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Istantanee da Torino 2013

Dieci anni
Atterro al mio decimo Salone del Libro di Torino quasi in orario. E c’è anche il sole.
C’era il sole anche dieci anni fa. Pesavo diciotto chili più di adesso, non sapevo neppure esistessero le presentazioni dei libri, giacché, pur essendo una forte lettrice, non ne avevo mai vista una vita mia, e avevo passato tutto il tempo del viaggio a domandarmi se dovessi presentare un discorso o cosa.
Adesso come allora, non ho molto tempo per riflettere: arrivo, e mi getto nel turbine. Torino è così: una sospensione del normale flusso degli eventi, una bolla atemporale infilata nel quotidiano, un gorgo che ti attira e ti risputa fuori dopo due, tre, quattro giorni di fuoco. Un paio di incontri di lavoro, qualche intervista, e via al Lingotto.
Dieci anni fa, eravamo io, Sandrone e Marco Giusti. Essendo io una sconosciuta ventitreenne in sovrappeso, per di più autrice di fantasy, genere vituperatissimo, ci misero giustamente in un angolo della zona dedicata alla letteratura per ragazzi, praticamente davanti ad una specie di bancarella frequentata da frotte di bambini urlanti. Davanti a noi, una ventina di sedie, piene per metà. Farsi sentire era un’impresa, anche coi microfoni. In prima fila c’era seduto un mio detrattore, ed essendo io giovane e parecchio inesperta, il suo articolo mi aveva ammosciata tantissimo. Diciamo che con gli anni ho appreso a prendere un po’ più alla leggera le critiche negative, ma all’epoca non ero così zen.
Nonostante tutto, andò bene. Negli anni precedenti mi ero allenata a parlare in pubblico durante le assemblee d’istituto a scuola: una volta me ne avevano dette di ogni perché avevo espresso la mia contrarietà a continuare un’occupazione di cui stentavo a capire il senso. Figurarsi se adesso avevo paura di dieci persone e duecento bambini urlanti dietro. E andò bene. Fiammetta Giorgi mi disse che toccava ne facessi altre, perché era una cosa che mi riusciva, e per i due, tre anni successivi stetti sempre in giro, un fine settimana sì e uno no.
Oggi entro nell’area Bookstock e mi defilo. Nonostante non abbia una faccia conosciutissima, e non abbia foto sui miei libri, chi mi legge sa che faccia ho, e se comincio a firmare copie ora poi succede un casino, non riesco a far la presentazione, per cui meglio stare in disparte. Perché i dieci astanti di dieci anni fa adesso sono diventati trecento e passa. Un miracolo che è una delle prima domande che mi fanno nelle interviste, e cui io non so mai dare risposta. Semplicemente, non lo so. È andata così. Mi stupisco anch’io, guardate.
La presentazione all’Arena Bookstock è un grande classico: io, Sandrone e Fiammetta. Sono pochi gli anni in cui la formazione è stata diversa.
Entro, e c’è gente, certo, l’arena è piena, ma non più del solito. Non più dello scorso anno, per dire. Ci sono anche i volti amici, che per fortuna non mancano mai, ma ne manca uno che non riuscirò a recuperare neppure nei giorni successivi.
Comincio a parlare, cominciano le domande, tutto va come al solito. E intanto la gente aumenta. Si appoggia alle pareti dietro, si siede sulla moquette, avanza inesorabilmente verso il palco, fino a riempire tutto lo spazio dell’arena. È una cosa che esalta e spaventa al tempo stesso. Le mie presentazioni sono sempre andate bene, ma mai così bene. Non ne sono sicura, ma forse ho fatto anche più gente che a Lucca. E non ve lo sto dicendo per vanteria – o forse un po’ sì, la carne è debole :P – ma soprattutto per ringraziarvi. Dicevo proprio prima di partire che la scrittura è un mestiere solitario. Senza un po’ di solitudine, la cosa semplicemente non funziona. Ma, ad un certo punto, devi uscire dal guscio, e devi vedere l’effetto delle tue parole, o ti sembra di parlare al muro. Devi capire se è valsa la pena farsi ossessionare, e mettere le ossessioni su carta, se è valsa la pena correggere le bozze all’una di notte dopo tre ore di lettura continuativa, devi capire se la passione che ci hai messo è passata. E una sala colma è questo: l’unico premio vero cui uno scrittore può ambire. Più importante del riconoscimento della critica, del premio letterario, di qualsiasi altra cosa, perché non stai scrivendo per quella gente lì, stai scrivendo per i lettori. Almeno, noi di genere scriviamo per questo.
Per cui grazie. È stato faticoso e bellissimo. Fatiche così le farei a giorni alterni, e salterei un giorno giusto per riposarmi un pochino e godermela meglio il giorno successivo. Grazie per l’affetto e la passione, mi confermate che la via che ho scelto di percorrere magari è faticosa, ma porta frutti.
Il filo rosso di questi dieci anni passa per diciassette libri e centinaia di luoghi diversi, che ho visitato fisicamente o solo toccato coi miei libri, è un filo tortuoso e difficile da dipanare anche ai miei occhi, ma l’abbiamo tessuto insieme. Grazie per la fiducia. Grazie per le domande e le osservazioni. Grazie per la condivisione.
Mo’, però, mi aspetto almeno altri dieci anni così, eh? :P

la solita combriccola, insomma

La sala, comunque, ancora non era del tutto piena

Cosplay
Ho ricevuto parecchi commenti sul mio aspetto. Tipicamente positivi. Non sono mai stata una gran bellezza, come evidente dalle mie foto, d’altronde; anzi, diciamola tutta, ho passato la preadolescenza e l’adolescenza a considerarmi brutta, impressione avvalorata dai commenti che mi facevano alle medie, quando mi prendevano in giro per l’apparecchio ai denti. Il complimento è a tutt’oggi una cosa che mi imbarazza: non so che rispondere, una parte di me si domanda comunque “ma sta veramente parlando di me? O forse mi sta direttamente prendendo in giro?”.
Comunque, non era di questo che volevo parlare. Le mie mise al Salone, quest’anno, hanno previsto un uso massiccio del mio haori (ve lo ricordate? È la giacca giapponese vintage che ho comprato un po’ di mesi fa). La gente mi guardava e mi fotografava; devo dire che anche le scarpe vagamente ladygaghiane hanno riscontrato un certo successo, e una certa dose di curiosità, anche. Ma il top credo sia stato raggiunto alla festa cui ho partecipato (ne parlo più sotto); indossavo il solito tubino nero (quello di queste foto qua), con aggiunta di bolerino in pizzo e mezzi guanti sempre di pizzo nero. Completava la mise il rossetto rosso fuoco e questa collana qua. Non ho una foto del tutto, mi spiace, usate un po’ di fantasia. E devo dire che anche questa mise ha generato curiosità e vago sconcerto. E, nulla, ho realizzato che ormai l’estro del mio abbigliamento sta prendendo derive sempre più incontrollate. Sono sempre stata strana nel modo di vestire, ma forse, non so, credevo che sarebbe stata una cosa che sarebbe finita con l’adolescenza. E invece no. Continuo ad abbigliarmi come fossi in cosplay perenne. E non è una cosa forzata: no, è che io sono proprio così. Ho bisogno di mettermi roba che mi piace, che mi rispecchi, anche se è strana, buffa o fuori luogo. 9 volte su 10 sono vestita in modo incongruo rispetto all’evento: troppo sportiva quando occorrerebbe essere eleganti, troppo elegante quando occorrerebbe essere sportivi. Ma ho bisogno di avere addosso qualcosa che mi rispecchi, anche se è eccessivo, e poi la gente mi guarda e mi sento in imbarazzo (tipo in questa occasione). Alla fine considero anche questa un’espressione della mia creatività. Ormai sono il cosplay di me stessa :P .

