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Il potere delle storie. Ancora.

È tutto il fine settimana che mi arrovello intorno a questi due post. (No, ok, ho anche avuto una vita sociale, oltre a stirare il sabato sera, ma ho un cervello multitasking, che riesce ad arrovellarsi mentre sorseggia latte e menta in compagnia degli amici. A volte in effetti è un po’ fastidioso…).
La storia, purtroppo, la conoscete tutti: in un sobborgo di Denver un ragazzo entra in una sala cinematografica dove si proietta la prima di Batman e spara sulla folla. Un copione purtroppo già visto. Solo che stavolta c’è di mezzo un film di supereroi e un tizio che indossa una maschera antigas. La notizia è ovviamente succosissima, e i nostri giornalisti ci si buttano a pesce: automaticamente, l’attentatore diventa uno vestito da Bane che spara sulla folla per emulare il cattivo del film.
Ora, evidentemente qui ci sono due ordini di problemi. Il primo riguarda il giornalismo: in giro se ne leggono di ogni. Che Holmes aveva i capelli tinti di rosso come il Joker (?), che si è presentato come tale alla polizia, che Neil Gaiman è il papà di Batman. L’approssimazione con cui viene trattato un medium che ha uno straordinario impatto sulla cultura pop è evidente. Il fumetto, e tutto quanto sia popolare, continua ad essere trattato come il figlio della serva. Poi c’è la sociologia spicciola, quella che fa vendere copie, perché a tutti fa piacere sentirsi dire che le nuove generazioni sono composte da decerebrati plagiati dai videogiochi e dai fumetti. Molto semplice, molto rassicurante. L’importante, del resto, è affibbiare etichette, che lo sappiamo che il mondo funziona così.
A me però tutto questo interessa poco. Sono storie vecchie, di cui abbiamo parlato un’infinità di volte, ci siamo incazzati, abbiamo discusso, ma è evidente che la controparte non ha alcuna intenzione di stare a sentire. Fumetti = plagio delle menti deboli fa vendere copie, quindi nessuno è interessato a modificare la propria opinione al riguardo. Persino le veridicità dell’equazione è una cosa del tutto di secondo piano; basta che la cosa abbia presa sul pubblico, e la verità non sempre ha questa caratteristica.
Mi interessa molto di più il discorso del Rrobe, che per altro mi riguarda da vicino, visto che io racconto storie. E la mia reazione di pancia alla lettura del suo primo post è: “cavoli, è vero”. La cosa che mi fa più piacere, quando qualcuno mi parla delle mie storie, è che mi venga detto che i miei libri hanno cambiato qualcosa nella vita di chi li ha letti. Vuoi che siano stati la scintilla per iniziare ad amare la lettura, vuoi che abbiano aiutato qualcuno in un momento difficile, è tutto sommato quel che mi spinge a continuare così. Non si scriverebbe, se la scrittura non lasciasse in qualche modo il segno. Ma chi ci dice che le nostre storie cambino sempre in meglio la vita delle persone? E quando lo fanno in peggio, cosa dobbiamo pensare, noi autori? Non è un problema di poco conto, né dalla facile soluzione. Le parole sono sempre importanti, sia che spingano la gente a migliorarsi, sia che lo portino invece a fare cose tremende. E dirsi che non è vero, che non è così che funziona, è ipocrita.
E quindi?
E quindi non lo so. Non credo che la soluzione però passi per lo stupro della poetica dell’autore. Credo che quando un autore inizia a porsi dei limiti, dei paletti, e modifichi la propria visione per evitare che poi qualcuno fraintenda, beh, quella è la morte dell’arte. E non stai neppure facendo un buon servizio ai tuoi lettori, che percepiscono subito se un messaggio è artefatto, finto. Bisogna sempre dire la verità, la propria personale verità. Anche a rischio di essere fraintesi. E fraintesi lo si è comunque e sempre, anche quando non si finisce con esiti così tragici come quelli di Denver.
Il Tiranno è ambiguo perché per me il Male lo è; per me tutti noi viviamo sul confine, e basta poco per fare di noi dei criminali. E, quando ho scritto le Cronache, pensavo fosse importante presentare un Male suadente e logico, perché è così che il Male ci si presenta, vestito da Bene. Non mi spavento quando qualcuno mi dice “ma a volte mi dico che il Tiranno ha ragione”, perché è così che lo volevo, perché ogni certezza deve passare per il dubbio, o non vale niente.
Ogni autore ha una sua etica del lavoro, e deve rispondere solo a quella. Anche perché, diciamocelo, tutto influenza tutto. Nel caso specifico di Denver, per altro, penso che i fumetti non c’entrino assolutamente nulla, e che, prima di arrivare a Batman, ci sono decine di altre cose che hanno spinto la mano di Holmes ben più di quanto possa fare un fumetto. Ma se hai un disagio così profondo, basta un insulto in mezzo alla strada a spingerti lungo la china. E allora che facciamo? Ci chiudiamo in casa e ci diamo alla religione del politically correct, in cui i cattivi sono tutti cattivissimi e i buoni tutti buonissimi?
Il mondo è un posto complesso. Ci interroghiamo su di esso da millenni, e tutte le tonnellate di letteratura e arte che abbiamo prodotto ancora non ci hanno dato anche una sola risposta. Se il Male è suadente, è giusto mostrarlo anche così. Pensate a Dexter, che rappresenta il Male al massimo dell’edulcorazione – un bel ragazzo che ammazza solo i cattivi… – eppure porta avanti, o almeno lo faceva nella prima stagione, una critica assolutamente spietata del nostro mondo.
Ognuno di noi ha una sua visione del mondo, e, nelle sue produzioni artistiche, deve essere fedele solo a quella. Se poi è aberrante, altre parole ce lo mostreranno. L’importante è la pluralità dei punti di vista, perché il mondo è multiforme, ingannevole, complesso. E le storie, se non ci piacciono, si combattono a colpi di altre storie.

