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Prospettiva

Ieri, inedita passeggiata al centro di Roma. Ci andava di visitare i Fori e il Colosseo, e così ce ne siamo andati in centro città. Per altro, se vi interessa qualche foto la potete trovare nel mio Flickr. Comunque, il punto non è tanto la piacevolezza della giornata.
Come sapete, tra quindici giorni si vota, per cui i muri delle città sono tappezzati di cartelloni di ogni partito/movimento politico esistente sulla faccia della terra. Questo, ovviamente, succede anche nel mio quartiere, ma la varietà di manifesti che trovi al centro è decisamente maggiore. Del resto, noi siamo povera gente di periferia. Comunque. Tornandomene alla macchina, stanca ma felice, mi sono imbattuta in un cartellone del seguente tenore: foto di Berlusconi che allunga la mano verso una folla plaudente, simbolone del partito, e poi, sopra, a grandi lettere rosse: “se rivuoi indietro i soldi dell’IMU devi votare Il Popolo delle Libertà”. Devo dire che mi è presa una tristezza senza pari. Siamo sostanzialmente al voto di scambio, che è pure un reato, per inciso. Tu mi voti e io ti faccio un favore. Medioevo distillato. Il vero, grande male di questo paese, assieme all’ignoranza.
Mi sono infilata in molte discussioni sulla democrazia, negli ultimi tempi. Mi sono interrogata su cosa sia, se è poi vero che le democrazia diretta è meglio, e se sia realizzabile. E siccome mi sono risposta che no, non è né meglio né realizzabile, almeno non con 60 milioni di persone e con una cultura media quale quella che ci ritroviamo, mi sono interrogata sul male minore, la democrazia rappresentativa. Ma davvero il compito di un politico è fare quello che gli dice la gente?
Ho pensato a chi voterò, e ho riflettuto che lo voto non perché mi sta promettendo qualcosa, ma perché ne condivido la visione. Ritengo che le idee che ha sul futuro di questo paese siano quelle giuste, che vanno nella direzione corretta. Lo voto perché ha a cuore i diritti civili di tutti i cittadini, perché mi piace la sua visione circa l’istruzione e la ricerca, e per duemila altri motivi che non hanno assolutamente niente a che fare con il “mi fa avere più soldi, mi dà un lavoro, mi fa un favore”. E ho riflettuto che un politico questo dovrebbe fare: non fare una indagine di mercato, vedere cosa vuole la gente, e prometterglielo. Ma avere una visione, proporre qualcosa di più grande, un cambiamento reale, un progetto vasto e ad ampio respiro per questo stato. E poi convincere la gente che la sua visione è quella giusta per farci stare tutti meglio. Il politico che ho in testa io dice anche cose che la maggioranza degli italiani non condivide, ma si fa in quattro per spiegare perché invece funzionerebbero, permetterebbero di migliorare questo paese. È questa la politica che piace a me, quella che ho imparato a scuola durante le assemblee di istituto – e mi sono alzata anch’io a dire cose la maggior parte degli studenti non voleva sentirsi dire, e le ho dette perché ci credevo e pensavo che qualcuno dovesse dirle; il vizio, come vedete, mi è rimasto – nelle manifestazioni cui ho partecipato. Solo che ormai non è più così. O lo è per un ristrettissimo numero di uomini politici, che la maggioranza degli italiani guarda come fossero alieni.
In questi giorni mi sto rivedendo I Borgia, straordinaria serie tv di Tom Fontana che ci dice tonnellate di cose su cosa siamo noi italiani oggi. Nonostante dai tempi del rinascimento ci separino ben cinque secoli, siamo rimasti fermi lì. Il clientelismo e il nepotismo di quegli anni viene fuori diretto diretto dall’epoca della romanità, e da allora si è conservato intatto fino ai giorni nostri. Siamo ancora lì a implorare il favore, a guardare al massimo al bene nostro e dei nostri figli. Gli altri, problemi loro. E non ci interessa neppure che il favore che stiamo chiedendo sia in realtà un nostro diritto, qualcosa che dovremmo avere a prescindere. Non ce l’abbiamo, quindi ben venga il potente di turno che qui e ora mi dà l’uovo. Se poi dopo fa strage di galline, non è un mio problema.
Non vediamo oltre il nostro naso. Se cadiamo preda di demagoghi di vario genere, di populisti che, sondaggi alla mano, dicono quello che l’uomo della strada vuole sentirsi dire, è perché manchiamo di prospettiva, di capacità di guardare alla comunità. Perché senza un senso di comunità stare in uno stato non ha senso alcuno. E noi non abbiamo il senso della collettività, non ce l’abbiamo da secoli. Tra l’altro questo è il brodo di cultura della mafia, che altro non è che medioevo in epoca moderna: il signorotto che ti dà da mangiare un giorno ancora, e ti toglie nel frattempo libertà e dignità. E noi ce la facciamo levare. In cambio della restituzione dell’IMU.
Io continuerò a credere in una politica di progettualità. E continuerò a votare per le idee. Perché qualcuno lo deve fare, e perché credo che le cose, in democrazia rappresentativa, debbano funzionare così. E poco importa essere minoranza della minoranza della minoranza: si lotta perché si deve, perché la propria etica ci dice che è giusto così, prima ancora che per vincere. Voi intanto rifletteteci, se secondo voi è giusto rinunciare ad un mondo migliore per duecento euro.

P.S.
Per una visione più ampia, e assolutamente meglio scritta e documentata, qua.

