Archivi tag: musica

Divertirsi

Ho avuto un vago, vaghissimo interesse per quella che ho ribattezzato “musica unz unz” quando avevo tredici anni. All’epoca giravo in improponibili shorts arancioni e toppini scollati, che la gente giustamente mi fischiava dietro, più che altro per come avevo il coraggio di combinarmi, e mi ero da poco affacciata alla pubertà. In quel periodo lì non desideri tanto essere grande – se mai io ho desiderato essere grande, e credo proprio di non averlo mai fatto -, piuttosto vuoi finalmente arrivare a questa benedetta adolescenza che tutti ti descrivono come un periodo fighissimo, in cui dai contro i genitori, scopri il sesso e puoi darti pose da giovane maledetto. È che a tredici anni per tutti sei ancora un bambino, e tu invece ti senti già ragazzo/a, e per questo ti dai pose da adolescente in crisi. Del quadro mentale che mi ero fatta dei sedici anni faceva parte anche la frequentazione delle discoteche.
A Roma, dove le mie amiche erano due ragazze con le quali componevamo il classico trio di sfigate evitate da tutti perché non abbastanza fighe e troppo dotate di cervello, la discoteca non sapevamo neppure dove fosse. Per inciso, non eravamo neppure brutte, io e le mie amiche; una di noi anzi era proprio bella. Solo che non ci atteggiavamo, avevamo una discreta lingua e io e la mia migliore amica avevamo l’apparecchio per i denti. Fate un po’ voi. Ma sto divagando.
E insomma, a Roma in discoteca non si andava. Ma d’estate, al mare, sì. L’estate dei miei tredici anni la passai tutte le sere nella discoteca dell’hotel. A ballare la “musica unz unz”, ossia, appunto, quella da discoteca. Che ai miei tempi era Gala: Free from Desire mi piaceva un sacco.
Poi sono cresciuta. Il tipo che mi piaceva sentiva i Nirvana, ho scoperto il rock e, niente, la musica unz unz ha iniziato a farmi schifo. Solo tre anni dopo, a Rimini in gita, in discoteca stavo per addormentarmi sul divano. Del resto all’epoca facevo il filo ad un violinista che ascoltava solo classica.
Quindi, niente, per qualcosa come diciassette anni della mia vita ho letteralmente schifato il pop. A parte i cantautori italiani, ho ascoltato solo rock e classica. E Caparezza, che non so dove infilarlo, visto che è proprio a-generico. Finché un pomeriggio dello scorso anno, non ricordo per quale ragione, mi comprai su iTunes The Fame Monster. Mi piacque subito. Da allora me lo sono sentito un sacco di volte. Questo per dirvi che io il genere che fa Lady Gaga non lo ascolto. Ascolto solo lei. E questo forse significa qualcosa.
Due settimane fa mi sono comprata anche Born This Way, nonostante i primi singoli non mi convincessero. L’ho già sentito una decina di volte, e me lo ascolterei altrettante. Mi mette addosso allegria. Mi fa scuotere la testa, mi fa canticchiare, mi aiuta durante il lavoro di tesi. Ne parlavo ieri con un amico. Born This Way è allegro, divertente. Si fa maledettamente ascoltare. Non è arte? Non lo so. Saper intrattenere è una dote non da poco, ancor più miracoloso è riuscire ad intrattenere una che su musica del genere normalmente si addormenta. Ognuno fa il suo lavoro: chi con la musica fa riflettere, e chi invece ti mette addosso carica ed energia. E ci vuole un po’ dell’uno e un po’ dell’altro.
Poi, vabbeh, ormai sono ossessionata da Bloody Mary. La prima volta che l’ho sentita, giuro, ho avuto i brividi. I brividi per una stupida canzone pop, che non so neppure esattamente di cosa parli. Ma mi piace, dannazione, mi piace. E devo dire che anche Government Hooker la trovo notevole.
E insomma, niente, non credo di star cambiando gusti musicali. È solo che forse, dopo aver imparato a divertirmi con la lettura e la scrittura, coi film e a teatro, sto imparando a divertirmi anche con la musica.

