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Il paese reale?

Ieri ho avuto una visita medica – semplice controllo annuale -. Per una disguido che ha coronato una simpatica giornata di casini vari, ho dovuto aspettare più del previsto, indi per cui mi sono fatta una cultura di giornali da medico. Avete presente, no? Quella roba che in generale non leggeresti mai, scelta tra le pubblicazioni più leggere acquistabili in edicola, assolutamente prive di connotazione politica, sia mai, e atte a soddisfare un vasto pubblico, con preponderanza di vecchiette col diabete, che, ahimè, sono quelle che frequentano di più gli studi medici. Mi sono letta dunque ben due numeri della stessa rivista, di cui è “è bene e pio si taccia ormai anche il nome” cit. (lo so che cito sempre la stessa roba, ma se uno se la legge quindici volte, poi è normale che si ricordi anche i punti e le virgole). Dirò solo che aveva tutte le caratteristiche del prodotto per l’italiano medio, magari italianA, con articoli equamente divisi tra cronaca nera e gossip.
Sfogliando sfogliando, mi imbatto in un articolo sui funerali di Dalla. Leggo, perché mi interessa più del caso di Avetrana e della storia d’amore Belen/Corona. Foto della folla, citazioni dalle sue canzoni, elenco dei personaggi famosi presenti alla cerimonia. Ed eccolo: Marco Alemanno. Confesso che a questo punto sono curiosa di sapere come lo definiranno: in tv se n’è sentita di ogni, solo per evitare di sfiorare anche solo l’idea che Alemanno potesse essere sentimentalmente legato a Dalla. E invece la rivista mi stupisce. Marco Alemanno, corista, amico è compagno da più di dieci anni di Dalla. Così. Senza dire né ai né bai. Tranquillo. Ma c’è di più.
L’articolo si chiude ribadendo che Alemanno è il compagno di Dalla, e accennando che intorno alla questione si è aperta una sterile diatriba sulla sessualità del cantante. La chiusa è meravigliosa, l’articolo finisce con queste esatte parole: “ognuno farà l’amore come gli va”, da Caro Amico ti Scrivo.
Sono rimasta un po’ così, ho guardato il giornale con affetto, pensando addirittura di comprarlo, qualche volta, così, solo per simpatia.
Ora, ovviamente non c’è niente do rivoluzionario in sé in un articolo del genere, è quel che ci si aspetterebbe di leggere sui giornali se fossimo un paese maturo, realmente democratico, davvero libero. Ma se uno pensa alla testata, si rende invece conto che quelle quattro paroline sono straordinarie. Non stiamo parlando di un giornale liberal-progressista, non è Liberazione, non è neppure un quotidiano. È un settimanale rivolto alla massaia di Voghera, che, per quanto mi schifi come espressione, è il modo perfetto di indicare quell’italiano medio cui guardano i politici quando vogliono tirar su voti, quella massa indistinta di gente che non è né di destra né di sinistra, che è qualunquista e tutto sommato piccolo borghese. È la pancia del paese, quelli che fanno vincere Berlusconi. E a costoro, questo giornale parla apertamente di due uomini che hanno convissuto per dieci anni, che si sono amati per dieci anni. E siccome un settimanale del genere non ha certo l’ambizione di cambiare i propri lettori, ma al massimo di dar loro quel che desiderano, io non credo che l’autore dell’articolo si sia espresso così per spiegare ai suoi lettori che l’omosessualità è solo una delle mille varianti del comportamento sessuale umano. Ha scritto quel che ha scritto perché sente che i suoi lettori la vedono così, che l’immagine di un ragazzo affranto per la morte del compagno sia comprensibilissima e densa di pietas anche per la casalinga di Voghera.
Vi dirò, quelle tre righe m’hanno tirata un po’ su. Forse il “paese reale” – sto facendo raccolta di beceri luoghi comuni, oggi… – è più avanti di quanto crediamo, forse qualcosa cambia anche nella pancia di questa nazione, quella che in teoria più aderisce supinamente ai “valori tradizionali”. Forse è la politica che vuole vederci beceri, vecchi, ancorati a un sistema etico ormai stantio. Io lo spero, lo spero un sacco. Perché a volte mi sembra che più in basso di così c’è solo da scavare.

P.S.
Oggi ultima intervista per Nautilus, argomento teatro. Al solito, il canale è il 146 del digitale o l’806 di Sky, gli orari 11:30, 15:30, 19:30 e 23:30. Visto che siamo alla fine, ne approfitto per ringraziare tutte le persone con cui ho lavorato per Nautilus, per me è stato davvero un piacere. Non sempre mi sento presa sul serio, nel lavoro che faccio, e la cosa a volte, lo ammetto, mi pesa. Così, quando mi viene data l’occasione di parlare di qualche argomento un po’ laterale al fantasy, ma comunque connesso alla mia attività di scrittrice, mi fa sempre tantissimo piacere. È stato bello, davvero.

