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Reductio ad litteraturam

Non ho voglia di entrare nel polemicone sul Nobel a Dylan, perché è stato già detto tutto e si è comunque passati alla fase del tifo da stadio e dell’insulto, per cui no, grazie. Però, dopo aver come al solito fatto il test apposito di Zerocalcare :P , credo di voler fare una riflessione collaterale che ancora non ho letto in giro.
Da un bel po’ di tempo il termine letteratura ha smesso di indicare uno specifico modo di esprimere la propria creatività, ed è diventano un termine di valore. Letteratura è buono, è arte, è bello. Non esiste la cattiva Letteratura; se è Letteratura, è fatto per restare nelle menti e nei cuori per sempre. Non si tratta di raccontare una storia, e farlo tramite le lettere: no, se è Letteratura è immortale a prescindere. Ne consegue che se voglio esaltare il valore di qualcosa, gli devo dare un attestato letterario. Pensateci. Per poter finalmente dire che fumetto è bello, riesce a colpire profondamente il lettore, a farlo riflettere sull’esistenza, a restare con lui per tutto il resto della sua vita, l’abbiamo dovuto candidare al Premio Strega, che è un premio letterario. Per affermare, altrettanto giustamente, che ci sono musicisti che hanno fatto la storia, che i loro testi sono profondi e straordinari, abbiamo dovuto dare a uno di loro il Nobel per la Letteratura. È che non sono “solo fumetti”, non sono “solo canzoni”: sono Letteratura.
Capite l’implicazione di questo discorso? Che di bello e artistico al mondo evidentemente c’è solo la Letteratura. Tutto il resto è un po’ figlio di un dio minore, e ce lo possiamo scordare: tipo la musica per Dylan, o l’aspetto grafico, il tratto e la costruzione della vignetta per Zerocalcare.
Ecco, io mi domano se non sia un filo presuntuoso tutto ciò da parte dei letterati, e se non sia pure controproducente: per la letteratura, ammantata di un’aura mitica che inevitabilmente la porterà lontana dagli occhi e dai cuori del pubblico (e moltissimi dei Nobel per la Letteratura degli ultimi anni sono stati assegnati a scrittori decisamente non famosi, a volte abbastanza oscuri per i più), ma anche per il fumetto, la canzone e tutto il resto. Voglio dire, è giusto prendere una forma d’arte che ha nel suo DNA l’essere anche espressione della cultura popolare e metterci intorno una patina “intellettuale”?
Qualche tempo fa, in un’intervista che trovate in una delle riedizioni più recente de Le Rose di Versailles (il manga di Lady Oscar, per intenderci), all’autrice Ryoko Ikeda fu chiesto cosa ne pensasse del fatto che i manga sono diventati oggetto di studio all’università, e lei rispose così:

“È un’iniziativa che non mi trova molto d’accordo. La forza del manga è anche quella di essere una forma di cultura popolare, e quando si inizia a studiarla e ad analizzarla si rischia di farle perdere questa schiettezza. Quando un famoso museo richiese alcune delle mie tavole per esporle mi rifiutai, perché non ritengo che i manga siano opere da museo: per esempio anche il kabuki, quando cominciò a essere considerato un’arte invece che una forma d’intrattenimento popolare, finì per perdere il suo fascino e solo in tempi recenti ci si è resi conto di questo imperdonabile errore. Non voglio che i manga facciano la stessa fine.”

Uno può essere d’accordo o meno, ma secondo me vale la pena porsi la domanda.

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