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Due cose che mi sono piaciute

Scopro subito le carte. Ho iniziato a vedere Squadra Antimafia 3 perché Sandrone ne è l’editor. E quando ho visto la prima puntata, era roba come tre o quattro anni che non vedevo fiction italiana. Avevo persino abbandonato Montalbano, un po’ perché i libri mi piacciono sempre meno, un po’ perché…no, non lo so. Forse m’ero solo stufata.
Alla prima puntata, mi sono subito esaltata per Rosy Abate. Tutta la storia di come ritorna in Italia m’aveva veramente galvanizzata: voglio dire, troppo figa. Alla seconda puntata ho apprezzato i riferimenti precisi e puntuali alla realtà: innanzitutto il tema dello smaltimento illegale dei rifiuti tossici, che come sapete mi è molto caro, poi l’accenno l’eutanasia. Alla terza, ci stavo già dentro.
Lo posso dire? Lo dico. Mi sono veramente appassionata. Perché è un prodotto fatto veramente bene: ha tutto quel che deve avere una buona serie televisiva, la trama appassionante, l’azione, i bei personaggi, e, ripeto, la guardi e impari anche qualcosa. Cosa vuoi di più? Ah, e poi è una storia di donne, e che donne. A tirare le fila di tutto son sempre loro: LA mafiosa, LA poliziotta, persino il politico corrotto, con tanto di toy boy, è una donna.
Ho atteso l’ultima puntata con trepidazione: stirerà mica le zampe l’Abate? E De Silva? Si salva? E l’enigmatico deputato? Mi ammazzerete mica Leo, che se lo fate, giuro, vi picchio? Io in genere le puntate le guardo in differita: la sera scrivo, per cui me la registro, e me la vedo in pillole le sere successive. Non avete idea dei giramenti quando mi sono accorta che la registrazione mi aveva saltato gli ultimi 60 secondi. Ok, era evidentemente l’epilogo della narrazione, e dunque gli snodi principali di trama erano stati risolti, ma ugualmente io volevo quei dannati, ultimi 60 secondi. E in effetti poi li ho ottenuti, e che cavolo.
Mi spiace in effetti parlarne solo ora, a serie finita, ma ha visto in giro i dvd delle prime due stagioni, che sto pensando di recuperare, e suppongo quindi usciranno più in là anche quelli di questa terza. Io vi consiglio di recuperarli, perché merita. Io intanto aspetto la quarta :P

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Lo devo confessare: non è una buona annata libraria. Non so se sono io che sono diventata più esigente, più scassapalle o cosa, ma quest’anno ho incrociato sulla mia strada parecchi libri che non mi sono piaciuti più di tanto. In genere, su una media di quaranta libri l’anno, quelli che davvero mi deludono saranno un 10%. Ecco, quest’anno su 19 saranno almeno 10 o giù di lì. Stavo quasi pensando di buttarmi sul sicuro, che poi sarebbe I Promessi Sposi – lo so che al 99% degli italiani fa schifo, ma a me piace molto – quando ho preso in mano Un Calcio in Bocca Fa Miracoli, che, come saprete, mi sono procacciata in quel di Torino. Anche qui, ho iniziato a leggere perché Il Ruggito del Coniglio a me è sempre piaciuto un sacco. Ma, vista la sfiga con le letture che sta segnando questo 2011, ero un po’ titubante.
Mi è bastato l’attacco.

Sono un vecchiaccio.
Dovrei dire che sono una persona anziana, come mi hanno insegnato i miei genitori per i quali chiunque, anche un infanticida antropofago, arrivato a una certa età meritava rispetto.
La verità, però, è che sono un vecchiaccio.

Che gli vuoi dire? Non ti puoi che innamorare subito. E infatti.
Non è solo un libro di piacevolissima lettura, divertente e ben scritto. È un libro che ti lascia addosso qualcosa, quella dolce malinconia che in genere segna il passaggio all’età della ragione, quando capisci che non sei immortale, e ad un certo punto la giostra smetterà di girare.
Pur scegliendo un registro tutto sommato leggero, punteggiato di commenti caustici e battute, il libro dice – e bene – cose molto più profonde di tanti altri tomi che si prendono infinitamente più sul serio, e poi sbagliando bersaglio di un chilometro.
E poi per una volta c’è un quadro onesto della vecchiaia: né negazione del tempo che passa, né triste crogiolarsi nel vittimismo da nonno badante munito. Solo tanta, mesta consapevolezza che il meglio è alle spalle, ma che questo non significa affatto che non si possa continuare a dir no, e a essere se stessi fino alla fine.
Io l’ho trovato veramente delizioso. Me lo sono centellinato, questo libro, e adesso che l’ho chiuso, come sempre coi libri che ho amato, lo spingo verso altri lidi, perché le belle cose diventano ancora più belle quando le si condivide in tanti. Per cui, nulla, vi consiglio anche questo. E se non vi fidate di me, buttate un occhio di persona.

