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Le storie non tradiscono

Mi ero riproposta di scrivere qualcosa, oggi. Avevo anche più o meno in testa l’argomento. Solo che sono in overdose da parole. Il mio umore è una sinusoide, ne ho già parlato tante volte, e adesso siamo nella parte discendente della curva, e forse il problema è anche questo. Ma non solo. Non sono certo in overdose da storie: continuo a raccontarne a un ritmo molto sostenuto: da questo punto di vista, questo è un periodo piuttosto felice. Sono in overdose da opinioni. Non ne posso più. Sono stanca persino di esprimere la mia.
C’era un tempo in cui la riflessione era uno spazio privato: si discuteva pubblicamente, per carità di Dio, ma c’era pure il momento in cui, nel segreto della tua stanza e della tua coscienza, ti formavi la tua opinione, plasmandola sulle tue letture, sulle tue fruizioni culturali, anche sul confronto con le esperienze di vita altrui, certo. Adesso no. Adesso si nasce con un’opinione già bella cucita addosso, pronta per essere lanciata sul prossimo a mo’ di proiettile. Adesso tutti ti devono dire come la pensano su ogni cosa, trascinandoti in infinite discussioni che non hanno alcuno scopo, se non riempire in qualche modo la pausa caffé. Tutti ti devono convincere della bontà delle loro convinzioni, perché, ehi, sei tu che non hai capito, adesso ti illumino io. In tutto ciò, lo spazio per la riflessione è zero spaccato. Non ne avanza, con tutto quello che ci prende cercare di esprimere il nostro pensiero – formatosi dove? quando? – urbi et orbi.
Ho vissuto così, esprimendo quel che pensavo ad ogni piè sospinto, per un sacco di tempo. Ho espresso la mia sui forum, sul blog, su Twitter, su Facebook. Contuinuo a farlo. Solo che improvvisamente vedo l’immensa vacuità del tutto. In un mare di parole come quello della rete, la mia quanto vale? Meno di zero? E discutere quando lo spazio per il confronto manca, visto che la discussione rapidamente degenera nelle frasi fatte e negli insulti, a che serve?
Invece le storie non mi tradiscono mai. Le storie non mi stancano. Perché le storie non ti vogliono catechizzare, non vengono lì a convincerti di qualcosa, né vengono a insultarti, a dirti che non hai capito. Le storie sono punti interrogativi. Sono domande lasciate da qualcuno, cui forse qualcun’altro risponderà, ma tutto sommato non è necessario: è il dubbio che ci forma, ci plasma, ci fa cambiare idea.
Ecco, forse, visto il mio lavoro, dovrei piantarla di esprimere la mia opinione, e raccontare invece le mie storie. Che siano per divertire, per far riflettere, per far ridere o per far piangere. Che vadano e facciano il loro cammino, che si scavino la strada che preferiscono nei cuori di chi legge. Non è più costruttivo e piacevole?

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Roma

Recentemente – sempre col solito ritardo di un paio di generazioni di cui vi dicevo ieri :P – ho visto La Grande Bellezza. Per la verità sono ad una visione e mezza (finisco stasera); coi film di Sorrentino mi capita sempre così, devo vedermeli un paio di volte per apprezzare al meglio. La prima visione è un po’ un’indagine esplorativa, con la seconda non ho più la sensazione di muovermi in territorio sconosciuto, ed è come se tutti i pezzi andassero al loro posto. E, niente, mi è piaciuto moltissimo. Ci ho trovato alcuni difetti, ovvio, la perfezione non è di questo mondo, ma ha una colonna sonora dalla quale sono diventata immediatamente dipendente, una fotografia da urlo (e grazie, un nome una garanzia, Bigazzi) e riesce a dire cose che io non sono mai stata capace di esprimere. Innanzitutto sul rapporto scrittura/vita, sul mentire per dire la verità e sul vivere per raccontarla, ma soprattutto riesce a rendere in modo impressionate quel che sento per la mia città.
Ho parlato miriardi di volte del mio rapporto complesso con Roma. Le radici del mio amore odio credo vengano da lontano: innanzitutto dal fatto che sono figlia di immigrati, e che tutte le mie radici stanno 200 km più a sud di qua. I miei non si sono mai davvero adattati alla vita in questa città, e questa cosa per osmosi è passata anche a me. Ma non credo sia solo questo. Forse è anche che quando vivi a Roma in qualche modo ti senti obbligato ad amarla. Lo capisci dalle facce che fa la gente quando gli dici dove sei nato e dove vivi, dall’ammirazione e dall’invidia, dallo stupore quando gli spieghi che no, non senti un gran senso di appartenenza per questa città. E del resto hanno ragione loro. Roma è una delle città più belle del mondo, non c’è niente da fare. Non puoi passare dieci minuti tra le strade del centro senza percepire chiaramente questa bellezza assolutamente tremenda, alla quale davvero non puoi resistere. Roma è bella, è un concetrato di tutto quanto di bello l’Italia ha prodotto negli anni in cui era ancora un centro culturale, e sono stati secoli lunghissimi. E nel film di Sorrentino Roma è fotografata come non mai; nonostante le immagini siano tutte quelle “da cartolina”, il ritratto della città che ne viene fuori non è per nulla stucchevole o banale. È appunto quello di una grande bellezza, qualcosa di soverchiante. Perché il problema tra me e Roma sta tutto qua, in quell’aggettivo. Roma è troppo. Troppo grande, troppo bella, troppo estranea. E questa cosa l’ho ritrovata identica nel film. Il modo in cui Gep si muove per la città è il modo in cui mi ci muovo io: intorno a me tutto mi sembra estraneo e distante. Sì, bello, infinitamente bello, ma al tempo stesso algido, impersonale. C’è un distacco netto tra Gep e Roma, un distacco che poi, a dirla tutta, è quello che tante volte lo scrittore ha rispetto alla vita. È il problema del “vivere per raccontarla”, come dicevo: una parte di te sarà sempre e soltanto spettarice, come avere un mini-giornalista in testa 24 ore su 24 che non fa altro che appuntare tutto quel che vedi e senti, e ti suggerisce “questo devi scriverlo, devi raccontarlo”. A me succede piuttosto spesso, ma con Roma questa cosa è evidente. Lo faccio dire a Sofia nel primo libro de La Ragazza Drago, perché lo penso da anni: non riesco a sentirmi parte di Roma. Mi domando anzi come sia possibile appartenere ad un posto del genere, così immenso e bello da non poter essere contenuto in un solo cuore. Saranno i turisti, cui si concede sempre con grande generosità, o i segni che hanno lasciato le generazioni, infinite, che l’hanno abitata e che hanno lasciato un segno nei suoi palazzi e nei suoi monumenti. Non lo so. So solo che resta altro da me, e quando mi muovo per le sue strade, mi sento sempre turista. E queste sensazioni le ho ritrovate nel film.
Ora, probabilmente è solo una mia impressione. Altre persone che hanno visto La Grande Bellezza non condividono questa mia interpretazione. E poi il film parla anche di altro, del vuoto, soprattutto, del vuoto che siamo diventati e che ci abita, dello sfacelo di questa società in pezzi, a partire dalla testa e dai supposti intellettuali, e di ciò cui possiamo aggrapparci, quegli squarci di verità che cerchiamo tutta una vita. Ma secondo me la potenza delle grandi opere d’arte sta in questo: nella capacità di adeguarsi al vissuto di ognuno, e di raccontare a ciascuno una verità che gli appartiene. Questa è la mia. Un altro pezzetto, potete trovarlo qua, detto peggio, perché il mio mestiere è scrivere, ma comunque espresso.

