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A Guillermo Del Toro Hideaki Anno glie spiccia casa

Da bambina non sono mai stata appassionata di robottoni. Non sono sempre stata il maschiaccio di adesso, tante cose degli anime e dei fumetti le ho scoperte grazie a mio marito, e negli anni ’80, come tante bimbe, ero appassionata di maghette. Anche in seguito, l’unico cartone di robottoni che ho mai seguito con una certa passione è stato Neon Genesis Evangelion (no, non vi attacco il pippone, cosa ne penso dovreste saperlo, perché l’ho detto spesso). Però, Pacific Rim volevo vederlo a tutti i costi. Sarà che Guillermo Del Toro mi ha conquistata con Il Labirinto del Fauno, probabilmente il mio film fantasy preferito; sarà che ho adorato gli Hellboy, ma volevo, fortissimamente volevo andarlo a vedere.
L’ho fatto sabato. Per un problema di orari, sono andata a vederlo in 3D; non è stata una scelta. Io odio il 3D. M’è piaciuto solo in Avatar, già ne Lo Hobbit mi ha fatto venire il mal di testa. Comunque, non avevo altra scelta.
Mi sono seduta in sala con un hype a livelli stratosferici. Forse questo inficia il mio giudizio su Pacific Rim, ma devo dirvelo: a partire dal minuto 1 mi ha conquistata. Niente da fare, è il blockbuster perfetto, un film che spero faccia una vagonata di miliardi di dollari, perché i film d’azione si fanno così. Damon Lindeloff, siedi al cinema e guarda come si fa un film in cui quando esci non devi farti uno schema per capire chi e perché ha fatto cosa.
Pacific Rim è innanzitutto un atto d’amore: Del Toro è uno di noi, da bambino avrà visto Mazinga e si sarà commosso, la sua vita è cambiata e ha deciso di prendere tutto quel che ama in tema kaiju e robottoni e infilarlo nel suo film, così traboccante di citazioni, riferimenti e omaggi vari che quelli come me si sentono aprire il cuore. C’è Cloverfield, soprattutto nel prologo, ma anche nel meraviglioso flashback di Mako, c’è Godzilla, c’è Evangelion – Evangelion c’è a paccate, ve lo dico – c’è Mazinga, ma c’è anche Indipendence Day, e io c’ho visto persino Star Wars, pensate un po’. La trama è semplice, lineare, i personaggi devastantemente topici – l’eroe ferito e riluttante, la ragazzina debole e cazzuta al tempo stesso e, ça va sans dir, giapponese, lo scienziato pazzo – ma Guillermo è uno che queste cose le conosce così a fondo, le ha interiorizzate ad un tale livello che sa sempre quando toccare le corde giuste. Quel che voglio dire è che, sì, la storia è banale, sì, lo sono i personaggi, ma Del Toro queste le cose le sa, e sono volute, perché un film di robottoni non è un film di robottoni senza questi elementi. Allora, invece di andare a inseguire un’impossibile originalità, aderisce visceralmente al tema, ci si butta sopra a pesce cercando di tirare fuori il meglio dai topoi con cui lavora. E ci riesce.
Il film è coinvolgente. Nonostante si menino – e come si menano…e adesso ci arrivo, abbiate pazienza – per il 70% del film, il restante 30% non è affatto riempitivo tra una mazzata e l’altra. È il cuore del film, e ti permette di appassionarti tremendamente alle storie dei personaggi, persino di quelli minori. Ti interessa che non muoiano, ti commuovi ai loro traumi, vorresti entrare nello schermo e pigliare a cazzotti i kaiju assieme a loro. Io non lo so come fa Del Toro a ottenere questo miracolo: è l’unico, assieme, in misura minore, a Peter Jackson, a riuscirci nel cinema d’azione di oggi, ma ce la fa. Quando guardi la perfezione dei suoi film ti sembra facilissimo, perché è evidente che a lui riesce facile, ma a quanto pare non lo è, perché io un film che mi esaltasse a questi livelli non lo vedevo da dieci anni, da King Kong, probabilmente, che comunque gli è inferiore, o dalla Compagnia dell’Anello, che comunque in me tocca corde differenti.