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Uomini e no

Qualche tempo fa scrissi questo brevissimo racconto. Non era del tutto una storia di finzione. Era ispirato alle ragazze che incrociavo durante il mio tragitto a lavoro, lungo le strade che circondano questo quartiere. Ragazze giovanissime, poco più che bambine, vestite come qualsiasi loro coetanea. Dopo un breve periodo di assenza, sono tornate. Ogni volta che le vedo, mi sale la rabbia. Mi domando perché loro sono sulla strada, e le loro coetanee italiane a scuola. Mi chiedo perché non si possa fare niente per aiutarle, perché il loro dramma debba consumarsi nell’indifferenza generalizzata. Tutto ciò cui hanno diritto è al massimo lo sdegno dei benpensanti, che si lamentano per il decoro delle strade. Mi viene allora da pensare che a questo mondo, nel mondo che ci siamo costruiti, ci sono le persone, e poi ci sono gli altri, poco più che oggetti, che non hanno diritto a niente, neppure alla nostra pietà. La stessa cosa che ho pensato leggendo questo.
Saidou Gadiaga è morto un anno fa. Sono successe molte cose quest’anno, certo, e ieri stava per cadere il governo per la milionesima volta, e l’alluvione, e tutte le altre notizie che hanno distratto l’opinione pubblica. Eppure non riesco a capacitarmi dell’indifferenza generalizzata che ha accolto il video della morte di Sadiou. Quando finiamo in carcere, lo stato diventa responsabile dell’integrità dei nostri corpi. In Italia non esiste né la pena di morte né la tortura, dunque lo stato deve curare l’integrità psichica e fisica dei detenuti, indipendentemente dal reato per il quale sono stati condannati, o semplicemente fermati, come Saidou. E invece non lo fa. Non l’ha fatto con Cucchi, non l’ha fatto con Aldrovandi, non l’ha fatto con Saidou. E la gente sembra avere difficoltà a empatizzare con queste vittime. Perché, diciamocelo, per noi esistono gli uomini, e poi tutti gli altri. Quando finisci in carcere varchi un confine, invisibile ma ben più solido delle sbarre che ti separano dal mondo. Per la gente smetti di essere una persona, e ingrossi le fila di quelli che possono anche morire, possono anche essere torturati. I detenuti, le prostitute, tutti quelli che per una ragione o per l’altra sono fuori dal sistema sono scorie, e come tali vanno trattati. Il corpo sociale deve espellerli per affermare se stesso, per marcare la distanza tra noi e loro. Senza capire che basta un niente per superare il confine, e diventare come loro.
Uno stato che permette quel che è successo a Saidou non può definirsi né libero né democratico. Uno stato che archivia e non fa luce su una morte del genere, insensata, inumana, assurda, dimostra per l’ennesima volta che i porci sono più uguali degli altri animali, è che l’unica sia pregare di non finire mai dall’altra parte dello steccato, tra i perdenti.
Io voglio un’Italia in cui cose del genere non si debbano più vedere, un’Italia in cui abusi del genere non siano mai tollerati, un’Italia a cui freghi qualcosa di Sadiou, di Federico, di Stefano, e di tutte quelle ragazze senza nome il cui sguardo incrocio un attimo soltanto, mentre sono presa dai miei affari di donna nata dal lato giusto del confine.

P.S.
Vi segnalo questa mia intervista. Mi spiace mescolare così sacro e profano, ma sentivo di dover scrivere quello che ho scritto sopra, e di doverlo fare oggi. Del resto, il titolo originario di questo blog era “Fra Cielo e Terra”.

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De stupro

Confesso di non essermi interessata più di tanto alla storia di Strauss-Kahn. Non mi stupisce che un potente si senta in diritto di abusare di una donna; è nella natura stessa del potere prevaricare, stuprare, figurativamente, certo, ma spesso anche fisicamente, concretamente.
Poi però oggi ho letto due cose. Questa e questa. Sulla lunga scia dei commenti, ho visto anche questo.
Ora, io non sono a prescindere contro il garantismo, anzi. Quel che non capisco è perché il garantismo venga fuori solo quando si parla di potenti o peggio quando si parla di stupro. Voglio dire, i due rumeni accusati – si seppe poi ingiustamente – di aver aggredito una coppia di giovanissimi al Parco della Caffarella non vennero trattati da presunti innocenti. Le loro foto vennero sbattute in prima pagina, e nessuno stava lì a tessere trenodie sulle loro rughe, sull’impermeabile “borderline” – ma che cazzo significa “impermeabile borderline”, ma le parole hanno ancora un senso o le spariamo a casaccio? – o sulla “spietatezza dell’uguaglianza della legge”. Erano due rumeni, e questo li condannava da sé.
Ben diverso Strauss-Kahn, un uomo potente e rispettato. L’idea che possa effettivamente essere un porco, uno che ritenga di poter disporre della vita altrui come più gli aggrada, non ci sfiora. Ci identifichiamo in lui – o almeno lo fanno gli uomini, visto che i tre commenti che ho indicato sono di tre maschi – e allora via con la tristezza per le manette, via con i “ma magari e innocente”, per terminare con l’immancabile “e comunque lei se l’è cercata”. Già. Lei. Chi è lei? Una cameriera, come sembra compiacersi a dire Travaglio. E, anche qui, il nome con cui la si indica dice tutto. Una il cui lavoro è servire, e dunque la subordinazione, il piegarsi e tacere, fa parte della sua essenza. Per tutti è solo questo. La cameriera. Di colore, per giunta. Un essere agito. Un particolare sullo sfondo nel quadro che vede al centro il potente. Strauss-Kahn in manette, Strauss-Kahn che sorride alla famiglia. Lei è un accidente.
L’ho già detto altre volte, lo stupro mette sempre a nudo le viscere dell’opinione pubblica. Sebbene da qualche anno sia finalmente reato verso la persona, e non verso la morale, sembra che per molti sia rimasto un insulto alla pubblica decenza. Torniamo al caso della Caffarella, o a quello della signora Reggiani. Anche lì ebbi l’impressione che la gente non fosse indignata perché una persona era stata violata nella sua intimità, in quanto di più sacro ciascuno di noi abbia, e poi uccisa; mi sembrava che la gente si arrabbiasse perché qualcuno non appartenente alla nostra comunità – un rumeno, appunto, un altro – aveva osato mettere le mani su qualcosa che appartiene a noi. Vengono qui a violentare le nostre donne, e il pronome dice tutto. Così lo stupro non è più una violenza verso una persona: è un insulto a chi possiede una donna. Va quindi da sé che quando a stuprare è uno dei nostri, per di più potente, le cose cambiano. Lei se l’è cercata, le donne sono tutte puttane, lui ha fatto quel che ha fatto perché lei l’ha provato, perché ha perso la testa, perché è stato incastrato da un complotto.
Illuminante in questo senso è questo pezzo su uno stupro perpetrato da un ragazzo italiano ai danni di una ragazza italiana a capodanno del 2009, qui a Roma. Lui è un “bravo ragazzo”, la famiglia “per bene”, lui è dilaniato dal rimorso e ha fatto quel che ha fatto per un “mix di alcol e stupefacenti”. Lei? Chissenefrega di lei, vuoi mettere col dramma di lui.
Mi direte, ok, ma che c’entra Travaglio? C’entra. Prendere un fatto di cronaca doloroso, che è costato moltissimo ad una donna, per tesserci su un pindarico paragone con le vicende di Berlusconi – che con tutta il disprezzo per il personaggio e le innumerevoli colpe politiche che gli attribuisco, fino a prova contraria praticava sesso consenziente, e non ha mai stuprato nessuno – è pretestuoso e anche poco efficace. Far ridere la gente con le cameriere appoggiate ai piselli dei potenti mi dà fastidio, sì, tanto più se lo sberleffo scavalca a piè pari la carne della vittima, che viene ridotta alla figura comica della “cameriera”, appunto, come in un film scollacciato anni ’70. Anche perché poi il succo del discorso sembra essere “vedete, persino uno stupratore ha la nobiltà d’animo di farsi processare, invece il nostro presidente no”, e questo mi ricorda moltissimo il florilegio di articoli agiografici su san Totò Cuffaro che invece di fare il latitante va in galera.
Sembrano tutte questioni di lana caprina, ma non lo sono. Dicono tantissimo di quali sono i valori della nostra società, di qual è il posto che la donna vi occupa. A voi tirar le somme.