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¡Que viva Hunger Games!

Avevo in canna da un po’ di tempo un post su Hunger Games, ma ho avuto molto da fare e quindi la cosa è rimasta in sospeso.
In verità, sui libri mi sono pronunciata un sacco di volte. Innanzitutto, con uno strillo sulla primissima edizione italiana, all’epoca in cui, siccome non era ancora un fenomeno planetario, era un libro assolutamente di nicchia che leggevano in pochissimi. In seguito, ne ho parlato bene un po’ ovunque, perché è una saga che amo e alla quale riconosco tonnellate di pregi. Di recente ho anche scritto un articolo su Vanity Fair al riguardo; lo trovate qua.
Il post che avevo in canna in realtà riguarda i film, o meglio il film, Catching Fire, che è l’unico che ho visto al momento (ma sto cercando di recuperare). Chi mi segue su Twitter lo sa, sono andata a vederlo in lingua originale a Parigi circa una settimana fa. E, devo dire, mi è piaciuto parecchio. Molto aderente al libro, il che può essere un pregio o un difetto, a seconda dell’idea che si ha dell’adattamento (io in generale preferisco film che riescano in qualche modo ad essere altro rispetto al libro, ma qui la resa è ispirata e personale, per cui l’aderenza al testo l’ho molto apprezzata), ma, soprattutto, capace di essere un buon film tout court. Ed è proprio di questo che voglio parlare: perché la riduzione cinematografica di Hunger Games piace più o meno a tutti quando altre trasposizioni hanno invece deluso?
Innanzitutto, i film vengono da libri in cui di ciccia ce n’è a bizzeffe: non solo avventura, non solo trama, ma personaggi credibili e interessanti, in cui immedesimarsi è facile, e un sottotesto alto così sulla società dell’immagine, la propaganda, il potere e duecento altri miliardi di sottomessaggi. Mi si dirà: vabbeh, tutto sommato son cose dette e ridette. A parte che tutto in letteratura è stato detto e ridetto, fosse solo perché la natura umana, quella più profonda, non muta nel corso dei secoli, ma nessuno l’aveva mai detto ai giovani e con tale efficacia. È una specie di 1984 per i ragazzi, che spiega il nostro mondo in modo chiaro, impietoso e appassionante. Perché noi a Panem ci viviamo già, se ci pensate bene.
Esistono però altri libri pieni di ciccia le cui trasposizioni cinematografiche non sempre hanno incontrato il favore della critica e del pubblico (sì, sto parlando di Harry Potter): in quel caso? In quel caso i registi spesso hanno messo in mostra solo l’aspetto più “infantile” dell’opera, e, quando hanno tentato di avvicinare il lato più adulto, hanno prodotto strani ibridi a metà strada tra il film indipendente da Sundance e il blockbuster per ragazzi (e sì, sto parlando de I Doni della Morte I e II).
Il film di Hunger Games non sta lì a preoccuparsi di edulcorare gli aspetti più truci della saga, non sta lì a cercare di pompare le parti più strettamente spettacolari. Tutto è estremamente funzionale alla trama e al messaggio, compresi gli effetti speciali, che non appaiono mai gratuiti. I ragazzi impazziscono perché i film non li trattano come cretini ai quali va nascosta la verità: con la giusta dose di spettacolarizzazione, mostrano loro il sangue, la morte, la crudeltà e il tormento dei protagonisti. È un film che veramente ragazzi e adulti possono guardarsi insieme e godere, in modo magari differente, ma apprezzare pienamente. La condiscendenza è un grosso problema di tanto cinema americano, sempre preoccupato di stare equidistante da tutto e tutti e non mostrarsi troppo scioccante. Ieri, per esempio, mi è caduto l’occhio su una scena del secondo film degli X-Men, nello specifico il momento in cui Piro sbaraglia la polizia che ha fatto irruzione a casa dell’Uomo Ghiaccio. Dopo botti e fiammate come manco a capodanno, il regista si perita di mostrarci che nessun poliziotto è stato maltrattato durante la scena: sono tutti vivi. È evidentemente una scelta della produzione, ma è una di quelle cose che mi fanno incazzare. Voglio dire, Piro è un personaggio borderline sulla via della dannazione? E allora ammazza, punto. Queste vie di mezzo edulcorate non servono semplicemente a niente, se non ad ammosciare gli snodi di trama. Catching Fire questi problemi non se li pone, perché non se li pone neppure il libro. È la vita ragazzi, e la vita in un posto tremendo come Panem.
Insomma, il grandissimo successo di Hunger Games mi rallegra, secondo me è un buon segnale, e auguro al franchise di continuare così. Credo che di libri e film come questi abbiamo un gran bisogno.

