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Le recensioni non richieste: Drones

Vi stavate preoccupando, eh? È uscito il nuovo album dei Muse e qua niente, silenzio completo…c’avevate sperato, confessatelo. Che a questo giro niente deliri, niente recensioni canzone per canzone…e invece, al terzo ascolto, mentre scendevo in macchina a ritirare i lampadari che dovevano essere pronti tre settimana e fa e invece nisba, ho pensato: di quest’album tocca fare una recensione. Ed eccola qua.
Dunque. In teoria questo doveva essere l’album del ritorno al rock puro, à la Origin of Simmetry e Showbiz. Via l’elettronica, via i coretti dei Queen, spazio ai riff e alle chitarre. Il problema è che sono almeno tre album che si parla di questo ritorno alle origini, e ancora non se n’è vista traccia. Quel che Matt dice circa le sue canzoni è sempre da prendere con le pinze. Inoltre, ne è passata di acqua sotto i ponti, dai primi due dischi, e non si può certo cancellare con un colpo di spugna tutta l’evoluzione musicale che c’è stata nel mezzo. Per cui no, non è un ritorno al rock. L’elettronica qua e là c’è ancora, i maledetti coretti dei Queen pure, ma indubbiamente rispetto a Resistence e The 2nd Law è un album più snello, più puro e tutto sommato anche più compatto. Ora uso una parola che non credevo avrei mai rispolverato per i Muse: è un album più sobrio. Roba come United States of Eurasia, o Survival qui non le troverete. Se ne scorge traccia in alcuni pezzi, ma tutto quanto di barocco ed eccessivo ci fosse stato in quei pezzi è stato pulito, rimosso, per arrivare all’essenza del riff: è un album di riff e assoli, è un album di pezzi di bravura, persino. Questa è al contempo una buona e una cattiva notizia: soprattutto con The 2nd Law i Muse erano arrivati pericolosamente vicini al grottesco, e stavano flirtando un po’ troppo pesantemente col cattivo gusto. Ma l’aspetto scarno dei pezzi di Drones, davvero per lo più incentrati su batteria, chitarra e basso, vuol dire anche un addio quasi totale alla cosa che mi aveva fatto amare Bellamy e soci: la commistione con la musica classica, e, in un ultima analisi, i tappeti di violini e pianoforte. Il pianoforte è praticamente scomparso, e fa solo una breve comparsata in The Globalist. I violini pure sono dati quasi per dispersi. In questo senso, sì, sembra un po’ Showbiz, anche in certi echi vagamente americaneggianti. Ma, che ci vuoi fare, questa è la loro evoluzione, questo è quel che vogliono fare ora, e io rispetto profondamente gli artisti che seguono una propria strada, cercando di non farsi influenzare troppo dal pubblico. I testi rivelano chiaramente che questo è quel che Matt voleva fare, l’adesione viscerale dell’interprrtazione delle canzoni tradisce che questa è roba loro, la roba che amano, e allora alzo le mani: è giusto così.
Ma mi è piaciuto o no? Dunque, siamo lontani da Absolution, che per me resta il loro capolavoro, e anche Resistence non è proprio dietro l’angolo. Però è un bel disco, compatto, e che soprattutto cresce: c’erano delle cose che al primo ascolto mi avevano lasciata perplessa, ma adesso mi ritrovo a farci headbanging su, e ogni ascolto lascia la voglia di ricominciare. L’ho già sentito quattro volte, e lo risentirò ancora. Non sono più il gruppo che mi folgorò undici anni fa, ma è anche giusto che sia così, e non è probabilmente il loro disco capolavoro, ma è un bel lavoro, solido, e tutto sommato non vedo l’ora di andarli a sentire di nuovo il 18 luglio. Nota di merito al booklet, senza neppure una loro foto, ma con delle illustrazioni meravigliose.
Adesso, breve recensione pezzo pezzo

Dead Inside: Undisclosed Desires 2.0. All’inizio non mi convinceva per niente, ma tutto sommato non è affatto male. È il consueto anello di congiunzione coi dischi precedenti, quello presente in tutti gli album dei Muse. Uno li potrebbe mettere in fila, i sette dischi, e sentirseli come un’opera unica.

Psycho: l’originalità non è il suo forte, ma il riff è bello e potente, ed è un pezzo che urla Muse da tutti i pori. È l’inizio della trasformazione che attraversa tutto il disco, e che li condurrà, verso la fine, su lidi lontanissimi da quelli a loro usuali. È una canzone da urlare ai concerti, e in questo fa il suo sporco lavoro egregiamente. Your aaaaaaaaaaaaaass belongs to me nooooooooowwww…

Mercy: pure qua, Starlight reprise. Una cosa tutto sommato abbastanza usuale per i loro canoni, una canzoncina un po’ più orecchiabile, ma che passa via senza lasciare troppo il segno. Non è brutta, è uno di quei pezzi che ti cresce dentro dopo ogni ascolto, ma non credo che li ricorderemo per cose del genere.

Reapers: le cose qua si fanno serie, e ci si avvia alla parte centrale dell’album, la più forte e convincente. Un pezzo che parte fortissimo, virtuosistico, giocato tutto sugli assolo, potente, insapettato e anche poco lineare. Cambia continuamente direzione, è inatteso, complesso. Una roba davvero, davvero bella.

The Handler: vabbeh, qui davvero potrei stare a parlare per ore. I Muse che mi piacciono; se ce li avessi incantenati nel sottoscala li costringerei a scrivere solo roba così :P . Oscura, potente, basata su un riff incredibilmente orecchiabile, al tempo stesso disperata, lenta…ricorda Fury, il mio pezzo preferito di tutti i loro. Per me, il capolavoro dell’album, la cosa che ricorderò di tutto il disco anche fra dieci anni. Ma, mi rendo conto, è una cosa di gusti personali.

Defector: uhm…innanzitutto tornano i maledetti coretti dei Queen, che erano bellissimi nella musica dei Queen, ma nella loro li ho sempre sopportati pochissimo. A spaccare spacca, ma il tema è un po’ troppo allegrotto per i miei gusti. Questa svolta ottimista che hanno preso in questo disco mi lascia un po’ perplessa: suonata da loro mi sembra quasi falsa, autoimposta. La canzone si salva però per l’assolo da sturbo: che gli vuoi dire, applausi.