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Altre cose che non dovrei dire

Io non ho mai capito quelli che criticano le star che si lamentano della perdita della loro privacy. Quelli che ogni volta che un’attrice, un cantante fanno presente che non sempre hai voglia di sorridere alla folla plaudente, farti le foto con loro, avere a che fare coi paparazzi ogni minuto della tua giornata, subito partono con il consueto rosario di “eh, è la fama, hai voluto la bicicletta e mo’ pedali, però ti piacciono i soldi”. Sarò un’ingenua, ma ho sempre pensato che quando uno fa l’attore o il cantante abbia più che altro voglia di recitare e cantare, e che la fama sia una cosa che viene dopo, una specie di effetto collaterale. Con questo non voglio dire che non ci siano quelli per i quali la fama è l’obiettivo; ce ne sono, ma quelli magari non si lamentano di essere stati ripresi dai paparazzi mentre fanno gli sporcaccioni alle Maldive. È che quest’idea che il personaggio pubblico, poiché tale, deve incassare in silenzio e col sorriso sulle labbra ogni tipo di angheria mi sembra una concezione vagamente punitiva della fama: hai voluto essere famoso? E allora paghi con l’annullamento della vita privata. Ripeto, sono sicura che c’è un sacco di gente che vuole essere famosa e basta, ed è ben lieta di dare in pasto il proprio intimo alla folla. Ma c’è anche tanta gente che vorrebbe fare solo il proprio lavoro.
Mi viene in mente questa cosa riguardo agli scrittori e alla famosa querelle “gli scrittori devono accettare le critiche negative, anche quando sono stroncature”. Che, per carità, se ci fermassimo qui, se affermassimo solo questo, forse potrei quasi essere d’accordo. Solo che molti estendono il discorso in due direzioni: gli scrittori devono anche accettare gli insulti (“questo libro è una merda”, “è roba da minorati” e via così) e gli scrittori devono essere persone simpatiche che anche quando le insulti ti rispondono un sorriso e magari ti dicono anche “beh, sì, hai ragione, sono una merda, scusa che vado un attimo a scudisciarmi di là per espiare”.
Tempo fa, qualcuno scrisse a Neil Gaiman lamentandosi che Martin sul suo blog non dava alcuna informazione circa la prossima uscita de Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco. Poneva poi delle domande sulle responsabilità che uno scrittore ha nei confronti dei lettori. La discussione è qui. Gaiman rispose con una frase che mi si è scolpita in testa: “Martin is not your bitch”, tradotto “Martin non è la tua puttana”.
Uno scrittore è una persona, e, in quanto tale, ha il diritto di essere scorbutico, insopportabile, stronzo, così come gentile, carino, amichevole. Ognuno ha il suo carattere, con quello nasce, e con quello si rapporta col mondo. Soprattutto, il carattere non dovrebbe influire sul godimento dei suoi libri da parte del pubblico, né dovrebbe servire a giustificazione di comportamenti del tipo “hai un brutto carattere, ergo ti insulto alla morte”.
