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18 luglio 2013

Il 18 luglio del 2003 faceva piuttosto caldo. Io non ero ancora al massimo della mia cicciottaggine, ma pesavo buoni 12 kg più di adesso. Indossavo una casacca bianca ricamata di lino che amavo molto, col collo coreano, e un paio di pantaloni larghi, che all’epoca indossavo spesso. Ricordo anche le scarpe: un paio di sandali aracioni con delle grosse perle di vetro.
Ero arrivata all’appuntamento con un anticipo pazzesco, e, va da sé, l’attesa mi stava attorcigliando lo stomaco come non mai. Stavo in piedi a Piazza di Spagna, insieme a Giuliano, e aspettavo. Le foto le avevo viste online, ma da una foto è difficile riconoscere una persona che non si è mai vista, tanto più che la persona in questione, l’avrei scoperto di lì a qualche minuto, era nell’unico periodo della sua vita senza barba, e quindi, rispetto alle foto che avevo visto io, irriconoscibile.
La cosa era cominciata con una telefonata la settimana prima. Una telefonata alle tre del pomeriggio, mentre giocavo a Risiko sul pc. Avevo dovuto farmi declinare le generalità tre volte, un po’ perché non riuscivo a trovare il tasto per spegnere le casse dello stereo che diffondevano suoni di colpi di cannone, gemiti di soldati moribondi e squilli di tromba, un po’ perché non riuscivo proprio a crederci.
«Sono Sandrone Dazieri, chiamo da parte della Mondadori».
La terza volta il tizio al di là della cornetta l’aveva ripetuto ridacchiando.
Non c’eravamo detti molto, durante quella telefonata: giusto il tempo di prendere un appuntamento da lì ad una settimana. Io, che Roma l’ho sempre conosciuta malissimo, non avevo trovato di meglio che fissarlo a Piazza di Spagna, dove trovarsi nella calca di turisti è sostanzialmente impossibile.
Buttata giù la cornetta, avevo saltato in giro per casa per cinque minuti buoni. Come al solito, dopo quei cinque minuti erano iniziate le pippe esistenziali: è uno scherzo, è una truffa, non è vero. Poco contava che Google mi confermava che esisteva uno scrittore che si chiamava Sandrone Dazieri e pubblicava con la Mondadori. Nella mia testa queste cose succedevano sempre agli altri.
Passata l’ora dell’appuntamento, iniziai a preoccuparmi. Per fortuna c’eravamo scambiati i numeri di cellulare. Avevo individuato un tizio in attesa sotto la colonna dell’Immacolata che non coincideva per niente con le foto che avevo visto, ma che evidentemente era alla ricerca di qualcuno. Chiamai, ed ebbi conferma che si trattava di Sandrone Dazieri.
«Piacere, Licia».
«Piacere, Sandrone».
«Lui è Giuliano».
«Ah, la guardia del corpo».
Cazzo, ho cominciato male, mi maledissi mentalmente. In ogni caso, cercai di tenere botta. Occorreva trovare un posto dove parlare in pace, e a me non ne veniva in mente neppure uno. A Piazza di Spagna ci andavo a pomiciare da ragazzina, al massimo avevo mangiato un paio di volte dal McDonald, e non mi sembrava il caso.
«Allora andiamo al bar del mio albergo».
Il posto lo ricordo come molto buio; un bell’hotel di design o giù di lì, ma tutto coperto di graniti e marmi scuri. Presi un bicchiere d’acqua gassata, dovevo restare bella lucida e già ci pensava l’ansia a confondermi tutto.
Ricordo che tenni un atteggiamento da persona per nulla impressionata per tutta la discussione, mentre dentro di me mi dicevo: “Ma davvero? Un contratto? Cioè, volete anche pagarmi??”. Giuliano me lo disse sulla strada del ritorno, vagamente preoccupato.
«Ma…e l’università? Vuoi mollare così?».
Di tutto l’ambaradan, comunque, registrai sostanzialmente due cose.
«Io sono quello in Mondadori che si occupa di tutto ciò che non è letteratura» disse Sandrone passandomi il bigliettino da visita, e io ci rimasi un po’ male. Venivo dal classico, pensare che avessi scritto una roba che non era letteratura mi deprimeva alquanto. La seconda era che Sandrone era stato chiaro: noi ci si prova. Lavoriamo un po’ sul libro – si parlò già di dividerlo in tre parti – se ci piace il risultato finale lo pubblichiamo, e poi vediamo. Può andare bene come può andar male. Nella mia testa il discorso divenne automaticamente: il tuo libro non vedrà mai la luce del sole. Questo non mi scoraggiava. Avevo un’opportunità, per me era già una gran cosa che la Mondadori fosse interessata a quel che avevo scritto, il resto sarebbe stato un di più. Da allora ho preso sempre tutto così: io faccio quel che devo, che è quello che davvero conta, poi quel che arriva è sempre un regalo. Probabilmente è anche per questo che le cose mi sono andate spesso bene. Comunque.
Ci lasciammo con la promessa che avrei ricevuto il contratto.
Nei giorni successivi ho avuro dei momenti in cui ero convinta che tutto nella mia vita sarebbe cambiata. Non avevo ben presente che vita facesse lo scrittore, favoleggiavo di una fama che tutto sommato mi spaventava anche. Però poi il tempo passava, io facevo la stessa vita di sempre, e smisi di pensarci. La verità è che non credevo che sarebbe successo tutto quello che è capitato dopo. Non pensavo che avrei venduto, non pensavo che avrei avuto successo, non immagivano che questo sarebbe diventato il mio lavoro. Quando vidi il mio libro sullo scaffale mi parve già un mezzo miracolo. E lo era, più passano gli anni più me ne convinco. Ma è cominciato tutto così, il 18 luglio di dieci anni fa. Tantissime cose sono partite da lì, cose che spesso hanno anche marginalmente a che fare con la scrittura. La vita è un’infinita ramificazione di cause ed effetti impossibili da risalire, di coincidenze, sudore e fortuna mescolati in differenti proporzioni.
Peso 12 kg meno di allora, ho un marito e una figlia e faccio la scrittrice di professione, ma tutto sommato non sono cambiata poi così tanto da allora. A 23 anni forse avevo già trovato la mia dimensione, e probabilmente questo mi ha salvata.
Sono passati dieci anni e sembrano dieci giorni.
Grazie Sandrone, a noi e a tanti altri anni di lavoro assieme.
E grazie anche a Massimo, che ho incontrato dopo, ma che non è stato meno importante.