44 Tags: , ,

Musica, maestro!

La giornata è iniziata un po’ storta, ma pare si stia lentamente riprendendo. In ogni caso, per darmi (e darci) la carica, vi lascio la mia personale ossessione musicale degli ultimi tempi: i Pound.
Ne avevo già parlato, per chi di voi mi segue da molto. Nel 2009 hanno fatto uscire il loro primo album, che mi ero colpevolmente persa. L’ho recuperato qualche giorno fa e ormai gira in loop sul mio Mac. A me piacciono davvero tanto, soprattutto What I Fear the Most. In fin dei conti mi riguarda.
Enjoy

16 Tags: , ,

Confesso

Tutti abbiamo passioni che in qualche modo risultino un po’ stridenti con l’immagine che di noi ha la gente. Roba di cui, tutto sommato, magari ci vergogniamo anche un po’.
Per dire, sono stata una grande appassionata di Dawson’s Creek, e non a quindici anni, ma a diciannove suonati. Due estati fa l’ho rivisto tutto, dalla prima alla sesta stagione, senza risparmiarmi neppure le puntate più oscene, e purtroppo dopo la terza stagione ce ne sono, ah se ce ne sono.
Oggi faccio un’altra confessione. Chi mi segue su twitter in verità già lo sa. A me piace Lady Gaga. Sì, proprio lei. Quella che fa la musica unz unz unz che in genere rifuggo tipo la peste. Per dire, un paio di annetti fa, dopo aver fatto alcune lezioni di total body al ritmo della sua musica, mi presi Hard Candy di Madonna. Neppure lo finii di sentire. La noia dilagava.
E invece Lady Gaga, che indubbiamente alla signora Ciccone si ispira, mi piace molto. Trovo la sua musica divertente e trascinante: è perfetta per svagarsi durante una riduzione dati o l’elaborazione di una routine SM (che non è SadoMaso, ma SuperMongo, il programma di analisi dati che uso a lavoro) particolarmente ardua. Ti induce a battere il piedino, ti mette la carica.
E poi mi piace proprio lei. Sì, lei come tipo. E considerate che io per natura diffido della gente che provoca per provocare. E invece Lady Gaga mi fa simpatia. Innanzitutto non è bella. È una ragazza normale. Anche quando balla e canta in slip e reggiseno – praticamente sempre, per altro – non fa l’impressione di una qualsiasi altra starlette musicale. Non è una strafiga stratosferica: ha il sedere basso, è un po’ troppo magra, è bassa come me e come me ha il nasone. Ma non sembra gliene freghi molto, è questo il bello. Si mette addosso quel che vuole, mostra il suo corpo di normale ventiquattrenne senza avere la pretesa che la gente le fischi dietro, ma con una naturalezza che scaccia via la volgarità di certi atteggiamenti.
E poi, appunto, provoca. Ma lo fa con un certo candore di fondo. Con quell’aria lì che sembra dire: Ehi, io sono così, se ti sta bene ok, altrimenti cambia disco. È che a me lei sembra proprio una strana. Che gode ad esserlo, e che si maschera perché tutto in lei fa parte della sua musica. Fateci caso, non la si vede mai nature. La sua essenza di persona è nascosta sotto chilate di travestimenti in lattice, sotto vagonate di trucco. Perché la sua arte è questa: musica, certo, ma anche tutto il resto. Il che spiega i suoi video lunghi il doppio della canzone: perché non conta solo la musica, ma contano anche le immagini che raccontano una storia, mandano messaggi.
Lo so. Io ero quella per la musica e basta. Quella che citava Matt quando diceva “The only way I want to touch people is through my music. Anything else is superficial and I want no part of it”. E invece Lady Gaga è il prototipo della musica fagocitata dallo showbiz. Eppure, non lo so, mi piace quel che fa e come lo fa. Nei suoi cappelli assurdi, nelle sue mise allucinanti, trovo qualcosa che risuona coi miei di cappelli, col mio modo strambo di mettere assieme la roba del mio armadio.
E poi mi piace quel che dice. Mi sembra una persona intelligente, o che quanto meno cerca di spendersi per cose intelligenti. Come il Don’t Ask, Don’T Tell, contro il quale si è espressa pubblicamente.
L’ultimo suo singolo non mi dice molto. È anche vero che l’ho ascoltato una volta sola, ma mi sembra meno potente dei suoi vecchi pezzi. Però c’è una frase bellissima, che certa gente si dovrebbe tatuare a fuoco sulla pelle.
I’m beautiful in my way,
‘Cause God makes no mistakes
I’m on the right track, baby
I was born this way