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È tutto così

L’altro giorno Giuliano mi ha raccontato di una discussione sulla rappresentazione del femminile sui media che ha avuto a lavoro. Non si stava parlando di un episodio particolarmente eclatante, di uno di quegli episodi cui ormai siamo abituati: che so, l’uomo di potere e la donna che fa la graziosa assistente, roba del genere. La cosa interessante era la polarizzazione della discussione: di qua le donne, che hanno fatto notare la natura sostanzialmente sessista della rappresentazione, di là gli uomini che minimizzavano. E allora mi è venuta in mente una riflessione: per un uomo capire tutti questi discorsi sulla rappresentazione dei generi dev’essere davvero complicato. In fin dei conti, un uomo vive fin da piccolo in un mondo in cui gli viene spiegato e mostrato con abbondanza di esempi che da grande potrà essere tutto quel che vuole. Gioca con camion, razzi, costruzioni, tutto ciò che desidera. Quando gli chiedono cosa farà da grande ha a sua disposizione un ampio ventaglio di risposte, nessuno gli dice cosa deve fare e l’unico limite è astenersi da tutto quanto sia troppo “femminile”: no alle bambole, no a cose come “voglio fare il ballerino”, no ai vestiti da femminuccia. Si tratta comunque di poche regole, di pochi ambiti preclusi. Il resto, è tutto a disposizione. Per lui è assolutamente naturale vedersi rappresentato in posizione di potere, protagonista di avventure e situazioni divertenti, perché i cartoni animati pullulano di personaggi maschili che fanno qualsiasi cosa.
E una donna? La bambina si guarda in giro e tutti i personaggi dei cartoni animati che fanno cose fighe e avventurose sono maschi. I personaggi femminili sono quasi tutti leziosi e fanno cose da femmina: il massimo della sperimentazione (e, beninteso, sono lietissima che ci sia almeno questo) è la dottoressa che cura i giocattoli. I giocattoli “da femmine” contemplano sempre il colore rosa e coinvolgono sempre cose che hanno a che fare con la bellezza (la bambola da acconciare e vestire, ad esempio) o la cura (il bambolotto per far la mamma). Razzi, macchinine e cose del genere vengono tipicamente associate ai maschi. Gli viene sottilmente inculcata l’idea che per una femmina è importante essere bella e ammirata, e tutti inteneriscono se, alla domanda “cosa vuoi essere da grande?”, risponde “la ballerina” o “la principessa”.
Del resto, anche quando sarà più grande cosa vedrà in giro, nelle pubblicità, ad esempio, o in televisione? Donne che fanno gli accessori estetici. Nelle pubblicità delle macchine, ad esempio, tutte fallocentriche, concentrate nel mostrare le doti prettamente “maschili” del prodotto, tipo quella pubblicità orrenda del tizio che andava a prendere la morosa davanti all’asilo, con tutti gli altri padri con la prode in collo che lo guardavano invidiosi. E, del resto, alle fiere automobilistiche non manca mai la modella con la coscia al vento accanto al prodotto. Ma per vendere qualsiasi cosa è necessaria la gnocca, fateci caso. Vendi il prosciutto, e metti un culo di donna. Vendi un giornale, altra chiappa in bella vista. Tutto così, affinché il messaggio sia chiaro.
Quindi, il problema non è l’esempio di sessismo mild; non ci sarebbe alcun problema a mostrare un uomo in una situazione di potere e una donna che fa da contorno (entro certi limiti, ovviamente, e mi par di capire che il caso in discussione che ci stesse dentro assai ampiamente). È che quello è l’unico modello. Dove ti giri e ti volti è tutto così. Il problema è la pervasività della cosa, penetrata così a fondo nella nostra mentalità che ci sembra ormai normale.
Stamattina, ad esempio, leggevo questo. E mi sono resa conto che, per il solo fatto che a parlare fosse un uomo, la frase “ero vestito in un certo modo e allora me la sono cercata” assumeva ai miei occhi un aspetto grottesco che in bocca ad una donna non mi avrebbe fatto. E io sono stata cresciuta in un ambiente il più possibile attento alla parità di genere.
Io capisco che è difficile andar contro tutto quello che ci viene insegnato fin da quando siamo in fasce. Ma occorre fare uno sforzo, e andare oltre il “vabbeh, stai esagerando”, perché dietro c’è un quadro assai più ampio.

