però la bimba si sveglia alle 3.00 di notte con la febbre, beve un pochino di latte caldo, ma vomita di nuovo sul letto di mamma e papà, e sta sveglia un po’ sovraeccitata, un po’ infastidita, ma comunque febbricitante, fino alle 5.30, quando finalmente, esausta – ma sempre con la febbre – si addormenta.
E allora…allora niente. Una si maledice duecento miliardi di volte, si fa venire i sensi di colpa, e alla fine però si dice che le è andata di lusso, che ci son voluti nove mesi per avere a che fare con la prima malattia della pupa. E si rimbocca le maniche per una giornata difficile.

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Memoria

Sto leggendo Acciaio, e ieri sera siamo arrivati al famigerato 11 settembre 2001. È il secondo libro che leggo nel quale in qualche modo questa data fa capolino nelle vite dei protagonisti – l’altro, per la cronaca, era Cento Colpi di Spazzola Prima di Andare a Dormire -. Trovo sempre che ci sia qualcosa di inafferrabile, non completamente verosimile, nelle reazioni che i personaggi hanno di fronte alle torri che crollano. Come se non si potesse davvero dire quel che abbiamo pensato, quel che abbiamo provato.
Ho cercato di andare con la memoria a quel giorno di nove anni fa, ho cercato di ricordare. E ho scoperto che è una pagina della mia vita – della nostra vita – della quale il mio cervello ha salvato poche sparute parole. Ricordo quando mi sono rotta la gamba a due anni, ricordo un sacco di cose dell’asilo, credo di ricordare vagamente l’epoca in cui ancora avevo il pannolino, ma ricordo pochissimo di quei giorni.
Ero all’università a preparare analisi 2. Mio padre era all’estero per lavoro e sarebbe dovuto tornare il giorno seguente. Ricordo la telefonata di mia madre, ricordo come eravamo tutti ammutoliti davanti al televisore, nel laboratorio di fisica 2, mentre guardavamo le torri fumare, e poi crollare. E ricordo che l’unico pensiero che avevo era: mio padre lo facciamo tornare in nave. Non esiste che domani prende un aereo. Non esiste che io, o qualsiasi persona cui voglio bene, prenda d’ora in avanti un aereo. Mai più nella vita.
Ecco. Non capivamo.
Tutti dicono che quelle immagini sembravano finte. Lo dissi anch’io. Sono andata a ripescare i diari di quei giorni, e ho trovato la pagina scarna scritta il 12 settembre 2001. “Sembra un film”. Eravamo tutti così. Incapaci di comprendere, di assimilare. Forse lo siamo ancora oggi.
Poi penso che Irene non c’era. Irene sarebbe venuta otto anni dopo. Dovrò raccontarle io come ci sentivamo, cosa pensammo. Per lei sarà come per me la Baia dei Porci: una cosa che mi racconta mia madre, lontana, difficile da capire o anche solo da immaginare. Ci saranno migliaia di foto, e video, e audio, certo. Tutte laccate, perfette, come immagini dall’ultimo film di Emmerich. Ma il senso forse continuerà a sfuggirci, e non potrà certo coglierlo lei, che non c’era, che non sapeva.
Non so perché mi viene da pensarci ora. Le commemorazioni si fanno il giorno in cui cade l’anniversario dell’evento, non tredici giorni dopo. Ma la maternità è una cosa potente, agisce sull’immaginario, ti porta a riconsiderare persino il tuo rapporto con la memoria. E i libri, certo, non sono da meno.

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