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E voi?

Confesso di aver letto tutte le 600 pagine di documenti sul “caso Ruby”. Una lettura per lunghi tratti noiosa (l’organizzazione ripetitiva delle cene, le ragazze che litigano tra di loro), a volte gustosa, quasi sempre molto, molto triste. Consiglio comunque a tutti di farla; è sempre meglio andare alla fonte dei fatti, per sapere la verità, e questa è una verità che il cittadino italiano deve conoscere. E non perché davvero conti qualcosa sapere cosa fa il premier nei sottoscala delle sue ville, ma perché si configurano dei reati, perché c’è dimostrato nero su bianco che il premier è ricattabile – e ricattato – e soprattutto perché niente come quelle seicento pagine dà un quadro così netto e desolante dei mali della nostra società, quelli che ci hanno portato al punto in cui siamo ora.
Innanzitutto, oggi mia madre coglie la seguente discussione tra nonnetti al parco:
“Io so’ vecchio, ma a me ancora me piaciono ‘e donne. Mica ho messo via er bastone”
Risata generale. Poi un altro.
“Eh, ma me pare che pure er premier nostro se diverte co’ ‘e donne…”.
Questo già spiega che il problema non è più tanto Berlusconi, quanto il sistema pervasivo che in venti anni s’è infilato come un cancro in ogni aspetto della società, e ci ha cambiato la testa. Quale sistema? Quello che, dicevo, emerge dalle carte.
Quel che colpisce, soprattutto dalle 200 pagine uscite per ultime, è che nessuna delle ragazze che frequentavano Arcore si ritiene effettivamente una prostituta. La Minetti lo dice chiaramente quando parla di se stessa e dell’accusa di favoreggiamento della prostituzione. E, intendiamoci, le ragazze parlano di continuo di soldi da ricevere, di “benzina” che non c’è più, di “rose” regalate alla fine delle serate. Quindi tutte sono consapevoli di essere ricambiate in denaro per la loro “bella presenza”. Ma non ritengono che si tratti di prostituzione. È semplicemente un’occasione che la vita ha messo loro davanti, la possibilità di guadagnare tanti soldi senza fare troppa fatica. Per loro è persino normale che un uomo le ricompensi facendole eleggere al consiglio regionale, o mettendole in parlamento. Ancora, è un’occasione, come ottenere un contratto a tempo determinato da qualche parte, o ricevere un’offerta di lavoro dall’estero.
I genitori non sono assenti, anzi, partecipano del gioco. Davanti ad un intero capitolo di Mignottocrazia di Guzzanti dedicato alla Minetti, pare che il padre di quest’ultima abbia detto : “Va bene tutto, però finire su un libro dentro le librerie non è il massimo”. Va bene tutto. Tranne che si scopra come funziona il gioco, che la gente sappia. Genitori, fratelli e sorelle sanno: e approvano, anzi ritengono di aver diritto anche loro ad una parte del bottino. La figlia si sacrifica per il bene di tutti; “lui ci sta costruendo un futuro”, dice una.
Questo modo di pensare, a ben vedere, non è nuovo. Da secoli è connaturato alla nostra natura di italiani, ed è la radice di molti mali, non ultima la criminalità organizzata. Quell’idea per cui per qualsiasi cosa tu abbia bisogno di un patrono. Tu, di tuo, non hai diritto a nulla, se non sei potente. Ci sono quelli che sanno prendersi quel che vogliono, e che accedono al potere, e tutti gli altri, la vasta maggioranza, che per avere qualcosa aspettano la generosa elargizione del patriarca. E questo vale tanto per il superfluo quanto per quelle cose alle quali avresti diritto. La dialettica sociale si riduce ad un gioco di rapina: chi arriva per primo arraffa, gli altri possono solo sperare di fare i clienti, e capitalizzare quel che posseggono. Se hai solo un corpo, userai quello. E non c’è nulla di scandaloso che la cosa pubblica – che per definizione appartiene a tutti – venga cooptata dal singolo. Se uno è potente fa bene a piazzare le proprie amanti in parlamento. Perché non dovrebbe? E se sei giovane e bella, perché non dovresti usare il tuo corpo, l’unica cosa che hai, per andare avanti?
È la mentalità mafiosa. Tu fai un favore a me, io ne faccio uno a te. Non funziona così dappertutto? Non c’è bisogno della raccomandazione per fare una TAC scavalcando la fila, anche se magari di quella TAC hai davvero bisogno, è davvero necessario che tu la faccia il prima possibile? Non è un benefattore quello che ti fa ottenere il favore in cambio di un voto?
La radice di questi comportamenti è la stessa. Un unico filo rosso collega il tizio che chiede un favore per un esame medico e le ragazze di Arcore. La stessa mentalità medievale: il signore del borgo è padrone di ogni cosa in cielo e in terra, e se ne vuoi devi adattarti. “Tanto fanno tutti così”. Non è questo che ci ripetono allo sfinimento? Che è normale, che è persino giusto che la donna sia un oggetto, che il sesso si paghi con uno stipendio da parlamentare? Che lo fanno tutti, e che se non lo fai è solo perché non sei bella abbastanza, o perché sei stupida?
Berlusconi è la punta dell’iceberg. È UN problema, ma non IL problema. Il problema è l’humus che l’ha prodotto e che adesso lo tiene in vita, questa mercificazione estrema di ogni cosa, quest’idea che ogni cosa abbia un prezzo, che tutto è in vendita. Che poi, per cosa ci si affanna a fare le tre di notte ad Arcore? Per un posto da valletta in tv, per un vestito Armani da 1500 euro. Dunque per consumare, perché il tempo è tiranno, la bellezza sfiorisce e la giovinezza è l’unica età degna di essere vissuta: e allora brucia tutto e adesso, produci, consuma, crepa, entra nel meccanismo se non vuoi esserne schiacciato.
È il momento che chi non la pensa così, chi ritene che questa filosofia, che ormai informa di sé tutta la nostra società e che non ha creato Berlusconi, ma della quale Berlusconi rappresenta una riuscitissima incarnazione, sia aberrante si faccia sentire. In piazza? In piazza. Sul web ci siamo già, ed è ora di passare dal virtuale al reale. Io il 13 febbraio ci sarò. E voi?

