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Misfits

Prima di cominciare col post di oggi, qui potete leggere un po’ di aggiornamenti sulla questione che abbiamo discusso ieri.

Dunque, si torna all’antico, con un bel post di recensioni.
Dopo Lost, sono rimasta orfana. Sì, seguivo Dexter, ma non con la passione con cui mi avvicinavo a Lost; certo, c’era Desperate Housewives, che però dà una fruizione un po’ diversa, e comunque seguivo da prima del famigerato show di Lindelof&Cuse. Insomma, cercavo qualcosa di nuovo. La Fox ha cercato di ammaliarmi con torme di pubblicità: Glee su tutti (visto un episodio, carino, ma pretestuoso al massimo nel cercare con tutti i mezzi possibili e immaginabili di infilare tot canzoni in ogni puntata), e poi Walking Dead, Body of Proof, No Ordinary Family. E poi lui. Misfits.
Non lo so cosa mi abbia attirata. L’idea di base è qualcosa tra il ridicolo e il banale: cinque baldi giovanotti, riuniti per partecipare a un programma di rieducazione per minori – sono costretti ai servizi sociali per via di crimini che hanno commesso – durante uno strano temporale acquisiscono i superpoteri. Sostanzialmente la stessa idea alla base di No Ordinary Family. Solo che quelli sono good guys, questi sono i cattivi. Per cui, non è che l’idea mi attirasse più di tanto. Ma è una serie inglese, e i pochi episodi che avevo visto di Whitechapel e Life on Mars – anch’esse inglesi – mi avevano convito che in UK ci sanno fare. E così, un pomeriggio che ero costretta a casa perché mia mamma non poteva stare con Irene, ho visto il pilot.
Ora, io non lo so cosa mi abbia colpito così tanto. Ma il primo episodio mi ha convinta a seguire tutta la serie. Innanzitutto mi è piaciuta l’atmosfera scazzata e sottoproletaria, che grida UK da ogni poro. Non siamo in america, e la serie lo rimarca ogni tre per due, insistendo sul contesto degradato, e sugli antieroi che non sono duri dal cuore tenero, sono proprio relitti umani tout court. Qui non c’è nulla di edulcorato, non ci sono sconti. I nostri “eroi” sono cinque sociopatici che se li vedi per strada cambi marciapiedi. Credo sia questo il vero segreto della serie: un’atmosfera tremendamente realistica nella quale irrompe il sovrannaturale. Ma anche l’elemento da fumetto supereroistico viene trattato in modo assolutamente credibile: i Nostri fanno quel che faremmo noi se scoprissimo così, di punto in bianco, di avere i superpoteri.
Poi, finalmente un teen drama in cui i protagonisti sono ragazzi veri, non versioni ripulite e “adultizzate”. Questi sono adolescenti difficili come se ne possono incontrare davvero: sono sboccati, violenti, fissati col sesso, strafottenti, perduti. E ci si immedesima con loro perché sono vivi e vividi. Non per niente guardando la prima puntata – che al momento è anche l’unica che ho visto – mi sono ritrovata catapultata nella mia scuola media, la bellezza di diciassette anni fa, negli anni più difficili della mia vita. Io ce l’avevo in classe gente così: c’era un Nathan che ha fatto una brutta fine, e le Kelly abbondavano. E tutti noi, del resto, abbiamo mandato a puttane almeno una buona occasione come ha fatto Curtis. Ed è per questo che in qualche modo finiamo per voler bene a quei cinque poco di buono: perché magari li abbiamo incontrati nella vita vera, o perché siamo come loro, nei nostri angoli bui. Come loro siamo soli e disperati, sono il nostro lato oscuro, che non vorremmo mostrare a nessuno.
Insomma, a me sembra veramente promettente. Ieri ero tentata di vedere in diretta la seconda puntata, ma stavo lavorando – e molto bene – sul mio prossimo libro, quello off Mondo Emerso, e non volevo interrompere la vena. Comunque, se non sarà stasera, presto vedrò il secondo episodio, e allora inizierò a capire se ne vale davvero la pena, o è solo un fuoco di paglia.