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Un eroe contemporaneo

E qui occorrerebbe aprire con questa. Solo che non è che ci azzecchi poi tantissimo col resto, ma ugualmente non potevo esimermi, dato il titolo.
Con colpevole ritardo, ho scoperto Boris. Le prime puntate le vidi su Cielo, ed erano praticamente tutte della seconda stagione. Incuriosita mi presi il cofanetto della prima, me la vidi da sola, e adesso me la son rivista con Giuliano. Inutile dire che ci siamo appassionati al volo. Non ci addormentiamo se non ci spariamo almeno due puntate a sera. È che quel set è una metafora così dannatamente efficace di come vanno le cose in questo paese che uno non può non solidarizzare. Con tutti, per altro, vittime di un meccanismo inesorabile che spinge verso il basso, livellando ogni guizzo di creatività, ammazzando sul nascere ogni ambizione. Ma quello che ci ha fatto davvero innamorare è stato Renè Ferretti. C’è qualcosa di tragico e di grande, in Renè. Perché Renè non è uno che non è capace di far di meglio, non è che Gli Occhi del Cuore 2 sia il massimo che sa fare. La tragedia sta proprio qui: lui è uno bravo, ha fatto cose, continua a farle, a volte, come il famigerato cortometraggio sulla formica. Ha vinto persino premi. Ed è approdato infine a quell’inferno i terra di produttori maneggioni, direttori di rete fantozziani e attori cani. E la passione e la bravura ogni tanto emergono, nella sua capacità di far fronte all’ennesima richiesta assurda di Corinna, all’ennesimo delirio di Stanis, al pugno con cui dirige una cosa che gli fa oggettivamente schifo, piegandosi a tutti i limiti di una professione infame. È uno che le cose brutte le fa di proposito. Perché è quello che gli chiedono, perché i mezzi sono quelli, perché il sistema è così, e non ci puoi fare niente.
Ok, la facilità con cui si piega al compromesso ricorda fin troppo bene quella caratteristica tutta italiana di dire “le cose sono così, non posso fare altro che adeguarmi”. Non glielo ha imposto il medico, di girare Gli Occhi del Cuore. O forse no? Il mutuo da pagare ce l’hanno tutti…Ma la sua tragicità sta proprio nel fatto che nonostante tutto è uno bravo, e lo resterà. E per questo è una specie di eroe. Perché tutte le bastonate del mondo non gli tolgono il talento, che di tanto in tanto sfoga in solitaria. Perché in fin dei conti resta un puro. Fa uno sporco lavoro, ma qualcuno lo deve pur fare, no?
A volte mi sono messa lì a pensare chi sia il “cattivo” nella serie. Perché tutti sono fin troppo consapevoli di star girando monnezza. Duccio la farebbe pure una fotografia migliore, servisse a qualcosa, Lopez passerebbe pure alla fiction di qualità, se la rete decidesse che venderebbe. Sono tutti incastrati in un meccanismo perverso che li costringe a dare il peggio. Ma quando si va a cercare chi quel meccanismo l’ha creato, non si trova. I vertici di rete? Il pubblico che si beve le peggio schifezze? Non si sa. Semplicemente è così, da sempre. E la tragedia è questa.
Non so, a me pare che la metafora sia fin troppo scoperta. Sono anni che chiniamo il capo e facciamo il meno che possiamo convinti che sia così vuole la maggioranza. Non andiamo a votare, che tanto il nostro voto è inutile a fronte di quello degli altri. Ci facciamo raccomandare per non dover aspettare tre mesi per una TAC, perché tanto è così che funziona. Ci rassegniamo ad una televisione inguardabile perché siamo convinti che così piaccia alla maggioranza. Ma chi sono questi altri? Chi è che ha cominciato? Chi è stato il primo che ha imposto il peggio come norma? Ma sarà mica che siamo topi che non solo si sono costruiti la trappola da soli, ma continuano a tenerla ben oliata e funzionante?
Io non lo so se il mondo della fiction è come Boris. L’Italia di sicuro lo è.

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Musica, maestro!

La giornata è iniziata un po’ storta, ma pare si stia lentamente riprendendo. In ogni caso, per darmi (e darci) la carica, vi lascio la mia personale ossessione musicale degli ultimi tempi: i Pound.
Ne avevo già parlato, per chi di voi mi segue da molto. Nel 2009 hanno fatto uscire il loro primo album, che mi ero colpevolmente persa. L’ho recuperato qualche giorno fa e ormai gira in loop sul mio Mac. A me piacciono davvero tanto, soprattutto What I Fear the Most. In fin dei conti mi riguarda.
Enjoy

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Commentiamo il telefilm del giorno: Misfits 02×06

Ok, mi rendo conto che inizio ad essere stucchevole. Due post in due giorni sui telefilm sono troppi. Però non posso farci niente. Per il resto la mia vita è avvitata su lavoro astronomico e lavoro letterario; i dettagli del primo non penso possano interessarvi (il grafico che presenta un’anomalia, il talk da preparare…) e sul secondo sono io che non me la sento di dirvi niente, perché sono in fase di stesura del mio nuovo libro, ambientato in un mondo nuovo di zecca, e voglio mantenere un po’ di suspence. Restano libri e telefilm, ogni tanto un po’ di musica.
Per la verità, non voglio fare un vero commento della sesta puntata della seconda stagione di Misfits. È straordinaria, come le undici che l’hanno preceduta. Ormai adoro Nathan, vorrei un Simon di pelouche da coccolare la sera, mi capita di identificarmi nelle insicurezze di Kelly e vorrei tanto abbracciare e consolare Alisha. No, quel che mi ha colpita sono state alcune scelte narrative. Il diavolo di nasconde nei particolari, ma pure la cura degli stessi fa la differenza tra chi le storie le sa raccontare e chi no.
Per questo, vorrei parlarvi dei primi minuti della puntata. Si possono descrivere l’essenza di un personaggio, la sua storia, le sue ossessioni e il suo destino in tre minuti scarsi muti? Se sei un autore di Misfits, sì. Allego prova video.

