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Il potere delle storie

Mercoledì sera sono andata a teatro a vedere lo spettacolo di un’amica, Dal Khutai Namak. Mi piacerebbe consigliarvelo, ma purtroppo quella di mercoledì era l’ultima replica, almeno a Roma, per cui non posso concedermi questo piacere. Sappiate però che era davvero bello.
Anyway, a essere messo in scena era un episodio dello Shahnameh, il Libro dei Re, un poema epico persiano: si trattava dello scontro di due eroi iraniani, Esfandiar e Rostam. Da “brava” occidentale, conosco solo la mitologia greca e quella norrena. I miti degli altri popoli mi sono pressoché sconosciuti, a parte qualche incursione scolastica nella saga di Gilgamesh e una passione per le favole giapponesi. E vedere rappresentata la storia di Esfandiar mi ha confermata in una cosa che tutto sommato sapevi già, ma ho riscoperto come fosse un’epifania nuova di zecca: qualsiasi parte del globo abitiamo, ci raccontiamo sempre le stesse storie.
Esfandiar per molti versi assomiglia ad Achille. È invulnerabile, ma ha un punto debole; per Achille il tallone, per Esfandiar gli occhi. La cosa, per altro, lo avvicina anche a Sigfrido, che divenne invulnerabile dopo essersi bagnato nel sangue del drago Fafnir, fatta eccezione per un punto sulla sua spalla, che, mentre si bagnava, venne coperto da una foglia di tiglio.
Ma non si tratta solo di questo particolare. In generale la storia di Esfandiar e della sua tragica morte per mano di Rostam aveva qualcosa di familiare, sapeva di casa: gli eroi della Shahnameh sono giganteschi, in grado di spostare rocce enormi con un dito, proprio come quelli di Omero. E sono longevi, vivono centinaia di anni, come i padri della Bibbia. Stimano l’onore sopra ogni cosa, sono magnanimi – Rostam è pronto morire pur di non essere condotto nella capitale legato -, ma sebbene siano giganti, certo, in tutti i sensi, anche loro pagano il prezzo della loro grandezza con destini tragici, e come tutti devono fare i conti con la morte e il dolore.
Scrivo, e dunque conosco il potere immenso delle storie. Ma vedere la loro universalità spiegarsi così sotto i miei occhi è stato come riscoprire l’enorme potenza delle parole. Viviamo in un tempo e in una società che in qualche modo deprezza le storie, come se raccontarsele significhi abdicare al reale, rinunciare a sporcarsi le mani con il qui e ora. E invece da secoli sono proprio le storie l’unico modo che abbiamo per indagare la verità. E i racconti di Ettore e Achille, di Esfandiar e Rostam ce lo dicono con grande chiarezza: ci svelano che nonostante ci separino miglia e miglia, nonostante alcuni di noi vivano all’ombra degli ulivi e altri a quella delle palme, l’uomo è sempre uguale a se stesso, c’è qualcosa che ci affratella, che fa sì che possiamo comprenderci sempre, oltre tutto ciò che ci divide. E quel che ci accomuna sono proprio le storie, che non cessiamo di raccontarci dall’origine dei tempi, sempre le stesse eppure sempre diverse, nutrite dallo spirito dei popoli che le hanno create.
Vedere quanto persiani e greci si assomiglino mi ha messo addosso anche una quieta tristezza: perché permettiamo al superfluo di impedirci di comunicare ad un livello più profondo, e riconoscere nell’altro uno specchio di noi stessi? Perché le lingue, gli usi e i costumi invece di diventare fonte di arricchimento diventano odiose barriere che ci nascondono a noi stessi? Non voglio fare l’ecumenica a tutti i costi, è ovvio che l’umanità viene declinata in miriadi di modi differenti in giro per il mondo, ma è sempre, appunto, umanità, un modo di essere che ci affratella a chiunque, nel globo. E, al solito, la cultura è la via: conoscere significa comprendere, e quando comprendi poi odiare diventa più difficile.

Nota di colore
Di fianco al teatro dove si è tenuto lo spettacolo – per altro fighissimo, SalaUno, si chiama – c’era una giardino privato, in mezzo ad una corte di palazzi. E là in mezzo, a beccare tra macchine ed erba, c’era un pavone. Un pavone bellissimo, più bello di qualsiasi pavone abbia mai visto in altri contesti più “naturali”, con una coda enorme che esponeva un po’ ovunque, da bravo narciso. Ci hanno detto che ha pure una consorte e un po’ di pulcini. E, niente, lo spettacolo di questo pavone in mezzo alla città, affianco ad una Punto, è stato qualcosa di così assolutamente paradossale che non ho potuto fare a meno di raccontarvelo. A volte la vita sembra un puzzle di elementi sconnessi.

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