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La sindrome di Lost

Non è mia abitudine recensire i libri che non mi hanno entusiasmato. Lo era, non lo è più. Non lo so, è che da scrittrice mi sento in imbarazzo a criticare gli altri: ho così tanti difetti io che mi sento come chi guarda la pagliuzza nell’occhio altrui senza accorgersi della trave nel proprio. Capirete allora perché il post che state per leggere arriva a distanza di cinque giorni dalla lettura del libro in questione. C’ho dovuto pensare, ecco. E alla fine mi sono convinta a fare un’eccezione. Perché? Più che altro perché il libro in questione mi permette di fare un po’ di riflessioni di carattere generale, che esulano da una recensione vera e propria. Per altro, dell’autore in questione ho letto solo questo libro, che così, a naso, mi sembra piuttosto atipico per la sua bibliografia. Per dire, non mi azzardo proprio a giudicare l’autore da questo libro qua, che anzi m’ha fatto venir voglia di leggerne altri di suoi.
Innanzitutto, il titolo del post. È preso da una recensione su internet. Il libro recensito è XY di Veronesi. L’ho rubato perché, chiuso il libro, il mio parere era proprio quello del titolo: Lost ha fatto scuola. In verità, la sindrome di Lost andrebbe più correttamente chiamata la sindrome di Evangelion. Hideaki Anno è stato il primo a costruire una trama in cui l’evento misterioso è meramente pretestuoso: per venti puntate il regista ti tiene lì facendoti credere che si sta parlando di misteriosi angeli che stanno attaccando la terra, e invece nelle ultime sei ti spiega che aveva giocato, che il vero tema era l’evoluzione psicologica di Shinji, per cui la trama degli angeli viene del tutto abbandonata. Lost fa lo stesso: per sei stagioni ti fa credere che si stia parlando dei misteri dell’isola. Negli ultimi due episodi ti rivela invece che stavamo parlando dei legami che i personaggi avevano sviluppato tra loro. I misteri dell’isola? Ecchissenefrega, erano solo specchietti per allodole.
XY è molto più onesto. Parte facendoti in effetti credere che il nodo centrale del libro sia il misterioso evento accaduto a Borgo San Giuda, ma dopo un’ottantina di pagine (su 394 che ne conta il libro) il lettore scafato ha già capito che il mistero rimarrà tale, e che il problema sono la psichiatra e il prete, il loro rapporto, i loro problemi. Per cui, riflettendoci, XY non può essere del tutto ascritto al genere. Se non fosse che tutto il resto dell’impalcatura del romanzo scricchiola: infilare un evento grottesco e impossibile al centro dell’intreccio non aiuta certo a dare credibilità al discorso generale scienza vs fede. Voglio dire, in un contesto realistico come quello in cui si svolge la vicenda, che senso ha infilarci un massacro senza senso logico, che evidentemente in un mondo così strutturato non può avere luogo? La sospensione della credulità se ne parte per la tangente e il discorso complessivo perde di mordente. Voglio dire, meglio articolare un discorso sull’assurdità dell’esistenza partendo da un fatto plausibile, piuttosto che da uno ovviamente privo di logica. Mica ne mancano di fatti cui è difficile dare un senso nella nostra vita di tutti i giorni: non stiamo a interrogarci sul senso della morte, per dire, dall’alba dei tempi? Sarebbe stato banale? Dipende. Tutte le storie in principio sono banali.
Comunque, la sindrome di Lost si esplica altrove. Un terzo del libro ci parla della salute psichica della gente del Borgo. Il prete e la dottoressa ci si spendono un sacco, per altro in un mondo in cui a nessuno frega niente delle conseguenze psicologiche che l’evento ha avuto sugli abitanti del paesino, mentre loro non vogliono ignorare la tragedia, anzi, la vogliono mettere al centro della loro analisi. La sottotrama viene completamente dimenticata alla fine del libro. Che fine fanno gli abitanti di Borgo San Giuda? Boh. Guariranno? Impazziranno tutti? Perché a nessuno gliene frega più niente? Soprattutto, perché era così vitale, fino ad un attimo prima, tener conto di quanto era successo – se proprio non si voleva capirlo, come fa il prete – e ora invece non ha più importanza? Perché curare la gente di Borgo San Giuda era una cosa vitale, e adesso non lo è più?
Comunque, come dicevo in apertura di post, il discorso è più generale. Esiste la letteratura di genere, esiste il mainstream. Non sto dicendo che i due filoni non possano ibridarsi, e dar luce a qualcosa di nuovo. Dico solo però che se vuoi ibridare il genere, prima lo devi conoscere. A differenza del mainstream, il genere è codificato, e se vuoi romperne le regole, puoi farlo solo dopo averle assimilate. Nessuno parte dipingendo come Pollock: un onesto artista tipicamente inizia copiando dal vero, impara le tecniche, si fa il mazzo con la pittura naturalistica e solo allora, dopo aver compreso le regole, le rompe. E non le rompe perché fa figo (si spera). Le rompe perché le ha superate, le rompe perché le ha comprese e la vita è sempre gettare il cuore oltre il muro, un passetto più avanti.
Questo per dire che scrivere di genere non è quella cazzata che tutti pensano. Stare entro certi paradigmi ed essere al contempo originali, riuscire a dire qualcosa di nuovo usando stilemi che hanno migliaia di anni non è da tutti. E infatti non tutti ci riescono. E se decidi di prendere in prestito alcune regole del genere, dovresti attenertici.
Cosa c’entra tutto questo con XY? XY prende il prestito il mistero e l’inconoscibile dal thriller. Le prime ottanta pagine si strutturano proprio come un giallo: c’è l’evento inspiegabile – due, a essere precisi -, c’è il tentativo di indagine. Fin da principio è chiaro che l’elemento thriller servirà a dimostrare una certa tesi. E fin qui ci siamo. Il genere veicola dei contenuti esattamente come il mainstream, questo è un fatto assodato. Il problema è che il discorso viene poi portato avanti coi modi del mainstream: ossia non tramite la trama, ma tramite la mera indagine psicologica dei personaggi. In soldoni: per 300 pagine assistiamo più che altro a dialoghi, di cui uno, lunghissimo, e, lo ammetto, anche bello, anche avvincente a suo modo, che di pagine ne prenderà almeno 50. Perché questo è un problema? Perché il lettore si aspetta una certa cosa, e poi all’improvviso è costretto a resettare i propri circuiti mentali, a fruire di un’altra cosa che da lui richiede un altro tipo di approccio, proprio un’altra lettura. Il risultato è un ibrido che non fa altro che frustrare il senso del discorso generale, che ne esce pericolosamente sminuito. Senza contare che i lettori più ingenui si sentiranno presi in giro: gli hai promesso una cosa, li hai attirati col mistero, e poi li hai lasciati a bocca asciutta. Io non credo che questo fosse nelle intenzioni di Veronesi, anzi. A considerare il libro nel suo complesso direi che l’intento era solo quello di tentare una via nuova, in un gioco assolutamente onesto e scoperto col lettore. Ha fatto un esperimento, una cosa di sicuro inedita. Solo che secondo il mio parere, questa cosa non funziona. Avrebbe funzionato se fosse stato solo un thriller, o solo un mainstream. Così traballa. Un po’ meno onesta m’è parsa la casa editrice, che su questa storia del mistero c’ha montato un intero sito, che ti induce a credere che davvero conti qualcosa ai fini della trama sapere che Perla Formento soffre di sintomi depressivi ed è affetta da attacchi di panico.
Il succo della storia? Sperimentare è bene, e il libro nel complesso è godibile, l’ho letto in tre giorni senza annoiarmi – anche se in effetti avevo parecchio tempo libero, non avevo la rete e la tv non era un’opzione sul tavolo – ma nel complesso non funziona come un buon ingranaggio dovrebbe fare, e il “messaggio”, per usare una parola un po’ desueta e anche fastidiosa, non è esposto così bene da far dimenticare le pecche. E che la sperimentazione dovrebbe farla chi le regole del gioco le mastica da parecchio, e le conosce.

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Harry Potter e i Doni della Morte