Revolt: l’episodio più debole dell’album. Il ritornello è una roba davvero incongrua: non so neppure bene come definirlo, sembra un inno di qualche genere, di quelli brutti, però. Torna, come nel pezzo precedente, un ottismo che davvero non mi riesce di associare alla loro musica. Per altro qui non c’è nulla che riscatti il pezzo; l’assolo è carino, ma messo su un tema che a me non convince. Niente, preferisco dimenticarmela.

Aftermath: allora, è una cosa davvero insolita per loro, lontana dai Muse come li definiamo e conosciamo, ma è splendida. Una ballata straziante, magnificamente interpretata dalla voce di Matt, forse il ritornello è appena appena meno convincente della magnifica strofa, ma è un pezzo che non sfigura accanto ai suoi epigoni passati: penso a Unintended, Blackout e tutte le splendide ballate che ci hanno regalato in passato. Gran bel pezzo.

The Globalist: se The Handler è il mio pezzo preferito, questo è Il Capolavoro dell’album. Cambia così tante volte nei suoi dieci minuti, pur mantenendo coerenza interna, che è difficile persino spiegarlo. Ballata, pezzo più rock, Morricone e Leone all’inizio, il pianoforte…c’è tutto. Se volete capire cosa siano stati i Muse, e cosa siano ora, questo è il pezzo da ascoltare. Con tanta santa pazienza, perché sono nove minuti e passa di musica. Un mio amico mi ha detto che non la sentiremo mai a un concerto, e probabilmente è vero, ma chissene. Ce la spareremo quando vorremo al buio, sdraiati a terra, nelle nostre stanzette, quando avremo bisogno di staccare da noi stessi. E poi c’è il pianoforte.

Drones: questa qui, secondo me, ha fatto incazzare molta gente. È quel che resta della grandiosità, dei barocchisimi dei Muse, quelli per i quali tanta gente non li ha mai sopportati, per cui si accusava Matt di essere uno tronfio e pieno di sé. Quattro minuti di pezzo corale di un compositore rinascimentale in cui Matt fa tutte le voci. Pensatela come vi pare, a me ha fatto impazzire. È una cosa bella, la giusta chiosa ad un disco in cui la musica corale aveva già iniziato a fare capolino nei pezzi precedenti, per certi versi un pezzo quasi ironico che ribalta tutto: il rock, la speranza dei pezzi centrali…forse siamo tutti già morti e non lo sappiamo.

P.S.
C’entra niente, ma, per chi volesse, sabato 20 Giugno partecipo a Bookineri, una chiacchierata sulla scienza, come se ne parla, e dei suoi legami con la letteratura a Frascati, presso la Piazza del Mercato alle ore 21.30. Qui tutte le informazioni. Vi aspetto!

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Mi vendo

L’11 novembre uscirà il nuovo disco di Lady Gaga. Che a me piaccia Lady Gaga credo sia cognito, comunque lo ribadisco, tanto per perdere qualche punto presso quelli più hard core tra voi :P (o per guadagnarne presso altri, in effetti…). Comunque. Nonostante la data di uscita sia piuttosto lontana, è già iniziata la promozione, che io sto seguendo, avendo Lady Germanotta tra gli account Twitter che seguo. E, niente, stamattina ho capito ancor più chiaramente perché la tipa mi piace. Si tratta della sua musica, certo, che è uno dei rari casi di pop commerciale puro che mi piaccia, e anche della sua stravaganza, che fa eco, moltiplicandola per un miliardo di volte, alla mia. E delle sue scarpe, certo. Dio, che scarpe che mette…Ma si tratta anche del modo col quale si offre al suo pubblico. E veniamo all’esempio di stamane.
Ieri sera, ora italiana, Lady Gaga annuncia che a breve darà notizia della tracklist di Artpop, il nuovo album. E come l’ha presentata? Ha preso quindici dei suoi fan più appassionati e ha chiesto loro di disegnare su un murales i titoli delle tracce, fotografarli e postarli su Twitter. Il risultato potete vederlo sul profilo ufficiale della cantante.
Ora. Questo è il modo di usare i social network. Questo è il modo di mantenere tramite di essi un contatto con i fan. E mi domando se ci volesse così tanto a capirlo, visto che il web 2.0 pullula di vip di varia natura incapaci di gestire la propria immagine elettronica, che finiscono coinvolti in assurdi flame e se ne vanno da Twitter o Facebook sbattendo i piedi perché il mondo della rete è tanto cattivo. Sì, lo è, per carità, ma se decidi di starci su, devi imparare a muovertici: non cambierà per te, ma tu puoi adattarti a lui.
Va da sé che la mossa di Lady Gaga è anche ottima dal punto di vista del marketing. Ecco, io di Lady Gaga ammiro quest’intelligenza nel proporsi. E il conseguente rapporto intelligente coi fan. Poi, per carità, in rete ha avuto anche lei le sue belle cadute di stile, tipo la tristissima rissa con Perez Hilton (non mi facevate così attenta al gossip, confessatelo :P ), ma in linea di massima sa come muoversi, e io queste piccole cose (piccole?) le apprezzo.
Stamattina è uscito anche il lyric video di Aura, un’altra nuova canzone. L’avevo sentita in versione leak qualche tempo fa, e anche quando la propose all’iTunes Music Festival tipo un mese fa, ed è migliorata del 1000%. Altra cosa che apprezzo. La cura e la ricerca. Se siete interessati, il video lo trovate qua. E insomma, brava Lady Gaga, continua così che ci piaci :) .

