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E voi?

Confesso di aver letto tutte le 600 pagine di documenti sul “caso Ruby”. Una lettura per lunghi tratti noiosa (l’organizzazione ripetitiva delle cene, le ragazze che litigano tra di loro), a volte gustosa, quasi sempre molto, molto triste. Consiglio comunque a tutti di farla; è sempre meglio andare alla fonte dei fatti, per sapere la verità, e questa è una verità che il cittadino italiano deve conoscere. E non perché davvero conti qualcosa sapere cosa fa il premier nei sottoscala delle sue ville, ma perché si configurano dei reati, perché c’è dimostrato nero su bianco che il premier è ricattabile – e ricattato – e soprattutto perché niente come quelle seicento pagine dà un quadro così netto e desolante dei mali della nostra società, quelli che ci hanno portato al punto in cui siamo ora.
Innanzitutto, oggi mia madre coglie la seguente discussione tra nonnetti al parco:
“Io so’ vecchio, ma a me ancora me piaciono ‘e donne. Mica ho messo via er bastone”
Risata generale. Poi un altro.
“Eh, ma me pare che pure er premier nostro se diverte co’ ‘e donne…”.
Questo già spiega che il problema non è più tanto Berlusconi, quanto il sistema pervasivo che in venti anni s’è infilato come un cancro in ogni aspetto della società, e ci ha cambiato la testa. Quale sistema? Quello che, dicevo, emerge dalle carte.
Quel che colpisce, soprattutto dalle 200 pagine uscite per ultime, è che nessuna delle ragazze che frequentavano Arcore si ritiene effettivamente una prostituta. La Minetti lo dice chiaramente quando parla di se stessa e dell’accusa di favoreggiamento della prostituzione. E, intendiamoci, le ragazze parlano di continuo di soldi da ricevere, di “benzina” che non c’è più, di “rose” regalate alla fine delle serate. Quindi tutte sono consapevoli di essere ricambiate in denaro per la loro “bella presenza”. Ma non ritengono che si tratti di prostituzione. È semplicemente un’occasione che la vita ha messo loro davanti, la possibilità di guadagnare tanti soldi senza fare troppa fatica. Per loro è persino normale che un uomo le ricompensi facendole eleggere al consiglio regionale, o mettendole in parlamento. Ancora, è un’occasione, come ottenere un contratto a tempo determinato da qualche parte, o ricevere un’offerta di lavoro dall’estero.
I genitori non sono assenti, anzi, partecipano del gioco. Davanti ad un intero capitolo di Mignottocrazia di Guzzanti dedicato alla Minetti, pare che il padre di quest’ultima abbia detto : “Va bene tutto, però finire su un libro dentro le librerie non è il massimo”. Va bene tutto. Tranne che si scopra come funziona il gioco, che la gente sappia. Genitori, fratelli e sorelle sanno: e approvano, anzi ritengono di aver diritto anche loro ad una parte del bottino. La figlia si sacrifica per il bene di tutti; “lui ci sta costruendo un futuro”, dice una.
Questo modo di pensare, a ben vedere, non è nuovo. Da secoli è connaturato alla nostra natura di italiani, ed è la radice di molti mali, non ultima la criminalità organizzata. Quell’idea per cui per qualsiasi cosa tu abbia bisogno di un patrono. Tu, di tuo, non hai diritto a nulla, se non sei potente. Ci sono quelli che sanno prendersi quel che vogliono, e che accedono al potere, e tutti gli altri, la vasta maggioranza, che per avere qualcosa aspettano la generosa elargizione del patriarca. E questo vale tanto per il superfluo quanto per quelle cose alle quali avresti diritto. La dialettica sociale si riduce ad un gioco di rapina: chi arriva per primo arraffa, gli altri possono solo sperare di fare i clienti, e capitalizzare quel che posseggono. Se hai solo un corpo, userai quello. E non c’è nulla di scandaloso che la cosa pubblica – che per definizione appartiene a tutti – venga cooptata dal singolo. Se uno è potente fa bene a piazzare le proprie amanti in parlamento. Perché non dovrebbe? E se sei giovane e bella, perché non dovresti usare il tuo corpo, l’unica cosa che hai, per andare avanti?
È la mentalità mafiosa. Tu fai un favore a me, io ne faccio uno a te. Non funziona così dappertutto? Non c’è bisogno della raccomandazione per fare una TAC scavalcando la fila, anche se magari di quella TAC hai davvero bisogno, è davvero necessario che tu la faccia il prima possibile? Non è un benefattore quello che ti fa ottenere il favore in cambio di un voto?
La radice di questi comportamenti è la stessa. Un unico filo rosso collega il tizio che chiede un favore per un esame medico e le ragazze di Arcore. La stessa mentalità medievale: il signore del borgo è padrone di ogni cosa in cielo e in terra, e se ne vuoi devi adattarti. “Tanto fanno tutti così”. Non è questo che ci ripetono allo sfinimento? Che è normale, che è persino giusto che la donna sia un oggetto, che il sesso si paghi con uno stipendio da parlamentare? Che lo fanno tutti, e che se non lo fai è solo perché non sei bella abbastanza, o perché sei stupida?
Berlusconi è la punta dell’iceberg. È UN problema, ma non IL problema. Il problema è l’humus che l’ha prodotto e che adesso lo tiene in vita, questa mercificazione estrema di ogni cosa, quest’idea che ogni cosa abbia un prezzo, che tutto è in vendita. Che poi, per cosa ci si affanna a fare le tre di notte ad Arcore? Per un posto da valletta in tv, per un vestito Armani da 1500 euro. Dunque per consumare, perché il tempo è tiranno, la bellezza sfiorisce e la giovinezza è l’unica età degna di essere vissuta: e allora brucia tutto e adesso, produci, consuma, crepa, entra nel meccanismo se non vuoi esserne schiacciato.
È il momento che chi non la pensa così, chi ritene che questa filosofia, che ormai informa di sé tutta la nostra società e che non ha creato Berlusconi, ma della quale Berlusconi rappresenta una riuscitissima incarnazione, sia aberrante si faccia sentire. In piazza? In piazza. Sul web ci siamo già, ed è ora di passare dal virtuale al reale. Io il 13 febbraio ci sarò. E voi?