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Vivere per raccontarla

In questi ultimi giorni mi è successa una cosa estremamente sgradevole, sulla cui natura non ho però intenzione di dilungarmi qui. Ovviamente, come ogni volta che succede qualcosa di brutto, uno poi finisce a rimuginarci su, a parlarne con qualcuno per cercare di liberarsi dell’evento, di metterlo nella giusta prospettiva e lasciarlo andar via. Solo che a me questo in genere non basta. Non so se si tratta di un reale problema che ho con l’espressione verbale, o solo una deformazione professionale, ma io non sono in grado di liberarmi del tutto di qualcosa che mi è successo, se questo qualcosa mi ha davvero colpita a fondo, se non ne scrivo. È il modo che ho per rifletterci su, e infilare l’accaduto nel cassetto delle cose passate, con cui ho fatto i conti e che fanno parte del mio bagaglio di vita. Fino a quando non scrivo, gli eventi restano sospesi sulla mia testa, irrisolti.
Quando succede così, e non ho voglia di mettere in piazza l’accaduto per le più svariate ragioni (ad esempio perché coinvolgono terzi che non voglio tirare in ballo), mi siedo alla scrivania e scrivo una pagina di diario. Sì, non una pagina di blog, ma del vecchio, superato diario segreto, quello che nessuno leggerà, o che leggeranno pochi intimi. Scrivere per se stessi è diverso che scrivere per gli altri, ma ha lo stesso potere terapeutico: mentre scrivi, in qualche modo esci da te stesso, e sei in grado di guardare le cose da un’altra prospettiva. Il soggettivo diventa oggettivo, e finalmente le cose ti sono chiare. Sono sicura che la gran parte di voi ha ben presente questa sensazione.
Così, sabato sera, dominata da un mood particolarmente incazzato, ho scritto le mie due pagine e mezzo private in cui mi sfogavo. E mi sono accoorta di una cosa che non avevo mai notato: scrivere una cosa per me è completamente diverso dal raccontarla. Ci sono parole che non sarei mai in grado di dire a voce, sensazione per le quali mi manca il vocabolario, quando ne parlo con qualcuno, ma che fluiscono invece in tutta la loro limpidezza sulla pagina scritta. Forse è lo schermo del foglio, che è comunque una barriera tra me e il mondo, o quella particolare confidenza che ti dà la solitudine, ma la sincerità, la chiarezza con la quale riesco a descrivere ciò che provo quando scrivo mi manca completamente quando parlo. Raccontare perché, ad esempio, quella volta, all’esame di Metodi Matematici della Fisica, mi sia messa a piangere come una scema davanti al professore mi è difficile. Ma se devo scriverlo, le sensazioni di quel giorno mi tornano in mente cristalline, come non fossero passati dieci anni, e posso descrivere con estrema chiarezza il senso di piccolezza, l’ansia, la sensazione di essere un completo fallimento, e la vergogna estrema del mostrarmi così vulnerabile davanti ad un estraneo.
Forse, nonostante l’apparenza, in certe cose sono timida e riservata, o forse ha ragione quel mio amico che mi ha sempre detto che sono una tipa tutto sommato piuttosto fredda nei confronti delle persone cui voglio bene. O forse, quando dico che raccontare storie fa parte del mio modo di essere, che è una cosa che mi ha sempre accompagnata nella mia vita, sto dicendo qualcosa di più profondo di quanto non creda. Forse io vedo la vita così, come una pagina bianca da riempire, e tutto quel che mi accade, che indago e vivo, è solo un pretesto per riempire il foglio. Vivere per raccontarla, come diceva Garcia Marquez. Anche quando la racconti solo a te stesso, o forse, soprattutto allora.

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Forse è solo l’età

Non se sia solo una caratteristica dell’età, come essere appassionati quando si è adolescenti, frettolosi di crescere quando si è bambini, e via così, ma da quando ho compiuto trent’anni a torto o a ragione ho iniziato a convincermi di aver raggiunto la mia forma definitiva, fisica e spirituale. Non intendo dire che poi non mi verranno le rughe, e le esperienze di vita non mi arricchiranno più. Solo che credo di aver raggiunto quel paio di punti fissi necessari per definirsi più o meno adulti. Tra questi punti fissi, c’è la generale bonarietà del mio carattere nei confronti dei miei simili e dei miei colleghi. Intendiamoci, ci sono dei momenti in cui sono veramente insopportabile con la gente cui voglio davvero bene, e non posso dire di avere davvero un buon carattere, considerando gli scatti d’ira, le incazzature inutili e le paranoie. Solo che fingo bene di essere normale, e lo faccio da così tanti anni che credo di apparire, ad una prima conoscenza, una persona tutto sommato accomodante. Il bello è che alla fine non devo sforzarmi neppure troppo ad esserlo: la gentilezza con gli sconosciuti, l’umiltà, la cortesia, sono cose la cui pratica mi mette di buon’umore. Fino a qualche tempo fa.
È un po’ che mi sono accorta che il mio grado di tolleranza nei confronti del genere umano sta calando vertiginosamente. Per esempio, ieri sera non riuscivo a dormire per una serie di sfighe che esulano dal post, per cui mi sono alzata e mi sono messa a vagare in rete. Qualsiasi cosa leggessi su Facebook mi irritava, dal commento meramente personale, all’articolo linkato col quale non ero d’accordo, all’ennesima bufala proparlata ovunque. Mi irritano le polemiche, mi irritano le opinioni, mi irritano gli atteggiamenti della gente. Mi irrita chi muove il culo per manifestare solo quando si tratta di roba che entra nel perimetro ristretto del suo giardino, e poi se ne frega quando in gioco ci sono questioni più grandi, che magari non lo interessano direttamente. Mi irritano le inutili dispute scienza/religione, di cui abbiamo le palle veramente, ma veramente piene. Mi irrita il razzismo della gente del mio quartiere, i toni saccenti di chi si ritiene sempre superiore a tutti. Non che questo poi si traduca in qualcosa di più concreto di una vaga irritazione che mi tengo dentro, e che al massimo paleso con Giuliano, o coi miei. Continuo a sorridere, a chiedere scusa anche quando la colpa è degli altri, a mantenere la calma in pubblico, perché non ho voglia di far casino, perché la gente che s’incazza per ogni minima cosa e se la prende con chi lavora m’ha sempre dato ai nervi. Ma, dentro, sto diventando una persona astiosa, e non so se è colpa di Internet o è un preludio a quel che diventerò di qui a qualche anno: una vecchietta incazzata col mondo. O forse è una versione modificata e sviata della ghiandola del veleno, che dopo dieci anni di onorata carriera ha deciso di manifestarsi anche in me. Del resto, comincio a provar fastidio anche verso tanti discorsi che si fanno intorno ai libri e agli scrittori.
Non so esattamente come porre rimedio. L’ultimo tentativo è quello di stare di meno online. Fino a quando non c’era la rete, avevi la vaga percezione che, da qualche parte, ci fossero degli imbecilli, ma, in linea di massima, non avevi con loro alcun contatto diretto. Con la rete li vedi in faccia e ci parli ogni giorno. Forse il problema è questo. Per cui studio per il mio corso sub, leggo tantissimo, mi do alle avventure grafiche. Ma il mondo è comunque appena fuori dalla finestra, con le sue meschinità, le sue piccinerie, le sue cattiverie gratuite e tutto quanto di male sappiamo farci l’un l’altro.
Sto cercando di educarmi ad una certa tolleranza. Ma non è facile. Forse è solo l’età.