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Muse @Stadio Olimpico, Roma

La prima volta che andai a sentire i Muse era il 2006; li conoscevo da due anni, praticamente non ero mai stata ad un concerto ed ero una loro fan assolutamente sfegatata. Il luogo era il Palalottomatica, loro avevano da poco pubblicato Black Holes and Revelations, il loro quarto album, e il tutto era abbastanza sobrio: il palco era abbastanza piccolo, l’unico effetto speciale era una specie di caffettiera che si alzava e si abbassava sopra Dom, e uscii dall’esperienza praticamente sorda da un’orecchio. Il Palalottomatica ha un’acustica che fa schifo. Comunque, ero assolutamente esaltata. Era stato fantastico, mi ero svitata il collo a furia di headbanging, avevo vissuto momenti di esaltazione totale.
Sono passati sette anni da allora. Nel frattempo li ho visti altri tre volte, e, certo, ne è passata di acqua sotto i ponti. Ammetto anche che ormai i Muse non sono più quella roba lì che ascolto tutti i giorni, più volte al giorno, e l’idea di tornare a vederli mi piaceva, sì, ma non mi causava più quell’ansia mista a esaltazione delle volte precedenti. Sarà l’abitudine, l’età adulta, forse semplicemente è naturale che sia così.
E poi.
E poi il 6 mi ritrovo allo Stadio Olimpico, che così pieno non ho visto mai. Sono vestita come una sedicenne, e non mi interessa cosa la gente ne pensi. Alle 20.45, spaccando il minuto manco fossero svizzeri, i Muse si producono nella prima schitarrata della serata, e la loro musica mi colpisce all’improvviso là dove sono sempre stati, sotto lo sterno, tra stomaco e cuore, in quel luogo dove vive tutto ciò che più profondamente mi appartiene, e semplicemente quei sette anni scompaiono. Io sono di nuovo la ragazzina che li scopre per tirarsi su mentre il fidanzato è all’estero per la tesi di laurea, sono di nuovo la venticinquenne che si spara Fury nelle orecchie a tutto volume, di notte, mentre attraversa il Tirreno di ritorno dalle vacanze, sono di nuovo quella con la maglietta tirata su fin sotto al seno che balla impazzita al Palalottomatica.
Perché la verità è che se hai davvero amato una cosa, se ha fatto parte del tuo percorso esistenziale, allora quella cosa non ti abbandonerà mai, per quanto tu possa allontanarti e seguire altre strade. E i Muse sono ancora e sempre con me. Perché raccontano le mie debolezze e la mia eterna lotta contro le mie paure quando Matt canta “I want to be free from desolation and despair”, perché io credo davvero che “love is our resistance” e non posso fare a meno di pensare a Ido e alla sua ultima battaglia quando nell’aria urlano le note di Knights of Cydonia. La musica dei Muse mi somiglia e mi descrive, e per questo non mi lascerà mai.
Molta acqua è passata sotto i ponti, dicevo, e non solo per me. All’Olimpico il palco stavolta era grandioso, con tanto di fiammone gigantesche che ci proiettavano in faccia il loro calore anche a decine di metri di distanza. C’erano attori, una ballerina che volava nel cielo, e un sacco di effetti speciali di ogni genere che hanno aggiunto moltissimo all’esperienza generale, certo. Ma la musica è sempre quella, e soprattutto invariata è la loro capacità di coinvolgere il pubblico, di essere impeccabili da un punto di vista meramente esecutivo (Dom ha fatto i numeri da circo, lo giuro, e la voce di Matt è qualcosa di straordinario quanto a potenza ed espressività) e al tempo stesso di far sentire sessantamila persone un cuore solo. Ovunque mi girassi, in qualsiasi momento, ho visto solo facce sorridenti e gente che ballava. E questa è una cosa assolutamente straordinaria. Si possono dire tantissime cose dei Muse, si può non apprezzare l’aspetto più magniloquente e vagamente kitsch della loro musica, ma dal vivo sono inattaccabili: è qualcosa che si può capire solo andandoli a sentire. E non si tratta solo di essere straordinari musicisti e professionisti. Si tratta di saper trasmettere qualcosa, tantissimo, alla gente.
I momenti splendidi sono stati tanti: l’attacco è stato meraviglioso, Plug In Baby, sparata così, per terza, è stato uno straordinario colpo al cuore, per non parlare del fantastico terzetto Unintended, Blackout e Guiding Light (la seconda soprattutto, una delle loro ballad più belle e intense), con l’acrobata che volava sul pubblico. La scaletta è stata perfettamente dosata: appena ero stanca per il troppo urlare e ballare, ecco una sezione più melodica per riprendere fiato, e abbandonarsi ad emozioni più intime, ma non meno profonde. Insomma, tutto è stato fantastico: l’aspetto spettacolare, che prima mancava completamente ai loro concerti, la musica, la gestione di tempi e ritmi…e la durata. Due ore e mezza praticamente ininterrotte di musica.
Che aggiungere. Io sono davvero tornata ragazzina. Ho urlato e ballato tutto il tempo, come fossi da sola in mezzo alla folla. Non mi interessava di essere ridicola, di essere stonata e di non saper ballare: ci sono dei momenti in cui bisogna semplicemente lasciarsi andare, e un concerto per me è questo, l’unico rito di massa cui partecipo volentieri, perché non c’è violenza, non c’è prevaricazione in sessantamila persone che ballano e si divertono.
È stato fantastico, l’avrete capito. Da ieri mi fa male un po’ tutto: il collo, gli addominali, sostanzialmente ogni fibra del mio corpicino, che si avvia ai 33 e dunque non è più tonico come sette anni fa. Ma mi fa piacere: con la testa io sono ancora là, e dunque mi fa piacere starci ancora anche col corpo. È stato un po’ come ritrovare una parte di me che non ricordavo, con cui non ero in contatto da molto tempo. Spero di ritrovarla presto, quando tornerò a sentirli, di certo, al prossimo giro.

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The 2nd Law: la recensione più o meno in anteprima

Per motivi del tutto ignoti – ma dei quali mi guardo bene dal lamentarmi :P – mi è arrivato in anticipo il cd dei Muse che avevo ordinato dal loro sito. E in anticipo di una settimana intera. Cioè. Per cui, nulla, mi trovo nella condizione di recensirvi The 2nd Law con qualche giorno di anticipo sull’uscita. In verità, era possibile ascoltare il disco online, quindi la mia non è esattamente un’anteprima. Comunque. Potevo esimermi dal commento? No, ovviamente. Eccolo a voi, dunque.
Iniziamo con un’analisi canzone per canzone

Supremacy
Si comincia subito fortissimo, con un pezzo così complesso, così articolato, così bello che io francamente non me lo sarei giocato così, in apertura disco. Tirato fuori diritto diritto da una colonna sonora di un James Bond – soprattutto la chiusa -, pieno di riferimenti teatrali e operistici, segna probabilmente la vetta delle capacità interpretative di Matt. Matt non si limita a cantare: recita, interpreta. Bellissimo l’arrangiamento, le parti orchestrali sono perfettamente inserite nel tutto. Riff di chitarra fantastico. 9 e 1/2

Madness
Questa la conosciamo bene. Dopo averla sentita un bel po’ di volte, posso dire che, nonostante tutte le apparenze, non è un pezzo che si possa apprezzare così, su due piedi. Occorre sentirla più volte per rendersi conto che è proprio una bella canzone. Bello il crescendo, bella la parte finale, bello il beat ossessivo. 8