Un'ora dopo, così ero in fila per andare a salutare Roberto Saviano...

Fiesta!
Poco prima di partire per Torino, fui protagonista sul mio profilo Facebook di questa discussione. No, davvero, in dieci anni di fiere non ero mai andata ad una festa. Non so perché. La verità è che sono sempre stata una donna davvero poco mondana. Anche da ragazzina. La discoteca, per dire, non mi ha mai attratta. Le feste cui partecipavo erano à la Caparezza (ve la ricordate, no? “Serate a tema ben accette, salame a fette spesse, vhs e se non bastasse su le casse”) e comunque non ho mai fatto più tardi delle 5.00, orario che ho fatto tipo tre volte in vita mia.
Solo che, poi, a Torino ad una festa mi ci hanno invitata davvero. E siccome l’invito era di un amico, e sapevo che avrei rivisto una persona cui devo tantissimo e che avevo gran piacere a reincontrare, sono andata. In cosplay da scrittrice dark-erotico-decadente, come vi dicevo. La cosa bella era Giuliano, in cospaly da Giuliano, invece, ossia jeans, giacca sportiva e camicia. La coppia più assortita dell’universo direi. Peccato che Cédric Villani è arrivato poco prima che me ne andassi, perché con lui al braccio avrei fatto un figurone :P .
Comunque. Sono andata. I primi venti minuti, lo ammetto, ho fatto l’effetto tappezzeria, che, stante l’abbigliamento, mi veniva anche bene, devo dire. Me ne stavo là, sottobraccio a Giuliano, senza capire bene il mio posto. È che io, in mezzo agli scrittori seri, mi sento sempre un po’ in imbarazzo. Mi domando cosa pensino di me, non so se sanno chi sono, non so proprio come tentare l’approccio. Poi c’è il dramma “gente che conosco ma non so se loro si ricordano di me, e comunque l’ho visti tipo per cinque secondi otto anni fa: li saluto o no?”. La soluzione, comunque, è banale: bicchiere di vino. Che a me ormai basta abbondantemente per abbassarmi quel tanto che basta i freni inibitori, e darmi quella leggera allegria che tanto mi piace, e non mi fa sentire lo stomaco felpato il giorno appresso. Ho fatto un po’ di conoscenze nuove, alcune inaspettate, ne ho riviste di vecchie, ho mirato da lontano Umberto Eco perché comunque non avrò mai il coraggio di avvicinarmi e anche solo stringergli la mano perché sono fatta così e amen. Ho rivisto Andrea Cotti, col quale ho lavorato ormai troppi anni fa, e continuo a ricordare con piacere e affetto sconfinato il periodo in cui mi ha fatto editing. Ho rivisto Massimo Turchetta, e finalmente gli ho detto quel grazie che gli dovevo da dieci anni. Insomma mi sono divertita. E chi l’avrebbe mai detto. Posso essere mondana anch’io. Però, mo’ non esageriamo, son pur sempre la pantofolaia che tutti conoscete: alle 23.00, i piedi distrutti dal tacco 12 e la fatica della fiera sul groppone, ciao a tutti e son tornata in albergo. Alle 23.30 già russavo. Un passo alla volta, via.

Incontri
Zero
Che sono una fan di Zerocalcare credo sia cognito in tutto l’orbe terracqueo. Non c’è vignetta del suo blog che non linki con passione, sua battuta che non conosca, suo libro che non abbia. Ho anche una dedica assolutamente meravigliosa, procacciatami dalla sempre fantastica Ros, che ormai dovrei eleggere a mia manager per gli incontri coi vipppppssss, perché mi sprona e mi aiuta a vincere la mia devastante timidezza in queste cose.
Quel che mi mancava era l’incontro live. E adesso ce l’ho. Sono andata a fargli la posta assieme a Rossella venerdì sera. Perdonami, Zero, ero consapevole che eri morto di stanchezza, e tutto sommato lo ero anch’io, ma son stata ugualmente spietata :P e ti ho tampinato. Perdonami anche se non sono riuscita a dirti tutto quel che penso della tua arte, che è fantastica, e mi calza addosso come un vestito fatto su misura, ma davvero non sono capace di esprimere quel che penso a parole. Mi viene molto meglio scrivere. Per cui spero passerai prima o poi di qua e leggerai queste quattro righe. Per altro, ci siamo fatti assieme una foto splendida, in cui entrambi sembriamo usciti da un funerale, e a me piace un sacco: non so, abbiamo delle facce diverse dal solito.
Tra l’altro, ho preso Ogni Maledetto Lunedì (su due), e ve lo consiglio tantissimo. Sì, principalmente è una raccolta su carta del suo blog, ma ad unire il tutto c’è una macrostoria che dà un senso diverso e più ampio a vignette che già conosciamo. E quella macrostoria – che è pure a colori – è così bella, è così devastantemente vera, che ognuno di noi ci si riconoscerà. Per certi versi, a me è sembrata la storia della mia vita, soprattutto nella parte finale. Ma è la storia della vita di tutti noi di questa mia generazione, credo. Ci hanno imbrogliati, sì, ma ci consoli sapere che è l’imbroglio più vecchio del mondo, quello che anche noi, un giorno, saremo chiamati a perpetrare sui nostri figli. È la vita, che è sempre più grande di noi, e prima di contemplarla in tutta la sua smisurata e spaventosa grandezza è necessario prepararsi, è necessario credere che sia una cosa semplice. Grazie, Zero, di tutto.