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La buona notizia del giorno

Non è un bel periodo, e questo l’abbiamo capito. La considerazione che l’Italia gode presso gli altri paesi è ai minimi storici, la percezione è che tra l’altro di questo all’italiano medio freghi meno che niente, e mentre il mondo cambia – vedi Albania, vedi Tunisia, vedi Egitto – noi restiamo attaccati alle mutande del premier.
La sensazione è che si stia scivolando sempre più in basso, in una spirale della quale non si vede la fine. Siamo indignati? Ce ne frega qualcosa? Pare di no.
È ovvio che tutto si gioca intorno alla figura della donna. As usual, verrebbe da dire. D’improvviso, sembra che anni e anni di lotte femministe, di conquiste sudatissime, finiscano diritte nel cesso. Vai con prostituzione minorile, gente che finisce in parlamento per meriti che hanno ben poco a che fare col cervello e molto con tette e culo, la rivelazione che siamo ancora ferme lì, alla donna che è solo un pezzo di carne, e che dunque solo tramite la carne può aspirare a qualcosa di diverso, con tanto di beneplacito dei genitori che sanno e annuiscono soddisfatti, se non partecipano direttamente al commercio.
È desolante. Per questo penso che quel che serve ora è un po’ di speranza. Perché senza speranza non si va da nessuna parte. La disperazione è amica dei potenti: se sei disperato non fai niente, stai lì a crogiolarti nel tuo dolore, convinto che nulla di quanto tu possa fare servirà mai a qualcosa. Ma è un inganno. Si può fare sempre qualcosa. E per questo si deve farlo.
Vi ho già parlato de Il Corpo delle Donne e di Lorella Zanardo. Nelle poche parole che avemmo modo di scambiarci a Matera, in autunno, mi parve di intravedere una persona che non solo si lamentava di come stavano le cose, ma cercava mezzi concreti per cambiarle. Una mattina di queste, surfando tra intercettazioni sempre più deprimenti e i deliri isterici del premier, ho trovato questa notizia. Che è una buona, buonissima notizia.
In genere stiamo sempre lì a dirci che il mondo non si cambia. Che è brutto che la tv ci mostri un’immagine grottesca della donna, e che la società cerchi di relegarci in ruoli assolutamente marginali e decorativi. Ma che comunque non ci puoi fare niente. Voglio dire, è la tv, che cosa posso fare io singolo? Quello che sta facendo Lorella Zanardo. Mostrare il re nudo. Insegnare a svelare l’inganno, a guardare oltre l’immagine laccata, per capire il messaggio. Vi pare poco? A me per niente. Il mondo si cambia cambiando la testa della gente, la rivoluzione si fa conquistando un’anima alla volta. Una ragazzina consapevole è una ragazzina che difficilmente si farà incasellare. Un ragazzino che ha capito cosa c’è dietro l’ossessiva esposizione di tette e culi avrà più rispetto per le donne.
E insomma, questa è la mia buona notizia giornaliera. Il segno che c’è ancora una società civili, e che cambiare le cose è possibile. Forse non ne vedremo i frutti domani, e neppure dopodomani, ma l’importante è continuare a lottare.