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Ci sono cose che non capisco

Dovrei farci una rubrica, con questo titolo, perché le cose che non capisco – o meglio, la cui logica mi rifiuto di capire – sono sempre più. Una è questa. Ora, purtroppo cose di questo genere succedono da anni, dall’uscita di Gomorra. Quello che rende quest’episodio ancora più grave è il fatto che qui non stiamo parlando dello striscione di un comune cittadino, che tutto sommato esprime il suo personale parere, per quanto non condivisibile. Stiamo parlando delle istituzioni che hanno avuto un briciolo di vergogna a mettersi dietro quello slogan inqualificabile e parlare alla gente. Un bell’applauso, devo dire, complimenti.
La cosa che però proprio non capisco è che, col passare degli anni, sembra che il problema non sia la camorra, ma Saviano. Ossia, non contano i fatti, ma chi di quei fatti parla. Come se le cose non esistessero per sé, ma solo quando se ne parla. Che è un classico con cui tutti noi, nel privato abbiamo avuto a che fare: la brutta notizia che non dai, perché fino a che non parli ti pare non sia accaduta, il trauma che preferisci tenere per te perché finché ce l’hai solo nel cuore puoi far finta non sia mai esistito. È un meccanismo di protezione comprensibile, ma che a un certo punto deve cadere, anche perché proprio non funziona. E che, applicato ad un intero quartiere, o a una città, è francamente inaccettabile. Le cose ci sono, i problemi esistono e sono ben più gravi della “cattiva fama”. E il primo passo per cambiare le cose è chiamare le cose col loro nome, e accettare la verità parlandone.
Mi rendo conto che non è proprio la stessa cosa, ma io sono cresciuta in borgata, in un quartiere non esattamente chic; la cattiva nomea era attutita solo dal fatto che un chilometro più in là c’era un’altra borgata con fama anche peggiore. E, francamente, non ho mai pensato che parlare dei problemi di quei posti fosse un mancare di rispetto alla gente che ci abitava. E non ho mai neppure fatto mistero del posto da cui vengo, che, pur non amando particolarmente, fa parte di me, e mi ha resa la persona che sono. E il fatto di venire dalla borgata non lo sentivo come un marchio d’infamia: significava solo che, in caso, dovevo rimboccarmi le maniche, far vedere che anche dal mio quartiere poteva uscire del buono, e molto. Che è poi anche la ragione per cui mi piace dire da dove vengo: indipendentemente da dove si è nati e cresciuti, è possibile realizzarsi, ottenere la vita che si voleva. Magari devi impegnarti di più, ma si può fare.
L’altra cosa che non capisco è la risposta di De Magistris alle critiche di Saviano su come Napoli è stata gestita fin qui sotto la sua amministrazione. E qui il discorso diventa più ampio, perché riguarda il posto che uno scrittore ha nella società. In sintesi, De Magistris dice “dacci qualche idea”, che somiglia tanto allo scrittore criticato che, piccato, dice al critico “prova tu a scrivere qualcosa di meglio”, dimenticando che un critico fa un mestiere diverso.
Ecco, il punto è questo. Uno scrittore scrive – lapalissiano, ma non molto chiaro a tutti, a quanto pare – ed è quello il suo strumento di azione. Le parole hanno un peso e una forza, spesso assai maggiore di quel che crediamo, e scavano nella testa della gente come le gocce d’acqua la roccia. Scrivere è agire. Spesso, soprattutto se si pubblica, non si scrive soltanto per divertimento, ma per essere letti, e se si vuole essere letti significa che si ha qualcosa da dire, qualcosa che, se vale la fatica di scrivere, si ritiene importante, necessario di essere condiviso. Perché i libri cambiano la gente. Pensateci, è così.
I sindaci, invece, da che mondo è mondo amministrano. E vengono pagati per avere idee e migliorare le cose. Non è piacevole ricevere critiche, è un’arte saperle incassare, ma è un’arte che un politico dovrebbe padroneggiare bene. Ma in un paese in cui “retorico” ha solo sfumature deteriori, politici se ne vedono sempre meno. Non si capisce poi perché, nel paese dei 60 milioni di esperti su qualsiasi argomento possibile – dal calcio, alla nautica, alla chimica e la fisica, sì, pure loro – gli scrittori non possono esprimere opinioni e muovere critiche. È che, diciamocelo, nessuno ritiene che noi che si scrive si faccia un vero lavoro: per lo più veniamo visti come gente col culo di essere pagati per un hobby. Per carità, l’idea è così radicata che anch’io a volte fatico a considerare il mio un lavoro, con tutte le conseguenze del caso. E invece, ragazzi, è un lavoro, per praticare il quale a volte si pagano anche prezzi altissimi. E torniamo a Saviano.
In ogni caso, che dire, forse l’eccezione sono io, a non capire tutte queste cose. Lo diceva anche Caparezza nell’omonima canzone: “ti fai troppi problemi, Michele, tu ti fai troppi problemi, non te ne fare più”. E a non farcene guarda un po’ dove siamo finiti.

