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Sentinelle dell’Apocalisse

Credo che a questa storia delle Sentinelle in Piedi sia stata dedicata più attenzione di quanta ne meritasse, che poi è l’intenzione di chiunque voglia manifestare per una qualche causa. Mi sembrano un movimento tutto sommato minoritario, che però fa un sacco di casino, grazie soprattutto ai media che gli dedicano estrema attenzione, e a tutti noi, che non facciamo che parlarne da giorni. Per questo, vorrei concentrarmi su due questioni tutto sommato laterali, che mi pare siano state discusse meno del classico”sono retrogradi” vs. “ognuno può manifestare le proprie opinioni”.
Ormai si è perso il senso della parola opinione. Un’opinione è una credenza che la gente si fa su questioni che non possono essere chiarite con un criterio di verità unanime. È un’opinione credere nell’aldilà, visto che non ci sono prove né a favore né a sfavore, è un’opinione credere in Dio, ci sono opinioni persino nell’ambito scientifico, quando uno stesso set di dati può essere interpretato in due modi equivalenti e ugualmente validi dal punto di vista scientifico. Non è un’opinione una cosa sulla quale si è accertata la verità, ad esempio, con mezzi scientifici. Non è un’opinione che i gay sono persone malate: la psichiatria definisce l’omosessualità una variante normale del comportamento sessuale umano. Non è un’opinione che l’omosessualità è “innaturale”: l’omosessualità è attestata in tantissime specie animali. Non è un’opinione che se si approva il matrimonio tra gay, allora scoppia la famiglia eterosessuale: questo implicherebbe che siamo tutti gay sotto sotto, e che scegliamo l’eterosessualità solo perché non abbiamo altra possibilità, mentre la percentuale di persone omosessuali si attesta su un 10% della popolazione totale. Le prime due non solo non sono opinioni, sono direttamente insulti, non diversi dal dire che i neri sono inferiori e uguali alle scimmie, che i rom sono tutti ladri, che tizio è uno stronzo.
Nel loro sito, le Sentinelle si richiamano direttamente a Orwell, con la famosa (e abbondantemente citata mentulam canis, un po’ come quella di Pasolini sui celerini) frase “La libertà è poter dire che due più due è uguale quattro”. Ecco, l’omofobia è la libertà di dire che due più due uguale cinque. Lo puoi dire, certo, ma non puoi lamentarti se poi la gente ti fa notare che sei un analfabeta in matematica.
Seconda questione: quel che trovo profondamente brutto in tutto questo è il manifestare non per i propri diritti (o per i diritti di qualcun’altro, che poi è la cosa più bella), ma contro quelli di altre persone. Qui non si chiedono politiche serie di appoggio alla famiglia: qui si manifesta contro il diritto alle persone di amarsi nel modo che più loro aggrada. E questo lo trovo un orrendo capovolgimento del senso stesso dell’attivismo. Mi dà la stessa sensazione di brivido quando vedo il messaggio evangelico immischiato in robe che non c’entrano assolutamente nulla. Una cosa in principio bella vilipesa, privata di senso, completamente rovesciata. Come se avere più diritti non ci rendesse tutti più liberi. Come se accettare la diversità non ci permettesse alla nostra società di essere più pacifica e felice.
Questo è quanto. Sono solo due spunti di riflessione buttati là, che spero facciano sorgere qualche domanda.

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È stato già detto tutto

Spesso sento Radio2, e c’è questa rubrica, all’interno del programma SuperMax, che si intitola proprio così, È stato già detto tutto. Il titolo mi è venuto in mente stamattina, quando ho aperto i social network sulla notizia che immagino sia giunta già a tutti voi: la morte di Robin Williams.
È universalmente noto che “quando muore uno famoso” (Zerocalcare cit.) il web dà più o meno il peggio di sé. A me la dinamica classica è arrivata addosso stile tsunami, investendomi in dieci minuti netti con tutte le reazioni possibili della rete quando si commenta una notizia del genere.
Il cordoglio, lo stupore, quindi la frase sdolcinata (“insegna agli angeli a…”). Poi la reazioni: il cinismo, la battuta fuori luogo, e l’immancabile “Ogni giorno muoiono un sacco di cani/gatti/bambini/inserireminoranzaepiacere e non gliene frega niente a nessuno”. In sequenza, lo sdegno per il cinismo, lo sdegno per il commento sdolcinato, quindi il flame.
E lì ho capito che, appunto, era stato detto tutto. Chiunque si inserisse nella discussione a quel punto non poteva che finire catalogato in una di quelle dinamiche che ho su esposto, senza possibilità di produrre una voce altra, di esprimere una forma di cordoglio diversa. L’unica alternativa, tacere. Che è poi quello che ho fatto fin più o meno a metà mattina (eh sì che ero dispiaciuta, c’ero rimasta male…), quando poi mi sono distratta e ho postato sull’argomento.
E quindi niente. Ho capito d’improvviso che internet non c’ha dato libertà di parola, tutt’altro. Ha aumentato a dismisura il rumore di fondo, mostrando a noi stessi la banalità montante del 99% dei commenti che facciamo riguardo all’argomento X. Ha infilato la nostra frase smart e commovente in un mare di altre frasi smart e commoventi identiche, togliendole qualsiasi significato. È che tutti parlano, e quindi è come se non parlasse nessuno. Ogni parola perde di senso quando affonda nel rumore bianco. Alla fine non conta neppure più per cosa quella parola è stata spesa, perché ogni sentimento, ogni discussione, in rete poi finisce per scatenare un flame di qualche genere, per polarizzare il pubblico: di qua con quelli degli angeli, di là con quelli che “ma era un tossico”.
So che la riflessione apparirà vagamente fascista. Non è che stia invocando la censura, o lamentando l’ampia libertà di parola che vige sulla rete. È solo che forse ogni tanto occorrerebbe riflettere su quel che si dice, prima di dirlo. Altrimenti il senso si perde. Se vogliamo che questo mare di informazioni abbia un significato, che ne esca, come un distillato di un succo pregiato, qualcosa che valga la pena conservare, o anche solo leggere, occorrerebbe ripensare la nostra presenza online, e smetterla di seguire il riflesso pavloviano del commento in libertà. Che anch’io pratico, eh? Non è che voglia tirarmi fuori dal mucchio. Infatti non mi sono sottratta al social-epitaffio. Però tutta questa quantità mi spaventa. È che non riesco neppure più a capire come si colga la qualità. Ma forse sono io ad essere inutilmente idiosincratica con la rete, e la guardo sempre da un punto di vista preconcetto.