E insomma, niente, probabilmente a maggio mi prenderò il suo disco, e spero di godermelo come mi sono goduta The Fame Monster. Senza neppure troppi sensi di colpa, lo ammetto :P

38 Tags: , ,

Amadeus

Ieri sera ho visto Amadeus. Lo vidi la prima volta da bambina, ma dovevo essere piccola, perché ricordo solo due cose: Salieri insanguinato all’inizio del film e Mozart che rideva di continuo con uno scemo. Ma il film in qualche modo doveva aver colpito il mio immaginario di bimba, perché avrei sempre voluto rivederlo. Approfittando del giornatone cinema di Sky per l’inaugurazione dei nuovi canali HD, l’ho fatto.
Ora. Ci sarebbe da parlare per giorni di questo film. Che è un capolavoro. Poco importa che la ricostruzione della vicenda Salieri Mozart non sia fedele alla realtà dei fatti. Amadeus è un apologo. Una lunga, ironica, grandiosa, sofferta riflessione sulla vita. Sì, sull’invidia, sul talento, su Dio. Ma soprattutto sulla vita. Sull’ingiustizia della vita.
Già il titolo dice tutto. Amadeus. Amato da Dio. Che poi sarebbe la traduzione letterale del secondo nome di Mozart, Theophilus. In latino, appunto Amadeus. E fin dall’inizio Salieri lo vede così. Un figlio eletto di Dio, addirittura una sua incarnazione. Un fanciullo “vanaglorioso, libidinoso, sconcio, infantile”, un uomo senza qualità, che però Dio ha investito di un talento sovrumano. Ed è qui il busillis, un busillis molto umano, che tutti ci sentiamo di comprendere: perché Mozart sì e Salieri no? Perché Salieri, che ha desiderato la musica per una vita intera, prendendola come sposa in una vita di castità, che si dedica alle note con un rigore da asceta, non riesce a scrivere quella stessa musica che Mozart non fatica neppure un po’ a produrre, che gli viene fuori dalla testa già perfetta, già conclusa, già sublime? A pensarci bene, questo è il problema dell’esistenza.
Ciascuno di noi ha dei sogni, delle aspirazioni. In qualche caso sono velleità artistiche. Ma la stragrande maggioranza di noi non ce la fa. Deve scendere a patti con le proprie capacità, coi propri limiti. E succede che per quanto si ami profondamente fare qualcosa, quella sia, guarda un po’, l’unica cosa che non siamo in grado di fare. Che è una cosa che porta dolore, certo, ma si potrebbe anche sopportare. Se non fosse poi che viene fuori qualcuno che invece quella cosa la fa benissimo, senza alcun merito, senza anni di studio, di impegno, senza sacrificio. Me ne vengono in mente di casi del genere. Dov’è la giustizia in questo?
Il talento è immeritato. Sempre. È un dono che qualcuno ha, e qualcun altro no. Non c’è alcun merito nell’averlo. È come nascere con gli occhi azzurri invece che neri. Un capriccio del caso. Qualcosa che ti scende dal cielo. È incredibile quanta tragicità ci sia in una constatazione simile. Una tragicità che il film, nel suo andamento quasi farsesco, coglie in pieno. Meravigliosa in questo senso è una delle scene finali, con Mozart che detta a Salieri alcuni brani del Requiem. Salieri si affanna a star dietro alla dettatura di Mozart, ma non ci riesce, non ce la fa, non capisce. Perché il talento è incomprensibile, un mistero. Chi ce l’ha appartiene ad un’altra razza, che partecipa del futuro. Salieri è un gran compositore, ma è radicato nel presente. Mozart no. Mozart è avanti, ragiona