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La vita, la morte, i figli

Vivere in comunità richiede un po’ di equilibrismo. Ci si confedera in comunità più o meno grandi perché si riconosce che ci sono compiti che si possono portare a termine solo assieme. Al contempo, però, pur vivendo con gli altri si desidera mantenere la propria identità: per il bene della collettività si rinuncia a certe libertà, ma una collettività che vuole essere giusta e democratica deve anche saper lasciare al singolo i suoi spazi, all’interno dei quali definire se stesso e la propria identità. Così è giusto rinunciare a parte dei propri guadagni per devolverlo alla comunità (leggi: pagare le tasse) ma al contempo non è giusto che sia lo stato a decidere quando e se una vita sia degna di essere vissuta, oppure quando una donna deve essere madre.
Ecco. Concentriamoci un attimo su quest’ultimo punto.
La maternità è una di quelle esperienze che non puoi capire a fondo fino a quando non ti ci trovi dentro. Ma chiedo a tutti quelli che madri non sono, non lo saranno mai, o non vogliono esserlo (esiste anche questo diritto, anche se ci piace molto dimenticarlo) di fare un piccolo sforzo di immaginazione. Diventare madre è qualcosa che rivoluziona completamente il modo in cui una donna si percepisce; sei la stessa, per certi versi, ma per certi altri non sarai mai più quella di prima. È un investimento enorme sul futuro, segna il confine tra un prima e un dopo, è una scelta radicale nella quale si mette in gioco tutto di sé. Perché madri lo si è per sempre, non è una scelta dalla quale puoi tornare indietro.
Ora, io penso ci siamo scelte che per la loro portata sulla persona debbano pertenere esclusivamente al singolo. Decidere come e se diventare madri è una di queste. Non si può decidere per decreto la maternità obbligatoria, perché diventare madri è prima di tutto una scelta di disponibilità. Credete sia poco decidere di mettere il proprio corpo a disposizione di un altro essere vivente? Perché questo è una gravidanza. Ve lo dico io: non lo è. E per questo ho sempre creduto che la legge sull’aborto fosse una legge giusta e necessaria.
Siamo, ovviamente, tutti contro l’aborto. Nessuna vorrebbe mai trovarsi di fronte ad una scelta del genere. Non importa se tu sia incinta tra un mese o da sette; quel qualcosa che è dentro di te per te è molto più di un grumo di cellule. Eppure, ci sono momenti in cui semplicemente non si può: si percepisce di non poter essere madri, e nessuno può questionare questa esigenza che nasce dal profondo. L’ho provato sulla mia pelle, il desiderio profondo e viscerale di esserlo, il desiderio insopprimibile di un figlio. E per questo credo che altrettanto profondo e innegabile possa essere il desiderio invece di non averlo, un bambino. E io penso che una società giusta debba rispettare questo desiderio. Senza contare che abolire la legge sull’aborto non significa abolire l’aborto, bensì relegarlo nell’ombra, ancor più nel dolore e nella disperazione. Senza una legge che lo legalizzi, che vi ponga limiti e ne stabilisca le modalità, l’aborto tornerebbe in mano alle mammane, con l’unico effetto di costringere la donne a soffrire più ancora di quanto non facciano ora quando prendono una decisione del genere. Perché molti questo vogliono: che l’aborto si faccia ma non si dica, e che le donne lo paghino con la vita.
Lo so, l’aborto è un brutto argomento, qualcosa di cui nessuno di noi vorrebbe parlare. Tutti preferiamo pensare che noi no, a noi non potrebbe mai capitare, noi non ci troveremmo mai a dover fare una scelta tanto radicale. Ma invece può capitare a tutti. E io, personalmente, in quel momento vorrei poter scegliere in autonomia, e decidere di diventare madre per una mia libera e consapevole scelta, non per decreto di legge.
Vi dico tutto questo per stimolarvi alla riflessione, perché domani la Corte Costituzionale è chiamata a decidere la legittimità della legge 194, per chiarire se violi “gli articoli 2, (diritti inviolabili dell’uomo), 32 I Comma (tutela della salute) e rappresenta una possibile lesione del diritto alla vita dell’embrione, in quanto uomo in fieri”.
Poi, possiamo discutere di tutto il resto: dell’educazione sessuale, che è di fatto impossibile in questo paese, dei consultori, e anche di quel diritto all’obiezione di coscienza dei ginecologi che ha di fatto svuotato ormai da dentro la 194. Ma parliamo, interroghiamoci, e non chiudiamoci necessariamente su posizioni ideologiche. Ricordo per altro che la 194 non “obbliga” ad abortire, così come una legge sul fine vita non obbligherebbe nessuno all’eutanasia: semplicemente stabilisce che ci sono cose più grandi delle leggi di uno stato, e che di fronte a cose del genere solo il singolo può stabilire quali siano, per lui i limiti della vita e della morte.

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8 Marzo 2012

Oggi, piuttosto che ammorbarvi con la solita giaculatoria sulla festa che non è festa etcetera, vi propongo qualche riflessione.
La prima riguarda questo sacrosanto articolo di Michele Serra che ho trovato linkato su Facebook (poi dico che FB è ozioso e noioso… :P ). Non si tratta di questione di lana caprina; fino al 1981 la legge italiana riconosceva le attenuanti per il cosiddetto “delitto d’onore”, quello in cui il marito offeso – ad esempio tradito – uccideva la moglie e/o l’amante per salvaguardare il proprio onore. Siccome le cose le butti fuori dalla porta e rientrano dalla finestra, associare alla passione quello che è nulla più che l’espressione di una mentalità retrograda che non vede la donna se non come un’appendice, un proprio esclusivo possesso, è sputare in faccia alle vittime. E di donne uccise per “motivi passionali”, che d’ora in avanti chiameremo col loro nome, femminicidio – perché è il loro essere donne che le ha portate alla morte – ce ne sono tante, tantissime ogni anno. Segno che il problema è profondo, radicato. Io stesso ho conosciuto giovani donne completamente soggiogate al marito, che decideva se e quando uscivano e cosa dovevano indossare.
La seconda è questo trafiletto, segnalato anche su Femminismo a Sud. La storia spero sia nota, anche se, visto che coinvolge italianissimi militari, nessun media ne ha parlato diffusamente. L’indignazione parte solo quando lo straniero si permette di toccare le nostre donne, mica quando un italiano, per di più militare, stupra una ragazza fuori da una discoteca. Comunque, un militare, forse assieme a due complici e una ragazza – sì, una ragazza – hanno stuprato una giovane nell’aquilano. L’hanno ridotta in fin di vita. Per il sito, si è trattato di “una pratica sessuale estrema, praticata da un gruppo di più uomini e che ha visto la ragazza coinvolta non consenziente”. L’eufemismo del secolo. Le pratiche sessuali non consenzienti, estreme o meno, si chiamano stupro. Punto. Ma usare venti parole invece dell’unica che conta, stupro, ripeto, ha il senso di riportare in auge la più vecchia delle scuse degli stupratori: la donna se l’è cercata, mi ha provocato, e tutto sommato era consenziente. Chi non vorrebbe essere stuprato con un bastone, picchiato e abbandonato sanguinante nel parcheggio di una discoteca. Ora, che cazzate del genere le spari l’avvocato difensore – cui però non dovrebbe essere permesso di andare in giro per televisioni a sputare sul corpo martoriato di una vittima cianciando di normali atti sessuali finiti male, come sta facendo in questi giorni – si può anche capire, ma che la tesi venga sposata dalla stampa è significativo. Siamo rimasti inchiodati lì, allo stereotipo dell’uomo cacciatore, che non può che saltarti al collo non appena gli mostri un centimetro di carne, e alla donna vittima/consenziente, che nel migliore dei casi se l’è andata a cercare, nel peggiore ha accusato ingiustamente un povero ragazzo che stava solo seguendo i propri sacrosanti istinti. Non è così, non funziona così il mondo. E dovrebbero sentirsi offesi anche gli uomini, mostrati come mere appendici di un organo sessuale. Ma anche qui, storia vecchia. Qualche anno fa una mia collega di dottorato mi raccontava sconvolta degli striscioni che alcuni ragazzi avevano appiccato al portone della sua casa in difesa di uno stupratore che abitava lì. Nei casi di stupro la solidarietà per la vittima non esiste, e la presunzione di innocenza – che rimane comunque il caposaldo di un sistema giudiziario che voglia definirsi civile – diventa una clava da usare contro la donna. Il processo non è mai al violentatore, è alla vittima, che deve dimostrare di non essere stata consenziente, di non aver goduto, di aver strillato e di essersi ribellata a sufficienza. Che schifo.
Tutto qua. La strada è ancora molto lunga, e da festeggiare, purtroppo, c’è davvero poco.