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Pieni e vuoti

La mia memoria è una cosa strana. Ci sono cose che ricordo molto bene, eventi magari non fondamentali, ma che ho stampati in mente chiaramente. Ricordo soprattutto i sentimenti, le emozioni, belle o brutte, di tutti i periodi della mia vita. E poi, ci sono cose, anche importanti, che sono semplicemente scomparse. Non se sia una cosa patologica o no, a volte me lo sono chiesto, ma ho dei buchi, a volte grossi.
Un buco non indifferente è il mio esame di maturità. Intendiamoci, non è che non ricordo proprio niente. Mi mancano però dei pezzi. Ho dei flash separati, e dei punti di buio. È vero che l’evento appartiene per quel che mi riguarda ad una vita fa. L’università ha rappresentato per me uno spartiacque definitivo: prima ero una persona certo ansiosa, ma la cui ansia non riguardava mai l’attività scolastica. Non avevo mai davvero paura del compito in classe, o dell’interrogazione. Studiavo, e avevo l’impressione che bastasse. Non ricevevo pressioni particolari dai miei, e le cose andavano bene senza troppi problemi. Non mi sono mai dovuta proprio ammazzare di studio.
Poi, misi piede all’università e, senza ragioni specifiche, decisi che studiare non bastava più, che ci voleva un qualche quid che io non possedevo. Così, dall’oggi al domani. Prima ancora che potessi dare qualche esame e provarmi davvero. La mia insicurezza sul lavoro nasce tutta là. E non so da cosa è partita. Comunque.
L’esame di maturità appatiene al periodo immediatamente precedente. Non avevo granché paura. Ero andata bene tutto l’anno, avevo studiato, e mi stavo molto divertendo con la tesina (eravamo i primi a sperimentare quella novità, assieme all’esame che verteva su tutte le materie), non vedevo dove fosse il problema. Quando tutti quelli che ci erano già passati mi dicevano che la maturità non era poi questo granché, io, a differenza dei miei colleghi, ci credevo. Ed è così: ha una grandissima valenza simbolica, certo, ma rispetto all’esame medio dell’università, a livello di difficoltà è una passeggiata.
E così, ho pochi ricordi.
Non ricordo il banco, dove fossi seduta, come fossi vestita il giorno delle prove scritte. Ricordo i faldoni con le prove, l’aspetto della carta su cui erano stampate le tracce dei temi. Ricordo la prof di lettere che cercava di tradurci al volo la versione di greco, mentre i membri esterni della commissione erano fuori. Ricordo la domanda della terza prova sulla quale caddi: fisica, destino volle, una cosa sul moto degli elettroni dentro un filo.
Va meglio con l’orale. Perché ero davvero emozionata, sebbene sicura di me. Di quello ricordo tutto: com’ero seduta, com’era l’aula, le domande e le reazioni dei professori.
Mi viene da pensarci perché ieri è iniziata la maturità, e come ogni anno mi verrebbe voglia di fare uno dei temi. Mi piaceva fare i temi. I post di un blog non sono un po’ tutti temi liberi? O provarmi con la versione di latino (quella di greco, ormai, è proibitiva). O fare lo studio di funzioni dello scientifico, perché era una delle poche cose di analisi che mi divertirono pressoché da subito all’università.
È che a volte mi chiedo se non fosse stata necessaria, la paura della maturità, se non mi sia persa qualcosa, dormendo in pace la notte prima. In fin dei conti, la vita degli uomini è costellata di passaggi simbolici, la cui importanza non sta nella loro difficoltà oggettiva, ma in tutto ciò che a livello sociale rappresentano. La maturità è questo, un rito collettivo cui tutti partecipano, una esperienza che accomuna buona parte della popolazione, una porta attraverso la quale tutti siamo passati. La mia, semplicemente, era aperta. Ho avuto altri simboli, dopo, altri passaggi rituali, diversi. Ma è una mia caratteristica, non ritrovarmi in certe cose e farlo in altre, come se l’attesa di cui certi eventi sono caricati me li abbia resi meno decisivi, più banali. E poi mi sono rifatta dopo, all’università. Alla discussione della tesi di laurea sono arrivata che ero abbastanza uno straccio :P .
Forse ognuno ha il suo percorso, i suoi simboli, i suoi passaggi decisivi. A volte corrispondono con quelli di tutti, a volte no. Per questo probabilmente a ognuno di noi sembra di vivere certe cose come se fossimo i primi al mondo. Il bello sta tutto qua, probabilmente.