Io una cosa così la chiamo in un modo solo: perfezione. Del montaggio, innanzitutto. L’alternarsi delle ripetitive, ossessive scene della colazione, inframmezzate a quelle del lavoro di questo oscuro ragazzino inglese: ci parlano di una vita alienante, tutta tessuta intorno alla ripetizione ossessiva di gesti ormai senza senso. Trenta secondi per dirci chi è il Nostro, e cosa pensa. Poi, stacco su di lei. Il sogno di un riscatto, dell’interruzione del ciclo eterno di una vita senza senso. E qui interviene la musica. Che cambia di colpo, raccontandoci i palpiti del nostro Milk Guy. Poi, stacco sull’evento cardine: la tempesta. E di nuovo la musica, in un crescendo grottesco. E interviene la recitazione. Lo sguardo del nostro protagonista nel momento in cui capisce qual è il suo potere ci dice tutto: sono modifiche minime dell’espressione, un sorriso accennato, una luce nuova negli occhi. E lo spettatore capisce tutto: che il Milk Guy ha smesso con le sue colazioni desolate e solitarie, che non ci saranno più latte e cereali, e che ha chiuso anche col suo lavoro del cazzo, e che la tipa che prima lo ignorava, beh, adesso forse ci sta.
Questi tre minuti, dai quali sento di avere da imparare una caterva gigantesca di cose, dicono tutto di Misfits, un prodotto girato con quattro attori in tre location, costato presumibilmente due lire e mezzo, ma così denso e pieno di idee da far paura. Misfits fa spavento per il grado estremo di consapevolezza, per la padronanza assoluta del mezzo, e per il rifiuto categorico di cedere al compromesso. Per questo piace. Perché osa.
Potrei poi dilungarmi sulle battute di Nathan – che tra l’altro fa la sua porca figura in smoking – oppure sull’immagine geniale di Super Madre Teresa che muore impalata sul premio che le hanno dato per la sua bontà, ma non aggiungerebbe nulla al tutto.
Io vorrei, vorrei davvero essere così brava a raccontare storie. Temo purtroppo non lo sarò mai.