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La stagione migliore

Credo di averlo già detto parecchie volte, ma la scuola m’ha cambiata per sempre. Qundo ero studentessa (non unversitaria, l’università poi scombina tutto), per me l’anno finiva e ricominciava a settembre. I tre mesi di vacanza estiva erano una cesura netta, avevo quell’esaltante impressione che durante quel periodo succedesse di tutto, e che tutto avvenisse in una specie di sospensione del tempo. L’estate era fuori dal flusso normale delle cose, e quel che vi accadeva faceva parte di una timeline parallela. Lasciamo perdere che il massimo che succedeva era poi di andare al mare in Campania invece che in Calabria, o che m’innamorassi di uno che si chiamava Giovanni e faceva il militare piuttosto che Peppino, di professione animatore. Tutto era particolare, nella mia fantasia.
Poi, appunto, è arrivata l’università, e la mia prima estate da aspirante fisico la passai a preparare Analisi I nell’Hortus Conclusus di Benevento. L’11 settembre il mondo cambiò, e realizzai che un’epoca della mia vita era finita. L’unica cosa che non cambiava era che per me a settembre iniziava l’anno nuovo.
Sarà perché amo il freddo, sarà perché adoro l’autunno, ma settembre rimane per me il mese del ritorno alla vita. Mi piace sentire il traffico che riparte nella città, dopo gli scenari post-apocalittici dell’agosto romano. Che ha i suoi vantaggi, per carità – piacerebbe a tutti metterci 40 minuti per andare da un capo all’altro della città – ma ha un che di morte, di abbandono, che non mi piace mai davvero. Mi piace il primo acquazzone di metà agosto, mi piace quando, non appena sorge l’arcobaleno, senti chiaramente che non fa più caldo come prima della pioggia, e capisci che sei al giro di boa. Mi piace quella mattina di settembre in cui cogli per la prima volta una nota di freddo nell’aria. Nonostante la città che ricomincia a girare, c’è una nota intima e raccolta, in quel brivido mattutino. In genere lo coglievo al paese di mia madre, dove per altro arrivava prima. Sentivo quel brivido, e capivo che presto l’aria avrebbe iniziato a profumare di legna.
Il mio corpo vive meglio col freddo, la mia mente lavora più alacre, mi sembra di essere un meccanismo arruginito che riprende lentamente ad andare. È, appunto, la vita che ricomincia.
Da questo punto di vista, ieri è stata la giornata perfetta d’inizio autunno.
Mi sveglio, e stare a poltrire qualche minuto a letto, prima di andare a preparare la colazione, ha tutto un altro gusto se oltre alle lenzuola c’è la prima leggera coperta. Apro le finestre, ed entra un bel vento fresco, che mi costringe a tirare fuori dall’armadio qualcosa per coprirmi. E tra le mani mi è capitato il coprispalle che indossavo in ospedale quasi quattro anni fa, quando nacque Irene. Il cielo bigio, la pioggia fine, l’alternarsi di schiarite e scrosci. Mancavano solo le castagne. A sera, poi, i tuoni e l’acquazzone, e l’”Ooohhh” ammirato di Irene mentre le facevo vedere la pioggia sotto il lampione, mentre il cielo s’illuminava di lampi.
Non starò a cercare di difendere la pioggia, che a tanta gente non piace per molte ragioni comprensibilissime. Non cercherò di convincere nessuno della bellezza dei colori dell’autunno e del rigore dell’inverno. Per me sono le stagioni migliori. E sono contenta che, lentamente, stiano arrivando.

E, come dicevo settimana scorsa, autunno, è tempo di presentare. Quest’anno parteciperò a Pordenonelegge, in quel di, appunto, Pordenone. L’appuntamento è mercoledì 18 settembre alle 10.30, al Palaprovincia di Largo San Giorgio: saremo io, Francesco Gungui e Sandrone Dazieri a discettare di fantasy. Se passate da quelle parti, fateci un salto.