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Considerazioni laterali alle elezioni

La politica mi ha sempre interessata molto, credo si intuisca :P , ma analisi serie sul voto non sono in grado di farne. Non è neppure il mio mestiere, a dirla tutta. Ma ieri notte, mentre l’insonnia mi teneva sveglia sui numeri dello spoglio, mi sono venute in mente un paio di considerazioni che condivido con voi.

L’imprevedibilità della storia
Chi mi segue su Twitter forse avrà notato, qualche settimana fa, un tweet in cui segnalavo un podcast storico di cui mi sono appassionata: HistoryCast. In verità lo storico di famiglia è Giuliano, ma in questa ha tirato dentro anche me, che in storia non sono mai stata granché forte. Comunque. Ascoltando i podcast (che vi consiglio, perché davvero ben fatti e appassionanti) mi sono resa conto di quanto sia difficile, persino dalla distanza di qualche centinaio di anni, interpretare efficacemente la storia, capire perché è successa una cosa piuttosto che un’altra. Più di una volta, durante l’ascolto, mi sono domandata i contemporanei dell’evento storico come l’avessero vissuto, che ne avevano pensato. Ecco però che anche la contemporaneità è di difficile interpretazione. Più o meno sembrava essere nell’aria un buon risultato per il PD, ma chi si sarebbe mai aspettato percentuali del genere? Il mondo è un posto complicato, in cui risalire l’infinita catena di cause ed effetti è il più delle volte proibitivo, e il cuore dell’uomo e della massa spesso insondabile. Non esistono risposte facili a problemi complessi, e forse questo spiega anche il risultato elettorale. O, almeno, mi piacerebbe fosse così.

L’eterno derby
Non era neppure iniziato lo spoglio, c’erano solo i dati delle proiezioni, e già in rete era partito il carosello dei vincitori che sfottevano i perdenti. Stamattina è anche peggio. Il tono è esattamente lo stesso che le tifoserie usano durante i derby: umiliazione dell’avversiario, “semo mejo noi”, gioia non tanto perché la propria idea del mondo avrà una rappresentazione maggioritaria in Europa, ma perché l’altro ha perso e aveva torto. Ora, il primo a sposare questa visione calcistica delle elezioni è stato proprio Grillo. Io me lo ricordo Facebook di questo periodo, lo scorso anno. Quindi vale anche un po’ il discorso “chi di sfottò ferisce, di sfottò perisce”. Io lo capisco che, dopo mesi di insulti di tutti i generi, uno voglia prendersi la sua rivalsa. Ma questa non è una partita, in democrazia non si punta a distruggere l’avversario, e non è che “abbiamo vinto noi, po-popo-popo-po-po”. Non è così, in gioco c’è molto più che lo scudetto e l’avversario politico non è il “nemico”. Quindi questi caroselli da vittoria dei mondiali forse possono tirar su l’umore il lunedì mattina, ma sotto sotto ci svelano una realtà desolante: siamo ancora al campanile. Io non lo so se sia colpa della nostra storia travagliata, dell’aver vissuto separati, spesso in guerra fratricida, per secoli, ma il campanilismo, la divisione in fazioni è la vera carattaristica di questo paese, ed è forse quella che ci tiene ancora inchiodati qui, al margine della modernità, incapaci di diventare una democrazia matura.
Ripeto, ha cominciato Grillo (in verità ha cominciato davvero Berlusconi, un ventennio fa, ma Grillo ha raffinato la tecnica), indicando senza se né ma il nemico in chi non vota Movimento 5 Stelle. Ma adagiarsi su questa lettura puerile della realtà, facendo la pernacchia a chi ci dava ieri del cretino o del connivente non è esattamente il modo giusto per cambiare le cose. Non ci si può sempre dividere in fazioni in constrasto su ogni cosa, che si odiano a prescindere come i tifosi della Roma odiano quelli della Lazio. Ma tant’è, il clima politico adesso è questo. Spero in un’inversione di tendenza che ci faccia prima o poi diventare una democrazia vera, ma la strada mi pare lunga.