P.S.
Sul pezzo come al solito (ehm…), mi accorgo solo ora che hanno pubblicato una mia intervista sul mio essere astrofisica su Media INAF. Enjoy.

Intervista per Media INAF

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L’ovvio che ovvio non è

Fa specie dover ripetere per l’ennesima volta l’ovvio. Che poi forse appare ovvio solo a me. O forse, non so, è necessario continuare a dire quel che ho già detto così tante volte…perché, cavoli, la situazione sta peggiorando, invece di migliorare, e sembra che le parole spese cadano nel vuoto.
Non ci possiamo permettere il lusso di considerare Casseri un folle isolato. Non voglio negare che alla base di un gesto come il suo debba esserci una componente patologica, ma ce n’è anche una sociologica, ed è su quella che dobbiamo interrogarci. Perché Casseri poteva esprimere il suo disagio prendendo ad accettate il vicino di casa, e per noi in quanto società avrebbe significato una cosa, o sparandosi e basta. Invece ha ammazzato delle persone del Senegal. Non sua mamma, non il suo vicino di casa. Due persone che ai suoi occhi erano altre e nemiche.
L’ho già detto nel caso di Breivik, e la cosa tremenda è quel che dissi allora si può ripetere parola per parola anche nel caso di Casseri. Non possiamo dire che il clima d’odio che è stato coltivato in questi anni non c’entri. Non possiamo dire che far sedere in parlamento gente che il giorno prima dava fuoco alle baracche dei rom non abbia alcun collegamento con questi ripetuti fatti di cronaca. La soglia del tollerabile nel dibattito pubblico s’è spostata sempre più in là, e cose che dieci anni fa erano indicibili, se non volevi che la gente ti tirasse giustamente i pomodori, adesso sono oggetto di campagna politica dei partiti.
Si pone l’accento sul fatto che Casseri fosse uno scrittore appassionato di fantastico. E si dice che tanta destra s’è indebitamente appropriata del fantastico per nutrire la propria simbologia. Che è vero. Ma qui secondo me il problema è l’appropriazione indebita, appunto: il fantastico non ha in sé alcunché di “ontologicamente” di destra. L’ambientazione in un passato mitico, l’importanza dell’azione del singolo, l’esaltazione di certo eroismo non sono altro che contenitori, che ogni autore riempie dei contenuti che gli appartengono. Anch’io un bel giorno mi sono chiesta, dopo un’intervista, se parlare di eroi che salvano il mondo non sia fascista. E la risposta che mi sono data è no. O quanto meno non sempre. Dipende dai tuoi eroi, dallo sguardo che hanno sul mondo. Una lettura fascista del fantastico è una lettura superficiale ed estremamente parziale, fatta da un’occhio che sa già dove guardare e cosa cercare. E al fianco di questi elementi che possono sembrare “di destra”, ce ne sono altri che fanno molto più “sinistra”: l’ambientalismo, la convivenza tra diverse razze, la diversità. La continua tirata anti-razzista (i Mezzosangue, l’ossessione per la purezza del sangue di mago di Voldemort) della Rowling vi sembrano di destra? Ma anche il povero Tolkien, tirato in mezzo sempre la giacchetta in queste storie, decide di prendere a modello di eroe non un arianissimo stangone che mena come un’ossesso, ma un panzuto mezz’uomo, che praticamente non impugna mai la spada in 1200 pagine di libro, accompagnato dal fido…giardiniere. E persino i cattivi hanno qualcosa di buono (vedi alla voce Gollum).
Poi, mi rendo conto che fa molto più figo dire che Casseri ha fatto quel che ha fatto perché il fantastico aliena la gente dalla realtà, e via di banalità in banalità (tra l’altro qualcuno lo definisce depresso, un altro immancabile topos della narrativa giornalistica contemporanea: i depressi non sono quelli che vivono un inferno quotidiano in cui le uniche vittime sono loro stessi, è gente che va in giro ad ammazzare altri). Dirci invece onestamente che è roba come questo manifesto che dà una giustificazione a molte mani armate, e che nessuno di noi è assolto è molto meno divertente e fa più male.
Eccomi qua, vittima del mio stesso personaggio. Oggi avrei voluto dirvi finalmente in modo più diffuso la mia opinione su Games of Thrones, dopo l’accenno che qualcuno di voi ha sentito ieri a Buongiorno Cielo. Invece sono ancora qua, a parlare di gente che ammazza altra gente perché diversa. E il cerchio si sta stringendo, non vale pensare “non sono negro, non sono musulmano, non sono omosessuale”. I diversi, i nemici, siamo ormai tutti, e presto verranno coi forconi anche sotto casa nostra.

