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The Piccolo Recensore is back: Simulation Theory + Le Terrificanti Avventure di Sabrina

Non ho più tempo per fare niente. Davvero. Anche le cose che si fanno “per piacere” devono inserirsi in una rigida schedula, che è la stessa di tutti i miei impegni. Figurarsi scrivere su un blog che non legge più nessuno.
Ma questa avventura della scrittura iniziò in solitaria, nella mia stanza a casa dei miei, per il mio piacere. E allora stasera cerco di ritagliarmi venti minuti per tornare qua sopra a fare due recensioni, una estemporanea, una che avevo in canna da un po’. Per nessuno, perché va così, ma a volte le cose si fanno perché se ne ha voglia, no? :)
Enjoy per chi leggesse.

Muse – Simulation Theory
“Ti do dieci anni” mi disse Rossella, una sera in cui la costrinsi a prestarmi il suo pc per aggiudicarmi su Ebay un bootleg dei Muse. La teoria era che dopo dieci anni, di quel gruppo lì non mi sarebbe più importato nulla.
Dieci anni sono passati – di più, in effetti – e di acqua ne è passata sotto i ponti. Non vivo più l’uscita di un album dei Muse con tutto quell’hype, e non sono il mio unico orizzonte musicale. Ma nella mia vita ci sono ancora.
I primi singoli usciti di questo ottavo album a studio mi avevano lasciata estremamente perplessa. Eravamo dalle parti di The 2nd Law e Black Holes and Revelations, i due album che amo di meno, e per di più dalle parti di quei pezzi che meno apprezzavo. Avevo concluso che il disco me lo sarei preso comunque, perché sì, ma morta là. Solo che quelle cinque canzoni ho iniziato a sentirmele. E risentirmele. E risentirmele. Perché c’era qualcosa che mi chiamava.
Il disco è uscito il 5. L’ho sentito il giorno stesso, ma con una discreta rabbia, perché iTunes non ne voleva sapere di mettermi nell’ordine giusto le canzoni. Poi stasera, miracolosamente, ogni cosa è tornata al suo posto, e io ho ascoltato il disco come si deve.
Non incontra i miei gusti abituali. Non quelli che avevo quanto Absolution fu per me una specie di folgorazione sulla via di Damasco, non quelli che ho adesso. Ed è anche un disco strano, con dei pezzi che, non fosse per l’inconfondibile voce di Matt, sembrerebbero appartenere a una band completamente diversa. Mescolati per altro a immortali classici dei Muse, tipo i coretti, e la musichetta ossessiva stile Nintendo.
E quindi? E quindi mi piace. Senza ragione. Così. Perché i testi sono belli per davvero, perché i singoli nel complesso non tendono giustizia a un disco che tutto fa tranne che accontentare le tendenze del mercato (a parte l’odioso revival anni ‘80 di tutti i video usciti fin qui, e anche quello trae in inganno) o le aspettative dei fan. Sono i Muse che fanno quello che gli pare, prendere o lasciare. E quel che gli pare è roba a volte catchy, a volte seriamente respingente (vedi Break It to Me, Propaganda), testi angoscianti e canzoni d’amore incongrue ma belle in modo straziante. E infatti, a sorpresa, a parte l’ovvia Something Human (che gira anche tantissimo in radio e forse per questo piace), il pezzo che mi ha preso il cuore è Get Up and Fight. Sì, quella con quell’ “ah ah ah” che tutto urla tranne Muse. E The Void, anche. Ma anche Algorithm.
Ecco, lo vedete? Ero partita per scrivere una conclusione del tipo “però non sono esaltata come con Drones”, e invece avrei da dire qualcosa su ogni pezzo.
Dieci anni sono passati, io ho quasi quarant’anni, ma il tour di Simulation Theory me lo andrò a seguire uguale. Perché per me i Muse sono sempre i Muse.

Le terrificanti avventure di Sabrina
Di Sabrina Vita da Strega avrò visto due episodi in croce. Il fan di famiglia era mio marito, non io. Ma Giuliano voleva vedersi il remake, perché ne aveva sentito parlare bene, e anch’io ero curiosa, dopo avet visto un paio di trailer. Così, intorno a Halloween, ci siamo visti tutta la serie.
So che sta piacendo all’universo mondo. Io andrò controcorrente, perché dentro ci vedo tutti i difetti che trovo nella serialità contemporanea, soprattutto quella di gran successo: da un punto di vista della messa in scena, è perfetto. Ma sotto il fumo l’arrosto langue.
È un prodotto che vuole, fortissimamente vuole farti capire che è curato. La fotografia è qualcosa di spettacolare, le scenografie idem, gli attori scelti in modo a dir poco perfetto, tutti. Bella la musica, bello tutto.
Poi però inizi a farti qualche domanda su come funziona questo mondo qua di Sabrina. Cioè, in cosa consiste esattamente questo culto di Satana? Perché meglio venerare lui che Dio, visto che i satanisti in Sabrina sono la caricatura dei cattolici visti da un americano che un cattolico non l’ha manco incrociato una volta in strada? E streghe si nasce o si diventa? E ‘sta storia dell’inferno? E i Satanisti sono buoni o cattivi? No, perché hanno un simpatico coro parrocchiale, per dirigere il quale ci sono intrighi à la Desperate Housewives, ma al contempo, quando possono, si abbandonando al cannibalismo. Consensuale, eh? Che sennò andiamo troppo oltre.
È tutto confuso. Senza regole fisse che siano chiare, e aiutino lo spettatore a capire cosa accade. Il risultato è che alcune scelte di sceneggiatura sembrano accadere un po’ perché devono. Le cose devono andare così, taci e goditi lo spettacolo, hai visto che figa Zelda?
Forse sono vecchia io. Racconto storie in un modo che è in via d’estinzione. Forse sono prevenuta per via del femminismo di facciata sbattuto in faccia un tanto al chilo che punteggia ogni puntata, o dall’assenza dell’orrore vero, o dal fatto che non si capisce mai se vogliono farti ridere o affondare nella pesezza più angosciante.
Per me è un boh. Lei è simpatica, lui è simpatico, le Weird Sisters sono il più grande spreco di personaggio figo da Star Trek Into Darkness e Khan buttato via così. Ritenta, l’orrore vero sta da un’altra parte, e la capacità di riderne e farci ironia su anche.

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Un viaggio nel tempo di dieci anni: Muse@Rock in Rome

Il post sarà bipartito, e quindi, mi duole dirlo, un po’ lungo. La prima parte sarà dedicata al concerto in sé, la seconda all’organizzazione, che, in quanto a dis-orgnanizzazione, merita un capitolo a parte. Potete leggerne una sola o tutte e due, a seconda dei gusti. Preferirei francamente leggeste anche l’odissea cui Rock in Rome ci ha costretti finito l’evento.
Anyway, si comincia, e…enjoy!