Panic Station
Un roba che avrebbe potuto cantare Madonna negli anni ’80. Non è che sia così brutta…è che in qualche modo è già sentita, e mi pare molto poco nelle corde dei Muse. Testo poi più criptico di quello di Plug In Baby, che dalla sua aveva però l’essere una canzone coi contro-attributi. Salvo solo la parte strumentale, che però, almeno nei primi secondi, pare presa pari pari da Hysteria. 6

Prelude
Non mi convince l’arrangiamento. Archi nel complesso un po’ piatti. Io l’avrei fatta solo al pianoforte, anche perché, diciamocelo, Matt al piano ci manca tantissimo, ormai da troppi anni. Di tutti i preludi dei vari dischi, forse il più debole. 7

Survival
La strofa è pacchiana, c’è poco da fare. Non tutte le ciambelle riescono col buco, e dopo tanto giocare sul filo del ridicolo, stavolta i Muse hanno toppato. Le parti strumentali, in compenso, sono favolose. Ne viene fuori un pezzo discontinuo, in cui da una parte stai lì a storcere il naso, dall’altra batti il piedino…peccato. 7 e 1/2

Follow Me
E che gli vuoi dire? Un miracolo, direi. Un’incredibile mescolanza di ciò che i Muse erano e quel che sono diventati oggi. Una canzone così densa, così piena, così colma di rimandi, citazioni e autocitazioni da soverchiare l’ascoltatore. C’è il cuore di Bingham, il figlio di Matt, c’è il marchio di fabbrica dei Muse, quelle scale elettroniche che Matt dice derivare dalle colonne sonore dei videogiochi anni ’80 che lo ossessionavano da bambino, c’è la sua voce meravigliosa e c’è la dance, sì, ragazzi, la dance. Un pezzo fantastico. 9

Animals
Un gioiellino. Ammetto che una canzone così raffinata dai Muse non la sentivamo dai gloriosi tempi delle B-side di Origin of Simmetry. Gli arpeggi di chitarra sono divini, e il testo non fa sconti a nessuno. Una canzone molto Radiohead, o almeno io ce l’avrei vista bene in In Rainbows. Bellissima. 9

Explorers
Una canzone un po’ maledetta. Perché a ficcarsi in testa si ficca in testa, poco da fare, solo che prende di peso pezzi da Invincible, e nel complesso è davvero stucchevole. Però il ritornello è davvero bellino, e il testo non è male per niente. È la Guiding Light del disco, la Falling Away, la ballatona non molto riuscita di cui, tutto sommato, si poteva anche fare a meno. 7

Big Freeze
Un pezzo un po’ così, indefinibile, per quanto mi riguarda, ma nobilitato da un ritornello davvero cazzuto. Non è però una di quelle cose che ti restano dentro, la canzone nel complesso, intendo, passa un po’ inosservata. 7

Save Me
Arriviamo alla vera novità di questo disco: Chris scrive e – udite udite – canta una canzone. Anzi due. E questa è la prima. La voce di Chris, togliamoci il peso dallo stomaco, non è niente di che: è una bella voce, per carità, ma purtroppo è stretta tra undici canzoni con la voce di Matt, che non è solo il marchio di fabbrica dei Muse, è anche una voce dal timbro riconoscibilissimo e, diciamocelo, fuori dall’ordinario. Però devo ammettere che questa canzone non poteva essere cantata che da Chris, che era quella la voce che ci voleva. E non è soltanto perché tratta del suo problema con l’alcol: è il timbro giusto. È un bel pezzo, non c’è che dire: bella la musica e bello il testo. È una canzone sentita, sincera e cantata col cuore in mano. E a questo non si può che plaudire. 8 e 1/2

Liquid State
C’è un gruppo scandinavo che mi piace molto, si chiamano Pound, e fanno un bel rock schietto come si fa da quelle parti lì. Ecco, questa canzone me li ricorda davvero tanto. Secondo pezzo di Chris, e funziona: niente di trascendentale, ma la musica sicuramente è catchy, e il testo è davvero bello. E bravo Chris. Me sei piaciuto. 8

The 2nd Law: Unsustainable
La pietra dello scandalo. La canzone su cui i fan si sono accapigliati. A me continua a piacere come la prima volta che l’ho sentita. È un pezzo assolutamente non immediato, ma i cui elementi sono perfettamente dosati. È potente, è forte, è Muse. Viene citata la seconda legge della termodinamica, e questo mi fa piacere: dopo i buchi neri supermassivi, nuovi tentativi di divulgare la fisica :P . Diciamo che il confronto col nostro sistema economico è un po’ tirato per i capelli, non è che la termodinamica condanni il capitalismo :P , ma il messaggio di fondo resta. Raga’, una crescita indefinita non è possibile, perché le risorse sono limitate. Punto e a capo. 8 e 1/2

The 2nd Law: Isolated System
Se quella di prima è stata la pietra dello scandalo, su questa i fan storici tenteranno il suicidio. Per parte mia, non me ne frega davvero niente che sia 100% musica elettronica, che sembri un pezzo di Robert Miles. È bellissima. Punto e basta. È bella musica, che funziona. 8 e 1/2