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Pranzi solitari

Credo di avervelo già detto, all’università mangio da sola. Non è proprio una scelta. È che per motivi dietetici vado a mangiare al centro commerciale, l’unico posto dove posso sperare di mangiare un po’ più sano, ma siccome costa, i miei colleghi preferiscono o portarsi il cibo da casa o comprare qualcosa al bar.
E insomma, mentre mangio da sola, in genere navigo in rete con l’iPhone.
Ecco, io da un mese a questa parte all’ora di pranzo leggo una sola cosa: il gossip sul Presidente del Consiglio. Lo trovi un po’ ovunque. Su Gossipblog, perché, ahò, è uno scandalo, dove vuoi leggerne. Sui giornali online, mi sembra sacrosanto, ci sono ipotesi di reato, è giusto che i quotidiani se ne occupino. Su Tvblog, perché il pers. del cons. ha fatto l’ennesima telefonata isterica a Santoro/Lerner/Floris.
Mi diverto? Tutto sommato sì. Tra intercettazioni di donnine allegre e commenti dei naviganti, per lo più indignati, ma in piccola parte attaccati unghie e denti ad una difesa sempre più grottesca dell’indifendibile, è una lettura agile e divertente per riempire la pausa pranzo. È ovviamente una cosa molto triste. Intendo che l’Italia tutta venga trascinata in una squallida storia di prostitute e utilizzatori finali, ma se riesci a sorvolare su questo punto, è come leggere delle corna dell’attore tot ai danni dell’attrice tot: una lettura adeguata a svuotare la mente.
La mia domanda ora è: ma se veramente questa è la volta buona, se davvero Berlusconi è politicamente finito, io poi cosa leggo mentre mangio?