Votare contro
L’unica volta in cui l’elettorato in Italia si compatta è quando occorre votare contro qualcuno. Il 40% e passa del PD non è un attestato di fiducia a Renzi, o almeno non lo è del tutto. È soprattutto una certificazione di sfiducia verso Grillo. Grillo ha fatto paura, e la gente ha reagito col famoso “voto utile”. E la gente aveva anche ragione a spaventarsi: tribunali del popolo, lo spauracchio di Hitler, una retorica sempre violenta e di demonizzazione dell’avversario…non dico che Grillo sia pericoloso in sé, ma i disocorsi che fa lo sono di sicuro, la visione del mondo che ha espresso in questa campagna elettorale è respingente per molta gente (me compresa, per dire). E allora ecco che si vota contro, come se non sapessimo mai esattamente quel che vogliamo, ma fossimo sempre ben capaci di dire cosa non vogliamo. E anche questa, purtroppo, non è una bella cosa. Forse è semplicemente che da vent’anni a questa parte non siamo in grado di esprimere una classe politica davvero incisiva e convincente, o forse questo è lo spirito del nostro popolo. Chissà. Ma forse anche su questo dovremmo riflettere.

Le buone notizie
Si riassumono, per quel che mi riguarda, soprattutto nel fatto che per una volta siamo i virtuosi d’Europa. No derive populistiche di vario genere, no razzismo, no antieuropeismo. In un’Europa che nel complesso ha perso la bussola, noi rimaniamo saldi, e scegliamo chi ha tenuto i toni più bassi ed è portatore di un’idea salda di Unione. È una cosa così rara che dovremmo davvero rallegrarci. Ok, non che quest’Europa funzioni al meglio, non che vada tutto bene, ma l’unione è un processo inevitabile, che s’è innescato molti anni fa, e che semplicemente è espressione di un’operazione più vasta di globalizzazione che spero porti un giorno all’abbattimento di tutte le frontiere. Ecco, siamo ancora dentro e ci crediamo. È una cosa bella, forse l’unica per la quale dovremmo rallegrarci, tutti, stamattina.

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Jungle e giardini

L’altro giorno ho partecipato alla lezione aperta di musica all’asilo di Irene. Sì, all’asilo di Irene fanno musica. No, non suonano strumenti, non fanno solfeggio, non studiano la musica in senso stretto. Il corso è più una specie di educazione all’ascolto, che serve più che altro ad abituare i bambini al linguaggio musicale. E insomma, a fine anno si fa la lezione aperta, che è appunto una lezione come le altre, ma con la partecipazione dei genitori. E, niente, mi sono divertita un sacco. Non si usano quasi per nulla le parole, non si fa altro che vocalizzare, si ride un fracco, si fanno giochi e si balla. Fantastico. Tutto l’asilo dovrebbe essere così. Sì, ok, la disciplina, le regole, tutte cose importanti anche a quattro anni, ma a quest’età magari è anche importante imparare le cose divertendosi. La cosa più bella in assoluto è che non c’erano risposte sbagliate o risposte esatte, bravi bimbi e bimbi cattivi, e anche le chiacchiere, i versetti e le risate servivano da spunto per una canzoncina o un ritornello. Ora, non è che io abbia problemi coi voti e tutto il resto. Solo che noi genitori tendiamo ad essere ossessionati dal risultato. Già prima ancora dell’asilo è una rincorsa a chi parla prima, a chi fa prima il disegno, a chi colora esattamente nei bordi e a chi sa cantare alla perfezione la canzone di Frozen. Sembra sempre una gara, e chi non è nei primi sembra tagliato fuori: ce la farà poi a imparare a leggere e a scrivere nei tempi prescritti? Avrà una buona carriera? Sarà capace di interpretare il mondo?
Ho ritrovato questa sindrome descritta perfettamente in uno splendido libro che ho da poco finito di leggere, Il Nero e l’Argento di Paolo Giordano (che vi stra-consiglio), che parla di tutt’altro, ma che ha alcune pagine di incredibile profondità sulla genitorialità (tanto più straordinarie per un autore che, se non erro, non è padre). E lì c’è quest’ossessione per il figlio perfetto, precoce e intelligente, sempre pronto ad affrontare da vincente le sfide della vita.
Io quest’ossessione ce l’ho sempre avuta su di me. Ho sempre desiderato primeggiare, anche se in verità mai nessuno mi ha obbligata ad essere sempre la migliore. L’etica che i miei mi hanno insegnato è piuttosto quella dell’impegno, del fare sempre del proprio meglio, che non significa affatto essere la migliore. Io invece non faccio altro che confrontarmi di continuo con ipotetici competitori, e deprimermi a manetta se non riesco a vincere. Aut Caesar Aut Nihil, stava scritto sul mio diario delle superiori, il motto di Cesare Borgia, se non erro. Non ho schiodato da lì di una virgola, da allora, tanto che faccio sfide anche in piscina, quando cerco di superare il mio vicino di corsia.
Ora, ognuno si impone le torture che preferisce. Inizio ad essere vecchia per cambiare certe cattive abitudini, e probabilmente questa stupida fissazione del primo posto mi avvelenerà per sempre. Ma imporla alla prole, no, proprio no. Per questo mi è piaciuta quella mezz’ora di musica in cui ho cantato, ballato, e fatto la scema con mia figlia, come nostro solito. Perché mi ha insegnato a non star lì a inseguire sempre il risultato, ma semplicemente a godermi il momento: la bellezza della risata di sei bimbi in una stanza, il piacere di muoversi al ritmo di una canzoncina, il divertimento di qualche giochino da fare tutti assieme. Non bisogna per forza essere i primi per essere felici, per godersi il mondo fino in fondo. Anzi, a volte la stupida ossessione del podio rovina tutto: quando sei in cima hai paura della caduta, quando non lo sei continui a guardare in alto, cercando ossessivamente di capire perché non sei lassù. Non è così che funziona, non è così che voglio funzioni per Irene. Mi devo dare una calmata, smettere di preoccuparmi, e godermi l’attimo, come quel pomeriggio là senza voti e senza competizione. Il mondo mica sempre è una jungla: spesso è solo un giardino che chiede di essere esplorato con la mente e gli occhi ben aperti.