In generale
Innanzitutto, i Muse hanno abbandonato quel sound pesante che li ha accompagnati fino ad Absolution e che caratterizzava soprattutto i loro primi due lavori. Col tempo l’avevamo capito che non era più quello che gli interessava, e in questo disco la cosa è ormai palese. Più che di indie rock vero e proprio, come si ostina a dire la tag di iTunes, io parlerei di pop, di ottimo pop. Per me, che passo senza soluzione di continuità dai Nightwish a Lady Gaga a Bach non è un problema. Ma se cercate qualcosa che somigli a Origin of Simmetry andate altrove. Qualcuno dirà che sono “diventati commerciali” ed era tutto più bello quando li ascoltavamo in tre. Quando li ho conosciuti io erano già famosi e non faccio il processo alle intenzioni: non mi interessa se fai musica solo per soldi, mi interessa solo che tu sia bravo.
The 2nd Law è il disco della maturità. Chris ha la bellezza di sei figli, e adesso anche Matt è un padre, i nostri hanno trent’anni e fanno musica da quindici. L’impressione è che abbiano sfornato un prodotto adulto e consapevole, e che le tracce siano esattamente come le volevano. Era dai tempi di Absolution che un loro disco non mi dava questa idea di compattezza tematica e di sound. Black Holes and Revelations, The Resistance avevano le loro discontinuità – il primo soprattutto – alcuni pezzi erano indecisi, a volte la produzione era persino incerta. Qui no. Qui è tutto coerente e ben curato. È come se in qualche modo si fossero ritrovati, e dopo tanto vagare fossero riusciti a individuare la strada da seguire. Cambieranno ancora, perché è nella loro natura, ma questo è un bel disco, un grande disco che segna una tappa importante nel loro cammino. Io coi Muse ci sono cresciuta: ero poco più che adolescente quando li ho conosciuti, e ho vissuto la fase della ribellione (Showbiz e Origin of Simmetry), quella dello sconforto (Absolution), dello sperdimento (Black Holes and Revelations) e della ribellione (The Resistance). E ora eccoci qua, adulti e vaccinati, capaci di guardare al mondo con occhi nuovi.
Sono una fan, e questo disco mi conferma che con ogni probabilità lo resterò sempre. C’è qualcosa nella loro musica che risuona in me, poco da fare. E se Absolution resta il preferito, perché è stato il primo, questo lo metto subito sotto. 9

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Un grande classico

Era il 2006, più o meno di questo periodo, all’epoca ero in piena dieta e per dimagrire correvo sotto il sole nel parco del quartiere. Non ero ancora sposata, già laureata, da poco tornata da Monaco. E usciva Black Holes and Revelations, il primo album dei Muse che avevo atteso, seguito, di cui avevo letto ogni minimo rumor. A dire il vero, era il primo album tout court che attendessi in tutta la mia vita. Lo recensii sul blog, in un post ormai fagocitato da Splinder, e fu la mia prima recensione musicale. Sono passati sei anni, il periodo è più o meno quello, ma io peso 15 chili di meno, non corro, sono sposata e ho una figlia. Ma la verità è che siamo sempre più o meno là.
Ho già avuto modo di dirlo: ormai l’uscita di un album dei Muse segue un copione più o meno consolidato. Rumor sempre più improbabili su contaminazioni estreme, collaborazioni allucinanti e l’immancabile “stanno diventando commerciali”, seguito tipicamente da uno o più singoli davanti ai quali il pubblico resta basito à la Boris. Adesso siamo alla fase singolo “ma che cappero è”. Ieri infatti è uscita Madness, primo singolo vero estratto da The 2nd Law, sesto album studio dei Muse. Questo è il pezzo col quale l’album si presenta al mondo. Ed è un pezzo meh. Ossia uno di quelli che più sei fan di vecchia data più ti lascerà perplesso. Credo che quelli che li hanno conosciuti con Sunburn non si avvicinino a una canzone del genere neppure a 200 metri di distanza. Ma questi sono i Muse, sono sempre stati questi, se non ti piace l’estrema varietà forse è meglio andare verso altri lidi.
Che ne penso. Che ne penso…non lo so. L’ho ascoltato tre volte, l’ho comprato appena uscito, ho ordinato a scatola chiusa The 2nd Law. Sono una fan girl, non ho problemi ad ammetterlo, come ammetto che con ogni probabilità continuerò ad amarli a prescindere, perché sono una fan, e non me ne vergogno. Ma non posso dire che Madness entrerà nella mia top ten delle loro canzoni. Neppure nella top twenty, a dirla tutta. Non è brutta, assolutamente. Per dire, Survival è probabilmente peggiore, molto più di cattivo gusto. Questo è un pezzo che ha le sue cosine a posto, è curato. Però mi dice davvero, davvero poco. Il primo minuto è tirato oltre i limiti della sopportazione; prima del cambio di regime non ne potevo davvero più, meno male che la canzone è un po’ in crescendo…La strofa, diciamocelo, è abbastanza noiosa e ripetitiva. Il ritornello si riprende; ha quel gusto per la melodia che per quel che mi riguarda è il segno distintivo dei Muse, quello per il quale li ho amati fin qui. Ma manca la potenza. Che comprare verso la fine del pezzo, che, devo dire, è davvero bellina. Tra l’altro ad un certo punto la voce di Matt è veramente, veramente diversa dal solito (sull’”I need your love”, per intenderci) e questo lo trovo interessante. Bocciati i coretti à la Queen. Li mettono ovunque, ormai, e purtroppo io continuo a percepirli come un artefatto, qualcosa di appiccicato là, che ai Queen venivano bene, ma che con loro suonano solo pieni di prosopopea. Ma vabbeh, saranno gusti. Testo senza infamia e senza lode, sul tema amore follia Matt ha già detto tanto e meglio (Hysteria, Stockholm Syndrome, Space Dementia…).
Grido allo scandalo, al gruppo che ha perso le sue radici, al “commerciale”? Tutto sommato no. È solo una canzone che mi lascia freddina. Vedremo il resto dell’album. Finora, tutti i loro dischi hanno sempre contenuto per me almeno una perla, spesso più d’una, e stavolta ho già Unsustainable che mi stuzzica il palato. Vedremo. Chi vivrà vedrà.