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Quello che (non) ho detto

Questa è la mia parola per Quello che (non) ho. Come vedete dalla foto sopra, ieri l’ho lasciata in albergo. Suppongo sia finita dritta nel cestino, ma magari anche no. Mi fa piacere a volte lasciare in giro quel che scrivo, e anche se è stata letta una volta sola e poi buttata, ne è valsa comunque la pena.

FANTASIA

C’era una volta una bambina. Né una principessa né un guerriero, una bambina esattamente come tante altre. Ma nella testa aveva un mondo intero.
Aveva iniziato come tutti, bevendo le parole delle storie che le raccontavano. E lì aveva capito che bastava poco per essere un’altra: un inizio, uno svolgimento, e un lieto fine. Così aveva iniziato a inventare storie sue: poteva viaggiare dove voleva, vivere avventure impossibili e avere la certezza di tornare sempre a casa. Tutto era materia per la sua fantasia: un vecchio lenzuolo ingiallito, che sembrava fatto apposta per fingere un vestito elegante, se ben drappeggiato addosso, ma che all’occorrenza poteva anche servire a costruire un rifugio segreto, se ci disegnavi su una porta e due finestre e lo appendevi alla scrivania. Ogni cosa che le accadeva, nella sua testa diventava altro, perché non c’è niente che non si possa reinventare con la fantasia.
Cresciuta, il vizio non le passò, ma iniziò a coltivarlo come un piacere segreto. Raccontava le storie a se stessa, la sera a letto, e quasi se ne vergognava, perché si gioca finché sei piccolo, dopo…dopo la realtà chiede il conto. E invece, là fuori era pieno di gente che non si arrendeva, che la sera si raccontava storie, e soprattutto che aveva voglia di ascoltare quelle degli altri, anche le sue. Ne trovò uno, due, cento. E la fantasia divenne un lavoro, alla fine, menestrello di professione.

