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13 dicembre 2009

Un anno fa era domenica. Ci eravamo svegliati da poco, e avevamo già iniziato a fare progetti per la giornata. La telefonata però arrivò che eravamo ancora a letto. Pensavo fosse mia madre che mi chiedeva qualcosa, e invece era l’ospedale.
“Le va bene se la ricoveriamo oggi?”.
Il cuore fece una capriola.
“Certo”.
“Allora venga in Pronto Soccorso oggi alle 15.00″.
Sebbene fossi stanca del diabete e della gravidanza, sebbene non vedessi l’ora di partorire, ricordo che quella telefonata mi gettò nel panico. Non c’era più ritorno: di lì ad una settimana avrei partorito, e la prossima volta che avrei messo piede in casa mia, saremmo stati in tre.
Mi calmai comunque abbastanza rapidamente. Pranzai, mi preparai con calma. Ricordo com’ero vestita: il maglioncino grigio, i jeans pre-maman. L’ospedale era già addobbato a festa, e l’ansia cresceva mentre ero lì in attesa. Però ero contenta, davvero. Era finita, dopo l’ansia, la paura, i problemi, ero arrivata fino in fondo, e confesso che molte volte avevo temuto di non farcela.
La visita, le altre mamme in attesa, lo smistamento in reparto. Quando entrai nella mia stanza era già buio. Mi cambiai, e bastò mettermi camicia da notte e vestaglia per passare dall’altra parte della barricata. Ora ero dentro, e gli altri fuori. Ero entrata nel microcosmo dell’ospedale, ero in un limbo, in cui non mi sentivo più completamente in attesa, ma non ero neppure ancora una mamma. Aspettavo, senza sapere cosa sarebbe successo: non avevo idea se mi avrebbero indotto il parto, e in caso quando.
Mangiai la solita roba scotta e senza sapore della mia dieta assieme ai miei e a mio marito. Poi finì l’orario delle visite, e rimasi sola.
Ero convinta che mi sarebbe salito il magone, e mi sarei messa a piangere davanti alla mia compagna di stanza, una ragazza straniera al settimo mese, anche lei col diabete. Fino a quel momento avevo avuto solo brutte esperienze con gli ospedali. E invece tenni botta. Non mi sentivo sola. C’era Irene. Ed ero lì per vederla, finalmente.
Un po’ di scrittura, una puntata di Dexter vista con le cuffie nel buio della stanza, mentre la mia compagna dormiva, e poi spensi la luce anch’io, la fede al dito nel silenzio del reparto.
Cominciò così l’avventura, il 13 dicembre del 2009.

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Apparati diagnostici infernali