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Trionfo pop

Come al solito arrivo in ritardo. Stavolta, però, di sole quarantotto ore. Poteva andare peggio, via. È che domenica sera avevo da fare, e dunque non avevo modo di seguire la cerimonia di chiusura delle Olimpiadi, così me la sono registrata e me la sono vista ieri sera.
Chiariamo subito che in genere non ho alcun interesse nelle cerimonie di chiusura e apertura degli eventi sportivi. Non lo so, non mi hanno mai attirata più di tanto. Anche quella di Pechino la vidi più che altro perché quel pomeriggio non avevo niente da fare. Infatti la cerimonia apertura di Londra 2012 l’ho saltata. La chiusura l’ho registrata per un’unica ragione: c’erano i Muse, che hanno scritto la canzone delle Olimpiadi, ossia Survival.
A sorpresa, invece, la visione non solo è stata piacevole, ma foriera di un bel po’ di riflessioni, che per altro riguardano tutto sommato il mio lavoro. Per chi si fosse perso l’evento, la cerimonia è stata sostanzialmente un’unica, lunghissima passerella di musicisti inglesi, a partire più o meno dagli anni ’60 in giù, fino a quelli davvero recentissimi. Musicisti pop. Riflettiamo: le cerimonie di questo genere in generale tendono a celebrare quanto di caratteristico, e in generale buono, un certo paese abbia fatto nella sua storia. Gli inglesi hanno deciso di giocarsi l’influenza che la musica popolare ha avuto sulla cultura mondiale degli ultimi cinquanta anni. Non hanno scelto di parlare di storia remota, non hanno puntata su Shakespeare (anche se sul palco si leggeva benissimo un “to be or not to be”); hanno pensato di parlare di musica. Contemporanea. E popolare.
La prima sensazione è che a vedere tutti quegli artisti messi lì uno di fila all’altro è impressionante quanto la storia della musica pop debba al Regno Unito: hanno fatto praticamente tutto loro. I Beatles, i Pink Floyd, i Queen…e se la giocano ancora. Le vecchiarde come ricorderanno l’isteria di massa intorno ai Thake That e alle Spice Girls, non molto diversa da quella che circonda ora gli One Direction. Mentre noi stavamo qui a domandarci cosa è cultura e cosa non lo è, e a schifare più o meno tutto quel che vende e ha successo, in nome del principio per il quale se diverte e piace allora è vile, questi qui lasciavano un’orma indelebile nella cultura contemporanea. Ma sarà mica che a furia di guardarci l’ombelico abbiamo perso la capacità di farla, la cultura? Voglio dire, l’impronta che abbiamo lasciato sull’umanità nei secoli passati a livelli culturale è innegabile, ma adesso? E non è mancanza di talenti, che ci sono, ma che in qualche modo non sfondano, o se lo fanno poi vengon guardati tutto sommato male: sono “commerciali”, sono “da bambini” e via così. Evidentemente gli inglesi la pensano in modo diverso, visto che hanno esibito i loro cantanti come noi facciamo con Leonardo e Botticelli. E li hanno esibiti tutti. Questo è il secondo fatto che induce a riflettere: fa un certo effetto vedere i Beatles di fianco agli One Direction, i Pink Floyd con le Spice Girls e – orrore degli orrori… – Jessie J che canta i Queen. Non c’era nessun giudizio, nessuna classifica di merito, in qualche modo tutti ci venivano presentati sullo stesso piano. Immagino che una cosa del genere a molti faccia ribrezzo. Ma come, la musica “di un certo livello” insieme ai fenomeni dei “bimbiminkia”, e una poppettara che fa le veci di Freddie Mercury. Ma non è tutto uguale! Bisogna distinguere, perché il pubblico va educato, ascoltare gli One Direction è la morte della musica…e via così, con discorsi che non cambiano di una virgola se al posto dei gruppi musicali ci metti i titoli dei film o dei libri. C’è sempre qualcuno che ne sa più di qualcun altro e vuole insegnarti qualcosa. Ancora, a quanto pare gli inglesi non la pensano così. E, vi dirò, io sono con loro. Che sia il pubblico a decidere: il mondo dell’arte è ampio e vario, ognuno ci può trovare quel che vuole, ognuno può fruire quel che più gli aggrada. Decida lui, alla luce del suo vissuto, dei suoi gusti, della sua cultura, anche, cosa vuole ascoltare, cosa vuole amare e cosa invece proprio non gli piace. C’è una sola certezza: che ogni voce in più, arricchisce il quadro, anche quelle che non ci piacciono. Più scelta, più libertà. Un po’ come il discorso di ieri sui giochi ammessi alle Olimpiadi: ognuno ci trova quel che vuole, anche quello che non gli piace, di fianco a quel che invece ama. E io questo lato ecumenico, e tutto sommato meravigliosamente privo di spocchia, della cerimonia di chiusura della Olimpiadi di Londra l’ho molto apprezzato. Non so, ci vedo un messaggio che dovremmo cogliere.
Volete sapere dei Muse? Sebbene Survival non appartenga esattamente al novero delle loro canzoni che preferisco, li ho trovati diverti, sopra le righe come sempre, e rivederli, dopo la bellezza di tre anni, è stato un po’ come tornare a casa. Che bella nostalgia…:’)

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Tentativi pop

Ieri ho comprato MDNA. Il ragionamento che mi ha portata all’acquisto è piuttosto complesso, per cui seguitemi.
È un po’ di tempo che non mi vergogno a dire che mi piace Lady Gaga. Arrivo ad ammettere, tiè, che si è presa un bel 30% di tutti i miei ascolti quest’anno. Voglio dire, ormai ho trent’anni e sono scesa a patti col fatto che in quanto a consumi culturali l’eclettismo dei gusti è l’unica cosa che mi definisce davvero, per cui non ho problemi a dire che ieri mi sono stordita con i Nightwish, il giorno prima con Bach e oggi con Lady Gaga. Sarò schizofrenica, non lo so.
Ora, visto che questa svolta dance nei miei gusti musicali da principio mi ha lasciata spiazzata, ho pensato di aprirmi un po’ al genere, e visto che Madonna s’è inventata il pop femminile per come lo conosciamo oggi, perché non ascoltarla? Tanto più che quando la mettono su in palestra mi ci diverto molto.
Confesso di non aver mai avuto particolare simpatia per il personaggio, non so perché. L’ho riscoperto con la biografia dell’esimio Francesco – che vi consiglio, mi è piaciuta molto, interessante e di piacevole lettura – ma l’unico disco che ho, Hard Candy, non sono mai riuscita ad ascoltarlo fino in fondo. Per cui, l’unica reale ragione per cui ho preso MDNA è perché, ragazzi, la regina del pop, se ti piace il pop la devi ascoltare. Un po’ come Tolkien col fantasy (adesso qualcuno mi lincia).
Qui finisce la lunga premessa, atta principalmente a mettere le mani avanti per il prosieguo :P .
Non starò qui a fare recensioni dell’album, non mi sento abbastanza ferrata sull’argomento. Dirò che non mi ha entusiasmata, che alcune cose m’hanno lasciata basita, ma che ci sono anche alcuni pezzi molto belli: Best Friend, per dire, Falling Free, I Fucked Up, e la splendida Masterpiece. Fosse stato tutto il disco così, probabilmente sarebbe schizzato in cima alla mia personale classifica del momento. Ma non è così. La cosa mi stimola due riflessioni.
La prima è che ognuno fa la musica che vuole, e se ha voglia di ballare come una forsennata a 54 anni fa benissimo a farlo, perché non deve certo essere l’età a definirci. E poi ci metterei la firma ad avere un fisico che risponde così a quell’età lì. Ma quando in svariate canzoni insisti a definirti “girl” e canti una cosa come Superstar, che parla d’amore come si può fare alle media e giù di lì, siamo ben oltre il “non mi faccio definire dai miei anni”, siamo proprio alla negazione. Mi fa lo stesso effetto di Adele che canta – ma almeno quella era una cover – “whenever I’m alone with you/you make me feel like I’m young again” e, essendo Adele ventiduenne o giù di lì, uno se la immagina che sta col suo boy e inizia a lallare come quando aveva due anni.
È triste a dirsi, ma c’è un momento per dire ogni cosa. Non sarei più in grado – per fortuna – di scrivere le orrende poesie che componevo a tredici anni, perché non vedo più il mondo in quel modo lì. La vita passa e vivaddio ci cambia. È per questo che un artista è interessante a vent’anni come a sessanta. Ma insistere a dire cose che si dicevano dieci anni prima, e con lo stesso tono con cui le si diceva dieci anni prima, non so, mi suona quasi falso.
Comunque. La seconda riflessione è che a me, con ogni probabilità, non piace il pop o la dance. Per oscure alchimie, mi piace Lady Gaga e stop. E vabbeh, basta saperlo :) .