Pacific Rim, poi, trasuda passione. Da parte di Del Toro, certo, ma anche di tutti gli altri, fino all’ultima delle comparse. La percezione è che Del Toro si sia divertito come un pazzo a girare questa cosa, e ci abbia messo tutto quello che voleva e gli piaceva, fregandosene di tutto il resto, e questo già è esaltante.
Ma veniamo all’aspetto visivo. Io mi sono commossa. Del Toro ha questo modo di inquadrare i jaeger che te li fa sembrare giganteschi. Ti senti sperduto, piccolissimo di fronte a questi giganti. E poi sembrano veri; ti sembra che uscito dal cinema ne troverai uno parcheggiato affianco alla tua 500, ti ci infilerai dentro e ci tornerai a casa. Il modo in cui si muovono, l’aspetto esteriore stesso, tutto è vero e gigantesco. Ti senti piccolo piccolo davanti a loro, annientato da una bellezza senza paragoni. E in questo, lo devo ammettere, il 3D gioca un ruolo fondamentale. In generale, il 3D è inutile, quando non dannoso. Ricordo che ne Lo Hobbit trovavo difficile riuscire a seguire le scene d’azione perché si sdoppiava tutto. In Pacific Rim no. In Pacific Rim è sempre tutto chiarissimo. Si capisce perfettamente cosa sta succedendo, si segue scena per scena, cazzotto per cazzotto, senza che ti faccia male la testa, senza che ad un certo punto tu ti chieda: ahò, ma qua come ci siamo arrivati? E questa ormai non è una cosa banale neppure nel cinema d’azione in 2D; ricordo che quando vidi La Leggenda degli Uomini Straordinari – una roba che per altro vorrei brasarmi dalla memoria, perché di epica bruttezza – i combattimenti erano incomprensibili. Sembravano girati da uno col Parkison terminale, tutto si riduceva a macchie di colore vagamente interagenti. Mah. In Pacific Rim no. Siccome si menano in modi mai visti prima, Guillermo ci tiene a farci vedere con chiarezza che succede. E si capisce tutto.
Come si menano. Che dire. Dopo ormai quasi venti anni di computer graphic in cui abbiamo visto di tutto, Guillermo Del Toro riesce ancora a stupirci con scene d’azione clamorose quanto a inventiva e ignoranza. Sì, è un film ignorantissimo, di quelli in cui l’audio dovrebbe essere a palla, in modo tale che il pubblico possa vociare, fare il tifo e tirare il pop corn allo schermo. Esci e hai voglia di spaccare qualcosa. Vorrei farvi qualche esempio per farvi capire, ma non voglio rovinarvi l’effetto “wow!!” di moltissime scene. Ci sono dei momenti in cui ti dici “no, vabbeh, adesso non può succedere anche questo” e invece lo vedi succedere, paro paro, e altri che ti strappano l’urletto di ammirazione perché, ahò, mica te l’aspettavi.
Insomma, io non riesco a trovargli un difetto manco a volerlo. Perché quelli che sono evidentemente difetti, Del Toro li trasforma in consapevoli pregi. Ripeto, è perfetto, sotto ogni punto di vista. L’unico punto da evidenziare è che, ovviamente, non è un film per tutti. Questa roba ti deve piacere. Devi essere pop nel profondo, o ti sembrerà una cosa stupida ed esagerata. È un film che spinge parecchio sul pedale dell’esagerazione, e per questo non può piacere a tutti.
Nota di merito alla colonna sonora, composta con tre note in croce ripetute allo sfinimento, che però funziona alla grande nel pompare al massimo lo spettatore. Io è dai ieri sera che ogni tanto, out of the blue, me ne esco sol tema portante del film.
Insomma, io ve lo consiglio. È il film di robottoni definitivo. È l’essenza del pop. Sono due ore e passa di divertimento continuativo. È un film come ne dovrebbero fare uno al mese.

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