Oggi c’è un’altra bimba, più piccola. La sera, al buio nel suo letto, ha bisogno di storie che la conducano per mano verso il sonno. Perché fa paura, la terra di nessuno tra veglia e il sogno. E la bambina di un tempo, quella con un mondo nella testa, riempie per lei il nero della stanza di draghetti che non sanno sputare fuoco, burattini col naso lungo e porcellini sfaticati. Perché vuole passarle la staffetta della sua fantasia, perché vorrebbe dirle che ogni cosa è possibile, finché siamo in grado di immaginarla.

P.S.
Come vi avevo preannunciato, altra intervista fatta a Torino, stavolta per La Stampa. Enjoy.

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Amici

Breve post pre-torinese.
Come forse ricorderete, lo scorso anno ho scritto un racconto per la Smemoranda 16 mesi. La cosa mi era piaciuta molto, per cui ho replicato l’esperienza anche quest’anno. Il tema è “Friends”, e c’è una novità: quest’anno potete leggere in anteprima il mio raccontino al riguardo. Lo trovate qua. Che ne dite? :)
Ooops. Mi stavo dimenticando un’altra cosa importante. Su Panini Digits, che è la piattaforma Panini per la vendita di fumetti in formato digitale, potete trovare in vendita tutta la prima serie a fumetti delle Cronache; potete scaricarla per PC, Mac e per l’app Panini Digits che funge su iOs, quindi su iPhone, iPad e iPod. È una bella occasione per recuperarla se ve la siete persa.
La serie nuova invece la state seguendo? Secondo me vale un sacco, confesso che oramai mi sono veramente innamorata dei disegni e dei colori, li trovo così personali e al tempo stesso fedeli al Mondo Emerso che avevo in testa…e anche la storia secondo me ha un valore aggiunto, andando ad indagare un periodo della vita di Nihal sul quale per un certo periodo di tempo avevo accarezzato anche di scrivere un libro.

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Sole, triangoli e interviste

Avrete tutti quanti visto questo. Ovviamente, un grosso triangolo – o una cosa che sembra un triangolo – che compare sul Sole stimola la curiosità un po’ di tutti. Repubblica la butta sul misterioso, ma sono andata sul sito di SOHO e SDO – che per la cronaca sono due satelliti che osservano il Sole – e non c’è manco una news connessa a quest’immagine che ci sembra così strana. La cosa mi fa supporre – ma è appunto una supposizione – che nessun fisico solare ci trovi nulla di strano, che dunque con ogni probabilità si tratta di un fenomeno noto e spiegabilissimo che ha assunto una forma un po’ particolare. Notare anche che il triangolo non è completo, siamo noi che interpoliamo le macchie nere fino a comporre un triangolo. Comunque, queste sono appunto tutte supposizioni. Piuttosto, il triangolone gigante è un pretesto per dirvi due cose.
La prima, è che quest’immagine tanto a me che a Val ha ricordato questo. Ha un senso rispolverarlo ora, innanzitutto perché domenica è stato il primo anniversario dello tsunami in Giappone, e poi perché è al momento il mio unico tentativo di racconto “fisico”, e ci sono molto affezionata. Era nato come racconto per l’antologia I Confini della Realtà, ma, come potete vedere se avrete la pazienza di leggervelo tutto, non aderiva molto allo spirito della raccolta, così è stato scartato. Un anno fa l’ho ripreso in mano e praticamente riscritto. Era la prima volta che infilavo così tanta fisica in un racconto (poi, vabbeh, è venuta Nashira, ma questo racconto, nella sua forma originaria, l’ho scritto nel 2007).
Colgo anche l’occasione per dirvi che domani sera, alle 22.00, dovreste vedermi su Rai News, all’interno della rubrica Spacelab. Per una volta, non parlerò da scrittrice ma da astrofisica, e si parlerà proprio di Sole, così risponderò meglio anche a chi qui sopra mi aveva chiesto lumi sulla recente tempesta solare.
Insomma, enjoy il video quando sarà, intanto magari ditemi che ne pensate di W, se avete voglia di leggervelo.