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Le storie non tradiscono

Mi ero riproposta di scrivere qualcosa, oggi. Avevo anche più o meno in testa l’argomento. Solo che sono in overdose da parole. Il mio umore è una sinusoide, ne ho già parlato tante volte, e adesso siamo nella parte discendente della curva, e forse il problema è anche questo. Ma non solo. Non sono certo in overdose da storie: continuo a raccontarne a un ritmo molto sostenuto: da questo punto di vista, questo è un periodo piuttosto felice. Sono in overdose da opinioni. Non ne posso più. Sono stanca persino di esprimere la mia.
C’era un tempo in cui la riflessione era uno spazio privato: si discuteva pubblicamente, per carità di Dio, ma c’era pure il momento in cui, nel segreto della tua stanza e della tua coscienza, ti formavi la tua opinione, plasmandola sulle tue letture, sulle tue fruizioni culturali, anche sul confronto con le esperienze di vita altrui, certo. Adesso no. Adesso si nasce con un’opinione già bella cucita addosso, pronta per essere lanciata sul prossimo a mo’ di proiettile. Adesso tutti ti devono dire come la pensano su ogni cosa, trascinandoti in infinite discussioni che non hanno alcuno scopo, se non riempire in qualche modo la pausa caffé. Tutti ti devono convincere della bontà delle loro convinzioni, perché, ehi, sei tu che non hai capito, adesso ti illumino io. In tutto ciò, lo spazio per la riflessione è zero spaccato. Non ne avanza, con tutto quello che ci prende cercare di esprimere il nostro pensiero – formatosi dove? quando? – urbi et orbi.
Ho vissuto così, esprimendo quel che pensavo ad ogni piè sospinto, per un sacco di tempo. Ho espresso la mia sui forum, sul blog, su Twitter, su Facebook. Contuinuo a farlo. Solo che improvvisamente vedo l’immensa vacuità del tutto. In un mare di parole come quello della rete, la mia quanto vale? Meno di zero? E discutere quando lo spazio per il confronto manca, visto che la discussione rapidamente degenera nelle frasi fatte e negli insulti, a che serve?
Invece le storie non mi tradiscono mai. Le storie non mi stancano. Perché le storie non ti vogliono catechizzare, non vengono lì a convincerti di qualcosa, né vengono a insultarti, a dirti che non hai capito. Le storie sono punti interrogativi. Sono domande lasciate da qualcuno, cui forse qualcun’altro risponderà, ma tutto sommato non è necessario: è il dubbio che ci forma, ci plasma, ci fa cambiare idea.
Ecco, forse, visto il mio lavoro, dovrei piantarla di esprimere la mia opinione, e raccontare invece le mie storie. Che siano per divertire, per far riflettere, per far ridere o per far piangere. Che vadano e facciano il loro cammino, che si scavino la strada che preferiscono nei cuori di chi legge. Non è più costruttivo e piacevole?