commemoriamo il caro estinto

ZeroZeroZero
A inizio aprile sono andata alla prima presentazione di ZeroZeroZero di Saviano. Anche in questo caso, credo sia cognito in ogni dove che Saviano è uno dei miei scrittori preferiti, del quale apprezzo praticamente l’opera omnia (oltre a possederla tutta). Non l’avevo mai visto dal vivo, e quindi sono andata. In quell’occasione, rimediai anche la firma sul libro.
A Torino ho bissato. Stavolta volevo presentarmi. Che è una cosa semplice, da fare, basta dire un nome. Ma se mi conoscete un pochino, capirete che per me è un’impresa titanica, avvolta da mille dubbi, intessuta di insidie. No, non dite niente. Lo so che è una cosa stupida, ma è più forte di me.
Così, ancora in vestaglia giapponese (grazie a Davide Gigli per la calzante definizione :P ) – abbigliamento che avevo tenuto per le interviste del mattino e per le foto che mi avevano fatto qualche ora prima (a proposito di chiusure del cerchio: mi ha fotografato di nuovo colui che realizzò le mie prime foto ufficiali) – e per altro con le scarpe lady gaghiane, mi sono avvicinata allo stand Feltrinelli dove sapevo avrebbe fatto una firma copie. Stand che era una bolgia infernale. Per fortuna c’era una fila, e mi sono disciplinatamente messa in coda con gli altri.
In fila la situazione devo dire ha raggiunto esiti paradossali: a parte l’immagine di questa tizia in haori con gli zepponi in fila manco dovesse andare ad una festa in discoteca, è passato anche qualche mio lettore, per cui ho fatto qualche foto e qualche firma. Tra l’altro in fila c’era una mia lettrice, e così ho passato l’ora e un quarto di attesa parlando un po’ con lei e con le persone che mi stava intorno. E lì ci siam dette una cosa ovvia, ma sempre bella quando ci pensi: che i libri uniscono. È bella questa condivisione di passione, questa staffetta che passa da scrittore a lettore e poi da lettore a lettore. Ho perso il conto delle cose meravigliose – e anche terribili, ma che mi hanno formata come persona, che mi hanno insegnato tanto – che sono riuscita a toccare coi miei libri: luoghi e persone che mai sarei riuscita a raggiungere altrimenti, realtà distanti, a volte solo nello spazio, ma altre anche nell’esperienza di vita. E Saviano, per altro, è una di queste cose.
Comunque, ve la faccio estremamente breve. È stato davvero bello riuscire a infine a presentarmi, ci siamo anche fatti una foto assieme che ho spammato un po’ in ogni dove. È che è una cosa che speravo di fare da molto. Certo, al solito non sono riuscita a dire un miliardesimo di quel che avrei voluto, ma ormai so di essere più forte nello scritto che nell’orale, e molte di quelle cose sono riuscita a scriverle, quanto meno, ed è già qualcosa. Certo, spero prima o poi di poter fare una bella chiacchierata, ma già l’abbraccio che ci siamo scambiati è stato importante per me. Ho un’ammirazione sconfintata per l’altrui talento, e quando va a braccetto con la forza e il coraggio è la cosa più bella in assoluto.

Quello che ho tralasciato
Tanto, tantissimo. I tre giorni di Torino durano come settimane, mesi di tempo normale. Succedono molte cose, tanti sono i volti, tantissimi i ringraziamenti. Tutti non ci entrano, neppure in un post chilometrico come questo. Facciamo che è come se avessi ringraziato tutti coloro che hanno resi questi giorni così particolari, anzi, questi anni così indimenticabili. Spero sarete con me ancora; questa è solo una tappa, il cammino continua.

P.S.
Scusate la sbadataggine; le prime due foto sono di Rossella Rasulo, così come quella assieme a Zerocalcare. La foto di me nell’acquario (:P) è di Giuliano, mentre quella con Roberto Saviano me l’ha scatta Serafina Ormas.

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Salone del Libro di Torino

L’latro giorno ho linkato questo racconto su Twitter. Il fatto è che si avvicina Torino, e come al solito, io sono in fibrillazione.
Ogni anno mi sembra che in quei due/tre giorni succederanno cose straordinarie, e non è che il Salone del Libro non sia in sé una cosa straordinaria, ma non è che mi cambi la vita. Eppure ogni anno torno a casa col mio piccolo bagaglio di ricordi piacevoli (o anche spiacevoli, a volte) sull’ultime edizione. Perché, se ho un pregio, è quello di saper godere delle piccole cose.
Sarà che io a Torino sono nata come scrittrice; la mia prima presentazione in assoluto è stata proprio al Salone del 2004, quasi dieci anni fa. Non ero mai stata ad una presentazione in vita mia, e passai tutto il tempo del viaggio – interminabile e bellissimo, tra le risaie da cui si levavano gli aironi – a domandarmi se dovessi prepararmi un discorso o cosa. Ricordo la sensazione di stordimento, le foto, il turbinio di facce ed eventi. E Umberto Eco seduto alla poltrona del mio albergo, ovviamente.
Siccome sono un’entusiasta, per me non è cambiato niente da allora. Continuo a muovermi nel Salone facendomi trasportare dallo stordimento, saltando impazzita da una cosa all’altra, e sempre con possenti dosi di adrenalina in corpo. E godendomi l’unico momento dell’anno in cui ho l’impressione che quel che faccio sia davvero un lavoro.
Voi non avete idea della solitudine del mestiere dello scrittore. È una cosa completamente diversa da qualsiasi altro lavoro. Sei tu, la tua scrivania, e la vita. Stop. Io non faccio vita mondana, conosco e frequento solo due altri scrittori, coi quali quasi sempre parliamo più dei fatti nostri che del lavoro, e quindi la scrittura mi sembra una specie di guilty pleasure cui mi dedico con la dedizione che si deve ad un lavoro, ma con un piacere che te lo fa sembrare un hobby. Ed è giusto così, quella solitudine è necessaria per maturare le tue ossessioni, metterle su carta e svilupparle al meglio. Più passa il tempo più sono convinta che non si possa essere del tutto “normali” – qualsiasi sia l’accezione di questo termine – per scrivere: siamo tutti un po’ malati, la scrittura è la cosa che tiene viva la nostra malattia, e al contempo ce la cura, e la solitudine è quella condizione necessaria per non guarire mai. Ma a volte anche lo scrittore ha bisogno di quei cinque minuti lì in cui uscire dal guscio e aprirsi al confronto col pubblico. Io, almeno, ho bisogno di questo: dell’atmosfera a volte laccata e finta di certi incontri che fai in fiera, in cui tutti sanno di mentire, ma la cosa fa parte del gioco. Chiamatela vanità, probabilmente lo è. E serve, perché siamo piccoli e deboli.
Comunque, delirante cappellotto per riassumervi un po’ i miei spostamenti al Salone del Libro di Torino: venerdì 17, ore 17.00, Arena Bookstock, io e Sandrone Dazieri vi parleremo un po’ di…boh, ce lo diremo al momento :P . Suppongo si parlerà principalmente de La Ragazza Drago, visto che ieri è uscita la raccolta dei primi tre volumi della saga, con copertina nuova di zecca made in Barbieri. Al momento sono stati raccolti solo i primi tre volumi perché tutti e cinque in un librone solo non c’entravano :P , a meno di fare una roba tipo Bibbia e francamente non mi sento pronta per confronti del genere :P . Seguirà firma copie, suppongo allo stand Mondadori.
Il giorno successivo ci sarà probabilmente un’altra firma copie, sempre allo stand Mondadori: al momento non ho alcuna informazione sull’orario, ma stay tuned che ve ne darò al più presto.
Già che ci siamo, visto che me l’avete chiesto, sì, sarò al Cavacon: stiamo definendo i dettagli in questo periodo, ve li darò quando saranno definitivi.
Bon, tutto qua. Poi vi darò meglio i vari riferimenti.