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Il Testamento

Lo sentivo in macchina coi miei, con quella specie di stereo buffo che avevamo nella nostra uno. Era nulla di più di un paio di casse attaccate con un jack al mio walkman rosso. Ed era su cassetta che lo sentivo. Mi sembrava diverso da qualsiasi altra cosa, mi sembrava parlare di regni lontani, di mondi incantati, di re e regine. E non aveva la voce dolce e facile di tanti altri cantanti che sentivo in giro: aveva una voce profonda e cupa, e neppure potente. Ma quando lo sentivo mi affascinava. Forse le sue non erano proprio canzoni per una bambina di dieci anni, ma io le adoravo, e le adoro ancora.
Quando ero bambina, appena partiva l’attacco della Canzone di Marinella, mi veniva subito in mente mio padre, perché lui l’ha sempre amato molto. Adesso mi viene in mente tutto ciò che amo nella mia vita: i miei, certo, ma anche mio marito, col quale l’ho sentito spesso – e mi ricordo ancora la lunga discussione sul Testamento di Tito -, mia figlia, cui vorrei lasciarlo in eredità, come è stato fatto con me.
Il tempo è tiranno, e solo adesso, quasi fuori tempo massimo, trovo il tempo per queste quattro righe: un gennaio di tredici anni fa esatti, moriva Fabrizio De André. Per me, è vivo ancora oggi.

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Imaginaerum

Ho conosciuto i Nightwish grazie a – indovina indovina – i miei libri. Indirettamente, eh? È che i miei libri mi hanno fatto conoscere Melissa, la creatrice del mio forum ufficiale, e Valberici. La prima mi regalò una compilation di canzoni metal, tra cui abbondavano quelle dei Nightwish, e già lì capii che la cosa poteva interessarmi. Molto. Poi, tipo nel 2006, per il mio compleanno Val mi regalò Dark Passion Play. E lì, lo dico, mi innamorai proprio. Ancora oggi lo sento piuttosto spesso.
Vabbeh, a farla breve, ho preordinato Imaginaerum, cioè, preordinato, mai fatto manco per i Muse. Ieri ho avuto i file sull’Air, sabato sera, rigorosamente al buio, mi sono sentita tutto il disco.
Ora, io dei Nightwish conosco sei canzoni del vecchio corso, e due album del nuovo, per cui non credo di poter dare giudizi granché esaustivi, però Imaginaerum e Dark Passion Play m’hanno fatto la stessa impressione. Li senti e sono proprio massicci. Pensi che chi li ha scritti ci ha messo dentro veramente tutto tutto tutto, che è tipo l’opera della vita, e dopo il nulla, perché che altro vuoi dire? E invece passano due anni ed esce il disco successivo. In cui dentro c’è di nuovo tutto tutto tutto, e meglio di così non credo, no. E via ad libitum, suppongo. Che dire. Tanto di cappello a Tuomas Holopainen. Questo per dire che Imaginaerum è qualcosa che ti investe, e ti chiede un coinvolgimento estremo. E, francamente, tutto il resto del power metal o come si chiama a fronte ci fa una figura meschina.
Questo non vuol dire che non ci siano cose che non mi sono piaciute. Trovo nel complesso il disco un po’ discontinuo, a volte eccessivamente aderente alla tradizione del gruppo – almeno per quel che conosco -, altre troppo diversa, troppo…boh, sperimentale, direi. Ad esempio, si inizia proprio nel solco di Dark Passion Play, e le prime due canzoni potevano tranquillamente stare nell’album precedente. I Want my Tears Back è proprio i Nightwish come uno se li immagina, è proprio quel che ti aspetti, così come Turn Loose the Marmaids (che però ad un certo punto sconfina inaspettatamente nel western). Intendiamoci, ad avercene di roba così. “Tradizionale”, ma splendida. Storytime è un capolavoro, poco da dire, per musica e testo, roba da sparasela fino a farsi sanguinare le orecchie. Va detto però che alcune cose ricordano proprio pezzetti di canzoni vecchie, e questo…uhm…spiace.
Poi, invece, c’è roba che ti lascia abbastanza spiazzato. Come il jazz di Slow, Love, Slow. O, anche se in misura minore, certe dissonanze di Ghost River, che non è esattamente una canzone di facile ascolto. Scaretale ancora più strana, sembra una canzone dei Muse di Citizen Erased o Unnatural Selection, che partono in un modo, poi stacco, canzone diversa, poi si ritorna al tema principale. Song of Myself non so, cinque minuti di parlato mi lasciano un po’ così, devo rifletterci.
Nota di merito per Annette Olsen. Sarà un’eretica, sarò che li ho conosciuti più a fondo con la sua voce, ma la preferisco a Tarja Turunen. Ha indubbiamente una voce più “banale” rispetto a quest’ultima, ma molto più duttile. E infatti, è cambiata parecchio tra questo lavoro e il precedente. Assume accenti molto adeguati a questi testi e queste musiche. Il rovescio della medaglia è che la voce in questo disco è più superflua di quanto non fosse nel precedente. Ho comprato la versione Deluxe, per cui ci sono anche tutte le canzoni in versione strumentale – come del resto nella versione che ho di Dark Passion Play -. Ecco, se nel disco precedente la musica da sola restava notevole, ma si sentiva che mancava qualcosa, qui la musica sta veramente in piedi da sola, ma benissimo.
Insomma, un disco disomogeneo, ma nel complesso di alto livello. Voglio dire, è il rischio che corri quando produci qualcosa di così denso: se ci infili dentro tutto, è ovvio che qualcosa ci sta un po’ a fatica. Però, che dire, affascina, coinvolge, e mi dà delle idee, che non ci sta per niente male. Credo di essere pronta per andarmeli a sentire anche dal vivo.
Vi lascio con una citazione da A Song of Myself, che dice veramente tutto