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La sera a casa di Silvio

Le dimensioni dello scandalo Ruby sono tali che ormai un po’ tutti ne parlano. Dopo lo sconcerto, lo sdegno, l’incazzatura, siamo alla pietà. Un po’ tutti si sono resi conto di avere a che fare con uno malato, per cui sono partite le trenodie sulla fine dell’impero, sulla paura della morte, sull’imperatore che cerca di ingannarla circondandosi di carnazza fresca. Tutte cose vere, per carità.
Poi, ieri sera, leggo il commento del diretto interessato su tutto questo bailamme: “Mi sto divertendo”.
La prima reazione, di pancia, è un bel vaffanculo. Pensa quanto si sta divertendo l’Italia, costretta a fare il catalogo delle mignotte mentre si propongono roghi di libri, aumenta il numero di morti nella non guerra in Afghanistan e la Fiat smantella i sindacati. Ma poi ci ho ripensato, e ho capito che ha ragione lui. Berlusconi non può far altro che divertirsi di fronte a questo casino che come al solito vede lui unico motore immobile, il centro di gravità permanente. Perché le accuse cambiano, i nomi si succedono, ma lui sta sempre lì, saldamente in sella.
Pensateci. Noi ce lo immaginiamo povera vittima di queste ragazze che prima offrono le loro grazie – dietro lauto pagamento, ovviamente, che si tratti di soli, di una sedia in parlamento o di qualche altro corrispettivo – e poi alle spalle lo chiamano vecchio e si propongono di rubargli in casa, già lo vediamo, annegato tra chiappe e tette, che cerca di allontanare lo spettro della morte. Ci piace pensarlo così, abbandonato dopo l’ennesimo festino, che sente un vuoto salirgli dentro, mentre si fa l’ennesimo trapianto di capelli. Ma tralasciamo un attimo questa visione romantica, e riflettiamo.
È provato che a casa sua ospitava un ben noto mafioso, e ha un carissimo amico e socio in affari condannato in due gradi di giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa. Qualcuno ha detto qualcosa? Qualcuno è riuscito a schiodarlo dalla poltrona? No. Gli italiano anzi hanno fatto vincere il suo partito alle elezioni per tre volte.
Almeno per il Lodo Mondadori è appurato che è un corruttore, ma il reato è caduto in prescrizione. Il processo Mills giunge sostanzialmente alle stesse conclusioni, e infatti Berlusconi sta cercando di bloccarlo con tutti i mezzi. C’è stata qualche rivolta di piazza? Qualcuno, ancora, è riuscito a schiodarlo dalla poltrona? Ma no! È ancora il più amato dagli italiani.
Ora scopriamo che la prostituzione, pubblicamente deprecata, gli piace parecchio, anche quando la professionista è una minorenne, e che per pararsi il deretano mette in campo tutto il suo potere, macchiandosi di concussione. È questo per gli italiani un problema? C’è gente armata di forconi e torce sotto palazzo Grazioli? Assolutamente no.
Ergo, Berlusconi non deve temere la vecchiaia, la morte. Ha già vinto. Lui è oltre. Ha già quella forma di immortalità che si chiama impunità, e non tanto davanti ai giudici, quanto davanti al popolo italiano, che continua a credere alle sue panzane, che continua a sorbirselo e se potesse lo rivoterebbe esattamente come ha fatto in questi ultimi sedici anni, perché “poi sennò ci sono i comunisti, o – dio non voglia – i culattoni al potere”.
Per altro, Berlusconi entrerà nei libri di storia, e a buon diritto. Ha veramente cambiato l’Italia – che poi sia in peggio che conta, pure Mussolini lo studiamo a scuola e ha distrutto il paese – ha stravolto la testa degli italiani. Ci ha insegnato che l’unica realtà è quella proposta dai reality delle sue tv, che una bugia ripetuta mille volte diventa la verità, ci ha imposto cosa amare, da cosa farci allupare e cosa odiare, sparandocelo 24/7 dalle sue tv. È inutile che stiamo qui a piangere il cadavere, perché lui è e sarà sempre vivo. Ha vinto, e noi abbiamo perso.
Per cui, vi dirò, io non sentirei tutta questa pietà per uno che, se pure tutto va come speriamo, uscirà di scena a 74 anni suonati, impunito, tutto sommato ancora amato, e circondato dalla sua amata corte dei miracoli. La classica dimostrazione che nella vita reale le favole raramente finiscono bene.