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Campane

VIGILIA DI NATALE
Lei si riveste in fretta. Del resto fa freddo. Lui no. Lui resta a guardarla mentre si districa tra la leva del cambio e il freno a mano. E’ agile. Certo, chissà quante volte lo farà ogni notte. Si rinfila i jenas stretti. Non è vestita come una puttana. A guardarla sembra una ragazzina qualunque. E’ più giovane di quanto credesse. Eppure l’aveva vista spesso, lì con le sue amiche. Aveva sempre le cuffie infilate, sentiva la musica e ballava per la strada.
Lei si è vestita, e ora si volta per uscire.
Sta per andarsene. E allora, a cosa è servito?
“Aspetta!”
Lui si cerca le tasche tra le pieghe della camicia stropicciata, tira fuori il portafogli e le porge dieci euro. Lei resta interdetta, lo guarda.
“Se ti pago, resti qui con me?”
Una domanda assurda. Non si sono detti una parola, da quando si sono incontrati. Solo il prezzo. E’ stata in silenzio tutto il tempo, non ha nemmeno provato a fingere. Del resto, lui si aspettava che sarebbe stato così. Eppure era andato lo stesso.
La decisione l’aveva presa un paio di ore prima, quando era tornato dal lavoro. Aveva acceso la tv e aveva cucinato. Pastasciutta al pomodoro e una fettina. Un panettone per tradizione. Aveva apparecchiato, poi era rimasto in piedi a contemplare la tavola senza tovaglia, le macchie di umido sul muro. Silenzio assoluto, nel monolocale. Solo il chiacchiericcio della speaker del tiggì sulle vacanze di Natale, sui regali. E allora aveva sentito che se fosse rimasto lì sarebbe morto, morto come il tavolo e la sedia arrugginita. E allora aveva preso la sua cinquecento ed era andato a cercare la ragazza che ballava in mezzo alla strada. Non l’aveva mai fatto, ma si era detto che il calore di un corpo è meglio di niente.
“Se ti pago, resti?”.
Lei non proferisce parola, continua a guardarlo stupita coi suoi occhi nerissimi.
“Dieci minuti qui con me e sono tuoi. Parliamo, non facciamo altro”.
Infine, lei prende i soldi titubante.
“Poco” aggiunge.
“Sì, poco” sorride lui. E il silenzio cala sui due. Cosa vuoi fare, si dice lui? Che intenzioni hai? Lei è lì, irragiungibile ed estranea, e probabilmente lo odia, come odia tutti. Lui stesso li odia quelli che vanno a mignotte. Cercava il calore, ma ha immensamente freddo, nel buio della macchina. Guarda fuori dal finestrino appannato. Neppure la consolazione della neve sulla città, solo gelo senza scampo. Prende il pacchetto delle sigarette, ne estrae una e se l’accende. Nota che lei lo guarda quasi con invidia, poi si volta, cerca il coraggio. Infine lo dice.
“Me la dai una sigaretta?”.
“Certo”.
Gliela porge, gliel’accende, e lei aspira con voluttà, chiudendo gli occhi. E’ bella, neppure tutto quel tempo sulla strada le ha tolto quell’aria dolente da scolaretta. Ci si potrebbe quasi innamorare di lei.
“Quanti anni hai?” le chiede.
“Diciotto”.
Probabilmente non è vero, sembra più piccola, ma non importa.
“Credi che prima o poi cambierà tutto questo?” le chiede a sorpresa.
Lei lo osserva stupita, non capisce.
“Tutto cosa?”.
“Tutto. Noi. Io e te. Se tu smetterai di far questo e io troverò un modo per uscirne”.
Lei aspira. Il suo volto s’è fatto serio e vecchio.
“No” sussurra.
“Neppure io lo credo” chiosa lui.
Aspira, il fumo riempie la macchina.
“Però potrei venire a trovarti, ogni tanto. Ti pago e stiamo così, a parlare, a non fare altro”.
“Come vuoi” dice lei senza espressione.
Fuori, un botto illumina di verde la notte. Lui guarda l’orologio. Le 24.05.
“Come ti chiami?”
“Anna”.
“Buon Natale, Anna”.

Ho scritto questa cosa parecchi anni fa. La scrissi perché spesso, quando tornavo a casa, nelle vie che percorrevo, incrociavo lo sguardo delle prostitute ai bordi della strada. Il racconto forse è vecchio, ma la storia, purtroppo, è attuale. Con gli anni cambiano le facce, ma loro sono sempre, inesorabilmente là: ragazzine, per lo più, tutte nere, a volte molto belle. E io ogni volta non me ne faccio una ragione. Del vecchio che accosta e scende dalla macchina, di quello che si ferma a contrattare, di queste vite esattamente identiche alla mia buttate via così, strappate, umiliate, sprecate. Non riesco a non pensare che ci riguardi tutti.
Ieri, proprio su quelle vie, che continuo a percorrere quasi giornalmente nei miei giri, è stato trovato un cadavere in una macchina. Un uomo, cinquantenne, le cui cause della morte ancora non sono state completamente accertate. Quel che si sa, è che aveva precedenti per prostituzione. Chissà perché non mi stupisco.
Pensiamo sempre che queste siano vicende che non ci riguardano. Ci diciamo che avvengono in un altrove dal quale siamo esclusi solo perché siamo brave persone. Ma non è così. Succedono nelle nostre città, magari a qualche chilometro da casa nostra, e ci riguardano da vicino non solo per questa vicinanza spaziale, ma perché la criminalità organizzata sono soprattutto soldi, tanti soldi pompati nell’economia onesta. E quei soldi non passano indenni, ma infettano tutto: finiscono negli appalti truccati, finiscono nei rifiuti impastati nella malta delle nostre case, nella frutta contaminata che mangiamo, e si mangiano la vita di ragazzine ai bordi delle nostre strade, lasciano cadaveri sui nostri usci. La campana non smette mai di suonare, e suona sempre anche per noi.

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Cose che non capisco: mostrare il male è immorale, farlo un po’ di meno