Da qualche giorno Irene non sta benissimo. Ha un po’ di raffreddore, qualche volta ha vomitato, sospettiamo che abbia qualche problema di pancia. Il pediatra ci ha allora consigliato di fare un’analisi delle urine.
Negli adulti l’analisi delle urine è una cosa magari un po’ fastidiosa, ma tutto sommato normale. Superata la fobia di farla nel vasetto di plastica, la procedura nel complesso è banale e semplice. Io in gravidanza avevo un’analisi delle urine al mese, alla fine mi trovavo meglio a farla nel vasetto che nella tazza, per dire…
Coi neonati le cose si complicano. Un bimbo piccolo non fa la pipì a comando, la fa quando gli gira. Non è che puoi star lì col vasetto pronto alla bisogna, col bimbo con le chiappe al vento, in attesa che la faccia. Per questo ci viene in soccorso la tecnologia.
In farmacia esistono queste bustine, per maschietti e femminucce. Le incolli alla patatina o al pisellino del pargolo e attendi. Pratico, comodo, semplice.
Eh. A dirsi.
Innanzitutto, la bustina può stare in posizione non più di mezz’ora. Oltre si contamina. Per cui la prole deve urinare in quel lasso di tempo, altrimenti altro giro altra corsa, occorre cambiare bustina.
Sarebbe bene anche che il pargolo non defecasse. Se lo fa, la bustina è per ovvie ragioni inutilizzabile – e anche inavvicinabile, direi io.
Comunque, ieri compro tre bustine, e stamattina facciamo la prova. Ci sono le istruzioni, ma comunque non mi è del tutto chiaro cosa debba staccarsi dalla bustina e cosa no. Comunque, incollo quella che ritengo la parte giusta sulla patatina della mia patatina, e aspetto. Mezz’ora passa, io e il papà apriamo speranzosi il pannolino. Niente. Bustina vuota. Vabbeh, altro giro altra corsa. Seconda bustina. Adesso però ci mettiamo anche un bicchierino d’acqua onde facilitare la minzione.
Passa mezz’ora, guardiamo la bustina. Vuota. Grrrr. Terza bustina. Altro po’ d’acqua.
Passa mezz’ora. Ormai non ho molte speranze. Appena apro il pigiama, sento l’odore classico del pannolino bagnato. No, dannazione, no. Apro. Irene pipì l’ha fatta, ma un angolino maledetto della bustina non s’è incollato come dovrebbe, e quindi la pipì è uscita. Urlo il mio dolore al cielo. Le bustine sono finite, e anche ad andarne a comprare una volo, il centro di analisi è aperto fino ad una certa ora, e non faremmo in tempo.
Vabbeh, ci rassegnamo. Riproveremo lunedì mattina.
Per tirarci tutti su, decidiamo di fare il bagnetto alla pargola. Mettiamo l’acqua, giochiamo un po’, quando finalmente la temperatura è giusta infiliamo Irene nella vasca da bagno. E, indovinate un po’? La pupa non fa in tempo ad essere dentro che già sta facendo abbondante, giallognola pipì nell’acqua.
Seguono bestemmie e imprecazioni assortite.

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Cara Cara

Interno giorno. Lettone. Io, Giuliano e Irene, che ci siamo svegliati da poco.
Lei è tutta contenta, sta seduta in mezzo a noi e lalla a tutto spiano.
Giuliano (accarezzandomi una spalla): Dai, facciamo cara cara a mamma: cara, cara…
Irene mi assesta un bel papagno sugli occhiali.
Giuliano (insistendo con la carezza): No, Irene, così: cara, cara…
Irene tenta di staccarmi un orecchio.
Giuliano (insistendo con la carezza): Ire’, no, così, piano
Irene cerca di cecarmi un occhio.
Io: Senti, Irene, guarda, come se me l’avessi fatto cara cara, ok? Qui sennò con tutto quest’affetto non so cosa mi resterà di sano…

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Basta poco a fare autunno reprise

Sgrunt…

P.S.
Ho una notizia bella bella bella in modo assurdo per voi, e per chi non ha capito la citazione, filate in videoteca e affittate Zoolander :P . Martedì 26, alle 17.30, alla fanc di Roma insieme a me ci sarà anche Paolo Barbieri. Insomma, per chi ci sarà, si beccherà due autografi al prezzo di uno. Vi aspettiamo!

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Velocemente

Tra le cose che mi venivano ripetute più spesso quando avevo partorito da poco c’era: “Eh, goditi questo periodo perché i figli crescono in fretta”. Non che non ci credessi. Da quando ho compiuto diciotto anni la vita ha smesso di scorrere placida, lenta, con anni uno diverso dall’altro, estati lunghe come avventure interminabili e anni scolastici che si dipanavano lenti. Tutto ha iniziato a correre a rotta di collo, e questi dodici anni mi sono sembrati durare meno della metà dei diciotto precedenti.
Però, tutto sommato dentro di me mi dicevo: “Magari i vostri figli cresceranno in fretta, la mia avrà la decenza di metterci un sacco di tempo”. La cosa che ingannava è che i primi quattro mesi tutto sommato sono passati piano.
Poi ieri guardo iCal e vedo che è il 20 ottobre. Cappero. La figlia di una mia amica compie un anno. Me la ricordo, la sera che ci disse di essere incinta. Era febbraio 2009, fu l’ultima spallata che mi convinse a farlo per davvero, un figlio. Mi ricordo anche quella sera d’estate in cui lei era al quinto mese, io tipo al terzo e passammo tutto il viaggio in macchina a disquisire di liquido amniotico, feti ed ecografie.
Mi ricordo anche la bimba, la prima volta che la vidi, a casa mia, che non aveva neppure un mese ed era piccola piccola piccola. Adesso ha un anno.
Ok, è la figlia di un altro. Però Irene un anno lo farà tra meno di due mesi. Ha già smesso di essere neonata. Mangia le pappe, tenta i primi passi e dice “cia cia” al draghetto che fa da lampadario in camera sua. E io nel frattempo ho a malapena fatto in tempo a realizzare che sono diventata madre, e ancora mi fa male il buchino dell’epidurale dietro le schiena. Lei, intanto, è andata avanti, è diventata una donnina e io sto ancora a trafficare coi suoi biberon.
Poi un giorno forse qualcuno ce la spiegherà questa cosa. Perché la vita corre così tanto che si fatica a starle dietro. E dove corre, soprattutto, e cosa riusciremo mai a trattenere tra le dita.