in un modo che per i suoi contemporanei è incomprensibile (l’imperatore che si lamenta che Le Nozze di Figaro hanno “troppe note”). E così Salieri, che pure per tutto il film è stato benedetto (o meglio maledetto) da un’altra forma di dono, la capacità – unico tra i suoi contemporanei – di comprendere fino in fondo il genio di Mozart, quando entra in contatto con la sua genialità si rende conto di quanto essa sia inafferrabile, inspiegabile, irriducibile ai canoni della musica dell’epoca. Ed è in quella scena che finalmente i due si toccano per davvero: Salieri che succhia via la linfa creativa di Mozart, e non è più per rubargli la sua ultima composizione, ma per sentirsi – in un modo larvato e triste – partecipe di quel genio, e Mozart, che in tutta la sua tracotanza, in tutte le sue pose da rockstar (perché alla fine Forman così ce lo mostra, una rockstar del ’700 con tanto di vita dissoluta, alcool e debiti a palate), in fin dei conti è alla disperata ricerca dell’approvazione di qualcuno (“pensavo che di me e della mia musica non vi importasse…perdonatemi”).
Grandioso. Grandioso e tragico.
Poi, ovviamente, su questo tema portante se ne innestano una miriade di altri, proprio come in un pezzo orchestrale. Il rapporto tra un uomo e i propri miti, per dire. In fin dei conti, il vero peccato di Mozart è quello di non corrispondere all’immagine ideale che ne ha Salieri. Salieri s’immagina un uomo sul cui viso, nei cui atteggiamenti in qualche modo il talento abbia lasciato un segno. E invece si trova davanti un ragazzino che rincorre un paio di tette. Dimostrazione di un’altra grande verità: il genio non ci fa migliori. Si può essere straordinari musicisti, grandissimi scrittori, ed essere al contempo persone piccole piccole. Occorrerebbe saper accettare l’umanità dietro il mito, ma la maggior parte della gente non ne è in grado.
Oppure il tema continuo di Dio che truffa l’uomo, lo induce in tentazione per il proprio diletto, prima lo illude, e poi lo punisce. O ancora il rapporto tra vita e arte. Salieri non vive, e la sua arte è povera, sterile, ridotta al rispetto dei canoni dell’epoca, Mozart fa la vita del dissoluto, e la sua musica palpita di vita e di divino. E poi il rapporto coi padri, la follia…un sacco di cose. Messe in scena in un modo grandioso, sostenute da grandissime prove attoriali. Un film che dura tre ore, ma alla fine ti pare ne sia passata al massimo una.
Io non ho mai amato particolarmente Mozart. Qualcuno una volta mi prese in giro, chiedendomi se fosse perché c’erano troppe note. Non è quello. È che è un po’ troppo allegro per i miei gusti. Non a caso l’unica sua cosa che mi piace molto è il Requiem, che è giustamente deprimente, e tutto sommato anche poco riuscito. E nonostante io sia decisamente una Salieri, e questo senso schiacciante di mediocrità me lo porto addosso sempre, come un vestito un po’ stretto, non ho potuto fare a meno di tifare per l’enfant prodige per tutto il tempo: perché il talento ci attrae, il suo essere misterioso, indecifrabile, ci parla di una dimensione altra, ci avvicina, davvero, al divino.
Il film è stato ridoppiato. E te pareva. Ma io tanto non ricordo il doppiaggio originale. E poi devo dire che Max Alto fa veramente un lavoro bello bello bello in modo assurdo.

35 Tags: , ,