Paper is dead without words
ink idle without poem
all the world dead without stories

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Canzoni, concerti e rivoluzione

Sabato sera sono andata al Rock in Roma a sentire Caparezza. È stato tipo il mio primo concerto pagato non dei Muse, o giù di lì. Non è che abbia al mio attivo molti eventi, ma ho visto un paio di concertoni del 1° maggio, e una volta, sempre al Rock in Roma, ascoltai Daniele Silvestri. Comunque, per me era un po’ un evento: Caparezza mi piace assai, ho quasi tutta la discografia (mi manca il primo disco), la so a menadito, anche se non so cantarla – è impossibile, non riesco a stargli dietro – ed era da un po’ che volevo vederlo live. Da Verità Supposte, per la precisione, quando diede un concerto in Sicilia proprio mentre noi eravamo nei paraggi.
Comunque. Innanzitutto, una piccola vittoria personale. Io soffro la folla. Riesco a stare in mezzo alla gente, ma mi prende il panico quando si sta tutti pigiati. Siccome sono bassa, ho sempre paura che qualcuno mi ciacchi, ho l’incubo Love Parade sempre stampato in testa. È la ragione per cui praticamente non ho mai fatto concerti sotto il palco. Ora, sabato stavamo a distanza di sicurezza, ma si stava comunque strettini. E, nulla, durante l’interminabile session del pur apprezzabile gruppo spalla – i Calibro 35, per la cronaca – ho iniziato ad accusare un po’ d’ansia. Nulla di chè, giusto quel po’ di insana voglia di scappare dove c’era un po’ più spazio. Già mi vedevo a rovinarmi il concerto per le mie paturnie, quando Caparezza è apparso. Tempo due millesimi di secondo dalla prima nota, e già saltellavo come un’indemoniata, urlando a squarciagola “Ilaria condizionata ha raffreddato la mia giornata!”. La paura era sparita. Un piccolo passo per l’umanità, un passo importante per me: è sempre bello quando riesco a rivalermi su qualche mia paura.
Anyway, il concerto. Purtroppo sfioro, senza raggiungerlo, il metro e sessanta, e quindi non ho visto niente. Sono salita per un po’ sulle spalle di un mio amico, ma davvero non me la sentivo di imporgli i miei 53 chili per due ore, senza contare la gente dietro che si sarebbe lamentata, per cui mi sono limitata a zompettare e cantare per tutto il tempo, inquadrando raramente un angolo del capello di Caparezza, un braccio e via così. Ma non è stato poi così importante. Perché il concerto è stato bello, piacevole, divertente, e lui si è dato molto. E poi quel che conta è il rito collettivo. Stare lì con altre diecimila persone che cantano, saltano, urlano con te. Hai l’illusione di far parte di una comunità compatta, unita. Hai l’illusione di essere lì per cambiare il mondo a forza di strofe urlate.
È una riflessione che mi viene da fare spesso, ogni volta che partecipo a qualche spettacolo del genere. Il senso di comunione è fortissimo, l’idea di trovarti in mezzo – finalmente – a gente incazzata come te, a gente che la pensa proprio come te sul mondo, sull’Italia, su come vanno le cose, è fortissimo. E l’impressione d’improvviso è che se urli abbastanza forte “Non siete Stato / voi che rimboccate le bandiere sulle / bare per addormentare ogni senso di / colpa” allora davvero qualcosa possa cambiare. È l’ebbrezza della folla, quel piacere sottile e tremendo dello sciogliersi nella massa. Non sei più solo tu, col tuo senso d’impotenza e la sensazione di non poter mai fare la differenza, ma sei noi, migliaia di teste che pensano un unico pensiero, migliaia di mani che se solo volessero potrebbero fare la rivoluzione.
E quando ci ho riflettuto, di ritorno, in macchina, ancora sudata e galvanizzata da tutto quel saltare, ho pensato che un concerto è qualcosa di bello e tremendo, proprio per quell’illusione che ti dà. Due ore a giocare a fare la rivoluzione, a sfogare la frustrazione di giorni passati ad ingoiare amaro. Ma poi? Poi tutti a casa con qualche foto ricordo, la maglietta sudata, e domani tutto come prima. L’uomo sul palco, lui, sì, le cose le cambia. Strofa dopo strofa spara il suo messaggio alla gente, e piano ne cambia la testa. Ma la folla ai suoi piedi, quella non cambia niente. Sfoga la propria rabbia per due ore, poi tutti a casa a fare di nuovo i conti col lavoro precario, i soldi che non ci sono, lo stato assente. Pronti per accumulare di nuovo l’incazzatura, fino al prossimo concerto.
Con questo non voglio dire che c’è qualcosa di male ad andare ad un concerto e saltare per due ore. Ma io mi domando sempre se quella gente che va a sentire Caparezza, che canta le sue canzoni, che strilla “Berlusconi pezzo di merda” sotto al palco, poi va a votare, per dirne una. Se il 13 febbraio era in piazza insieme a me. Se la sua è la rabbia dei quindici anni, quella fisiologica, che va via appena ti fai una famiglia e trovi un lavoro, o resta dentro a covare, e ti spinge a cercare davvero di cambiare le cose.
Mah. Probabilmente per me vale il ritornello di Cose Che non Capisco: “ti fai troppi problemi [...], non te ne fare più”, e sto montando un discorso senza senso intorno a due ore di puro svago, che mi sono goduta dall’inizio alla fine. Una canzone è solo una canzone, un concerto è solo un concerto. Ma le parole sono armi, e cambiano le cose. Ogni restaurazione parte sempre stravolgendo il linguaggio, e ogni rivoluzione ha sempre un proprio frasario, e se non ne fossi convinta, non farei il lavoro che faccio.

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