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Fahrenheit 451

Oggi volevo fare ancora un po’ di critica, nel senso che l’idea era quella di postare un commento a Misfits, miniserie inglese su un gruppo di teppistelli che d’improvviso acquista i superpoteri.
Ieri sera, però, Giuliano mi ha segnalato il seguente post. Ora, la questione Battisti c’entra di striscio, e non l’affronterò. Una volta mi misi di buzzo buono a seguire il dossier di Carmilla sul caso, ma sono annegata ben presto senza riuscire a farmi un’idea precisa. Qui il problema è un altro: è che qualcuno rimpiange l‘indice dei libri proibiti. Si tratta di censura.
In un paese libro ognuno ha diritto a esprimere la sua, finché le idee espresse non sono contrarie alla legge, e vivaddio quasi nessuna opinione lo è, visto che di reato d’opinione in Italia c’è rimasta giusto l’apologia di fascismo, che comunque non viene mai punita (neppure in casi eclatanti). Non si ritirano dalle biblioteche pubbliche i libri perché le opinioni degli scrittori non ci piacciono, perché di questo si tratta: di quaranta e passa autori la cui opinione non è allineata a quella governativa. E badate bene che quell’opinione la si può condividere o meno, non ha importanza: è il principio che conta. Nelle librerie del Veneto può entrarci – e giustamente! – il Mein Kampf, ma non Q dei Wu Ming. Senza contare i mezzi rozzamente ricattatori con cui si vuole mettere in atto la cosa: ogni libreria fa per sé, certo, ma se non fa come diciamo noi se ne deve “prendere la responsabilità”. Cioè, immagino, no soldi, no finanziamenti. Fantastico.
La cosa migliore è il silenzio assoluto sotto il quale sta passando la cosa. Per trovare la notizia originale mi sono dovuta votare a Leggo, giornale gratuito distribuito sulla metro, noto più che altro per le tette e i culi che in genere mette in copertina. Siamo un pelo sopra il giornale di gossip, insomma.
Il problema è che ci siamo assuefatti, e ormai bolliamo certe cose come pure provocazioni da parte dei “soliti”. No. Non funziona così. Ci stanno mitridatizzando al fascismo. A piccole dosi ce lo stanno infilando ovunque, ci stanno insegnando a non protestare. Non voglio dire che il Pres. del Cons. indagato per sfruttamento della prostituzione sia meno importante di questo, ma tra una escort e l’altra i giornali dovrebbero trovare spazio anche per questo. E spiegarci perché è una cosa grave, visto che è evidente che gli italiani non sono più in grado di decifrare eventi del genere.

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Ieri, oggi…domani?

Confesso che ero tra quelli che ci avevano creduto. Che sarebbe davvero cambiato qualcosa. Contro ogni logica e contro le evidenze della realtà.
Sì, avevo sperato che l’avventura ventennale del Berlusconismo fosse arrivata al capolinea. Credevo che ieri sarebbe caduto. Ok, mi rendevo conto che probabilmente alle elezioni non ci saremmo andati, che ci sarebbe stato un rimpasto, o che se anche avessimo votato non avrebbe vinto la sinistra e non ci sarebbe stato nessun cambiamento epocale. Ma tutto mi sembrava meglio di questo.
E invece. E invece si è andata allargando la forbice tra stato e popolo. Perché quel che percepisce il comune cittadino è che un certo numero di deputati e di senatori ha venduto il proprio voto per una contropartita più o meno concreta. L’immagine del parlamento è ancor di più quella di un luogo ormai avulso dal paese reale, che fuori dalle sue mura blindate scatenava la rivoluzione, e dedito solo a incomprensibili giochi di potere, a inciuci sempre indirizzati alla massimizzazione del tornaconto personale, e alla minimizzazione di quello del comune cittadino.
La politica oggi è una cosa sporca, e questo è un fatto pericoloso. Perché quando lo scollamento tra cittadino e istituzioni è così profondo e insanabile, può succedere davvero di tutto.
Io non amo la violenza. Mi viene sempre da mettermi nei panni delle vittime, dell’operatore allo sportello della banca che vive attimi i panico mentre fuori distruggono le vetrine, nel commesso di Mac Donalds che è più proletario di quelli che fanno casino fuori, col suo contrattino co.co.co. senza tutele e senza rete, l’università da finire e l’affitto in nero da pagare. Eppure ieri capivo. Con sgomento, perché, sebbene non abbia una grande esperienza di manifestazioni, una volta nei casini mi ci sono trovata anch’io, ma capivo la rabbia, la frustrazione.
Poi entra in gioco la logica. E ti rendi conto che quel che è successo ieri a Roma è stato quanto di peggio potesse capitare alla parte sana del paese. Tre ore di vandali che fanno casino, e d’ora in avanti gli studenti e le loro legittime richieste verranno criminalizzati, trattati da facinorosi. È la solita storia: la violenza chiama immediatamente repressione, la violenza è sempre stata la scusa migliore per mettere a tacere la voce della ragione, per dire “sono tutti uguali, è gente che non ha voglia di studiare, è gente che sfascia le vetrine”.
Ma che siamo stanchi è vero. Che questo parlamento non ci rappresenta più – anche se per gente come me non l’ha mai fatto fin da principio – pure. Ed è vero che non vediamo alternative, non vediamo vie d’uscita. Siamo nella palude, una palude stagnante che è brodo di coltura per le più fosche previsioni per il futuro.
Che dire. Non lo so che dire. La lotta deve continuare, pacifica ma inflessibile. Ma è vero che è davvero un brutto inverno.