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A grande richiesta (veramente no, ma vabbeh): Astronomica – Betelgeuse e il 2012

Rispolvero la vecchia Astronomica dopo tanto tempo che non lo facevo. È che mi hanno fatto una domanda su Facebook, è ho pensato di divertirmi un po’. La domanda riguardare questo articolo, che mi è stato segnalato. In verità me ne aveva già parlato Giuliano, la cosa mi aveva incuriosita, e allora ho pensato di parlarne.
Allora, sgombriamo subito il campo: non c’è nulla di cui preoccuparsi. L’articolo per altro mischia cose abbastanza vere che castronerie di vario genere, il che complica le cose. Vediamo allora di separare le une dalle altre.
Chi è Betelgeuse
È una gigante rossa, ossia una stella nelle fasi finali della sua vita. Anzi, per la precisione una supergigante rossa. Breve ripasso di evoluzione stellare: una stella è sostanzialmente una palla di idrogeno. Non che ci sia solo quello, ovviamente ci sono anche altri elementi, ma l’idrogeno è preponderante. Una stella non è solo una palla d’idrogeno: è anche una gigantesca fucina. Le condizioni di estrema densità, e dunque di elevata temperatura, in cui si trova la materia fa sì che gli atomi di idrogeno si fondano insieme per formare elio. Una stella fa questo per la maggior parte della sua vita: trasformare idrogeno in elio. Solo che, come per le macchine, ad un certo punto la benzina finisce, ossia l’idrogeno da trasformare in elio termina. A questo punto partono altre reazioni; prima che l’idrogeno finisca, la reazione di combustione di idrogeno si sposta dal nucleo della stella ad un sottile guscio attorno ad esso, poi si passa al bruciamento dell’elio in carbonio, e poi via così. Man mano che il carburante si esaurisce, pian piano i prodotti della combustione precedente diventano carburante per la produzione di elementi più pesanti. Il gioco si arresta al ferro; l’energia necessaria per bruciare il ferro non può essere prodotte in una stella “normale”. Insomma, una supergigante è una stella che sta bruciando elementi più pesanti dell’idrogeno.
Dov’è Betelgeuse?
Nella costellazione di Orione, non nella nebulosa. O meglio, Betelgeuse si trova all’interno di un’ampia nube, per lo più non visibile nell’ottico, di cui la nebulosa di Orione propriamente detta – questa, per capirci – è solo una parte. Per inciso, la nebulosa di Orione è una zona di formazione stellare, ossia dove nascono le stelle. Perché si è ingenerato l’equivoco? Perché sia Betelgeuse che la nebulosa si trovano nella stessa costellazione, quella appunto di Orione. Cos’è una costellazione? È un gruppo di stelle che in cielo appaiono vicine. Gli antichi si divertivano a raggruppare le stelle in modo che formassero figure. Le stelle di una costellazione, però, non sono fisicamente vicine. Ci appaiono tali perché il cielo notturno ci sembra una specie di foglio, sul quale sono disegnati puntini luminosi. Non riusciamo ad apprezzarne la profondità, perché non abbiamo punti di riferimento per riuscire a stabilire così, a occhio, quali oggetti siano lontani e quali vicini. Ci sembra tutto piatto. In verità la nebulosa di Orione dista da noi 1270 anni luce, Betelgeuse sui 600 anni luce. Nel cielo, però, ci appaiono vicine.
Ma Betelgeuse sta per diventare una supernova?
Sì e no. Data la sua massa, è una stella che terminerà la sua vita come supernova. Ma cos’è una supernova? Dunque, una stella “normale” si regge su un delicato equilibrio: da una parte, la gravità tenderebbe a farla collassare, cioè a concentrare tutta la materia verso il centro, dall’altra l’energia prodotta dalle reazioni termonucleari tendono a farla espandere. Le due forze si equilibrano, e la stella rimane della sua bella forma più o meno tonda che tutti conosciamo. Però abbiamo visto che le reazioni possono procedere solo fino ad un certo punto. Nelle stelle più piccole, con poca massa, si arrestano a volte addirittura quando finisce l’idrogeno da bruciare. In quel caso, la stella non esplode, ma diventa una nana bianca. Nelle stelle più grandi, come abbiamo visto, si può arrivare al massimo alla produzione del ferro. A quel punto, le reazioni si fermano, la massa è tanta, e dunque la gravità molto forte. Accade allora che questa forza, non più contrastata da altro, fa collassare la stella. Il nucleo “crolla” su se stesso, si comprime in modo incredibile, e i suoi strati esterni “rimbalzano” verso la superficie della stella in una esplosione tremenda. Questa è appunto un’esplosione di supernova. Si tratta di uno dei fenomeni più violenti che si possano osservare nell’universo, che a volte rendono la stella più brillante della galassia stessa in cui si trova. Questo destino, comunque, riguarda solo stelle di grande massa. Il sole, per dire, non finirà così, ma diventerà una nana bianca. Betelgeuse, invece, esploderà come supernova.