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Finali

Comincio a credere di avere un problema coi finali delle serie. Fino ad oggi, ho portato a termine la visione solo di tre serie televisive: Lost, Dawson’s Creek e Battlestar Galactica. Ebbene sì, con un ritardo di due anni ieri ho visto il finale di Battlestar Galactica. Dall’incipit, avrete capito che non mi ha entusiasmata, esattamente come non mi hanno entusiasmata né il finale di Dawson’s Creek, né, come ben sapete, quello di Lost. Forse mi aspetto troppo dai finali di stagione, non lo so, ma finora l’unico finale che ho apprezzato è stato quello dell’ottava stagione di Scrubs, che non è il finale della serie, visto che ne hanno prodotta una nona.
Anyway. Ho fatto l’una ieri per capire quale fosse il piano dei Cyloni, ed è da quando mi sono svegliata che ci penso. So che alcuni di voi hanno seguito la serie, e mi piacerebbe discuterne un po’. Astenersi chiunque non abbia visto tutte le quattro stagioni, perché ci sono spoiler. Per questi ultimi, è una serie che vi consiglio molto: è tutto sommato breve, intensa, ottimamente scritta e girata, recitata da dio e con una colonna sonora da urlo. Vale la pena, insomma.
Torniamo però al finale. Suppongo che tutti quelli che stiano leggendo queste righe abbia visto tutta la serie. Dunque, a differenza del finale di Lost, quello di Battlestar quanto meno è molto coerente con tutto lo sviluppo della serie. Si parla di Dio dalla puntata uno, Caprica Sei non fa altro che dirci che è tutto un piano di Dio, quindi la sterzata religiosa finale è perfettamente coerente col tutto. In fin dei conti, delle infinite tematiche trattate in quattro stagioni, due sono le preminenti: la contrapposizione tra il credo politeistico umano e quello monoteistico Cylone e il rapporto uomo/dio. In fin dei conti, anche la ribellione di Cavil è esattamente quella della creatura di fronte al suo creatore. Quindi, quanto meno i conti tornano. Tornano anche le sottotrame, chiuse tutte con coerenza. Voglio dire, ce la menano con Hera dalla prima stagione, che si chiudeva proprio sulla culla che la conteneva, quindi piace vedere che il cerchio si chiude. Dà molto quell’impressione à la “sapevamo tutto fin da principio” che in Lost manca completamente, per dire. E probabilmente davvero sapevano tutto da principio, visto che si tratta di una serie che si sviluppa su un arco narrativo tutto sommato breve. Quattro stagioni sono poche, in fin dei conti.
E allora? Allora cosa non torna? A me non torna il tono del doppio episodio finale. Sembra scritto da altri autori. Ma dove sono finiti gli sceneggiatori che ci hanno fatto amare uno stronzo opportunista come Gaius? Gli autori che ci hanno consegnato un episodio così profondo e intenso come Crossroads? Battlestar per quattro stagioni ha saputo mostrarci un quadro desolatamente veritiero dell’umano; rinunciando a qualsiasi tipo di visione consolatoria, ci ha mostrato un’umanità vera e palpitante, continuamente combattuta tra un insopprimibile anelito all’ideale e la continua tentazione della caduta. Ogni episodio è sempre stato denso, pieno di sottotesto, vagamente allusivo a un mondo di significati nascosti. Come ogni singolo episodio precedente è stato ellittico, suggerito, tanto The Plan è quasi fastidioso nello spiattellarti la verità. Dio, che fino a quel momento è un elemento vago, sempre invocato e sempre sfuggente, diventa una presenza terribilmente palpabile. Due elementi dell’episodio chiariscono cosa voglio dire: la distruzione della colonia, che avviene perché la mano di un pilota morto, per caso, pigia un bottone, e la scomparsa di Kara. Ecco. Dio non è più quella fede vaga cui uomini e Cyloni si richiamano. È uno che materialmente fa pigiare un pulsante ad un morto, materialmente resuscita Kara per poi farla sparire. Ma dov’era Dio quando i Cyloni hanno sterminato gli umani? Qual era allora il suo piano? Tutto questo sangue, tutta questa morte solo per dare vita ad Hera, e permettere a noi di venire al mondo? Mi rendo conto che questo è LA domanda, quella che informa l’esistenza di qualsiasi uomo sulla terra. Ma la risposta di Battlestar non mi convince. Questo Dio che improvvisamente agisce e prende forma mi sembra un deus ex-machina. Perché risolve tutti gli snodi di trama. È Dio che distrugge la colonia, è Dio che ha fatto tornare Kara, è Dio che le indica la rotta per la Terra. Un Dio che mai prima, in Battlestar, si è palesato così chiaramente.
Ora, immagino che durante la visione di The Plan lo spettatore dovrebbe dirsi stupito che tutto torna. Avete presente quella sensazione lì che avete quando risolvete un enigma? Io ce l’ho quando vengo a capo di un problema di trama. Ce l’ho avuta di recente, costruendo il nuovo mondo in cui è ambientata la mia nuova storia. Una sera, tutto è tornato.
Ecco, di fronte alla canzone che non solo serviva a risvegliare gli Ultimi Cinque, non solo era la canzone dell’infanzia di Kara, ma fornisce anche le coordinate per raggiungere la terra (e, incidentalmente, è All Along the Watch Tower, che Bob Dylan scriverà la bellezza di 150 000 anni più tardi) io non ho pensato per niente che tutto tornava. Ho pensato che Dio ci stava mettendo una manona grossa quanto una casa. Questo è il vero, grosso problema di The Plan: che tutto diventa troppo chiaro, troppo palese. E anche un po’ buonista. Capirca Sei e Gaius che si devono amare per far tornare i conti – e ci peritano anche di dircelo esplicitamente, grazie ai due “angeli” che ce lo enunciano testuali parole – Cavil che, poverino, lui voleva solo vivere, e quindi mollerebbe subito Hera per l’immortalità, quando ci avevano fatto credere che il suo problema vero era la sua umanità, il corpo in cui l’avevano infilato e il destino cui i Cinque l’avevano condannato. Non lo so, mi rendo conto che è difficile da spiegare, ma tutto sembra risolversi in un lieto fine posticcio. Dentro di me è come se sentissi che doveva finire diversamente. Con la morte di Cyloni e umani, ad esempio, e la sopravvivenza solo di Hera, Gaius e Caprica Sei. In fin dei conti, non era quello che ci dicevano le profezie? Perché mi sembra che tutta la serie puntasse in quella direzione, che ci stese dicendo che gli errori non possono essere emendati, che il dolore non si dimentica e ci cambia. Invece qui sopravvivono tutti, e i cattivi invece muoiono: Tory schiatta, Cavil si suicida senza una motivazione ben chiara.
E poi il finale à la Lord of the Rings è francamente insostenibile; duecento dissolvenze a nero, duecento addii, duecento finali. Certo, ci interessa sapere che fine fa ogni personaggio, ma dilungarsi così tanto su ognuno di loro, e mostrare ogni finale come fosse l’ultimo, caricandolo emotivamente, distrugge il climax. E comunque Kara che scompare dicendo che ha finito il suo compito, come un supereroe di bassa lega, è qualcosa che avrei preferito non vedere.
Ma Battlestar è più grande persino del suo finale. È vero, la fine conta, ma certe volte non così tanto. Il quadro costruito in quattro stagioni memorabili resta, la capacità di scavare a fondo nella condizione umana è ineguagliato, almeno per una serie televisiva d’oltreoceano. Battlestar resta al di là delle cadute di stile, resta nel cuore e nella mente, un fulgido esempio di come il fantastico e la narrativa nel suo senso più puro sanno penetrare nelle questioni che contano meglio e più a fondo di molti prodotti ‘alti’, con velleità artistiche mancate di mezzo miglio. Battlestar resta, è LA storia, come tutte le grandi storie, che ci raccontano sempre la stessa cosa, senza però smettere di dirci cose nuove