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Guerra – Pace

Art 11 della Costituzione

L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Bel modo di festeggiare i 150 anni dell’unità d’Italia, con una bella guerra. Perché siamo in guerra, inutile starcela a menare.
Il potere dice: era necessario per salvare la popolazione civile dai bombardamenti di Gheddafi. Sarò tarda io, ma non ho mai capito come altre bombe possano salvare i civili. E ancora: qualcosa dovevamo pur fare. Se bisognava intervenire, occorreva farlo prima e con altri mezzi: con una forza di interposizione dell’ONU, ad esempio, che non si schierasse a favore dell’uno o dell’altro schieramento, ma che semplicemente separasse i contendenti, e magari imponesse elezioni e vigilasse su di esse.
Così semplicemente facciamo quel che è già stato fatto in Iraq: togliamo un dittatore che non ci sta più simpatico per metterci…chi? Chi ci mettiamo? Vedo profilarsi all’orizzonte quel che è già successo a Iraq e Afghanistan: il caos più totale, l’ingovernabilità, per altro ad un tiro di missile da noi.
Senza contare l’ipocrisia del tutto. Perché non andiamo a intervenire anche in Bahrain? Anche lì sparano sulla popolazione. La situazione è diversa. Perché?
E vi dico di più: io l’ho letto il trattato che sancisce i rapporti diplomatici tra Italia e Libia, e ha ragione Gheddafi, l’abbiamo violato. Ma Gheddafi è un dittatore sanguinario. E allora perché ieri gli abbiamo stretto la mano, l’abbiamo invitato da noi con la sua tenda e gli abbiamo offerto cinquecento fanciulle alle quali potesse delirare? Perché abbiamo stretto un accordo con lui?
Questa era la rivoluzione dei libici, espressione di una parte della sua popolazione, e come tale doveva continuare. I dittatori li abbattono i popoli che opprimono, è così che deve funzionare. Adesso è solo un’altra guerra che porterà altro sangue, altra confusione, altra instabilità.
Le immagini che vedo oggi in tv sono le stesse che vidi ventuno anni fa, quando ero ancora una bambina. Era il 1990 e c’era la Guerra del Golfo. Non è cambiato niente.

*****

Benché i giornali inizino già a dimenticarselo, il Giappone permane in una situazione di estrema prostrazione e di emergenza, e non solo per la questione Fukushima, ma soprattutto per il terremoto e lo tsunami. Io penso ancora a Tokyo, ci penso da dieci anni.
Lara Manni ha promosso questa iniziativa: si tratta di un blog che contiene al momento sessanta racconti scritti da professionisti e non. Alcuni sono stati redatti per l’occasione, e parlano in qualche modo del Giappone, altri no. Quel che vi chiediamo è di fare un’offerta a Save the Cildren, che in questo momento si sta occupando anche di Giappone. Donate quel che volete, anche pochissimo, ma, se potete, fatelo.
Due parole sul mio racconto. Non è stato scritto per l’occasione, ma è una cosa che avevo buttato giù nel 2007 per I Confini della Realtà. L’idea è ancora più vecchia. Mi venne in mente un giorno in aereo: stavo iniziando a sconfiggere la mia paura di volare, ma ancora non mi sentivo esattamente tranquilla a volare. Come sapete, nell’antologia poi ci finì Nulla Si Crea, Tutto Si Distrugge, e questo racconto qui finì nel cassetto. Mi è venuto in mente appena sono stata contattata per questa iniziativa. L’ho rimesso a posto sabato, ho riscritto alcune parti, ho completamente cambiato la scansione degli eventi e infine l’ho spedito. Non so se sia adeguato o meno all’occasione, visto che non parla né di Giappone né di terremoti, ma in qualche modo non ha mai smesso di parlarmi dal 2007, chiedendomi di essere messo a posto, e di essere letto. Mi appartiene molto, quando e se lo leggerete capirete perché.
Intanto, grazie a tutti.