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Tracce

Ieri cercavo (senza trovarla, per altro) l’ultima prescrizione della mia oculista. Ho rifatto gli occhiali, sì. Per farlo ho ripreso in mano tutto il faldone delle analisi che mi sono fatta in questi anni.
Il primo foglio che mi è capitato in mano è stato quello di un vecchissimo test di gravidanza. Lo feci poco prima di sposarmi. Non che avessi reali sospetti, ma non stavo bene, scoprimmo poi a causa dello stress, e prima di curarmi occorreva fugare ogni più piccolo dubbio.
Ricordo che le ragazze del centro dove andai a fare il prelievo mi sorridevano con fare complice. La dottoressa anche mi guardava di sottecchi con un mezzo sorriso, e alla fine mi disse “In bocca al lupo”. Sarebbe stato un casino, se fossi stata incinta. Di lì a due mesi dovevo sposarmi. Ma mi accorsi per la prima volta che non sarebbe stato un problema. Anzi. E quando lessi il lapidario “non incinta” ci rimasi male.
Poi ho trovato l’altro test di gravidanza. Beta-Hcg 1799. Terza settimana. Lo aprii col cuore a mille, stavolta la paura era di non essere incinta, di essersi immaginata qualcuno, lì nel pancino, che in verità non c’era mai stato. E invece c’era, c’era da tre settimane. Avevo lezione, quel pomeriggio, ma non riuscii ad andarci. Volai direttamente a lavoro da Giuliano.
La prima ecografia. Faceva un caldo colossale. Io avevo un improbabile vestitino lilla. Non mi commossi. Io che piango sempre, non mi sono mai commossa per Irene. Non lo so perché. Funziona così. Dopo mi presi un bel gelato. Alla frutta, per non ingrassare troppo.
Poi, a tradimento, compare prima il foglio illustrativo della penna del pungidito. Poi, tutti i fogli con l’andamento della mia glicemia. La mia vita un anno fa su bianchi fogli di carta, su cui stampavo le tabelle con l’andamento degli zuccheri nel mio sangue: in rosso i picchi, troppi nella mia visione delle cose, nonostante la dieta e l’insulina.
L’insulina. Una penna sta ancora sulla mia scrivania; il liquido, dentro, è ultra-scaduto, e comunque ho buttato tutti gli aghi usa e getta. Ma dietro il mio Air, coperto di polvere, c’è ancora il glucometro.
Sono stati solo tre mesi. Eppure è un periodo della mia vita che non passa. Resta sospeso come un monito. Una spada di Damocle tra capo e collo. In futuro, chissà…Restassi di nuovo incinta so che mi toccherebbe di nuovo tutto: l’insulina, dodici buchi al giorno, il ricovero. Ma se invece un giorno mi stancassi di stare attenta a quel che mangio? Se non riuscissi più a mantenere il mio peso? Se tornasse, quando sarò vecchia, quando sarò più grande?

La nostra storia lascia le tracce più insospettabili. Foto ingiallite in una scatola di latta, o un mucchio di vecchie analisi conservate in una cartellina di cartone. Mi sono bastati quei fogli, a tornare indietro a quei nove mesi, un anno fa.