Il concerto
Ero un po’ in dubbio se partecipare a questo concerto. La questione principale riguardava la location: io non amo la folla. Un paio di volte, ciaccata da tutti i lati in mezzo a una piazza, mi sono sentita male, e non mi andava di mettermi di nuovo in una situazione che mi facesse venire l’ansia. A Capannelle avevo già sentito Daniele Silvestri, Caparezza e Latte e i suoi Derivati, ma nessuno di loro immaginavo facesse i numeri dei Muse, e quindi temevo l’effetto calca. Era anche il quinto loro concerto che andavo a sentire, per cui per qualche ora sono stata indecisa. Alla fine, mi sono detta che non avevo voglia di darla vinta alla mia paura, così ho preso i biglietti e amen. Ecco, devo dire che ho fatto veramente, veramente bene a farlo.
Sono state dette svariate cose riguardo questo concerto: che non c’è stato spettacolo perché il palco era troppo semplice, che è durato troppo poco. Sulla seconda, questione di gusti, ma per me zompare e urlare per un’ora e mezza a più di trenta gradi è andata più che bene. Non sono una gran fan dei concerti infiniti, due ore per me sono il limite, e quindi non mi lamento. Per il palco, ricordo distintamente chi si lamentava che all’Olimpico, nel 2013, avevano perso l’anima, perché era tutto spettacolo e niente arrosto…beh, qua era solo musica, 90 minuti di musica praticamente senza interruzione, se non un paio di “ciao Roma” d’ordinanza. Poi dipende sempre dal perché vai a un concerto: io vado a ballare, cantare e godermi della buona musica. Se c’è dello spettacolo bene, ma va benissimo anche senza. E stavolta sono stata decisamente soddisfatta.
Seguo i Muse ormai da dodici anni. Li scoprii nel 2003, quando Giuliano era in Cile per la tesi, un momento decisamente particolare della mia vita. Mi hanno accompagnata in tanti momenti importanti, hanno contribuito a fare di me la persona che sono, hanno persino influenzato la mia scrittura. Per me questo concerto è stato così straordinario, più ancora di quelli precedenti, perché la scaletta era una roba fatta per noi: per noi che gli stiamo appresso da anni, che li abbiamo seguiti in tutte le loro evoluzioni, magari a volte col sopracciglio un po’ alzato, ma tutto sommato amandoli sempre. Tanti pezzi da Absolution, il loro lavoro che amo di più, tra cui un’Apocalypse Please che, in platea, avremo cantato in quattro, mentre gli altri avevano la faccia a punto interrogativo, e poi Origin of Simmetry, con una scontata Plug In Baby, ma anche una stupefacente Citizien Erased, con tanto di pianoforte a coda. E poi le canzoni nuove, che spaccano, poco da dire, con Reapers che è una roba difficile persino da descrivere, e sulla quale Matt ha fatto il coatto suonando l’assolo con la chitarra sulla schiena (e senza toppare una nota…), The Handler potente e meravigliosa, e Mercy che fa il suo sporco lavoro nonostante non sia proprio un pezzo memorabile. Matt ha piazzato degli urli qua e là che io non sentivo da anni, tutti e tre sono stati impeccabili. Breve, sì, ma intenso. E intanto, io mi sono fatta il mio trip mentale lungo dieci anni; Plug In Baby e i primi mesi, stupefatti, in cui li avevo appena scoperti; Hysteria e Times is Running Out e quell’estate strana e solitaria nella quale riempirono il vuoto di un’assenza; Starlight, che ascoltai a tutto volume mentre stavo sulla prua della nave del mio viaggio di nozze, e quel verso disperato “Our hopes and expectations, black holes and revelations” che descrive così bene i nostri vent’anni e quel che la mia generazione è ancora; e poi Knights od Cydonia, i cui versi sono finiti in bocca a Ido, durante la sua ultima battaglia. Mi sono ricordata perché li amo, perché sono dodici anni che mi sparo le loro canzoni, perché ogni volta che le note di Drones si spengono, io rimetto su tutto da capo da Dead Inside.
Mi rendo conto che tutto questo vale per me, che mi sono fatta la post adolescenza con loro, che sono una fan e lo sarò sempre. Per tutti gli altri, quelli col cellulare in mano per tre quarti di concerto, e che su Citizen Erased si guardavano perplessi, probabilmente no. Ma non ho mai detto che avrei fatto una recensione obiettiva: lo sanno tutti che ognuno dei tre libri de Le Guerre del Mondo Emerso comincia con una loro citazione, e allora che altro aspettarsi da me?
Due unici appunti: non capisco perché, se sul biglietto c’è scritto che si comincia alle 21.00, poi la prima nota parte alle 22.00. Faceva caldo, e star lì inchiodati nel silenzio per un’ora non è granché piacevole. Magari c’è una ragione per cui si fa così, ma io non riesco a immaginare quale.
La seconda è che, nonostante non sia un’amante dei volumi spaccatimpani, devo dire che il volume era davvero basso. Riuscivo a sentirmi cantare, e in cinque concerti loro che ho seguito non era mai successo. Considerando che uno era all’Arena di Verona, credo possiate immaginare quanto basso fosse il volume. Per altro, il gruppo spalla aveva suonato molto più alto. Nulla da dire sull’equalizzazione, il suono era di una nitidezza impressionante, si sentiva tutto alla grande, ma a me piace sentire la musica che batte sotto lo stomaco, i bassi che mi attraversano dai piedi alla testa, e non era così. Stavo piuttosto indietro, d’accordo, ma alla mia destra e alla mia sinistra c’erano due file di casse, spente, immagino. Vabbeh, mi rifarò quando partirà sul serio il tour di Drones.