Continua la premiatissima serie “Cose che non capisco”. Ormai ce ne sono tonnellate, forse dovrei cambiare nazione, non so…
Comunque. Sono consapevole che una parte di questo post mi farà infilare in un vespaio non da poco, ma, come al solito, io vi offro le mie riflessioni, poi ognuno faccia in autonomia le sue considerazioni. Credo sia questo il ruolo dello scrittore.
Poco fa ho letto questa notizia. Che non ha nulla di nuovo. Sono anni che si alza la mattina qualcuno – mi spiace dirlo, ma tipicamente cattolico – e chiede a gran voce la cancellazione di un programma “immorale”. Essendo cresciuta coi cartoni animati giapponesi, questa litania l’ho sentita ripetere migliaia e migliaia di volte. Solo che, più passa il tempo, meno capisco.
Innanzitutto non capisco perché A Games of Thrones sia immorale, e roba come la Fico che mostra il culo all’ora di cena no. Aiutatemi, forse me la sono persa io, ma non ricordo alcuna lamentela da parte di chicchessia per la presenza di ragazze discinte riprese in pose umilianti all’ora di cena. Evidentemente si ritiene sia formativo per le nuove generazioni offrire un’immagine degradante di un’altra persona, per altro donna, come se ci fosse bisogno di umiliarci un altro po’.
Poi, mi è tornata alla memoria un’altra faccenda recente, che, lo ammetto, è legata marginalmente a questa – ma vi spiegherò cosa la collega alla prima -, ossia l’esclusione di Fabri Fibra dal palco del 1° maggio. Lì, vivaddio, almeno il problema era un po’ più profondo, e riguardava una cosa drammatica come la violenza sulle donne. Qual è il legame? Che mi sembra che sia giunto il momento di riflettere sulla rappresentazione e l’apologia di reato.
Indubbiamente, A Games of Thrones rappresenta – in modo a volte anche compiaciuto, a mio parere, anche se succede raramente, come se fosse messo lì ad urlare “prodotto per adulti!” – il sesso e la violenza. È uno snodo centrale della trama dei libri, e dunque è qualcosa al centro anche della serie televisiva. Ma promuove anche la depravazione (qualsiasi cosa significhi, e non troverai due persone d’accordo sul senso di questa parola, per cui la uso con cautela) e la violenza? A me non sembra. L’incesto non è certo rappresentato come una bella cosa, anzi: a metterlo in atto sono un codardo e una stronza manipolatrice. Tra l’altro l’amore non c’entra proprio niente; c’entra l’interdipendenza, il possesso, ma l’amore tra Jaime e Cersei io non ce lo vedo proprio. Lo stesso dicasi per il resto del sesso presente nella serie, che ha quasi sempre connotati di bestialità e manipolazione. Per esempio, avete mai riflettuto sul kamasutra dei film americani? Quando si fa sesso per amore, gli amanti vengono quasi sempre mostrati in posizioni “canoniche” tipo quella del missionario. Quando è sesso bruto, via con posizioni che evidentemente a questa gente sembrano particolarmente animalesche. A Games of Thrones non fa accezione, in questo.
E la violenza? Non mi pare ce ne sia un’esaltazione: la praticano tipicamente i cattivi, ed è quella più efferata. I buoni, al massimo, si difendono, e spesso fanno una brutta fine proprio perché fedeli fino alla fine ai loro principi morali. Saremo tutti d’accordo che Ned muore perché non vuole sottomettersi al gioco che si gioca a King’s Landing.
La serie dunque non è immorale manco per niente: dipinge un mondo oscuro e violento perché, ehi, la verità è che la violenza esiste, e magari, se la conosci, se ci rifletti su, capisci anche perché ci fa inorridire. E preferisco due miliardi di volte una decapitazione contestualizzata in una trama degna di questo nome, e soprattutto finta, ai corpi martoriati e veri che i ragazzini mettono su Facebook tra una foto di gattini e una citazione del Vasco. La prima mi induce ad una riflessione proficua, le seconde stimolano i miei bassi istinti se sono uno con dei problemi, mi provocano una nausea di pancia che nasce e muore là se sono una persona con un minimo di sanità mentale.
Ho l’impressione che tutta questa storia in realtà abbia a che fare con la semplice ipocrisia: non voglio vedere le cose, perché se non le vedo, non esistono. Voglio vivere nel mondo delle fate, dove tutti sono buoni, e, se sono cattivi, lo fanno di nascosto, così nessuno lo sa. L’importante è l’apparenza laccata delle cose. Ma io trovo immensamente più immorale una serie che mi edulcora la verità, inducendomi a credere che il male non esista, che mi mente spudoratamente impedendomi qualsiasi tipo di riflessione sulla natura umana, piuttosto che una che mi mostra le cose come stanno. Siamo immorali noi, quando infiliamo la polvere sotto il tappeto, convinti che, una volta che sta là, abbia cessato di esistere.
Che c’entra Fabri Fibra? Fabri Fibra mostra la violenza, saremo tutti d’accordo. Ma il fatto che canti in prima persona non significa che inneggi allo stupro. Personalmente, non trovo che il suo modo di rappresentare tale violenza sia poi particolarmente efficace ai fini di una riflessione più profonda, ma è la mia personale opinione. Là fuori è pieno di gente che lo considera un genio perché svela i lati oscuri di questa società. Possiamo stare a discuterne fino allo sfinimento, ma alla fine è solo questione di sensibilità personale, di carattere, se vogliamo: per dire, io trovo efficacissimo il racconto di un poliziotto al G8 di Genova fatto da Cristicchi in Genova Brucia, e non mi sognerei mai di dire che sta facendo l’apologia del celerino fascista, anche se canta in prima persona. Trovo assai meno efficaci i testi di Fabri Fibra, ma magari è solo questione di gusti.
Quel che voglio dire è che il male c’è, e che invece di concentrarci sulla sua rappresentazione, che spesso ha una funzione catartica e positiva, dovremmo concentrarci su una riflessione etica e morale più profonda. Altrimenti finiamo come quelli che dicono che Gomorra fa schifo perché della camorra non si deve parlare, che “sennò l’immagine all’estero, e poi i panni sporchi si lavano in casa”. La consapevolezza è il primo passo verso la riflessione, e dirci le cose come stanno davvero è la condizione di base necessaria per avere la possibilità di cambiare le cose.

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Pornografia

Di cose brutte, negli ultimi tempi, ce ne sono state parecchie. Diciamocelo, siamo sul fondo del pozzo, e da quaggiù la luce è fioca fioca e distante distante. Disperarsi vien più facile che cercare di tirarsi su. Ma di tutte le cose brutte che ci stanno intorno, la totale mancanza di rispetto per l’altrui persona è quella che mi lascia più sgomenta.
Anni di televisione e consumismo hanno scavato a fondo, e hanno lasciato i loro segni: le persone sono cose da usare, sono mezzi e mai fini. Corpi devastati spiattellati allo sguardo malsano dei naviganti, morti esibiti su Facebook con la scusa della “denuncia”, ma messi lì in verità solo perché l’altrui sofferenza solletica sempre qualcosa di oscuro e profondo, in noi. E poi i sentimenti buttati in pasto al pubblico ludibrio, perché tutti ci possano banchettare su e “dire la loro”, come non ci fosse nulla di sacro, nulla di intoccabile.
Ieri, da questo punto di vista, si è toccato il fondo. Chiedere ad un bambino di undici anni le ragioni del gesto del padre che ha sparato a tre persone è qualcosa che si faceva fatica persino ad immaginare, prima di vederlo sbattuto in tv. Eppure è successo, e, ne sono certa, c’è stata gente che ha annuito, che s’è commossa e non c’ha trovato niente di male.
Si chiama pornografia. Che non è solo l’esibizione dei corpi, che a fronte di questo scempio di anime fa anzi la figura di qualcosa tutto sommato onesto, che quanto meno sa a che gioco sta giocando. È la mercificazione, la banalizzazione di quanto più caro abbia una persona: è l’espozione allo sguardo di tutti di ciò che il pudore vorrebbe nascosto, intimo. Soprattutto è banalizzare sempre tutto, affidarsi solo alla reazione di pancia, al gesto mai mediato dalla ragione. Ma la vita, dannazione, è più grande e complicata di così, per questo è così terribile e straordinaria.
Vorrei soltanto che si tornasse tutti alla ragione. Vorrei che si rimettesse in funzione il cervello, si smettesse magari anche di parlare, se deve servire solo a dar fiato alla bocca. Vorrei, soprattutto, che ci fosse più rispetto: per i deboli, in primis, perché quelli se non li difendiamo noi, chi li difende? E per tutti: per chi non la pensa come noi, per chi ammiriamo, per chi disprezziamo, per tutti. Tornare a guardare in faccia il vicino di casa e vederci una persona, non un nemico. Levinas diceva che è nell’incontro col volto dell’altro che tutto si compie: lo riconosciamo come simile e dissimile, e in questa uguaglianza e alterità sta la radice dell’etica. È la cosa più bella che abbia mai studiato negli anni di filosofia a scuola. E torna persino nei miei libri, ossessivamente, perché, davvero, per me è la radice di ogni etica.
Torniamo ai volti, vi prego. Torniamo a riconoscerci nel faccia a faccia. La fine del buio passa anche da lì.