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Frammenti

Mettiamo le cose in chiaro

Scarpone…

…ma soprattutto scarpine

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Febbre

Una passa un splendido weekend in una città meravigliosa. Riesce addirittura a stare quasi bene per la premiazione, e, durante la stessa, si sente quasi contenta, quasi orgogliosa. Una è fiera della pupa, che ha preso l’aereo per la prima volta senza fare storie, che è stata buona e allegra per tutto il tempo. Una rientra a casa soddisfatta, dopo un volo che riesce addirittura a partire e arrivare in orario, e, beh, è in pace col mondo, tutto sommato.
Poi però…
Poi però la bimba atterra stanca morta. Poi però la bimba non mangia, ma anzi vomita quel po’ che ha mangiato a merenda, e le viene pure la febbre, e vuole stare solo in braccio alla sua mamma, mentre la guarda con l’occhietto lucido e le tocca la guancia con la manina calda. Poi però la bimba si sveglia alle 3.00 di notte con la febbre, beve un pochino di latte caldo, ma vomita di nuovo sul letto di mamma e papà, e sta sveglia un po’ sovraeccitata, un po’ infastidita, ma comunque febbricitante, fino alle 5.30, quando finalmente, esausta – ma sempre con la febbre – si addormenta.
E allora…allora niente. Una si maledice duecento miliardi di volte, si fa venire i sensi di colpa, e alla fine però si dice che le è andata di lusso, che ci son voluti nove mesi per avere a che fare con la prima malattia della pupa. E si rimbocca le maniche per una giornata difficile.

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Memoria

Sto leggendo Acciaio, e ieri sera siamo arrivati al famigerato 11 settembre 2001. È il secondo libro che leggo nel quale in qualche modo questa data fa capolino nelle vite dei protagonisti – l’altro, per la cronaca, era Cento Colpi di Spazzola Prima di Andare a Dormire -. Trovo sempre che ci sia qualcosa di inafferrabile, non completamente verosimile, nelle reazioni che i personaggi hanno di fronte alle torri che crollano. Come se non si potesse davvero dire quel che abbiamo pensato, quel che abbiamo provato.
Ho cercato di andare con la memoria a quel giorno di nove anni fa, ho cercato di ricordare. E ho scoperto che è una pagina della mia vita – della nostra vita – della quale il mio cervello ha salvato poche sparute parole. Ricordo quando mi sono rotta la gamba a due anni, ricordo un sacco di cose dell’asilo, credo di ricordare vagamente l’epoca in cui ancora avevo il pannolino, ma ricordo pochissimo di quei giorni.
Ero all’università a preparare analisi 2. Mio padre era all’estero per lavoro e sarebbe dovuto tornare il giorno seguente. Ricordo la telefonata di mia madre, ricordo come eravamo tutti ammutoliti davanti al televisore, nel laboratorio di fisica 2, mentre guardavamo le torri fumare, e poi crollare. E ricordo che l’unico pensiero che avevo era: mio padre lo facciamo tornare in nave. Non esiste che domani prende un aereo. Non esiste che io, o qualsiasi persona cui voglio bene, prenda d’ora in avanti un aereo. Mai più nella vita.
Ecco. Non capivamo.
Tutti dicono che quelle immagini sembravano finte. Lo dissi anch’io. Sono andata a ripescare i diari di quei giorni, e ho trovato la pagina scarna scritta il 12 settembre 2001. “Sembra un film”. Eravamo tutti così. Incapaci di comprendere, di assimilare. Forse lo siamo ancora oggi.
Poi penso che Irene non c’era. Irene sarebbe venuta otto anni dopo. Dovrò raccontarle io come ci sentivamo, cosa pensammo. Per lei sarà come per me la Baia dei Porci: una cosa che mi racconta mia madre, lontana, difficile da capire o anche solo da immaginare. Ci saranno migliaia di foto, e video, e audio, certo. Tutte laccate, perfette, come immagini dall’ultimo film di Emmerich. Ma il senso forse continuerà a sfuggirci, e non potrà certo coglierlo lei, che non c’era, che non sapeva.
Non so perché mi viene da pensarci ora. Le commemorazioni si fanno il giorno in cui cade l’anniversario dell’evento, non tredici giorni dopo. Ma la maternità è una cosa potente, agisce sull’immaginario, ti porta a riconsiderare persino il tuo rapporto con la memoria. E i libri, certo, non sono da meno.

