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Quello che resta, e non è poco per niente

Non ho mai conosciuto Margherita Hack. In primis, per timidezza. Sono fatta così, ho paura di risultare molesta, insignificante o semplicemente stupida. Poi, perché ho la consapevolezza dei miei limiti.
Quattro anni fa, quando aspettavo Irene, mi chiesero di intervistarla per una manifestazione estiva qua a Roma. Io, semplicemente, non mi sentivo all’altezza. E rifiutai. Non me ne sono pentita: cioè, sarebbe ovviamente stato un onore e mi avrebbe fatto molto piacere, ma non me ne sentivo in grado, banalmente, e non me ne sento neppure ora.
Per questo, due sono i ricordi che ho di lei, e che mi sono tornati in mente in questi giorni.
Il primo è anche l’ultimo: era a Torino, davanti a me per fare il check in all’hotel, e notai la sua maglietta. Una t-shirt da ragazzina, tutta nera, con scritto su “Non Sparate sulla Ricerca”. E pensai a quant’è bello quando la gente fa semplicemente ciò che sente e ciò che gli piace, ciò che crede giusto, anche quando tutti da te si attendono la seriosità o la pomposità che la gente associa alla vecchiaia e alla scienza. C’era lo spirito di una ragazzina, in quella maglietta.
Il secondo è una scena di pochi minuti, durante una trasmissione di Piero Angela. Deve trattarsi di molti anni fa, perché ricordo che ero una ragazzina. Si parlava della conservazione del momento angolare, e, per spiegarla, Angela aveva messo qualcuno su una sedia girevole con dei pesi in mano. Quel qualcuno prima girava tenendo le braccia aperte; poi, quando le chiudeva, la velocità di rotazione aumentava. Un principio fisico banalissimo, che si studia alle scuole superiori e al primo anno di università. La Hack volle mettersi su quella sedia, e provare lei, e rischiò anche di cadere, coi pesi sbilanciati da una parte.
La scienza, il perché ci ossessiona e ci affascina, sta tutta in quel minuto in cui Margherita Hack si è messa su quella sedia a giocare con la fisica di base. Qualcosa che conosceva perfettamente, ma ancora la divertiva e la incuriosiva. Dopo tutti gli anni di studi, dopo tutta la sua esperienza di vita.
È la curiosità e l’amore per questo mondo che spinge la scienza. Non c’è modo migliore di esaltare il mistero dell’universo che cercare di dipanarlo. E per farlo, bisogna rimanere curiosi e giocosi come bambini; io la vedo la faccia di Irene, ogni volta che le mostriamo qualcosa di nuovo. Quella curiosità e quello stupore devono restare nel cuore di ogni scienziato, anche se si cresce e si imparano tante cose. Ce ne sono sempre altrettante che ancora non conosciamo, meravigliose almeno quanto quelle note. E questo l’ho capito quella sera guardando la tv.
Per questo m’è sfuggito un “no” quando ho letto la notizia, anche se la morte è la fine del percorso, e, per una persona di novantuno anni, è una cosa tutto sommato naturale. Eh, peccato che naturale non sembri mai. Ha fatto molto, la Hack, per la scienza e non solo. Ma io sono un’astrofisico, e l’astrofisica come me ricorderò sempre.

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