Ma allora è vero, moriremo tutti!
No. I modelli per spiegare le supernovae non permettono di predire con esattezza quando la stella esploderà. È che, contrariamente a quel che spesso si pensa, noi siamo ben lontani dall’aver capito tutto del funzionamento dell’universo e degli oggetti che lo popolano. Così come si sa più o meno cosa causa un terremoto, ma non lo si può predire, si sa che Betelgeuse prima o poi diventerà una supernova, ma non si sa esattamente quando. Per altro Betelgeuse, come tutte le giganti rosse, effettivamente perde massa, ma questo non significa che sta per esplodere. Piuttosto, Beltegeuse mostra una certa variabilità, ossia la sua luminosità cambia nel tempo e con una certa regolarità. Questo sembra essere tipico di una stella prossima alla fine della sua vita, almeno secondo alcuni modelli.
Ora, l’esplosione potrebbe avvenire tra qualche migliaio di anni, o tra qualche milione, o forse – ma questo sembra meno probabile – è già avvenuta. Ricordiamo che Betelgeuse dista 600 anni luce, ossia la luce che vediamo ora è partita da Betelgeuse 600 anni fa. Se Betelgeuse esplodesse, poniamo, ora, noi vedremmo la luce della sua esplosione solo tra 600 anni. Comunque, tornando a noi, non c’è alcuna ragione scientifica per dire che “è probabile” che Betelgeuse esploderà nel 2012. Anzi, è più probabile che non vedremo Betelgeuse esplodere per ancora qualche centinaio di anni.
Ok, ma i neutrini?
I neutrini sono in assoluto le particelle più citate quando si devono sparare castronerie. Erano al centro di 2012, guarda un po’, e forse per questo vengono tirate in ballo. Allora, i neutrini sono particelle che hanno interazioni debolissime con la materia. Mentre leggete, miliardi di neutrini vi stanno attraversando da capo a piede. Ve ne state accorgendo? Io sono sicura di no. Per cui, non c’è nulla da temere dai neutrini, che per altro men che meno sono in grado di “rifocillare” alcunché. In effetti i neutrini vengono prodotti durante le esplosioni di supernova, ma insieme a tanta altra roba, tra cui gli elementi più pesanti del ferro. La cosa più pericolosa che viene prodotta durante l’esplosione di una supernova possono essere, in alcuni casi, i raggi gamma, che hanno effetti devastanti sulla vita.
Ah, ma quindi moriremo tutti lo stesso!
Qui il discorso si fa, se possibile, ancora più complesso. C’è chi dice che l’esplosione potrebbe essere pericolosa per la vita, altri dicono di no. I modelli più recenti sembrano predire che non accadrà nulla. Infatti in questo tipo di esplosioni l’emissione di raggi gamma è “collimata”. È come avere una torcia; se non ti trovi lungo la direzione del raggio di luce, non vieni illuminato. Nel caso di Betelgeuse il raggio che ne deriverebbe non dovrebbe essere diretto verso la terra. Ok, qualche anno fa parlai di Betelgeuse in termini meno rassicuranti, ma la scienza si evolve, e nel frattempo altri studi hanno provato che le probabilità sono in nostra favore: Betelgeuse non sembra pericolosa.
Va bene, ma la storia dei due soli?
Sembra che effettivamente la sua luminosità permetterà di vederla anche di giorno, non però luminosa come un altro sole, non esageriamo.
Non è per altro la prima volta che succede. Accadde già nel 1054, quando astronomi arabi e cinesi registrarono l’apparizione di una stella così luminosa che era visibile di giorno a occhio nudo. Era luminosa più o meno come Venere. Proprio l’esplosione di quella supernova diede origine alla nebulosa del granchio, che oggi ci appare più o meno così

Insomma, in sintesi estrema: nel 2012 Betelgeuse non esploderà. In futuro probabilmente sì, ma a quanto pare ci godremo solo uno spettacolo insolito.

P.S.
Da oggi è disponibile sull’app store l’applicazione per iPad del libro delle Creature. Scaricate, scaricate, scaricate.