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Sono come sono

Sono un’entusiasta. Ne parlavo proprio ieri con Rossella. Questo vuol dire che facilmente mi esalto per qualcosa, che mi affeziono rapidamente e che in linea di massima ho una visione tutto sommato positiva delle persone. Questo, automaticamente, alza vertiginosamente le possibilità che ho di venir delusa.
Le persone mi hanno deluso spesso. A volte penso che sia un mio problema, che sono io a non riuscire ad accettare il fatto che la gente ha i suoi difetti, non è perfetta, e sbaglia, ed è necessario accettare anche quelli, quando si hanno rapporti un po’ più profondi di “buongiorno” e “buonasera”. Non accetto in me né la debolezza né l’errore, forse non sono in grado di accettarli neppure negli altri.
Però, sai, quando quella che ritenevi la tua migliore amica delle medie da un giorno all’altro inizia a prenderti in giro per la tua “testa che serve solo per studiare” insieme a tutti gli altri, trovare una giustificazione è un po’ difficile. A parte l’età, ovviamente, infatti non serbo rancore affatto. Solo che lì per lì fu brutto, ecco. E questo è solo un episodio. Ce ne sono svariati altri. Tipo l’amica che ti confessa di farsela col ragazzo che ti piace da due anni. Per dire.
Forse è proprio per il fatto che la gente mi ha delusa, e so come funziona e quanto male faccia, che mi sono riproposta di cercare di non farlo mai con altri. La cosa s’è ovviamente gonfiata da quando sono una scrittrice per ragazzi. Prima avevo al massimo una ventina di persone da non deludere. Adesso devo far fronte alle aspettative di un bel po’ di miei lettori.
Le delusioni peggiori ce le ho avute nell’adolescenza. È quello il momento in cui la visione della vita è più manichea, perennemente in bilico tra esaltazioni stratosferiche e abissi insondabili. Basta poco per virare completamente il tuo giudizio su qualcosa, e in genere non è un’inversione a U piacevole. È per questo che sento una responsabilità enorme nei confronti di chi mi legge e mi apprezza. Non voglio essere quella persona là che si dimostra peggiore di come te l’eri immaginata, che tradisce la tua fiducia, anche se è una fiducia tutta costruita solo sui libri di lei che hai letto, perché le volte che la mia fiducia è stata tradita, che per qualche ragione son stata trattata da male da persone cui volevo bene, mi sono sentita una cretina totale. E non mi va di stimolare sentimenti del genere in chi mi legge.
In generale, non estendo a regola universale i miei imperativi morali. Io preferisco gestire in questo modo i rapporti coi lettori. Mi fa star bene, lo ammetto, mi tiene a posto con la coscienza ed è anche più divertente. Ma a volte penso che chi è a contatto coi ragazzi debba avere un po’ più di tatto, di chi ha fan adulti. Non dico che debba essere sempre a disposizione, o che debba tappetizzarsi per i fan; credo però abbia la respinsabilità di curare quella fiducia che la gente ripone in lui, perché è una fiducia cieca, per certi versi innocente, che non andrebbe tradita.
Io continuo a fidarmi e ad abbandonarmi alle prime impressioni, nonostante le tranvate sui denti (come si dice a Roma) che ho preso e continuo a prendere. Cerco anche di esercitare la mia capacità di indulgenza, perché ci vuole anche quella, ma devo dire che a volte è stata messa a dura prova. È il mio modo di vivere in generale: io alla vita mi abbandono, nel bene e nel male. Ma sono anche consapevole che tanto gente, se prende un pugno, si chiude a riccio. Ecco, io ce la metto tutta per cercare di non deludere nessuno. Se ci riesco o no, non sta a me giudicarlo. A me tocca solo provarci sempre.

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Per chi suona la campana

Ci sono fatti di cronaca che, alla resa dei conti, non riscuotono presso l’opinione pubblica l’interesse che dovrebbero. Mentre ci si appassiona per anni sui “delitti dell’estate” o su altri fatti criminosi, ci sono cose che dovrebbero farci riflettere tutti, e che invece vengono spesso liquidate con un’alzata di spalle. Quel che è successo a Genova al G8, per dire, che se ne parli in giro è ancora pieno di gente che o non capisce la gravità del fatto o ti risponde che se uno va a manifestare se la va a cercare. Oppure la storia di Aldrovandi.
Tra tutte le pseudo-vittorie del web che vengono citate, la storia di Aldrovandi non viene mai portata ad esempio. Eppure se sua madre non avesse aperto un blog, nel 2006, probabilmente nessuno di noi ne saprebbe niente. Io ne venni a conoscenza così, perché qualcuno mi aveva indicato il blog.
La storia voglio sperare la conosciate tutti, ma una rinfrescata alla memoria fa sempre bene. La cosa è tornata recentemente agli onori della cronaca per un fatto assolutamente vergognoso: il sindacato di polizia COISP ha manifestato solidarietà agli assassini di Federico sotto l’ufficio di sua madre. E quando lei è scesa a mostrare la foto del figlio ammazzato di botte e steso in un lago di sangue, si sono, semplicemente, girati dall’altra parte. Come moltissimi tra noi.
Federico era un tossico. Federico qualcosa avrà fatto per scatenare la rabbia della polizia. Federico se la meritava. Questo pensa una fetta probabilmente maggioritaria degli italiani, per i quali quella di Aldrovandi è una storia lontana, che non lo tocca. Suo figlio non si droga, suo figlio è un bravo ragazzo. Peccato che Federico non era un tossico, che aveva passato una notte brava come il 90% di noi avrà fatto nella sua vita e che quel che è capitato a lui può accadere a chiunque di noi. Perché la storia di Federico, conclusasi, vi ricordo, con una condanna per omicidio colposo – per intenderci, la stessa pena che ti danno se per esempio investi un passante e lo uccidi – che si può anche scontare ai domiciliari, stabilisce un triste precedente: quando finisci in mano alle forze dell’ordine, queste sono tutto sommato giustificate a far di te e del tuo corpo quel che vogliono. Ce lo insegna anche l’infinta storia di Cucchi, per dire, oltre che tutto quanto successo a Genova nel 2001. Può capitare a chiunque di noi, per qualsiasi ragione.
La democrazia e gli stati di diritto sono tentativi di vincolare il più possibile il potere e la violenza del singolo: lo fanno distribuendo il potere nel modo più ampio possibile e stabilendo regola chiare e precise cui mezzi e i modi con cui far rispettare le leggi. Uno stato in cui gli eccessi della polizia non vengono adeguatamente puniti non è uno stato libero. È un posto in cui io non mi sento tutelato dalle forze dell’ordine, ma minacciato. E questo va a detrimento anche delle tonnellate di uomini e donne che stanno nelle forze di polizia a fare il loro dovere, agendo secondo coscienza e nel rispetto delle leggi.
Vi ricordo infine che nessuno dei quattro agenti condannati è stato radiato dal corpo. Lo stato ammette tra i tutori della legge gente che ammazza a manganellate un ragazzo di diciotto anni. Io questa cosa continuo a non riuscire a dimenticarla, ogni volta che vado ad una manifestazione o mi ferma la stradale. Voi?

