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Inception

ATTENZIONE – POTREBBE ESSERCI QUALCHE SPOILER…

Sulla scorta del sentito consiglio del sempre ottimo Fab – a proposito, ascoltate la puntata di stasera di Fantasy On Air, c’è anche un mio minuscolo contributo – e delle recensioni viste in giro, venerdì sera sono andata a vedere Inception.
Ora, confesso che questo non è un periodo in cui ho voglia di film cervellotici. Sono nel mood da trame lineari, da film abbastanza leggeri, che fanno passare quelle due orette in spensieratezza. Per questo non ero convintissima della visione. Perché l’ultimo film di Nolan che ho visto è stato Memento. Molto bello. Originale. Con una struttura da paura. Ma adesso non potrei. No, proprio non potrei mettermi lì a vedere una cosa del genere.
Fatta la premessa, devo dire che invece mi sono ricreduta. Inception è il film d’intrattenimento perfetto. Quando uno va a vedersi un thriller, un film d’azione a cinema, si aspetta una cosa così. Peccato che una cosa così esca una volta ogni due anni se hai culo, spesso anche di me. In cambio, effetti speciali a paccate, trame con voragini paurose, sceneggiature risibili.
Intendiamoci, i suoi difetti Inception ce li ha. Ok, i personaggi non è che siano esattamente la profondità personificata. Anzi, a parte Cobb, per la maggior parte sono dei chiari stereotipi: il preciso, la fanciulla piena di grinta, il piacione, il figlio mazzolato dal padre magnate…Ok, c’è un eccesso di spiegotti. La prima mezz’ora di film è come l’enunciato di un teorema: sta lì a porre le premesse necessarie per la visione. Ok, qualcosa non torna: perché quando loro son tutti lì sballottolati nel pulmino non si svegliano? Il chimico dice esplicitamente che la droga permette di essere risvegliati se si casca di lato, o in avanti, o indietro.
Ma sapete una cosa? Chissenefrega. Tutti questi difetti non inficiano il piacere della visione. E questo è il punto di qualsiasi opera che faccia della trama il veicolo principe della sua poetica. La coerenza, la verosimiglianza non potranno mai essere assolute: dio è quello che crea un mondo in cui tutto torna perfettamente dal punto di vista logico, o non staremmo qui a indagarlo con la matematica e la fisica. Un regista, uno sceneggiatore, uno scrittore una cosa del genere non sarà mai in grado di farla. Ma se è bravo, se è davvero un affabulatore, riuscirà a farti sospendere l’incredulità quel tanto che basta a passare sopra alle inevitabili incongruenze. Se stai a chiederti come fa un professore di Harvard a buttarsi da 3000 m usando come paracadute un telone tenuto su con le mani, beh, evidentemente lo scrittore non è stato abbastanza bravo a coinvolgerti con la trama. Ma non è il caso di Nolan. Nolan ha un controllo assoluto, spaventoso della materia che tratta. I film di Nolan sono monoblocco, hanno una compattezza che fa spavento. Tutto torna. E non nel senso che non ci sono le incongruenze. Nel senso che la trama è chiusa, sa in ogni momento dove sta andando, e soprattutto c’è una corrispondenza assoluta, impressionante tra forma e contenuto. Pensateci. The Prestige parlava di magia, ed era strutturato esattamente come un numero di magia: c’è la promessa, c’è la svolta, c’è il prestigio. Memento parlava di memoria, e come la memoria è frammentato: infatti tutto viene percepito esattamente come lo vede Leonard. E così Inception è un sogno. Dopo un po’, dopo molto poco, inizi a guardare tutto cercando di capire. È un sogno? È la realtà? Sono in grado di distinguere? Questo perché la prima mezzora ti spiazza, catapultandoti in un gioco di scatole cinesi. Da allora sei catturato. Da allora sogni anche tu. E in questo senso il finale non è un semplice “non sapevo come concludere, ho finito così”, come ha detto qualcuno. No. È che il film parla dell’impossibilità di distinguere ciò che è reale da ciò che non lo è, e dunque lo spettatore non può capire se sta sognando o è sveglio. Fa parte del gioco.
Per il resto, ogni cosa nel film è piegata alle esigenze dello sviluppo della trama. Non c’è un elemento stilistico che non serve l’intreccio. Il rallenty. L’odioso bullett time, che in Matrix ci piaceva anche, ma dopo è diventato un must di ogni film d’azione, per cui se non c’è la scena in bullett time non à action. In Inception serve. Sta solo dove ha un senso. E non vi sto a spiegare il perché, dovete vedere il film. E non ha un senso stilistico: no no, serve proprio ai fini della trama. Gli effetti speciali. Il cancro del cinema d’intrattenimento. Li infilano ovunque, sempre più grandiosi, sempre più verosimili, sempre più francamente pallosi. Ormai ho visto tutto a cinema. Voglio dire, la scorsa settimana mi sono rivista le 12 ore delle versioni estese de Il Signore degli Anelli. Un film di quasi dieci anni fa. Da allora non è stato fatto un solo reale passo avanti negli effetti speciali. ISDA m’ha già fatto vedere tutto. Ecco, in Inception ci sono pochi effetti speciali, tutti al servizio di scene ad effetto che servono ai fini della trama. Eppure, ragazzi, siamo nel mondo dei sogni, poteva inventarsi roba assolutamente allucinatoria, lisergica. Invece no, perché l’aspetto visivo non deve distrarre dall’intreccio, che è il vero fulcro di tutto. E, intendiamoci, le scene da whoa! ci sono, per quanto quella che mi ha colpita di più – il treno, per chi ha viso il film – sia in fin dei conti la più banale. Ma non stanno lì a distrarre lo spettatore.
Anche il fatto che i personaggi siano stereotipi è una cosa completamente voluta: che c’è di male nell’archetipo? Voglio dire, saranno quattro in tutto le storie che si possono raccontare, e due sono di formazione, per cui tutto il resto è chiosa, punto di vista dell’autore, capacità di affabulazione. Nolan piglia un tema seminale (cosa è vero? Cosa non lo è? Posso fidarmi della mia percezione?), cinque personaggi stra-abusati, e ci costruisce su un piccolo gioiello, che proprio per il suo essere così archetipico, ti acchiappa dall’inizio alla fine.
Poi possiamo parlare di tematiche più profonde. Nolan parla sempre di ossessioni. Il Leonard di Memento è ossessionato dalla vendetta, Batman è ossessionato da un distorto senso di giustizia, Angier e Borden sono ossessionati dall’illusione perfetta, e dalla loro rivalità. E Cobb è ossessionato da Mal. Il gioco è scoperto, ce lo dice Cobb stesso, nella frase più famosa del film: “Qual’è il parassita più resistente? Un’idea. Una singola idea della mente umana può costruire città. Un’idea può trasformare il mondo e riscrivere tutte le idee”.
E poi possiamo anche dire che Nolan ha la straordinaria capacità di costruire una mitologia: crea mondi pieni di elementi in qualche modo seminali, simbolici, che restano nella mente dello spettatore. I tatuaggi sul corpo di Leonard, la trottolina di Cobb. I nomi stessi dei personaggi richiamano questa dimensione archetipica (l’archietto, il chimico, il falsario).
Insomma, un gran bel film. Ok, non un capolavoro. Ma una cosa dalla quale ogni scrittore di genere ha un sacco da imparare.

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