Ieri sera ho festeggiato il compleanno andando a vedere Harry Potter e i Doni della Morte. Sotto casa mia. In italiano. Ragazzi, quando hai un figlio riuscire a fare una cosa del genere in mezzo alla settimana ha del miracoloso, quindi questo spiega perché abbia festeggiato in un modo che al 90% della gente sembra a dir poco usuale. Comunque. Erano la bellezza di tre anni che non vedevo un Harry Potter in italiano, non ricordavo neppure le voci…Ma la cosa non mi ha dato particolarmente fastidio. Preparatevi, perché al solito la recensione non sarà spoiler free.
Il giudizio generale è: infinito. Sarà che la sera sono stanca, sarà che ieri sera ero particolarmente stanca, sarà che ad un certo punto ho iniziato ad accusare un terrificante mal di schiena, ma più o meno all’ora e venti minuti ho iniziato a pregare per la fine. Non che sia davvero colpa del regista. Qualcuno di voi forse ricorderà che all’epoca diedi un giudizio molto lusinghiero de I Doni della Morte. Che vi devo dire, m’era piaciuto. Probabilmente era tutta colpa della figura titanica di Snape, o di quel paio di momenti bellissimi che il libro aveva (la morte di Dobby, Harry che va a sconfiggere Voldemort…). L’avevo promosso. Col tempo ho cambiato idea. Siamo alle prese con i soliti problemi del post Calice di Fuoco: libri che si protraggono oltre il tollerabile, farciti per lo più di un sacco di riempitivi, in attesa che accada un macello nel finale. Ah, e quel dark di cui sinceramente avrei fatto volentieri a meno.
Il film non riesce ad andare oltre questi limiti, con l’aggravante che tratta solo la prima parte del libro, per gli amici La Tenda. Sì, perché la tenda da campeggio è la totale protagonista del tutto. Harry, Hermione e Ron ci passano un sacco di tempo a struggercisi. Che, per carità di dio, è giusto anche che lo facciano: sono braccati, non hanno un indizio che sia uno sugli horcrux, Voldemort ha praticamente preso il potere…ma era veramente necessario perdere centinaia di pagine (e di conseguenza minuti nel film) dentro a quella cavolo di tenda per farci capire tutto questo?
Riflettiamo. Che succede in questo film? L’azione sta praticamente tutta all’inizio, che infatti è la parte migliore. Poi, dopo un’ora di proiezione circa, tutto inizia a stagnare. Con straziante lentezza scopriamo che serve la spada di Grifondoro, poi, ma sempre piano, mi raccomando, scopriamo cosa sono i doni della morte. E poi…poi il film finisce.
Ripeto, non è colpa del regista. È colpa del plot del libro. Ma il regista poteva magari scegliere altri escamotage per mostrarci che Harry non sa che fare, invece di mostrarci la vita quotidiana di Harry e Hermione in tenda per buoni quaranta minuti.
Per il resto, non ho mai amato particolarmente tutto il dark che la Rowling ha iniziato a infilare nei suoi libri a partire dal quinto. La cosa bella della saga era che era divertente, infarcita di un humor gradevole. Era una fiaba, per cui l’orrore c’era, certo, ma contestualizzato, e per questo non faceva paura. Dal quinto in poi, Harry Potter sì dà pure lui a questa mania del dark, per cui più è oscuro più è figo. Intendiamoci, da madre di eroine con ultra-complessi e con vite super-travagliate e sfigate non è che posso dire di avere qualcosa contro il dark; solo che in alcuni contesti non c’azzecca, e Harry Potter è uno di questi.
Il film pigia al massimo sul pedale oscuro. Già il logo iniziale, arrugginito, ci fa capire l’andazzo, per non parlare del proclama del ministro della magia con cui si apre il film. Ok, è bello mostrare la solitudine – soprattutto esistenziale – dei nostri (Hermione che dice a Grimmauld Place “Siamo soli”, e dissolvenza in nero, per dire, un momento riuscitissimo), accentuata anche da questo trionfo di panorami solitari, immensi, e gelati. Solo che non pare più Harry Potter. Sembra un film indipendente americano sulle adolescenze problematiche.
Però, dicevo, la prima ora tiene. Si menano come non ci fosse un domani – e in effetti potrebbe non esserci – e rimane comunque il tempo per qualche siparietto comico-ironico. Per dire, onore al casting per la scelta dei tre grigi impiegati del ministero dei quali i Nostri vestono i panni. Ecco, la parte al ministero è davvero fatta bene, un mix riuscito di azione, thriller e comicità. Tralasciamo che sa un po’ di deus ex machina che il ciondolo sia al collo della Umbridge giù al tribunale, ma non lo sia dentro l’ascensore, quando la donna è sola coi Nostri. Ma vabbeh.
Però, dicevo, dopo quella parte lì il film si spegne.
Sì, Harry sulla tomba dei genitori. Sì, la cerva nel bosco che indica la posizione della spada di Grifondoro, ma sono picchi emozionali che emergono da una palude di Tenda. La morte di Dobby non l’ho trovata così riuscita. Ma dio mio, c’è buio per un buon 70% del film, la morte dell’elfo me la devi proprio fare con tutta quella luce in mezzo ad una spiaggia? Per dire, eh. Nel libro l’avevo trovata molto toccante. Qui…boh.
Poi c’è il problema morti. Nel libro muore un sacco di gente, ma muore in modo estremamente sbrigativo, anche quando si tratta di personaggi importanti. Spero che il prossimo film rimedierà alla pecca, ma le morti appena enunciate e fuori scena del ministro della magia e di Malocchio non mi fanno ben sperare. Ok, il ministro della magia non è esattamente un personaggio cui Harry era affezionato. Ma se in Italia morisse Berlusconi suppongo che le reazioni della gente non sarebbero quell’alzata di sopracciglia che si vede al matrimonio di Fleur. Comunque meglio per me non indugiare in pensieri sconvenienti…(scherzo, eh? Io non ho mai augurato la morte a nessuno, me ne guardo bene, manco il peggiore dei bastardi se la merita). Malocchio già era un po’ più importante, e muore off screen. Vabbeh. Almeno ogni tanto Harry & co. lo nominano.
Bello il finale. Ovviamente il pericolo maggiore per un film che tratta di mezzo libro è quello di fare un mezzo film che ti lascia così. Ok, sì, rimane un mezzo film, ma la conclusione è davvero ben fatta: arriva nel punto di climax emotivo (la morte di Dobby) e avviene su una scena di sicuro impatto, che ben chiude questa prima parte e apre furbescamente alla seconda, e dà anche una compiutezza al tutto: in fin dei conti, ‘sto film ha parlato della quest di Voldemort della bacchetta.
E ora, la vera ragione per cui oggi ho parlato di questo film. Più o meno quando la mia schiena stava urlando che non ne poteva più, che era veramente straziata, e io ero al quarto sbadiglio in venti minuti, Hermione inizia a leggere la storia dei dei tre maghi. E d’improvviso da Harry Potter vengono catapultata in una dimensione parallela, completamente in un altro film, un film meraviglioso, per altro. La parte animata che racconta la storia è un capolavoro di perfezione formale ed emotiva: i colori, la forma delle silhouette, la musica, le scelte registiche sono perfette. Mi è venuta la pelle d’oca mentre guardavo.
Possono cinque minuti riscattare un film intero? Se sono cinque minuti così, sì, lo possono eccome.

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Donne, immigrati, satira. In una parola, Vieni via con Me