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Web-palle

Ho finito da pochissimo di leggere un ottimo libro che vi consiglio: L’ingenuità della Rete, di Evgeny Morozov. È un testo evocato parecchio di recente, e che a me era stato appunto consigliato da più parti. Sostanzialmente, come dice il titolo, si parla di rete, e in particolar modo delle sue potenzialità per aumentare la diffusione dei regimi democratici. La cosa capita piuttosto a fagiolo in Italia, visto che un quarto o poco meno degli italiani pensa che effettivamente la rete sia il posto giusto per sperimentare nuove forme di democrazia. Confesso che questa è una delle ragioni per cui l’ho letto. L’autore non analizza però tanto questo aspetto, quanto le ottimistiche speranze dell’Occidente circa la possibilità che i regimi totalitari in giro per il mondo vengano buttati giù a forza di Like su Facebook e tweet. Ecco, diciamo che la risposta è: ma anche no. Del resto, la famosa rivoluzione verde in Iran, nella quale l’importanza di Twitter è tutta da dimostrare, non è andata comunque a finire da nessuna parte, e anche la “primavera araba” è rapidamente regredita all’inverno (vedere voce “costituzione tunisina“).
Al di là di tutto questo, comunque, il libro è interessante perché smonta tutti i facili entusiasmi che la rete ha generato negli anni, ed è importante che qualcuno lo faccia, perché affibbiare l’etichetta di bontà a qualsiasi nuova tecnologia automaticamente annulla le difese nei confronti di tutti gli aspetti negativi che quella tecnologia è in grado di generare. E ce ne sono per ogni cosa, diciamocelo.
Mi ha molto colpito, nel libro, una citazione circa l’entusiasmo che altre innovazioni tecnologiche hanno prodotto nel passato. A quanto pare qualcuno, al momento dell’invenzione del telefono, credette che la cosa avrebbe sconvolto così tanto le nostre vite da rendere superfluo, in futuro, il voto su scheda: tutti avrebbero votato per telefono. Suona familiare? Anche a me.
Il problema, e sono cose che ho detto un mare di volte, lo so, ma, perdonatemi, la gente continua a non voler stare a sentire, è che la rete è assimilabile ad un megafono: permette alle parole di andare più lontano, ti fa ascoltare da tanta più gente. Ma in un megafono puoi urlare slogan in favore della libertà così come proclami per lo sterminio degli ebrei. Inutile dirvi che ambo le cose sono state fatte, in passato, e qui e ora.
Il problema, come espresso a chiarissime lettere da Morozov, è che l’uso che si fa di una tecnologia dipende dal contesto sociale in cui viene inserita. Tutti pensano a quanto sia bello essere tutti connessi, e poter comunicare la propria idea urbi et orbi, ma nessuno pensa a quale sia questa idea che viene comunicata. Perché le tecnologie cambiano continuamente, più velocemente di quanto riusciamo ad immaginare, ma la natura umana resta sempre più o meno quella.
Esempio. Tanti anni fa – e per tanti anni fa intendo quand’ero bambina, e internet era una cosa che usavano solo i militari americani – c’erano le Catene di Sant’Antonio, e giravano per lettera. Qualcuno, nella propria stanza, scriveva questa letterina, in cui diceva che terribili sventure sarebbero accadute a chi non ne avesse ricopiato il testo in tot copie da spedire ad altrettanti amici. Ti ritrovavi la letterina anonima nella tua buca della posta, se eri intelligente cestinavi, se eri superstizioso inoltravi. Purtroppo, in genere succedeva la seconda cosa.
Arriva internet. Siamo tutti interconnessi. Bellissimo. E che succede? Che una cosa che prima costava un minimo di fatica e soldi (quelli del francobollo e della carta, senza contare la fatica di ricopiare n copie dello stesso testo) adesso è virtualmente gratis: col minimo sforzo e praticamente senza spesa, puoi mandare mille lettere ad altrettanti sconosciuti, con un click. E infatti la Catena di Sant’Antonio ha conosciuto uno sviluppo senza pari: fatevi un giro su Facebook. Un buon 50% dei contenuti sono evoluzioni delle catene di Sant’Antonio: “sei hai un cuore condividi”, e giù con l’appello per il bimbo malato – che se ti va bene è inventato, se ti va male è già morto da anni -, per il cucciolo smarrito, per il sapone cancerogeno. Il fenomeno esisteva già prima, ma internet l’ha moltiplicato a dismisura perché cliccare non costa niente.
Mi si dirà: ok, ma non costa niente neppure verificare la notizia prima di inoltrarla. Bastano un paio di ricerche, e, grazie sempre alla condivisione delle informazioni, sono in grado di smascherare la bufala. Eh no. Mi spiace. Non è così. L’altro giorno ho trovato un tweet in cui si diceva che Papa Francesco, in un vecchio discorso, aveva citato Tolkien. Mi c’è voluta una mezz’ora di frustranti tentativi per riuscire a recuperare il discorso originale in spagnolo. E ci sono riuscita solo perché lo spagnolo è comprensibile per un italiano anche senza conoscere la lingua. Un inglese che non sapesse lo spagnolo non ci sarebbe mai riuscito.
Verificare le fonti costa fatica, fatica sottratta ad altro. Cliccare un link sui vaccini che fanno venire l’autismo ti prende un secondo, poi puoi tornare a guardare video di gattini. Perché c’è un altro grande problema: la rete è piena di informazioni, vero, ma è immensa. Riconoscere quelle fondate dalle mere cazzate richiede allentamento e fatica. Inoltre, molte notizie, pur importanti, rimangono comunque invisibili, perché chi le ha condivise non sa farsi ascoltare, magari scrive male, o semplicemente non è una persona famosa, e dunque non ha molta gente che la segua e possa condividere quel che dice. Ci mostrano sempre tanti esempi di gente che diventata famosa con la rete – Mika, PSY – ma per ciascuno di costoro ce ne sono mille altri che nessuno considera, che continuano a navigare nell’anonimato. Uno su mille ce la fa continua a valere anche in rete. Non è vero che in rete siamo tutti uguali, che abbiamo tutti le stesse possibilità. È come stare in un enorme piazza in cui tutti parlano: è ovvio che nella confusione prevale chi ha un megafono. Su Twitter quanti follower ha una persona famosa, e quanti la sedicenne anonima? Le eccezioni purtroppo non infrangono la regola.
La verità è che l’uso della rete va insegnato, se vogliamo sfruttarne al meglio le potenzialità: quelli della mia generazione l’hanno imparato col tempo (è dal 2001 che sto in rete in vario modo, sui forum ho visto di tutto, ho visto i blog nascere), ma avevano anche 20 anni quando hanno iniziato a navigare, e dunque avevano un bagaglio pregresso di informazioni che potevano spendersi online. Oggi in rete ci vanno i ragazzini di tredici anni, così, senza rete e senza alcuna educazione a monte sulle dinamiche e i pericoli di internet. Il rischio di bruciarsi prima di capire le regole del gioco è alto, senza contare l’aumento del rumore di fondo che gli utenti inesperti generano.
Al solito, si torna all’educazione. Alla cultura. All’uso del pensiero critico. E ce ne vuole a pacchi per riuscire a usare internet in modo proficuo. Fino a quando il pensiero analitico verrà mortificato fuori e dentro la rete – pensiamo anche solo alla connotazione deteriore che la parola intellettuale ha assunto negli ultimi tempi – saremo sempre preda della gente convinta che i vaccini facciano diventare omosessuali. E purtroppo le cazzate in Internet volano su ali assai più rapide delle loro confutazioni: ci sono palle che girano da anni, e la gente ci casca ancora.
Facciamo una bella cosa: una volta al giorno, invece di cliccare per riflesso condizionato sull’ennesimo link del bambino malato, prendiamoci venti minuti di tempo per indagare. Venti minuti in una giornata lavorativa ce li hanno tutti. Il mondo si migliora anche così.