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Pubblicare o non pubblicare

So di addentrarmi in territorio minato, ma vorrei dire due parole circa una discussione cui ho partecipato ieri. Riguarda questo post di Sandrone. Appena l’ho letto, l’altro giorno, sono rimasta abbastanza di sasso. Il mio primo pensiero è stato che se avessi letto una cosa del genere dieci anni fa, probabilmente avrei dato fuoco alle Cronache e morta là. Qualcuno probabilmente sarebbe stato contento :P , altri meno, e di certo non io né la casa editrice. Poi ho riletto, ho ponderato, e ho trovato cosa mi trova concorde e cosa no. Partiamo dal primo punto.
Quel che dice Sandrone, da molti punti di vista, è vero. Dipende certo dal carattere, e ognuno, dopo la pubblicazione, si fa il sangue amaro per ragioni differenti – le mie ve le ho sempre spiegate qua sopra – ma essere autori pubblicati non è per nulla rose e fiori, ci sono aspetti che da lettori non si riesce a immaginare, si entra in contatto in profondità con molta gente, e non sempre si è preparati. Vi faccio un brevissimo esempio: a Cava, una delle persone che è venuta ad incontrarmi lavorava nel reparto di oncologia pediatrica. Mi ha detto che a molti dei bambini passati di là ha raccontato le mie storie, e che molti di loro, purtroppo, non ce l’hanno fatta. È una cosa che inorgoglisce, ma al contempo non si può fare a meno di sentirsi toccati dal dolore che le mie storie hanno sfiorato, e non si può al tempo stesso evitare di sentirsene in parte coinvolti. La scrittura non è un gesto a senso unico, lo scambio è reciproco, e bisogna avere a volte le spalle larghe per riuscire a condividere qualcosa coi lettori. E qui si viene al punto fondamentale della lettera di Sandrone: a sedici anni si è giovani. Non è soltanto questione di saperne poco della vita, che è vero, ma quando abbiamo sedici anni non siamo in grado di capirlo né vogliamo accettarlo. Si tratta di non essere in grado di sostenere il confronto col pubblico, le critiche, i veleni, le delusioni, e persino le cose belle che l’esporre i proprio scritti comportano. Sono cose che possono far male quando si è adulti fatti e finiti, figurarsi da ragazzini. In seconda istanza, la critica di Sandrone credo sia volta al sistema, quel sistema che genera schiere di persone incapaci di accettare il rifiuto, chiusi in un delirio personale per cui non è mai colpa nostra, ma sempre degli altri. Lo slogan di uno dei siti di autopubblicazione più diffusi è “se l’hai scritto, va pubblicato”. No, per niente. C’è tantissima roba che ho scritto che è francamente senza né capo né coda, che resterà chiusa in un cassetto e sta bene là, e altra che invece forse potrebbe piacere, se letta, ma che io non ho alcuna intenzione di condividere, perché troppo intima, e che ho scritto solo per me. La pubblicazione non è un diritto: nella mia storia, la pubblicazione è stata un fortuito incidente di percorso. Non sognavo di fare la scrittrice, da bambina, volevo fare lo scienziato, e ho iniziato a scrivere le Cronache perché mi volevo divertire, perché volevo farlo da tantissimo tempo, era un bisogno. Poi, certo, ho ricercato la pubblicazione, ma non avevo nessuna certezza. Non pensavo di aver scritto il capolavoro del millennio e non avevo neppure un piano B, in caso Mondadori e l’altra casa editrice non avessero risposto. Volevo provarci, come forma di rispetto nei confronti di tutto il lavoro profuso in quelle 1200 pagine. Ed è andata bene. Ma questo non significa niente, purtroppo.
Io credo che l’umiltà, in questo lavoro, sia altrettanto importante di quel pizzico di superbia che è necessaria per spedire un manoscritto all’editore. Devi aver coscienza dei tuoi limiti, accettare il responso di chi, per forza di cose, se ne intende più di te, anche perché prima del lettore c’è l’editor, e dio solo sa quante volte m’ha irritata vedermi corretta, eppure ho inghiottito amaro, solo perché sapevo perfettamente di avere torto. Ma è nella nostra natura sentirci sempre nel giusto, e ci vuole fatica per forzarci ad accettare i consigli altrui.
Ecco, iniziare convinti di voler fare gli scrittori e poi scrivere non è un buon modo per iniziare. Prima, secondo me, deve venire il divertimento, perché se non ti diverti quando lo fai sostanzialmente solo per te, come farai a tollerarlo quando di mezzo ci sarà il pubblico, l’editor, l’editore e dio solo sa chi altro? Si dovrebbe scrivere perché si vuole farlo, non per essere pubblicati, e ancora più triste è non divertirsi a sedici anni, quando tutto dovrebbe essere scoperta. L’esaltazione di quegli anni là, ve lo dico, spesso non torna più, bisogna godersi le cose allora, perché la prima volta è una sola.
Io lo so cosa direte: facile per te che sei arrivata. Vi ho già detto che non è facile per niente, e ad arrivare non si arriva mai, perché questo è un cammino di insoddisfazione perenne. Ma quel che voglio dirvi non è di non provarci, ma di farlo con lo spirito giusto, con le giuste aspettative e con quel che po’ di consapevolezza che vi eviterà treni in faccia. E se proprio volete, fatelo pure a sedici anni, anche se di Moravia ce n’è uno ogni non si sa quanto: provateci, ma senza farne un’ossessione, senza farvi il sangue cattivo. E mettendovi ogni tanto pure in discussione.
Su cosa non sono d’accordo? Sull’utilità generale di consigli come quelli – sacrosanti – di Sandrone. Chi ha una certa sensibilità e un certo modo di vedere il mondo, queste cose le sa già, e anzi deve combatterci contro per trovare la forza di spedire il manoscritto. Incidentalmente, questa gente è anche quella che più probabilmente ha talento. Tutti gli altri, semplicemente non ci crederanno, o grideranno al complotto dell’editoria cattiva, o qualsiasi altra cosa che li confermi nell’idea di essere dei martiri perseguitati. E tra loro, probabilmente quelli bravi saranno pochissimi. Sì, in effetti anche questo mio interminabile pistolotto è inutile, anche perché si capiscono certe cose solo quando le vivi; se le racconti da fuori, nessuno ci crede.
Poi, ognuno fa quel che vuole, la vita è sua, il libro è suo. Il successo una cosa misteriosa, il talento è ancora più imperscrutabile e la vita, spesso, crudele. Basta saperlo.

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Buche di potenziale – appuntamenti

Ieri sera ho postato su Twitter uno stato che ritenevo tutto sommato abbastanza neutro, ossia questo

“Oggi sono preda di un inarrestabile crollo nella mia autostima di scrittrice. Così, per completare la consueta sinusoide.”