E anche oggi la consueta esegesi di Vieni via con Me. Non è accanimento. È che io, ogni lunedì sera, esco un po’ modificata dalla visione, e il desiderio di parlarne, di condividere le mie osservazioni, è sempre fortissimo.
Stavolta, tra le tante cose, quella che mi è piaciuta di più è stato lo spazio dedicato alle donne. È sempre commovente per me vedere in tv donne che escono dallo stereotipo imperante: l’ho pensato quando sono andata ospite a Nero su Bianco, e mi sono trovata davanti una Casella professionale, seriamente interessata a me e al mio lavoro, l’ho pensato ieri sera, quando per una volta le donne non erano lì a fare le grechine – per usare una definizione efficacissima usata nel libro Sii Bella e Sta’ Zitta -, ma a parlare della condizione femminile, uno dei problemi in assoluto più ignorati nella nostra società.
Non ho trovato la Bonino poi molto incisiva: ha detto cose giustissime e condivisibili, ma anche lei non è riuscita a sfuggire alla tentazione del comizio. Io mi domando se scrivere una lista è davvero così impossibile per un politico. Invece sono state tremende e terribilmente efficaci le parole della Camusso, che ha portato alla luce una realtà che non si conosce o si preferisce ignorare. Infinite sono le declinazioni della discriminazione della donna sul lavoro, qualsiasi esso sia, che sia tra le mura di casa o fuori. E c’era una tale rabbia, in quell’elenco, che l’ho trovato adeguato persino a me, che tutto sommato sul lavoro mi sono sempre trovata bene, ma comunque devo fare i conti col tempo che manca, con l’estrema difficoltà di conciliare il mio essere madre, moglie e donna con tutto il resto.
Splendido anche l’elenco letto dalla Morante. Verissimo. Mi odio quando mi capita di uscire la sera e ho paura di prendere la macchina. Mi odio quando rientro, e non ho il coraggio di mettere l’auto in garage per la paura di quei pochi metri del sottoscala, chiusi tra due porte, dove se uno vuole farti del male può farlo indisturbato. Mi odio ogni volta che penso che certi vestiti posso metterli solo con Giuliano, perché così so che la gente non mi guarderà troppo, non mi considererà una puttana. Vorrei essere libera, vorrei essere abbastanza forte da non aver paura, ma non ci riesco. Perché gli stupri esistono, perché gli uomini spesso ti guardano come un oggetto. E sono sicura che questi pensieri li facciamo tutte, che ciascuna di noi ha paura e non vorrebbe. Quando finirà? Non lo so. Ma presentarci per quel che siamo, come persone dotate di talenti e capacità, non come meri corpi che esauriscono le loro attrattive in un paio di tette e due chiappe, è un passo. Per questo ieri sera è stato importante.
Capitolo Maroni. I politici in quella trasmissione ci azzeccano come i cavoli a merenda. Finora l’unico che mi è piaciuto è stato Vendola, come ho già avuto modo di dire. Gli altri si rifiutano di parlarne il linguaggio, non vanno lì a indurre riflessioni, vanno lì a dare stantie risposte preconfezionate con lo sterile stile del comizio. Maroni ha detto la sua, una sua che aveva già ripetuto nei tg e in duecento trasmissione diverse in una settimana. A Vieni via con Me è andato sostanzialmente a vincere il suo braccio di ferro vigliacco con uno scrittore di trent’anni che dalla sua ha solo la forza delle sue parole. E il bello è che l’ha anche perso. Innanzitutto perché non c’era nulla di efficace nel suo discorso, tranne un tardivo apprezzamento per l’operato di magistratura e forze di polizia. Poi perché Fazio non s’è voluto far mancare un accenno alla polemica, e perché Saviano non s’è fatto mettere i piedi i testa, e ha ribadito, nel suo secondo monologo, la “parola dello scandalo”, quell’interloquire che a Maroni proprio non va giù. Comunque, contento il ministro…
Infine, Guzzanti. Io Guzzanti lo adoro. Io sono cresciuta con l’Ottavo Nano, Pippo Chennedy Show, Il Caso Scafroglia. Io Guzzanti l’ho visto dal vivo, ed è straordinario. Secondo me Guzzanti si magna tranquillamente l’ultimo Benigni, Rossi e Luttazzi. E non mi ha delusa per niente. Intanto, ho apprezzato molto che decidesse anche lui di presentarsi con un elenco. Peccato per la brevità del tutto, ma sono state risate a scena aperta. Un grande. Trentatré battute tutte memorabili, ma credo che “La camorra contro Saviano: la scorta ci impedisce un contraddittorio” sia da antologia.
E per quella storia dei senza voce, per una volta abbiamo ascoltato questi tremendi immigrati che vengono qui a far nulla, a rubarci lavoro e donne. E non mi dite che queste sono voci che ascoltiamo, perché in genere uno o ha il vicino di casa di colore, o raramente in tv vede un clandestino o un rifugiato. Vende poco a livello politico, diciamo così.
Insomma, un altro lunedì in cui è valsa davvero la pena. Meno male che non tutta la tv è così, o non riuscirei più a scrivere dopo cena :P .

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Hope

Oggi parlare di Vieni Via con Me è praticamente doveroso. Non perché ne parlano tutti, è un fenomeno televisivo, blablabla. Perché mentre ieri sera me lo guardavo stesa sul divano, bucando una serata di lavoro (e che io buchi una serata di scrittura per la tv è una cosa rarissima), ho percepito il senso di un cambiamento. Quando guardo la tv, e lo faccio ormai solo quando sono troppo stanca per fare qualsiasi altra cosa, in genere mi si spegne il cervello. Quando va bene, trasmettono roba innocua, quando va male roba oscena e dannosa. Guardare la tv per me è ormai una perdita di tempo cui indulgo solo quando so che non ho niente da perdere a fare altro.
Ieri sera invece era diverso. Ieri sera più andavo avanti più mi si accendevano in testa luci a profusione. Riflessioni, domande, risposte, sentimenti. E soprattutto ho sentito una cosa che non sentivo da un sacco di tempo: un po’ di speranza e voglia di fare.
So di non farci una bella figura, ma non ho voglia di essere autoindulgente con me stessa o di mostrare una faccia che non è la mia, ma, si sarà capito da quel che scrivo, sono mesi che quel che c’è fuori dalla porta di casa mia mi accascia. Non mi riconosco nel paese in cui sono nata, o in quel che è diventato, passo il tempo a vagheggiare di andare altrove, a vivere in un posto che mi somigli. E, soprattutto, non ho speranza nel futuro. Non vedo come se ne possa uscire, non vedo come tornare indietro da questi vent’anni che ci hanno devastati come popolo e società civile. E quando perdi la speranza, la cosa peggiore è che smetti di lottare. Hai un alibi per non fare nemmeno quel nulla che facevi prima. Ti senti autorizzato a gettare la spugna e chiuderti dentro casa tua a coltivare il tuo giardino.
Ieri Vieni Via con Me è stato una sferzata alla mia ignavia, al mio crogiolarmi nel pensiero che tutto è uguale, che io non conto niente, e quindi sono autorizzata a farmi i fatti miei.
Per due ore Fazio & co. non hanno semplicemente fatto un elenco di quel che non va, una lamentosa sequela di recriminazioni su un paese che non c’è. Hanno invece chiamato all’indignazione, all’azione, alla speranza.
Saviano non ha parlato di Falcone e di quel che ha subito in vita (e che io, ammetto, non sapevo) per mostrarci che alla fine anche i migliori vengono piegati, ma per farci vedere che il segno che ha lasciato in quest’Italia è indelebile, che tutto quel che ha fatto, e subito, ha avuto uno scopo, che ci sono e ci saranno sempre migliaia di persone pronte a raccogliere il suo testimone.
E Vendola ha letto i suoi elenchi sull’omosessualità non per dirci che non c’è via d’uscita, che un omosessuale non potrà mai aspirare ad esprimere liberamente se stesso, ma che nonostante tutto quell’amore c’è ancora, che nonostante le persecuzioni, lo sputo, l’insulto, possiamo ancora amare, e andarlo a dire in prima serata.
L’atto politico, forte, ricco di speranza, è stata semplicemente la possibilità di sentire tutte queste cose in tv, sulla Rai, nell’orario di ascolto massimo. Dirle senza vergogna e senza paura, e addirittura senza acrimonia, con lo sguardo aperto verso l’orizzonte.
Sentire una suora perorare la causa della moschea di Torino è una cosa che non ha prezzo. Se non è speranza questa…
E la vittoria sono stati i dati sugli ascolti, che ho atteso fin da quando mi sono svegliata, stamattina. Non è vero che la gente vuole solo tette e culi, non è vero che la gente in tv vuole morte e pornografia. La verità è più forte, poco da fare, l’anelito che ogni uomo ha in sé verso qualcosa di più grande, di più puro e autentico, viene fuori nei modi più aspettati, e non può essere abbattuto. C’avete rincoglionito per anni con una televisione senza senso, ma ugualmente non siete riusciti ad abbattere la voglia di autenticità che ancora abbiamo dentro. Al massimo siete riusciti ad aumentarci la sete.
Domani probabilmente non cambierà niente. Continueranno a succedere cose tremende, e la società civile continuerà a latitare. Non si può pensare che bastino due ore di un programma televisivo per cambiare anni e anni di coma profondo delle coscienze. Ma probabilmente a me è bastato quell’impeto di orgoglio di ieri sera, sentire le cose chiamate col loro nome dalle 21.05 alle 23.15. Non è poco. E ho capito che il cambiamento deve partire prima di tutto da me: dalla mia scarsa fiducia nel mondo, dalla mia ignavia, dalla mia costante paura: di me, del mondo, della vita. Una droga che pian piano mi avvelena, e di cui sempre più difficilmente riesco a fare a meno. Per questo, io personalmente devo un grazie a Saviano e a Fazio. Ma credo che molti di noi, per tante ragioni diverse, siano in debito con loro, oggi.