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Sebastian

Qualche giorno fa, tra una notizia della premiata serie “il Papa 24/7″ e l’ennesimo stallo del Parlamento, è comparsa fugacemente questa notizia. È stata lì, dispersa in cronaca, per un paio di giorni, ora è scivolata via. Se fate una ricera su Google, il link più recente data 3 giorni fa.
Mi rendo conto che l’abuso di notizie di cronaca è stata una di quelle cose che negli anni ha avvelenato la qualità della nostra stampa, ma è anche vero che sembrano esistere morti di serie A e morti di serie B, anche tra i bambini. Perché Sebastian Lupescu, si capisce immediatamente dal nome, è romeno. Non è “dei nostri”. È per questo che non ce ne frega se è stato ammazzato come si fa coi cani – come i cani, lo sottolineo – e per vendetta? Facebook è pieno di avvisi sulle polpette avvelenate mesa qua e là per far male ai cani – buono, giusto, giustissimo – ma di Sebastian ci siamo già dimenticati.
Forse è solo un effetto secondario della crisi. Abbiamo bisogno di un nemico, e lo straniero è sempre il migliore: sporco, marginalizzato, diverso, è perfetto per addossargli tutte le nostre frustrazioni. L’altro giorno, sul blog di Grillo c’era gente che accusava la Boldrini di rappresentare quella sinistra che mette gli immigrati davanti agli italiani. Queste cose sono già successe in passato e succederanno ancora in futuro.
Ma cosa c’entrano i bambini? Perché Sebastian non merita neppure la nostra pietà? Perché il nostro sguardo non riesce ad aprirsi ad abbracciare l’umanità intera, ma continua a guardare, quando va bene, solo al nostro simile? Sono le frontiere che giustificano le guerre, il noi contro loro il presupposto di ogni violenza.
Magari sono io che penso male, che attribuisco alla malizia quel che è solo una notizia che è scivolata in fondo perché il governo, il Papa, Cipro…In fin dei conti, sono tante le vite che si spengono di continuo, di qualsiasi nazionalità, nel silenzio generale. Ma dovremmo sempre trovare il tempo per un pensiero a tutti quei bambini, e sono migliaia al giorno, che ovunque nel mondo non ce la fanno, per la fame, la guerra, la violenza. Che mondo è un mondo che si dimentica dei suoi piccoli?

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La simpatia uno non se la può dare (semicit.)

Quando si affacciò dalla fatidica finestra, nell’aprile del 2005, Ratzinger ci fu subito non dico antipatico, ma neppure granché simpatico. Complice l’infelice, e innegabile, somiglianza col Palpatine di Star Wars, e la fama che si tirava dietro, anche la frase che scelse per presentarsi al mondo non aveva la forza mediatica di quel “se sbaglio mi corrigerete” di quasi trent’anni prima. È che “l’umile lavorante nella vigna del Signore” ci parse un po’, non so, intriso di falsa modestia.
Il resto del papato non fu molto diverso da quell’inizio: Papa Benedetto ha infilato un numero considerevole di vaghe gaffes, incomprensioni di vario genere, cose dette nel luogo e nel momento sbagliato.
È che Ratzinger manca di una dote che invece Bergoglio ha in quantità industriali (e che aveva anche Wojtyla): la simpatia immediata, la capacità di entrare in subitanea empatia con la folla. E, infatti, cosa abbiamo pensato martedì sera, appena il Papa ha detto “buonasera”? Com’è simpatico. L’ho detto io, l’hanno detto milioni di persone davanti alla tv in quel momento. Bergoglio la gente sa com’è fatta, ci ha vissuto fianco a fianco, e dunque sa cosa vuol sentirsi dire; per altro, è perfettamente consapevole del perché è stato eletto Papa, e segue dunque il mandato implicito del Conclave. Con questo non voglio dire che non sia naturalmente simpatico, che quello non sia il suo reale modo d’essere. Lo è, ovviamente. Ma non è un atteggiamento ingenuo, come non lo è mai nelle persone che sanno attirare le folle.
Io non faccio una colpa a Ratzinger di non essere simpatico. Purtroppo, la capacità di interagire e farsi amare dalle folle non è una cosa che si può realmente imparare: è una dote di carisma innata, che puoi affinare col tempo, ma o ce l’hai o non ce l’hai. Il problema vero è di chi l’ha messo lì in quel momento, e non ha capito che non era tanto di un Papa di transizione che la Chiesa aveva bisogno, ma di un altro comunicatore, perché una volta che hai fatto giocare un bambino con la veste papale non si torna più indietro alla mozzetta e al camauro. Ma i Cardinali hanno imparato assai rapidamente la lezione, meglio di tanti politici nostrani che hanno dovuto sbatterci il muso su innumerevoli volte prima di capire che forse la gente vuole qualcosa di diverso.
Ora, questa della “simpatia” è una cosa su cui riflettere a fondo. Stando a molti esperti teologi e vaticanisti, la visione di Ratzinger, la sua posizione su politica e dottrina, non erano molto diverse da quelle di Wojtyla; eppure, nella memoria soprattutto dei non credenti e dei laici, Woytjla viene ricordato come un “gran Papa” e Ratzinger come uno un po’ così, che domani ricorderemo più che altro per il coup de teatre finale. Come si dicono le cose conta tantissimo, quanto la sostanza di quel che si dice. Le rivoluzioni non le fanno tanto le idee, quanto le persone che a quelle idee riescono a dare carne. E questa è una cosa che dovremmo ricordarci sempre, quando decidiamo di seguire l’ennesimo leader carismatico, una cosa che in Italia abbiamo un po’ come vizio congenito.
Mi fa un po’ tristezza pensare che la simpatia della persona conti così tanto nel modo in cui la gente recepisce le sue parole. Perché in verità dovrebbe sempre contare solo la sostanza. Ma non è così. Il culto della persona è sempre esistito, ma in quest’epoca di apparenza estrema è ancora più forte. Purtroppo, le cose funzionano così. Ed è bene saperlo, quando si è convinti che le proprie idee meritino la massima divulgazione: occorre sempre scegliere buone gambe che le portino in giro, perché la persona conta. Il Movimento 5 Stelle avrebbe preso il 25% senza Grillo che arringa nelle piazze? Il PDL sarebbe mai andato da qualche parte senza Berlusconi (e vi ricordo che molta gente che l’ha conosciuto dice che Berlusconi è simpatico, e non stento per niente a crederlo)?
Ora, io ho buone speranze su Papa Francesco. Ieri, quando ascoltavo l’Angelus, mi sembrava di essere finita in un universo parallelo, nemmeno nelle più sfrenate fantasie potevo immaginare di avere un parroco a capo della Chiesa. Ma ora arriveranno i fatti, e vedremo. Intanto, allargando il discorso, è un buon esercizio di democrazia saper andare oltre la simpatia della persona, e sforzarsi di guardare la sostanza che c’è sotto.

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