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Lacrime di coccodrillo

Io piango spesso. Non è che sono una persona particolarmente infelice; è solo il mio modo per scaricare stress e stanchezza, non me ne vergogno neppure un po’. Magari giusto cerco di non farmi vedere troppo da mia figlia, che il pianto dei genitori per i figli è sempre una cosa enorme.
Qualche volta, ho anche pianto in pubblico. All’università mi è capitato diverse volte, e lì è tutta un’altra storia. Il pianto in pubblico non è uno sfogo, è una richiesta di empatia. Piangi quando hai finito tutte le altre frecce al tuo arco, quando hai fallito in qualsiasi altra forma di comunicazione. Non che lo si faccia consciamente, per carità. Ma a livello incoscio magari sì. Se analizzo tutte le volte che ho pianto davanti a qualcuno, il messaggio era sempre chiaro: ti prego, commuoviti e trattami bene. O, peggio, ho sbagliato, ma non vedi come mi dispiace? Piango persino.
Ora, le lacrime del ministro Fornero sono l’ultimo dei problemi dell’Italia. Il problema è un governo che differisce dal precedente solo per la lunghezza delle gonne delle ministre e per l’assenza di corna, barzellette e affini. Per il resto, l’impronta politica è esattamente la stessa. Non pensavo ci volesse un professore per far cassa sui pensionati, trasformando il lavoro in un “fine pena mai” e tagliando pensioni che sono appena al di sopra della soglia di sussistenza. Eppure, ci si sofferma sulle lacrime del ministro perché rappresentano perfettamente il segno di un governo che è partito col piede sbagliato.
Se pensi che sia indecente recuperare soldi dalle classi più povere, non lo fai. E se non ti permettono di fare altrimenti, ti dimetti. Non te l’ha ordinato il medico di fare il ministro. Se hai pietà per un pensionato che non solo deve andare avanti con meno di 1000 euro al mese, ma non vede neppure rivalutata la sua pensione al costo della vita, non ti metti a piangere: ti rifiuti di mettere la tua firma sotto il provvedimento. Per questo le lacrime del ministro danno fastidio. Perché c’è un’ipocrisia di fondo, conscia o meno non ha importanza, rappresentano un voler agire senza sopportarne le conseguenze. Fai la misura impopolare, ma vuoi che la gente ti voglia bene, pensi che tu l’abbia fatto costretta. Ma dato che c’erano altri modi per recuperare soldi (che senso ha tassare all’1.5% i capitali di gente che ha evaso per anni? Che dovrei dire io che pago le tasse regolarmente ogni anno?), piangere non serve a niente. Tra l’altro, l’impressione che mi hanno dato quelle lacrime è stata di estrema mancanza di professionalità, proprio quella che questi governo sbandiera ai quattro venti.
Il governo Monti fin qui è questo: facciata. Non c’era bisogno di far cadere il governo se poi l’indirizzo politico è lo stesso di prima. Possiamo gioire per dieci minuti all’idea che siamo rappresentati all’estero da qualcuno che non sembri un minus habens, ma questo non basta, se dietro non c’è un cambiamento di rotta. E il fatto che lo spread sia calato e la borsa rifiati non è importante: le banche saranno salve, ma ci sarà comunque molta gente che non arriverà a fine mese, ci sarà comunque qualcuno che pagherà, in ogni caso, e salato.
Preconizzo il futuro da brava Cassandra: non falliremo, il governo Monti prenderà misura impopolari, e Berlusconi starà a guardare. E quando saremo al 2013, Berlusconi potrà ripresentarsi come l’uomo che non ha mai messo le mani in tasca agli italiani, che non ha fatto piangere i pensionati e che è pronto a riprendere la lotta contro i comunisti. E vincerà, vincerà di nuovo. Fateci caso, la Lega sta già ampiamente lavorando in questo senso.

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A caldo

La visione delle immagini che ormai tutti sappiamo, di Piazza del Quirinale in festa, delle monetine e di tutto il resto, mi induce due ordini di riflessioni.
La prima è che la storia si ripete. Sono così vecchia da ricordare Tangentopoli, e le monetine tirate a Craxi. Dopo vent’anni, stessa storia. Se vogliamo andare più indietro, in un contesto estremamente più tragico con Mussolini, fatte le debite proporzioni, finì più o meno allo stesso modo. Flirtare con la folla è pericoloso: gli stessi che venti anni prima ti hanno osannato come l’uomo della provvidenza – e per stessi intendo le stesse, medesime persone fisiche – oggi ti vedono come l’incarnazione di ogni male, ti fischiano e ti urlano dietro buffone. È la triste fine di tutti i populisti, che ad un bel momento perdono la testa e non sono più in grado di interpretare i bisogni e i desideri più oscuri della folla.
È la prima cosa che mi sono chiesta: ma quanta di quella gente in piazza sabato sera l’aveva votato tre anni prima? Quanti fino a ieri credevano alla balla dei comunisti che mangiano ai bambini, all’unto del signore, alla nipote di Mubarak?
La seconda è che forse Berlusconi è politicamente morto – forse – ma il berlusconismo è vivo e vegeto. Rifletteteci. Non l’abbiamo cacciato. Non si è dimesso perché la gente l’ha costretto, non abbiamo smesso di votarlo. Ce l’hanno tolto dai piedi Napolitano e gli speculatori. Non fosse stato per loro, lui sarebbe ancora lì. E la gente sotto al Quirinale è scesa a in ingiuriare un uomo già morto. Solo quando è stato chiaro che si sarebbe dimesso, la gente è scesa in piazza. Non prima.
Significa che non siamo guariti, per niente, che la profonda malattia della democrazia che ha permesso vent’anni di Berlusconi ancora non è stata debellata. Peggio. Non siamo neppure pienamente consapevoli di essere malati, se davvero crediamo che andato via lui tutto sarà risolto. Non è così. La consapevolezza democratica, in questo paese, è ancora ai minimi, e anche i moti di piazza sono solo il frutto di umori estemporanei, non legati ad un progetto più grande. Segno ne sia il fatto che ancora stiamo qui ad aspettare l’uomo della provvidenza. Venti anni fa era Berlusconi, adesso è Monti. “Professore, salvi l’Italia”. È quello che un cittadino avrebbe detto a Monti pochi giorni fa, stando a quanto riferisce Repubblica. E dopo Monti? Chi avrà l’improbo compito di salvarci dall’unico vero nemico che abbiamo, noi stessi? Voglio dire, ma quand’è che ci sentiremo davvero responsabili delle sorti di questa nazione? Quand’è che smetteremo di demandare ad altri meriti e demeriti? Perché qualcuno l’avrà votato, Berlusconi, qualcuno avrà trovato le sue idee condivisibili. Non è mica salito al potere con la forza. E c’è rimasto per vent’anni, regolarmente eletto per tre volte. E Berlusconi non è cambiato con gli anni. È sempre stato perfettamente coerente con se stesso, un populista salito al potere con l’unico obiettivo di curare i propri interessi. Lo si capiva perfettamente già venti anni fa.
Comunque. Adesso Berlusconi è caduto e io di Monti non so esattamente cosa pensare. Vedremo quel che farà, ma stante le premesse temo sarà il solito bagno di sangue sulla classe media e sui ceti meno abbienti, con la scusa che la congiuntura, la crisi, e tanto poi a pagare sono sempre gli stessi. E dopo Monti? Cantava De André in Verranno a Chiederti del Nostro Amore:
“Continuerai a farti scegliere
o finalmente sceglierai?”
Eh, appunto. Sceglieremo? Oppure da domani tutto come prima, tutto un “tanto sono tutti uguali, tanto sono tutti ladri, quindi rubo anch’io”? Stapperò la bottiglia di quello buono quando questo paese inizierà ad essere popolato da cittadini veri, che fanno il loro dovere in prima persona, che siano profondamente consapevoli che vivere in uno stato dà diritti e doveri, e che il governo è solo l’espressione e lo specchio del popolo. Oggi, al massimo un sorriso a denti stretti, e via con la solita vita.