Quando leggo un libro, cerco una storia, non cerco un amico. So che Salinger ci ha ingannati tutti, con quella storia del “Quelli che mi lasciano proprio senza fiato sono i libri che quando li hai finiti di leggere e tutto quel che segue vorresti che l’autore fosse tuo amico per la pelle e poterlo chiamare al telefono tutte le volte che ti gira.” Purtroppo non funziona così. L’unica cosa che l’autore ti dà è una storia. Non una spalla su cui piangere, non un amico, non un juke box che sforni storie a tuo piacimento. La persona dell’autore, l’ho detto un miliardo di volte, non è allegata al libro, neppure quando ti fanno credere che sia così. Per esempio, io so che la Mondadori ha venduto le Cronache allegando la storia dell’astrofisica che scrive fantasy: ma la persona Licia non si riduce a questo stereotipo. La persona Licia non si riduce neppure a quel che scrivo sul blog, perché per ogni parola che vergo qui ce ne sono miliardi che mi tengo dentro. Ci sono cose importanti, brutte, gravi, belle che mi sono capitate in questi dieci anni da personaggio pubblico che qui non hanno mai trovato posto, e mai lo troveranno. E sono cose importanti, che fanno di me la persona che sono. Per dire. Io lascio trasparire di me solo quel che sento di poter condividere con la comunità dei lettori, perché so che la rete è una cosa bella, ma è anche pericolosa, e per non farsi male va saputa usare. E anche se vi sembra che non ci sia filtro tra il mio intimo e il web, penso duecento volte alle cose che scrivo in rete, fosse anche uno stupido Tweet.
Ma sto divagando. Voglio dire che lo scrittore, per il solo fatto di aver scritto un libro, non ha l’obbligo di essere come i lettori lo vogliono. Neppure i suoi libri hanno l’obbligo di seguire i dettami che i lettori gli impongono. Martin non ha l’obbligo di scrivere un tot di libri l’anno, G.L. D’Andrea non ha l’obbligo di mostrarsi in rete come la gente lo vuole. Quello tra un libro e un lettore che lo apprezza è un incontro casuale: uno scrittore scrive quel che sente, quel che ama, e questo è l’unico modo che ha di rispettare il suo lettore, l’unico obbligo, se vogliamo, cui deve sottostare, e il lettore per qualche ragione risuona con quel che lo scrittore ha scritto. Se questa risonanza non ha luogo, non è colpa di nessuno. Non ha senso prendersela con lo scrittore, né tanto meno con la sua persona. Non ha senso neppure prendersela con l’editore, o con il lettore. Non ha funzionato, punto.
Senza contare che io ho imparato tanto anche dai brutti libri, tanto è vero che mi sono fatta un punto di non fare mai recensioni negative. Preferisco spingere i bei libri, mi sembra più costruttivo. I brutti o cadranno da soli nel dimenticatoio, o comunque avranno un loro pubblico, e chi sono io per mettermi a questionare i gusti altrui?
Ma, soprattutto, ripeto, quando uno decide di scrivere non firma un patto col demonio nel quale c’è scritto: offrirai la tua persona in sacrificio al lettore. No, non è così. Uno scrittore scrive per condividere qualcosa, ed è sua discrezione cosa condividere. Si attende ovviamente le critiche negative, e in qualche modo le accetta. Di buono o di cattivo grado sono fatti suoi, e nessuno può accusarlo di non saperla prendere con sportività. Ma assolutamente non è tenuto a far buon viso a cattivo gioco quando lo si insulta. Mi spiace, per quanto vi abbia deluso, lo scrittore non è la vostra puttana.

P.S.
Visto che nel complesso ho come l’impressione che questo sia il mio post meno compreso di sempre – per colpa mia, eh? evidentemente non mi sono spiegata bene – vi spiego da cosa è nato. È presto detto: dalla lettera di questo (è un po’ vecchio, lo so, ma l’ho riletto di recente) e di questo.
Per il resto, non ho di che lamentarmi sulla mia privacy, e se mi incontrate per strada mi potete salutare, non mordo, qualcuno da queste parti credo possa anche testimoniarlo :P

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