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Lost vs Misfits

Sono diventata ormai una dipendente da Misfits. Attendo con ansia il lunedì, quando registro la nuova puntata su Sky, e poi il martedì sera, quando me la riguardo, rigorosamente in lingua coi sottotitoli (fuori sincrono, sob…) in italiano.
Come tutti gli amori, nel complesso è una cosa piuttosto irrazionale. Certo, ci sono miriadi di motivi per amare un prodotto come Misfits, e per altro li ho già espressi. Ma tutto sommato quel che ti fa amare un telefilm piuttosto che un altro è qualcosa di impalpabile, quell’atmosfera lì, difficile da descrivere, e quel quid che risuona con qualcosa che hai nel profondo.
Comunque, questo cappellotto per spiegare perché torno a parlarne di nuovo. È che due sere fa mi stavo guardando la seconda puntata della seconda stagione, e mi è venuto da pensare una cosa.
Quando Lost è finito, lo scorso anno, molti ci dissero che sbagliavamo a disprezzare il finale; la verità era che Lost non era mai stato un telefilm sui misteri dell’isola, ma che riguardava invece lo sviluppo psicologico dei personaggi, ed era dunque giusto finisse proprio con la conclusione del percorso esistenziale di Jack. Che a questa cosa non credessi molto, già ho avuto modo di dirvelo. Mi sono convinta ancora di più che come spiegazione con me non funziona guardando proprio Misfits. Anche in Misfits c’è il mistero: cos’è successo davvero durante la tempesta? E con la seconda stagione, chi è l’uomo mascherato? E l’immagine che Curtis ha avuto del proprio futuro, che senso ha?
A differenza di Lost, però, in Misfits è chiaro fin da subito che non sono i superpoteri o i misteri il centro dello show: quelli servono a mantenere una certa tensione narrativa, a dare compattezza alle varie stagioni. Ma lo spazio che occupano all’interno del singolo episodio – in tutti gli episodi – è evidentemente marginale rispetto all’indagine psicologica dei personaggi.
La prima puntata di Lost finisce con Charlie che si domanda: ma dove siamo finiti? E tutta la puntata è stata centrata sull’isola, più ancora che sull’interazione tra i personaggi. La prima puntata di Misfits finisce invece con l’occultamento di due cadaveri, e nessuna domanda specifica sui poteri dei nostri. Curtis, Kelly, Simon, Alisha e Nathan accettano i loro nuovi poteri senza farsi particolari problemi. Piuttosto si interrogano su quel che hanno fatto, su come scampare la galera per omicidio. Mi sembra lampante la differenza.
Misfits è uno show sui personaggi, sulle loro interazioni, sul modo in cui guardano al mondo. E questo perché i poteri, la misteriosa tempesta, e anche l’uomo mascherato nella seconda stagione, sono elementi in più, ma non fondano la mitologia del telefilm. Nella puntata di lunedì scorso, per dire, ci interessano molto più Nathan e il fratello, piuttosto che Simon e Alisha che cercano di capire chi sia l’uomo mascherato. Anche perché su 50 minuti di episodio, una decina a dir tanto sono dedicati alla seconda trama. E io attendo con ansia il prossimo episodio non per sapere chi sia l’uomo mascherato, ma per vedere un po’ che combineranno stavolta i nostri, se Nathan e Kelly quaglieranno, come faranno Alisha e Curtis a stare insieme senza toccarsi, se Simon riuscirà ad uscire dal guscio.
Ho amato molto Lost, lo sapete, probabilmente lo amo ancora. Ma non per i personaggi, che, in tutta sincerità, non mi sono mai sembrati, a parte rari casi, così terribilmente memorabili. Ma per tutto quello che c’era intorno, per l’isola. E adesso amo Misfits, molto, proprio per i personaggi, così tremendamente veri, così fragili, così simili a noi, che è impossibile non affezionarsi a loro.

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Hunger Games

Ho finito pochi giorni fa di leggere Mockingjay, il terzo e conclusivo libro della saga Hunger Games di Suzanne Collins. Che la serie mi piacesse ho avuto modo di dirvelo in varie occasioni: dietro la copertina del primo volume c’è un mio strillo, la pubblicità del secondo, che tra l’altro è uscito da poco, la potete trovare nel segnalibro allegato a Gli Ultimi Eroi.
Ecco, adesso che ho letto la serie completa, posso dirvi senza timore che si tratta di una delle saghe più belle che abbia mai letto. Dopo aver chiuso il libro, a lungo m’è rimasta addosso una sensazione di tristezza e al tempo stesso quasi di pace. Pensi a questa cavalcata lunga tre libri, pensi a Katniss e a tutti gli altri, alla pace, alla guerra, al mondo di Panem e al nostro, di mondo. Poche volte sono riuscita a trovare in un libro tutto sommato per ragazzi un’analisi così veritiera, così spietata di cosa sia la guerra, dei labili confini tra i combattenti, su come il potere corroda sempre, e porti inevitabilmente alla follia. Niente viene edulcorato, tutto ci viene presentato nella sua cruda realtà. L’ultimo libro che ha saputo farmi sentire nella ossa la guerra è stato Macchine Mortali, di cui non finirò mai dir bene. Ecco, la saga di Hunger Games è così: spietata e vera, terribilmente efficace.
Ma se si trattasse solo di questo, forse i libri non sarebbero quei capolavori che sono. Hunger Games avvince. Hunger Games ti costringe letteralmente a leggere oltre, ad andare avanti, perché ormai vivi nella testa dei personaggi, sei loro, e davvero non puoi mettere giù il libro solo perché devi andare a lavorare, o perché bisognerà pur dormire ad un certo punto. E sapete che questa è una cosa che mi capita sempre meno spesso, di recente. Con Hunger Games mi è successo. I personaggi sono veri, vividi, ti interessa di loro, vuoi sapere come va a finire.
Insomma, io ve lo consiglio caldissimamente, è una delle cose più belle che si possono leggere di questi tempi, e dimostra che la fantascienza è vivissima, e ha ancora molte cose da dire sulla condizione umana e il nostro mondo.