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Ma cos’è questa crisi

In qualità di autrice Mondadori, ogni tanto mi capita che mi vengano recapitati inviti per eventi vari connessi ai libri della mia casa editrice. Per dire, un po’ di tempo fa ci fu una presentazione di Grossman cui andarono i miei. È che in genere queste cose – che pure sono interessanti – si fanno dall’altro lato della spirale rispetto alla mia posizione (decentratissima) a Roma, quindi raramente riesco a partecipare.
Oggi esco per portare i panni ad asciugare in lavanderia e noto nella cassetta della posta un invito. Bruno Vespa. Non fa esattamente parte delle mie letture abituali, e neppure delle cose che vedo in televisione, però sotto, nella cassetta, c’è quella che sembra proprio una bolletta, per cui prendo la posta. Nel tragitto cancello macchina leggo le informazioni.
Arnoldo Mondadori Editore blablabla invitarla alla presentazione blablabla Il Cuore e la Spada blablabla intervengono
Silvio Berlusconi
Stefano Folli
Massimo Franco
E la peppa! Il Pres. del Cons. Poi lo sguardo mi scende.
Martedì 14 Dicembre 2010, ore 17.30.
14 Dicembre.
Ma il 14 non c’è tipo il voto che deciderà se il governo debba andare avanti o cadere? Non dovrebbe essere una giornata in cui si decide un po’ tipo il destino dell’Italia? E Berlusconi è così compreso nel suo ruolo che se ne va a presentare un libro?
Ora, ognuno fa quello che vuole. Non so neppure quando ci sarà la votazione per la fiducia. Però, come dire, fa un po’ strano pensare che in una giornata importante per il paese Berlusconi poi se ne vada a presentare il libro di un amico. Non so, mi sembra la dica lunga su quanto quest’uomo comprenda l’importanza del suo ruolo.

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Contraddittorio e democrazia

Di recente c’è una nuova moda. Il contraddittorio. Ossia quell’idea per la quale se uno dice una cosa, afferma i suoi valori, ci deve essere uno che la pensa al contrario che dice anche la sua.
Esempio. Tutti giù a dire che l’altra sera, a Vieni via con Me, è mancato il contraddittorio. È mancato uno che dicesse “ma no, ma non è vero che la ‘ndrangheta cerca nella Lega un referente politico”. È mancato uno che dicesse “ma no, l’eutanasia è una cosa orrenda, è un omicidio”.
La gente che dice questo, in genere tira in ballo la democrazia, la parola in assoluto più abusata – e meno compresa – di tutto il vocabolario.
Prendiamo il primo esempio che ho fatto.
Voi, prima di lunedì sera, avevate mai sentito dire che la ‘ndrangheta ritiene la Lega un valido alleato politico? Io no. E avevate mai sentito dire che la mafia ha ampi interessi al nord? Io sì, ma sapete come? Leggendo il Rapporto Ecomafia dell’Edizione Ambiente, che non è esattamente l’ultimo best seller di Vespa. In compenso, in tutti i telegiornali sento ampiamente strombazzati – anche giustamente, per carità – tutti gli arresti, le retate contro la criminalità organizzata. Sento i politici prima tuonare contro la magistratura, salvo poi appropriarsi dei successi che consegue nella lotta al crimine. E quindi il contraddittorio c’è già stato, e non una volta sola, una sera, per due ore, sulla rete più bistrattata del servizio pubblico, ma ogni giorno, durante ogni tg.
Secondo esempio.
Durante il caso Englaro la voce della Chiesa non è stata affatto zittita. Anzi. La sua opinione era praticamente l’unica che si ascoltava. Per bocca dei suoi esponenti, ma anche per bocca di tutti quei politici che dei vertici ecclesiastici si sono fatti portavoce, spesso senza neppure essere credenti o praticanti, in un bel trionfo di ipocrisia. Voi l’avevate mai sentita la voce di Beppino Englaro? Io mai. Mina Welby non sapevo neppure che faccia avesse.
Il contraddittorio, anche qui, c’è già stato: è uscito dalle parrocchie, è stato ripetuto nei tg e nelle trasmissioni di approfondimento.