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Rabbia

Confesso che all’inizio, di quel che è successo a Roma sabato, non avevo capito niente. Ho detto la mia senza avere elementi a sufficienza. Purtroppo non è neppure la prima volta che mi capita. Comunque. Sull’argomento è stato detto tutto, quel che posso aggiungere io è solo chiosa, o riassunto del pensiero d’altri. Al di là di ogni altra cosa – del movimento che sceglie le sue forme di lotta, della violenza che non si può condividere, dell’immagine della madonnina spaccata sparata a piena pagina da tutti i giornali per farti salire la lacrimuccia e inveire contro i manifestanti cattivi, e di conseguenza dell’argomento che la violenza dei pochi ha oscurato nei media le ragioni dei molti – però a me, dopo una giornata passata a leggere i racconti di chi c’era, le riflessioni di chi conosce i movimenti e via così, restano le parole di un mio amico, qualche sera fa a casa mia: “io quelli che spaccano tutti li capisco, e se potessi farei come loro”.
Ecco. Quanti la pensano come il mio amico? Voi vi riconoscete in quel che dice? E considerate che non è un anarchico, non è un “antagonista”, non frequenta i centri sociali, non è insomma il tipo che vi immaginereste svellere un sampietrino alla strada per tirarlo in testa ad un celerino. Non è neppure uno che fa politica attiva.
Perché la questione è tutta qua. La rabbia di sabato è la rabbia di molta altra gente? È condivisa, diffusa, permea la società a questo livello? Perché anch’io sono arrabbiata, anch’io sono frustrata, anch’io ho la nausea. Ma, lo confesso, non scenderei in strada a frantumare la filiale di una banca. E voi? La risposta cambia ogni cosa. Fa la differenza, profonda, tra l’atto di vandalismo che nasce e muore in un pomeriggio, e qualcosa di più profondo, una rabbia di classe vera, che non coinvolge solo chi allo scontro è abituato, ma tutti, anche gli insospettabili. Gente che ritiene che la misura sia colma, e che non ci sia nessun’altra via per il cambiamento che la violenza. La rivoluzione, insomma, per un usare un termine un po’ romantico.
Io non lo so se alla prova dei fatti il mio amico lo prenderebbe in mano, quel sampietrino. Ma se fosse pronto a farlo, mi augurerei che ci fosse qualcuno che gli fornisse una valida alternativa per indirizzare la sua sacrosanta rabbia, per veicolare in forme diverse il suo giustissimo dissenso. Perché non nego che ci siano dei momenti storici in cui non c’è altra via che la violenza – che so, la guerra civile del ’43 -’45 – ma non mi sembra questo il momento. Né mi pare che dare fuoco ad una camionetta dei carabinieri scalfisca di una virgola il sistema economico e politico che ci ha portato dove siamo. E una rabbia che si sfoga sui bersagli sbagliati è una rabbia sterile, gettata inutilmente al vento.

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Confini

Questo post di oggi di Sandrone va alla grande con questo mio che state per leggere.
Dunque, l’università vuole invitare una ricercatrice cinese. Non è una cosa esotica. Come immaginerete, l’università invita ospiti stranieri di continuo. La cosa, che poteva sembrare di prim’acchitto banale e piana, si è lentamente trasformata in una corsa ad ostacoli. Ci vogliono dei documenti. E vabbeh, posso capire. Ci vuole una lettera d’invito, in carta intestata. Poi ci vuole la fotocopia della carta d’identità e del passaporto – tutti e due rigorosamente – di chi invita, il passaporto fotocopiato dal lato della firma. Poi ci vuole una lettera, in originale, in cui l’ospite conferma in prima persona di ospitare l’invitato dalla data tot alla data tot. La lettera d’invito mi lascia basita. Dopo tutti i dati di chi ospita (nome, cognome, lavoro, nazionalità, recapiti di ogni genere) in tono minatorio la lettera ricorda che chi ospita è

consapevole delle conseguenze previste dall’art. 12, comma 1, del Decreto Legislativo 25 luglio 1998, n. 286 (Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina
dell’immigrazione e norme sulla condizione dello straniero) che dispone: “salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque compie attività dirette a favorire l’ingresso degli stranieri nel territorio dello Stato in violazione delle disposizioni del presente testo unico è punito con la reclusione fino a tre anni e con una multa fino a 15.500 Euro”

Dopo di chi seguono generalità di chi viene invitato, corredate da recapiti di ogni genere anche qui, e poi tutta una serie di garanzie:
1. occorre indicare dove alloggerà la persona
2. occorre depositare una cauzione a titolo cautelativo
3. occorre dichiarare di poter pagare le spese mediche in caso di infortunio di qualsiasi genere
4. occorre dichiarare l’arrivo dello straniero alla Polizia entro 48 dall’ingresso sul suolo italiano, e all’Ufficio Stranieri entro 8 giorni dall’arrivo