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Roma

Recentemente – sempre col solito ritardo di un paio di generazioni di cui vi dicevo ieri :P – ho visto La Grande Bellezza. Per la verità sono ad una visione e mezza (finisco stasera); coi film di Sorrentino mi capita sempre così, devo vedermeli un paio di volte per apprezzare al meglio. La prima visione è un po’ un’indagine esplorativa, con la seconda non ho più la sensazione di muovermi in territorio sconosciuto, ed è come se tutti i pezzi andassero al loro posto. E, niente, mi è piaciuto moltissimo. Ci ho trovato alcuni difetti, ovvio, la perfezione non è di questo mondo, ma ha una colonna sonora dalla quale sono diventata immediatamente dipendente, una fotografia da urlo (e grazie, un nome una garanzia, Bigazzi) e riesce a dire cose che io non sono mai stata capace di esprimere. Innanzitutto sul rapporto scrittura/vita, sul mentire per dire la verità e sul vivere per raccontarla, ma soprattutto riesce a rendere in modo impressionate quel che sento per la mia città.
Ho parlato miriardi di volte del mio rapporto complesso con Roma. Le radici del mio amore odio credo vengano da lontano: innanzitutto dal fatto che sono figlia di immigrati, e che tutte le mie radici stanno 200 km più a sud di qua. I miei non si sono mai davvero adattati alla vita in questa città, e questa cosa per osmosi è passata anche a me. Ma non credo sia solo questo. Forse è anche che quando vivi a Roma in qualche modo ti senti obbligato ad amarla. Lo capisci dalle facce che fa la gente quando gli dici dove sei nato e dove vivi, dall’ammirazione e dall’invidia, dallo stupore quando gli spieghi che no, non senti un gran senso di appartenenza per questa città. E del resto hanno ragione loro. Roma è una delle città più belle del mondo, non c’è niente da fare. Non puoi passare dieci minuti tra le strade del centro senza percepire chiaramente questa bellezza assolutamente tremenda, alla quale davvero non puoi resistere. Roma è bella, è un concetrato di tutto quanto di bello l’Italia ha prodotto negli anni in cui era ancora un centro culturale, e sono stati secoli lunghissimi. E nel film di Sorrentino Roma è fotografata come non mai; nonostante le immagini siano tutte quelle “da cartolina”, il ritratto della città che ne viene fuori non è per nulla stucchevole o banale. È appunto quello di una grande bellezza, qualcosa di soverchiante. Perché il problema tra me e Roma sta tutto qua, in quell’aggettivo. Roma è troppo. Troppo grande, troppo bella, troppo estranea. E questa cosa l’ho ritrovata identica nel film. Il modo in cui Gep si muove per la città è il modo in cui mi ci muovo io: intorno a me tutto mi sembra estraneo e distante. Sì, bello, infinitamente bello, ma al tempo stesso algido, impersonale. C’è un distacco netto tra Gep e Roma, un distacco che poi, a dirla tutta, è quello che tante volte lo scrittore ha rispetto alla vita. È il problema del “vivere per raccontarla”, come dicevo: una parte di te sarà sempre e soltanto spettarice, come avere un mini-giornalista in testa 24 ore su 24 che non fa altro che appuntare tutto quel che vedi e senti, e ti suggerisce “questo devi scriverlo, devi raccontarlo”. A me succede piuttosto spesso, ma con Roma questa cosa è evidente. Lo faccio dire a Sofia nel primo libro de La Ragazza Drago, perché lo penso da anni: non riesco a sentirmi parte di Roma. Mi domando anzi come sia possibile appartenere ad un posto del genere, così immenso e bello da non poter essere contenuto in un solo cuore. Saranno i turisti, cui si concede sempre con grande generosità, o i segni che hanno lasciato le generazioni, infinite, che l’hanno abitata e che hanno lasciato un segno nei suoi palazzi e nei suoi monumenti. Non lo so. So solo che resta altro da me, e quando mi muovo per le sue strade, mi sento sempre turista. E queste sensazioni le ho ritrovate nel film.
Ora, probabilmente è solo una mia impressione. Altre persone che hanno visto La Grande Bellezza non condividono questa mia interpretazione. E poi il film parla anche di altro, del vuoto, soprattutto, del vuoto che siamo diventati e che ci abita, dello sfacelo di questa società in pezzi, a partire dalla testa e dai supposti intellettuali, e di ciò cui possiamo aggrapparci, quegli squarci di verità che cerchiamo tutta una vita. Ma secondo me la potenza delle grandi opere d’arte sta in questo: nella capacità di adeguarsi al vissuto di ognuno, e di raccontare a ciascuno una verità che gli appartiene. Questa è la mia. Un altro pezzetto, potete trovarlo qua, detto peggio, perché il mio mestiere è scrivere, ma comunque espresso.

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¡Que viva Hunger Games!

