Venerdì sera sono andata a vedere il nuovo spettacolo di Sabina Guzzanti. È stato un po’ un caso. I miei hanno visto che era in cartellone, hanno preso i biglietti, e io mi sono aggregata. Questo nonostante io la Guzzanti l’abbia sempre apprezzata. I programmi del trio Dandini & Guzzanti bro. sono sempre stati i miei preferiti, a livello di satira.
È stata la prima volta per me di uno spettacolo satirico live. Addirittura la prima volta che ho visto a teatro qualcosa di esplicitamente comico, se non vogliamo contare la Casina che vidi al Teatro Romano di Benevento ai tempi in cui ancora andavo in giro con le maglie extralarge dei Nirvana e un centrino in testa.
Che ho apprezzato, molto, manco ve lo dico. Lei è bravissima, lo spettacolo soffre giusto di una lunghezza che ho trovato un pelo eccessiva, ma c’è veramente tutto: la satira pungente e amara, la risata crassa, l’informazione. Ad avercele cose così in tv. Ce le avevamo, un sacco di tempo fa, poi la tetteculocrazia ha spodestato dai palinsesti le uniche cose che mi interessavano, e bon, ora non ce le abbiamo più.
Ma non è tanto questo che mi interessa dirvi. No, è che quelle due ore sono state allo stesso tempo consolanti e deprimenti. Le ottocento persone stipate nell’Ambra Jovinelli, sabato, erano lì a tirare un boccata d’aria. Dopo una settimana passata a leggere in giro le sparate di Berlusconi, a guardare il decadimento della società civile, è andata a teatro a sentirsi dire quel che tutto sommato già sa. Non credo ci fossero elettori del pdl, da quelle parti. Dagli applausi spontanei ogni volta che si trattavano temi come il caso Englaro, l’ingerenza della Chiesa nelle leggi dello stato, direi che non c’era nessuno di destra.
Eravamo lì a stringerci l’uno accanto all’altro. A dirci “ci siamo, non siamo soli”. Sentire la gente scoppiare in un applauso fragoroso sugli stessi argomenti che hanno indignato te ti dà quel po’ di speranza che ti aiuta ad andare avanti, a dire “cazzo, allora non sono l’unico che si arrabbia”. E da qui il senso di consolazione che Vilipendio mi ha trasmesso.
Ma.
Ma quel che abbiamo celebrato venerdì sera era un rito laico tra pochi intimi. Eravamo quella minoranza (suppongo siamo una minoranza, o non mi spiego perché Berlusconi sia al potere) che durante la settimana vive la sua diaspora. Isolati, tipicamente silenziosi, la pensiamo già come la Guzzanti, e le cose che ci dice trovano già un terreno fertile, per quanto sapere che in un libro distribuito nelle scuole e voluto dalla Prestigiacomo circa le Italiane notevoli si legga, a proposito di Rachele Guidi, moglie di Mussolini,
“[...]Rachele Mussolini, moglie appartata che costituisce il modello della popolana italiana capace di affrontare con coraggio e dignità la buona e la cattiva sorte[...]“
in effetti un pochetto gela il sangue nelle vene (a tal proposito vi invito a leggere questa interrogazione parlamentare al riguardo). Ma quelle stesse cose che ci fanno spellare le mani dagli applausi non dovrebbero arrivare a noi, che ci chiediamo che stato sia quello che ritiene di dover espellere dall’italia un bambino di dodici anni in fuga dal dolore e dalla guerra, ma tutti quelli che queste cose non le sanno, tutti quelli che non trovano nulla di male nel conflitto d’interesse o in un papa che va in africa a dire che il preservativo non serve a combattere l’AIDS.
Ma tutte queste informazioni non passano. E non sto dicendo che è colpa della Guzzanti, che ce la mette tutta, che è animata da una gran passione, che gronda da ciascuna delle parole del suo Vilipendio. Non lo so di chi è la colpa. Viviamo a compartimenti stagni. Senza spazio per il dubbio, senza possibilità di abbattere certe barriere ideologiche, senza riflessione sui fatti. Uno di destra non ci verrà mai a vedere la Guzzanti. Da cui il senso di sconforto.
Vi invito comunque ad andarci, a vedere la Guzzanti. Perché si ride tanto, perché si riflette, perché ci si sente, come lei stessa dice alla fine dello spettacolo, più liberi per due ore, e a quanto pare al momento è il massimo che possiamo permetterci.