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Essere e apparire – postilla

A quanto pare, il mio post di ieri è piaciuto. Tanto è vero che è stato segnalato qua. Quel che mi interessa di più, però, è la riflessione in coda al post di bebeblog. È stata in qualche modo illuminante. Ed è vero: il 90% delle paranoie della giovane puerpera derivano da un inconscio e violentissimo desiderio di aderire al modello imperante di mamma. Che poi è quello del Mulino Bianco.
Negli ultimi anni, complici anche pediatri e psicologi vari, è tutto un rifiorire dell’immagine della Madre che accudisce il figlio 24/7: non dovresti andare a lavorare prima dell’anno di età del pargolo, devi stare con lui che ha bisogno di te; devi allattare fino ai 12 mesi almeno, o si ammala/gli vengono le allergie/avrà il sistema immunitario debole; in gravidanza devi essere più tranquilla di un bonzo, altrimenti il pupo ne risente.
Ora, il mondo è fitto di modelli ai quali ci viene chiesto di uniformarci: non è questo il vero problema della società dell’apparire? Quella della Madre, però, è estremamente subdolo, perché innanzitutto si ammanta di un alone scientifico (gli ultimi studi…le ultime ricerche…), e poi perché fa leva sul senso di colpa materno.
Se non assomigli ad una velina in fin dei conti non ci va di mezzo nessuno, ma se non assomigli alla Madre, beh, tuo figlio ne risente. Ed ecco allora che quando ti va via il latte stai lì a piangere pensando che domani a tuo figlio verrà l’ebola, e tutto perché non sei stata capace di produrne a sufficienza, o ti sei affidata a persone che non hanno saputo aver cura del tuo allattamento (e quindi, in ultima analisi, è comunque colpa tua). Se lasci tuo figlio ai nonni o alla baby sitter per andare a lavorare sei una madre snaturata, se poi lo fai per andare a cinema sei veramente stronza senza possibilità di redenzione.
Probabilmente tutti i miei timori (a parte ovviamente quelli più intimi – sarò in grado di crescere una persona? saprò guidarla attraverso la vita?) pregravidici erano soltanto questo: terrore di aderire al modello di Madre, un modello non solo irraggiungibile, ma anche in qualche modo respingente. Questa donna modesta, con la gonna sotto il ginocchio, sempre a posto nonostante la mandria di pargoli, che cucina splendidi manicaretti ed è sempre sorridente, sempre perfetta, sempre laccata. Intendiamoci, io dentro casa avevo una madre che col modello non c’azzeccava (per fortuna!) niente, ma molto spesso i condizionamenti sociali sono molto più forti anche dell’educazione.
Oggi, mentre uscivo dall’ascensore facendo le boccacce ad Irene, ho pensato che sono cambiate tantissime cosa da quando sono mamma, ma nessuna nel modo in cui mi sarei attesa. Non sono diventata quella donna pallosa e repressa che avevo orrore di diventare a tredici anni, quando leggevo certe riviste femminili a casa di mia nonna ed ero convinta che gli adulti fossero tutti infelici. Continuo ad essere stupida, pronta a divertirmi con le sciocchezze, e mi commuovo ancora quando guardo gli elfi che salpano per i Porti Grigi ne Il Signore degli Anelli, ma allo stesso tempo mi prendo cura di mia figlia, cerco di essere per lei un punto fermo. Sì, anche se della vita non ho capito un cazzo. Non la devi capire per aiutare una persona ad amarla.
E mentre con un piede tenevo aperto il portone e col ginocchio mandavo avanti il passeggino, ho pensato che le etichette non valgono davvero niente. Sono solo un modo per ridurre a semplicità ciò che è infinitamente, meravigliosamente complesso. Ognuno trova la sua strada, ognuno è madre a modo suo, e non ne esiste uno giusto, o uno sbagliato. E soprattutto, nessuna esperienza della vita potrà mai avere il potere di farci cadere in uno stereotipo: una mamma è e resterà sempre una donna, una ragazzina, una ricercatrice, una scrittrice, una scema che si diverte ancora a correre in mezzo alla strada per andare a salutare la figlia di un’amica. E per fortuna, aggiungerei.

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