Avevo in canna da un po’ di tempo un post su Hunger Games, ma ho avuto molto da fare e quindi la cosa è rimasta in sospeso.
In verità, sui libri mi sono pronunciata un sacco di volte. Innanzitutto, con uno strillo sulla primissima edizione italiana, all’epoca in cui, siccome non era ancora un fenomeno planetario, era un libro assolutamente di nicchia che leggevano in pochissimi. In seguito, ne ho parlato bene un po’ ovunque, perché è una saga che amo e alla quale riconosco tonnellate di pregi. Di recente ho anche scritto un articolo su Vanity Fair al riguardo; lo trovate qua.
Il post che avevo in canna in realtà riguarda i film, o meglio il film, Catching Fire, che è l’unico che ho visto al momento (ma sto cercando di recuperare). Chi mi segue su Twitter lo sa, sono andata a vederlo in lingua originale a Parigi circa una settimana fa. E, devo dire, mi è piaciuto parecchio. Molto aderente al libro, il che può essere un pregio o un difetto, a seconda dell’idea che si ha dell’adattamento (io in generale preferisco film che riescano in qualche modo ad essere altro rispetto al libro, ma qui la resa è ispirata e personale, per cui l’aderenza al testo l’ho molto apprezzata), ma, soprattutto, capace di essere un buon film tout court. Ed è proprio di questo che voglio parlare: perché la riduzione cinematografica di Hunger Games piace più o meno a tutti quando altre trasposizioni hanno invece deluso?
Innanzitutto, i film vengono da libri in cui di ciccia ce n’è a bizzeffe: non solo avventura, non solo trama, ma personaggi credibili e interessanti, in cui immedesimarsi è facile, e un sottotesto alto così sulla società dell’immagine, la propaganda, il potere e duecento altri miliardi di sottomessaggi. Mi si dirà: vabbeh, tutto sommato son cose dette e ridette. A parte che tutto in letteratura è stato detto e ridetto, fosse solo perché la natura umana, quella più profonda, non muta nel corso dei secoli, ma nessuno l’aveva mai detto ai giovani e con tale efficacia. È una specie di 1984 per i ragazzi, che spiega il nostro mondo in modo chiaro, impietoso e appassionante. Perché noi a Panem ci viviamo già, se ci pensate bene.
Esistono però altri libri pieni di ciccia le cui trasposizioni cinematografiche non sempre hanno incontrato il favore della critica e del pubblico (sì, sto parlando di Harry Potter): in quel caso? In quel caso i registi spesso hanno messo in mostra solo l’aspetto più “infantile” dell’opera, e, quando hanno tentato di avvicinare il lato più adulto, hanno prodotto strani ibridi a metà strada tra il film indipendente da Sundance e il blockbuster per ragazzi (e sì, sto parlando de I Doni della Morte I e II).
Il film di Hunger Games non sta lì a preoccuparsi di edulcorare gli aspetti più truci della saga, non sta lì a cercare di pompare le parti più strettamente spettacolari. Tutto è estremamente funzionale alla trama e al messaggio, compresi gli effetti speciali, che non appaiono mai gratuiti. I ragazzi impazziscono perché i film non li trattano come cretini ai quali va nascosta la verità: con la giusta dose di spettacolarizzazione, mostrano loro il sangue, la morte, la crudeltà e il tormento dei protagonisti. È un film che veramente ragazzi e adulti possono guardarsi insieme e godere, in modo magari differente, ma apprezzare pienamente. La condiscendenza è un grosso problema di tanto cinema americano, sempre preoccupato di stare equidistante da tutto e tutti e non mostrarsi troppo scioccante. Ieri, per esempio, mi è caduto l’occhio su una scena del secondo film degli X-Men, nello specifico il momento in cui Piro sbaraglia la polizia che ha fatto irruzione a casa dell’Uomo Ghiaccio. Dopo botti e fiammate come manco a capodanno, il regista si perita di mostrarci che nessun poliziotto è stato maltrattato durante la scena: sono tutti vivi. È evidentemente una scelta della produzione, ma è una di quelle cose che mi fanno incazzare. Voglio dire, Piro è un personaggio borderline sulla via della dannazione? E allora ammazza, punto. Queste vie di mezzo edulcorate non servono semplicemente a niente, se non ad ammosciare gli snodi di trama. Catching Fire questi problemi non se li pone, perché non se li pone neppure il libro. È la vita ragazzi, e la vita in un posto tremendo come Panem.
Insomma, il grandissimo successo di Hunger Games mi rallegra, secondo me è un buon segnale, e auguro al franchise di continuare così. Credo che di libri e film come questi abbiamo un gran bisogno.

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È tutto così

L’altro giorno Giuliano mi ha raccontato di una discussione sulla rappresentazione del femminile sui media che ha avuto a lavoro. Non si stava parlando di un episodio particolarmente eclatante, di uno di quegli episodi cui ormai siamo abituati: che so, l’uomo di potere e la donna che fa la graziosa assistente, roba del genere. La cosa interessante era la polarizzazione della discussione: di qua le donne, che hanno fatto notare la natura sostanzialmente sessista della rappresentazione, di là gli uomini che minimizzavano. E allora mi è venuta in mente una riflessione: per un uomo capire tutti questi discorsi sulla rappresentazione dei generi dev’essere davvero complicato. In fin dei conti, un uomo vive fin da piccolo in un mondo in cui gli viene spiegato e mostrato con abbondanza di esempi che da grande potrà essere tutto quel che vuole. Gioca con camion, razzi, costruzioni, tutto ciò che desidera. Quando gli chiedono cosa farà da grande ha a sua disposizione un ampio ventaglio di risposte, nessuno gli dice cosa deve fare e l’unico limite è astenersi da tutto quanto sia troppo “femminile”: no alle bambole, no a cose come “voglio fare il ballerino”, no ai vestiti da femminuccia. Si tratta comunque di poche regole, di pochi ambiti preclusi. Il resto, è tutto a disposizione. Per lui è assolutamente naturale vedersi rappresentato in posizione di potere, protagonista di avventure e situazioni divertenti, perché i cartoni animati pullulano di personaggi maschili che fanno qualsiasi cosa.
E una donna? La bambina si guarda in giro e tutti i personaggi dei cartoni animati che fanno cose fighe e avventurose sono maschi. I personaggi femminili sono quasi tutti leziosi e fanno cose da femmina: il massimo della sperimentazione (e, beninteso, sono lietissima che ci sia almeno questo) è la dottoressa che cura i giocattoli. I giocattoli “da femmine” contemplano sempre il colore rosa e coinvolgono sempre cose che hanno a che fare con la bellezza (la bambola da acconciare e vestire, ad esempio) o la cura (il bambolotto per far la mamma). Razzi, macchinine e cose del genere vengono tipicamente associate ai maschi. Gli viene sottilmente inculcata l’idea che per una femmina è importante essere bella e ammirata, e tutti inteneriscono se, alla domanda “cosa vuoi essere da grande?”, risponde “la ballerina” o “la principessa”.
Del resto, anche quando sarà più grande cosa vedrà in giro, nelle pubblicità, ad esempio, o in televisione? Donne che fanno gli accessori estetici. Nelle pubblicità delle macchine, ad esempio, tutte fallocentriche, concentrate nel mostrare le doti prettamente “maschili” del prodotto, tipo quella pubblicità orrenda del tizio che andava a prendere la morosa davanti all’asilo, con tutti gli altri padri con la prode in collo che lo guardavano invidiosi. E, del resto, alle fiere automobilistiche non manca mai la modella con la coscia al vento accanto al prodotto. Ma per vendere qualsiasi cosa è necessaria la gnocca, fateci caso. Vendi il prosciutto, e metti un culo di donna. Vendi un giornale, altra chiappa in bella vista. Tutto così, affinché il messaggio sia chiaro.
Quindi, il problema non è l’esempio di sessismo mild; non ci sarebbe alcun problema a mostrare un uomo in una situazione di potere e una donna che fa da contorno (entro certi limiti, ovviamente, e mi par di capire che il caso in discussione che ci stesse dentro assai ampiamente). È che quello è l’unico modello. Dove ti giri e ti volti è tutto così. Il problema è la pervasività della cosa, penetrata così a fondo nella nostra mentalità che ci sembra ormai normale.
Stamattina, ad esempio, leggevo questo. E mi sono resa conto che, per il solo fatto che a parlare fosse un uomo, la frase “ero vestito in un certo modo e allora me la sono cercata” assumeva ai miei occhi un aspetto grottesco che in bocca ad una donna non mi avrebbe fatto. E io sono stata cresciuta in un ambiente il più possibile attento alla parità di genere.
Io capisco che è difficile andar contro tutto quello che ci viene insegnato fin da quando siamo in fasce. Ma occorre fare uno sforzo, e andare oltre il “vabbeh, stai esagerando”, perché dietro c’è un quadro assai più ampio.