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Inception

ATTENZIONE – POTREBBE ESSERCI QUALCHE SPOILER…

Sulla scorta del sentito consiglio del sempre ottimo Fab – a proposito, ascoltate la puntata di stasera di Fantasy On Air, c’è anche un mio minuscolo contributo – e delle recensioni viste in giro, venerdì sera sono andata a vedere Inception.
Ora, confesso che questo non è un periodo in cui ho voglia di film cervellotici. Sono nel mood da trame lineari, da film abbastanza leggeri, che fanno passare quelle due orette in spensieratezza. Per questo non ero convintissima della visione. Perché l’ultimo film di Nolan che ho visto è stato Memento. Molto bello. Originale. Con una struttura da paura. Ma adesso non potrei. No, proprio non potrei mettermi lì a vedere una cosa del genere.
Fatta la premessa, devo dire che invece mi sono ricreduta. Inception è il film d’intrattenimento perfetto. Quando uno va a vedersi un thriller, un film d’azione a cinema, si aspetta una cosa così. Peccato che una cosa così esca una volta ogni due anni se hai culo, spesso anche di me. In cambio, effetti speciali a paccate, trame con voragini paurose, sceneggiature risibili.
Intendiamoci, i suoi difetti Inception ce li ha. Ok, i personaggi non è che siano esattamente la profondità personificata. Anzi, a parte Cobb, per la maggior parte sono dei chiari stereotipi: il preciso, la fanciulla piena di grinta, il piacione, il figlio mazzolato dal padre magnate…Ok, c’è un eccesso di spiegotti. La prima mezz’ora di film è come l’enunciato di un teorema: sta lì a porre le premesse necessarie per la visione. Ok, qualcosa non torna: perché quando loro son tutti lì sballottolati nel pulmino non si svegliano? Il chimico dice esplicitamente che la droga permette di essere risvegliati se si casca di lato, o in avanti, o indietro.
Ma sapete una cosa? Chissenefrega. Tutti questi difetti non inficiano il piacere della visione. E questo è il punto di qualsiasi opera che faccia della trama il veicolo principe della sua poetica. La coerenza, la verosimiglianza non potranno mai essere assolute: dio è quello che crea un mondo in cui tutto torna perfettamente dal punto di vista logico, o non staremmo qui a indagarlo con la matematica e la fisica. Un regista, uno sceneggiatore, uno scrittore una cosa del genere non sarà mai in grado di farla. Ma se è bravo, se è davvero un affabulatore, riuscirà a farti sospendere l’incredulità quel tanto che basta a passare sopra alle inevitabili incongruenze. Se stai a chiederti come fa un professore di Harvard a buttarsi da 3000 m usando come paracadute un telone tenuto su con le mani, beh, evidentemente lo scrittore non è stato abbastanza bravo a coinvolgerti con la trama. Ma non è il caso di Nolan. Nolan ha un controllo assoluto, spaventoso della materia che tratta. I film di Nolan sono monoblocco, hanno una compattezza che fa spavento. Tutto torna. E non nel senso che non ci sono le incongruenze. Nel senso che la trama è chiusa, sa in ogni momento dove sta andando, e soprattutto c’è una corrispondenza assoluta, impressionante tra forma e contenuto. Pensateci. The Prestige parlava di magia, ed era strutturato esattamente come un numero di magia: c’è la promessa, c’è la svolta, c’è il prestigio. Memento parlava di memoria, e come la memoria è frammentato: infatti tutto viene percepito esattamente come lo vede Leonard. E così Inception è un sogno. Dopo un po’, dopo molto poco, inizi a guardare tutto cercando di capire. È un sogno? È la realtà? Sono in grado di distinguere? Questo perché la prima mezzora ti spiazza, catapultandoti in un gioco di scatole cinesi. Da allora sei catturato. Da allora sogni anche tu. E in questo senso il finale non è un semplice “non sapevo come concludere, ho finito così”, come ha detto qualcuno. No. È che il film parla dell’impossibilità di distinguere ciò che è reale da ciò che non lo è, e dunque lo spettatore non può capire se sta sognando o è sveglio. Fa parte del gioco.
Per il resto, ogni cosa nel film è piegata alle esigenze dello sviluppo della trama. Non c’è un elemento stilistico che non serve l’intreccio. Il rallenty. L’odioso bullett time, che in Matrix ci piaceva anche, ma dopo è diventato un must di ogni film d’azione, per cui se non c’è la scena in bullett time non à action. In Inception serve. Sta solo dove ha un senso. E non vi sto a spiegare il perché, dovete vedere il film. E non ha un senso stilistico: no no, serve proprio ai fini della trama. Gli effetti speciali. Il cancro del cinema d’intrattenimento. Li infilano ovunque, sempre più grandiosi, sempre più verosimili, sempre più francamente pallosi. Ormai ho visto tutto a cinema. Voglio dire, la scorsa settimana mi sono rivista le 12 ore delle versioni estese de Il Signore degli Anelli. Un film di quasi dieci anni fa. Da allora non è stato fatto un solo reale passo avanti negli effetti speciali. ISDA m’ha già fatto vedere tutto. Ecco, in Inception ci sono pochi effetti speciali, tutti al servizio di scene ad effetto che servono ai fini della trama. Eppure, ragazzi, siamo nel mondo dei sogni, poteva inventarsi roba assolutamente allucinatoria, lisergica. Invece no, perché l’aspetto visivo non deve distrarre dall’intreccio, che è il vero fulcro di tutto. E, intendiamoci, le scene da whoa! ci sono, per quanto quella che mi ha colpita di più – il treno, per chi ha viso il film – sia in fin dei conti la più banale. Ma non stanno lì a distrarre lo spettatore.
Anche il fatto che i personaggi siano stereotipi è una cosa completamente voluta: che c’è di male nell’archetipo? Voglio dire, saranno quattro in tutto le storie che si possono raccontare, e due sono di formazione, per cui tutto il resto è chiosa, punto di vista dell’autore, capacità di affabulazione. Nolan piglia un tema seminale (cosa è vero? Cosa non lo è? Posso fidarmi della mia percezione?), cinque personaggi stra-abusati, e ci costruisce su un piccolo gioiello, che proprio per il suo essere così archetipico, ti acchiappa dall’inizio alla fine.
Poi possiamo parlare di tematiche più profonde. Nolan parla sempre di ossessioni. Il Leonard di Memento è ossessionato dalla vendetta, Batman è ossessionato da un distorto senso di giustizia, Angier e Borden sono ossessionati dall’illusione perfetta, e dalla loro rivalità. E Cobb è ossessionato da Mal. Il gioco è scoperto, ce lo dice Cobb stesso, nella frase più famosa del film: “Qual’è il parassita più resistente? Un’idea. Una singola idea della mente umana può costruire città. Un’idea può trasformare il mondo e riscrivere tutte le idee”.
E poi possiamo anche dire che Nolan ha la straordinaria capacità di costruire una mitologia: crea mondi pieni di elementi in qualche modo seminali, simbolici, che restano nella mente dello spettatore. I tatuaggi sul corpo di Leonard, la trottolina di Cobb. I nomi stessi dei personaggi richiamano questa dimensione archetipica (l’archietto, il chimico, il falsario).
Insomma, un gran bel film. Ok, non un capolavoro. Ma una cosa dalla quale ogni scrittore di genere ha un sacco da imparare.