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Di giovani ed eternità

Ieri ho visto il season finale della prima stagione di Misfits. Sono ufficialmente innamorata. Sei puntate senza una caduta di stile, anzi in crescendo. La dimostrazione che anche con quattro lire si possono realizzare prodotti degnissimi, anzi ottimi, se ci sono le idee. E le idee ci sono eccome, a pacchi.
Gli attori sono sempre all’altezza, scelti con cura, perfetti. E hanno le facce giuste. Questa è una delle cose che mi piacciono delle serie europee: gli attori non sono fighi allucinanti, che mai incontreresti per strada, come in una qualsiasi serie americana. Non so, in Lost, ad esempio, pare che siano sopravvissuti solo i bonazzi, fatta esclusione per il povero Hurley. Nelle serie europee no. I protagonisti sono persone comuni. Girando per il mio vecchio quartiere, è pieno di gente come Kelly. E anche Alisha, la “bella” del gruppo, è una ragazza carina, ma nulla di straordinario, niente che tu non possa vedere mentre fai due passi in città.
La scrittura è perfetta, senza sbavature. Certo, è volgare, ma è giusto che lo sia. Da cinque teppistelli pieni di problemi non ti aspetti un eloquio da principe del foro, ma il linguaggio della strada. E i continui riferimenti al sesso sono giusti: quando, se non nell’adolescenza, il sesso è il chiodo fisso, che spaventa e attrae, esorcizzato con la volgarità, sempre inseguito, a volte catturato, ma quasi sempre nel modo sbagliato?
Le location sono quattro in croce, ma filmate da dio. Lo squallore degli ambienti urbani, il grigio del cemento, il colore dei graffiti, l’acqua. Ambienti che dicono molto dei personaggi, che non sono mero sfondo, ma parte integrante della narrazione.
Musiche scelte sempre con attenzione, ossessive o dolci, tamarre o raffinate.
Effetti speciali dosati con cura, messi solo lì dove davvero serve.
Insomma, in sei episodi io non sono riuscita a trovarci un difetto. Finalmente una serie che parla di adolescenza senza ipocrisie, con pacchi di sano cinismo e humor nero, mostrandoci i giovani per quel che sono: gente che si cerca disperatamente, senza trovarsi mai. E non occorre essere cresciuti in borgata per riconoscersi in Nathan, Curtis, Alisha, Kelly e Simon. Siamo tutti stati come loro, alcuni di noi lo sono ancora. Io, per dire, lo sono ancora, forse l’adolescenza non mi abbandonerà mai, forse sarò sempre la ragazzina che proprio non ci riesce a crescere, e per questo scrive quel che scrive.
Il tutto è riassunto perfettamente dal discorso di Nathan, in cima al tetto, verso la fine dell’episodio. La libertà di sbagliare, l’ebbrezza di sentirsi eterni ed onnipotenti, il diritto a essere liberi. Non è questo che volevamo, quando avevamo sedici anni? E i genitori non ci facevano arrabbiare perché invece sapevano sempre la verità, e ce la sbattevano in faccia ogni volta che sbagliavamo? Ecco, il discorso di Nathan è questo. Vi incollo la clip qui sotto, perché vale; è in inglese, ma per quelli di voi che conoscono la lingua non dovrebbe essere troppo un problema, Nathan ha una parlata abbastanza comprensibile. Per quelli di voi che invece non capisco, sotto metto una mia traduzione approssimativa. Ho censurato un po’ di roba, giusto per preservare le menti dei più giovani :P . Enjoy

Questa tipa vi sta facendo credere che questo è il modo in cui dovreste essere. Non lo è. Siamo giovani. Siamo fatti per ubriacarci. Siamo fatti per comportarci male e sco**re fino alla morte. Siamo fatti per fare casino. Lo dobbiamo a noi stessi di fare davvero un sacco di casino. Lo dobbiamo l’uno all’altro. È così. Questo è il nostro tempo. Ok, qualcuno di noi finirà in overdose, o diventerà matto. Charles Drawin disse “non puoi fare una frittata senza rompere un po’ di uova”. Perché di questo si tratta – rompere uova – e per uova intendo fot***si il cervello con un coktail di prima classe. Se vi poteste vedere. Voglio dire, avete addosso dei fot**ti cardigan! Avevamo tutto. E abbiamo mandato tutto a put**ne meglio e più in grande di qualsiasi generazione prima di noi. Eravamo così belli…Siamo dei cogl**ni. E ho intenzione di rimanere un cogl**ne fino ai trenta, e magari anche dopo. E mi sc**o mia madre piuttosto che lasciare che lei, o chiunque altro mi levi questo!

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Misfits

Prima di cominciare col post di oggi, qui potete leggere un po’ di aggiornamenti sulla questione che abbiamo discusso ieri.