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Fahrenheit 451

Oggi volevo fare ancora un po’ di critica, nel senso che l’idea era quella di postare un commento a Misfits, miniserie inglese su un gruppo di teppistelli che d’improvviso acquista i superpoteri.
Ieri sera, però, Giuliano mi ha segnalato il seguente post. Ora, la questione Battisti c’entra di striscio, e non l’affronterò. Una volta mi misi di buzzo buono a seguire il dossier di Carmilla sul caso, ma sono annegata ben presto senza riuscire a farmi un’idea precisa. Qui il problema è un altro: è che qualcuno rimpiange l‘indice dei libri proibiti. Si tratta di censura.
In un paese libro ognuno ha diritto a esprimere la sua, finché le idee espresse non sono contrarie alla legge, e vivaddio quasi nessuna opinione lo è, visto che di reato d’opinione in Italia c’è rimasta giusto l’apologia di fascismo, che comunque non viene mai punita (neppure in casi eclatanti). Non si ritirano dalle biblioteche pubbliche i libri perché le opinioni degli scrittori non ci piacciono, perché di questo si tratta: di quaranta e passa autori la cui opinione non è allineata a quella governativa. E badate bene che quell’opinione la si può condividere o meno, non ha importanza: è il principio che conta. Nelle librerie del Veneto può entrarci – e giustamente! – il Mein Kampf, ma non Q dei Wu Ming. Senza contare i mezzi rozzamente ricattatori con cui si vuole mettere in atto la cosa: ogni libreria fa per sé, certo, ma se non fa come diciamo noi se ne deve “prendere la responsabilità”. Cioè, immagino, no soldi, no finanziamenti. Fantastico.
La cosa migliore è il silenzio assoluto sotto il quale sta passando la cosa. Per trovare la notizia originale mi sono dovuta votare a Leggo, giornale gratuito distribuito sulla metro, noto più che altro per le tette e i culi che in genere mette in copertina. Siamo un pelo sopra il giornale di gossip, insomma.
Il problema è che ci siamo assuefatti, e ormai bolliamo certe cose come pure provocazioni da parte dei “soliti”. No. Non funziona così. Ci stanno mitridatizzando al fascismo. A piccole dosi ce lo stanno infilando ovunque, ci stanno insegnando a non protestare. Non voglio dire che il Pres. del Cons. indagato per sfruttamento della prostituzione sia meno importante di questo, ma tra una escort e l’altra i giornali dovrebbero trovare spazio anche per questo. E spiegarci perché è una cosa grave, visto che è evidente che gli italiani non sono più in grado di decifrare eventi del genere.

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Dottorandi

Oggi su Repubblica si parla di me. O meglio, di noi. Dei dottorandi. L’articolo è questo.
La mia condizione di dottoranda è ben descritta dalle prime righe. A volte mi sento proprio come poco dopo la laurea, in quella zona grigia in cui non puoi essere definito: non sei un ricercatore, ma non sei neppure uno studente in senso stretto. Sei qualcosa d’altro, nel mezzo. Ma mi piace. Non posso dire che mi sia pentita di aver fatto il concorso, affatto. Voglio ancora fare l’astrofisico, e lo sto facendo, anche se per lo stato sono uno studente. Il lavoro mi piace, e per due anni della mia vita, con uno ancora davanti a me, ho saputo e saprò cosa fare. Chi te li dà tre anni con un posto di lavoro, oggi?
Ma questo appartiene all’introspezione, all’esperienza personale. Quello su cui voglio soffermarmi invece è la condizione generale del dottorando medio. Che tutto sommato è grato, perché, appunto, per tre anni sa cosa fare della sua vita, ha un contratto e lavora, riuscendo a guadagnarsi un titolo assolutamente indispensabile se si vuole andare avanti con la ricerca.
E allora? I problemi sono due. Innanzitutto la paga, che, come avete letto, si aggira sui mille euro. Per la metà dei dottorandi. L’altra metà in teoria non prende niente. In pratica, se i tempi non sono troppo grami, il tuo professore si ingegna per trovarti qualcosa, tipicamente un assegno di ricerca che ha uno stipendio suppergiù pari alla borsa di dottorato, in qualche fortunato caso superiore. Il problema è che i tempi sono grami, e spesso l’assegno di ricerca vale per un anno, a volte sei mesi. E poi? E poi il tuo professore deve cercare altri fondi, e può capitare che non ne trovi subito, e allora finisci scoperto per qualche mese.
È vero, molti dottorandi – io per prima – vincono il dottorato nell’università in cui si sono laureati. Nel mio gruppo di ricerca, però, io sono l’unica dottoranda romana che ha studiato a Tor Vergata. Gli altri tre ragazzi sono tutti fuori sede. È evidente che allora diventa un problema se per uno, due, tre mesi non hai stipendio. Ci sono i genitori, ok, ma non sempre. E comunque si accede al dottorato tipicamente dopo i venticinque anni, quando uno in linea di massima sarebbe ben lieto di farsi una vita propria. E con mille euro al mese per tre anni, se ti va bene, o contratti da un anno a botta non è che sia facilissimo.
Ma il vero problema è il dopo. Dopo che fai? I concorsi per ricercatore. Che sono rari come l’acqua nel deserto. E quando arrivano, sono inaccessibili alla maggior parte dei nuovi dottori. Perché? Perché essendoci un concorso ogni morte di papa, i precari si accumulano. Esiste gente che ha quarant’anni ed è ancora precaria, e ovviamente ha montagne di titoli. Queste persone – giustamente – vincono i concorsi in virtù dell’esperienze e dei curricula che si sono costruiti in anni di precarietà. Il risultato? Aspettare anche dieci anni per avere un contratto a tempo indeterminato a volte è la regola. Intanto ti arrangi con gli assegni di ricerca, i co.co.co., se sei molto fortunato con un tempo determinato, anche quelli rarissimi.
All’estero, invece, i soldi circolano anche nei momenti di crisi. Nella maggior parte degli stati civili, è anzi durante i periodi di crisi che si investe nella ricerca, che è il motore trainante dell’industria. Per cui, ti accolgono a braccia aperte, con contratti a tempo determinato, post-doc e paghe ben più che dignitose (anche tremila euro). È ovvio che chi non ha famiglie e altre cose che lo blocchino in Italia, se può se ne va.
Ed è qui che volevo arrivare. Un dottorando alla società costa. Le tasse se ne vanno anche nella formazione di studenti e dottorandi. Un sacco di soldi che servono a formare i ricercatori di domani. E quando arriva il momento in cui ciascuno di noi potrebbe ripagare il debito, iniziando a produrre scienza vera, lo stato ci abbandona a noi stessi. Ci dice che dopo quattro anni di laurea e tre di dottorato, non serviamo più. Siamo parassiti inutili perché “non si mangiano panini con dentro Dante”, parole di Tremonti, e mi sento sporca al solo citarle. E quindi molti ragazzi se ne vanno all’estero, a vendere lì le capacità acquisite in Italia, o smettono di fare ricerca, riciclandosi nell’industria se va bene, nel call center se va molto male.
È questa la ragione per cui i problemi dei giovani ricercatori non sono solo fatti della nostra generazione, questioni che riguardano solo noi sfigati dottorandi. Sono soldi che la società tutta dà via a fondo perduto. È uno spreco di risorse che in pochi capiscono.
Sapete con chi ho parlato di questi argomenti l’ultima volta? Con un tassista che mi stava portando a casa da un’intervista. Esatto. Un tassista. Che era stato costretto a cambiare lavoro dal mercato, e che prima faceva – indovinate – il ricercatore in ambito sanitario. E il cerchio si chiude.