La cosa che mi piace di Vieni via con Me è che dà voce a chi in genere non ha diritto di parola. Fa parlare persone che non hanno mai avuto i mezzi né soprattutto l’opportunità di parlare, di dire ciò che avevano nel cuore. Esprime il pensiero di una maggioranza silenziosa e sfiduciata, che è troppo moderata, troppo intelligente per trovare spazio in tv. Finora questa gente s’era limitata a parlare sul web, a diffondere la propria parola in circoli ristretti. Adesso va in prima serata, raggiunge milioni di persone, che non solo non cambiano canale, ma ascoltano assorte.

E vi dirò anche una cosa sulla democrazia. Sì, la democrazia è pluralità di voci. Ma non vuol dire esprimere i concetti sempre a coppie, come se il cittadino non fosse in grado di ragionare con la propria testa, di trarre le legittime conclusioni se non sente le due campane una affianco all’altra. È diritto di tutti ad avere voce, che è cosa diversa dal diritto al contraddittorio.
Per mesi, le voci di quelli come Mina Welby sono state messe a tacere, ridotte ad esprimersi in luoghi in cui pochi potevano ascoltarle. Adesso la bilancia è stata riequilibrata. E questa è democrazia.

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Linguaggi

Ormai l’esegesi di Vieni Via Con Me è una specie di appuntamento fisso di questo blog. Dovrei farci su una rubrica. Per altro, oggi parlo di politica. Non che non l’abbia mai fatto, ma in questi termini credo mai.
Tra tutte le cose viste ieri sera, infatti, vorrei soffermarmi su quella più attesa: i famosi due monologhi di Bersani e Fini. È che li ho trovati davvero significativi. Significativi di un certo tipo di politica che ormai s’è proprio staccata dal paese.
Fini e Bersani avevano un’occasione: una platea grande e prestigiosa, composta per lo più dai delusi della politica. Una platea cui parlare in un linguaggio nuovo. Del resto, quello usato da Fazio e Saviano per le due puntate che abbiamo visto fin qui è proprio questo: un linguaggio nuovo, che tratta con leggerezza temi pesanti, che rende avvincenti cose che in linea di massima la gente considera lontane e pallose.
La scelta è stata invece quella di fare due comizi vecchio stile. Imbalsamati entrambi, sembravano star lì a fare tribuna elettorale. Fini soprattutto, che s’è giocato furbescamente i due pezzi da novanta – i militari in Afganistan e Falcone e Borsellino -. Non che non siano state dette cose belle e condivisibili. Non che Bersani non abbia incontrato il mio modo di vedere la sinistra, o Fini non abbia espresso ciò che tutto sommato vedo nella destra (ove per destra non intendo quella che è adesso al governo, ma quella di una Merkel o giù di lì, che comunque non condivido, ma con la quale, quanto meno, posso discutere). Ma non sono rimaste. Il tono era appunto quello da vecchia tribuna politica, il linguaggio quello stantio del partito. Non ho visto passione. Ho visto un elenco di cose dette un po’ perché si deve, cercando di imbonirsi un elettorato che non esiste più.
Non do colpe. Se uno parla così, non può inventarsi comunicatore da un giorno all’altro. Ma se a distanza di dieci giorni ancora ricordo i tre elenchi letti da Vendola, e la sua battuta finale in risposta a Berlusconi, già stamattina non ricordo una parola che sia una dei due monologhi. Forse giusto la battuta sulla dimensione pubblica del privato di Bersani. Un po’ poco.
Forse è questa la vera ragione per cui c’è tutto questo disinteresse per la politica. Il mondo è cambiato, i nostri bisogni anche, e invece la politica è rimasta al palo. Immagina un’Italia che non esiste più, che parla un linguaggio superato. Ripeto, non è stata questione di temi trattati. È stata proprio questione di linguaggio, di parole che non vibravano di passione. E invece in questo periodo di disaffezione per la cosa pubblica, soprattutto nei giovani, questo dovrebbe passare: che la politica è passione, è ideale, è credere in qualcosa di più grande.
Certo, a Fini e Bersani non ha fatto gioco il confronto con Saviano, uno le cui parole sono sempre traboccanti di una passione contagiosa, uno che non ti racconta le cose, le vive e te le fa vivere. Mi si dirà, è uno scrittore, è il suo mestiere. Beh, allora i politici dovrebbero imparare un po’ di quel linguaggio lì.