Non mi sembrava nulla di particolarmente originale, anche perché, eoni fa, spiegai come funziona la mia testa, e introdussi la mitica sinusoide, che regola la mia esistenza da quando ne ho memoria. La sinusoide si applica a molteplici aspetti della mia vita. In alcuni campi, con una fatica infinita, sono riuscita a debellarla, ma in altri resta lei la padrona. Il mio lavoro è uno di questi ambiti. Per me è una cosa tutto sommato normale, persino positiva, direi: sentirsi arrivati e soddisfatti significa essere arrivati alla fine del percorso. Se uno ha scritto esattamente quel che voleva, esattamente come lo voleva, è tempo di fare un altro lavoro. L’insoddisfazione è la molla che ci spinge al miglioramento, ad una continua progressione verso qualcosa di più alto, tipicamente irragiungibile. Per chi ha come modello ideale Il Nome della Rosa è ovvio che la ricerca non potrà finire mai, visto che io non ho né le capacità né il talento per produrre qualcosa di simile. Comunque.
La cosa non è stata percepita allo stesso modo dagli altri Twitteri e dai Facebookari, che sono accorsi in massa a consolarmi e a dirmi che no, ma non mi devo abbattare, qualcuno era anche un po’ irritato, secondo me.
E invece io ho sempre pensato che i minimi della sinusoide siano il prezzo da pagare per fare questo lavoro. Tiè, ero persino convinta che fosse una cosa che capita a tutti gli scrittori. Il fatto è che l’arte è tutta animata da un unico paradosso: il tentativo disperato di tirar fuori dalla testa quello che c’è dentro, e cercare di trasporlo su tela, carta o quel che sia nel modo più fedele possibile. Il problema è che le emozioni sono emozioni, e le parole sono parole, e lo scarto tra le due non può essere colmato. E questo senza neppure contare altre variabili assai importanti: il talento e le capacità, di cui ciascuno di noi è fornito in modo del tutto arbitario, e che modulano ovviamente il risultato dei nostri sforzi. Va da sé che quindi per l’autore l’opera perfetta non esiste, o per lo meno non esiste per me.
Il fatto è che per me scrivere è spesso una questione di esaltazione: mentre lo faccio – e quando mi dice bene, ovviamente, non sempre è così – mi sembra di essere preda di un incantesimo. Ho l’illusoria sensazione che ci sia un filo diretto che dalla mia testa finisce sulla pagina, e trasporta le mie ossessione dall’una all’altra nel modo più efficace. È il momento di godimento massimo, quello per il quale scrivo io, paragonabile a quel che si prova quando si legge un libro che ci piace molto. Solo che “post coitum omne animal triste”; l’illusione di pienezza e simbiosi col creato svanisce, tu vai avanti con la tua vita, il tempo di cattura di nuovo, e quelle ossessioni che ti hanno spinto a scrivere, proprio perché le hai scritte, se ne vanno. Un giorno ti trovi a rileggere quelle pagine, e d’un tratto non capisci più perché ti erano piaciute tanto. È così.
L’ultima volta mi è capitato con la fine di Nashira 3. Gli ultimi capitoli li ho scritti in trance. Era una cosa che mi stavo scrivendo e riscrivendo in testa da circa un anno, e non vedevo l’ora di metterla giù. Un giorno ho scritto 45000 battute, sembravo posseduta, non riuscivo a fermarmi. A un certo punto avrei voluto rificcarmi in testa tutte quelle parole, solo per poterle riscrivere ancora, e ancora, e ancora. Per un giorno ho creduto di avercela finalmente fatta: di aver scritto quel che volevo, e come lo volevo.
Solo che poi il libro è finito, e io sono affondata “nella disperazione dello scrittore che non scrive”, come diceva la Yourcenar – leggi, sono tre settimane che non racconto niente -, l’ossessione del momento, con una certa difficoltà, devo ammetterlo, si è spenta, e intanto è successa una di quelle piccole cose che preludono al disastro. Si tratta sempre di eventi assolutamente insignificanti: un commento buttato lì con noncalance, una riflessione sul futuro, persino l’offerta di un nuovo lavoro. Ma basta. Nasce il dubbio, che piano si alimenta, e più ci pensi e più si ingradisce, fino a quando tutto viene giù. Di botto. È come quelle persone che allineano le tessere di un domino, a formare complesse geometrie, e quando hanno finito, quando hanno posizionato l’ultimo pezzo, ne buttano giù una. A cascata, crolla tutto. E non è tanto che pensi che tutto quel che hai fatto faccia schifo, no: hai il dubbio che faccia schifo, che è anche peggio. Hai il dubbio di essere peggiorata negli anni, hai il dubbio di non essere riuscita a far la differenza mai, neppure con una singola persona, hai il dubbio di aver avuto la tua opportunità di far qualcosa di grande, ma l’hai sprecata e adesso niente, game over.
Ho riletto quelle pagine di Nashira 3 che mi piacevano tanto. E, intendiamoci, non è che adesso non mi piacciano più. Sono ancora convinta di quel che ho fatto, ma ugualmente le riscriverei tutte. Forse lo farò in editing, chissà. Ma so che questo non le migliorerà. Passato un mese, ne sarò di nuovo insoddisfatta come ora.
Il fatto è che io credo che questi periodi di nero mi servano. È tutto un drammatico equilibrio sull’abisso, perché lo scoramento ti può bloccare – e quante volte l’ha fatto, nella mia vita – ma è anche un pungolo. Io ho bisogno di tutto questo, come il tossico che ha bisogno della sua dose, anche se sa che lo avvicina di un passo di più alla tomba. Sono queste le ossessioni che nutrono la mia continua ricerca, questi i sentimenti che mi spingono ancora e ancora a scrivere, e sì, forse è sempre la stessa storia, ma è così perché io con quela storia non ci ho ancora fatto i conti. Non è come la vorrei, non è come la sento qua, sotto lo sterno. Non sarà mai come la voglio, lo so, ma devo continuare a provare, non posso fare altro, è la mia natura.
In fin dei conti, è uno dei molti prezzi che la vita esige. Tutto costa qualcosa. Quest’avventura mi costa questo, e considerando quanto mi diverta, mi serva scrivere, e le soddisfazioni che mi dà, è un prezzo che pago volentieri. Per cui, non vi preoccupate quando scrivo stati del genere: non cerco attenzione, né sto meditando il ritiro dalle scene. Vi sto solo spiegando come funziona la mia testa. E ora, veniamo alle cose serie :) .
Questo fine settimana sarò a Pietrasanta per Anteprime, il festival nel quale gli scrittori parlano della loro prossima opera. Per me, si tratta di Nashira 3. Nashira 3, l’avrete capito, è un libro cui sono molto legata; lo sento, più degli altri, non so neppure dirvi il perché. Dovrò fare lo slalom tra gli spoiler per parlarvene, perché, come vi ripeto da due anni, Nashira è molto più di quel che si è visto finora, e quel molto viene in parte spiegato da questo libro. Inoltre, succede una cosa importante, forse anche un po’ controversa, via, ma spero vi piacerà. L’appuntamento è il 9 giugno, ore 18.30, al Campo della Rocca.
Il 14 giugno, invece, ore 18.30 presento Francesco Falconi e il suo Muses 2 – La Decima Musa a Roma, alla Libreria Mondadori di Via Tuscolana.
Il 18 giugno, ore 18.00, l’appuntamento è alla Feltrinelli di Largo di Torre Argentina, sempre a Roma, dove presenterò Francesco Gungui e il suo Inferno.
Infine, il 22 e il 23 giugno parteciperò al Cavacon, a Cava dei Tirreni. Tre appuntamenti: il 22, ore 12.30, presso lo Space 1, presenterò la prima Trilogia de La Ragazza Drago, mentre alle 16.00, presso lo stand Mondadori, ci sarà una firma copie. Il 23, invece, ore 11.00, assieme a Barbara Baraldi terrò un workshop sulla scrittura allo Space 1/Sala Teatro.
Come vedete, giugno intenso e tante occasioni di vederci. A presto!