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RIP

Avevo intenzione di fare un post meramente informativo, oggi. Ho due miliardi di cose per la testa, tante cose da fare, e un po’ di stanchezza. Poi ho aperto Repubblica, e ho letto questa notizia.
Tra le tante cose che i libri mi hanno permesso ci sono incontri che non credo avrei mai fatto altrimenti. Dino De Laurentiis non l’ho mai incontrato di persona, ma per un certo periodo, per motivi lunghi e tortuosi da spiegare, ci siamo sentiti spesso per telefono.
Era una persona gentilissima, e un vulcano di idee. Aveva in ballo mille progetti, mi era sembrato un entusiasta. Soprattutto, era uno vivo. Aveva novant’anni, ma la cosa sembrava per lui un mero accidente, una tappa obbligata del percorso che non aveva cambiato una virgola il suo modo di fare.
Mi colpì una volta, quando mi disse che il cinema doveva essere meraviglia, un modo di vedere che, da scrittrice del genere, sposo, almeno in parte, ma che mi parve strano per un italiano. In fin dei conti, siamo ancora schiavi di certe rozze categorizzazioni, soprattutto al cinema. Ho scoperto che lo disse anche lui, anni fa, quando gli conferirono il Leone d’Oro alla carriera: “Il problema dei registi italiani è che vogliono fare i film con un occhio alla critica. Noi però siamo show-man e dobbiamo fare film solo per il pubblico. Ora voglio dimostrare al cinema italiano che ci sono grandi storie da raccontare. Ho voglia di tornare in Italia a lavorare per fare dei film che riescano ad uscire dall’Italia”.
Non posso dire che lo conoscessi. Il nostro è stato un incrocio fugace, ma che in qualche modo ha lasciato un segno. Abbiamo perso qualcosa, oggi: un pezzo straordinario di storia del cinema, italiano e internazionale, sicuramente, ma forse anche qualcos’altro. E, inaspettatamente, questo qualcosa ha lasciato un piccolo vuoto in me.

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Sconcezze – Integrazione e assimilazione

Non credo qualcuno si stupisca ancora per qualche scandalo sessuale legato al premier. Ormai per un italiano è pacifico: Churchill fumava il sigaro, Hitler dipingeva quadri di dubbio gusto, Berlusconi fa i festini con le minorenni.
Ok, il caso Ruby ha una serie di corollari gravi che prescindono i costumi sessuali del pres. del cons.: tipo che scopriamo che Berlusconi “aiuta chi è in difficoltà” (a patto che abbia almeno una bella quarta di reggiseno, aggiungo io) evitando il carcere ad una minorenne, per altro spacciandola per chi non è. Mah. Senza contare che ci si può interrogare sulla morale di uno che se ne approfitta di un’adolescente dal percorso esistenziale quanto meno travagliato.
Ma più che altro ci siamo rotti. Cioè, proprio non ne possiamo più. Soprattutto della continua barzelletta che questo governo è diventato. E prima il papi, adesso il bonga bonga. Mezza Italia se la ride, e suppongo lo faccia anche l’intera Europa. Ma la situazione è tragica, altro che, in un paese dove ormai tutto è ridotto al ridicolo, allo sberleffo da caserma. Per cui, Berlusco’, facci un favore: non ce ne frega niente di quel che fai nel privato, ma abbi la decenza almeno di non farcelo sapere, va bene? Risparmiaci i dettagli sulla tua squallida vita privata, non siamo interessati.

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Secondo la Merkel, il multisultiralismo “ha fallito. La Germania non ha manodopera qualificata e non può fare a meno degli immigrati, ma questi si devono integrare e devono adottare la cultura e i valori tedeschi”.
Se ha fallito da loro, vorrei sapere da noi cos’è successo, dove il multiculturalismo non abbiamo manco mai provato ad adottarlo. Comunque. La Merkel ha letto questo sondaggio, ed è corsa ai ripari con un po’ di populismo buono per tutte le stagioni. Ma non mi interessa tanto la parte sul multiculturalismo, quanto quella successiva della dichiarazione. Ossia che gli stranieri si devono integrare, e fin qui, ma che poi devono adottare la cultura e i valori tedeschi. No. Questo, francamente, no. L’unica cosa che uno straniero deve fare quando è ospite di un paese diverso dal suo è obbedire alle sue leggi. Punto. Poi può continuare a mangiare kebab e pizza napoletana, mettersi l’hijab o il turbante dei sik, pregare Allah o Ganesh. Basta che rispetti la legge.
È la sottile differenza tra integrazione e assimilazione. Integrarsi vuol dire non sentirsi davvero stranieri: vuol dire trovarsi a proprio agio in un paese, essere connesso al tessuto sociale e lavorativo, in sintesi essere parte integrante di una società che ti accetta, ti rispetta e non ti giudica per l’abbigliamento, la fede o altro. È un processo a due binari: tu ti sforzi di rispettare usi e costumi del paese in cui sei ospite, quelli che ti ospitano si impegnano a rispettare i tuoi. È uno scambio reciproco.
Chiedere di adeguarsi ai valori e alla cultura tedesca vuol dire chiedere l’assimilazione, vuol dire chiedere di rinunciare alle proprie radici, che così a fondo determinano la nostra identità. Se mai andassi a vivere a Monaco non vorrei proprio rinunciare ad essere italiana, a parlare la mia lingua tra le mura domestiche, per dire, o cucinarmi la parmigiana. E il fatto che io coltivi la mia lingua madre non significa che non sono integrata.
Ma, diciamocela tutta, il problema sono i musulmani. Sono i loro usi e costumi, che nella nostra ignoranza riduciamo al disprezzo della donna e al fondamentalismo religioso, che ci danno fastidio. Ma la donna viene tutelata dalla legge tedesca, e dunque un musulmano che non rispetti la moglie, al pari di un tedesco che non lo fa, e non dubito che ce ne siano a palate, deve risponderne davanti alla legge. Ripeto, è solo questione di rispettare, e far rispettare, la legge. Stop.
Tra l’altro, anche da noi l’assimilazione va molto più di moda dell’integrazione. Avete mai conosciuto il proprietario di qualche ristorante cinese che si chiama Marco, o Paola? Ovviamente non si chiamano così. Ma si cambiano il nome. Così per gli italiani è più facile. Come sei io andassi a vivere in Germania e la gente iniziasse a chiamarmi Felicitas. Ma perché? Voglio dire, ma vi pare poco dover rinunciare al proprio nome per fare meno paura? Il mio nome è quel che sono, anche se non lo amo. Volente o nolente, fa parte della mia identità. E non ci voglio rinunciare, né mi piace che qualcuno ci debba rinunciare perché io ho problemi di pronuncia. Preferisco di gran lunga imparare a pronunciare un nome che alle mie orecchie suona diverso. Non è questo, il multiculturalismo?