P.S.
Scusate la stratosferica dabbenaggine, ma mi sono dimenticata di avvisarvi che è online su Fantasy On Air la registrazione dell’incontro di Torino. Lo trovate qua

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Etichette

Il Corpo delle Donne si sta rivelando una lettura ottima, fonte di numerose riflessioni.
Per esempio, ieri sera leggendo ho rispolverato una riflessione che mi venne da fare qualche tempo fa. Volevo farci un post, poi ne venne fuori una cosa astiosa, e lascia perdere. Si trattava di stereotipi. Anzi, meglio, di etichette.
A volte mi capita di sentirmi fuori posto in mezzo alla gente. Vestita elegante quando tutti lì sono sportivi, sportiva quando sono tutti eleganti, poco zecca in mezzo a quelli di sinistra, troppo di sinistra in mezzo a quelli di destra. È una cosa tutto sommato positiva. Vuol dire che non sono un tipo.
Costruire tipi è lo sport del momento. Internet è un’enorme macchina per generare etichette da appiccicare sulle persone. La rete tutta si organizza in piccoli gruppi di persone unite da una passione comune o da una simile visione del mondo. Non è una novità, succede anche in real life. In rete è solo più facile: lì ci si conosce perché si è tutti su un forum della Meyer, per dire, e si parla solo di quello.
Chi si avvicina alla comunità molto spesso viene emarginato perché non risponde ai requisiti che la comunità si è imposta per l’appartenenza: basta un commento dubitativo su qualcosa, e si viene etichettati.
Leggevo qualche tempo fa su Queerblog i commenti all’outing di Tiziano Ferro. È arrivato un utente che ha contestato il modo in cui la comunità lgbt ha accolto la notizia. Subito in molti si sono scagliati contro di lui dandogli del bimbomikia. Ecco, la rete funziona così. Basta un passo falso, basta che tu dica una cosa che esce dal coro, e sei bollato. A volte basta esprimere i tuoi gusti. Ascolti Lady Gaga? Adolescente che pensa solo all’apparenza, o quanto meno non hai le orecchie. Guardi Amici? Lobotomizzato che segue programmi spazzatura. E via così, di classificazione in classificazione, fino a incasellare tutti, a definirli senza speranza di riscatto.
È così solo in rete? Ovviamente no. È così anche nel mondo reale. Se ci pensate è una cosa tipica dell’adolescenza. Allora appartenere ad un gruppo era una cosa fondamentale, e ci si affannava a farlo. Già allora mi pareva di star sempre un po’ ai margini, infatti. Non abbastanza alternativa, ma neppure borghese a sufficienza. Non bastavano le camice maschili XXL a far di me una rivoluzionaria, e non bastava andare bene a scuola per essere fighetta.
Il problema è che adesso tutti ragionano così. È uno dei grandi mali di questi tempi confusi: cercare di semplificare ciò che è complesso, persino le persone, che sono in assoluto quanto di più sfuggente e impossibile da definire esista. Invece dobbiamo adeguarci, infilarci nella casella giusta, o la gente non ci capisce.
Io non voglio stare in nessuna casella. Voglio essere libera di giocare alla famme fatale (e immaginate con quali risultati…) una sera, e la sera dopo andarmene in giro in sneakers. Voglio essere ricercatrice di giorno e scrittrice di notte. Voglio essere mamma senza rinunciare a essere ragazza. Voglio essere donna senza smettere di essere persona.
Stavo pensando che Gli Ultimi Eroi probabilmente parla di questo – tra le altre cose; per dire, parla anche, e molto, di speranza -. Del dovere morale che abbiamo davanti a noi stessi di non farci incasellare, di costruire la nostra personalità senza cercare di adeguarci al modello che ci viene imposto dall’altro. Di essere liberi, qualsiasi sia il prezzo di questa libertà. Pensateci, quando lo avrete in mano.

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