L’organizzazione
So di arrivare con due anni di ritardo, perché la gente si lamenta del Rock in Rome almeno dal 2013, ma repetita iuvant, visto che in due anni nessuno è riuscito a risolvere i problemi strutturali di questa manifestazione.
Un paio di coordinate per chi non è di Roma: il Rock in Rome si tiene all’Ippodromo di Capannelle, che non è servito da metro, e che si trova lungo una delle consolari, le vie di origine romana che ancora oggi regolano il traffico della città, nello specifico l’Appia. Si trova un po’ fuori città, ma comunque entro l’anello del Raccordo Anulare. Di spazio, in teoria, ce n’è in abbondanza, sia per parcheggiare sia per gli eventi. Voglio dire, è un ippodromo…Quando andai a vedere Caparezza, nel 2012, se non erro, il problema era il posto in cui era stato posizionato il palco: praticamente in una strettoia, davanti alla zona dell’ippodromo con le gradinate. Sarà largo una trentina di metri a dir tanto, probabilmente anche meno. Eravamo 10000 persone e vabbeh, si resisteva. Stavolta ci hanno messi in uno spazio più largo, ma ugualmente non adatto a contenere 35000 persone. Intendiamoci, dove stavo io si stava piuttosto bene, ho saltato come una pazza senza uccidere nessuno, ma non mi sembrava l’arena giusta per un gruppo come i Muse, che all’Olimpico aveva fatto 60000 presenze.
Il palco distava in linea d’aria un 500 metri da dove avevamo parcheggiato. Si sono trasformati in un chilometro e mezzo di camminata a piedi lungo transenne farcite di cumuli di immondizia lasciata da chi aveva fatto la fila la mattina. Ora, lasciare pulito il posto in cui si tiene un concerto è responsabilità degli spettatori, ma se non mi metti neppure mezzo cestino da qualche parte io non posso certo ingoiare le bottigliette di plastica…Comunque, fin qui più o meno tutto bene, anche se sarebbe stato saggio prevedere più di un’entrata per gli spettatori. La tragedia è stata il deflusso, che pure certi giornali raccontano come sereno e allegro. Bisogna solo ringraziare la pazienza e l’educazione del pubblico se non è finita a mazzate.
Finito il concerto, ci hanno fatto rifare il chilometro e mezzo di camminata inutile, indirizzandoci di nuovo verso un’unica uscita, col risultato che s’è fatta la calca. Invece di star lì a spingerci con gli altri, io e i miei amici abbiamo preferito aspettare che la fila smaltisse un po’. Dopo 20 minuti in cui la situazione non era cambiata, ci siamo rassegnati al pigia pigia. Con ulteriore colpo di genio da parte degli organizzatori, il deflusso della gente aveva un passaggio obbligato per il villaggio del Rpck in Rome, ossia la zona in cui si mangia. A parte che mi hanno detto meraviglie anche di quel posto là (tre file da fare: una per farsi cambiare i soldi in token, l’unica moneta che circola là in mezzo, l’altra per ordinare, la terza per prendere da mangiare) c’era un casino assurdo tra chi voleva uscire, chi doveva prendere pulman e treni, e chi doveva mangiare.
Comunque, riusciamo ad avviarci verso il parcheggio. Che è immerso nell’oscurità più totale, e non ha indicazioni di nessun genere. Gli ausiliari del parcheggio che ci hanno aiutati a trovare posto all’arrivo si sono dileguati. C’è gente che credo abbia ritrovato al macchina domenica mattina, perché alle due ancora c’era gente che vagava senza avere la più pallida idea di dove si trovasse. Una volta saliti in macchina, impossibile identificare un percorso per l’uscita: zero indicazioni, zero persone cui chiedere, e soprattutto un’unica uscita. Sì, avete capito: un concerto con 35000 presenze, per cui direi almeno 5000 macchine, e un’uscita solo sull’Appia, in una zona per altro farcita di locali, in cui quindi c’è traffico già normalmente. Siamo entrati in macchina, davanti a noi una fila chilometrica diretta verso il nulla, e immobile. E la prima ora se n’è andata così, al buio, in macchina, senza avere idea di dove andare. Ho seriamente creduto che avrei dovuto dormire a Capannelle.
A un certo punto Giuliano e un mio amico sono andati a comprare dell’acqua; ci hanno messo sui venti minuti, e in quel tempo hanno visto uscire dal parcheggio solo un autobus. Sì, perché c’era il servizio navetta, che s’è incastrato ovviamente nell’ingorgo cosmico, governato da due ragazzi e due vigili che di fronte alle rimostranze, pure troppo pacate, della gente hanno parlato di “normale deflusso”. A Roma è normale stare un’ora fermi in un parcheggio al buio, all’una di notte, senza sapere dove devi andare.
Comunque, dopo un’ora, e non si capisce perché non prima, finalmente qualcuno apre un cancello dietro il nostro parcheggio, e i deflussi diventano due. Solo che, in assenza di indicazioni o percorsi chiari per uscire, ci fiondiamo tutti in ordine sparso verso il cancello. Risultato: due ore per guadagnare Via di Capannelle e finalmente uscire dal casino. Al netto, tre ore per uscire da un parcheggio, a fronte di un’ora e mezza di musica. Tralasciamo poi che l’uscita pedonale coincideva con quella della macchine, aumentando il casino, o le dosi industriali di polvere che ci siamo dovuti respirare, perché Capanelle è pur sempre un ippodromo.
Ora, se non sai organizzare, se non puoi pagare la gente che ti trasforma un prato in un parcheggio, non li fare gli eventi. Certo, uno un po’ di calca per uscire la mette in conto; quando andai a sentirli al Palalottomatica, nel 2005, feci una mezz’ora di traffico, e va bene, nessuno pretende che si vuoti un parcheggio in due minuti. Ma tre ore è fuori dalla grazia di dio. Una ragazza che è venuta ieri a sentire la mia presentazione ha aspettato quattro ore un taxi. O si cambia location, o si fanno le cose per bene, perché così non è soltanto frustrante, rischia anche di essere pericoloso, e 60 euro per i biglietti sono davvero tanti. Per parte mia, non credo tornerò più al Rock in Rome: meglio aspettare qualche mese e andarsi a vedere i concerti in posti in cui le cose sono più tranquille, e francamente, non consiglio neppure a voi di andarci, se non a guardare concerti che non registrino più di 10000 presenze.

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Le recensioni non richieste: Drones

Vi stavate preoccupando, eh? È uscito il nuovo album dei Muse e qua niente, silenzio completo…c’avevate sperato, confessatelo. Che a questo giro niente deliri, niente recensioni canzone per canzone…e invece, al terzo ascolto, mentre scendevo in macchina a ritirare i lampadari che dovevano essere pronti tre settimana e fa e invece nisba, ho pensato: di quest’album tocca fare una recensione. Ed eccola qua.
Dunque. In teoria questo doveva essere l’album del ritorno al rock puro, à la Origin of Simmetry e Showbiz. Via l’elettronica, via i coretti dei Queen, spazio ai riff e alle chitarre. Il problema è che sono almeno tre album che si parla di questo ritorno alle origini, e ancora non se n’è vista traccia. Quel che Matt dice circa le sue canzoni è sempre da prendere con le pinze. Inoltre, ne è passata di acqua sotto i ponti, dai primi due dischi, e non si può certo cancellare con un colpo di spugna tutta l’evoluzione musicale che c’è stata nel mezzo. Per cui no, non è un ritorno al rock. L’elettronica qua e là c’è ancora, i maledetti coretti dei Queen pure, ma indubbiamente rispetto a Resistence e The 2nd Law è un album più snello, più puro e tutto sommato anche più compatto. Ora uso una parola che non credevo avrei mai rispolverato per i Muse: è un album più sobrio. Roba come United States of Eurasia, o Survival qui non le troverete. Se ne scorge traccia in alcuni pezzi, ma tutto quanto di barocco ed eccessivo ci fosse stato in quei pezzi è stato pulito, rimosso, per arrivare all’essenza del riff: è un album di riff e assoli, è un album di pezzi di bravura, persino. Questa è al contempo una buona e una cattiva notizia: soprattutto con The 2nd Law i Muse erano arrivati pericolosamente vicini al grottesco, e stavano flirtando un po’ troppo pesantemente col cattivo gusto. Ma l’aspetto scarno dei pezzi di Drones, davvero per lo più incentrati su batteria, chitarra e basso, vuol dire anche un addio quasi totale alla cosa che mi aveva fatto amare Bellamy e soci: la commistione con la musica classica, e, in un ultima analisi, i tappeti di violini e pianoforte. Il pianoforte è praticamente scomparso, e fa solo una breve comparsata in The Globalist. I violini pure sono dati quasi per dispersi. In questo senso, sì, sembra un po’ Showbiz, anche in certi echi vagamente americaneggianti. Ma, che ci vuoi fare, questa è la loro evoluzione, questo è quel che vogliono fare ora, e io rispetto profondamente gli artisti che seguono una propria strada, cercando di non farsi influenzare troppo dal pubblico. I testi rivelano chiaramente che questo è quel che Matt voleva fare, l’adesione viscerale dell’interprrtazione delle canzoni tradisce che questa è roba loro, la roba che amano, e allora alzo le mani: è giusto così.
Ma mi è piaciuto o no? Dunque, siamo lontani da Absolution, che per me resta il loro capolavoro, e anche Resistence non è proprio dietro l’angolo. Però è un bel disco, compatto, e che soprattutto cresce: c’erano delle cose che al primo ascolto mi avevano lasciata perplessa, ma adesso mi ritrovo a farci headbanging su, e ogni ascolto lascia la voglia di ricominciare. L’ho già sentito quattro volte, e lo risentirò ancora. Non sono più il gruppo che mi folgorò undici anni fa, ma è anche giusto che sia così, e non è probabilmente il loro disco capolavoro, ma è un bel lavoro, solido, e tutto sommato non vedo l’ora di andarli a sentire di nuovo il 18 luglio. Nota di merito al booklet, senza neppure una loro foto, ma con delle illustrazioni meravigliose.
Adesso, breve recensione pezzo pezzo

Dead Inside: Undisclosed Desires 2.0. All’inizio non mi convinceva per niente, ma tutto sommato non è affatto male. È il consueto anello di congiunzione coi dischi precedenti, quello presente in tutti gli album dei Muse. Uno li potrebbe mettere in fila, i sette dischi, e sentirseli come un’opera unica.