Dunque, si torna all’antico, con un bel post di recensioni.
Dopo Lost, sono rimasta orfana. Sì, seguivo Dexter, ma non con la passione con cui mi avvicinavo a Lost; certo, c’era Desperate Housewives, che però dà una fruizione un po’ diversa, e comunque seguivo da prima del famigerato show di Lindelof&Cuse. Insomma, cercavo qualcosa di nuovo. La Fox ha cercato di ammaliarmi con torme di pubblicità: Glee su tutti (visto un episodio, carino, ma pretestuoso al massimo nel cercare con tutti i mezzi possibili e immaginabili di infilare tot canzoni in ogni puntata), e poi Walking Dead, Body of Proof, No Ordinary Family. E poi lui. Misfits.
Non lo so cosa mi abbia attirata. L’idea di base è qualcosa tra il ridicolo e il banale: cinque baldi giovanotti, riuniti per partecipare a un programma di rieducazione per minori – sono costretti ai servizi sociali per via di crimini che hanno commesso – durante uno strano temporale acquisiscono i superpoteri. Sostanzialmente la stessa idea alla base di No Ordinary Family. Solo che quelli sono good guys, questi sono i cattivi. Per cui, non è che l’idea mi attirasse più di tanto. Ma è una serie inglese, e i pochi episodi che avevo visto di Whitechapel e Life on Mars – anch’esse inglesi – mi avevano convito che in UK ci sanno fare. E così, un pomeriggio che ero costretta a casa perché mia mamma non poteva stare con Irene, ho visto il pilot.
Ora, io non lo so cosa mi abbia colpito così tanto. Ma il primo episodio mi ha convinta a seguire tutta la serie. Innanzitutto mi è piaciuta l’atmosfera scazzata e sottoproletaria, che grida UK da ogni poro. Non siamo in america, e la serie lo rimarca ogni tre per due, insistendo sul contesto degradato, e sugli antieroi che non sono duri dal cuore tenero, sono proprio relitti umani tout court. Qui non c’è nulla di edulcorato, non ci sono sconti. I nostri “eroi” sono cinque sociopatici che se li vedi per strada cambi marciapiedi. Credo sia questo il vero segreto della serie: un’atmosfera tremendamente realistica nella quale irrompe il sovrannaturale. Ma anche l’elemento da fumetto supereroistico viene trattato in modo assolutamente credibile: i Nostri fanno quel che faremmo noi se scoprissimo così, di punto in bianco, di avere i superpoteri.
Poi, finalmente un teen drama in cui i protagonisti sono ragazzi veri, non versioni ripulite e “adultizzate”. Questi sono adolescenti difficili come se ne possono incontrare davvero: sono sboccati, violenti, fissati col sesso, strafottenti, perduti. E ci si immedesima con loro perché sono vivi e vividi. Non per niente guardando la prima puntata – che al momento è anche l’unica che ho visto – mi sono ritrovata catapultata nella mia scuola media, la bellezza di diciassette anni fa, negli anni più difficili della mia vita. Io ce l’avevo in classe gente così: c’era un Nathan che ha fatto una brutta fine, e le Kelly abbondavano. E tutti noi, del resto, abbiamo mandato a puttane almeno una buona occasione come ha fatto Curtis. Ed è per questo che in qualche modo finiamo per voler bene a quei cinque poco di buono: perché magari li abbiamo incontrati nella vita vera, o perché siamo come loro, nei nostri angoli bui. Come loro siamo soli e disperati, sono il nostro lato oscuro, che non vorremmo mostrare a nessuno.
Insomma, a me sembra veramente promettente. Ieri ero tentata di vedere in diretta la seconda puntata, ma stavo lavorando – e molto bene – sul mio prossimo libro, quello off Mondo Emerso, e non volevo interrompere la vena. Comunque, se non sarà stasera, presto vedrò il secondo episodio, e allora inizierò a capire se ne vale davvero la pena, o è solo un fuoco di paglia.

