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Top secret non più secret

Avevo pensato un post elegiaco sui cimiteri della Val Gardena, avevo già pronti testi e foto. Solo che poi, niente, mi sono ricordata della promessa, e ho pensato che forse è meglio andare dritti al punto e dirvi in cosa consiste il progetto top secret.
Donc, l’indizio rivelatore nel primo post al riguardo, come colto da uno di voi, era la tag melamania. In effetti il progetto ha a che fare con la Apple. Vi ricordo che c’entra Paolo Barbieri, che è una cosa in un certo senso già vista, ma completamente rivisitata.
Ok, siete pronti?
Davvero davvero?
Non volete aspettare, che so, un altro paio di giorni, e io intanto vi parlo di cimiteri? No?


Ok, via, basta giocare. In un futuro per nulla remoto – presumibilmente già l’autunno – sarà disponibile una app per iPad delle Creature del Mondo Emerso.
La cosa mi esalta a dir poco, perché da quando ho l’iPad non faccio che pensare che quest’oggettivo, più che per leggerci libri, è nato per metterci su fumetti e libri illustrati. Non avete idea di quanto più belle siano le immagini di Paolo in formato digitale: non c’è di mezzo la stampa che modifica i colori, sono esattamente come le ha pensate lui, i colori sono straordinariamente brillanti…insomma, una gioia per gli occhi.
Ma pensare di mettere su iPad semplicemente il contenuto dell’attuale Creature è una cosa riduttiva. Il formato elettronico permette tutta una serie di contenuti speciali che la carta ovviamente preclude. Tipo animazioni delle illustrazioni. Tipo interviste e contenuti multimediali di vario genere. Che infatti ci saranno.
Ho visto un paio di anteprime, che magari più in là mostrerò anche a voi, e penso che sarà una cosa davvero molto, molto bella. È un modo intelligente e “giusto” di sfruttare questo nuovo modo di fruire contenuti.
Tutto qua.
Comunque, il post sui cimiteri della Val Gardena non l’avete scampato, non credete :P

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Poststeig

A me il trekking piace. Se ci pensate è un’attività estremamente fantasy: sa di bei tempi andati, con questo muoversi lento, a piedi, in mezzo alla natura, come dire straniero in terra straniera. E poi c’è quest’idea della meta: esci, e lo fai con lo scopo di raggiungere un obiettivo, che sia la cima del monte, un rifugio o il paese accanto. E quando arrivi sei stranamente soddisfatto, come quando qualcosa di difficile ti riesce bene a lavoro, o hai scritto una cosa che per l’ora successiva ti soddisfa. E insomma, quando posso faccio trekking. È una delle ragioni per le quali di recente vado in vacanza in montagna invece che al mare.
Ora, un bel giorno s’è deciso di fare un trekking classico della Val Gardena: il poststeig, o sentiero della posta. Si tratta di una via che costeggia uno dei costoni della Val Gardena, e nello specifico, ad esempio, connette Ortisei a S. Pietro, un paese poco distante. Ne avevamo fatto qualche giorno prima un pezzettino, c’era sembrato molto bello, e abbiamo pensato di provare l’impresa.
Molto bello è riduttivo. Sali quei dieci gradini che dalla strada asfaltata conducono al sentiero e sei in un altro mondo. La civiltà non è molto distante: quasi sempre si percepisce il suono della statale, a valle. Ma ti sembra di essere distante milioni di chilometri, di trovarti in un posto primordiale, nel quale ti muovi come un invitato a malapena tollerato. Intendiamoci, i boschi della Val Gardena non mi hanno mai comunicato quel senso di selvaggio, di ostile del Lago di Albano, per dire, o del Parco Nazionale d’Abruzzo. C’è sempre qualcosa di accondiscendente, di materno nei boschi della Val Gardena. Ma resta il fatto che si tratta di foresta fitta, in cui la luce penetra piano, filtrando tra ramo e ramo, in cui ti sembra sempre ci sia qualcosa in attesa che ti scruta. Un bosco benevolo, ma pur sempre un bosco, una dimensione nella quale l’uomo mette piede a suo rischio e pericolo.
Il sentiero è abbastanza confortevole, i punti più impervi sono recintati da ringhiere di legno, eppure non mancano le emozioni. Innanzitutto c’è l’acqua, tanta. Filtra dal terreno, scende a valle in torrenti gagliardi, che guadi grazie a malferme passerelle di legno o una lastra di pietra messa lì a bella posta. Poi ci sono le frane. Parecchie. Pendii aspri che interrompono il bosco, aprendo squarci di sole nel regno della penombra perenne, cicatrici bianche di pietroni che tagliano in due il verde del sottobosco. Il sentiero scompare sotto le pietre, e ti tocca intuirne il percorso. Sotto di te, una fuga di alberi sradicati e pietrisco conduce a valle, sopra, la vertigine della roccia franata. Io, che sono imbranata, ho usato anche le mani per avanzare.
Ci sono frane recenti, bianche, apparentemente più malferme, e altre antiche, coperte di muschio verdissimo, le pietre ormai incistate nella terra, parte integrante del panorama. Per esempio, c’era un masso enorme bloccato da un albero, completamente coperto di muschio: la tana di Totoro. Mancava un pezzo, che probabilmente s’era staccato durante l’apocalittica caduta, e che giaceva una decina di metri più a valle.
Poi, qua e là, lo strapiombo si apre alla tua sinistra, il richiamo del vuoto appena trattenuto da parapetti di legno. Sotto, un precipizio verdissimo, gli alberi letteralmente aggrappati ai lembi di terra. Davanti, i dirupi scoscesi e verdissimi dell’altro versante della valle.
Nonostante la pendenza sia bassissima, e il sentiero tutto sommato confortevole, in alcuni punti sono stata inquieta, e mi sono stancata, come è giusto che sia. Fa parte dell’esperienza. La natura è questo, è altro da noi, è qualcosa che c’era prima di noi, ci sarà dopo: resta generazione dopo generazione, contende all’uomo ogni spazio libero, riconquistando terreno non appena si abbassa la guardia. Non è più qualcosa che ci riguardi. Piuttosto è qualcosa che si ammira in silenzio.
Ok, confesso che a S.Pietro non ci siamo arrivati. Dopo un’ora e mezza di cammino e con la prospettiva di altrettanta strada ancora da fare, siamo scesi a valle a Pontives. Da lì, l’autobus fino a Ortisei. Ma tutto sommato non ha avuto davvero importanza. Ha contato piuttosto la fatica, lo stupore, la bellezza.
Qui sotto, un paio di fotone esplicative. Io questo sentiero ve lo consiglio: noi l’abbiamo fatto con Irene al seguito, quindi non è straordinariamente impegnativo, ed è meraviglioso.

P.S.
Lunedì, giuro, svelo cos’è il progetto top secret :P

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Top secret 2 – dolomitenblick

Eccomi qua. Più o meno. Anche stavolta post piuttosto telegrafico, con un paio di foto. Poche, perché quelle che ho fatto finora sono tutte orrende e non voglio ammorbarvi più del dovuto.
Piuttosto concentriamoci sul progetto top secret. Innanzitutto, nel precedente messaggio al riguardo c’era un indizio nascosto piuttosto rivelatore, che però nessuno di voi ha colto. Non vi dico qual è, vi invito però a riguardare meglio quel che avevo scritto e impostato.
L’indizio ulteriore al riguardo, invece, è che nella cosa è coinvolto anche Paolo Barbieri, e anche questo è un bell’indizio, via.
Per il resto, questo è quel che vedo la mattina alla finestra, quando ovviamente non ci sono troppe nuvole.

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