Psycho: l’originalità non è il suo forte, ma il riff è bello e potente, ed è un pezzo che urla Muse da tutti i pori. È l’inizio della trasformazione che attraversa tutto il disco, e che li condurrà, verso la fine, su lidi lontanissimi da quelli a loro usuali. È una canzone da urlare ai concerti, e in questo fa il suo sporco lavoro egregiamente. Your aaaaaaaaaaaaaass belongs to me nooooooooowwww…

Mercy: pure qua, Starlight reprise. Una cosa tutto sommato abbastanza usuale per i loro canoni, una canzoncina un po’ più orecchiabile, ma che passa via senza lasciare troppo il segno. Non è brutta, è uno di quei pezzi che ti cresce dentro dopo ogni ascolto, ma non credo che li ricorderemo per cose del genere.

Reapers: le cose qua si fanno serie, e ci si avvia alla parte centrale dell’album, la più forte e convincente. Un pezzo che parte fortissimo, virtuosistico, giocato tutto sugli assolo, potente, insapettato e anche poco lineare. Cambia continuamente direzione, è inatteso, complesso. Una roba davvero, davvero bella.

The Handler: vabbeh, qui davvero potrei stare a parlare per ore. I Muse che mi piacciono; se ce li avessi incantenati nel sottoscala li costringerei a scrivere solo roba così :P . Oscura, potente, basata su un riff incredibilmente orecchiabile, al tempo stesso disperata, lenta…ricorda Fury, il mio pezzo preferito di tutti i loro. Per me, il capolavoro dell’album, la cosa che ricorderò di tutto il disco anche fra dieci anni. Ma, mi rendo conto, è una cosa di gusti personali.

Defector: uhm…innanzitutto tornano i maledetti coretti dei Queen, che erano bellissimi nella musica dei Queen, ma nella loro li ho sempre sopportati pochissimo. A spaccare spacca, ma il tema è un po’ troppo allegrotto per i miei gusti. Questa svolta ottimista che hanno preso in questo disco mi lascia un po’ perplessa: suonata da loro mi sembra quasi falsa, autoimposta. La canzone si salva però per l’assolo da sturbo: che gli vuoi dire, applausi.

Revolt: l’episodio più debole dell’album. Il ritornello è una roba davvero incongrua: non so neppure bene come definirlo, sembra un inno di qualche genere, di quelli brutti, però. Torna, come nel pezzo precedente, un ottismo che davvero non mi riesce di associare alla loro musica. Per altro qui non c’è nulla che riscatti il pezzo; l’assolo è carino, ma messo su un tema che a me non convince. Niente, preferisco dimenticarmela.

Aftermath: allora, è una cosa davvero insolita per loro, lontana dai Muse come li definiamo e conosciamo, ma è splendida. Una ballata straziante, magnificamente interpretata dalla voce di Matt, forse il ritornello è appena appena meno convincente della magnifica strofa, ma è un pezzo che non sfigura accanto ai suoi epigoni passati: penso a Unintended, Blackout e tutte le splendide ballate che ci hanno regalato in passato. Gran bel pezzo.

The Globalist: se The Handler è il mio pezzo preferito, questo è Il Capolavoro dell’album. Cambia così tante volte nei suoi dieci minuti, pur mantenendo coerenza interna, che è difficile persino spiegarlo. Ballata, pezzo più rock, Morricone e Leone all’inizio, il pianoforte…c’è tutto. Se volete capire cosa siano stati i Muse, e cosa siano ora, questo è il pezzo da ascoltare. Con tanta santa pazienza, perché sono nove minuti e passa di musica. Un mio amico mi ha detto che non la sentiremo mai a un concerto, e probabilmente è vero, ma chissene. Ce la spareremo quando vorremo al buio, sdraiati a terra, nelle nostre stanzette, quando avremo bisogno di staccare da noi stessi. E poi c’è il pianoforte.

Drones: questa qui, secondo me, ha fatto incazzare molta gente. È quel che resta della grandiosità, dei barocchisimi dei Muse, quelli per i quali tanta gente non li ha mai sopportati, per cui si accusava Matt di essere uno tronfio e pieno di sé. Quattro minuti di pezzo corale di un compositore rinascimentale in cui Matt fa tutte le voci. Pensatela come vi pare, a me ha fatto impazzire. È una cosa bella, la giusta chiosa ad un disco in cui la musica corale aveva già iniziato a fare capolino nei pezzi precedenti, per certi versi un pezzo quasi ironico che ribalta tutto: il rock, la speranza dei pezzi centrali…forse siamo tutti già morti e non lo sappiamo.

P.S.
C’entra niente, ma, per chi volesse, sabato 20 Giugno partecipo a Bookineri, una chiacchierata sulla scienza, come se ne parla, e dei suoi legami con la letteratura a Frascati, presso la Piazza del Mercato alle ore 21.30. Qui tutte le informazioni. Vi aspetto!