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Manifesto

Ieri sera guardavo una serie tv, di cui peraltro a breve vi parlerò. E niente, è che a volte, nella mia vita, mi sento veramente a casa, come un pesce nella sua boccia preferita. Mi capita ad esempio a Lucca, in tantissime fiere del fumetto, ieri al Vigamus (a proposito, grazie a tutti quelli che sono venuti!). O quando guardo certe serie tv, come dicevo. E capisco che posso stare a mimetizzarmi tra la gente seria finché voglio, il bicchiere di vino in una mano e il sorriso pronto. Posso lamentarmi di essere presa poco sul serio, o del ghetto nel quale la letteratura fantasy è confinata da un bel po’, e almeno in Italia, resterà confinata a lungo. La verità è che non sono così. La verità è che io vengo da quel mondo eccessivo e outré che ogni anno sfila per la strade di Lucca tra lo sconcerto della gente seria. La verità è che tutto quel che voglio dire non può che passare per storie piene di roba dozzinale come spade, elfi e magia. Che quel che faccio e voglio continuare a fare nella vita è divertire e divertirmi, perché forse non so fare altro, ma forse perché, dannazione, ne abbiamo anche bisogno, persino per essere migliori, figuratevi.
Nessuno si sentirà mai migliore di quel che è, leggendo una mia storia, ma ho passato la fase in cui i libri che leggevo erano uno status symbol, e, vivaddio, è stata una fase breve. Non se ne può parlare ad una cena bene e far bella figura, non li si può portare in giro per darsi un tono. E, lo sapete? Ne sono più che orgogliosa. È quello che voglio, al di là di tutto.
E non è che noi che apprezziamo questa roba siamo dei superificialoni che non capiscono niente o ci facciamo meno domande di chi si nutre di “letteratura alta”, qualsiasi cosa essa sia. Solo ce le facciamo in modo diverso. Un modo che, per inciso, funziona dalla notte dei tempi, e ci ha accompagnati dall’infanzia alla cosiddetta età della ragione.
Non so spiegarvelo per bene neppure io, ma in qualche modo so che mi capite, perché condividiamo lo stesso immaginario, o non mi leggereste. Veniamo tutti da quel posto viscerale e oscuro in cui nascono le favole e le fiabe, che continuano a parlarci dopo secoli proprio perché sono così maledettamente seminali e tremende. Ci serve l’eccesso, il colpo di scena, il cliffhanger, il sangue grandguignolesco e i sentimenti potenti come nei feuilleton da cui discendiamo per linea diretta.
Siamo questo. Mi rendo conto che alla maggior parte della gente, che divide la letteratura in alta e bassa, come se non fosse tutto un unico discorso sull’umanità – in cui per altro il pop non nega né disprezza lo sperimentalismo e viceversa, ma mi rendo conto che in un’epoca di semplificazioni estreme questa è un’idea eretica – facciamo impressione. Ma non ha molta importanza. In fin dei conti, chi non ci capisce si perde qualcosa, non noi, che tutto sommato gli altri li capiamo bene, e sappiamo goderci le loro, di storie, quando serve.
E lo rivendico con un certo orgoglio proprio perché ho capito ieri che sono esattamente dove dovrei essere, a fare proprio quel che voglio, in quel posto irripetibile dove una foto come questa vale più di qualsiasi parola, o di qualsiasi altra soddisfazione l’accademia possa darti. Ma ci vuole del tempo, per capirlo ed accettarlo. Io ci ho messo dieci anni, da quel pomeriggio in cui mi dissero che le mie storie erano rubricate alla voce “tutto ciò che non è letteratura”, e io lì per lì non capii e ci rimasi anche male. Ecco, adesso capisco. E non mi sento da meno di nessuno, per ciò che sono, che siamo.
Chiamatelo l’orgoglio del pop, non lo so. È uno sporco lavoro, e qualcuno deve pur farlo. E io, devo dire, dentro ci sguazzo di un gran bene.

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