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Senza speranza

Oggi il tema della puntata di Io, Chiara e l’Oscuro, una delle trasmissioni di Radio2 che più mi piacciono e che ascolto spesso, era Roma. Perché Roma non piace più agli italiani, ma Roma è veramente meglio o peggio di altre città, cose così.
È buffo che proprio oggi sia emersa questa storia a dir poco agghiacciante della ragazza aggredita ad Anagnina, un posto che sta dietro la scrivania in cui siedo adesso, e che ho bazzicato fin dall’adolescenza.
E proprio stamattina pensavo che Roma forse è stata così amata, e ormai è così odiata, perché è la summa dell’italianità. Tutto quello che un tempo avete amato di questa città, e che ora odiate, è solo il riflesso di ciò che eravate e ora non siete più. L’arte di arrangiarsi, il farsi i fatti propri spesso a discapito degli altri, l’orgoglio per un passato glorioso…non sono cose romane. Sono cose italiane.
Ieri in tv passava Il Medico della Mutua. Un film straordinario, per quanto mi riguarda. Sordi è stato – a ragione – considerato l’emblema della romanità. Un po’ come Totò quello della napoletanità. Ma se i personaggi di Totò sono spesso dolenti, bravi guaglioni presi a mazzate dalla vita, che anche quando delinquono lo fanno con cuore e una specie di onestà di fondo, i personaggi di Sordi sono spesso sordidi, cattivi, meschini. Come il dottor Terzilli, pronto a tutto pur di avere successo. Sordi non ha alcuna indulgenza nei confronti dei suoi personaggi, Sordi nel ’68 ci mostrava quel che siamo sempre stati, e che ora siamo diventati con estrema chiarezza.
Roma è lo specchio di quest’Italia, e per questo quando la guardi ti fa orrore. La metropoli disumanizzante, in cui si vive aggrappati con le mani e coi denti al proprio giardino, ergendogli mura altissime intorno, perché l’altro non è né risorsa né specchio: è solo un nemico. Un posto dove non si pratica più l’accoglienza, in cui il motto è “fatti i cazzi tuoi”. Come la vecchia che scavalca il corpo della ragazza che giace ad Anagnina. Ci poteva essere uno qualsiasi di noi, là per terra. Siamo entità separate che si muovono sperdute in un contesto che le spaventa, tra periferie disumane in cui tutto sembra essere un elogio al brutto: dalle palazzine tutte identiche, barricate nella loro singolarità, ai prati spelacchiati deserti dopo una certa ora, alle mura coperte di scritte inneggianti all’odio (withe power, trans raus, shoa must go on). E intorno a noi non c’è nessuno che ci chiami all’aggregazione, ma tutti che ci invitano invece a separarci, ad avere ancora più paura, dai tg pieni solo di cronaca nera, da seguire morbosamente, come nel caso Scazzi – vera e propria pornografia del dolore e della violenza – o su cui esercitarsi in finta indignazione, come quanto accaduto ad Anagnina venerdì. Tutti col senno di poi a dire che si sarebbero fermati. Chi lo sa. Davvero? E quante volte abbiamo girato la testa di fronte al barbone che dorme alla stazione Termini? Alla prostituta ragazzina aggredita dal cliente? E poi i politici, che sfruttano la nostra paura, la aizzano, perché la prima cosa è creare un nemico, additarcelo. Gli extracomunitari, gli islamici, i cinesi, i rumeni, gli uomini. Tutti.
Siamo tutti così? No, certo. Due anni fa una ragazza venne investita sotto i nostri occhi da un motorino. Si fece subito il capannello, aspettammo con lei i soccorsi, e, a parte un intelligentone che la acchiappò per le braccia per spostarla da terra e togliere l’ingombro dal traffico, tutti furono collaborativi e gentili. Ma alla fine, alla sera, tutti chiudiamo la porta a due mandate, e lasciamo il mondo fuori. Io stesso non saprei neppure descrivere la faccia dei miei vicini di pianerottolo.
E si va avanti così, in un paese che non sa più sperare. Perché questo è il vero morbo che sta portando l’Italia verso l’abisso: l’incapacità generalizzata di pensare un domani diverso.

P.S.
Per chi fosse interessato, sul sito di Radio2 Social Club c’è il podcast della puntata di sabato.

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