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Muse @Stadio Olimpico, Roma

La prima volta che andai a sentire i Muse era il 2006; li conoscevo da due anni, praticamente non ero mai stata ad un concerto ed ero una loro fan assolutamente sfegatata. Il luogo era il Palalottomatica, loro avevano da poco pubblicato Black Holes and Revelations, il loro quarto album, e il tutto era abbastanza sobrio: il palco era abbastanza piccolo, l’unico effetto speciale era una specie di caffettiera che si alzava e si abbassava sopra Dom, e uscii dall’esperienza praticamente sorda da un’orecchio. Il Palalottomatica ha un’acustica che fa schifo. Comunque, ero assolutamente esaltata. Era stato fantastico, mi ero svitata il collo a furia di headbanging, avevo vissuto momenti di esaltazione totale.
Sono passati sette anni da allora. Nel frattempo li ho visti altri tre volte, e, certo, ne è passata di acqua sotto i ponti. Ammetto anche che ormai i Muse non sono più quella roba lì che ascolto tutti i giorni, più volte al giorno, e l’idea di tornare a vederli mi piaceva, sì, ma non mi causava più quell’ansia mista a esaltazione delle volte precedenti. Sarà l’abitudine, l’età adulta, forse semplicemente è naturale che sia così.
E poi.
E poi il 6 mi ritrovo allo Stadio Olimpico, che così pieno non ho visto mai. Sono vestita come una sedicenne, e non mi interessa cosa la gente ne pensi. Alle 20.45, spaccando il minuto manco fossero svizzeri, i Muse si producono nella prima schitarrata della serata, e la loro musica mi colpisce all’improvviso là dove sono sempre stati, sotto lo sterno, tra stomaco e cuore, in quel luogo dove vive tutto ciò che più profondamente mi appartiene, e semplicemente quei sette anni scompaiono. Io sono di nuovo la ragazzina che li scopre per tirarsi su mentre il fidanzato è all’estero per la tesi di laurea, sono di nuovo la venticinquenne che si spara Fury nelle orecchie a tutto volume, di notte, mentre attraversa il Tirreno di ritorno dalle vacanze, sono di nuovo quella con la maglietta tirata su fin sotto al seno che balla impazzita al Palalottomatica.
Perché la verità è che se hai davvero amato una cosa, se ha fatto parte del tuo percorso esistenziale, allora quella cosa non ti abbandonerà mai, per quanto tu possa allontanarti e seguire altre strade. E i Muse sono ancora e sempre con me. Perché raccontano le mie debolezze e la mia eterna lotta contro le mie paure quando Matt canta “I want to be free from desolation and despair”, perché io credo davvero che “love is our resistance” e non posso fare a meno di pensare a Ido e alla sua ultima battaglia quando nell’aria urlano le note di Knights of Cydonia. La musica dei Muse mi somiglia e mi descrive, e per questo non mi lascerà mai.
Molta acqua è passata sotto i ponti, dicevo, e non solo per me. All’Olimpico il palco stavolta era grandioso, con tanto di fiammone gigantesche che ci proiettavano in faccia il loro calore anche a decine di metri di distanza. C’erano attori, una ballerina che volava nel cielo, e un sacco di effetti speciali di ogni genere che hanno aggiunto moltissimo all’esperienza generale, certo. Ma la musica è sempre quella, e soprattutto invariata è la loro capacità di coinvolgere il pubblico, di essere impeccabili da un punto di vista meramente esecutivo (Dom ha fatto i numeri da circo, lo giuro, e la voce di Matt è qualcosa di straordinario quanto a potenza ed espressività) e al tempo stesso di far sentire sessantamila persone un cuore solo. Ovunque mi girassi, in qualsiasi momento, ho visto solo facce sorridenti e gente che ballava. E questa è una cosa assolutamente straordinaria. Si possono dire tantissime cose dei Muse, si può non apprezzare l’aspetto più magniloquente e vagamente kitsch della loro musica, ma dal vivo sono inattaccabili: è qualcosa che si può capire solo andandoli a sentire. E non si tratta solo di essere straordinari musicisti e professionisti. Si tratta di saper trasmettere qualcosa, tantissimo, alla gente.
I momenti splendidi sono stati tanti: l’attacco è stato meraviglioso, Plug In Baby, sparata così, per terza, è stato uno straordinario colpo al cuore, per non parlare del fantastico terzetto Unintended, Blackout e Guiding Light (la seconda soprattutto, una delle loro ballad più belle e intense), con l’acrobata che volava sul pubblico. La scaletta è stata perfettamente dosata: appena ero stanca per il troppo urlare e ballare, ecco una sezione più melodica per riprendere fiato, e abbandonarsi ad emozioni più intime, ma non meno profonde. Insomma, tutto è stato fantastico: l’aspetto spettacolare, che prima mancava completamente ai loro concerti, la musica, la gestione di tempi e ritmi…e la durata. Due ore e mezza praticamente ininterrotte di musica.
Che aggiungere. Io sono davvero tornata ragazzina. Ho urlato e ballato tutto il tempo, come fossi da sola in mezzo alla folla. Non mi interessava di essere ridicola, di essere stonata e di non saper ballare: ci sono dei momenti in cui bisogna semplicemente lasciarsi andare, e un concerto per me è questo, l’unico rito di massa cui partecipo volentieri, perché non c’è violenza, non c’è prevaricazione in sessantamila persone che ballano e si divertono.
È stato fantastico, l’avrete capito. Da ieri mi fa male un po’ tutto: il collo, gli addominali, sostanzialmente ogni fibra del mio corpicino, che si avvia ai 33 e dunque non è più tonico come sette anni fa. Ma mi fa piacere: con la testa io sono ancora là, e dunque mi fa piacere starci ancora anche col corpo. È stato un po’ come ritrovare una parte di me che non ricordavo, con cui non ero in contatto da molto tempo. Spero di ritrovarla presto, quando tornerò a sentirli, di certo, al prossimo giro.

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E tre anni fa, a quest’ora…

Sono indietro da morire col blog. In questa settimana sono successe tante cose, chi mi segue su Twitter molte già le sa, ma ci sono emozioni da condividere, e un sacco di foto…Però, oggi il mio tempo si ferma, perché è il compleanno di Irene. È avvenuto il mitico sorpasso: mi interessa molto più il suo compleanno che il mio. È da ieri sera circa che ho continui flash di quella indimenticabile giornata di tre anni fa, tra pianti, fatica ed esaltazione massima. Nulla, nella vita di una persona, è paragonabile al giorno in cui ti nasce un figlio: è uno spartiacque che separa il prima dal dopo, un’esperienza larger than life, per usare un’espressione inglese bellissima, che dà il senso di tutto.
Festeggio in due modi: il primo, con una bella torta. Che trovate qua. Per farla, ho copiato questa meraviglia; il mio risultato non è neppure vagamente paragonabile, ma tutto sommato mi piace. Per le mie scarse capacità, secondo me è un buon risultato: è la torta che mi ha preso più tempo nella realizzazione, spero a Irene piaccia.
Il secondo modo, è con una canzone, la prima che Matt abbia mai dedicato al figlio. C’è pure il battito cardiaco di Bingham quando era ancora nella pancia della mamma. Sto parlando dei Muse, ovviamente. Esprime perfettamente quel che un genitore prova, quel disperato bisogno di proteggere i figli, di salvarli da se stessi e dal mondo, anche quando sono più forti di te, e lo sono quasi sempre.

Infine, informazione di servizio: sabato 22 dicembre, ore 17.30, firmerò un po’ di copie presso la sezione libreria dell’Auchan di Parco Leonardo, a Roma. Una buona occasione per farsi gli auguri :) . Vi aspetto!

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The 2nd Law: la recensione più o meno in anteprima

Per motivi del tutto ignoti – ma dei quali mi guardo bene dal lamentarmi :P – mi è arrivato in anticipo il cd dei Muse che avevo ordinato dal loro sito. E in anticipo di una settimana intera. Cioè. Per cui, nulla, mi trovo nella condizione di recensirvi The 2nd Law con qualche giorno di anticipo sull’uscita. In verità, era possibile ascoltare il disco online, quindi la mia non è esattamente un’anteprima. Comunque. Potevo esimermi dal commento? No, ovviamente. Eccolo a voi, dunque.
Iniziamo con un’analisi canzone per canzone

Supremacy
Si comincia subito fortissimo, con un pezzo così complesso, così articolato, così bello che io francamente non me lo sarei giocato così, in apertura disco. Tirato fuori diritto diritto da una colonna sonora di un James Bond – soprattutto la chiusa -, pieno di riferimenti teatrali e operistici, segna probabilmente la vetta delle capacità interpretative di Matt. Matt non si limita a cantare: recita, interpreta. Bellissimo l’arrangiamento, le parti orchestrali sono perfettamente inserite nel tutto. Riff di chitarra fantastico. 9 e 1/2

Madness
Questa la conosciamo bene. Dopo averla sentita un bel po’ di volte, posso dire che, nonostante tutte le apparenze, non è un pezzo che si possa apprezzare così, su due piedi. Occorre sentirla più volte per rendersi conto che è proprio una bella canzone. Bello il crescendo, bella la parte finale, bello il beat ossessivo. 8

Panic Station
Un roba che avrebbe potuto cantare Madonna negli anni ’80. Non è che sia così brutta…è che in qualche modo è già sentita, e mi pare molto poco nelle corde dei Muse. Testo poi più criptico di quello di Plug In Baby, che dalla sua aveva però l’essere una canzone coi contro-attributi. Salvo solo la parte strumentale, che però, almeno nei primi secondi, pare presa pari pari da Hysteria. 6

Prelude
Non mi convince l’arrangiamento. Archi nel complesso un po’ piatti. Io l’avrei fatta solo al pianoforte, anche perché, diciamocelo, Matt al piano ci manca tantissimo, ormai da troppi anni. Di tutti i preludi dei vari dischi, forse il più debole. 7

Survival
La strofa è pacchiana, c’è poco da fare. Non tutte le ciambelle riescono col buco, e dopo tanto giocare sul filo del ridicolo, stavolta i Muse hanno toppato. Le parti strumentali, in compenso, sono favolose. Ne viene fuori un pezzo discontinuo, in cui da una parte stai lì a storcere il naso, dall’altra batti il piedino…peccato. 7 e 1/2