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La solitudine a cinema

Sicché domenica sera sono andata a vedere il film tratto da La Solitudine dei Numeri Primi. Forse ve lo ricordate (o forse no), ma il libro in questione lo lessi quando ancora non era fenomeno editoriale, ed è uno dei libri più belli che abbia letto negli ultimi anni. Lo Strega, il Campiello e tutto l’ambaradan che si è andato montando intorno al libro nei mesi non mi hanno fatto cambiare idea di una virgola. Resta uno dei miei libri preferiti. Per cui il passaggio a cinema è stato quasi obbligato, nonostante l’agghiacciante trailer con cui il film mi si è presentato qualche settimana fa.
Le attese erano basse. Dice: “Ma allora perché ci sei andata?”. Avevo voglia di andare a cinema. Ed ero curiosa. A Costanzo facevo la corte da Private, che non sono poi mai riuscita ad andare a vedere.
Lo spettacolo ero quello delle 22.30. Considerando che mi sveglio più o meno sempre alle 7.30, e che i week end sono quasi più faticosi dei giorni lavorativi, consideravo un successo già l’arrivare a fine proiezione sveglia. E in effetti non ho dormito.
Dare però un giudizio più articolato è difficile. Perché, dopo due giorni, non so dire esattamente se il film mi sia piaciuto o meno.
È innegabile che Costanzo è uno che ha una visione. Ammirevole è il fatto che abbia voluto dare la propria interpretazione del libro, un’interpretazione per altro per nulla banale, e per molti versi riuscita. La filologia nel ricostruire gli anni ’80, e riempirli di un orrore latente (l’albergo in mezzo alla neve, il corridoio che fa tantissimo Overlook Hotel, la piastrelle della cucina) è una scelta interessante, così come la musica ossessiva, martellante, inquietante. È un horror, e sfido chiunque a pensare che da un libro come La Solitudine dei Numeri Primi si potesse tirare fuori un horror. Belle anche certe inquadrature di ambienti, che non fanno altro che accrescere il senso di orrore. Tutto è straniante, alieno, senza senso. Da questo punto di vista, la sequenza di apertura è assolutamente magistrale: i bambini mascherati, la musica inquietante, Michela che urla, e poi il silenzio, i volti di Mattia e Michela pieni di paura. C’è sostanza, insomma. Guardando mi venivano in mente i periodi peggiori della mia infanzia e della mia adolescenza: il sentirsi sempre fuori posto, la difficoltà a inserirsi, quel senso cupo, angosciante, di non poter mai essere davvero felici, di dover restare in quel limbo doloroso di non appartenenza per tutta la vita. In questo Costanzo ha colto il libro, che non è la storia – che lascerebbe il tempo che trova – di un’anoressica e un matematico autolesionista, ma di quella parte di noi che si nega la serenità, che cerca senza trovare, che è sempre nel posto sbagliato al momento sbagliato. È per questo che leggi il libro e senti che parla di te.
Però…Però questo film non mi pare completamente riuscito. La scelta di diluire la rappresentazione dei traumi di Alice e Mattia lungo l’arco di tutta la pellicola ha un senso, ma il saltellare di continuo da un flashback all’altro frammenta eccessivamente la narrazione. Il risultato è che la trama ne esce completamente destrutturata, e, sostanzialmente, si dissolve. Il libro una trama ce l’aveva. Il film no. Il è solo atmosfera, il film sono solo Alice e Mattia che stanno male.
Anche l’anoressia di Alice resta praticamente sempre sullo sfondo. Compare solo verso la fine, appena accennata. Peccato, perché così in qualche modo Alice appare meno “damaged” di Mattia, risulta complessivamente meno risolta, meno approfondita.
Poi, è lungo. Sarà che ero stanca, ma verso metà film ho iniziato a sentirmi affaticata. Davanti alla prospettiva di un tot di altri eventi che sapevo avrebbero dovuto verificarsi mi è preso un po’ di sconforto. Nemmeno a dire si poteva tagliare. In fin dei conti tante cose sono già state tagliate.
Per il resto, grandissime interpretazioni, di tutti, da Alba Rohrwacher e Luca Marinelli ai bambini che interpretano i Nostri durante l’infanzia. Un film veramente ben recitato, ma davvero.
Insomma, non so che giudizio darne, alla fine. Apprezzo il coraggio di fare una cosa diversa, ma ho l’impressione che non tutte le ciambelle riescano sempre col buco bello tondo tondo.