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Vivere per raccontarla

In questi ultimi giorni mi è successa una cosa estremamente sgradevole, sulla cui natura non ho però intenzione di dilungarmi qui. Ovviamente, come ogni volta che succede qualcosa di brutto, uno poi finisce a rimuginarci su, a parlarne con qualcuno per cercare di liberarsi dell’evento, di metterlo nella giusta prospettiva e lasciarlo andar via. Solo che a me questo in genere non basta. Non so se si tratta di un reale problema che ho con l’espressione verbale, o solo una deformazione professionale, ma io non sono in grado di liberarmi del tutto di qualcosa che mi è successo, se questo qualcosa mi ha davvero colpita a fondo, se non ne scrivo. È il modo che ho per rifletterci su, e infilare l’accaduto nel cassetto delle cose passate, con cui ho fatto i conti e che fanno parte del mio bagaglio di vita. Fino a quando non scrivo, gli eventi restano sospesi sulla mia testa, irrisolti.
Quando succede così, e non ho voglia di mettere in piazza l’accaduto per le più svariate ragioni (ad esempio perché coinvolgono terzi che non voglio tirare in ballo), mi siedo alla scrivania e scrivo una pagina di diario. Sì, non una pagina di blog, ma del vecchio, superato diario segreto, quello che nessuno leggerà, o che leggeranno pochi intimi. Scrivere per se stessi è diverso che scrivere per gli altri, ma ha lo stesso potere terapeutico: mentre scrivi, in qualche modo esci da te stesso, e sei in grado di guardare le cose da un’altra prospettiva. Il soggettivo diventa oggettivo, e finalmente le cose ti sono chiare. Sono sicura che la gran parte di voi ha ben presente questa sensazione.
Così, sabato sera, dominata da un mood particolarmente incazzato, ho scritto le mie due pagine e mezzo private in cui mi sfogavo. E mi sono accoorta di una cosa che non avevo mai notato: scrivere una cosa per me è completamente diverso dal raccontarla. Ci sono parole che non sarei mai in grado di dire a voce, sensazione per le quali mi manca il vocabolario, quando ne parlo con qualcuno, ma che fluiscono invece in tutta la loro limpidezza sulla pagina scritta. Forse è lo schermo del foglio, che è comunque una barriera tra me e il mondo, o quella particolare confidenza che ti dà la solitudine, ma la sincerità, la chiarezza con la quale riesco a descrivere ciò che provo quando scrivo mi manca completamente quando parlo. Raccontare perché, ad esempio, quella volta, all’esame di Metodi Matematici della Fisica, mi sia messa a piangere come una scema davanti al professore mi è difficile. Ma se devo scriverlo, le sensazioni di quel giorno mi tornano in mente cristalline, come non fossero passati dieci anni, e posso descrivere con estrema chiarezza il senso di piccolezza, l’ansia, la sensazione di essere un completo fallimento, e la vergogna estrema del mostrarmi così vulnerabile davanti ad un estraneo.
Forse, nonostante l’apparenza, in certe cose sono timida e riservata, o forse ha ragione quel mio amico che mi ha sempre detto che sono una tipa tutto sommato piuttosto fredda nei confronti delle persone cui voglio bene. O forse, quando dico che raccontare storie fa parte del mio modo di essere, che è una cosa che mi ha sempre accompagnata nella mia vita, sto dicendo qualcosa di più profondo di quanto non creda. Forse io vedo la vita così, come una pagina bianca da riempire, e tutto quel che mi accade, che indago e vivo, è solo un pretesto per riempire il foglio. Vivere per raccontarla, come diceva Garcia Marquez. Anche quando la racconti solo a te stesso, o forse, soprattutto allora.

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