Follow Me
E che gli vuoi dire? Un miracolo, direi. Un’incredibile mescolanza di ciò che i Muse erano e quel che sono diventati oggi. Una canzone così densa, così piena, così colma di rimandi, citazioni e autocitazioni da soverchiare l’ascoltatore. C’è il cuore di Bingham, il figlio di Matt, c’è il marchio di fabbrica dei Muse, quelle scale elettroniche che Matt dice derivare dalle colonne sonore dei videogiochi anni ’80 che lo ossessionavano da bambino, c’è la sua voce meravigliosa e c’è la dance, sì, ragazzi, la dance. Un pezzo fantastico. 9

Animals
Un gioiellino. Ammetto che una canzone così raffinata dai Muse non la sentivamo dai gloriosi tempi delle B-side di Origin of Simmetry. Gli arpeggi di chitarra sono divini, e il testo non fa sconti a nessuno. Una canzone molto Radiohead, o almeno io ce l’avrei vista bene in In Rainbows. Bellissima. 9

Explorers
Una canzone un po’ maledetta. Perché a ficcarsi in testa si ficca in testa, poco da fare, solo che prende di peso pezzi da Invincible, e nel complesso è davvero stucchevole. Però il ritornello è davvero bellino, e il testo non è male per niente. È la Guiding Light del disco, la Falling Away, la ballatona non molto riuscita di cui, tutto sommato, si poteva anche fare a meno. 7

Big Freeze
Un pezzo un po’ così, indefinibile, per quanto mi riguarda, ma nobilitato da un ritornello davvero cazzuto. Non è però una di quelle cose che ti restano dentro, la canzone nel complesso, intendo, passa un po’ inosservata. 7

Save Me
Arriviamo alla vera novità di questo disco: Chris scrive e – udite udite – canta una canzone. Anzi due. E questa è la prima. La voce di Chris, togliamoci il peso dallo stomaco, non è niente di che: è una bella voce, per carità, ma purtroppo è stretta tra undici canzoni con la voce di Matt, che non è solo il marchio di fabbrica dei Muse, è anche una voce dal timbro riconoscibilissimo e, diciamocelo, fuori dall’ordinario. Però devo ammettere che questa canzone non poteva essere cantata che da Chris, che era quella la voce che ci voleva. E non è soltanto perché tratta del suo problema con l’alcol: è il timbro giusto. È un bel pezzo, non c’è che dire: bella la musica e bello il testo. È una canzone sentita, sincera e cantata col cuore in mano. E a questo non si può che plaudire. 8 e 1/2

Liquid State
C’è un gruppo scandinavo che mi piace molto, si chiamano Pound, e fanno un bel rock schietto come si fa da quelle parti lì. Ecco, questa canzone me li ricorda davvero tanto. Secondo pezzo di Chris, e funziona: niente di trascendentale, ma la musica sicuramente è catchy, e il testo è davvero bello. E bravo Chris. Me sei piaciuto. 8

The 2nd Law: Unsustainable
La pietra dello scandalo. La canzone su cui i fan si sono accapigliati. A me continua a piacere come la prima volta che l’ho sentita. È un pezzo assolutamente non immediato, ma i cui elementi sono perfettamente dosati. È potente, è forte, è Muse. Viene citata la seconda legge della termodinamica, e questo mi fa piacere: dopo i buchi neri supermassivi, nuovi tentativi di divulgare la fisica :P . Diciamo che il confronto col nostro sistema economico è un po’ tirato per i capelli, non è che la termodinamica condanni il capitalismo :P , ma il messaggio di fondo resta. Raga’, una crescita indefinita non è possibile, perché le risorse sono limitate. Punto e a capo. 8 e 1/2

The 2nd Law: Isolated System
Se quella di prima è stata la pietra dello scandalo, su questa i fan storici tenteranno il suicidio. Per parte mia, non me ne frega davvero niente che sia 100% musica elettronica, che sembri un pezzo di Robert Miles. È bellissima. Punto e basta. È bella musica, che funziona. 8 e 1/2

In generale
Innanzitutto, i Muse hanno abbandonato quel sound pesante che li ha accompagnati fino ad Absolution e che caratterizzava soprattutto i loro primi due lavori. Col tempo l’avevamo capito che non era più quello che gli interessava, e in questo disco la cosa è ormai palese. Più che di indie rock vero e proprio, come si ostina a dire la tag di iTunes, io parlerei di pop, di ottimo pop. Per me, che passo senza soluzione di continuità dai Nightwish a Lady Gaga a Bach non è un problema. Ma se cercate qualcosa che somigli a Origin of Simmetry andate altrove. Qualcuno dirà che sono “diventati commerciali” ed era tutto più bello quando li ascoltavamo in tre. Quando li ho conosciuti io erano già famosi e non faccio il processo alle intenzioni: non mi interessa se fai musica solo per soldi, mi interessa solo che tu sia bravo.
The 2nd Law è il disco della maturità. Chris ha la bellezza di sei figli, e adesso anche Matt è un padre, i nostri hanno trent’anni e fanno musica da quindici. L’impressione è che abbiano sfornato un prodotto adulto e consapevole, e che le tracce siano esattamente come le volevano. Era dai tempi di Absolution che un loro disco non mi dava questa idea di compattezza tematica e di sound. Black Holes and Revelations, The Resistance avevano le loro discontinuità – il primo soprattutto – alcuni pezzi erano indecisi, a volte la produzione era persino incerta. Qui no. Qui è tutto coerente e ben curato. È come se in qualche modo si fossero ritrovati, e dopo tanto vagare fossero riusciti a individuare la strada da seguire. Cambieranno ancora, perché è nella loro natura, ma questo è un bel disco, un grande disco che segna una tappa importante nel loro cammino. Io coi Muse ci sono cresciuta: ero poco più che adolescente quando li ho conosciuti, e ho vissuto la fase della ribellione (Showbiz e Origin of Simmetry), quella dello sconforto (Absolution), dello sperdimento (Black Holes and Revelations) e della ribellione (The Resistance). E ora eccoci qua, adulti e vaccinati, capaci di guardare al mondo con occhi nuovi.
Sono una fan, e questo disco mi conferma che con ogni probabilità lo resterò sempre. C’è qualcosa nella loro musica che risuona in me, poco da fare. E se Absolution resta il preferito, perché è stato il primo, questo lo metto subito sotto. 9