P.S.
C’entra nulla, ma se volete sentire una mia intervista particolarmente folle e divertente, andate qua

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duemila…yawn…dodici

Anche le scrittrici che stanno facendo la correzione dell’ultimo libro ogni tanto dedicano una serata al puro scazzo. Nello specifico, io ieri sera mi sono dedicata alla visione di 2012. Le intenzioni erano oneste e buone: vedersi un bel filmone d’azione che diverte, con quel tanto di ironia che non guasta, tanta distruzione e possibilità di spegnere il cervello per due ore o giù di lì. Del resto, Stargate a me è sempre piaciuto molto – ogni volta che lo passano in tv me lo riguardo – Indipendence Day è un filmetto divertente, quindi…Voglio dire, ero conscia che non stavo guardando Godard, anzi, parte del divertimento speravo venisse fuori dalle molteplici cazzate di fisica di cui speravo il film fosse infarcito.
Ecco, devo dire che nonostante il mio spirito aperto, il giusto mood con cui mi ero avvicinata alla visione, e l’HD che per prodotti del genere non guasta mai, io per due ore non ho fatto altro che sbadigliare alla grande.
Capite, non sto dicendo che la storia non c’è – che poi è vero – o che i personaggi sono di carta velina – che pure questo è vero – o che la sceneggiatura è un affastellarsi di fastidiosi luoghi comuni – e anche questo è vero – ma che mi sono annoiata.
Innanzitutto, il film parte benissimo: quella scena lì dei flares solari è meravigliosa, andrebbe usata nei documentari divulgativi sul sole. Peccato che poi si impantani per quaranta minuti buoni in inutili divagazioni sui personaggi: e il padre che c’ha problemi col figlio adolescente, e la moglie che evidentemente l’ex-marito ancora le fa sangue ma sai, è un bambino, insegue i suoi sogni, io non arrivo a fine mese, per cui mi metto con l’uomo palloso ma che mi dà sicurezza, e il pazzo che ha capito tutto ma nessuno lo sta a sentire, e lo scienziato che lavora alla Casa Bianca ma c’ha il padre morto di fame…Tutto sostenuto da interpretazioni da pena capitale. John Cusack evidentemente si domanda perché abbia accettato di fare una cosa del genere, e si aggira stupito tra scene via via più ripetitive, il resto dei membri della sua famiglia sono attoniti almeno quanto lui, e sembrano chiedersi più o meno ad ogni inquadratura quale sia la faccia giusta da fare: devo urlare? Devo essere stupito? Devo sorridere? Boh? L’unico che si salva è Woody Harrelson, che fa la cosa che gli riesce meglio, certo, ma almeno sembra aderire allo spirito cazzone che si suppone un film del genere debba avere.
Poi finalmente le cose iniziano ad essere distrutte. Voglio dire, è per questo che guardo 2012, per vedere Los Angeles che esplode, il Vaticano che collassa e via così. Peccato che le scene più puramente catastrofiche siano di una ripetitività – e anche di una banalità, diciamocelo – agghiacciante. Tre volte vediamo un aereo che decolla mentre la pista dietro e davanti collassa. Se ci mettiamo anche le scene della limousine che corre in mezzo a Los Angeles che casca giù e il pulmino Volkswagen inseguito dalla lava, abbiamo cinque scene che sfruttano tutte lo stesso identico stratagemma di trama: omino su mezzo di fortuna che scappa da catastrofe/distruzione alle sue spalle. Una cosa non già vista al cinema, dde ppiù. Per un’ora non facciamo altro che vedere la strada che si fa in pezzi e i palazzi che vengono giù, che uno alla prima volta può anche fare “wow!” poi si assuefà e sbadiglia. È la distruzione del mondo, non potevamo inventarci qualcosa di più vario? Qualcosa che non sia solo la crosta terrestre che collassa? Ok, c’è Yellowstone che erutta: e capirai, anche qui c’era arrivato Dante’s Peak, niente di nuovo sotto il sole.
L’altra metà film è dedicata alla serie tsunami. Qui c’è l’unica, grossa cazzata fisica di tutto il film: la nave del babbo dello scienziato spazzata via dallo tsunami. In mare aperto lo tsunami savrà una lunghezza d’onda di centinaia di metri, ma è alto pochi centimetri; è quando arriva verso riva e tocca il fondale che diventa una cosa catastrofica. Comunque, non che questo abbia molta importanza. Le scene con l’acqua sono almeno un po’ più varie di quelle dei terremoti. Peccato però che quelle più belle siano state bruciate dai trailer: la scena dell’Himalaya allagato è d’impatto, ma è uscita col primo – per altro splendido – trailer del film.
Pregevole anche la scena della distruzione del Vaticano – anche se ammetto che fa male al cuore vedere la Cappella Sistina che va in frantumi – ma anche questa l’avevamo già vista nel trailer. Per altro, Emmerich è uno che il sottotesto lo rende sempre molto fine, di difficile comprensione: la scena della crepa tra il dito di Adamo e quello di Dio nella creazione di Michelangelo è proprio sottile sottile, eh? Una metafora appena accennata…
Comunque. Il fatto è che nonostante le prevedibili morti, le tonnellate di effetti speciali, uno si annoia. Non si affeziona a nessuno dei protagonisti, non si diverte a vedere la terra scassata, e prega solo che finisca presto. Per altro, il “cattivo” è il più saggio e coerente del cucuzzaro, mentre lo scienziato e la figlia del presidente mostrano quella classica etica del “oh, non posso tollerare la vista di una persona che muore davanti a me, ma se muore due passi più in là e non la vedo tutto ok”. Perché francamente non si capisce perché la massa di ricconi ammassati in Cina davanti all’arca che non può partire debba salvarsi e i miliardi di persone là fuori debbano invece schiattare tra atroci sofferenze. Ma vabbeh.
Per il resto, buchi di sceneggiatura più devastanti di quelli generati dai terremoti che si vedono sullo schermo: i Maya avevano previsto tutto. Ok, come? Basta mettersi tutti sulle navi e ci salveremo. Perché? Ma come, non s’è fluidificata la crosta terrestre? E ‘sto processo si ferma? E come? Perché?
Insomma, l’ultima mezzora mi stavo addormentando, pregavo finisse il prima possibile.
Eppure, ripeto, altri film di Emmerich mi erano piaciuti. Non che fosse roba da storia del cinema, ma intrattenimento di buona fattura sì. Ok, ingenuità, personaggi tagliati con l’accetta, ma ci si divertiva. Cosa gli è successo in questi anni?
Comunque. È bastato poco per tirarmi su dalla deprimente visione. È bastato alzare gli occhi sul mio angolo scrittura nel salotto, e vedere questo.