Il risultato è che è un mese che si combatte per ottenere tutti i documenti. Per esempio, la fideiussione bancaria è problematica, dato che ogni cifra che esce da un ente pubblico richiede tonnellate di carta che la giustifichino.
Più passa il tempo e meno io le capisco, queste cose. È proprio il concetto di frontiera, che mi sfugge. Mi sembra un’inutile limitazione della libertà personale, che per altro non serve certo a bloccare i criminali che vogliono entrare o fermare l’immigrazione clandestina. Serve solo a bloccare chi vuole viaggiare per lavoro o per piacere, intrappolandolo in una rete di carte bollate e burocrazia varia. E pensare di fermare così l’immigrazione non è diverso dal credere di poter arginare le onde del mare a mani nude.
Ogni tanto sogno un mondo in cui la circolazione delle persone sia libera, in cui ciascuno possa stabilirsi dove gli pare e piace, e si scelga uno stato che lo rappresenti davvero, e l’essenza dell’uomo non sia legata al posto in cui per caso è nato. Un posto migliore, dove lo scambio di usi e costumi sia incentivato, invece che demonizzato manco fosse l’origine di tutti i mali. Ma figurati, è una pia utopia. E forse lo scopo di tutta questa trafila è tenerci ciascuno confinato nella sua personale prigione, nello stato che devi amare perché ci sei nato, e se sei nato dal lato sbagliato del mappamondo, problemi tuoi. Forse ci vogliono divisi e impauriti, ciascuno arroccato al suo pezzetto di terra, all’oscuro di quanto vasto e splendido sia il mondo, e in quanti modi diversi l’essere umano sia declinato a seconda della latitudine.