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La sindrome di Lost

Non è mia abitudine recensire i libri che non mi hanno entusiasmato. Lo era, non lo è più. Non lo so, è che da scrittrice mi sento in imbarazzo a criticare gli altri: ho così tanti difetti io che mi sento come chi guarda la pagliuzza nell’occhio altrui senza accorgersi della trave nel proprio. Capirete allora perché il post che state per leggere arriva a distanza di cinque giorni dalla lettura del libro in questione. C’ho dovuto pensare, ecco. E alla fine mi sono convinta a fare un’eccezione. Perché? Più che altro perché il libro in questione mi permette di fare un po’ di riflessioni di carattere generale, che esulano da una recensione vera e propria. Per altro, dell’autore in questione ho letto solo questo libro, che così, a naso, mi sembra piuttosto atipico per la sua bibliografia. Per dire, non mi azzardo proprio a giudicare l’autore da questo libro qua, che anzi m’ha fatto venir voglia di leggerne altri di suoi.
Innanzitutto, il titolo del post. È preso da una recensione su internet. Il libro recensito è XY di Veronesi. L’ho rubato perché, chiuso il libro, il mio parere era proprio quello del titolo: Lost ha fatto scuola. In verità, la sindrome di Lost andrebbe più correttamente chiamata la sindrome di Evangelion. Hideaki Anno è stato il primo a costruire una trama in cui l’evento misterioso è meramente pretestuoso: per venti puntate il regista ti tiene lì facendoti credere che si sta parlando di misteriosi angeli che stanno attaccando la terra, e invece nelle ultime sei ti spiega che aveva giocato, che il vero tema era l’evoluzione psicologica di Shinji, per cui la trama degli angeli viene del tutto abbandonata. Lost fa lo stesso: per sei stagioni ti fa credere che si stia parlando dei misteri dell’isola. Negli ultimi due episodi ti rivela invece che stavamo parlando dei legami che i personaggi avevano sviluppato tra loro. I misteri dell’isola? Ecchissenefrega, erano solo specchietti per allodole.
XY è molto più onesto. Parte facendoti in effetti credere che il nodo centrale del libro sia il misterioso evento accaduto a Borgo San Giuda, ma dopo un’ottantina di pagine (su 394 che ne conta il libro) il lettore scafato ha già capito che il mistero rimarrà tale, e che il problema sono la psichiatra e il prete, il loro rapporto, i loro problemi. Per cui, riflettendoci, XY non può essere del tutto ascritto al genere. Se non fosse che tutto il resto dell’impalcatura del romanzo scricchiola: infilare un evento grottesco e impossibile al centro dell’intreccio non aiuta certo a dare credibilità al discorso generale scienza vs fede. Voglio dire, in un contesto realistico come quello in cui si svolge la vicenda, che senso ha infilarci un massacro senza senso logico, che evidentemente in un mondo così strutturato non può avere luogo? La sospensione della credulità se ne parte per la tangente e il discorso complessivo perde di mordente. Voglio dire, meglio articolare un discorso sull’assurdità dell’esistenza partendo da un fatto plausibile, piuttosto che da uno ovviamente privo di logica. Mica ne mancano di fatti cui è difficile dare un senso nella nostra vita di tutti i giorni: non stiamo a interrogarci sul senso della morte, per dire, dall’alba dei tempi? Sarebbe stato banale? Dipende. Tutte le storie in principio sono banali.
Comunque, la sindrome di Lost si esplica altrove. Un terzo del libro ci parla della salute psichica della gente del Borgo. Il prete e la dottoressa ci si spendono un sacco, per altro in un mondo in cui a nessuno frega niente delle conseguenze psicologiche che l’evento ha avuto sugli abitanti del paesino, mentre loro non vogliono ignorare la tragedia, anzi, la vogliono mettere al centro della loro analisi. La sottotrama viene completamente dimenticata alla fine del libro. Che fine fanno gli abitanti di Borgo San Giuda? Boh. Guariranno? Impazziranno tutti? Perché a nessuno gliene frega più niente? Soprattutto, perché era così vitale, fino ad un attimo prima, tener conto di quanto era successo – se proprio non si voleva capirlo, come fa il prete – e ora invece non ha più importanza? Perché curare la gente di Borgo San Giuda era una cosa vitale, e adesso non lo è più?
Comunque, come dicevo in apertura di post, il discorso è più generale. Esiste la letteratura di genere, esiste il mainstream. Non sto dicendo che i due filoni non possano ibridarsi, e dar luce a qualcosa di nuovo. Dico solo però che se vuoi ibridare il genere, prima lo devi conoscere. A differenza del mainstream, il genere è codificato, e se vuoi romperne le regole, puoi farlo solo dopo averle assimilate. Nessuno parte dipingendo come Pollock: un onesto artista tipicamente inizia copiando dal vero, impara le tecniche, si fa il mazzo con la pittura naturalistica e solo allora, dopo aver compreso le regole, le rompe. E non le rompe perché fa figo (si spera). Le rompe perché le ha superate, le rompe perché le ha comprese e la vita è sempre gettare il cuore oltre il muro, un passetto più avanti.
Questo per dire che scrivere di genere non è quella cazzata che tutti pensano. Stare entro certi paradigmi ed essere al contempo originali, riuscire a dire qualcosa di nuovo usando stilemi che hanno migliaia di anni non è da tutti. E infatti non tutti ci riescono. E se decidi di prendere in prestito alcune regole del genere, dovresti attenertici.
Cosa c’entra tutto questo con XY? XY prende il prestito il mistero e l’inconoscibile dal thriller. Le prime ottanta pagine si strutturano proprio come un giallo: c’è l’evento inspiegabile – due, a essere precisi -, c’è il tentativo di indagine. Fin da principio è chiaro che l’elemento thriller servirà a dimostrare una certa tesi. E fin qui ci siamo. Il genere veicola dei contenuti esattamente come il mainstream, questo è un fatto assodato. Il problema è che il discorso viene poi portato avanti coi modi del mainstream: ossia non tramite la trama, ma tramite la mera indagine psicologica dei personaggi. In soldoni: per 300 pagine assistiamo più che altro a dialoghi, di cui uno, lunghissimo, e, lo ammetto, anche bello, anche avvincente a suo modo, che di pagine ne prenderà almeno 50. Perché questo è un problema? Perché il lettore si aspetta una certa cosa, e poi all’improvviso è costretto a resettare i propri circuiti mentali, a fruire di un’altra cosa che da lui richiede un altro tipo di approccio, proprio un’altra lettura. Il risultato è un ibrido che non fa altro che frustrare il senso del discorso generale, che ne esce pericolosamente sminuito. Senza contare che i lettori più ingenui si sentiranno presi in giro: gli hai promesso una cosa, li hai attirati col mistero, e poi li hai lasciati a bocca asciutta. Io non credo che questo fosse nelle intenzioni di Veronesi, anzi. A considerare il libro nel suo complesso direi che l’intento era solo quello di tentare una via nuova, in un gioco assolutamente onesto e scoperto col lettore. Ha fatto un esperimento, una cosa di sicuro inedita. Solo che secondo il mio parere, questa cosa non funziona. Avrebbe funzionato se fosse stato solo un thriller, o solo un mainstream. Così traballa. Un po’ meno onesta m’è parsa la casa editrice, che su questa storia del mistero c’ha montato un intero sito, che ti induce a credere che davvero conti qualcosa ai fini della trama sapere che Perla Formento soffre di sintomi depressivi ed è affetta da attacchi di panico.
Il succo della storia? Sperimentare è bene, e il libro nel complesso è godibile, l’ho letto in tre giorni senza annoiarmi – anche se in effetti avevo parecchio tempo libero, non avevo la rete e la tv non era un’opzione sul tavolo – ma nel complesso non funziona come un buon ingranaggio dovrebbe fare, e il “messaggio”, per usare una parola un po’ desueta e anche fastidiosa, non è esposto così bene da far dimenticare le pecche. E che la sperimentazione dovrebbe farla chi le regole del gioco le mastica da parecchio, e le conosce.

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