Autori per il Giappone

P.S.
Non ce l’ho detto esplicitamente, ma ovviamente sono ben graditi i commenti sul racconto, eh? :)

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Intervista col vampiro

In qualche modo, la sento. Forse una vibrazione dell’aria, una nota acuta che si alza sul ronzio di fondo del condizionatore, sullo scricchiolio dei mobili di casa. Apro gli occhi e lei è davanti a me.
A differenza di quanto si dice in alcuni libri, non è bella. Ma magra sì, sottile e sfuggente. Il suo corpo è progettato apposta per la caccia. Tutto in lei è finalizzato allo scopo, la sua vita sottile, il suo viso affilato. Milioni d’anni d’evoluzione hanno forgiato il suo fisico perché riesca a fare al meglio quel che la tiene in vita: succhiare sangue.
La guardo tra il rassegnato e il disperato.
«Ancora…».
La mia carne porta i segni degli ultimi pasti, una geografia tracciata dagli attacchi notturni e diurni. E sono stanca.
«Ancora» dice lei, una semplice constatazione.
Getto lo sguardo verso la porta della camera di mia figlia.
«Almeno risparmia lei».
«Sei tu che mi interessi».
Affondo la testa nel cuscino.
«Non ne hai abbastanza? Notte dopo notte?».
«Lo sai che è così che sopravvivo».
«Non è giusto. Non è leale».
Lei si appoggia alla sponda del letto.
«Potrei dire lo stesso anch’io. Cosa credi, che mi piaccia rischiare la vita ogni notte? So che è più facile attaccarvi all’aperto, quando neppure riuscite a vederci. Ma avevo fame, cosa dovevo fare? È la natura. Ci sono prede e predatori. In fin dei conti anche tu uccidi per vivere, o no?».
Certo. Eppure sento lo stesso che non è giusto. Penso ai poveri strumenti che ho messo in atto per tenere lontana lei e i suoi simili, là sulla sponda del letto. Ma le dicerie e le leggende non funzionano, e ancora più è impotente la scienza. Per quanto abbia cercato di proteggermi, sono di nuovo inerme davanti a lei.
«Come sei entrata?».
Sorride.
«Segreti del mestiere».
«Dalla porta? Dalla finestra? Attaccata ai miei vestiti?». Insisto. Voglio sapere dove ho sbagliato, dov’è la mia colpa, e se c’è qualcosa, in futuro, che potrò fare per proteggermi. Mi domando se è qualcosa nel mio sangue, nel mio odore, se sono nata così. Ma so che questa cosa, come tante altre della vita, è dominata dal caso; trovarsi in un luogo piuttosto che in un altro, andare a letto un po’ prima, o un po’ dopo. Non c’è davvero nulla che possa fare.
«Lo sai che ti ucciderò» dico.
«Provaci» mi sfida lei.
Ma sono stanca. Gli occhi mi so chiudono, il caldo mi ha fiaccata. Ha ragione lei. Non ho le forze per ingaggiare un’altra battaglia, e comunque il risultato è incerto. Provaci. Già, ha proprio ragione.
«Fa’ quel che devi, ma promettimi due cose: che non andrai di là» e indico la stanza di Irene, «e che poi mi lascerai dormire».
«Come vuoi» dice con noncuranza. E io mi abbandono sul letto, la pelle esposta.
Si alza bisbigliando dalla sponda del letto, si posa piano sulle gambe. Le preferisce, non so perché. Come sempre, non sento il suo tocco. Infila il pungiglione nella pelle, e quel che sento è solo la sua saliva urticante, e una sensazione tra il bruciore e il prurito. E poi il ponfo che si gonfia.
Lei sarà di parola. Pungerà solo me tutta la notte, e se ne andrà ronzando all’alba, a nascondersi in chissà quale anfratto di casa mia, o forse via, verso altre casi, altri pasti.
Fottute zanzare, ma mi volete lasciare in pace sì o no?

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