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Un grande classico

Era il 2006, più o meno di questo periodo, all’epoca ero in piena dieta e per dimagrire correvo sotto il sole nel parco del quartiere. Non ero ancora sposata, già laureata, da poco tornata da Monaco. E usciva Black Holes and Revelations, il primo album dei Muse che avevo atteso, seguito, di cui avevo letto ogni minimo rumor. A dire il vero, era il primo album tout court che attendessi in tutta la mia vita. Lo recensii sul blog, in un post ormai fagocitato da Splinder, e fu la mia prima recensione musicale. Sono passati sei anni, il periodo è più o meno quello, ma io peso 15 chili di meno, non corro, sono sposata e ho una figlia. Ma la verità è che siamo sempre più o meno là.
Ho già avuto modo di dirlo: ormai l’uscita di un album dei Muse segue un copione più o meno consolidato. Rumor sempre più improbabili su contaminazioni estreme, collaborazioni allucinanti e l’immancabile “stanno diventando commerciali”, seguito tipicamente da uno o più singoli davanti ai quali il pubblico resta basito à la Boris. Adesso siamo alla fase singolo “ma che cappero è”. Ieri infatti è uscita Madness, primo singolo vero estratto da The 2nd Law, sesto album studio dei Muse. Questo è il pezzo col quale l’album si presenta al mondo. Ed è un pezzo meh. Ossia uno di quelli che più sei fan di vecchia data più ti lascerà perplesso. Credo che quelli che li hanno conosciuti con Sunburn non si avvicinino a una canzone del genere neppure a 200 metri di distanza. Ma questi sono i Muse, sono sempre stati questi, se non ti piace l’estrema varietà forse è meglio andare verso altri lidi.
Che ne penso. Che ne penso…non lo so. L’ho ascoltato tre volte, l’ho comprato appena uscito, ho ordinato a scatola chiusa The 2nd Law. Sono una fan girl, non ho problemi ad ammetterlo, come ammetto che con ogni probabilità continuerò ad amarli a prescindere, perché sono una fan, e non me ne vergogno. Ma non posso dire che Madness entrerà nella mia top ten delle loro canzoni. Neppure nella top twenty, a dirla tutta. Non è brutta, assolutamente. Per dire, Survival è probabilmente peggiore, molto più di cattivo gusto. Questo è un pezzo che ha le sue cosine a posto, è curato. Però mi dice davvero, davvero poco. Il primo minuto è tirato oltre i limiti della sopportazione; prima del cambio di regime non ne potevo davvero più, meno male che la canzone è un po’ in crescendo…La strofa, diciamocelo, è abbastanza noiosa e ripetitiva. Il ritornello si riprende; ha quel gusto per la melodia che per quel che mi riguarda è il segno distintivo dei Muse, quello per il quale li ho amati fin qui. Ma manca la potenza. Che comprare verso la fine del pezzo, che, devo dire, è davvero bellina. Tra l’altro ad un certo punto la voce di Matt è veramente, veramente diversa dal solito (sull’”I need your love”, per intenderci) e questo lo trovo interessante. Bocciati i coretti à la Queen. Li mettono ovunque, ormai, e purtroppo io continuo a percepirli come un artefatto, qualcosa di appiccicato là, che ai Queen venivano bene, ma che con loro suonano solo pieni di prosopopea. Ma vabbeh, saranno gusti. Testo senza infamia e senza lode, sul tema amore follia Matt ha già detto tanto e meglio (Hysteria, Stockholm Syndrome, Space Dementia…).
Grido allo scandalo, al gruppo che ha perso le sue radici, al “commerciale”? Tutto sommato no. È solo una canzone che mi lascia freddina. Vedremo il resto dell’album. Finora, tutti i loro dischi hanno sempre contenuto per me almeno una perla, spesso più d’una, e stavolta ho già Unsustainable che mi stuzzica il palato. Vedremo. Chi vivrà vedrà.

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Trionfo pop

Come al solito arrivo in ritardo. Stavolta, però, di sole quarantotto ore. Poteva andare peggio, via. È che domenica sera avevo da fare, e dunque non avevo modo di seguire la cerimonia di chiusura delle Olimpiadi, così me la sono registrata e me la sono vista ieri sera.
Chiariamo subito che in genere non ho alcun interesse nelle cerimonie di chiusura e apertura degli eventi sportivi. Non lo so, non mi hanno mai attirata più di tanto. Anche quella di Pechino la vidi più che altro perché quel pomeriggio non avevo niente da fare. Infatti la cerimonia apertura di Londra 2012 l’ho saltata. La chiusura l’ho registrata per un’unica ragione: c’erano i Muse, che hanno scritto la canzone delle Olimpiadi, ossia Survival.
A sorpresa, invece, la visione non solo è stata piacevole, ma foriera di un bel po’ di riflessioni, che per altro riguardano tutto sommato il mio lavoro. Per chi si fosse perso l’evento, la cerimonia è stata sostanzialmente un’unica, lunghissima passerella di musicisti inglesi, a partire più o meno dagli anni ’60 in giù, fino a quelli davvero recentissimi. Musicisti pop. Riflettiamo: le cerimonie di questo genere in generale tendono a celebrare quanto di caratteristico, e in generale buono, un certo paese abbia fatto nella sua storia. Gli inglesi hanno deciso di giocarsi l’influenza che la musica popolare ha avuto sulla cultura mondiale degli ultimi cinquanta anni. Non hanno scelto di parlare di storia remota, non hanno puntata su Shakespeare (anche se sul palco si leggeva benissimo un “to be or not to be”); hanno pensato di parlare di musica. Contemporanea. E popolare.
La prima sensazione è che a vedere tutti quegli artisti messi lì uno di fila all’altro è impressionante quanto la storia della musica pop debba al Regno Unito: hanno fatto praticamente tutto loro. I Beatles, i Pink Floyd, i Queen…e se la giocano ancora. Le vecchiarde come ricorderanno l’isteria di massa intorno ai Thake That e alle Spice Girls, non molto diversa da quella che circonda ora gli One Direction. Mentre noi stavamo qui a domandarci cosa è cultura e cosa non lo è, e a schifare più o meno tutto quel che vende e ha successo, in nome del principio per il quale se diverte e piace allora è vile, questi qui lasciavano un’orma indelebile nella cultura contemporanea. Ma sarà mica che a furia di guardarci l’ombelico abbiamo perso la capacità di farla, la cultura? Voglio dire, l’impronta che abbiamo lasciato sull’umanità nei secoli passati a livelli culturale è innegabile, ma adesso? E non è mancanza di talenti, che ci sono, ma che in qualche modo non sfondano, o se lo fanno poi vengon guardati tutto sommato male: sono “commerciali”, sono “da bambini” e via così. Evidentemente gli inglesi la pensano in modo diverso, visto che hanno esibito i loro cantanti come noi facciamo con Leonardo e Botticelli. E li hanno esibiti tutti. Questo è il secondo fatto che induce a riflettere: fa un certo effetto vedere i Beatles di fianco agli One Direction, i Pink Floyd con le Spice Girls e – orrore degli orrori… – Jessie J che canta i Queen. Non c’era nessun giudizio, nessuna classifica di merito, in qualche modo tutti ci venivano presentati sullo stesso piano. Immagino che una cosa del genere a molti faccia ribrezzo. Ma come, la musica “di un certo livello” insieme ai fenomeni dei “bimbiminkia”, e una poppettara che fa le veci di Freddie Mercury. Ma non è tutto uguale! Bisogna distinguere, perché il pubblico va educato, ascoltare gli One Direction è la morte della musica…e via così, con discorsi che non cambiano di una virgola se al posto dei gruppi musicali ci metti i titoli dei film o dei libri. C’è sempre qualcuno che ne sa più di qualcun altro e vuole insegnarti qualcosa. Ancora, a quanto pare gli inglesi non la pensano così. E, vi dirò, io sono con loro. Che sia il pubblico a decidere: il mondo dell’arte è ampio e vario, ognuno ci può trovare quel che vuole, ognuno può fruire quel che più gli aggrada. Decida lui, alla luce del suo vissuto, dei suoi gusti, della sua cultura, anche, cosa vuole ascoltare, cosa vuole amare e cosa invece proprio non gli piace. C’è una sola certezza: che ogni voce in più, arricchisce il quadro, anche quelle che non ci piacciono. Più scelta, più libertà. Un po’ come il discorso di ieri sui giochi ammessi alle Olimpiadi: ognuno ci trova quel che vuole, anche quello che non gli piace, di fianco a quel che invece ama. E io questo lato ecumenico, e tutto sommato meravigliosamente privo di spocchia, della cerimonia di chiusura della Olimpiadi di Londra l’ho molto apprezzato. Non so, ci vedo un messaggio che dovremmo cogliere.
Volete sapere dei Muse? Sebbene Survival non appartenga esattamente al novero delle loro canzoni che preferisco, li ho trovati diverti, sopra le righe come sempre, e rivederli, dopo la bellezza di tre anni, è stato un po’ come tornare a casa. Che bella nostalgia…:’)

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Polemiche d’agosto

Dio abbia pietà della mia anima, oggi faccio polemica. Per di più doppia. Ma queste due cose mi stanno sul gozzo, e il caldo dà alla testa…e insomma, tiro un bel respiro, e vado.