Ed eccomi servita la scusa per farvi vedere il mio regalo :)

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Amadeus

Ieri sera ho visto Amadeus. Lo vidi la prima volta da bambina, ma dovevo essere piccola, perché ricordo solo due cose: Salieri insanguinato all’inizio del film e Mozart che rideva di continuo con uno scemo. Ma il film in qualche modo doveva aver colpito il mio immaginario di bimba, perché avrei sempre voluto rivederlo. Approfittando del giornatone cinema di Sky per l’inaugurazione dei nuovi canali HD, l’ho fatto.
Ora. Ci sarebbe da parlare per giorni di questo film. Che è un capolavoro. Poco importa che la ricostruzione della vicenda Salieri Mozart non sia fedele alla realtà dei fatti. Amadeus è un apologo. Una lunga, ironica, grandiosa, sofferta riflessione sulla vita. Sì, sull’invidia, sul talento, su Dio. Ma soprattutto sulla vita. Sull’ingiustizia della vita.
Già il titolo dice tutto. Amadeus. Amato da Dio. Che poi sarebbe la traduzione letterale del secondo nome di Mozart, Theophilus. In latino, appunto Amadeus. E fin dall’inizio Salieri lo vede così. Un figlio eletto di Dio, addirittura una sua incarnazione. Un fanciullo “vanaglorioso, libidinoso, sconcio, infantile”, un uomo senza qualità, che però Dio ha investito di un talento sovrumano. Ed è qui il busillis, un busillis molto umano, che tutti ci sentiamo di comprendere: perché Mozart sì e Salieri no? Perché Salieri, che ha desiderato la musica per una vita intera, prendendola come sposa in una vita di castità, che si dedica alle note con un rigore da asceta, non riesce a scrivere quella stessa musica che Mozart non fatica neppure un po’ a produrre, che gli viene fuori dalla testa già perfetta, già conclusa, già sublime? A pensarci bene, questo è il problema dell’esistenza.
Ciascuno di noi ha dei sogni, delle aspirazioni. In qualche caso sono velleità artistiche. Ma la stragrande maggioranza di noi non ce la fa. Deve scendere a patti con le proprie capacità, coi propri limiti. E succede che per quanto si ami profondamente fare qualcosa, quella sia, guarda un po’, l’unica cosa che non siamo in grado di fare. Che è una cosa che porta dolore, certo, ma si potrebbe anche sopportare. Se non fosse poi che viene fuori qualcuno che invece quella cosa la fa benissimo, senza alcun merito, senza anni di studio, di impegno, senza sacrificio. Me ne vengono in mente di casi del genere. Dov’è la giustizia in questo?
Il talento è immeritato. Sempre. È un dono che qualcuno ha, e qualcun altro no. Non c’è alcun merito nell’averlo. È come nascere con gli occhi azzurri invece che neri. Un capriccio del caso. Qualcosa che ti scende dal cielo. È incredibile quanta tragicità ci sia in una constatazione simile. Una tragicità che il film, nel suo andamento quasi farsesco, coglie in pieno. Meravigliosa in questo senso è una delle scene finali, con Mozart che detta a Salieri alcuni brani del Requiem. Salieri si affanna a star dietro alla dettatura di Mozart, ma non ci riesce, non ce la fa, non capisce. Perché il talento è incomprensibile, un mistero. Chi ce l’ha appartiene ad un’altra razza, che partecipa del futuro. Salieri è un gran compositore, ma è radicato nel presente. Mozart no. Mozart è avanti, ragiona in un modo che per i suoi contemporanei è incomprensibile (l’imperatore che si lamenta che Le Nozze di Figaro hanno “troppe note”). E così Salieri, che pure per tutto il film è stato benedetto (o meglio maledetto) da un’altra forma di dono, la capacità – unico tra i suoi contemporanei – di comprendere fino in fondo il genio di Mozart, quando entra in contatto con la sua genialità si rende conto di quanto essa sia inafferrabile, inspiegabile, irriducibile ai canoni della musica dell’epoca. Ed è in quella scena che finalmente i due si toccano per davvero: Salieri che succhia via la linfa creativa di Mozart, e non è più per rubargli la sua ultima composizione, ma per sentirsi – in un modo larvato e triste – partecipe di quel genio, e Mozart, che in tutta la sua tracotanza, in tutte le sue pose da rockstar (perché alla fine Forman così ce lo mostra, una rockstar del ’700 con tanto di vita dissoluta, alcool e debiti a palate), in fin dei conti è alla disperata ricerca dell’approvazione di qualcuno (“pensavo che di me e della mia musica non vi importasse…perdonatemi”).
Grandioso. Grandioso e tragico.
Poi, ovviamente, su questo tema portante se ne innestano una miriade di altri, proprio come in un pezzo orchestrale. Il rapporto tra un uomo e i propri miti, per dire. In fin dei conti, il vero peccato di Mozart è quello di non corrispondere all’immagine ideale che ne ha Salieri. Salieri s’immagina un uomo sul cui viso, nei cui atteggiamenti in qualche modo il talento abbia lasciato un segno. E invece si trova davanti un ragazzino che rincorre un paio di tette. Dimostrazione di un’altra grande verità: il genio non ci fa migliori. Si può essere straordinari musicisti, grandissimi scrittori, ed essere al contempo persone piccole piccole. Occorrerebbe saper accettare l’umanità dietro il mito, ma la maggior parte della gente non ne è in grado.
Oppure il tema continuo di Dio che truffa l’uomo, lo induce in tentazione per il proprio diletto, prima lo illude, e poi lo punisce. O ancora il rapporto tra vita e arte. Salieri non vive, e la sua arte è povera, sterile, ridotta al rispetto dei canoni dell’epoca, Mozart fa la vita del dissoluto, e la sua musica palpita di vita e di divino. E poi il rapporto coi padri, la follia…un sacco di cose. Messe in scena in un modo grandioso, sostenute da grandissime prove attoriali. Un film che dura tre ore, ma alla fine ti pare ne sia passata al massimo una.
Io non ho mai amato particolarmente Mozart. Qualcuno una volta mi prese in giro, chiedendomi se fosse perché c’erano troppe note. Non è quello. È che è un po’ troppo allegro per i miei gusti. Non a caso l’unica sua cosa che mi piace molto è il Requiem, che è giustamente deprimente, e tutto sommato anche poco riuscito. E nonostante io sia decisamente una Salieri, e questo senso schiacciante di mediocrità me lo porto addosso sempre, come un vestito un po’ stretto, non ho potuto fare a meno di tifare per l’enfant prodige per tutto il tempo: perché il talento ci attrae, il suo essere misterioso, indecifrabile, ci parla di una dimensione altra, ci avvicina, davvero, al divino.
Il film è stato ridoppiato. E te pareva. Ma io tanto non ricordo il doppiaggio originale. E poi devo dire che Max Alto fa veramente un lavoro bello bello bello in modo assurdo.

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