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Un viaggio oscuro

Alla fine non ho resistito. Il post che avevo iniziato a scrivere ieri, finisce in quello di oggi. In mezzo, una lunga sessione di scrittura, che aiuta sempre. Semplicemente, se non ne scrivo adesso non ne scriverò mai più, e invece ci sono cose che sento di dover dire, anche se non sono l’unica e neppure la prima, ma che significa.
Come vi dicevo, ho fatto in questi giorni una lunga cavalcata nel “lato oscuro”: ho letto le 1500 pagine del memoriale di Breivik. Non tutte, ovviamente. Le ho scorse, ho letto quelle sulle quali si appuntava la mia curiosità. Non è stato bello e non è stato neppure facile. I terroristi hanno una specie di ossessione per la logorrea: dai chilometrici proclami delle BR, agli sproloqui di Bin Laden fino alle 1500 pagine di Breivik, sembrano non essere capaci di spiegarsi in poche righe. Se ne discuteva qualche tempo con Valberici su Twitter, e ci eravamo detti che probabilmente quel che il terrorista cerca è una narrazione di cui essere protagonista, un racconto che ne giustifichi l’esistenza. Ma questa gente non conosce l’abc del narrare, e manca anche tutto sommato di fantasia, e per questo produce polpettoni lunghissimi e indigeribili.
In ogni caso, ho scorso le 1500 pagine, perché è facile dire “è un pazzo” e marcare una linea di definizione netta tra noi e lui, più difficile è capire chi a questo “pazzo”, se pazzo è davvero, ha dato le armi, chi l’ha nutrito e l’ha cresciuto. E poi la letteratura si interroga spesso sul male: cosa di meglio per uno scrittore di uno che quel male lo racconta di sua spontanea volontà, parlandoti non solo della sua ideologia, ma anche della sua vita, dei suoi pensieri, dei suoi amici.
Dicevo che non è stato piacevole. Innanzitutto perché la famosa linea che ci piacerebbe tracciare tra noi e lui è labile e indefinita. Cercate di capirmi, non voglio giustificare nessuno. Ma, come dice Guglielmo ne Il Nome della Rosa, “Se bastò così poco agli angeli ribelli per mutare il loro ardore d’adorazione e umiltà in ardore di superbia e di rivolta, cosa dire di un essere umano? E fu per questo che rinunciai a quella attività [di inquisitore]. Mi mancò il coraggio di inquisire sulle debolezze dei malvagi, perché scoprii che sono le stesse debolezze dei santi.” E noi dobbiamo essere ben consci che ci vuole poco per saltare dall’altra parte, davvero poco. L’ardore folle che ha spinto Breivik a sentirsi il difensore di una razza in via d’estinzione, se lo si svuota del contenuto ideologico, è simile alla forza buona e giusta che spinge a morire per i propri ideali, senza trascinare con sé centinaia di innocenti, è la stessa che da secoli induce gli uomini a lottare per migliorare le cose. La differenza? Che Breivik non muore in prima persona, ma uccide altri, e non lotta per persone vere, concrete, ma per un ideale astratto che non trova concretizzazione in nessuna delle persone che ha intorno. Se il primo punto è chiaro, il secondo forse merita un po’ di approfondimento.
In coda alle 1500 pagine, c’è un diario che Breivik ha redatto negli anni in cui ha progettato l’attentato. Ne emerge l’immagine di un qualsiasi trentenne, incline al divertimento e forse giusto un pelo solitario. Sebbene negli ultimi tempi per sua volontà avesse iniziato a isolarsi dal mondo – per essere sicuro che nessuno potesse scoprirlo o tentare di fermarlo – aveva degli amici di cui parla. Mai una volta accenna però a loro come persone da salvare dal multiculturalismo, la forza malvagia che nella sua testa sta portando letteralmente alla morte il mondo occidentale. Se la parte ideologica si dilunga sui crimini che a suo parere il “marxismo culturale” ha causato (stupri, omicidi, torture, arriva a elencare i numeri di quello che lui considera un vero e proprio genocidio) nel diario non identifica mai queste vittime con i suoi amici. Loro sono un mondo a parte, al quale non appartiene più, che ha deciso di abbandonare. Non è per salvare loro, che combatte. Per altro, la fidanzata di un suo amico è un’attivista laburista. Non spende per lei parole d’odio, non valuta nemmeno la possibilità che prima o poi gli tocchi ucciderla perché “traditrice”; accenna vagamente a lei, e non la identifica col nemico.
Ecco, Breivik lotta per un’idea nel senso deteriore del termine: non lotta per persone vere e reali, ma per qualcosa di astratto che non si incarna mai. Parla di stupri che non ha mai visto, di vittime che non ha mai conosciuto, di morti che restano sempre sul piano astratto. E che rivoluzione è quella che non salva qualcuno di vero e reale, che non considera le persone per ciò che sono, carne viva e sentimenti, ma solo etichette?
Detto questo, la seconda osservazione è che Breivik è un figlio della democrazia. La parte introduttiva del suo memoriale si dilunga sull’assenza di libertà di parola nell’Europa moderna. E perché non ci sarebbe libertà di parola? Perché esiste uno stigma sociale – in Norvegia, suppongo, qui da noi non direi – verso gli xenofobi, gli omofobi, i razzisti. Breivik non si sente libero perché non può dire che gli islamici andrebbero deportati o costretti alla conversione senza che qualcuno gli dia del razzista. È evidente che qui c’è un malinteso di fondo su cosa sia democratico e cosa no. Certo, la libertà di espressione, ma è chiaro che certe cose non sono opinioni, sono semplici violazioni delle regole del vivere comune: dire che l’omosessualità è una malattia non è un’opinione, è una tragica inesattezza scientifica, invitare a sparare sui clandestini sui barconi non è un’idea legittima, è apologia di reato. Breivik questo non lo capisce. Se questo sia segno di follia o è la democrazia che da qualche parte ha fallito, che non ha saputo spiegare se stessa, io non so dirlo. Ma è qualcosa su cui riflettere.
Infine, nulla della parte ideologica del memoriale mi è sembrata nuova o originale. L’avevo già letta, ascoltata, confutata migliaia di volte: alla tv, ogni volta che hanno trasmesso un proclama di Bin Laden o chi per lui, quando ho letto l’articolo della Fallaci all’indomani dell’11/9, quando ho sentito certa gente come Borghezio e Calderoli aprire bocca e dar fiato ai polmoni. I razzismi sono tutti tragicamente uguali, basta cambiare due parole e dall’odio per l’occidente si passa all’islamofobia senza alcun problema. Del resto, l’ha detto anche Borghezio: si è riconosciuto in quel che dice Breivik. E non a torto, aggiungo.
Ora, di sicuro tra i proclami fatti dalla Lega in questi anni e le azioni di Breivik c’è una bella differenza. Ma occorre anche dire chiaro e tondo che in questi dieci anni molti politici hanno sostenuto una campagna d’odio, il tutto senza alcun senso di responsabilità. Immagino che per molti politici possa sembrare un gioco a costo zero aizzare la paura del diverso, parlare di “asse del bene contro il male”, di incentivare la logica del noi contro loro, porta voti e sembra non avere controindicazioni. Ma tra le migliaia di persone che ti stanno a sentire, e alla sera poi torneranno placidi alle loro famiglie e al mutuo da pagare, ce ne potrà sempre essere uno che ti prenderà molto, troppo sul serio. Le parole sono importanti, diceva Moretti, e tanto più lo sono quando hanno la forza di arrivare a molte persone, e influire sul pensiero di molti. Ora, qualcuno potrebbe obiettare che è con questo ragionamento che si arriva poi a dire che i videogiochi causano Columbine, ma qui l’ordine di grandezza, e le idee in gioco, sono completamente diverse. Qui si parla di odio indirizzato verso persone vere, con nomi e cognomi, di popoli criminalizzati, non di sparatorie finte in contesti ludici. Se Utoya dimostra qualcosa, è che la logica del “male contro il bene” non ci ha per niente resi più sicuri: ha inasprito la contrapposizione tra occidente e mondo arabo e ha persino aizzato un nemico interno all’occidente, che c’è sempre stato, per carità, ma in questi anni si è sentito giustificato, incoraggiato dal profluvio di politici, partiti e partitelli che hanno ripetuto a gran voce l’opinione dell’uomo qualunque rendendola oggetto di programma politico. Checché ne dica Breivik, checché ne dicano tutti quelli che oggi spalancano tanto d’occhi allo scoprire che l’assassino non farà più di trent’anni di carcere, che urlano che il multiculturalismo ha fallito, la capacità di accettare e accogliere l’altro per quello che è, il rispetto, la tutela dei diritti propri e altrui è l’unica cosa che ci può salvare, l’unica. E Utoya non è la prova che la democrazia e il multiculturalismo hanno fallito, al contrario: sono la dimostrazione che quando si rinuncia a vedersi specchiati nell’altro, quando si accetta di reificare anche una minoranza, allora ogni orrore è possibile, perché disumanizzare anche solo uno di noi, significa disumanizzarci tutti.
Sono uscita dalla lettura sgomenta. Perché il deliro di Breivik davvero toglie speranza. Il suo è un mondo senza luce, dominato dalla paura e dal dolore, in cui persino la vittoria non porta gioia, solo disperazione. Poi, ieri sera, ho letto questo. E ho pensato che non c’è modo migliore di rispondere a gente come Breivik. Affermare che l’uomo è sempre uomo, persino quando compie l’indicibile, persino quando ci appare disumano, è l’unico modo per combattere in chi vuole dividerci in uomini e topi. La gente come Breivik non si sconfigge con l’ergastolo, non si sconfigge con la pena di morte, né chiudendosi a riccio. Si sconfigge col coraggio di seguire fino in fondo ciò in cui si crede, si sconfigge con la forza di non avere paura. La paura è la vera nemica del nostro tempo, la più subdola delle schiavitù, che ci vorrebbe chiusi in casa, terrorizzati persino dal nostro vicino di casa. A gente come Breivik dobbiamo rispondere con la gioia, con la condivisione, dimostrando che la democrazia è forte e salda, e sa attraversare anche la più terribile delle tempeste.
Io ci credo che sia possibile, davvero. E ho imparato che credere è il primo passo per realizzare, che la speranza non è qualcosa di dato, ma che costruiamo noi giorno per giorno. E allora mi sono messa al computer, e con questo post ho chiuso i conti col mio viaggio nel lato oscuro.

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