Polemica 1.
A ottobre esce il nuovo album dei Muse. Il 20 agosto, nell’ambito della promozione, esce anche il primo singolo (no, Survival non è proprio un singolo, è solo la canzone delle Olimpiadi). Ora, l’album lo si può già prenotare (fatto), e se lo prenoti, ti regalano il video di una canzone, Unsustainable. C’è voluto quindi poco perché il video arrivasse a Youtube in modo che tutti potessero vederlo. Lo trovate qua. Visionatelo, e poi ne parliamo.
Fatto? Ok. Allora. Se andate a scorrere i commenti, la maggior parte sono negativi. Le critiche sono “che è ‘sta roba?”, “è uno scherzo, vero?”, “questi non sono i Muse di Showbiz/Origin of Simmetry/Absolution/Black Holes & Revelations/The Resistance”, dove l’abum è tipicamente quello con cui li si è conosciuti.
Io seguo i Muse da quasi dieci anni. Che non significa dagli albori, ma è un bel numero. Ho visto le uscite di Black Holes e Resistance, e mi domando la gente di che si stupisca. Mi ricordo, quando uscì Supermassive Black Hole. Anche allora pensavamo fosse uno scherzo. Sembrava Lady Gaga, che all’epoca, per altro, ancora non aveva pubblicato manco un sospiro. E quando sentimmo Unnatural Selection rimanemmo un po’ così. Voglio dire, ma che suonavano, in quella canzone? Qualcuno suonava qualche strumento?
Ecco. I Muse sono questo. Ci sono artisti che scrivono e riscrivono sempre lo stesso disco, o che, quanto meno, hanno un sound immutato dagli albori a oggi. Voglio dire, una canzone dei Red Hot Chili Peppers la riconosci dai primi tre accordi, e non è che ci sia stata questa stratosferica evoluzione con gli anni. Altri che sono irriconoscibili da un disco all’altro. Madonna, ad esempio. Almeno la Madonna di qualche anno fa. I Muse cambiano. Già Origin of Simmetry aveva pochissimo in comune con Showbiz, e Absolution con OOS. Se si ascolta The Resistance di seguito a Showbiz sembrano due artisti diversi. Ok, c’è un fil rouge e un’evoluzione evidente e continua. Ma sono profondamente diversi. A qualcuno questo potrà non piacere, e lo capisco, ma avrebbe dovuto rendersi conto di che direzione il gruppo stava prendendo già ai tempi di Absolution, e passare ad ascoltare altro. Scandalizzarsi all’ennesimo cambio di direzione è inutile. A meno che tu di loro conosca un album solo, magari il precedente. E allora vabbeh, sei in tempo a indirizzarti ad altri lidi.
A me Unsustainable piace da morire. È esattamente la direzione che speravo prendessero nella loro evoluzione. Certo, non è roba catchy né radiofonica, ma non è che ce ne freghi molto. E tra l’altro è la logica conseguenza di roba come Exogenesis; dopo Exogenesis, per altro piazzata proprio in chiusura di Resistance, non poteva che finire così.
A me piace che cambino, a me piace che sperimentino. Un giorno che faranno roba che mi fa schifo, non l’ascolterò, fine. Vivaddio la fase fangirl l’ho passata da un pezzo, ho trent’anni e posso passare oltre senza drammi. Ma francamente non capisco lo stupore da parte di gente che magari li segue da anni.

Polemica 2.
Durante le Olimpiadi, ho fatto scorpacciata di ritmica. Potrà sembrare assurdo, stanti le caratteristiche del mio fisico e la mia mancanza di grazia, ma io ho praticato la ritmica per due anni. Mai a livello agonistico, ovvio. Ma mi divertivo. Mi piaceva. Ho continuato a maneggiare le clavette a lungo, credo di averle ancora da qualche parte, a casa. E quindi oggi mi piace guardarla. Durante una delle gara, la commentatrice, una ex-ginnasta, ha fatto riferimento ad un “articolo offensivo” nei confronti della ginnastica ritmica e di altri sport pubblicato su un quotidiano nazionale. Mi sono incuriosita, ho cercato, e alla fine l’ho trovato. L’articolo è questo.
Ora. Cercando di interpretare il pezzo e leggendo tra le righe, l’opinione di fondo potrebbe anche non essere poi così peregrina. È vero che a volte al profano possono sembrare un po’ oscuri i criteri per i quali il dressage è disciplina olimpica e il rugby no. Ed è sicuramente vero che uno sport in cui il punteggio è stabilito da una giuria su metri un po’ poco quantitativi (l’impressione artistica, ad esempio) possono sembrare più forme d’arte che sport, ma c’è modo e modo di dire le cose. Senza contare che io gesti atletici straordinari e di imbattibile perfezione li ho visti proprio in un circo, la Cirque du Soleil, nel quale, per altro, militano parecchi ginnasti. Insomma, il problema più che la sostanza è il tono, che può far sorridere, ma anche incazzare chi passa in palestra otto ore al giorno ad allenarsi. Senza contare che magari da noi la ginnastica vale il due di picche, ma nei paesi dell’est è un signor sport; io le Olimpiadi le vedo proprio per godermi sport altrimenti irreperibili sui media. La ritmica posso godermela solo così, e lo stesso dicasi per l’artistica. Va un pochino meglio col nuoto, ma insomma…
Comunque, anche la sostanza in verità manca al pezzo. Esistono dei criteri per l’inclusione nelle olimpiadi di uno sport: sono sport olimpici tutti quelli che sono governati da una federazione internazionale. Inoltre, deve trattarsi di discipline largamente praticate a livello internazionale, con qualche eccezione (sport femminili, sport invernali). Ci sono poi sport che da noi sono misconosciuti, ma altrove sono a livello di sport nazionale o quasi (tipo il volano, o badminton). Ma poi, francamente, ma che male c’è nella varietà? Qualcuno si permette dire che al mondo ci sono troppe lingue e dialetti e quindi ne dobbiamo levare di mezzo qualcuno perché “il troppo stroppia”? Io ho sempre pensato che la varietà fosse una bella cosa, e che ognuno così potesse seguire o praticare lo sport che più gli aggrada. Ma che mondo è quello in cui tutti praticano uno sport solo? Che palle! Tanto più che adesso col satellite la copertura delle Olimpiadi è totale: non vi dico il piacere, una volta tornata a casa, di potermi seguire tre ore continuate di ritmica. Al contempo, chi voleva si poteva seguire tutto il calcio, o tutto il kayak. È il bello della varietà, dove c’è posto per tutti.
Non so, la cosa bella delle Olimpiadi credevo fosse proprio il fatto che nessuno è escluso, ce n’è per tutti i gusti, e tutti si è affratellati nelle differenze dall’unica passione per lo sport. Non era per questo che, nell’antichità, durante le Olimpiadi si fermavano anche le guerre?
Io ho già iniziato il conto alla rovescia per le prossime, quando potrò di nuovo fare indigestione di tuffi, nuoto e ginnastica.

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